mercoledì 7 settembre 2016

Ricordando Keith Moon...



38 anni fa moriva Keith Moon, leggendario batterista di The Who: era il 7 settembre del 1978.
Nel 2007 ho visto il loro concerto di Verona, con Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, alla batteria.
Fantastico Zak, ma come dice Pete Townshend :“Zak non è Keith, per molti versi è meglio, ma non è lui ”.
Ho sempre immaginato il mitico provino a lui concesso dagli Who (allora Detours) già esistenti, dove con grande spavalderia si esibiva devastando lo strumento e convincendo tutti che era la persona giusta per riempire il vuoto lasciato dal batterista precedente.
Lo voglio ricordare oggi e per farlo utilizzo un sunto di quanto “rubato” nel sito “Drum Club”, portale dedicato alla batteria.
Il seguente articolo è tratto da Psycodrummer, una rubrica ideata per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali, ma anche umani e biografici dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito.

Per il mondo della musica rock, Keith Moon non è solo il celebre “batterista pazzo” degli Who, scomparso a causa di una morte prematura.
Sul suo conto circolano ancora oggi numerose leggende al confine tra mito e realtà, molte delle quali alimentate dagli aneddoti fantasiosi riportati dallo stesso Moon.
Un personaggio esplosivo, nato per essere una rock star, un attore, una celebrità, un intrattenitore indiscusso.
Ma quale volto si nascondeva oltre la maschera del clown? E chi era realmente l’uomo dietro ai tamburi degli Who?
Nato il 23 agosto 1946, sotto il segno del Leone, Keith Moon cresce a Wembley, il sobborgo più conosciuto di Londra, in una famiglia benestante ed unita. Anche se trascorre l’infanzia in un ambiente protetto e amorevole (è molto legato alla madre), il piccolo Keith dimostra un temperamento impetuoso e inquieto sin dai primi anni di scuola. Un suo vecchio compagno di classe confessa: “A quei tempi non avrei mai pensato ... "un giorno questo ragazzo diverrà famoso", ma credevo piuttosto che prima o poi sarebbe finito in prigione, perché era sempre coinvolto in tutte le risse”.
In realtà, la costante agitazione e irrequietezza di Keith sono tipici indicatori di iperattività, un problema che lo accompagna attraverso l’infanzia e l’adolescenza.
I problemi di Keith adulto possono leggersi come le conseguenze di un’iperattività infantile non curata; questi disturbi lo portano alla depressione, all’abuso di alcool e droghe, a comportamenti antisociali e violenti e all’instabilità psicologica (Borderline Personality Disorder).
Su suggerimento medico i genitori decidono di distrarre il ragazzo con la musica.
Lo iscrivono alla banda, dove gli viene affidata la tromba; lo strumento non sembra il più adatto per il ragazzo irrequieto, del tutto mancante della pazienza necessaria per esercitarsi.
I musicisti della banda non gradiscono particolarmente le ilari improvvisazioni di un giovane Moon alla tromba, così: “Mi diedero dei soldi per andarmene” - racconta il batterista con ironia - “e fu lì che scoprii per la prima volta che grazie alla musica si poteva guadagnare del denaro!”.
Gerry Evans è un amico d’infanzia di Keith, vive nel suo stesso quartiere e lavora presso un negozio di musica. E’ un batterista, ed un giorno gli propone di provare il suo drum set. Gerry rilascia una vivida testimonianza di quella occasione: “Non aveva mai suonato la batteria e voleva essere subito come Buddy Rich e Louis Bellson: era come vedere un folle libero dietro ai tamburi. Non aveva nessuna idea di quello che suonava. In pratica colpiva tutto quello che gli capitava a segno, producendo un gran frastuono. Era orribile. Cercai di fermarlo ed insegnargli qualche rudimento, qualche paradiddle, ma era come parlare ad un pazzo. Voleva solo fare un gran casino. Pensai tra me e me che non sarebbe mai diventato un batterista, figuriamoci un batterista professionista”.
Nondimeno, Keith Moon, il ragazzino squilibrato cacciato da scuola a 15 anni, trova quel giorno la sua ragione di vita: suonare la batteria e diventare una rock star.
Si fa acquistare un drum set dai genitori, suona come un pazzo in garage e prende saltuari lezioni da Carlo Little, il potente batterista di Screaming Lord Sutch.
Il suo primo gruppo sono i Beachcombers, e propongono un repertorio di classici rock’n roll e surf.
Quando viene a sapere che i Detours, la formazione emergente più in vista nei club della nascente cultura mod di Londra, sono alla ricerca di un batterista, si presenta ai provini con un vestito sgargiante laminato in oro.
Per nulla intimidito dalla differenza di età (è più giovane di 3 anni rispetto al resto del gruppo), suona con quella violenza, spavalderia ed energia che, negli anni, sarebbero divenute il suo marchio di fabbrica.
Alla fine dell’audizione il pedale della gran cassa è rotto e l’asta di un piatto è rovesciata.
Non è ancora entrato nel gruppo e già ha provocato dei danni. I ragazzi lo confermano per i futuri concerti.
E’ l’inizio della leggenda della band chiamata “The Who”.
Gli Who raggiungono il successo con il singolo “My Generation”, nel quale cantano “Spero di morire prima di diventare vecchio”, profezia che Keith Moon seguirà alla lettera.
Le esibizioni del gruppo sono celebri per intensità e volume.
Townshend e compagni sono i primi a distruggere gli strumenti al termine dei concerti.
Il più delle volte un indiavolato Moon getta i suoi tamburi - grancassa compresa - tra la folla.
Gli Who inaugurano anche lo stile di vita delle rock star, in particolar modo durante le tournèe negli States, dove distruggono le camere degli alberghi in cui alloggiano, tanto che vengono banditi a vita dalla catena di hotel “Holiday Inn”.
Proprio Moon si dimostra il più scatenato dei quattro, e si rende protagonista di numerosi esperimenti con delle bombe esplosive.
La leggenda narra anche di una Rolls Royce guidata dal batterista fin dentro alla piscina di un hotel, durante il party del suo ventunesimo compleanno.
Keith diventa presto celebre per i suoi travestimenti, per le bravate e per i continui eccessi: stringe un’intensa amicizia con i Beatles - specialmente con Ringo Starr – e, per la sua natura scherzosa, viene affettuosamente soprannominato “Moon The Loon”.


Durante gli anni del successo, Keith non riesce a vivere lontano dalla batteria e dagli Who.
Per sua natura, si rifiuta di fare esercizio sullo strumento in luoghi che non siano il palco, la sala prove o lo studio di registrazione.
Nelle sue ville sono parcheggiate decine di automobili costose (anche se lui non ha la patente di guida), ci sono giochi e intrattenimenti d’ogni genere, si trovano droghe ed alcolici in abbondanza; ma non c’è una batteria montata.
Per lui la batteria va suonata solo in compagnia: odia studiare o suonare da solo, così i lunghi periodi in cui gli Who non si trovano in tournèe si dimostrano devastanti per il suo allenamento e per la sua forma fisica.
I lunghi show di due ore e più, infatti, nei quali Keith brucia le tossine e suda abbondantemente (fino a perdere 3 kg per volta), sono per lui una vera e propria palestra, che gli consentono di sostenere il ritmo di vita devastante costituito da party notturni e infiniti drink.
L’ombra dell’alcolismo minaccia la vita del ragazzo terribile.
Nella storia di ogni rock star morta giovane, esiste un episodio o un momento cruciale in cui l’ingranaggio del successo si rivolta contro il suo beneficiario, e determina l’inizio di un lento declino verso il baratro della distruzione.
Per Keith, questo avvenimento è rappresentato dalla tragica morte del suo autista ed assistente personale, Neil Boland.
E’ lo stesso batterista ad ucciderlo involontariamente - investendolo maldestramente con la sua lussuosa Bentley - nel tentativo di portarsi fuori da una cerchia di teppisti infuriati e minacciosi.
L’episodio fatale getta sull’animo di Keith - già provato dall’alcool e dalle numerose turbe psichiche - un senso di colpa opprimente e un’ombra di depressione e solitudine che resteranno sempre lontani dalla sua immagine pubblica, ma che saranno evidenti alle persone che gli staranno vicine fino alla sua scomparsa.
In seguito all’interessamento di alcuni medici, lo stato psichico di Moon viene definito “un caso limite di personalità disturbata” (Borderline Personality Disorder).
Questa particolare condizione psicologica, definita dallo psichiatra Adolph Stern nel 1938, designa un paziente che non solo è al limite tra sanità e malattia di mente, ma si trova anche al confine tra neurosi e psicosi.
Senza dubbio le sue relazioni con le persone attorno a lui sono instabili ed intense, caratterizzate da un’alternanza estrema di idealizzazione e svalutazione; più volte tenta il suicidio (in più di un’occasione si taglia i polsi per attirare l’attenzione dei suoi amici); è notoriamente insicuro e afflitto dalla paura di restare solo; è soggetto a scoppi di rabbia incontrollabile e a frequenti periodi di dissociazione.
Kim Kerrigan, che sposa il batterista nel 1966, quando lui ha 19 anni e lei solo 17 (ed è già incinta della figlia Mandy) è una delle poche persone che può dire di avere conosciuto a fondo tutte le diverse personalità di Keith Moon.



Le sue insicurezze di fondo e la sua paura di essere tradito e di restare solo, si manifestano in una forma di assoluta gelosia nei confronti della bellissima moglie, che nel corso degli anni deve anche fare i conti con i suoi violenti attacchi d’ira. “Quando mi innamorai di lui” - ricorda Kim - “Keith era dolcissimo e gentile, spiritoso e affettuoso. Con il passare degli anni, e con il sorgere del problema della dipendenza dall’alcool, il marito e il padre tenero divennero una persona violenta e gelosa. Quando Keith era sobrio, rivedevo in lui la persona di cui mi ero innamorata, ma quando beveva si trasformava in una sorta di mostro”.
Dopo liti furiose, tre nasi rotti e riconciliazioni varie, Kim progetta una fuga da casa (portando con sé la figlia Mandy) quando Keith arriva a minacciarla con un’arma da fuoco, mentre spara in aria e la insegue con gli “occhi insani di un assassino”.
Nel frattempo, la progressione di Moon nel consumo di alcool raggiunge un punto di svolta, passando dall’abuso alla dipendenza.
Nel 1972 consuma due bottiglie di champagne e due bottiglie di brandy al giorno - spesso anche di più - e comincia a miscelare questi due liquori nello stesso bicchiere. Dimostra anche uno dei più gravi segni di dipendenza dall’alcool, il bisogno di cominciare la giornata con un drink.
Gli anni successivi lo vedono impegnato nella lotta contro la bottiglia: nella sua vita si alternano periodi di forzata sobrietà (con ricoveri in cliniche ed ospedali) e periodi di decadenza ed abusi.
Durante la sua residenza in California, nel 1975, dove registra un fallimentare album solista (“Two Sides Of The Moon”) e dove abita insieme alla nuova fidanzata Annette Walter Lax in una casa sull’oceano, Keith sviluppa anche la dipendenza dalla cocaina.
Proprio quando il batterista, ormai gonfio ed irriconoscibile, decide di dare una svolta definitiva al suo alcolismo, un incidente spezza la sua esistenza a metà.
A stroncarlo sono - per assurdo - proprio dei farmaci prescritti per curare la dipendenza dall’alcool.

Ultima sera



Egli ingerisce in quantità eccessiva delle pastiglie di chlormethiazole, assumendone una manciata in seguito ad un pasto notturno a base di carne e brandy. La morte lo coglie nel sonno il 6 settembre del 1978, all’età di 32 anni.



Keith Moon è passato alla storia per il suo stile unico e indisciplinato, manifestazione della sua personalità deviata e non di tecnica batteristica. Un drumming istintivo, del tutto mancante di chiarezza e coesione, eppure esplosivo, energico e soprattutto inimitabile.
Tanto che, dopo la sua scomparsa, neppure Kenny Jones, Simon Phillips e Zak Starkey (il figlio di Ringo Starr) riusciranno a rimpiazzarlo compiutamente.
Nella sua follia, è un incredibile precursore: già sul finire degli anni ’60, Keith inaugura la mania dei drum set customizzati e personalizzati, pieni di piatti e tamburi.
Adotta la doppia cassa per ripicca nei confronti di un batterista che, in tournèe, esibisce un kit più grande del suo. Abolisce del tutto l’utilizzo dell’hi-hat (fatta eccezione per le registrazioni in studio) e, dal vivo, lo rimpiazza con un crash.
Ogni cosa eseguita da Moon è rivolta al fine di divertire ed intrattenere: dal vivo cattura l’attenzione su di sé e, come un abile alchimista, trasforma la sua incontenibile energia in ottima musica. Suona in piedi, gira le bacchette nelle mani e le lancia in aria, oppure si piega all’indietro sul seggiolino fino a novanta gradi, ancorandosi con le gambe alle casse.
I concerti degli Who sono il suo show personale. Il suo volto è una smorfia continua: linguacce, occhi sbarrati, espressioni da pazzo scatenato.
E poi…entra in apnea e parte in uno di quei suoi irripetibili e continui rulli orchestrali.
Nessuno sa ancora come riuscisse a suonare timpani, piatti, tom e rullante in un solo passaggio.
Quando, a metà degli anni settanta, Zak, il figlio di Ringo, gli chiede indicazioni su come suonare un tipico ed elaborato fill “alla Keith Moon” sul suo piccolo set con soli due tom, Keith risponde regalando al ragazzo uno dei suoi immensi drum set con mille tamburi, dicendo: “Suonali tutti in un passaggio e vedrai”.

Zak Starkey ricorda così il suo eccezionale maestro: “Era assolutamente a corto di tecnica e suonava completamente ad orecchio. Non sapeva cosa fosse un paradiddle, ma quando era in forma lasciava tutti a bocca aperta. Normalmente devi prima conoscere le regole per poi poterle infrangere. Bhe, non credo che Keith abbia mai imparato le regole, ma continuava a farle a pezzi”.
Ricorda John Entwistle, bassista degli Who recentemente scomparso: “Keith non teneva il tempo particolarmente bene” - osservando come, suonando il basso accompagnato da lui - “dovessi spesso stabilire una media tra quel che suonava con la cassa e quello che faceva sul resto del kit per comprendere il suo tempo. Se si sentiva depresso le canzoni suonavano lente, se era eccitato le canzoni erano velocissime”.
"Era eccezionale” - conclude Entwistle - “ma credo che lo sarebbe stato ancora di più se solo si fosse seduto dietro ai tamburi ed avesse dato più corda al suo talento. Ma lui non ha mai provato a chiedersi perché fosse così bravo. Era solo un batterista naturale”.

C’è una lezione che i batteristi possono assimilare dai vari aspetti della vita di Keith Moon?
Possiamo forse azzardare un “elogio alla follia”, una lode alla travolgente carica di entusiasmo e talento che in Moon prendeva il sopravvento sulla tecnica e sulla disciplina.
In un’era di drum machines, metodi didattici, batterie campionate e session man con caratteristiche seriali, la speranza è che qualche giovane drummer possa raccogliere anche solo un briciolo della sua eredità e, a distanza di quarant’anni, dimostri l’attitudine e la pazzia necessarie ad infrangere tutte le regole..

Ancora una volta, nel nome di Keith Moon.





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