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lunedì 25 giugno 2012

NichelOdeon-"No"

 
 
 
E’ nato non richiede i vostri soldi, solo la vostra attenzione…
Esordisce con questa affermazione Claudio Milano, leader dei NichelOdeon che propongono l’album dal vivo “NO”, realizzato al Bloom di Mezzago nel dicembre scorso.
Una mezz’ora di musica elettrica, una sorta di momento di liberazione e di deviazione, rispetto al passato.
I progetti di Milano sono sempre un passo avanti, alla ricerca della purezza di espressione, tra sperimentazione e rispetto della tradizione. Mai banale, sicuramente non facile da metabolizzare, ma con punte di genialità che lo collocano tra i musicisti di maggior livello.
Un album che fornisce nuovi spunti per chi conosce il lavoro pregresso dei NichelOdeon e che Milano definisce così:
Sintesi e urgenza espressiva. Un suono diretto, elettrico e aggressivo, per un dischetto di soli 30 minuti che condensa le migliori melodie della band in una performance live energica e passionale. Non più archi, fiati e strumenti etnici a guidare l'immaginazione, ma batteria, basso elettrico, chitarre, laptop a muovere i piedi. Un nuovo corso che non mancherà di sorprendere.
Dopo il composto recital psichedelico di "Cinemanemico" e l'espansione formale sui generis di "Il gioco del silenzio" e "Come sta Annie? DVD", questo è "praggressive rock"! 
Gratuitamente in free download (FLAC) dal 10 Giugno su 
www.claudiomilano.it e poi su www.clinicalarchives.spyw.com. 

L'artwork è questa volta a cura dell'artista Marco Bettagno. 
Per chi non ha paura di donarsi senza svendersi.

Audio links: 
http://soundcloud.com/nichelodeon/nichelodeon-apnea-powerful
http://soundcloud.com/nichelodeon/nichelodeon-fiaba-live-at


mercoledì 6 ottobre 2010

Nichelodeon-"Il gioco del silenzio"


Musica da vedere, immagini da ascoltare”, questa la frase conclusiva della cartella stampa che anticipa l’uscita de “Il gioco del silenzio”, secondo album dei Nichelodeon.
Nelle prossime righe dovrebbe emergere il motivo della mia sottolineatura iniziale.
Confesso di essere in difficoltà, combattuto tra il tentativo di dare un taglio rigido, professionale, schematico alle mie considerazioni, e il … lasciarmi andare.
Lasciarsi andare è quello che Claudio Milano e i Nichelodeon fanno, perché la prima sensazione che ho avuto è quella di una piena libertà di movimento, alla faccia di ogni regola e di ogni codifica.
Le regole esistono e il filo conduttore anche, non vi è dubbio, ma la varietà e la qualità di espressione che ho percepito hanno fatto si che le “immagini provenienti dall’ascolto”, e la “musica che ho visto con i miei occhi”, mi portassero in un viaggio nella memoria ricco di tappe intermedie.
Credo che questa sia una funzione importante e insostituibile della musica, e se nel mio caso “Il gioco del silenzio” risveglia pillole significative di passato, ad ascoltatori differenti per cultura, età o predisposizione, potrebbe innescare sentimenti contrapposti, ma in tutti casi è bandita l’indifferenza, se esiste sensibilità d’animo.
Nelle mie mani, oltre all’album, un DVD,Come sta Annie? Twin Peaks 20th anniversary show”, dove il gruppo si esibisce dal vivo e dove viene musicata l’ultima puntata della celebre serie di David Lynch, Twin Peaks:

La visione del DVD può avermi condizionato perché ho scoperto immediatamente ciò che forse avrebbe avuto bisogno di maggior ascolto, se avessi utilizzato il solo l’album, e ora non riesco a separare i due formati tendendo a considerarli un’unica entità.
I Nichelodeon che ho percepito al primo impatto sono anche musica, anche teatro, anche divertimento, anche rigore, anche sperimentazione, anche gioia di vivere, anche esibizionismo, anche scultura, anche pittura, anche fotografia, anche… molto altro.
La prima cosa che ho pensato è che se una proposta del genere fosse nata quarant’anni prima, magari oltreoceano, avrebbe avuto enorme seguito diventando un must, magari accanto a Warhol e alla sua Factory.
In questo preciso contesto e momento storico, invece, è prodotto di nicchia e non so se questo possa essere motivo di orgoglio o di rammarico.
Nel viaggio a ritroso, condotto per mano dalla ”globalità” di Nichelodeon, sono arrivato alle mie origini, a quando la mia band di adolescenti, facendosi forte dei quattro accordi noti (pochi ma sperimentati), si tuffava in un concept , “La Creazione” (del mondo) che prevedeva l’unione della musica alle immagini che un vecchio proiettore lanciava su un muro immacolato. La necessità di unire ciò che si sente a ciò che si vede viene dilatata da Milano e soci che, tra azione ludica e drammatica, sfruttano corpo, cuore e mente per coinvolgere e coinvolgersi.
La parte prettamente musicale è qualcosa che mi appartiene profondamente perché mi riporta al mio primo concerto, a Hammill, al sax di Dave Jackson, a quelle atmosfere “scure” che hanno caratterizzato la produzione dei Van Der Graaf, gruppo con cui convivo ancora oggi.
Non è mai simpatico fare paragoni, ma molti sono gli elementi che mi rimandano a quelle atmosfere rarefatte, ai giochi di voce dall’oltretomba al cielo, ai “cuori di pedine” che si muovono.
Ma c’è anche melodia, silenzi e fughe vocali, con passaggi dal classico alla tradizione italiana.
Non conosco molti singer, nel mondo musicale che bazzico, che sperimentano le possibilità vocali, e sono sempre la ricerca del timbro giusto (più accattivante) e la dimostrazione di potenza, che determinano i giudizi dell’ascoltatore medio.
Penso che la voce sia uno strumento, alla stregua di una chitarra o una batteria, con la differenza che è … attrezzo naturale. Coltivare una propria caratteristica personale, credo sia di gran lunga superiore (e soddisfacente) che dedicarsi a “creature di altri”, e in questo senso vedo Claudio Milano un degno prosecutore del’impegno di Demetrio Stratos. La sua sperimentazione (è tale per me, ma è forse la norma per Claudio) mi è sembrata “parte della trama” e non bella mostra di diversità (rispetto al comune modo di esprimersi) o esercizio di bravura.
Insomma, questi esperti e attenti musicisti mi hanno dato l’impressione di giocare per costruire, di essere maturi nonostante la giovinezza (mi riferisco all’esperienza comune dei Nichelodeon, e non all’età o agli anni di lavoro alle spalle).



I brani dell’album sono dodici e sono forniti di liriche, riportate anche in inglese nell’opuscolo che accompagna il CD.
Ho letto che Claudio Milano ha la sensazione di creare delle canzoni e stop.
Le canzoni, nell’intendimento comune hanno dei testi.
I testi, nel mio intendimento non sono necessari in determinati contesti.
Ho trovato ermetiche le parole de “Il gioco del silenzio”, e credo che sia in ogni caso difficilissimo entrare in sintonia (comprendere esattamente il pensiero) con un autore che, esprimendosi liberamente, gioca con le parole.
Sarei rimasto colpito da queste”canzoni” anche senza testi, con la sola voce come strumento aggiunto (o principale), ma… “ se le liriche esistono devono avere un significato” (parole di Milano) e quindi spazio anche alla poesia (considero ogni canzone cantata una poesia in musica).
Che cosa potrebbe essere questo se non un attimo catartico!

(di Damiana Mele da "S'i fossi foco" di Cecco Angiolieri)

SE
Se io fossi l’anima leggerei l’anima del prossimo.
Se fossi gioco giocherei con il prossimo;
se fossi morto mi odierei,
se fossi fuoco mi brucerei le gambe,
ma se fossi vita andrei avanti a vivere.
Valenti e importanti musicisti accompagnano Milano e molti sono gli ospiti:

Il feeling generale mi fa pensare che chiunque entri in questa comune, in questo negozio da artigiano, condividendone l’obiettivo, riesca a dare un grande contributo per il raggiungimento del risultato finale.
Un specie di squadra vincente che, attraverso il gioco a zona, riduce l’importanza del singolo talento, a favore di un gruppo che vince divertendosi, si esalta giocando al meglio, e non si abbatte per un incidente di percorso.
Ma un gruppo è sempre condotto da un leader, termine assolutamente positivo se considerato nel senso del “conduttore intelligente”.
Claudio Milano mi è sembrata l’anima di tutto il progetto e a lui in primis chiedo scusa per questo mio divagare, con poco ordine, tra i pensieri ed emozioni, provocate dalla tempesta di stimoli derivanti dalle sue “immagini musicali”.
In un mondo in cui si utilizza il termine “globalizzazione” per qualsiasi elemento associato ad altri, il “blocco” riguardante “Il gioco del silenzio/ Come sta Annie? Twin Peaks 20th anniversary show” mi è sembrato l’esperienza artistica globalizzante per antonomasia.

Possibile collocare questa musica in una categoria?
Tutti lo fanno, e spesso con il solo buon desiderio di dare indicazioni e di facilitare le scelte. Io non sono in grado di incasellare i Nichelodeon e il loro lavoro, perché non ho mai sentito/visto niente del genere.
"Invento" un mio contenitore personale, che sovrasta il prog, il pop, il rock, il blues e allo stesso tempo li contiene tutti. E’ il recipiente della buona musica. Non quella universalmente riconosciuta tale da quelli che “se ne intendono”, ma da quelli come me, che se ne infischiano della performance tecnicamente perfetta, ma cercano i brividi sulla pelle.
Non credo che Nichelodeon sia una proposta per tutti e non penso venderanno milioni di dischi (vivere di musica, per chi ama la musica, non é elemento trascurabile), ma forse qualche brivido, ripeto, ai più sensibili, lo faranno venire.
E allora lo scopo sarà stato raggiunto.
Ma forse le mie parole possono essere sostituite dai protagonisti…

mercoledì 9 maggio 2012

Claudio Milano e i suoi molteplici progetti...


E’ davvero fastidioso, nel quotidiano, sentire parlare, a sproposito, di argomenti che non si posseggono: “parlare tanto per parlare, parlarsi addosso e ascoltare con compiacimento la propria voce, o leggere ciò che è uscito dalla propria penna. Questa premessa per dire che, cercando di rientrare nella categoria di quelli che  cadono solo saltuariamente nell’errore appena citato, sono in difficoltà nel parlare del lavoro del mio amico Claudio  Milano. Non l’avrei fatto nemmeno tempo fa, se non mi avesse lui stesso chiesto di esprimermi su “Il gioco del Silenzio”, del suo progetto Nichelodeon:



Le difficoltà sono legate alla complessità delle proposte di Claudio, con linee guida che sono parallele alle mie negli intenti, ma solo occasionalmente toccano terreno comune, come quando, ad esempio, scambiamo ricordi e materiale relativo al condiviso amore per Hammill. E’ questione di cultura specifica, di esperienze e storie personali, per cui se è vero che parliamo di musica, e quindi posso dire la mia a prescindere, è altrettanto vero che l’arte di Claudio Milano richiederebbe analisi approfondite da parte di esperti che… spogliandosi della loro “patente”, potessero unire la qualità intrinseca del musicista al feeling derivante dal puro ascolto. Ne esistono?
Claudio Milano è l’arte fatta persona. Milano è anche sperimentazione spinta all’estremo, e ciò che lui racconta nell’intervista a seguire ha dell’incredibile, e stabilisce distanze infinite rispetto al tradizionale modo di “costruire” musica. Il sacrificio non è quello legato alle ore di registrazione in uno studio, ma è l’ immedesimarsi nella parte, studiarla per mesi, creare le condizioni per cui tutto possa svolgersi secondo i canoni stabiliti, lavorando giorno e notte, anche nel sonno.
Una sorta di metamorfosi alla De Niro in occasione del suo “Racing Bull”, trasformazioni personali che cambiano la vita, mentre il -malato- mondo della musica si interroga preoccupato su chi condurrà il prossimo Festival di Sanremo, tra dieci mesi.
Nel comunicato stampa a fine post sono oggettivamente rappresentate le proposte di Claudio Milano, due CD diversi tra loro, ma decisamente “sperimentali” e non facilmente assimilabili. Occorre essere preparati adeguatamente, sapere realmente di cosa si tratta, il perché si sia arrivati a quel punto, che cosa ha fatto scattare la scintilla, quali sono gli intenti, chi sono i protagonisti. Non è musica di impatto immediato, ma il know out, da cui non si può prescindere in questi casi, è alla base dell’ascolto. Ammesso che io possa essere un rappresentativo e significativo test di prova, oserei dire che possono esistere due differenti risultati da ascolto, il primo “ignorando”, ed il secondo “conoscendo”, e la differenza tra l’avere un guida e il non averla, in questo caso può fare la differenza.
Le descrizioni che Claudio fornisce a seguire sono quindi decisive per entrare in sintonia con lavori articolati, intrisi di test fisici e spirituali le cui risultanti sono una miscela di sensazioni da viaggio temporale, le cui coordinate si possono trovare solo utilizzando i sensi a nostra disposizione, perdendo a volte la coscienza della realtà- gran bella cosa- cercando dentro di sé qualche dejà vu spirituale.
Da leggere, tutto, con estrema attenzione.




L’INTERVISTA

Mi racconti qualcosa di specifico sui due progetti, idee, tempo di realizzazione, obiettivi e … giudizio finale.

Adython è un progetto dalla gestazione assai lunga. Il concept è nato da KasjaNoova, artista belga multimediale che mi ha contatto diversi anni fa su Myspace e mi ha chiesto se potevo essere interessato a tradurre in Italiano e interpretare un misterioso testo con dei deliri della Pizia. Solo qualche anno dopo ho scoperto che il testo non era tratto da alcuna trascrizione greca originale ma era stato scritto dalla stessa Erna in ipnosi autoindotta. La stessa richiesta fatta a me, era stata rivolta a decine di artisti provenienti da tutto il mondo e il fine era quello di realizzare un doppio album e una performance ispirati al progetto. La performance è stata realizzata con un buon riscontro al Mukha Museum of Contemporary Arts in Antwerp, ma l'album non è mai stato pubblicato a causa di controversie con l'etichetta Avachorda. Intanto io avevo realizzato la mia versione con Attila Faravelli e sentivo che si trattava di qualcosa di vitale, che volevo fosse pubblicata e presto.
Sono stato io stesso allora a proporre a Erna (KasjaNoova) di sviluppare il concept con un ulteriore testo e una nuova traccia, alla quale hanno voluto contribuire Alfonso Santimone e Stefano Ferrian che si è proposto anche di fare uscire il disco per la sua dEN records.
Come i testi sono stati scritti con l'ausilio dell'ipnosi, anch'io mi sono sottoposto prima delle incisioni ad un profondo e dolorosissimo processo di ipnosi transizionale, accompagnato all'uso di massicce dosi di benzodiazepine sotto stretta osservazione medica. Prima della incisione con Attila ad esempio, dopo aver studiato a lungo le condizioni in cui vivevano gli oracoli nell'antica Grecia, mi sono costretto ad un processo di immedesimazione durato giorni, costringendomi al buio, con poca acqua e pane, all'ascolto di soundscapes tratti da suoni della terra, delle maree, dei vulcani. Ho tagliato ogni contatto col mondo e mi sono concesso di parlare solo attraverso versi, suoni gutturali, mugugni, sforzandomi di pensare al vuoto in un cilindro metallico. Di notte mi sono sottoposto all'ascolto passivo di musica atonale o dodecafonica prevalentemente per voci, archi, organo, elettronica e una volta in studio, completamente dissociato, ho creato con Attila le condizioni ambientali e scenografiche per entrare nel ruolo alla perfezione, circondato da grossi amplificatori ricoperti di sacchi e teli in plastica, ciotole ricolme di conchiglie, sassolini, semi e cereali che entravano in risonanza con le vibrazioni del suono della voce e dei laptop che provenivano dagli amplificatori, schizzando ovunque per la stanza. In contemporanea registravamo rumori provenienti dalla strada con un sistema di microfonazione e interagivamo con essi. E' stata un'esperienza catartica.
L'obiettivo era quello di creare un ponte tra il teatro vocale estremo di Artaud/Bene/Grotowski, con le più recenti ricerche in campo elettronico, dall'estetica glitch a quella dei laptop, al muro del suono di alcune avanguardie noise nordeuropee. Una musica trascendente, capace di pescare dall'interno e affacciarsi al mondo senza alcuna forma di pudore.
Il giudizio che do al lavoro è “emozionante e perfettamente compiuto”.
Aurelia Aurita del RADIATA 5tet è invece un progetto nato dall'incontro tra Stefano Ferrian, polistrumentista e produttore dall'atteggiamento musicale irruento e iconoclasta e la violoncellista argentina Cecilia Quinteros, musicista provvista di un lirismo e una suadenza nell'approccio al suono del strumento autenticamente invidiabili. A loro si è avvicinato Luca Pissavini, già nei NichelOdeon e ormai uno dei più assidui frequentatori dell'avanguardia jazz noise italiana. Luca è impegnato attualmente in decine di progetti, ma ha vissuto Aurelia Aurita con particolare interesse perchè in esso ha potuto portare appieno la sua poetica radicale, trasmettendo energia e invenzione timbrica e prestando al combo le sue liriche, sagaci e giocose quanto lui è. Io alla voce e Vito Emanuele Galante alla tromba e alla direzione, siamo stati invitati in ruoli diversi. Vito certamente ha avuto la capacità di mitigare certi eccessi, conducendo geometrie radicali ma ben dosate, io di contro ho avuto il ruolo di porre l'accento sul tema del dialogo, perché il mio lavoro partiva principalmente dalla declamazione teatrale della parola cantata. In qualche caso il mio compito è stato quello di funzionare da collante, come in Bile dal Po, Spiralia e (C)Tenophores, che sono gli episodi che preferisco, in qualche altro caso, raro per fortuna, la mia voce suona “troppo fuori” dal resto che costituisce delle linee sonore pollockiane, a dispetto del mio canto che nel cercare una dimensione espressionista, romantica o isterica chiede agli altri qualcosa che gli altri in quel momento non erano in grado di dare, risultando stucchevole. In breve, è un progetto di istant composing, con qualche canovaccio e interventi di conduzione istantanea, in cui si avverte l'isterica giocosità e l'entusiasmo infantile tipico del free jazz noise odierno (Unza!, Improvvisatore Involontario, El Gallo Rojo, la Amirani records di Gianni Mimmo, Setola di Maiale di Stefano Giust), dove spesso il “senso” della conversazione si avverte più che dalla comprensione dei singoli contributi (una volta c'erano i soli dei jazzisti), dall'energia che la conversazione intera riesce a trasmettere. Come una conversazione ad alta voce tra bimbi ubriachi di adrenalina alla fine della quale anche i genitori si sentono felici di “sentire” la loro gioia.
Un disco con picchi in ambo i sensi.

Non avevo mai sentito parlare di KasjaNoova. Come è nata la vostra collaborazione?

Come ho scritto prima, grazie a Myspace. Erna, oltre che musicista è performer, poetessa, artista visiva, realizza degli oggetti in creta e gioielli. Questo il suo sito:
E'una donna, affascinante e misteriosa, bellissima, capace di catalizzare attorno a sé alcune delle energie creative più vitali del suo paese.

Conoscevo in parte la filosofia che muove lo “psicodramma”, ma non lo avevo mai visto realizzato attraverso la musica. Come siete arrivati a questa elaborazione e… chi gioca il ruolo di psicoterapeuta?

A questa elaborazione io ci sono arrivato molti anni fa perché lavoro nel contesto delle artiterapie da una decina d'anni. Avevo già applicato questa tecnica ad una messa in scena di una mia opera teatral-musicale presentata all'Accademia di Belle Arti di Brera nel 2000, come tesi. Con Adython, come detto ho fatto ricorso a autoinduzione ipnotica e sono stato seguito da una psicologa e da una psichiatra. Il percorso di studi con Carola Caruso fondato sulle tecniche di autopercezione sonora e organica tipica del Metodo Funzionale di Gisela Rohmert e la mia vicinanza alle tecniche di meditazione del buddismo mahayana hanno fatto il resto.

Nella tua musica e in quella dei musicisti con cui collabori, o che collaborano con te, ricorre spesso la figura di Demetrio Stratos. E’ ancora l’unico punto di riferimento per chi fa della propria voce uno strumento su cui  e con cui sperimentare?

Assolutamente no, scherzi? E' solo questione di ignoranza. Stratos non è stato neanche l'iniziatore di un certo tipo di percorso, prima di lui ci sono stati Yma Sumac, Tim Buckley, Cathy Berberian, Yoko Ono. Ogni campo della sua ricerca è stato portato poi a soluzioni ben più estreme dal suo maestro Tran Quang Hai, da Renato Miritiello (Renè Mirì), Patrick Fassiotti, Oskar Boldre, Albert Kuvezin, Sainkho Namtchylak, Nusrat Fateh Ali Khan, Giuni Russo (si, proprio lei, andate ad ascoltarvi “Una vipera sarò”, il finale inaudito e tecnicamente inspiegabile di “L'Addio”, “Crisi Metropolitana”, “L'Oracolo di Delfi”, “Sakura”, “Nada Me Turbe” e capirete di cosa sto parlando) e da decine di voci “illuminate”. Nel frattempo molta altra gente ha sviluppato poetiche altrettanto interessanti, Meredith Monk, Joan La Barbara, Diamanda Galas, Dagmar Krause, Catherine Janiaux, Viviane Houle, Phil Minton, Arrington De Dionyso, i sopranisti Aris Christofellis, Angelo Manzotti e Radu Marian, Iva Bittova, la ricerca timbrica estrema di Peter Hammill e Mike Patton (ma anche Geoff Tate), Lauren Newton, Bobby Mc Ferrin e i suoi diretti italiani Albert Hera e Boris Savoldelli, John De Leo, Romina Daniele, Antonella Ruggiero. Questi solo per fare alcuni nomi e la quasi totalità di costoro non sanno o non hanno saputo neanche dell'esistenza del maestro di Alessandria D'Egitto. Questo nulla toglie alla genialità di Stratos, ma è davvero una vergogna che in Italia di tutto questo marasma che si è mosso attorno all'idea di “voce strumento” (termine discutibilissimo perché uno strumento può suonare magnificamente anche solo su un paio di ottave, senza virtuosismi o emissioni inconsuete e basti pensare a Tom Waits, David Sylvian, Mina, Sinead O'Connor, David Bowie, Antony, Nina Simone, Chet Baker, Billie Holiday e quante altre centinaia di meravigliosi strumenti-voce?), si sia salvato un solo nome dagli anni '50 ad oggi. Ci credo poi che appena uno fa un passaggio d'ottava viene paragonato a lui e quindi ecco che Edda, il primo Piero Pelù, Renga, Giuliano Sangiorgi sono tutti “discepoli di Stratos”, a questo punto sarebbe il caso di metterci in mezzo pure Al Bano.....
No Athos, io ho davvero poco a che vedere con lui. Io sono un bass-baritone, lui era un tenore, lui puntava tantissimo sulla perfezione tecnica, cosa che a me interessa molto relativamente, così come il concetto di tecnica come fine (indagato scientificamente) e non come mezzo. Demetrio aveva una irruenza tutta rock, era un gigante, io esibisco la mia vulnerabilità, con sfacciataggine. Stratos ha indagato l'uso delle diplofonie, delle trifonie e del kargyraa con rigore, io ho appena sfiorato l'argomento perché sono molto più preso dalla ricerca dei canali di risonanza dei registri da mezzosoprano, soprano e suoni di fischio, da lui usati con grande parsimonia. A me interessa una teatralità molto espressionista, viscerale, profondamente implosiva che esplode in violenza quanto in momenti puramente meditativi, lui era energia rock allo stato puro. A me interessa l'estremizzazione delle dinamiche e l'estrema duttilità vocale e lui puntava tutto su una potenza devastante. Stratos era un terrorista musicale, un guerriero, io sono un buon paziente per un reparto psichiatrico della mutua, ma non per questo non apprezzo il mio percorso.

Il rumore della poesia, la poesia del rumore”, una sorta di ossimoro che si presta a varie interpretazioni. Qual è la tua?

Ha a che vedere con il valore che attribuisco al dionisiaco nel mio percorso. Vorrei citare Patti Smith “cerco il piacere, cerco i nervi sotto la tua pelle. L'arco stretto; gli strati; la vecchia pergamena. Noi adoriamo l'imperfezione, la pancia, la pancia, il neo sulla pancia di una squisita puttana”. Mi interessa ben poco la bellezza canonica, al limite rimango estasiato dall'ingenuità che alcune persone conservano, la semplicità assoluta, di cristallina bellezza di alcuni  haiku giapponesi. Il lato oscuro delle cose, quello che non si vuole vedere, è sincero quanto almeno lo è l'ingenuità preservata e il rumore sa essere molto più sincero e poetico di molto suono grondante sovrastrutture. Allo stesso modo l'ingenuità preservata che è propria della poesia vera può fare scalpore e richiamare nell'uomo un unico desiderio, quello della violazione, perché l'essere umano è peggio di un virus, ha fame di possesso. Io ho bisogno di risvegliare quanto di più puro ho dentro, partendo dall'incoscienza giocosa che sa guardare il sole per ore con stupore come lo sguardo di un bambino autistico o di un mistico in preda ad estasi, senza farsi male.

Esiste un punto di incontro tra “Adython” e “The Radiata 5tet”?

Labile, le poetiche sono assai diverse.

Quando penso a Claudio Milano mi viene immediatamente in mente musica di estremo impegno, di difficoltà realizzativa e di non certo semplice fruizione. Sai che non amo molto le etichette, ma… prova ad autocollocarti in un dei tanti settori musicali esistenti.

Musica per bambini malati e curiosi.




VIDEO links:
http://www.youtube.com/watch?v=0MxVrTMwemI (con Arrington De Dionyso)

PER L'ACQUISTO:

AUDIO links:


Comunicato stampa


dEN Records, la nuova etichetta di Stefano Ferrian, è felice di annunciare l'uscita di ben 2 nuovi CD con membri di NichelOdeon (Claudio Milano e Luca Pissavini), disponibili dal 27 Gennaio sul sito www.denrecords.eu:

dEN004 Claudio Milano, Erna Franssens aka Kasjanoova "Adython" _ Grandiosa collaborazione tra le piroette vocali di Claudio Milano, attualmente uno dei più interessanti e dotati cantanti italiani, sui testi di Erna Franssens nota anche come Kasjanoova. Il progetto vanta la collaborazione di Attila Faravelli, Alfonso Santimone, fresco del premio InSound come miglior musicista elettronico, e Stefano Ferrian. Il risultato è molto particolare grazie al trattamento istantaneo del suono effettuato da Faravelli sulla traccia "L'Oracolo di Delfi" e Santimone su "Adython". Dark Avantgarde per i fan di Arrington De Dionyso degli Old Time Relijun che ha anche scritto una presentazione del progetto presente all'interno del libretto.

 dEN003 The Radiata 5tet "Aurelia Aurita" _ interessantissimo quintetto nato dalla collaborazione tra Stefano Ferrian e Cecilia Quinteros, violoncellista di Buenos Aires. Ai due si uniscono Claudio Milano e Luca Pissavini, entrambi vincitori dell'Omaggio a Demetrio Stratos con NichelOdeon, e Vito Emanuele Galante alla Tromba. Un progetto in bilico tra avantgarde, improvvisazione ed esperimenti in conduzione istantanea.

http://soundcloud.com/claudio-milano



giovedì 13 gennaio 2011

Luca Olivieri- "Trigenta"




Era il giugno 2009 quando in questo spazio presentavo Luca Olivieri e il suo intenso album  La Quarta Dimensione”. Lo incontro nuovamente in questi giorni per una piacevole chiacchierata dove si è parlato di un presente ricco di soddisfazioni e di nuovi progetti per il futuro.
(Fotografia di Simona De Virgilio)


Ciao Luca! Cosa ti è accaduto di significativo nell’ultimo anno e mezzo?

Ciao Athos, bentrovato! Per un certo periodo ho continuato la promozione de "La Quarta Dimensione", disco che mi ha dato parecchie soddisfazioni in Italia e all'estero; successivamente ho cercato di riordinare un po’ le idee, non solo musicali, così da trovare nuovi stimoli e la voglia di ripartire. Ho voluto raccogliere alcuni spunti compositivi in uno spazio/taccuino che racconti in tempo reale ciò che sto combinando; il risultato, parziale e in continua evoluzione è disponibile a questo link: 


 Naturalmente sono benvenuti commenti e critiche!


Cosa ti ha spinto alla ristampa di “Trigenta”, il tuo primo album pubblicato nel 1996 e da tempo fuori catalogo?


Principalmente è stata la voglia di rendere nuovamente disponibile un disco ormai introvabile e che, forse grazie alla mia attività di tutti questi anni, mi veniva ancora richiesto. E poi è stata la necessità di rimanere al passo con i tempi, distribuendo l’album sui principali digital stores (al prezzo speciale di 5.99 Euro), così da poter essere scaricato in pochi minuti, tendenza ormai consolidata nell'acquisto e fruizione della musica.

A pochi giorni dalla ristampa "Trigenta" si è piazzato nella classifica dei dischi più scaricati su diversi portali di vendita online, tra l'altro subito dietro a personaggi del calibro di Bon Jovi e Zucchero; come spieghi il successo immediato di un disco strumentale come il tuo?


Credo sia un segno dei tempi, negli ultimi anni non è più così strano trovare proposte strumentali che raggiungono un pubblico più ampio. Un tempo c'era Pavarotti o il concerto di Capodanno, ora ci sono Einaudi, Allevi, Bollani oppure interessanti musiche per il cinema. Sicuramente vedere un nome poco conosciuto come il mio per otto giorni consecutivi nella top ten della classifica di vendita on line di tutto il circuito Mondadori fa un po’ effetto... un bell'effetto!


”Trigenta” nasce come colonna sonora di uno spettacolo teatrale (Trigentagramma). Sempre più spesso trovo nuovi artisti e band che non si accontentano della sola proposta musicale ma tendono ad esprimersi attraverso arti differenti (pittura, cinema, teatro), riunite in un unico obiettivo. Cosa pensi di questo tipo di espressione più globale?

Trovo molto interessante questa attitudine, unire diverse discipline è sempre stimolante, permette di allargare le possibilità espressive. Nel mio piccolo ho cercato di approfondire questa sinergia tra le arti, sia realizzando parecchia musica per il teatro che partecipando alla sonorizzazione di pellicole del cinema muto degli anni Venti, suonando dal vivo durante la proiezione. E finalmente anche le case discografiche si sono accorte della multimedialità mettendo sul mercato dischi che sempre più spesso comprendono anche dvd e contenuti interattivi.


Ho scoperto qualche mese fa i Nichelodeon, gruppo con cui collabori da tempo. Se fossi un discografico su quale dei tuoi “colleghi” punteresti oggi, non tanto per un discorso di vendite quanto di qualità della proposta?


Punterei su progetti coraggiosi e un po’ irriverenti proprio come i Nichelodeon, che non hanno mai messo in discussione la loro purezza e coerenza artistica. Un'attitudine che ho trovato anche in altre proposte recenti come ad esempio gli Amor Fou, gruppo che amo molto.


Quanto vale per te il “fattore tempo”, tema del tuo recente album "La Quarta Dimensione", se applicato al tuo percorso musicale?


Il tempo è tutto, è il diventare grandi, invecchiare, vedere le cose che cambiano intorno e dentro di noi. Per "La Quarta Dimensione" volli proprio descrivere il passare del tempo attraverso la mia musica, pensando a tutto il disco come ad un concept dove ogni brano era creato e posizionato in scaletta in funzione della storia che andavo raccontando. Se penso al tempo passato di Luca Olivieri vedo una persona privilegiata che, nonostante molti sacrifici e qualche delusione, è riuscito a fare ciò che più amava e continua ad amare... Auguro a me stesso di vivere un futuro altrettanto ricco di stimoli e progetti da portare a termine.


Cosa potrebbe portarti, artisticamente parlando, il nuovo anno?


Spero mi porti la possibilità di realizzare un nuovo disco con la consueta libertà creativa; ho diverse idee da sviluppare, come sempre coinvolgendo anche diversi amici musicisti sia in studio che poi dal vivo. Vedremo cosa succederà...








lunedì 3 novembre 2025

“Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)” di NichelOdeon (Claudio Milano)

 


 Un’esperienza sonica inaudita che,

come tutte le rovine,

non bussa alla porta,

la abbatte!

Claudio Milano


Flipper (Folk Songs for the Judgment Day), di Claudio Milano (NichelOdeon), si presenta come un’opera fuori dagli schemi, capace di sorprendere e disorientare anche l’ascoltatore più esperto. Pubblicato in occasione del centenario di Luciano Berio, il progetto nasce da un lungo percorso di ricerca e rielaborazione che abbraccia oltre vent’anni di incisioni, studio e trasfigurazione sonora. La collaborazione con Teo Ravelli (borda) e una nutrita schiera di musicisti e autori, conferisce all’album una ricchezza timbrica e concettuale rara nel panorama contemporaneo.

L’album si configura come una celebrazione della “storia”, ma filtrata attraverso una lente distopica e personale: la paura, tema centrale, diventa il filo conduttore che lega citazioni, melodie e frammenti provenienti dall’Alto Medioevo fino ai giorni nostri. Il risultato è un medley in cui le melodie si rincorrono, si sovrappongono e si dissolvono, creando un limbo sonoro che sfida la percezione del tempo e dello spazio. L’ascoltatore viene così trascinato in un viaggio che oscilla tra realtà, finzione e sogno, dove la storia sembra non appartenere più a chi la genera, ma diventare patrimonio di un’umanità spaesata e in cerca di senso.

Dal punto di vista oggettivo, la produzione si distingue per la scelta radicale di partire sempre dalla voce a cappella, su cui vengono poi stratificati gli altri contributi sonori. Questa modalità di incisione, unita a una tracklist che spazia da Berio a De André, da Brel a Bowie, da tradizionali medievali a hit pop contemporanee, testimonia una visione musicale ampia e inclusiva, che rifiuta ogni barriera di genere e di epoca.

Personalmente, ciò che colpisce di più è il coraggio con cui Milano affronta la materia musicale: ogni brano viene smontato e ricostruito, privato della sua aura originaria per essere inserito in un contesto nuovo, spesso straniante, ma sempre profondamente sentito. L’ascolto di “Flipper” non è mai rassicurante: è un’esperienza che mette in discussione, che invita a riflettere sul senso della memoria, della tradizione e della contemporaneità. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una rovina sonora che non bussa alla porta, ma la abbatte, costringendo chi ascolta a confrontarsi con le proprie paure e con la fragilità della storia personale e collettiva.

L’artwork, curato da Bamto e Niccolò Clemente su concept di Milano, e la scelta dell’etichetta TRUMPF! Records, aggiungono ulteriori livelli di lettura, sottolineando il carattere distopico e provocatorio dell’intero progetto.


  https://claudiomilano.bandcamp.com/album/flipper-folk-songs-for-the-judgement-day-2


TRACKLIST

  • Quando Ricordiamo (Luciano Berio/Italo Calvino) - 1980
  • La Fenice (Riccardo Cocciante/Rodolfo Santandrea) - 1984
  • Il Canto degli Italiani – per “Apostasia della Bellezza” di Marc Vincent Kalinka (Goffredo Mameli/Michele Novaro) – 1847
  • Albergo a Ore (Herbert Pagani) - 1969
  • La Chanson de Vieux Amants (Jaques Brel/Gérard Jouannest) - 1967
  • Avec le Temps (E. Medail/Léo Ferré) - 1970
  • La Costruzione di un Amore (Ivano Fossati) - 1978
  • La Canzone dell’Amore Perduto (Fabrizio De André) - 1966
  • Mi Sono Innamorato di Te (Luigi Tenco) - 1962
  • Non, Je ne Regrette Rien (Charles Dumont/Michel Vaucaire) - 1956
  • Cornflake Girl (Tori Amos) - 1994
  • I’m Late (Claudio Milano/Lewis Carroll) - 1856/2020
  • Alexanderplatz (Alfredo Cohen/Franco Battiato/Giusto Pio) - 1982
  • The Cold Genius Song (Henry Purcell/John Dryden) - 1691
  • Après un rève, op. 7 n. 1 (Gabriel Fauré/R. Bussine) - 1870-1878
  • Il Pianto della Madonna (Claudio Monteverdi/Ottavio Rinuccini) - 1641
  • Lusive la Lune – La Canzone della Notte di Natale (tradizionale friulano) – XVIII sec.
  • Lu Rusciu de lu Mare (tradizionale salentino) – XVI/XVII sec.
  • Maramao (Mario Consiglio/Mario Panzeri da “Scura Maje”/”Mara Maje”/”Lamento di una Vedova” – tradizionale Abruzzo e Basilicata XIV/XV sec., poi in dedica al brigante Giuseppe Nicola Summa; infine “canzone della fronda” antifascista)
  • Ahi! Amours (Conon de Béthune) - 1189 circa
  • So Ben Mi C'ha Bon Tempo (Orazio Vecchi) - 1590
  • Mad About You (Alex Callier) - 2000
  • Adesso Si (Sergio Endrigo) - 1966
  • Fenesta ca Lucive (Matteo Di Ganci/Guglielmo Cottrau/Vincenzo Bellini/Giulio Genoino, da una poesia del XVI sec. musicata nel 1842)
  • E Se Domani (Carlo Alberto Rossi/Giorgio Calabrese) – 1964
  • Una Lunga Storia d’Amore (Gino Paoli) - 1984
  • Lontano, lontano (Luigi Tenco) - 1966
  • Vecchio Frack (Domenico Modugno) - 1955
  • E non Finisce Mica il Cielo (Ivano Fossati) - 1982
  • Estate (Bruno Martino/Bruno Brighetti) - 1960
  • Summertime (George Gershwin/DuBose Heyward/Ira Gershwin) – 1935
  • Black Is the Color Of My True Love's Hair (tradizionale scozzese/John Jacob Niles) – XVIII sec. (?)
  • La Canzone dei Soli (Claudio Milano) - 2021
  • … Dopo (Claudio Milano/Vincenzo Zitello) - 2018
  • The Sleeper (Peter Hammill/Edgar Allan Poe) – 1831/1991
  • La Flagellazione di Cristo - recitarcantando (Claudio Milano) – 2025
  • From Her to Eternity (Barry Adamson/Blixa Bargeld/Nick Cave/Mick Harvey/Anita Lane/Hugo Race) – 1984
  • Don Giovanni (Lucio Battisti/Pasquale Panella) – 1986
  • La Realtà non Esiste (Claudio Rocchi) – 1971
  • L’Ombra della Luce (Franco Battiato/Giusto Pio) – 1991

In conclusione, “Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)” è un’opera che sfida le convenzioni, capace di parlare sia alla mente che al cuore. Un lavoro che richiede attenzione e apertura, ma che ripaga con una ricchezza di stimoli e suggestioni rara nel panorama musicale attuale. Un inno alla coesistenza e alla trasformazione, che lascia il segno e invita a un ascolto attivo e consapevole.