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lunedì 16 marzo 2026

Claudio Milano: una vita che non entra in un articolo

 


CLAUDIO MILANO 

 LA VOCE CHE NON STA AL SUO POSTO

 

Conosco Claudio Milano da molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato fin qui.

Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile, senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità, trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove l’arte non è più intrattenimento ma necessità.

Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione, politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.

Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco, ma un organismo collettivo.

Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.

Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me, un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un haiku che contiene un mondo.

Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.

C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva, emotiva, fisica.

E poi c’è Flipper. L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano, distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia, usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento compositivo.

Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi, esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata contro sé stessa.

Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian, le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta, Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti sotterranee.

Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.






lunedì 3 novembre 2025

“Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)” di NichelOdeon (Claudio Milano)

 


 Un’esperienza sonica inaudita che,

come tutte le rovine,

non bussa alla porta,

la abbatte!

Claudio Milano


Flipper (Folk Songs for the Judgment Day), di Claudio Milano (NichelOdeon), si presenta come un’opera fuori dagli schemi, capace di sorprendere e disorientare anche l’ascoltatore più esperto. Pubblicato in occasione del centenario di Luciano Berio, il progetto nasce da un lungo percorso di ricerca e rielaborazione che abbraccia oltre vent’anni di incisioni, studio e trasfigurazione sonora. La collaborazione con Teo Ravelli (borda) e una nutrita schiera di musicisti e autori, conferisce all’album una ricchezza timbrica e concettuale rara nel panorama contemporaneo.

L’album si configura come una celebrazione della “storia”, ma filtrata attraverso una lente distopica e personale: la paura, tema centrale, diventa il filo conduttore che lega citazioni, melodie e frammenti provenienti dall’Alto Medioevo fino ai giorni nostri. Il risultato è un medley in cui le melodie si rincorrono, si sovrappongono e si dissolvono, creando un limbo sonoro che sfida la percezione del tempo e dello spazio. L’ascoltatore viene così trascinato in un viaggio che oscilla tra realtà, finzione e sogno, dove la storia sembra non appartenere più a chi la genera, ma diventare patrimonio di un’umanità spaesata e in cerca di senso.

Dal punto di vista oggettivo, la produzione si distingue per la scelta radicale di partire sempre dalla voce a cappella, su cui vengono poi stratificati gli altri contributi sonori. Questa modalità di incisione, unita a una tracklist che spazia da Berio a De André, da Brel a Bowie, da tradizionali medievali a hit pop contemporanee, testimonia una visione musicale ampia e inclusiva, che rifiuta ogni barriera di genere e di epoca.

Personalmente, ciò che colpisce di più è il coraggio con cui Milano affronta la materia musicale: ogni brano viene smontato e ricostruito, privato della sua aura originaria per essere inserito in un contesto nuovo, spesso straniante, ma sempre profondamente sentito. L’ascolto di “Flipper” non è mai rassicurante: è un’esperienza che mette in discussione, che invita a riflettere sul senso della memoria, della tradizione e della contemporaneità. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una rovina sonora che non bussa alla porta, ma la abbatte, costringendo chi ascolta a confrontarsi con le proprie paure e con la fragilità della storia personale e collettiva.

L’artwork, curato da Bamto e Niccolò Clemente su concept di Milano, e la scelta dell’etichetta TRUMPF! Records, aggiungono ulteriori livelli di lettura, sottolineando il carattere distopico e provocatorio dell’intero progetto.


  https://claudiomilano.bandcamp.com/album/flipper-folk-songs-for-the-judgement-day-2


TRACKLIST

  • Quando Ricordiamo (Luciano Berio/Italo Calvino) - 1980
  • La Fenice (Riccardo Cocciante/Rodolfo Santandrea) - 1984
  • Il Canto degli Italiani – per “Apostasia della Bellezza” di Marc Vincent Kalinka (Goffredo Mameli/Michele Novaro) – 1847
  • Albergo a Ore (Herbert Pagani) - 1969
  • La Chanson de Vieux Amants (Jaques Brel/Gérard Jouannest) - 1967
  • Avec le Temps (E. Medail/Léo Ferré) - 1970
  • La Costruzione di un Amore (Ivano Fossati) - 1978
  • La Canzone dell’Amore Perduto (Fabrizio De André) - 1966
  • Mi Sono Innamorato di Te (Luigi Tenco) - 1962
  • Non, Je ne Regrette Rien (Charles Dumont/Michel Vaucaire) - 1956
  • Cornflake Girl (Tori Amos) - 1994
  • I’m Late (Claudio Milano/Lewis Carroll) - 1856/2020
  • Alexanderplatz (Alfredo Cohen/Franco Battiato/Giusto Pio) - 1982
  • The Cold Genius Song (Henry Purcell/John Dryden) - 1691
  • Après un rève, op. 7 n. 1 (Gabriel Fauré/R. Bussine) - 1870-1878
  • Il Pianto della Madonna (Claudio Monteverdi/Ottavio Rinuccini) - 1641
  • Lusive la Lune – La Canzone della Notte di Natale (tradizionale friulano) – XVIII sec.
  • Lu Rusciu de lu Mare (tradizionale salentino) – XVI/XVII sec.
  • Maramao (Mario Consiglio/Mario Panzeri da “Scura Maje”/”Mara Maje”/”Lamento di una Vedova” – tradizionale Abruzzo e Basilicata XIV/XV sec., poi in dedica al brigante Giuseppe Nicola Summa; infine “canzone della fronda” antifascista)
  • Ahi! Amours (Conon de Béthune) - 1189 circa
  • So Ben Mi C'ha Bon Tempo (Orazio Vecchi) - 1590
  • Mad About You (Alex Callier) - 2000
  • Adesso Si (Sergio Endrigo) - 1966
  • Fenesta ca Lucive (Matteo Di Ganci/Guglielmo Cottrau/Vincenzo Bellini/Giulio Genoino, da una poesia del XVI sec. musicata nel 1842)
  • E Se Domani (Carlo Alberto Rossi/Giorgio Calabrese) – 1964
  • Una Lunga Storia d’Amore (Gino Paoli) - 1984
  • Lontano, lontano (Luigi Tenco) - 1966
  • Vecchio Frack (Domenico Modugno) - 1955
  • E non Finisce Mica il Cielo (Ivano Fossati) - 1982
  • Estate (Bruno Martino/Bruno Brighetti) - 1960
  • Summertime (George Gershwin/DuBose Heyward/Ira Gershwin) – 1935
  • Black Is the Color Of My True Love's Hair (tradizionale scozzese/John Jacob Niles) – XVIII sec. (?)
  • La Canzone dei Soli (Claudio Milano) - 2021
  • … Dopo (Claudio Milano/Vincenzo Zitello) - 2018
  • The Sleeper (Peter Hammill/Edgar Allan Poe) – 1831/1991
  • La Flagellazione di Cristo - recitarcantando (Claudio Milano) – 2025
  • From Her to Eternity (Barry Adamson/Blixa Bargeld/Nick Cave/Mick Harvey/Anita Lane/Hugo Race) – 1984
  • Don Giovanni (Lucio Battisti/Pasquale Panella) – 1986
  • La Realtà non Esiste (Claudio Rocchi) – 1971
  • L’Ombra della Luce (Franco Battiato/Giusto Pio) – 1991

In conclusione, “Flipper (Folk Songs for the Judgment Day)” è un’opera che sfida le convenzioni, capace di parlare sia alla mente che al cuore. Un lavoro che richiede attenzione e apertura, ma che ripaga con una ricchezza di stimoli e suggestioni rara nel panorama musicale attuale. Un inno alla coesistenza e alla trasformazione, che lascia il segno e invita a un ascolto attivo e consapevole.





mercoledì 11 settembre 2024

I SINCOPATICI feat Claudio Milano-"Decimo Cerchio (L'inferno 1911 O.S.T.)

 


Oggi mi soffermo su un ulteriore progetto di cui è parte Claudio Milano (voce e performance attoriale), in questo caso ospite di I SINCOPATICI, trio composto da Francesca Badalini (piano, synth, zither), Andrea Grumelli (basso fretless, elementi elettronici, atmosfere sonore) e Luca Casiraghi (batteria e percussioni), impegnati in progetti che presentano il rapporto tra musica ed elementi visual, attraverso la riscoperta di capolavori del cinema muto a cui uniscono un accompagnamento musicale live.

Nel mese di aprile è uscito “Decimo Cerchio (L'inferno 1911 O.S.T.)”, che propone un … Dante Alighieri futurista utilizzando le immagini del primo kolossal della storia del cinema italiano, il film muto “L’Inferno” del 1911, un cine-concerto con interventi ti teatro performativo.

Il film ((Bertolini/De Liguoro/Padovan) è uno dei capolavori del genere in costume, il primo film europeo di grande impegno letterario e artistico, e grazie agli effetti speciali cinematografici e teatrali venne allestita un'opera visionaria, dove per la prima volta si usarono in maniera coerente le didascalie scritte, che introducevano ogni scena con i versi più famosi o con una frase esplicativa in prosa.

Ciò che questo ensemble virtuoso propone non è da meno, e il video di fine articolo risulterà icastico più di qualsiasi descrizione scritta.

Il CD dura circa 61 minuti ed è pubblicato da La Snowdonia, etichetta discografica indipendente italiana, fondata nel 1997 da Cinzia La Fauci, Alberto Scotti e Marco Pustianaz.

Mi sia concessa una digressione che nasce dall’immaginare un Dante giudicante, oggi, al cospetto del “trattamento sonoro e oltre” del suo pensiero.

Il sommo poeta italiano, non era solo un maestro della parola scritta, ma nutriva un profondo e complesso legame con la musica, che traspare in tutta la sua opera, in particolare nella Divina Commedia.

Per Dante, la musica rappresentava un linguaggio universale, capace di trascendere le barriere umane e di connettere l'uomo al divino, una manifestazione dell'armonia cosmica, un riflesso della bellezza e dell'ordine che permeano l'universo.

Come molti pensatori medievali, era affascinato dalla teoria pitagorica dell'armonia delle sfere celesti, e credeva che i pianeti, ruotando intorno alla Terra, producessero suoni armoniosi, in una sinfonia cosmica che solo le anime più pure potevano percepire.

La musica era per lui una scala che conduceva all'esperienza mistica e alla contemplazione divina in quanto dava la possibilità all'anima di elevarsi verso le sfere celesti, avvicinandosi sempre più a Dio.

Ma nell'inferno, il silenzio e il disordine regnano sovrani. La musica è assente o distorta, riflesso dell'assenza di armonia e dell'amore nell'anima dei dannati.

Quindi, proseguo nel gioco, cosa penserebbe Dante nel rivedere la sua opera modellata secondo criteri più … moderni”?

L’impatto è, a mio giudizio, pazzesco, e in tutto questo pesa il mio amore incondizionato per la musica progressiva, termine coniato in ritardo rispetto alla nascita del movimento, un genere i cui confini sono molto ampi ma che presenta rigide linee guida, alcune delle quali sono pienamente attinenti a “Decimo cerchio”.

E, forse, proprio nell’utilizzo dell’aggettivo numerale ordinale “decimo” risiede il focus della proposta: i cerchi dell’Inferno indicati da Dante sono notoriamente nove, il “decimo” potrebbe essere quello che racchiude tutti gli altri e fornisce albergo a “nuovi peccatori”, o giudicati tali.

Analizzando gli stilemi del prog troviamo in questo caso l’elemento concettuale, la sperimentazione spinta, l’interconnessione di differenti arti, trame sonore complesse composte da rock e classicità, virtuosismo strumentale naturale, una voce/strumento unica nel nostro panorama musicale.

E poi siamo di fronte ad una performance musicale e teatrale tipica di alcuni show settantiani, non solo ad appannaggio di chi il genere lo ha creato, se è vero che i Genesis, nel corso della loro prima tournée italiana del ’72, trovarono interessante e degno di nota il dress and makeup dei napoletani Osanna.

Claudio Milano rappresenta la risultante di un lavoro di squadra realizzato da grandi professionisti, e mette in mostra tutte le sue qualità vocali e interpretative, facendo emergere la sua totale immedesimazione, gestendo e rinviando al pubblico sentimenti struggenti, dando l’impressione di vivere nel mezzo di un’azione catartica che lo colpisce e lo purifica, provando a convivere - forse ad uscirne - in quel decimo cerchio a cui l’album è dedicato.

Dal comunicato ufficiale estraggo la seguente frase: “Questo spettacolo, che è il primo sulla “Commedia” che metta insieme teatro, musica e film, è stato accolto con grande calore e applaudito in tutta Italia…”.

Scuole e luoghi preposti alla cultura… aprite le porte nel caso in cui progetti simili bussassero alla vostra porta!

Chissà, una volta varcata la soglia una prima volta…

Facesti come qui che va di notte, e porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte…”.


TRACKLIST

1. Nel Mezzo del Cammin 02:48

2. Per lo Tuo Ben Penso 01:40

3. Per Me Si Va nella Città Dolente 02:06

4. Ed ecco verso Noi Venir per Nave 02:00

5. L’Angoscia delle Genti che Son quaggiù, nel Viso mi Dipigne 04:31

6. Stavvi Minosse 00:35

7. Amor che a nullo Amato Amar Perdona 06:15

8. Stige 03:44

9. La Città di Dite 02:30

10. Qui Son gli Eresiarchi 04:55

11. Pier della Vigna 03:13

12. I Dilapidatori 01:28

13. I Violenti contro Dio 00:55

14. La prima Bolgia 00:51

15. I Ruffiani 01:00

16. La terza Bolgia 01:35

17. I Barattieri 03:37

18. Gli Ipocriti 03:20

19. I Ladri, tra orribili Sterpi 02:20

20. Vedi come storpiato è Maometto 01:58

21. LLI Falsari, fatti Lebbrosi, Passioidropici 01:30

22. I Giganti 00:44

23. I Traditori, Immersi nello Stagno gelato di Cocito 02:44

24. Il Conte Ugolino 04:20

25. Lucifero 02:52

26. Il Cammino sotterraneo 03:0 


Qualche info sui protagonisti…

 

Claudio Milano, in questo progetto collabora con I Sincopatici, un Trio, composto da Francesca Badalini, Andrea Grumelli e Luca Casiraghi, che si dedica principalmente alla riscoperta di capolavori del cinema muto con accompagnamento musicale dal vivo e, più in generale, a progetti incentrati sul rapporto tra musica e immagini.

Le musiche per ogni film sono ideate dalla compositrice e pianista Francesca Badalini la quale, dal 1999, collabora con la Cineteca Italiana componendo ed eseguendo dal vivo, insieme al gruppo, in tutta Europa, musiche per film muti.

I Sincopatici propongono il Cineconcerto, una forma di spettacolo emozionante e intensa, in cui la forza evocativa delle immagini dei capolavori del cinema muto si unisce alla suggestione creata dalla musica, che spazia dall'improvvisazione al rock e alla musica classica.

Il progetto propone un excursus sulle diverse visioni filmiche e musicali sul tema della fantascienza, dagli albori ai nostri giorni, attraverso una originale rilettura delle più belle colonne sonore, da Metropolis a Blade Runner, da Solaris a Guerre Stellari, da Il pianeta delle scimmie a Interstellar.

 

CLAUDIO MILANO, in scena con I SINCOPATICI dal 2021

Ricercatore vocale, compositore e musicoterapista, attore, performer, laureato con lode in scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di Brera con una tesi sull'evoluzione dell'opera d'arte totale e la presentazione di uno spettacolo inedito.

Ha seguito studi di canto lirico, metodo funzionale e bevoice, improvvisazione jazz, canto difonico tibetano e vietnamita, modulazione e tecnica del whistle register.

Tiene regolarmente in tutta Italia seminari sulla voce e sulla storia del rock, laboratori di musicoterapia, drammaterapia, di musica per l’integrazione di rifugiati politici.

Ha all’attivo 16 album, un DVD ed esibizioni live con alcuni dei massimi musicisti mondiali in ambito classico, rock, jazz, etno, avant garde, pop.

Fondatore dei laboratori multimediali NichelOdeon, InSonar, Adython Project, ha preso parte all’audio libro “Neumi – Cantus Volat Signa Manent” pubblicato da Genesi Editrice e a decine di dischi di musicisti underground italiani e internazionali.

 

 

 

 


giovedì 28 ottobre 2021

“INCIDENTI-Lo Schianto” di NichelOdeon/InSonar & Relatives - Claudio Milano

 

“INCIDENTI-Lo Schianto” di NichelOdeon/InSonar & Relatives

Claudio Milano

 

Da lunghissimo tempo seguo l’arte proposta da Claudio Milano, musicista unico, coraggioso, controverso, divisivo, esteta, concreto, sognatore, sperimentatore... aggettivi che volgono tutti al positivo, frutto di una frequentazione che passa quasi esclusivamente da elementi musicali, ma è facile catturare il suo disagio, probabile frutto di diversificati accadimenti personali misti alle difficoltà che Claudio, come ogni purista della materia, ha trovato e continua a trovare sulla sua strada.

Per me Milano è simbolo, soprattutto, di voce incredibile, assimilabile ad uno strumento vero a proprio, e se fosse vissuto nella generazione precedente avrebbe trovato ben altre soddisfazioni, magari legando professionalmente con il Maestro della Voce.

L’artista pugliese non strizza l’occhio a nessun tipo di compromesso o annacquamento teso alla ricerca di un qualsiasi consenso, ma tira dritto per la sua strada, conscio che le sue creazioni saranno destinate ad una nicchia di anime sensibili e virtuose.

Ma “relegarlo” al ruolo di voce fuori dagli schemi appare riduttivo e credo che ogni tipo di rappresentazione che ha a che fare con l’arte lo potrebbe vedere indiscusso protagonista.

Dopo un lungo periodo di vuoto discografico è stato da poco rilasciato un nuovo progetto dal titolo INCIDENTI-Lo Schianto”, presentato in controtendenza come “Un disco SENZA VALORE”:

“Un disco SENZA VALORE, non è leggero e spensierato, non parla di rinascita nel “dopo-pandemia”, il cantante del progetto non è bono, non è pansessuale e non è ventenne. “INCIDENTI-Lo Schianto” è pronto per divenire il più grande fallimento di Snowdonia e Claudio Milano ne va fiero (ma senza montarsi la testa).”

Capito il tono?

Un CD e un vinile di lunga durata, una marea di collaboratori, un artwork da sogno, una musica difficile da definire... tutti elementi che si dischiuderanno al cospetto dell’ascoltatore curioso, non necessariamente seguace di Claudio Milano, anzi, meglio cercare nuovi adepti.

Ho ricevuto molto materiale e non ho sprecato nulla.

Tutto è funzionale alla comprensione e seguendo le indicazioni il lettore troverà importanti elementi oggettivi (cliccare sulla singola voce):

-Biografia dell’autore

-Line up e crediti

-Descrizione del progetto

-Tracklist con ascolto dei singoli brani

Ma la cosa più utile risulterà l’intervista realizzata con Milano, che racconta dettagli impossibili da afferrare in altro modo, delineando una storia - e una vita - dedita all’impegno artistico. L’amarezza emerge, così come una visione del mondo tendente al grigio e una trasposizione dei sentimenti e delle idee in un contenitore sonoro difficile e al contempo affascinante.

Resterebbe ben poco da aggiungere, perché la tavola è del tutto apparecchiata, e il mio personale gradimento, che è davvero grande, risulta insignificante rispetto ad un lavoro monumentale e di grande qualità.

Condenso il mio sentimento da ascolto, ripetuto e avvenuto in situazioni disparate e non solo in un contesto “controllato”, quello che a mio giudizio è richiesto quando si è alla ricerca della massima concentrazione.

Forse mi allontanerò dai veri intenti dell’autore, ma è questo l’angolo delle sensazioni istintive.

Ciò che ho captato è una proposta capace di dare voce alle insoddisfazioni, alle angosce, a un nuovo rapporto con l’arte che fugge dalla mera estetica,  alla ricerca di un valore più profondo, e in questo senso mi è apparso come una vera  rivoluzione.

Una musica diversa da quella a cui l’ascoltatore medio è abituato, solitamente avvezzo alla comprensione immediata e a una certa commercializzazione dettata dal mainstream.

Esiste quindi uno scoglio da superare e Claudio Milano, infischiandosene dell’ortodossia, utilizza linguaggi variegati che hanno il limite di essere riconosciuti da pochi.

Nel suo nuovo lavoro ho trovato un approccio diverso dalla norma, una sottolineatura di una necessità espressiva dove le idee sono preminenti rispetto all’estetica legata al modello espositivo.

Una portata culturale di grande impatto, una luce che si accende e illumina le esistenze, una diversa chiave di lettura della vita che può trovare totale appagamento nelle varie forme artistiche esistenti, interconnesse tra loro.

Sintetizzo il nuovo progetto di Claudio Milano con una citazione nobile, attribuita a Picasso: “L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”.

Ecco, questo è quello che ho avvertito, ascoltando con coscienza INCIDENTI-Lo Schianto”.

Leggiamo ora l’autorevole pensiero di Milano, augurandogli tutta la visibilità possibile (e non si tratta certo di un augurio legato al businnes delle vendite!) e un proseguimento nella sua opera, lontano dagli schemi precostituiti, ma come sempre onesta e duratura, e anche per lui, come per quasi tutti i grandi artisti, il riconoscimento arriverà, seppur con spudorato ritardo.

  


L’intervista

Sono passati sette anni dall’uscita del tuo ultimo lavoro e il nuovo progetto comprende registrazioni da tempo nel cassetto: puoi sintetizzare l’iter che ti portato a realizzare “INCIDENTI-Lo Schianto”?

È necessario avere un progetto chiaro. Se questo manca il risultato che si può dare alle stampe è solo “l’ennesimo disco di” e io non voglio fare il clone di me stesso. Scrivo solo quando ho qualcosa di urgente da comunicare e quando ho la percezione di avere qualcosa di autenticamente nuovo da offrire alle mie orecchie. Strappo e brucio interi quaderni con appunti musicali e altrettanti di appunti per liriche. A me interessa dare solo musica che non ho ancora sentito io in primis. Non sono uno che “ricerca” rigirando attorno ad una intuizione. Mi interessa maturarne diverse nell’arco del tempo che spendo appresso al mio essere musicista. Ci sono voluti cinque anni per definire questo album in termini di scrittura, incisione e ricerca di un suono identitario in mezzo alle diverse proposte che contiene, un tempo ragionevole tenendo conto che lo studio che ha assemblato i singoli contributi dei musicisti, a 1200 km di distanza, ha dovuto fare i salti mortali e per giunta attraverso comunicazioni via e-mail e telefonate non sempre pacate. Poi l’assenza di fondi per darlo alle stampe e una pandemia in corso han fatto il resto, altri due anni di attesa, una bruttura fatta di fame autentica e disagio. Nel mentre ho vissuto ovunque e volendo trovare nuove definizioni di me stesso mi sono offerto a progetti non miei… decine. In studio e soprattutto dal vivo. Ho voluto concedermi un viaggio fuori e dentro me stesso, senza sconti ricevuti da parte altrui e senza averne fatti a me. Ne sono venuto fuori ridotto in brandelli, a livello di schema identitario e qui parlo di struttura psico-fisica, è come se mi fossi arrovellato fino alla dissoluzione (e non parlo di eccessi “rock”, ma di uno scavarsi dentro in maniera impietosa). È un miracolo che io sia vivo. Non sto bene, il che dal 2013 non è una novità, ma sono più sereno. Non mi sento più in lotta con qualcosa… so di non avere più niente da perdere. In qualche modo io mi sono ucciso, perché ho annullato i miei sogni. “Finalmente” posso guardare le cose come se mi scorressero appresso. Il mio spirito in musica invece rimane vivo, icariano, di chi quando canta vorrebbe tirare giù dal cielo tutte le stelle per poi benedirle e dedicarle a chi ha attorno.

Il titolo di un album lo caratterizza all’impatto e si presta spesso ad interpretazioni personali: qual è il significato reale che si cela dietro a “INCIDENTI-Lo Schianto”?

Il titolo dell’album sta per “incidere” inteso come atto che comporta auto-analisi fino a ritornare a un punto zero, l’idea è nata dalle “Incisioni” e dai “Tre Studi per una Crocefissione” di Danio Manfredini. Questo azzeramento, anche di coscienza è ciò che percepisco nel percorso della società attuale, “sento” che è tempo di grandi rivoluzioni in giro, assai confuse ma comunque tali da definire un’epoca che non mancherà di scontri talmente tanto violenti da dare nuovo volto al panorama politico-economico globale. Dal 2014 ho vissuto anni di collaborazioni senza tregua ma con la consapevolezza di non poter contare su una formazione musicale univoca a seguire i miei percorsi. Ogni incontro con un musicista è stato una messa in campo di idee, percorsi seguiti differenti, scontri di Ego. Non solo, nel disco si racconta di “infatuazioni” in un viatico di incontri nati via chat, tali da portare alla mercificazione di sé e all’annullamento di ogni valore della parola “amore”. Mi è venuto spontaneo pensare alla pubblicazione del disco nell’11 Settembre dell’anno in cui sarebbe stato concluso. Poi, caso ha voluto sia stato pubblicato a vent’anni di distanza dall’attacco alle Torri Gemelle.

Perché lo hai definito “Un disco SENZA VALORE”?

Perché non ha futuro in termini di riscontro. “Valore” è ciò che noi diamo alle cose ma che anche gli altri attribuiscono a noi. Io non valgo niente, non possiedo nulla e non ho alcuna caratteristica che socialmente oggi possa vedermi in cima a una lista di preferenze. La società in nascita farà razzia in breve tempo di quelli come me.

Mi parli dell’anima del progetto e delle peculiarità liriche e musicali?

L’anima del progetto non è disgiunta da un corpo lacerato e risibile secondo gli standard di immagine attuali. È un ritratto picassiano di un individuo che fa risuonare in tanti cassetti di sé apparentemente disgiunti, voci diverse in buona misura distopiche ma rispondenti a un tratto preciso. Non folle, ma neanche sano. Le mie liriche nascono in buona misura da critica sociale ma hanno un’organizzazione musicale assai precisa e studiata per mesi. Nonostante questo, non tutte mantengono un posto nella mia memoria a lungo. In questo album ce ne sono alcune che amo molto, quelle di “How Hard Tune!” e di “Idiota-Autoritratto” in particolar modo, ma non ne avrei pubblicata nessuna non l’avessi avuta a cuore almeno per buona parte. Ci sono poi due splendide liriche di Salvatore Lazzara e in un brano (Nyama) riprendo nel Corale oltre che Dino Campana, uno dei miei più grandi amori di sempre: Pier Paolo Pasolini e la sua “Profezia”. Un brano invece è nato da una rilettura integrale di Peter Hammill. Del suo pezzo “The Jargon King” è rimasta solo la lirica, attuale più che mai. Se si vuol dare alle stampe qualcosa che non muoia alle proprie orecchie e ai propri occhi in breve tempo, bisogna sforzarsi di guardare lontano… molto lontano. L’alternativa è fare le soubrette su Instagram e Tik Tok.

Sono moltissimi i musicisti che partecipano all’album: non ti chiedo di elencarli ma di motivare le scelte relative alle differenti collaborazioni.

Sono compagni di viaggio. Tutti. Qualcuno ha lavorato già alle mie dodici precedenti pubblicazioni, qualcun altro mi ha chiesto di lavorare per le sue, alcuni sono amici, altri li ho ascoltati e recensiti e mi sono innamorato dei loro percorsi. Qualcuno è arrivato per emergenza, altri per empatia. Con tutti si è creato un ottimo feeling anche se talvolta ho dovuto attendere due, tre, cinque anni perché una registrazione promessa arrivasse. Qualcuno c’è ancora, qualcuno non c’è più, come il M° Gianni Lenoci. Qualcuno si è dissociato dall’esito conclusivo, altri mi ringraziano. Incontri, incidenti…

Raccontami del messaggio basico, quello che hai dentro e che, essendo artista globale, puoi urlare attraverso il tuo nuovo lavoro.

L’arte per come l’abbiamo ereditata da Adorno è morta. Adesso ne viviamo l’inferno, il suo rovesciamento di parametri. Io son vecchio… continuo a passare un’idea massimalista nella gestione di parametri. Credo ancora che non si sia un esercito cinese in terracotta in cui le statue si differenziano solo per un dettaglio. Io amo i grandi passi, quelli che spostano l’angolo di visione di almeno un po’ ma tale da garantire una nuova messa a fuoco, in alternativa la creatività per me è solo intrattenimento e mi annoia. Poi per carità, so benissimo che chi mi ascolta mi giudica “pesante” e noioso.

Esistono dediche particolari per ogni traccia: me ne parli?

Le dediche sono a persone conosciute in chat e con le quali ci sono state brevissime frequentazioni. Mi danno l’idea di come oggi nulla abbia valore e di come si sia destinati a schiantarci contro noi stessi in questa folle e inutile corsa. Il progresso non è necessariamente ininterrotto. In alternativa le grandi civiltà che ci hanno preceduto non avrebbero ceduto il passo alla nostra e noi suoneremmo la loro musica di cui sappiamo invece poco o nulla.

Il disco è stato anticipato dal video “Ho Gettato mio Figlio da una Rupe perché non Somigliava a Fabrizio Corona”: mi spieghi la scelta e mi dici che valore/funzione ha per te l’aspetto visivo legato alla musica?

C’era un’idea originaria per quel videoclip. Una sceneggiatura da me scritta ma mi erano richiesti fondi che non c’erano. L’epoca delle collaborazioni al fine di creare un quadro ricco di colore si sta esaurendo velocemente per lasciare spazio a un professionismo formalmente perfetto ma cinico, quello dei talent, ma non solo, i ventenni oggi hanno un’arroganza mai percepita, non riescono a guardare lontano dal loro habitat. Troppa gente vive in condizioni di incertezza economica e il mondo dell’arte in Italia è già solo appannaggio di gente abbiente. Non finiremo subito come una “nuova Grecia” ma saremo sempre una provincia di un Impero ormai con le ore contate. Io ho sempre creduto nella multimedialità come naturale conseguenza del percorso della creazione. Viviamo in un mondo che ci sommerge di stimoli assai contrastanti. L’azione combinata di questi determina ciò che chiamiamo “realtà”, anche con le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti che piegano le nostre ginocchia. Ho teorizzato sin dalla mia tesi di laurea del 2000 (Sphere) la necessità di mettere in pratica una forma di multimedialità contemporanea dove gli stimoli non convergessero ma finissero per creare una dimensione multipla di attenzione e percezione, fino allo scontro, al caos creatore. Non sono riuscito a concretizzare il tutto in modo coerente per questioni economiche, ci è riuscito però Stefan Prins con la sua “Generation Kill”, dodici anni dopo. Io nel mentre sto lavorando a una forma di arrangiamento, divenuto la mia tavolozza principe che renda chiaro questo processo di piani plurimi di percezione e orientamento della composizione. Il videoclip è stato concordato in modalità performativa con un mio amico, allievo e collaboratore: Niccolò Clemente aka Cp. Mordecai Wirikik. Lui è un creativo puro ed entusiasta. È una persona con cui ci si può permettere di inventarsi qualcosa quando si hanno pochi mezzi perché la sua vita stessa è creazione, curiosità, intelligenza emotiva. Ha generato qualcosa di assai distante dalla mia idea di partenza ma con coerenza e dando adito a quel senso di “dissociazione dall’ascolto/visione” che ovviamente ha portato il video a non essere granché considerato. È tutto però in linea col processo a cui ho voluto dare forma nella consapevolezza di una pubblicazione suicida.

Mi è piaciuta molto la cover e l’artwork in generale: chi se ne è occupato e come rappresenta i contenuti? A proposito, come dovrebbero essere usati i quattro adesivi contenuti nel packaging?

Originariamente volevo fosse Remigio Fabris a dedicarsi alla copertina. È un pittore che amo particolarmente ma la mia richiesta non è arrivata in un momento appropriato. L’artwork dunque l’ho fatto io, ho del resto una laurea in Accademia di Belle Arti che non dimentico. Anche se non si coglie dal digipack consta di quattro dipinti polimaterici e tridimensionali su tavola sagomata. Dei dipinti che vanno fruiti nella visione diretta, non come cover. Come tale però funzionano bene e ne sono particolarmente felice. Rappresentano un ciclo ad esemplificare il concetto di causa-effetto buddista, dicendo semplicemente come ognuno sia causa del suo male e della sua gioia in modo più o meno diretto. I quattro adesivi ognuno può usarli come vuole. Sono la trasposizione in chiave pop delle tavole per l’artwork a giocare sui significati della parola “attaccami/attacati”.


“INCIDENTI-Lo Schianto” è un album non di immediata metabolizzazione, come tutto quello che proponi: a chi ti rivolgi oggi con la tua musica così lontana dall’ortodossia e dalle imposizioni del mercato?

A chi vuole ascoltarmi. Credo sinceramente oggi tutto sia “pop”, inclusi il jazz e la musica classica contemporanea. Lo sono in quanto fanno parte di un mondo mercificato dove tutto è in vendita e con la volontà di raggiungere un pubblico ampio e diversificato. Basti guardare le copertine di Classic Voice, si fa fatica a distinguerle da quelle di Vogue. Le musiche si stanno avvicinando prendendo input da fields completamente lontani, nella definizione di una musica popolare colta che può definirsi esclusivamente “contemporanea”, sia jazz, classica, d’avanguardia. È ovvio che ciò accade solo in posti distanti dall’Italia laddove l’espressione ultramoderna definisce i nuovi volti delle città, crea nuove forme di aggregazione e permette sviluppo economico (Nord Europa). Io qui non ho futuro e non ho fruitori. Nonostante questo, la promessa ai miei collaboratori di pubblicare tutti i lavori fatti assieme non la ritirerò per alcun motivo. Ho quattro lavori in uscita fino ai miei cinquant’anni, poi vedrò che strada seguire.

In che formati sarà disponibile l’album e dove e quando lo si potrà reperire?

È in formato CD e digitale su Bandcamp a mio vantaggio, su tutte le piattaforme a vantaggio di Audioglobe. Ci sarà una pubblicazione in vinile che rappresenta però in parte qualcosa di diverso. Conterrà il singolo del videoclip in versione estesa ma anche un nuovo brano, speculare al primo nel titolo e della stessa durata. È una composizione strettamente contemporanea che tanto deve al lavoro di Simon-Steen Andersen col suo “Piano Concerto” e all’elettronica di Tim Hecker, ma che ovviamente ha un’identità propria capace di fare del paradosso tragicomico virtù. Tratta come ogni religione si imponga come unica “verità” invitando a colpire chi pratica culti diversi. Ogni credo è sinonimo di violenza mascherata ad altro. La confezione del vinile (stampato in dieci copie) conterrà un kit di sopravvivenza per i tre giorni di buio profetizzati da secoli e poi un kit feticista, tra sacro e profano, un ribaltamento incrociato dei piani di visione.

Hai previsto presentazioni e momenti live?

Se me ne fanno fare… La formazione di partenza c’è. Io, Francesca Badalini e Andrea Grumelli in qualità di polistrumentisti. A loro sarebbe l’ideale aggiungere il violino di Erica Scherl se ci sono soldi a sufficienza. Se non ci sono proprio soldi apro volentieri a concerti altrui con mezz’ora di set (il materiale del vinile) cantato/recitato live proponendo ogni sera testi modificati, con base preregistrata e miei inserti di synth “suonati”. A monte della presenza di una registrazione, ogni volta i brani saranno cosa diversa… ammesso che ci siano possibilità per proporsi in maniera dignitosa, altrimenti evito volentieri. Le energie che ho mi va di dedicarle alla creazione di valore, non al narcisismo.

Un’ultima cosa: che tipo di artista è oggi Claudio Milano e come vede il futuro della musica?

Il futuro della musica è quella che potrà essere venduta, qualunque essa sia. Io invece sono un abbaglio. Né più, né meno. La mia generazione ne è consapevole, non può avere un futuro lasciando memoria di sé. Tutto si consuma e oggi i Maneskin in rete hanno più ascolti dei Beatles e il 900 della classica e dell’avant jazz sono stati archiviati. Ognuno però può dare il suo contributo a un processo. Ciò che resta saranno i “sistemi”, non le individualità. Se l’esercito cinese di terracotta sorridesse perché ha ragione?

 

Link utili: 

PAGINA BANDCAMP Claudio Milano (dall’11 Settembre il disco è disponibile anche su Spotify):

https://claudiomilano.bandcamp.com/ 

SITO WEB Claudio Milano: https://www.claudiomilano.it/ 

PAGINA YOUTUBE NichelOdeon/Claudio Milano (2002-2021):

https://www.youtube.com/user/nichelodeonband




martedì 17 marzo 2015

UKIYOE-Mondi Fluttuanti/Quickworks & Deadworks, di Nichelodeon (Claudio Milano) e Francesco Paolo Paladino

Claudio e Davide

Ogni volta che mi trovo a commentare le proposte di Claudio Milano (Nichelodeon), so già che il percorso da affrontare non consisterà solo nel mero ascolto, ma sarà richiesto qualcosa in più. Quando poi le teste pensanti sono due, e la seconda è un tal… Francesco Paolo Paladino, un po’ di preoccupazione sorge spontanea.
Milano, vocalist “estremo”, scrittore, artista e musicista completo, mi sorprende sempre per talento e capacità creativa, anche se spesso capto la sua difficoltà nel far comprendere il suo spirito libero e la sua attitudine all’innovazione, all’alternativa rispetto allo standard che ci viene proposto quotidianamente.
Paladino è, anche, un genio della macchina da presa, un regista all’avanguardia, e i suoi movie, pluripremiati, hanno significati non sempre limpidi, e spingono a mettersi in discussione, a riflettere, senza avere il tutto servito su di un piatto d’argento.
Ciò che hanno realizzato in questa occasione è un concept multimediale che prevede un ricco contenitore: un cortometraggio di Francesco Paladino -“Quickworks & Deadworks”-, un CD musicale di Nichelodeon/Insonar -UKIYOE-Mondi Fluttuanti- e il video clip di Claudio MilanoTutti i liquidi di Davide”. All’interno ricco booklet e illustrazioni (di Milano).
La ricostruzione oggettiva dell’intera opera emerge chiaramente dalle parole a seguire dei due “creatori”, che entrano nel dettaglio, trasformando il loro commento in didascalia vera e propria.
La cronologia della sequenza evidenzia la nascita del film, a cui segue il commento musicale.
Mentre riascoltavo e rivedevo il tutto, a pochi giorni dalla morte di Daevid Allen, dipartita che mi ha coinvolto emotivamente, mi è venuto spontaneo il parallelo tra mondi -quello di cui sto scrivendo e quello di Radio Gnome- a cui provo a trovare un comune denominatore: la pazzia creativa, il superamento della tradizione, una certa rigorosità di metodo inserita nella libertà espressiva, e la genialità della soluzione finale.
Il canovaccio su cui si muovono i protagonisti tratta il tema dei fluidi, acqua, ma non solo,  e i termini tecnici marini "Quicworks" e "Deathworks" -ciò che emerge sempre dell'imbarcazione e quello che non spunta mai- diventano forte metafora, il simbolo delle incomprensioni che caratterizzano le nostre vite, aspetti che da chiari diventano scuri, sentimenti che rimangono sommersi per una vita, a cui basterebbe poco per trovare luce naturale. Punti di vista differenti e avvelenamenti continui che necessiterebbero soltanto di un po’ di trasparenza.
Anche “Tutti i liquidi di Davide” utilizza il pretesto dell’elemento materiale per spaziare su un macro concetto, quello che descrive la necessità di assoluto amore, in ogni sua forma, come dice Claudio “… contro ogni razzismo e pregiudizio…”, e così la storia d’amore tra un uomo e il suo palloncino Davide diventa la sintesi dell’impegno quotidiano dell’autore, un valore assoluto che richiama ad una condivisione selvaggia.
UKIYOE è un album più breve rispetto alle “quantità” a cui ci ha abituato Milano, ma il risultato della sua squadra al lavoro è davvero notevole. Per certi versi più accessibile rispetto ai lavori precedenti, evidenzia ancora le incredibili doti vocali dell’artista, messe a disposizione del progetto, dove ogni ospite fornisce un completo contributo in fase di composizione e arrangiamento. Tra le liriche si segnalano due passaggi di Rainer Maria Rilke (importante poeta di fine 800) e un estratto dall’Antico Testamento (Ezechiele 29:4-29:5).
Per il resto… occorre lasciarsi andare; sarà forse la premessa a condizionare il feeling da ascolto, ma il senso del “liquido” è qualcosa di presente nell’aria, capace di colpire non solo l’udito, ma tutti i sensi, e diventa impossibile separare i singoli pezzi proposti (musica, parole e aspetti video), che rappresentano, nella forma e nella sostanza, anelli indissolubili.

Ma leggiamo le parole di Claudio Milano e Francesco Paladino.


L’INTERVISTA a Claudio Milano


Quale dei tuoi tanti percorsi paralleli ti ha portato verso UKIYOE?

L'amor proprio. Ero in ospedale e ho ricevuto una chiamata di Francesco Paolo Paladino che mi ha proposto un concept multimediale con spese di stampa a suo carico. In prima battuta ho rifiutato, avevo annunciato, non senza convinzione, di voler fare solo concerti dopo il box del 2013 con Bath Salts e L'Enfant et le Ménure. Di concerti non ce ne sono stati, tranne un paio di esibizioni di livello da turnista, e qualche sfuocato abbozzo del mio repertorio, con formazioni provvisorie, più una valanga di esibizioni a cappella in chiave di performance, alcune bellissime, altre tali da portare a vere e proprie “insurrezioni” del pubblico. Le mie condizioni di salute non sono andate migliorando. Ho riflettuto sul fatto che avevo poco lavoro, zero relazioni umane di valore, in seguito al trasferimento obbligato dalla Lombardia alla Puglia e ho deciso di darmi una ragione per svegliarmi al mattino. Non avevo forze per dedicarmi da solo agli arrangiamenti di un progetto che volevo fosse un grande arazzo, un arazzo fatto di caos. Capace di raccontare vita e morte, come in un dormiveglia, tra crudo realismo autobiografico, lettura della realtà che la noia in meridione trasforma in “mito”; osservazione distaccata di tanti omini che altrove si muovono affannandosi inutilmente, “perché tutti si ha da morire” ed è tutto distante, i sogni, gli affetti e il lavoro desiderati, le invenzioni e le guerre. Questa terra vive di misticismo misto a paganesimo volgarissimo, in un minestrone assai gustoso, ma altamente tossico.

Il tema del mare è qualcosa che ti appartiene da sempre o una nuova e sorprendente scoperta?

Sono nato a pochi chilometri dal mare, ma di fatto, la terra è stata l'esperienza che ho interiorizzato di più, complice anche l'aver vissuto in campagna da bambino per qualche anno. Nessuna sorpresa dunque, ma neanche particolare appartenenza, mi è bastato riconnettermi a qualcosa parte di me, ma di fatto UKIYOE parla di acqua più che di mare e in modo ancora più esteso, di fluidi, moti di coscienza che alterano percezioni, rimescolando la nostra concezione di realtà rendendola “impermanenza”. Del resto il titolo stesso del disco fa riferimento a un concetto, quello del ciclo continuo di nascita e di morte a cui i buddisti hinayana cercavano di sottrarsi nel 1600. Tuttora, anche il buddismo mahayana, che non parla di allontanamento dai desideri, ma li considera illuminazione, parla della possibilità del conseguimento di uno stato vitale così elevato dalla pratica meditativa, da staccarsi completamente da un mondo impermanente e superare qualsiasi difficoltà, trasformandola in beneficio. L'impermanenza di fatto rimane, cambia “solo” il modo proprio di affrontarla. Una sorta di “Surfin Maelstrom” (originario titolo del lavoro), in piena decadenza culturale ed economica occidentale e con i popoli a lungo, stupidamente, bistrattati, che presi dalla rabbia cieca sono pronti a farci affondare, ma senza pensare al modo in cui poi tenersi a galla loro. Le meduse dei miei dipinti, sono le nostre coscienze e stanno venendo a prenderci.

Mi racconti come si sviluppa questa volta il tuo lavoro di squadra?

Si è articolato tra networking, istant composing e un articolatissimo lavoro di sound design, prevalentemente in due studi, a più di 1000 km di distanza, uno a Fragagnano (Ta), con Mimmo Frioli dei Karma in Auge e qui è nata la materia, l'altro a Vedano al Lambro (MB), con Paolo Siconolfi e qui la materia ha preso forma definitiva. L'evoluzione del tutto però è andata organizzandosi tra Italia, Belgio (qui vive, la mia sorella elettiva e spirito guida, Erna Franssens aka KasjaNoova, che E' arte) e Germania, in una quantità di studi e home recording studios spaventosa. Un disco prende forma in genere attraverso la registrazione di una sezione ritmica sulla quale incidono tutti gli strumenti e infine la voce, o da un demo con suoni midi a partire del quale ognuno registra in location diverse il proprio contributo. C'è ovviamente anche l'opzione della presa diretta di un intero ensemble. Io, ho proceduto perfettamente al contrario, incidendo per primo le sezioni vocali e scrivendo a mano, o partiture integrali per l'arrangiamento, o bozze di esse per due-tre voci strumentali. Alcuni musicisti hanno avuto un ruolo essenziale e sono stati Stefano Giannotti (OTEME), Vittorio Nistri (Deadburger Factory), Erica Scherl, Fabio Zurlo, Alessandro Seravalle (Garden Wall), Josed Chirudli. Giannotti, Nistri e la Scherl, in particolare, hanno realizzato arrangiamenti integrali per alcuni brani, che in studio sono stati assegnati, assieme al mio, ad un canale specifico. Si è provveduto, in maniera quasi performativa, ad alzare ed abbassare volumi, fino a stabilire presenze, compresenze, assenze, fino ad un mosaico perfettamente cristallizzato che, in particolare nel brano Marinaio e in Ma(r)le, ha trovato la sua massima espressione. Fabio Zurlo è stato responsabile di una virulenta sessione in studio, tra partitura e lunga improvvisazione, per voce e fisarmonica, che ha definito Into the Waves, la sezione centrale della suite conclusiva. L'ultima parte della suite, Mud, è fondata su una composizione elettronica di Seravalle, chiamata originariamente “Il Male”. Josed Chirudli ha lavorato alla definizione dell'ossatura strumentale di Ohi Mà, in compartecipazione diretta in studio con Camillo Pace. L'arrangiamento di Veleno è quasi esclusivamente mio, quello del singolo Tutti i Liquidi di Davide, si è organizzato attorno a voci e synth miei e al violino di Erica Scherl. I Pesci dei tuoi Fiumi è quasi ad esclusivo appannaggio mio e di Vittorio Nistri. Fi(j)ùru d'Acqua si è andata definendo attorno ad una mia partitura, dalla quale Giannotti, in Germania, ha sviluppato un processo compositivo tutto suo, sul quale si è innestato il contributo di Chirudli. Un vero e proprio processo di cesello in continuo work in progress fino alla definizione di una forma conclusiva. Maree, null'altro che maree. C'è il racconto emotivo tipico di NichelOdeon (Tutti i Liquidi di Davide, Veleno, Ohi Mà), la ricerca sonica e vocale spinta agli estremi di InSonar (I Pesci dei tuoi Fiumi, Ma(r)le) e qualcosa che rimane a metà (Marinaio e Fi(j)ùru d'Acqua). Ci sono poi voci assai importanti, quelle di Dalila Kayros, Stefano Luigi Mangia e Laura Catrani, su tutte. Meno presente il contributo di Raoul Moretti, impegnato per un tour mondiale di presentazione del suo elegantissimo Harpscapes, a cui ho preso parte cantando in un brano, Raped Lands. Una cosa però questa volta è emersa, è stato un lavoro assai faticoso, a dispetto dei doppi che hanno costituito il box del 2013, che si sono sviluppati in maniera assai più giocosa, praticamente “perfetta”, come nel caso di Bath Salts. E' stata necessaria una guida fermissima da parte mia per non degenerare e avere una direzione chiara. Paolo Siconolfi ha dovuto organizzare di sana pianta intere partiture, ridisegnandole. Esiste un nostro storico di e-mail notturne che ammonta ad un numero di diverse centinaia. Lui lavorava di notte, io di giorno e fino alle 3-4 del mattino, dormendo non più di 4 ore, per 4 mesi e mezzo di fila, tra Febbraio e Giugno, con bonus di 3 mesi, tra Settembre e Novembre, per il singolo. E' stato anche realizzato un videoclip per questo, su regia di Pietro Cinieri e mio concept/storyboard (video a seguire) e i ready made che accompagnano le edizioni limitate del lavoro, mi accompagnano tuttora, giorno e notte, come in un'accumulo di parti di me donato a chi ha voglia di entrare a far parte del mio mondo. Assolutamente infantile, certo, ma senza alcun livello di mediazione a fargli fango attorno.

L’album è impreziosito da un movie di Francesco Paladino: da dove nasce l’dea?

La domanda andrebbe riformulata al contrario. Da dove nasce il disco? Cosa peraltro ben espressa, perché è stata la necessità di legare a un progetto visivo, quello di Francesco, dei suoni, a far nascere UKIYOE. Il film, originariamente doveva essere girato nell'arco del mese di Luglio scorso, a Taranto. Non sono stati trovati dei fondi. Francesco parlava della volontà di trasformare la sua casa nella stiva di una nave ed effettuare lì le riprese. Poi si parlava di introdurre nel DVD un suo bel mediometraggio di qualche anno fa, con la partecipazione dei fratelli Placido. Di fatto, essendo lui a Piacenza e io in Puglia, non ho seguito tutte le fasi dell'evoluzione del progetto visivo, così come lui, ha seguito solo in parte quelle della realizzazione del cd. Siamo persone assai diverse, io assai ordinato nel processo creativo, lui disordinatissimo quanto vitale, eppure tutti e due necessitiamo di tenere quanto più possibile “sotto controllo” quello a cui stiamo partecipando, per sentirlo nostro. So che, il mediometraggio è stato realizzato in tre giorni (ricordo che in contemporanea Francesco aveva in corso d'opera il suo Son of Unknown Fish e una miriade di altri progetti esclusivamente video) e che è la realizzazione più rapida del suo percorso di regista, ma del resto, i tempi è stato Francesco stesso a definirli, chiedendomi le musiche entro la prima decade di Giugno e io tutto sono tranne che disposto a protrarre progetti per anni, senza una casa, un lavoro, una vita sociale, in salute precaria... UKIYOE, sta tra realtà feroce e sogno, è disco impenetrabile e facile, corto ma densissimo, è un disastro meraviglioso.

Dietro ai termini nautici “QUICKWORKS & DEADWORKS” si possono nascondere interpretazioni e metafore personali: qual è il tuo punto di vista?

Si tratta rispettivamente delle parti di una nave che rimangono sempre fuori e sott'acqua. Bisognerebbe chiedere a Francesco, ma credo lui ne abbia dato una visione assai meno “apocalittica” della mia e più romantica. Lui ama manifestarsi in modo assai più solare rispetto a me, con una dolcezza dichiarata. Ha smussato alcuni miei eccessi in fase creativa e ha fatto bene. C'era un pezzo in cantiere, ad esempio, intitolato “Ho gettato mio figlio da una rupe perché non somigliava a Fabrizio Corona” e lui è, giustamente, insorto, così come mi ha chiesto di limitare l'aggressività del mio linguaggio presente originariamente in alcuni testi. Devo riconoscere che la rabbia ad un certo punto, mi stava portando lontano, assai lontano...

Che tipo di sperimentazione o innovazione costruttiva hai realizzato questa volta?

Il processo di stratificazione della materia sonica, intesa proprio in qualità di “materia” (alla stessa maniera di quanto adoperato da me per la resa di pannelli, dipinti e illustrazioni di artwork ed edizioni deluxe del digipack) è stato descritto nella risposta alla tua terza domanda. Ma c'è anche la progressione da una iper-forma (Veleno, Fi(j)ùru d'Acqua), un mosaico perfettamente a fuoco, fino al suo progressivo sgretolamento in detriti (la chitarra di Eugenio Sanna) e fango (i drones di Seravalle) nella musique concrète di Mud, che chiude il disco. Tutti i Liquidi di Davide, come una sorta di riemersione alla realtà dei sentimenti che ci permeano, può essere considerato tanto origine che conclusione dell'opera, nel suo essere ballata dolcissima e disperata, un inno alla vita vissuta senza “se e ma”, dedicato ad una persona che di morte appresso ne ha già avuta abbastanza.

Come giudicheresti questo tuo prossimo lavoro: una tappa di avvicinamento verso una meta precisa o un punto di arrivo prima di una nuova svolta?

La manifestazione di un male viene letta spesso come “origine” dello stesso, ma è in realtà, già soglia dalla quale ha origine una cura. Il cancro è andato originandosi prima. Allo stesso modo, che UKIYOE sia naufragio, approdo, o illusione di un avvistamento, proprio non so dirlo.


Come Claudio Milano sottolinea, tutto parte da un’idea di Francesco Paladino, che mi ha raccontato a tal proposito…

Ci sono aspetti di noi che a volte emergono chiari, certi altri che non emergono mai. Quicworks & Deathworks parla di questi aspetti. Il termine adottato, che è anche il titolo del film, è un termine marinaio che indica quello che emerge sempre dell'imbarcazione e quello che non emerge mai. Il film dura 30 minuti ed è uno dei miei lavori estremi, perchè si compone soltanto di cinque impaginazioni, un prologo tre situazioni e l'epilogo.
Nel prologo due coppie, una di ragazzi, una di persone un pò più mature, lasciano una banca attraccata ad un molo tropicale. Una voce fuori campo, la voce di Barbara Burgio, cantante di Seattle, mia carissima amica, che ha curato la versione inglese del lavoro, ci indica che si tratta di un attracco di fortuna, la nave probabilmente è in panne; quindi per un caso della sorte i quattro personaggi sono costretti a convivere in un piccolo spazio, una sorta di balcone sulla foresta tropicale, tutti insieme. Il film è ambientato in una sorta di onirico fine 800, che improvvisamente si squarcia su tempi attuali quando la giovane protagonista, Giada Galeazzi, intona una canzonetta dei giorni nostri, o quando, nel terzo quadro, una radio racconta la raccapricciante notizia di due bimbi mangiati da un pitone. Nell’attesa, che non si sa quanto durerà, i quattro personaggi vengono in contatto e si formano le alleanze, le amicizie, e le esclusioni, in particolare il personaggio maschile maturo, che vorrebbe dire, parlare, gridare e che è sempre colto da crisi di vomito, viene escluso dalla piccola comunità. L’epilogo accompagna i quattro personaggi di nuovo sulla battigia, da dove erano arrivati, quando il giorno inizia a tramontare e tutti guardano il cielo in attesa di qualcosa che deve arrivare.
Gli attori -Carolina Migli Bateson, Gianluca Prati, Giada Galeazzi e Luka Moncaleano- nei tre quadri in cui la storia si sviluppa (escludendo la prefazione e l'epilogo, recitano come si diceva a Cinecittà, a "braccia". Nei giorni di preparazione abbiamo lavorato sul creare quattro personaggi con identità precise, con caratteri pronunciati, e abbiamo studiato tre racconti di "massima", spiegando cosa doveva succedere nel tempo di 7-8 minuti. Poi ho lasciato loro la più ampia libertà di espressione, potevano fare ciò che volevano, sempre che esprimessero la linea rossa della storia che avevo individuato. Ci si è messo anche il caso a recitare, improvvisamente è salito il vento, il cielo si è velocemente liberato e riempito di nubi, cambiando i colori, il cappello di Giada è volato via... la scatola delle pastiglie è fuoriuscita dalle tasche di Carolina, suggerendo una fine alla storia, che non avevo inizialmente pensato. E’ stata una grande emozione creare questo film, perché in esso sono confluite delle linee metodologiche che sicuramente applicherò alle mie nuove prossime creature. Si tratta del mio lavoro più libero, in cui la recitazione è vita, gli attori sono anche loro creatori e così anche gli imprevisti;  le musiche di Claudio sono fantastiche, e appaiono e scompaiono, a sottolineare certi momenti, certe emozioni certe tensioni che si creano tra i personaggi. Con Claudio ho lavorato benissimo, è una colata lavica di idee e lavora veloce come un colibrì. Sicuramente lavoreremo ancora insieme, perché ci siamo trovati benissimo e tutto è coinciso alla perfezione, come i pezzi di un puzzle. Amo la musica di Claudio perché è viva, sprizza energia e voglia di essere curiosa, imprendibile, chiara e definita, eppure misteriosa.

Il trailer…