giovedì 6 settembre 2012

Auguri Roger Waters - The Wall Live


Compie oggi 69 anni Roger Waters.
Utilizzo le parole che Dario Lastella mi inviò un pò di tempo fa per ricordare  un musicista che ... ha lasciato il segno


Dario Lastella ha pubblicato il suo resoconto.... e io, col suo consenso, lo ripropongo.

Ho avuto la fortuna di assistere dal vivo a The Wall, riproposizione da parte di Roger Waters dello spettacolo che portò in tour con i Pink Floyd nel 1980 e 1981. Probabilmente qualcuno potrà pensare a uno spettacolo che fa leva sulla nostalgia, un “revival” un po’ triste sull’onda lunga delle decine di reunion a cui stiamo assistendo in questo periodo in cui i musicisti hanno bisogno di monetizzare al massimo i concerti per sbarcare il lunario. Nulla di tutto questo.
The Wall suona incredibilmente moderno e incisivo dopo più di 31 anni, anzi nel suo nuovo formato ipertecnologico ha assunto ancora più strati di significati in un mondo diventato molto più cattivo, violento e volgare rispetto a quello che ospitava Waters quando scrisse il suo opus magnum. Ad accompagnare il bassista britannico, una potentissima band, formata dai vocalist Robbie Wyckoff (solista), Jon Joyce, Mark Lennon, Michael Lennon e Kipp Lennon, i chitarristi Dave Kilminster (straordinario!) e Snowy White (quest’ultimo unico “superstite” oltre al compositore del tour dell’80), il bassista/chitarrista G.E.Smith, il batterista Graham Broad (già nei tour precedenti con Waters) e i tastieristi Jon Carin (che ha suonato anche in vari tour con i Pink Floyd senza Waters) ed Harry Waters (figlio di Roger). A questo bisogna aggiungere una messa in scena imponente come quella dei concerti originali dei Pink Floyd, ma aiutata da una tecnologia molto più avanzata che permette effetti e proiezioni impressionanti.
Date queste premesse è ovvio che The Wall stesso sia cambiato: l’album e il film pur nella loro magniloquenza erano originariamente lavori piuttosto introspettivi (e più di un critico li ha definiti non senza qualche ragione “autoindulgenti”), mentre il The Wall “30 anni dopo” è un lavoro molto più politico, sociale e universale. Il protagonista non è più solo Pink, la rockstar, con la sua storia di orfano di guerra, vessato da una scuola draconiana e asfissiato da una madre iperprotettiva, ma semplicemente è l’Uomo del XXI secolo. I personaggi che nel 1979 sembravano “reali” e funzionali solo alla biografia di un singolo, oggi sono metafore di qualcosa di più ampio e più profondo nella società: la “madre” è in realtà il Big Brother, che ci rassicura e ci protegge dai pericoli esterni, controllando ogni nostro movimento e orientando le nostre vite; la “scuola” è dappertutto, è l’informazione che ci indrottina e ci schiavizza (significativa l’animazione con i bombardieri che non sganciano più bombe, ma simboli religiosi, politici e… loghi di multinazionali!); lo spettro della guerra non è più legato alla Seconda Guerra Mondiale dove morì il padre di Pink (e il padre di Waters, Eric Fletcher), ma a tutti i conflitti nel mondo che creano vuoti nelle famiglie e “mattoni” nei “muri” personali di chi rimane. Particolarmente toccanti le immagini di caduti in tutte le guerre dell’ultimo secolo che riacquistano, un volto, un’identità, una dignità: ci sono foto di caduti nella Seconda Guerra Mondiale di tutte le nazionalità, nella Guerra Civile Spagnola, in Vietnam, in Iraq, in Afghanistan, in Iran o nella vecchia Unione Sovietica vittime dei totalitarismi, negli attentati terroristi e nelle recenti rivoluzioni nei Paesi arabi, tutti insieme per riaffermare quanto la guerra, tutte le guerre, sia una follia.
In questa nuova ottica universale assumono valori diversi anche i brani che parlano dei “conflitti sessuali”, dell’impossibilità di relazionarsi con il partner come “esseri umani”, della mercificazione del sesso (oggi, soprattutto nel nostro Paese, tema di scottante attualità); ma è soprattutto il tema cardine dell’isolamento e dell’alienazione a diventare universale. Trenta anni fa la metafora della “rockstar che diventa fascista” era sembrata a molti quanto meno forzata (pare che David Gilmour dichiarò una volta informalmente che a lui sembrava “una montagna di cazzate”), ma oggi The Wall non parla più di Pink, la rockstar metà Waters e metà Barrett, parla di tutti noi, perché tutti noi subiamo i bombardamenti ideologici e pubblicitari, tutti noi siamo “rassicurati” dalla “Mother universale” che ci spia… Quindi tutti noi siamo in qualche modo Pink e tutti noi veniamo affascinati e ci sentiamo più sicuri quando arriva “l’Uomo forte” che “manda a casa i negri” ed “elimina i drogati”.
La messa in scena degli “Hammers” è realmente impressionante, alcuni lo chiamano il “paradosso Waters”, ovvero rappresentare un’opera antifascista con una tale suggestione fascista da ipnotizzare ed esaltare il pubblico (e stavolta il buon vecchio Roger si lascia andare anche a raffiche di mitragliatrice, ricordando sinistramente una versione nazista di Sid Vicious nella sua My Way)…
Il finale è ovviamente il crollo spettacolare del muro, l’immagine femminile della Vittoria dell’Uomo sulla sua parte più oscura, un happy ending molto più evidente che nell’obliquo finale del disco e che lascia lo spettatore a bocca aperta e con la sensazione di aver assistito alla più grande opera rock mai messa in scena.
Roger Waters oggi è un uomo diverso da 30 anni fa (”quando scrissi The Wall non ero uomo felice, oggi sì!”): uno dei grandi mastermind del rock, finalmente ha superato il suo muro e così è riuscito ad andare oltre i limiti della sua opera che solo adesso appare realmente compiuta; ma soprattutto è diventato un artista che riesce a “godere” della sua arte, che riesce a condividerla con il pubblico e non è più in guerra con esso, che riesce ad andare oltre la propria dimensione intimista attraverso un messaggio finalmente davvero universale.
Grazie Roger, grazie Maestro!

martedì 4 settembre 2012

Alessandro Farinella-Road To Damascus


Road To Damascus è il secondo CD di Alessandro Farinella, artista milanese di lungo corso, propositore di una musica progressiva di qualità.
Quarantasei minuti di suoni coinvolgenti che mi hanno riportato ai miei amori musicali più importanti, evidentemente gli stessi di Farinella.
E’ un lavoro arduo quello che tocca ad Alessandro e a tutti quelli che, come lui, hanno subito influenze che lasciano un segno incancellabile, perché ci sarà sempre qualche ‘esperto’ che si divertirà a sottolineare dei dejà vu sonori, giudizi che implicitamente sanno di lieve e innocua condanna.
Road To…’ è un riassunto di ottime eredità passate… fortunatamente. Ritengo che proporsi con la musica che sia ama - e non con quella che si calcola possa essere  più vendibile - sia un atto di estrema onestà, e anche di coraggio.
Ma al di là di ciò che ogni attento ascoltatore prog può riconoscere come DNA personale, questo album è davvero gradevole, e non richiede il minimo sforzo - spesso accade di dover riascoltare più volte - di assimilazione.
Atmosfere romantiche, epicità, disegni medievali ed applicazione di un disciplina concettuale, probabile espressione degli approfonditi studi filosofici di Farinella.
E attraverso il ricorso alla mitologia e alla storia si creano allegorie musicali che tracciano percorsi di vita riconducibili ai giorni nostri, tra la denuncia e la constatazione che i leitmotiv della vita cambiano solo aspetto, ma resta la sostanza, spesso poco piacevole.
Anche io faccio il mio esercizio di ‘rappelle’ e sottolineo facili, positive,  analogie con mondo targato ‘YES e Genesis’, e quando ci si trova dinanzi ad una fusione di stili di tale portata, se gli attori sono di qualità, occorre rallegrarsene.
Nelle righe precedenti ho sottolineato come questa musica sia rivolta ad un pubblico di nicchia, al popolo prog, ma è un concetto scritto … a fatica, perché suona come riduttivo nei confronti di musicisti come Alessandro Farinella -  e ce ne sono molti - , capaci di fornire grandi emozioni attraverso la loro arte. La mia solita speranza è che i ‘nostri giovani’ entrino in contatto, magari casualmente, con album come ‘Road To Damascus’, per avere una possibilità di comparazione con quanto viene normalmente fornito dai canali ufficiali.
Nelle righe a seguire Alessandro Farinella si racconta attraverso la sua biografia, dopo aver risposto ad alcune domande.
Il brano ‘Natural’ risulterà esemplificativo del pensiero da me espresso.
Una bella scoperta.



L’INTERVISTA 
Risalendo alle tue note biografiche emerge il tuo amore per la musica progressiva, anche se eri troppo giovane per poter godere appieno la genesi. Quale è stata la scintilla che ti ha illuminato?
In questo caso sono stato fortunato. Mio fratello ha qualche anno più di me e fin da piccolo sono cresciuto ascoltando Van der Graaf Generator, ELP e Genesis. Ma i primi dischi che mi hanno veramente influenzato sono stati ‘Pictures at an Exhibition’ degli ELP e ‘Uomo di pezza’ de Le Orme. Nello stesso tempo prendevo le prime lezioni di pianoforte e va da se che il fascino delle melodie di Mussorgsky o la cantabilità di alcuni brani dei Genesis mi abbiano influenzato più di ogni altra cosa sentita in seguito. Mio fratello mi faceva ascoltare anche i King Crimson, Roxy Music, le sperimentazioni di Brian Eno e mi ha fatto scoprire uno degli artisti che mi ha più condizionato nel corso degli anni: Anthony Phillips, la cui diretta semplicità e il talento cristallino sono stati per me un faro a cui attingere ispirazione a piene mani nel corso degli anni.
Mi potresti evidenziare le tue linee guida musicali, sia dal punto di vista degli artisti che da quello degli album storici?
Di certo lavori come ‘The lamb lies down on Broadway’ dei Genesis o ‘The geese and the ghost’ di Anthony Phillips sono stati una fonte di ispirazione costante nel mio lavoro e nella mia educazione musicale. Pur avendo iniziato a studiare il pianoforte fin da piccolo, la suggestione di un mondo epico e, nella fantasia di un adolescente, magico, espresso dalla musica di Anthony Phillips o di Steve Hackett, sono stati per me lo stimolo per imparare a suonare la chitarra. Nello stesso periodo, avrò avuto 12-13 anni, ho scoperto gli Yes e a costo di consumare l’album ho imparato a suonare ‘Turn of the Century’, un pezzo contenuto in ‘Going for the one’, del 1977. Nello stesso periodo, per motivi totalmente estranei alla musica, ho scoperto un altro personaggio che avrà ad influenzarmi profondamente e a lungo: John Denver. La sua facilità alla melodia e la potenza e chiarezza della sua voce hanno sicuramente esercitato sulla mia fantasia di adolescente una potente suggestione.
Sempre nelle tue note bio emergono situazioni di “delusione” musicale. Come giudichi l'attuale business che regola la musica e i suoi protagonisti?
Sono una persona che mal si presta ai meccanismi del mercato discografico. Ho sempre preferito fare un passo indietro di fronte a situazioni poco chiare o che pensavo avrebbero potuto arrecarmi danno nel lungo periodo. Negli anni 1993-1995 il mio ex gruppo, i Theatre, mi ha derubato di un album che avevo quasi esclusivamente scritto io nel corso della mia militanza con loro dal 1987 al 1993, per non parlare di RTI music che non mi ha mai riconosciuto la realizzazione di diverse musiche per documentari realizzate per Tele+ e che sono andate in onda per anni. Non potendo sostenere cause contro personaggi molto più potenti di me, la delusione che ne è derivata mi ha spinto a lasciare il mondo della musica per molti anni ed è stata solo l’amicizia di un promettente session man a convincermi che il mio talento non doveva essere gettato al vento ma coltivato e che avrebbe potuto concretizzarsi ancora in qualcosa di valore. 
Ad ogni modo non so quanto un musicista come me possa interessare ad una major, ma credo molto poco. Preferisco pensare a me stesso come a un artigiano della musica ed è solo la passione per il progressive di Massimo Orlandini che mi ha consentito di pubblicare adesso le mie canzoni. Io scrivo musica prima di tutto per me, per dimostrare che ne sono in grado. Per me è una sfida confrontarmi con i grandi del progressive degli anni ’70 e vedere se ho imparato la loro lezione. E’ vero che di delusioni ne ho avute dal mondo della musica ma ho avuto anche delle grandi soddisfazioni: essere stato in grado di presentare al pubblico una riduzione acustica di ‘The lamb lies down on Broadway’ è stata una cosa speciale e che, ne sono più che convinto, potevamo fare solo io e Silvio Masanotti, mio partner in quell’avventura.
Che cosa è per te una performance live, quanto ami il contatto col pubblico?
Quando suonavo esclusivamente le tastiere con i Theatre ero letteralmente terrorizzato dal contatto con il pubblico e cercavo solo la perfezione della mia performance a scapito di qualsivoglia empatia con la gente che invece mi sosteneva. Apparivo freddo e scostante, in qualche modo volevo essere antipatico, ma era solo una forma di difesa per potere controllare l’emozione dei primi successi di pubblico raggiunti con la mia band.
Nel corso degli anni ho cambiato radicalmente il mio atteggiamento con il pubblico e mi sono scoperto intrattenitore e amante del contatto più diretto con la gente. Ho infatti imparato a suonare anche la chitarra ed a cantare, sono andato per molti anni a lezione di canto da quello che ora è il mio amico e collaboratore Guido Block, solo per potere raccontare alla gente guardandola negli occhi le storie delle mie canzoni. Ora quando scrivo una canzone lo faccio con l’obbiettivo di cantarla, o al piano o alla chitarra, io stesso avendo sempre presente che il pubblico è li per sognare ad occhi aperti ed io devo essere in grado di regalare loro questo sogno.
Che cosa ottieni dal jazz che l'altra musica non ti da?
Il jazz mi ha insegnato ad ascoltare e scrivere la musica in modo molto più completo. Grazie al jazz ho imparato a scrivere le parti per tutti gli altri strumenti. Soprattutto l’insegnamento di Duke Ellington mi è stato utile per capire che una melodia è solo un biglietto da visita per la musica, poi la persona deve essere elegante se no anche la più bella melodia perde di attrattiva se il vestito è incompleto o sciatto. Per questo motivo il jazz mi ha aiutato a rendere elegante la mia musica dal punto di vista della scrittura e allo stesso tempo l’improvvisazione mi spinge a sperimentare sempre nuove possibilità armoniche che cerco, per quanto mi è possibile, di cristallizzare nei miei pezzi.
Quanto hanno influito i tuoi studi di filosofia sulla musica che proponi?
Grazie alla filosofia di Platone ho imparato che nell’universo esiste una armonia che rispecchia l’armonia presente nella mente del creatore. La musica, che è matematica, attraverso il tempo e le frequenze dei suoni fa risuonare nell’anima dell’uomo, anch’essa composta da una relazione matematica, le corrispondenti emozioni. La parola inoltre, per mezzo del testo, consente all’immaginazione di rivivere in modo potentissimo la visione del compositore. 
Orfeo, l’inventore della musica accompagnata dal testo fu uno dei primi e venerati filosofi dell’antichità. Esisteva addirittura un canto, detto “orfico” che fu alla base degli studi di molti compositori e filosofi del ‘500. Sia nel primo CD, ‘Momo’, che in ‘Road to Damascus’, ho voluto rendere omaggio alla figura di Orfeo in canzoni che ne ripercorrono le gesta. Ma il mio tributo alla filosofia non si esaurirà certo qui. La filosofia ha una lunga storia e mi piacerebbe scrivere ancora su qualche tema legato alla storia della filosofia.


Mi parli della tecnologia applicata alla tua musica?
Cerco, per quanto nelle mie possibilità, di avere sempre la tecnologia migliore al servizio della mia musica anche se la qualità degli strumenti di registrazione e di riproduzione ha un costo talmente elevato che mi costringe a realizzare in molta parte la musica negli studi di registrazione. Ma se dipendesse da me realizzerei uno studio privato con gli strumenti più costosi. Purtroppo la tecnologia più pregiata è un privilegio che non mi posso ancora permettere.

Può esistere l'amicizia vera nel mondo della musica?
Perché no! L’importante è che ci sia il rispetto reciproco tra le persone, poi l’amicizia in senso stretto è una cosa talmente difficile anche nella vita che è naturale che sia rara anche nella musica.
Hai qualche rammarico per un'azione che non hai avuto il coraggio di intraprendere?
Ce ne sono tante di cose che avrei voluto fare e poi non ne ho avuto il coraggio. Ma non ho rimpianti per questo. A volte è meglio non agire ed aspettare che le cose si evolvano da sole per vedere se effettivamente era necessario fare quell’azione. Il più delle volte il tempo mi ha dato ragione.

Che cosa vorresti ti accadesse, musicalmente parlando, nei prossimi tre anni?
Trovare finalmente dei musicisti che abbiano interesse nella mia musica, così da mettere in piedi una band e presentare il mio lavoro dal vivo. Vorrei dei professionisti che si rendessero conto della passione che metto nel mio lavoro e che non mi chiedessero soldi solo per la loro attenzione.
E magari, ma questo è un sogno, trovare una casa discografica che credesse in me e nel mio lavoro per produrlo in modo molto più professionale di quanto riesco a fare da solo con un budget limitato.



Line up:
Alessandro Farinella: Tastiere, voce
Roberto Gualdi: Batteria
Guido Block: Chitarra
Pietro Foi: Basso

Anno: 2012
Label: Ma.Ra.Cash Records
Genere: Progressive Rock

Tracklist:
01. The Battle
02. The Brave
03. Road to Damascus
04. Natural
05. Valley of Tears
06.
Euridice


Biografia di Alessandro Farinella
Sono nato a Milano il 26.08.1967. Ho iniziato a suonare il pianoforte a 5 anni assieme a mio fratello maggiore, e la chitarra classica a 11. Le mie prime influenze sono state per il pianoforte Keith Emerson e Tony Banks e per la chitarra Steve Hackett e Anthony Phillips.
Nel 1987 ho dato vita ai Brainstorm con il cantante Jean Marie Guieu e al chitarrista Pietro Foi. I Brainstorm facevano prevalentemente cover dei Marillion e dei Genesis. Con il completamento della band con Piero Ottanà al basso e Alessio Cobau alla batteria abbiamo iniziato a presentare dal vivo il concept dei Marillion Misplaced Childhood.
Nel 1989, dato che avevamo sempre più materiale nostro, abbiamo cambiato il nome in Theatre e abbiamo realizzato anche un paio di Demo tape che hanno riscosso molti consensi in molte fanzine europee specializzate nel progressive. Anche la nostra attività live si è intensificata al punto che eravamo uno dei gruppi fissi nel calendario di un famoso locale milanese dell’epoca, il Magia Music Meeting.
L’ultima mia data con i Theatre è stata nel 1993 al Bar-Itono, sempre di Milano.
A causa di dissensi con il nuovo cantante, e anche per il mio desiderio di studiare jazz, ho lasciato la band e mi sono messo a studiare piano jazz, prima con Marco Bianchi al NAM, e poi con il maestro Ettore Righello al Piccolo Conservatorio. 
Vista la mia dipartita dai Theatre il nuovo cantante del gruppo Riccardo Tonco pensò bene di rubarmi la musica e di farla pubblicare a mia insaputa da un editore di San Remo, la Mellow Records. Io ho tentato per circa una decina di anni di portare in tribunale il titolare della casa editrice Mauro Moroni ma senza alcun risultato se non un generico atto di sequestro del supporto da parte del tribunale di Milano.
Nello stesso periodo ho realizzato per Tele+ diverse musiche per documentari. Purtroppo queste musiche non mi sono mai state ne riconosciute ne pagate da RTI Music.
Dopo queste grandi delusioni ho abbandonato completamente la musica per laurearmi in filosofia all’Università statale di Milano nel 1998.
L’amicizia e la frequentazione con il chitarrista Silvio Masanotti mi hanno convinto a tornare a fare musica nel 2003. Nel 2004, in versione acustica, io e Silvio abbiamo presentato dal vivo una riduzione dell’opera dei Genesis ‘The lamb lies down on Broadway’, performance nella quale io mi alternavo alla chitarra acustica e al piano per accompagnarmi al canto.
Sempre con Silvio Masanotti ho iniziato a lavorare ad un primo progetto solista che ha visto la luce nel 2008 dal titolo Momo ed edito dalla BTF.
Finita la collaborazione con Masanotti ho deciso di cambiare produzione per il secondo CD e mi sono affidato interamente alla professionalità di Guido Block e con lui ho portato alla luce il mio ultimo lavoro dal titolo ‘Road to Damascus’.

lunedì 3 settembre 2012

The Watch-'Timeless'



Non avevo mai ascoltato “The Watch”, nonostante la loro carriera sia più che decennale, e nonostante il loro nome mi avesse sfiorato numerose volte. L’accostamento ufficiale era rivolto al mondo dei Genesis, e mi erano chiari i loro successi oltre i nostri confini; senza voler scomodare la retorica, è fatto consolidato che spesso si trovano i maggior consensi lontano da casa, e i tour stranieri della band si ripetono con cadenza precisa e decisa.
Il solo fatto di sapere che un “nostro” gruppo era in grado di riproporre alla perfezione una musica atemporale come quella dei Genesis, con la quale sono cresciuto, e con cui convivo da sempre, era sufficiente per destare il mio interesse.
Quando si affronta il problema dei musicisti che riconducono ai  miti del passato si aprono enormi discussioni che non portano mai a conclusioni, perché se da un lato esiste chi sostiene che chi ha cose da dire dovrebbe tirare fuori “del proprio”, dall’altro c’è chi pensa che è grazie a chi si dedica ai tributi che si mantiene vivo ciò che non è più fisicamente proponibile e si educa alla buona musica chi, a quei tempi, non poteva esserci.
Poca importa dove sta la ragione, ma quando ho ascoltato “Timeless”, regalo della mia amica Marina Montobbio, una superfan dei The Watch, ho capito innanzitutto che la band può mettere a tacere ogni partecipante alla innocua contesa.
Intanto diciamo subito che delle dieci tracce proposte, tre appartengono ai Genesis (“In the wilderness”, Let us now make love” e “Stagnation”) mentre le altre sette sono … fatte in casa. Poco equilibrio e pochi dubbi quindi...
Se la tecnica dei singoli permette una maniacale cura dei particolari, ciò che mi ha maggiormente colpito è l’atmosfera generale, sintesi di un grande lavoro di squadra che permette di realizzare vere gemme compositive. Il feeling a cui accenno è quello tipico a cui ci avevano abituato i primi Genesis, e il timbro vocale di Simone Rossetti, una sorta di Peter Gabiel italiano, accentua la sensazione di trovarsi al cospetto di un passato glorioso con indosso nuove vesti.
E’ questo un obiettivo ambizioso e complicato da raggiungere, perché mantenere linee guida antiche e infarcirle di idee nuove non porta necessariamente ad un soddisfacente risultato. I The Watch riescono in tutto questo e per esemplificare le mie elucubrazioni sarebbe sufficiente l’ascolto di “Soaring On”, brano che una volta sentito non ti abbandonerà mai più.




Lo spettacolo live - spero al più presto di verificarlo con i miei occhi - dicono sia imperdibile, per una naturale capacità di riportare l’audience ad una dimensione musicale che supera i generi e le categorie, provocando emozioni a non finire.
E chissà che molto presto non possa raccontare la mia testimonianza diretta!



L’INTERVISTA (A Simone Rossetti)

Suppongo che le vostre  passioni musicali siano state “guidate” da differenti stimoli e da variegate esperienze legate alla sfera progressive. Che cosa vi hanno dato in più in Genesis, rispetto ad altri gruppi dell’epoca?

Diciamo la liricità e le armonie delle loro composizioni.

Ero presente al concerto di Torino dei Genesis, nel ’74, e la cosa che colpì di più noi adolescenti fu l’aspetto teatrale di Gabriel, che potevamo solo immaginare guardando le pagine di Ciao 2001. Quanto è importante per voi la scenografia in uno spettacolo live?

I nostri spettacoli hanno la musica al centro dell’attenzione e i limitati mezzi che abbiamo a disposizione, essendo così spesso “on the road”, non ci permettono di avere scenografie all’altezza dell’offerta musicale, per cui diciamo che ci affidiamo al nostro modo naturale di stare sul palco e al farci trasportare dalla musica che amiamo, senza scenografie, ma con tanta passione e questo viene trasmesso al pubblico che sempre numeroso e fedele ci torna a vedere ogni volta.

Dopo oltre dieci anni di esistenza, come giudicate  la vostra evoluzione e quella della vostra musica?

Nonostante l’amore per i Genesis, è la nostra musica che ovviamente più ci sta a cuore, e negli spettacoli che facciamo diamo sempre un assaggio del nostro repertorio. Direi a questo proposito che le nostre canzoni forse si sono portate verso uno stile un po’ più semplice rispetto al passato anche se la ricercatezza di sonorità mai scontate e melodie poco particolari è sempre un aspetto molto importante durante la composizione delle musiche, fatto che mi riguarda in prima persona.

Che tipo di equilibrio ricercate nella proposizione di brani in parte vostri e in parti dei Genesis?

Dipende dalle occasioni, laddove siamo poco conosciuti come The Watch suoniamo quasi esclusivamente Genesis, mentre nei luoghi dove conoscono i nostri dischi suoniamo qualche brano originale in più... è la gente che ce lo chiede e noi siamo ben felici di accontentarli.

I vostri tour esteri sono molto frequenti e pare che uscire fuori dai nostri confini dia maggiori possibilità di espressione - e di lavoro -. Che cosa accade realmente… quali le differenze, secondo la vostra esperienza?

Forse in Italia c’è più attenzione a quello che viene da fuori che dall’Italia. All’estero oltre ad un organizzazione forse migliore c’è anche più apertura, credo, a quello che vien da fuori, anche se essere italiani talvolta nei paesi del nord non è troppo un vantaggio e bisogna sempre dimostrare di essere persone professionali, forse contro un modello di pensiero diffuso che vede, a ragione o meno, gli italiani come dei poco affidabili quando si parla di lavoro... quindi doppio sforzo per noi, ma poi credo il nostro show appiani tutte le prevenzioni.

Nel rifacimento di un brano conosciuto, ricercate la congruenza perfetta o preferite mettere qualcosa di personale?

Non siamo una cover band e non ci interessa riproporre i brani come carta carbone, abbiamo competenze musicali che ovviamente usiamo in questo senso.

Che cosa amate della dimensione live e cosa della fase studio?

Il live è divertente ma molto stancante per il corpo, lo studio molto più lento e stancante per la mente, ma può essere esaltante ancor più se le cose vengono come dovrebbero... eheh.

Che giudizio date delle possibilità offerte dalla rete, in funzione del vostro lavoro? Potete fare un bilancio tra aspetti positivi e negativi?

La rete è eccezionale ed è grazie alla rete che abbiamo potuto far sempre tutto da soli, senza agenzie che spesso non sono interessate alla musica prog, quindi bilancio super positivo, viva la rete e non solo per questo aspetto musicale.

Quando ascolto la musica progressiva - quella di un tempo ma anche di nuova realizzazione - mi chiedo come tanta bellezza possa essere surclassata dalla banalità di musiche di cui milioni di persone si nutrono. Esiste secondo voi un modo efficace per educare i nostri giovani ad una musica - prog o non prog - di qualità?

Io ho avuto l’esperienza di mio figlio, è cresciuto col prog in modo naturale senza nessuna forzatura da parte mia ed ora, oltre ad essere super fan dei The Watch, ovviamente compra o scarica i dischi dei Genesis, ELP, Pink Floyd,  fino ai Porcupine tree… è questione di abitudine ed un pizzico di cultura e pazienza per approcciarsi alla musica con interesse... credo sia tutto naturalmente già presente nell’uomo.

Aprite la scatola dei desideri: cosa vorreste ved realizzato da qui al 2015?

Un altro disco The Watch dopo quello del 2013, e ancora una tourneè ricca ed esaltante come le  ultime due e quelle, spero, di 2013 e 2014 hehe.


"TIMELESS"

Tracce:
1. The Watch (1:47)
2. Thunder has Spoken (4:48)
3. One day (4:09)

4. In the Wilderness (4:05)

5. Soaring On (4:23)

6. Let us now Make Love (4:39)

7. Scene of the Crime (5:13)

8. End of the Road (6:21)
9. Exit (0:57)
10. Stagnation [bonus track] (8:34)


Formazione:
Simone Rossetti - voce
Giorgio Gabriel - chitarre
Guglielmo Mariotti - basso
Valerio De Vittorio - tastiere
Marco Fabbri – batteria


 SITO:

domenica 2 settembre 2012

Sarah Cogni - I PASSI SUL SENTIERO


Negli ultimi frammenti di vacanza estiva ho scoperto casualmente che Sarah Cogni ama scrivere, passione comune a molti, ma tra i buoni intenti e il risultato finale può esserci a volte un grande gap. In quel veloce scambio di battute trovavo giustificazione al fatto che è facile dare sfogo a passioni giovanili - magari latenti per lustri - quando si raggiunge una certa maturità e cadono le inibizioni e i pudori, anzi, si trova piacere nel mettersi a nudo. Sarah non è in questa situazione essendo molto giovane, ma rientra comunque nella categoria di persone, neanche troppo rara, che trova il tempo per seminare e coltivare terreni alternativi a quelli quotidiani, istituzionali, obbligatori, e lo fa con grande perizia e talento, e credo che nessun lettore occasionale potrebbe avvicinarsi a ‘I passi sul sentiero e, a fine lettura, immaginare che ha appena terminato di leggere un’opera prima, scritta nei ritagli di tempo, da una donna che nella vita fa tutt’altro che scrivere per vivere: il libro è scritto meravigliosamente bene, la narrazione è coinvolgente, gli argomenti estremamente seri e, cosa molto importante, arrivati alla fine si vorrebbero avere a disposizione molte altre pagine. Ed è proprio ricordando le ultime righe che mi riallaccio al mio felice status di uomo che si commuove e non disdegna di sottolinearlo: qualche lacrimuccia è scappata anche a me.
Il romanzo di Sarah Cogni è ambientato in un mondo che sembrerebbe far  parte del suo DNA, ma che lei stessa confessa di conoscere da poco tempo, ma da cui è stata stregata, quella provincia cuneese che si focalizza nelle montagne frabosane, cariche di fascino e di significativi attimi di vita.
Verrebbe da pensare che il secolo di storia sviscerato nel libro sia il frutto di racconti tramandati da padre in figlio, sino ai giorni nostri, ma è questo un caso particolare in cui l’innamoramento per una località di villeggiatura spinge a sviscerarne gli accadimenti antichi, attraverso il confronto con occasionali uomini del luogo e  con largo uso dell’immaginazione che unisce la realtà a momenti di vita che appartengono a tutti, qualunque sia la regione in cui si vive.
Questo continuo link tra passato e presente non abbandona mai nel corso della lettura, e porta alla comprensione di importanti scelte di vita che sono oggi all’ordine del giorno, che comportano  esodi un tempo impensabili, che spingono ad abbandonare la città toccando la periferia, alla ricerca di una dimensione che prevede al primo posto la qualità della vita, che inducono ad una esistenza più riservata senza che ci sia qualche guerra che ne condiziona le scelte.
Ed è proprio la guerra che modificherà le vite di Angela, Maddalena, Dora, Emma, e tutti i personaggi creati dall’autrice.
Mi sono trovato, in questi giorni, di fronte alla tomba di famiglia di mia moglie, e assieme abbiamo cercato la prima e l’ultima data, osservando come tra le due lo spazio temporale fosse di 150 anni. Davanti a noi un’altra storia, un altro potenziale romanzo, come milioni di altri se ne potrebbero scrivere, perché in due metri quadrati di tomba sono comprese tutte le vicissitudini che Sarah Cogni racconta, ma la triste osservazione è che i drammi che trasformano le esistenze di Lena e Lorenzo sono un elemento comune ad ogni famiglia, anche quando ufficialmente non si è all’interno di un conflitto armato. La guerra narrata nel book è lo strumento che amplifica a dismisura le situazioni precarie che falcidiano i gruppi familiari ed è questa una insana continuità a cui purtroppo ci siamo abituati.
Nell’intervista a seguire emerge come un obiettivo della scrittrice fosse quello di analizzare la condizione femminile nel corso dei due grandi conflitti mondiali, e le donne di Sarah sono esempi di forza, di bontà, di onestà, di senso del dovere e della famiglia, di semplicità, di generosità. Da Angela a Maddalena - madre e figlia -  sino a Dora, assi portanti dell’evoluzione nel tempo, passando per figure di minore apparizione ma significative, come Caterina, si percorrono i decenni, che da felici diventano invivibili, sino al raggiungimento di un certa serenità che lascia intravedere un futuro meno nero. E cento anni fa, come accade tutt’oggi, sono loro, le donne, il perno attorno il quale tutto ruota, una sorta di fulcro che permette il raggiungimento degli equilibri, soprattutto nei momenti di sventura.
Ma attraverso la descrizione e la caratterizzazione delle figure femminili, Sarah riesce a mettere in risalto l’universo umano in toto, fornendo dignità estrema all’uomo di casa, al combattente, ad un particolare avversario, allo stolto che si ravvede e trova la forza di compiere un gesto nobile, seppur l’ultimo della sua vita.
Frabosa, Mondovì, Cuneo, Villanova, Genova, Savona, New York… tanta la strada percorsa da Sarah Cogni, tanti gli incastri  e i colpi di scena, tra partigiani, aguzzini e infaticabili contadini; tanta la rabbia e la commozione provocata dalla lettura, con la scoperta, pagina dopo pagina, di una completa immedesimazione e di una totale identità con il susseguirsi delle vicende, riuscendo a vedere, attraverso Giusi, la maestra del 2012, una montagna attuale piena di neve e di raschera, così come appare a chi bazzica oggigiorno quei luoghi per ritrovare se stesso.
Una grande sorpresa ‘I passi sul sentiero’, una grande sorpresa Sarah Cogni, che ora non potrà lasciarci per molto senza un secondo atto.



L’INTERVISTA

Come ti sei avvicinata al tuo primo romanzo… come nasce la tua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura nasce parecchi anni fa quando, ragazzina delle superiori, mi dilettavo a scrivere piccole storie o romanzetti stile “Teenager”, che, riletti ora, mi fanno sorridere... Ho sempre desiderato scrivere un romanzo “importante” che raccontasse della vita delle donne durante i due Conflitti Mondiali ed ho cominciato a documentarmi, interessandomi soprattutto alla condizione della comunità contadina piemontese... da lì il passo a creare uno e poi molti altri personaggi che potessero dar voce a ciò che avevo da raccontare è stato breve...

Quanto c’è di personale nelle storie che hai raccontato… sono il frutto della ricerca nell’ambito della tua sfera familiare o i personaggi sono stati ‘elaborati’ dalla tua fantasia?

Di personale... nulla. Ogni personaggio ed ogni storia sono stati frutto della mia fantasia. Certamente, certe situazioni sono state ispirate a fatti accaduti realmente ma ogni protagonista con la sua storia è semplicemente nato dalla mia immaginazione.

E’ palese il tuo amore per particolari zone montane del Piemonte. Sono radici antiche quelle che ti legano a Frabosa e dintorni?

Non ci crederai, ma non ho alcun legame antico con Frabosa se non quello che definirei un “colpo di fulmine” scoccato quando, da fidanzati, mio marito mi ci ha portato d'estate. Ho amato subito Frabosa, in ogni stagione, in particolare in quei periodi di pace in cui puoi camminare per un sentiero e stare ore dalla finestra senza sentire altro che un trattore lontano, un taglia erba al lavoro od un contadino intento a spaccar legna... A volte solo un fruscio di foglie e nient'altro. Ho subito desiderato saperne di più ed ho letto tutto ciò che fosse disponibile per scoprirne la storia, le vicende passate. E, a parer mio, Frabosa parla ancora della sua storia, dei suoi eroi, di un passato lontano che, solo passando accanto ad una vecchia borgata diroccata, solo incontrando un anziano contadino piegato a falciar l'erba, cotto dal sole od un malgaro che incurante del tempo che scorre si inerpica su per i pascoli, è improvvisamente lì vicino a noi. Per me, è così.

Quanto tempo è passato dal parto dell’idea alla pubblicazione del libro?

Ho cominciato a scrivere il libro (compresa una seconda parte che sto parzialmente “ristrutturando”) nell'estate del 2009 e mi sono decisa a pubblicare I passi sul sentiero a giugno di quest'anno. E' nato come un mio bisogno di raccontare certi fatti ma, strada facendo, mi sono affezionata ad ogni mio personaggio, trovandomi a pensarci anche nei momenti più improbabili e ad appuntarmi mentalmente l'idea per una nuova storia... E via via è diventato sempre più corposo finché, sostenuta soprattutto da mio marito, ho deciso di pubblicarlo... Direi che le opinioni ricevute hanno di gran lunga superato le mie più rosee aspettative e già sono stata ripagata del mio lavoro...

Come sei riuscita a coniugare la tua impegnativa vita familiare con quello che, almeno al momento, si può considerare un hobby?

Nei pomeriggi estivi in cui i bambini, ancora piccoli, riposavano; e nei pomeriggi invernali quando si rientrava a casa; o, ancora, nei ritagli di tempo che riuscivo a trovare... “Mamma stai scrivendo il libro?” A volte mi chiedevano. E alla mia risposta affermativa aspettavano pazienti perché, alla fine, avrei recuperato un po' del tempo rubato loro. E grazie a mio marito che non mi ha mai rimproverato di perder del tempo ma mi ha sempre incoraggiato a portare a termine un mio progetto. Ma devo dire che quando abbiamo pubblicato ed ordinato la stampa, a notte inoltrata,della mia prima copia beh, tutti in casa hanno tirato un bel sospiro di sollievo: era finita!

Hai mai pensato che potresti dedicarti a tempo pieno alla scrittura?

Non chiederei di meglio ma so che potrà essere solo un meraviglioso hobby. A cui dedico molte energie, certo, ed a cui penso spesso per cercare nuove idee, nuovi personaggi di cui raccontare... ma solo un passatempo tra il mio lavoro di insegnante di Scuola dell'Infanzia e la mia famiglia.

La fine del romanzo lascia un vuoto che, come accade alla maestra di Mondagnola, si vorrebbe riempire. Ci sarà un seguito a ‘I passi sul sentiero’?

Come ho già detto, sì, ci sarà un seguito che sto rielaborando e che spero di poter concludere al più presto.

sabato 1 settembre 2012

Marco Manfreddi... un piccolo ricordo...


Marco Manfreddi e Glenn Cornick a Novi Ligure, convention del 2006

Ho appena appreso la notizia della prematura dipartita di Marco Manfreddi, amante della musica di qualità e, soprattutto, tulliano DOC, presente in ITULLIANS, JETHRO’S FRIENDS e assiduo frequentatore dei concerti di Anderson e soci.
Mi esprimo sempre in termini positivi quando parlo dell’ambiente che avvolge la “mia musica”, sicuro di aver trovato dei buoni e fidati amici, o meglio, cari conoscenti… sempre le stesse facce con cui condividere momenti sereni, che sono sempre merce rare e quindi non si dimenticano più.
In questo mondo spesso solo virtuale, dove una passione comune può portare a conoscenze approfondite senza alcun incontro fisico, ero entrato in contatto con Marco, non so in quale occasione, ma il fatto che avesse un’edicola a Mondovì, cittadina vicina al mio luogo di vacanze,  aveva alimentato qualche chiacchierata non solo musicale; però, ogni volta che mi ero recato davanti al suo posto di lavoro, per un motivo o per l’altro, non lo avevo trovato.
Passammo un po’ di tempo assieme ad Alessandria, nel 2008, in occasione della convention del quarantennale. Lui mi presentò il suo inseparabile figlio Jacopo, giovanissimo, ma già col marchio indelebile che contraddistingue chi viene toccato da quel sacro fuoco che è la MUSICA, quella sorta di fissazione che rimane appiccicata per sempre e che spesso è oggetto di critiche da parte di chi, poveretto lui, non riesce a capire.
Avevo con me qualche spilletta con immagini dei J.T., comprate per pochi euro in rete, e lui la notò subito, quasi fosse un cimelio di grande valore.
Gliene feci scegliere una, mentre Marco guardava divertito: anche un piccolo cadeau può avere grande importanza agli occhi di un giovane “puro”.
Da allora ci ritrovammo in diversi concerti, quegli eventi in cui basta guardarsi attorno e si scorgono facce conosciute. Rimanemmo anche in contatto sul web, ed era proprio dalle pagine di FB che ci davamo appuntamento, ritrovandoci ad ogni occasione “tullica”.
L’ultima volta mi pare fosse ad Alba, il 15 ottobre scorso, una nuova manifestazione targata JETJRO’S FRIENDS. Sapendo di ritrovare Jacopo portai un portachiavi con l’immagine di Ian, promessa da tempo. Marco mi aveva detto:” … guarda che se gli prometti qualcosa lui non dimentica più!”
Ecco la mia ultima volta con Marco, ancora sorridente per la semplice e genuina soddisfazione del figlio, contento per un pezzo di latta colorato, per lui più importante di qualsiasi gioco della Play Station.
Marco se ne è andato prematuramente, ma Jacopo, ne sono certo, continuerà a coltivare le sue passioni e lo ritroveremo spesso nei nostri raduni da… fanatici. E la sua presenza garantirà la continuità e sarà come se niente fosse cambiato, mentre Marco continuerà a sorridere, ascoltando la sua musica e guardando il suo ragazzo… con grande, enorme,  soddisfazione.