Conosco Claudio Milanoda
molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi
sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di
quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di
quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della
luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa
accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio
per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come
la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno
una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato
fin qui.
Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che
costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di
vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile,
senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire
un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il
luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni
organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa
che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità,
trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove
l’arte non è più intrattenimento ma necessità.
Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi
tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro
interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che
usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per
vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina
di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione,
politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma
resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.
Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui
Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci
infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma
l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e
fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco,
ma un organismo collettivo.
Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del
metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie
minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una
dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i
collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma
rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.
Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me,
un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della
brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce
che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un
haiku che contiene un mondo.
Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette
in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e
politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo
scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori
che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.
C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui
partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno
dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto
perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva,
emotiva, fisica.
E poi c’è Flipper.
L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di
Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di
registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un
sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e
moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per
metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano,
distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo
razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia,
usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento
compositivo.
Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide
che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi,
esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma
soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino
ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è
ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata
contro sé stessa.
Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un
secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian,
le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di
Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock
in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta,
Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti
sotterranee.
Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha
ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha
mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper
è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un
testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non
sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.
Flipper (Folk Songs for the
Judgment Day), diClaudio Milano(NichelOdeon),si presenta come un’opera fuori dagli schemi, capace di
sorprendere e disorientare anche l’ascoltatore più esperto. Pubblicato in
occasione del centenario di Luciano Berio, il progetto nasce da un lungo
percorso di ricerca e rielaborazione che abbraccia oltre vent’anni di
incisioni, studio e trasfigurazione sonora. La collaborazione con Teo Ravelli
(borda) e una nutrita schiera di musicisti e autori, conferisce all’album una
ricchezza timbrica e concettuale rara nel panorama contemporaneo.
L’album si configura come una
celebrazione della “storia”, ma filtrata attraverso una lente distopica e
personale: la paura, tema centrale, diventa il filo conduttore che lega
citazioni, melodie e frammenti provenienti dall’Alto Medioevo fino ai giorni nostri.
Il risultato è un medley in cui le melodie si rincorrono, si sovrappongono e si
dissolvono, creando un limbo sonoro che sfida la percezione del tempo e dello
spazio. L’ascoltatore viene così trascinato in un viaggio che oscilla tra
realtà, finzione e sogno, dove la storia sembra non appartenere più a chi la
genera, ma diventare patrimonio di un’umanità spaesata e in cerca di senso.
Dal punto di vista oggettivo,
la produzione si distingue per la scelta radicale di partire sempre dalla voce
a cappella, su cui vengono poi stratificati gli altri contributi sonori. Questa
modalità di incisione, unita a una tracklist che spazia da Berio a De André, da
Brel a Bowie, da tradizionali medievali a hit pop contemporanee, testimonia una visione musicale ampia e inclusiva, che
rifiuta ogni barriera di genere e di epoca.
Personalmente, ciò che colpisce
di più è il coraggio con cui Milano affronta la materia musicale: ogni brano
viene smontato e ricostruito, privato della sua aura originaria per essere
inserito in un contesto nuovo, spesso straniante, ma sempre profondamente
sentito. L’ascolto di “Flipper” non è mai rassicurante: è un’esperienza che
mette in discussione, che invita a riflettere sul senso della memoria, della
tradizione e della contemporaneità. La sensazione è quella di trovarsi davanti
a una rovina sonora che non bussa alla porta, ma la abbatte, costringendo chi
ascolta a confrontarsi con le proprie paure e con la fragilità della storia
personale e collettiva.
L’artwork, curato da Bamto e
Niccolò Clemente su concept di Milano, e la scelta dell’etichetta TRUMPF!
Records, aggiungono ulteriori livelli di lettura, sottolineando il carattere
distopico e provocatorio dell’intero progetto.
The Cold
Genius Song (Henry Purcell/John Dryden) - 1691
Après un rève, op. 7 n. 1 (Gabriel Fauré/R.
Bussine) - 1870-1878
Il Pianto della Madonna (Claudio
Monteverdi/Ottavio Rinuccini) - 1641
Lusive la Lune – La Canzone della Notte di Natale
(tradizionale friulano) – XVIII sec.
Lu Rusciu de lu Mare (tradizionale salentino) –
XVI/XVII sec.
Maramao (Mario Consiglio/Mario Panzeri da “Scura
Maje”/”Mara Maje”/”Lamento di una Vedova” – tradizionale Abruzzo e
Basilicata XIV/XV sec., poi in dedica al brigante Giuseppe Nicola Summa;
infine “canzone della fronda” antifascista)
Ahi! Amours (Conon de Béthune) - 1189 circa
So Ben Mi C'ha Bon Tempo (Orazio Vecchi) - 1590
Mad About You
(Alex Callier) - 2000
Adesso Si (Sergio Endrigo) - 1966
Fenesta ca Lucive (Matteo Di Ganci/Guglielmo
Cottrau/Vincenzo Bellini/Giulio Genoino, da una poesia del XVI sec.
musicata nel 1842)
E Se Domani (Carlo Alberto Rossi/Giorgio
Calabrese) – 1964
Una Lunga Storia d’Amore (Gino Paoli) - 1984
Lontano, lontano (Luigi Tenco) - 1966
Vecchio Frack (Domenico Modugno) - 1955
E non Finisce Mica il Cielo (Ivano Fossati) -
1982
Black Is the
Color Of My True Love's Hair (tradizionale scozzese/John Jacob Niles) –
XVIII sec. (?)
La Canzone dei Soli (Claudio Milano) - 2021
… Dopo (Claudio Milano/Vincenzo Zitello) - 2018
The Sleeper
(Peter Hammill/Edgar Allan Poe) – 1831/1991
La Flagellazione di Cristo - recitarcantando
(Claudio Milano) – 2025
From Her to
Eternity (Barry Adamson/Blixa Bargeld/Nick Cave/Mick Harvey/Anita
Lane/Hugo Race) – 1984
Don Giovanni (Lucio Battisti/Pasquale Panella) –
1986
La Realtà non Esiste (Claudio Rocchi) – 1971
L’Ombra della Luce (Franco Battiato/Giusto Pio) –
1991
In conclusione, “Flipper (Folk
Songs for the Judgment Day)” è un’opera che sfida le convenzioni, capace di
parlare sia alla mente che al cuore. Un lavoro che richiede attenzione e
apertura, ma che ripaga con una ricchezza di stimoli e suggestioni rara nel
panorama musicale attuale. Un inno alla coesistenza e alla trasformazione, che
lascia il segno e invita a un ascolto attivo e consapevole.
Oggi mi soffermo su un ulteriore progetto di cui è parte Claudio
Milano (voce e performance attoriale), in questo caso ospite di I SINCOPATICI, trio composto da Francesca
Badalini (piano, synth, zither), Andrea Grumelli (basso fretless, elementi
elettronici, atmosfere sonore) e Luca Casiraghi (batteria e percussioni),
impegnati in progetti che presentano il rapporto tra musica ed elementi visual,
attraverso la riscoperta di capolavori del cinema muto a cui uniscono un
accompagnamento musicale live.
Nel mese di aprile è uscito “Decimo
Cerchio (L'inferno 1911 O.S.T.)”, che propone un … Dante Alighieri futurista utilizzando
le immagini del primo kolossal della storia del cinema italiano, il film muto “L’Inferno”
del 1911, un cine-concerto con interventi ti teatro performativo.
Il film ((Bertolini/De Liguoro/Padovan) è uno dei capolavori
del genere in costume, il primo film europeo di grande impegno letterario e
artistico, e grazie agli effetti speciali cinematografici e teatrali venne
allestita un'opera visionaria, dove per la prima volta si usarono in maniera
coerente le didascalie scritte, che introducevano ogni scena con i versi più
famosi o con una frase esplicativa in prosa.
Ciò che questo ensemble virtuoso propone non è da meno, e il
video di fine articolo risulterà icastico più di qualsiasi descrizione scritta.
Il CD dura circa 61 minuti ed è pubblicato da La Snowdonia,
etichetta discografica indipendente italiana, fondata nel 1997 da Cinzia La
Fauci, Alberto Scotti e Marco Pustianaz.
Mi sia concessa una digressione che nasce dall’immaginare un Dante
giudicante, oggi, al cospetto del “trattamento sonoro e oltre” del suo
pensiero.
Il sommo poeta italiano, non era solo un maestro della parola
scritta, ma nutriva un profondo e complesso legame con la musica, che traspare
in tutta la sua opera, in particolare nella Divina Commedia.
Per Dante, la musica rappresentava un linguaggio universale,
capace di trascendere le barriere umane e di connettere l'uomo al divino, una
manifestazione dell'armonia cosmica, un riflesso della bellezza e dell'ordine
che permeano l'universo.
Come molti pensatori medievali, era affascinato dalla teoria
pitagorica dell'armonia delle sfere celesti, e credeva che i pianeti, ruotando
intorno alla Terra, producessero suoni armoniosi, in una sinfonia cosmica che
solo le anime più pure potevano percepire.
La musica era per lui una scala che conduceva all'esperienza
mistica e alla contemplazione divina in quanto dava la possibilità all'anima di
elevarsi verso le sfere celesti, avvicinandosi sempre più a Dio.
Ma nell'inferno, il silenzio e il disordine regnano sovrani.
La musica è assente o distorta, riflesso dell'assenza di armonia e dell'amore
nell'anima dei dannati.
Quindi, proseguo nel gioco, cosa penserebbe Dante nel
rivedere la sua opera modellata secondo criteri più … moderni”?
L’impatto è, a mio giudizio, pazzesco, e in tutto questo pesa
il mio amore incondizionato per la musica progressiva, termine coniato in ritardo
rispetto alla nascita del movimento, un genere i cui confini sono molto ampi ma
che presenta rigide linee guida, alcune delle quali sono pienamente attinenti a
“Decimo cerchio”.
E, forse, proprio nell’utilizzo dell’aggettivo numerale
ordinale “decimo” risiede il focus della proposta: i cerchi dell’Inferno
indicati da Dante sono notoriamente nove, il “decimo” potrebbe essere quello che
racchiude tutti gli altri e fornisce albergo a “nuovi peccatori”, o giudicati
tali.
Analizzando gli stilemi del prog troviamo in questo caso l’elemento
concettuale, la sperimentazione spinta, l’interconnessione di differenti arti,
trame sonore complesse composte da rock e classicità, virtuosismo strumentale naturale, una
voce/strumento unica nel nostro panorama musicale.
E poi siamo di fronte ad una performance musicale e teatrale
tipica di alcuni show settantiani, non solo ad appannaggio di chi il genere lo
ha creato, se è vero che i Genesis, nel corso della loro prima tournée italiana
del ’72, trovarono interessante e degno di nota il dress and makeup dei
napoletani Osanna.
Claudio Milano rappresenta la risultante di un lavoro di
squadra realizzato da grandi professionisti, e mette in mostra tutte le sue
qualità vocali e interpretative, facendo emergere la sua totale immedesimazione,
gestendo e rinviando al pubblico sentimenti struggenti, dando l’impressione di vivere
nel mezzo di un’azione catartica che lo colpisce e lo purifica, provando a
convivere - forse ad uscirne - in quel decimo cerchio a cui l’album è dedicato.
Dal comunicato ufficiale estraggo la seguente frase: “Questo spettacolo, che è il primo sulla “Commedia”
che metta insieme teatro, musica e film, è stato accolto con grande calore e
applaudito in tutta Italia…”.
Scuole e luoghi preposti alla cultura… aprite le porte nel
caso in cui progetti simili bussassero alla vostra porta!
Chissà, una volta varcata la soglia una prima volta…
“Facesti come qui che va di notte, e porta il lume dietro
e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte…”.
TRACKLIST
1. Nel Mezzo del Cammin 02:48
2. Per lo Tuo Ben Penso 01:40
3. Per Me Si Va nella Città Dolente
02:06
4. Ed ecco verso Noi Venir per Nave
02:00
5. L’Angoscia delle Genti che Son
quaggiù, nel Viso mi Dipigne 04:31
6. Stavvi Minosse 00:35
7. Amor che a nullo Amato Amar
Perdona 06:15
8. Stige 03:44
9. La Città di Dite 02:30
10. Qui Son gli Eresiarchi 04:55
11. Pier della Vigna 03:13
12. I Dilapidatori 01:28
13. I Violenti contro Dio 00:55
14. La prima Bolgia 00:51
15. I Ruffiani 01:00
16. La terza Bolgia 01:35
17. I Barattieri 03:37
18. Gli Ipocriti 03:20
19. I Ladri, tra orribili Sterpi
02:20
20. Vedi come storpiato è Maometto
01:58
21. LLI Falsari, fatti Lebbrosi,
Passioidropici 01:30
22. I Giganti 00:44
23. I Traditori, Immersi nello Stagno
gelato di Cocito 02:44
24. Il Conte Ugolino 04:20
25. Lucifero 02:52
26. Il Cammino sotterraneo 03:0
Qualche
info sui protagonisti…
Claudio Milano, in questo progetto collabora con I Sincopatici, un
Trio, composto da Francesca Badalini, Andrea Grumelli e Luca
Casiraghi, che si dedica principalmente alla riscoperta di capolavori del
cinema muto con accompagnamento musicale dal vivo e, più in generale, a
progetti incentrati sul rapporto tra musica e immagini.
Le musiche per ogni film sono ideate dalla compositrice e
pianista Francesca Badalini la quale, dal 1999, collabora con la Cineteca
Italiana componendo ed eseguendo dal vivo, insieme al gruppo, in tutta Europa,
musiche per film muti.
I Sincopatici propongono il Cineconcerto, una forma di
spettacolo emozionante e intensa, in cui la forza evocativa delle immagini dei
capolavori del cinema muto si unisce alla suggestione creata dalla musica, che
spazia dall'improvvisazione al rock e alla musica classica.
Il progetto propone un excursus sulle diverse visioni
filmiche e musicali sul tema della fantascienza, dagli albori ai nostri giorni,
attraverso una originale rilettura delle più belle colonne sonore, da
Metropolis a Blade Runner, da Solaris a Guerre Stellari, da Il pianeta delle
scimmie a Interstellar.
CLAUDIO MILANO, in scena con I SINCOPATICI
dal 2021
Ricercatore vocale, compositore e musicoterapista, attore,
performer, laureato con lode in scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di
Brera con una tesi sull'evoluzione dell'opera d'arte totale e la presentazione
di uno spettacolo inedito.
Ha seguito studi di canto lirico, metodo funzionale e
bevoice, improvvisazione jazz, canto difonico tibetano e vietnamita,
modulazione e tecnica del whistle register.
Tiene regolarmente in tutta Italia seminari sulla voce e
sulla storia del rock, laboratori di musicoterapia, drammaterapia, di musica
per l’integrazione di rifugiati politici.
Ha all’attivo 16 album, un DVD ed esibizioni live con alcuni
dei massimi musicisti mondiali in ambito classico, rock, jazz, etno, avant
garde, pop.
Fondatore dei laboratori multimediali NichelOdeon, InSonar,
Adython Project, ha preso parte all’audio libro “Neumi – Cantus Volat Signa
Manent” pubblicato da Genesi Editrice e a decine di dischi di musicisti
underground italiani e internazionali.
“INCIDENTI-Lo Schianto” di
NichelOdeon/InSonar & Relatives
Claudio Milano
Da lunghissimo tempo seguo l’arte proposta da Claudio Milano, musicista unico, coraggioso,
controverso, divisivo, esteta, concreto, sognatore, sperimentatore... aggettivi
che volgono tutti al positivo, frutto di una frequentazione che passa quasi
esclusivamente da elementi musicali, ma è facile catturare il suo disagio,
probabile frutto di diversificati accadimenti personali misti alle difficoltà
che Claudio, come ogni purista della materia, ha trovato e continua a trovare
sulla sua strada.
Per me Milano è simbolo, soprattutto, di voce incredibile,
assimilabile ad uno strumento vero a proprio, e se fosse vissuto nella
generazione precedente avrebbe trovato ben altre soddisfazioni, magari legando
professionalmente con il Maestro della Voce.
L’artista pugliese non strizza l’occhio a nessun tipo di
compromesso o annacquamento teso alla ricerca di un qualsiasi consenso, ma tira
dritto per la sua strada, conscio che le sue creazioni saranno destinate ad una
nicchia di anime sensibili e virtuose.
Ma “relegarlo” al ruolo di voce fuori dagli schemi appare
riduttivo e credo che ogni tipo di rappresentazione che ha a che fare con
l’arte lo potrebbe vedere indiscusso protagonista.
Dopo un lungo periodo di vuoto discografico è stato da poco rilasciato
un nuovo progetto dal titolo “INCIDENTI-Lo
Schianto”, presentato in controtendenza come “Un disco SENZA
VALORE”:
“Un disco SENZA VALORE, non è leggero e spensierato, non
parla di rinascita nel “dopo-pandemia”, il cantante del progetto non è bono,
non è pansessuale e non è ventenne. “INCIDENTI-Lo Schianto” è pronto per
divenire il più grande fallimento di Snowdonia e Claudio
Milanone va fiero (ma senza montarsi la
testa).”
Capito il tono?
Un CD e un vinile di lunga durata, una marea di
collaboratori, un artwork da sogno, una musica difficile da definire... tutti elementi che si dischiuderanno al cospetto dell’ascoltatore curioso, non necessariamente
seguace di Claudio Milano, anzi, meglio cercare nuovi adepti.
Ho ricevuto molto materiale e non ho sprecato nulla.
Tutto è funzionale alla comprensione e seguendo le
indicazioni il lettore troverà importanti elementi oggettivi (cliccare sulla singola
voce):
Ma la cosa più utile risulterà l’intervista realizzata con
Milano, che racconta dettagli impossibili da afferrare in altro modo,
delineando una storia - e una vita - dedita all’impegno artistico. L’amarezza
emerge, così come una visione del mondo tendente al grigio e una trasposizione
dei sentimenti e delle idee in un contenitore sonoro difficile e al contempo affascinante.
Resterebbe ben poco da aggiungere, perché la tavola è del
tutto apparecchiata, e il mio personale gradimento, che è davvero grande, risulta
insignificante rispetto ad un lavoro monumentale e di grande qualità.
Condenso il mio sentimento da ascolto, ripetuto e avvenuto
in situazioni disparate e non solo in un contesto “controllato”, quello che a
mio giudizio è richiesto quando si è alla ricerca della massima
concentrazione.
Forse mi allontanerò dai veri intenti dell’autore, ma è
questo l’angolo delle sensazioni istintive.
Ciò che ho captato è
una proposta capace di dare voce alle
insoddisfazioni, alle angosce, a un nuovo rapporto con l’arte che fugge dalla
mera estetica,alla ricerca di un valore più profondo, e in questo senso mi è apparso come una verarivoluzione.
Una musica diversa da quella a cui l’ascoltatore medio è abituato, solitamente avvezzo alla comprensione immediata e a una certa commercializzazione dettata
dal mainstream.
Esiste quindi uno scoglio da superare e Claudio Milano, infischiandosene
dell’ortodossia, utilizza linguaggi variegati che hanno il limite di essere
riconosciuti da pochi.
Nel suo nuovo lavoro ho trovato un approccio diverso dalla norma, una
sottolineatura di una necessità espressiva dove le idee sono preminenti
rispetto all’estetica legata al modello espositivo.
Una portata culturale di grande impatto, una luce che si accende e
illumina le esistenze, una diversa chiave di lettura della vita che può trovare
totale appagamento nelle varie forme artistiche esistenti, interconnesse tra
loro.
Sintetizzo il nuovo
progetto di Claudio Milano con una citazione nobile, attribuita a Picasso: “L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata
nella vita di tutti i giorni.”.
Ecco, questo è quello che ho avvertito, ascoltando con coscienza “INCIDENTI-Lo Schianto”.
Leggiamo ora
l’autorevole pensiero di Milano, augurandogli tutta la visibilità possibile (e
non si tratta certo di un augurio legato al businnes delle vendite!) e un
proseguimento nella sua opera, lontano dagli schemi precostituiti, ma come sempre
onesta e duratura, e anche per lui, come per quasi tutti i grandi artisti, il
riconoscimento arriverà, seppur con spudorato ritardo.
L’intervista
Sono passati sette anni dall’uscita
del tuo ultimo lavoro e il nuovo progetto comprende registrazioni da tempo nel
cassetto: puoi sintetizzare l’iter che ti portato a realizzare “INCIDENTI-Lo
Schianto”?
È necessario avere un progetto
chiaro. Se questo manca il risultato che si può dare alle stampe è solo
“l’ennesimo disco di” e io non voglio fare il clone di me stesso. Scrivo solo
quando ho qualcosa di urgente da comunicare e quando ho la percezione di avere
qualcosa di autenticamente nuovo da offrire alle mie orecchie. Strappo e brucio
interi quaderni con appunti musicali e altrettanti di appunti per liriche. A me
interessa dare solo musica che non ho ancora sentito io in primis. Non sono uno
che “ricerca” rigirando attorno ad una intuizione. Mi interessa maturarne
diverse nell’arco del tempo che spendo appresso al mio essere musicista. Ci
sono voluti cinque anni per definire questo album in termini di scrittura,
incisione e ricerca di un suono identitario in mezzo alle diverse proposte che
contiene, un tempo ragionevole tenendo conto che lo studio che ha assemblato i
singoli contributi dei musicisti, a 1200 km di distanza, ha dovuto fare i salti
mortali e per giunta attraverso comunicazioni via e-mail e telefonate non
sempre pacate. Poi l’assenza di fondi per darlo alle stampe e una pandemia in
corso han fatto il resto, altri due anni di attesa, una bruttura fatta di fame
autentica e disagio. Nel mentre ho vissuto ovunque e volendo trovare nuove
definizioni di me stesso mi sono offerto a progetti non miei… decine. In studio
e soprattutto dal vivo. Ho voluto concedermi un viaggio fuori e dentro me
stesso, senza sconti ricevuti da parte altrui e senza averne fatti a me. Ne
sono venuto fuori ridotto in brandelli, a livello di schema identitario e qui
parlo di struttura psico-fisica, è come se mi fossi arrovellato fino alla
dissoluzione (e non parlo di eccessi “rock”, ma di uno scavarsi dentro in
maniera impietosa). È un miracolo che io sia vivo. Non sto bene, il che dal
2013 non è una novità, ma sono più sereno. Non mi sento più in lotta con
qualcosa… so di non avere più niente da perdere. In qualche modo io mi sono
ucciso, perché ho annullato i miei sogni. “Finalmente” posso guardare le cose
come se mi scorressero appresso. Il mio spirito in musica invece rimane vivo,
icariano, di chi quando canta vorrebbe tirare giù dal cielo tutte le stelle per
poi benedirle e dedicarle a chi ha attorno.
Il titolo di un album lo caratterizza
all’impatto e si presta spesso ad interpretazioni personali: qual è il
significato reale che si cela dietro a “INCIDENTI-Lo Schianto”?
Il titolo
dell’album sta per “incidere” inteso come atto che comporta auto-analisi fino a
ritornare a un punto zero, l’idea è nata dalle “Incisioni” e dai “Tre Studi per
una Crocefissione” di Danio Manfredini. Questo azzeramento, anche di coscienza
è ciò che percepisco nel percorso della società attuale, “sento” che è tempo di
grandi rivoluzioni in giro, assai confuse ma comunque tali da definire un’epoca
che non mancherà di scontri talmente tanto violenti da dare nuovo volto al
panorama politico-economico globale. Dal 2014 ho vissuto anni di collaborazioni
senza tregua ma con la consapevolezza di non poter contare su una formazione
musicale univoca a seguire i miei percorsi. Ogni incontro con un musicista è
stato una messa in campo di idee, percorsi seguiti differenti, scontri di Ego.
Non solo, nel disco si racconta di “infatuazioni” in un viatico di incontri
nati via chat, tali da portare alla mercificazione di sé e all’annullamento di
ogni valore della parola “amore”. Mi è venuto spontaneo pensare alla pubblicazione
del disco nell’11 Settembre dell’anno in cui sarebbe stato concluso. Poi, caso
ha voluto sia stato pubblicato a vent’anni di distanza dall’attacco alle Torri
Gemelle.
Perché lo hai definito “Un disco
SENZA VALORE”?
Perché non
ha futuro in termini di riscontro. “Valore” è ciò che noi diamo alle cose ma
che anche gli altri attribuiscono a noi. Io non valgo niente, non possiedo
nulla e non ho alcuna caratteristica che socialmente oggi possa vedermi in cima
a una lista di preferenze. La società in nascita farà razzia in breve tempo di
quelli come me.
Mi parli dell’anima del progetto e
delle peculiarità liriche e musicali?
L’anima
del progetto non è disgiunta da un corpo lacerato e risibile secondo gli
standard di immagine attuali. È un ritratto picassiano di un individuo che fa
risuonare in tanti cassetti di sé apparentemente disgiunti, voci diverse in
buona misura distopiche ma rispondenti a un tratto preciso. Non folle, ma
neanche sano. Le mie liriche nascono in buona misura da critica sociale ma hanno
un’organizzazione musicale assai precisa e studiata per mesi. Nonostante
questo, non tutte mantengono un posto nella mia memoria a lungo. In questo
album ce ne sono alcune che amo molto, quelle di “How Hard Tune!” e di
“Idiota-Autoritratto” in particolar modo, ma non ne avrei pubblicata nessuna
non l’avessi avuta a cuore almeno per buona parte. Ci sono poi due splendide
liriche di Salvatore Lazzara e in un brano (Nyama) riprendo nel Corale oltre
che Dino Campana, uno dei miei più grandi amori di sempre: Pier Paolo Pasolini
e la sua “Profezia”. Un brano invece è nato da una rilettura integrale di Peter
Hammill. Del suo pezzo “The Jargon King” è rimasta solo la lirica, attuale più
che mai. Se si vuol dare alle stampe qualcosa che non muoia alle proprie orecchie
e ai propri occhi in breve tempo, bisogna sforzarsi di guardare lontano… molto
lontano. L’alternativa è fare le soubrette su Instagram e Tik Tok.
Sono moltissimi i musicisti che
partecipano all’album: non ti chiedo di elencarli ma di motivare le scelte
relative alle differenti collaborazioni.
Sono
compagni di viaggio. Tutti. Qualcuno ha lavorato già alle mie dodici precedenti
pubblicazioni, qualcun altro mi ha chiesto di lavorare per le sue, alcuni sono
amici, altri li ho ascoltati e recensiti e mi sono innamorato dei loro
percorsi. Qualcuno è arrivato per emergenza, altri per empatia. Con tutti si è
creato un ottimo feeling anche se talvolta ho dovuto attendere due, tre, cinque
anni perché una registrazione promessa arrivasse. Qualcuno c’è ancora, qualcuno
non c’è più, come il M° Gianni Lenoci. Qualcuno si è dissociato dall’esito
conclusivo, altri mi ringraziano. Incontri, incidenti…
Raccontami del messaggio basico,
quello che hai dentro e che, essendo artista globale, puoi urlare attraverso il
tuo nuovo lavoro.
L’arte per
come l’abbiamo ereditata da Adorno è morta. Adesso ne viviamo l’inferno, il suo
rovesciamento di parametri. Io son vecchio… continuo a passare un’idea
massimalista nella gestione di parametri. Credo ancora che non si sia un
esercito cinese in terracotta in cui le statue si differenziano solo per un
dettaglio. Io amo i grandi passi, quelli che spostano l’angolo di visione di
almeno un po’ ma tale da garantire una nuova messa a fuoco, in alternativa la
creatività per me è solo intrattenimento e mi annoia. Poi per carità, so
benissimo che chi mi ascolta mi giudica “pesante” e noioso.
Esistono dediche particolari per ogni
traccia: me ne parli?
Le dediche
sono a persone conosciute in chat e con le quali ci sono state brevissime
frequentazioni. Mi danno l’idea di come oggi nulla abbia valore e di come si
sia destinati a schiantarci contro noi stessi in questa folle e inutile corsa.
Il progresso non è necessariamente ininterrotto. In alternativa le grandi
civiltà che ci hanno preceduto non avrebbero ceduto il passo alla nostra e noi
suoneremmo la loro musica di cui sappiamo invece poco o nulla.
Il disco è stato anticipato dal video
“Ho Gettato mio Figlio da una Rupe perché non Somigliava a Fabrizio Corona”: mi
spieghi la scelta e mi dici che valore/funzione ha per te l’aspetto visivo
legato alla musica?
C’era
un’idea originaria per quel videoclip. Una sceneggiatura da me scritta ma mi
erano richiesti fondi che non c’erano. L’epoca delle collaborazioni al fine di
creare un quadro ricco di colore si sta esaurendo velocemente per lasciare
spazio a un professionismo formalmente perfetto ma cinico, quello dei talent,
ma non solo, i ventenni oggi hanno un’arroganza mai percepita, non riescono a
guardare lontano dal loro habitat. Troppa gente vive in condizioni di
incertezza economica e il mondo dell’arte in Italia è già solo appannaggio di
gente abbiente. Non finiremo subito come una “nuova Grecia” ma saremo sempre
una provincia di un Impero ormai con le ore contate. Io ho sempre creduto nella
multimedialità come naturale conseguenza del percorso della creazione. Viviamo
in un mondo che ci sommerge di stimoli assai contrastanti. L’azione combinata
di questi determina ciò che chiamiamo “realtà”, anche con le sue contraddizioni
e i suoi cortocircuiti che piegano le nostre ginocchia. Ho teorizzato sin dalla
mia tesi di laurea del 2000 (Sphere) la necessità di mettere in pratica una
forma di multimedialità contemporanea dove gli stimoli non convergessero ma
finissero per creare una dimensione multipla di attenzione e percezione, fino
allo scontro, al caos creatore. Non sono riuscito a concretizzare il tutto in
modo coerente per questioni economiche, ci è riuscito però Stefan Prins con la
sua “Generation Kill”, dodici anni dopo. Io nel mentre sto lavorando a una forma
di arrangiamento, divenuto la mia tavolozza principe che renda chiaro questo
processo di piani plurimi di percezione e orientamento della composizione. Il
videoclip è stato concordato in modalità performativa con un mio amico, allievo
e collaboratore: Niccolò Clemente aka Cp. Mordecai Wirikik. Lui è un creativo
puro ed entusiasta. È una persona con cui ci si può permettere di inventarsi
qualcosa quando si hanno pochi mezzi perché la sua vita stessa è creazione,
curiosità, intelligenza emotiva. Ha generato qualcosa di assai distante dalla
mia idea di partenza ma con coerenza e dando adito a quel senso di
“dissociazione dall’ascolto/visione” che ovviamente ha portato il video a non
essere granché considerato. È tutto però in linea col processo a cui ho voluto
dare forma nella consapevolezza di una pubblicazione suicida.
Mi è piaciuta molto la cover e
l’artwork in generale: chi se ne è occupato e come rappresenta i contenuti? A
proposito, come dovrebbero essere usati i quattro adesivi contenuti nel
packaging?
Originariamente
volevo fosse Remigio Fabris a dedicarsi alla copertina. È un pittore che amo
particolarmente ma la mia richiesta non è arrivata in un momento appropriato.
L’artwork dunque l’ho fatto io, ho del resto una laurea in Accademia di Belle
Arti che non dimentico. Anche se non si coglie dal digipack consta di quattro
dipinti polimaterici e tridimensionali su tavola sagomata. Dei dipinti che
vanno fruiti nella visione diretta, non come cover. Come tale però funzionano
bene e ne sono particolarmente felice. Rappresentano un ciclo ad esemplificare
il concetto di causa-effetto buddista, dicendo semplicemente come ognuno sia
causa del suo male e della sua gioia in modo più o meno diretto. I quattro
adesivi ognuno può usarli come vuole. Sono la trasposizione in chiave pop delle
tavole per l’artwork a giocare sui significati della parola
“attaccami/attacati”.
“INCIDENTI-Lo Schianto” è un album
non di immediata metabolizzazione, come tutto quello che proponi: a chi ti
rivolgi oggi con la tua musica così lontana dall’ortodossia e dalle imposizioni
del mercato?
A chi
vuole ascoltarmi. Credo sinceramente oggi tutto sia “pop”, inclusi il jazz e la
musica classica contemporanea. Lo sono in quanto fanno parte di un mondo
mercificato dove tutto è in vendita e con la volontà di raggiungere un pubblico
ampio e diversificato. Basti guardare le copertine di Classic Voice, si fa
fatica a distinguerle da quelle di Vogue. Le musiche si stanno avvicinando
prendendo input da fields completamente lontani, nella definizione di una
musica popolare colta che può definirsi esclusivamente “contemporanea”, sia
jazz, classica, d’avanguardia. È ovvio che ciò accade solo in posti distanti
dall’Italia laddove l’espressione ultramoderna definisce i nuovi volti delle
città, crea nuove forme di aggregazione e permette sviluppo economico (Nord
Europa). Io qui non ho futuro e non ho fruitori. Nonostante questo, la promessa
ai miei collaboratori di pubblicare tutti i lavori fatti assieme non la
ritirerò per alcun motivo. Ho quattro lavori in uscita fino ai miei
cinquant’anni, poi vedrò che strada seguire.
In che formati sarà disponibile
l’album e dove e quando lo si potrà reperire?
È in
formato CD e digitale su Bandcamp a mio vantaggio, su tutte le piattaforme a
vantaggio di Audioglobe. Ci sarà una pubblicazione in vinile che rappresenta
però in parte qualcosa di diverso. Conterrà il singolo del videoclip in
versione estesa ma anche un nuovo brano, speculare al primo nel titolo e della
stessa durata. È una composizione strettamente contemporanea che tanto deve al
lavoro di Simon-Steen Andersen col suo “Piano Concerto” e all’elettronica di
Tim Hecker, ma che ovviamente ha un’identità propria capace di fare del
paradosso tragicomico virtù. Tratta come ogni religione si imponga come unica
“verità” invitando a colpire chi pratica culti diversi. Ogni credo è sinonimo
di violenza mascherata ad altro. La confezione del vinile (stampato in dieci
copie) conterrà un kit di sopravvivenza per i tre giorni di buio profetizzati
da secoli e poi un kit feticista, tra sacro e profano, un ribaltamento
incrociato dei piani di visione.
Hai previsto presentazioni e momenti
live?
Se me ne
fanno fare… La formazione di partenza c’è. Io, Francesca Badalini e Andrea
Grumelli in qualità di polistrumentisti. A loro sarebbe l’ideale aggiungere il
violino di Erica Scherl se ci sono soldi a sufficienza. Se non ci sono proprio
soldi apro volentieri a concerti altrui con mezz’ora di set (il materiale del
vinile) cantato/recitato live proponendo ogni sera testi modificati, con base
preregistrata e miei inserti di synth “suonati”. A monte della presenza di una
registrazione, ogni volta i brani saranno cosa diversa… ammesso che ci siano
possibilità per proporsi in maniera dignitosa, altrimenti evito volentieri. Le
energie che ho mi va di dedicarle alla creazione di valore, non al narcisismo.
Un’ultima cosa: che tipo di artista è
oggi Claudio Milano e come vede il futuro della musica?
Il futuro
della musica è quella che potrà essere venduta, qualunque essa sia. Io invece
sono un abbaglio. Né più, né meno. La mia generazione ne è consapevole, non può
avere un futuro lasciando memoria di sé. Tutto si consuma e oggi i Maneskin in
rete hanno più ascolti dei Beatles e il 900 della classica e dell’avant jazz
sono stati archiviati. Ognuno però può dare il suo contributo a un processo.
Ciò che resta saranno i “sistemi”, non le individualità. Se l’esercito cinese
di terracotta sorridesse perché ha ragione?
Link
utili:
PAGINA
BANDCAMP Claudio Milano (dall’11 Settembre il disco è disponibile anche su
Spotify):
Ogni volta che mi trovo a commentare le proposte di Claudio
Milano (Nichelodeon), so già che il percorso da affrontare non consisterà solo
nel mero ascolto, ma sarà richiesto qualcosa in più. Quando poi le teste
pensanti sono due, e la seconda è un tal… Francesco Paolo Paladino,
un po’ di preoccupazione sorge spontanea.
Milano, vocalist “estremo”,
scrittore, artista e musicista completo, mi sorprende sempre per talento e
capacità creativa, anche se spesso capto la sua difficoltà nel far comprendere
il suo spirito libero e la sua attitudine all’innovazione, all’alternativa
rispetto allo standard che ci viene proposto quotidianamente.
Paladino è, anche, un
genio della macchina da presa, un regista all’avanguardia, e i suoi movie,
pluripremiati, hanno significati non sempre limpidi, e spingono a mettersi in
discussione, a riflettere, senza avere il tutto servito su di un piatto d’argento.
Ciò che hanno
realizzato in questa occasione è un concept multimediale che prevede un ricco contenitore:
un cortometraggio di Francesco Paladino
-“Quickworks & Deadworks”-, un CD musicale
di Nichelodeon/Insonar -UKIYOE-Mondi Fluttuanti- e il video clip di Claudio Milano “Tutti iliquidi di Davide”. All’interno ricco booklet
e illustrazioni (di Milano).
La ricostruzione
oggettiva dell’intera opera emerge chiaramente dalle parole a seguire dei due “creatori”,
che entrano nel dettaglio, trasformando il loro commento in didascalia vera e
propria.
La cronologia della
sequenza evidenzia la nascita del film, a cui segue il commento musicale.
Mentre riascoltavo e
rivedevo il tutto, a pochi giorni dalla morte di Daevid Allen, dipartita che mi
ha coinvolto emotivamente, mi è venuto spontaneo il parallelo tra mondi -quello
di cui sto scrivendo e quello di Radio Gnome- a cui provo a trovare un comune
denominatore: la pazzia creativa, il superamento della tradizione, una certa
rigorosità di metodo inserita nella libertà espressiva, e la genialità della
soluzione finale.
Il canovaccio su cui
si muovono i protagonisti tratta il tema dei fluidi, acqua, ma non solo, e i termini tecnici marini "Quicworks" e "Deathworks" -ciò
che emerge sempre dell'imbarcazione e quello che non spunta mai- diventano forte
metafora, il simbolo delle incomprensioni che caratterizzano le nostre vite,
aspetti che da chiari diventano scuri, sentimenti che rimangono sommersi per
una vita, a cui basterebbe poco per trovare luce naturale. Punti di vista
differenti e avvelenamenti continui che necessiterebbero soltanto di un po’ di
trasparenza.
Anche “Tutti
i liquidi di Davide” utilizza il pretesto dell’elemento materiale per
spaziare su un macro concetto, quello che descrive la necessità di assoluto
amore, in ogni sua forma, come dice Claudio “… contro ogni razzismo e pregiudizio…”, e così la storia d’amore tra
un uomo e il suo palloncino Davide diventa la sintesi dell’impegno quotidiano
dell’autore, un valore assoluto che richiama ad una condivisione selvaggia.
UKIYOE è un album più breve rispetto alle “quantità”
a cui ci ha abituato Milano, ma il risultato della sua squadra al lavoro è
davvero notevole. Per certi versi più accessibile rispetto ai lavori
precedenti, evidenzia ancora le incredibili doti vocali dell’artista, messe a
disposizione del progetto, dove ogni ospite fornisce un completo contributo in
fase di composizione e arrangiamento. Tra le liriche si segnalano due passaggi
di Rainer Maria Rilke (importante poeta di fine 800) e un estratto dall’Antico
Testamento (Ezechiele 29:4-29:5).
Per il resto… occorre
lasciarsi andare; sarà forse la premessa a condizionare il feeling da ascolto,
ma il senso del “liquido” è qualcosa di presente nell’aria, capace di colpire
non solo l’udito, ma tutti i sensi, e diventa impossibile separare i singoli
pezzi proposti (musica, parole e aspetti video), che rappresentano, nella forma
e nella sostanza, anelli indissolubili.
Ma leggiamo le parole
di Claudio Milano e Francesco Paladino.
L’INTERVISTA
a Claudio Milano
Quale dei tuoi tanti percorsi paralleli ti ha portato verso
UKIYOE?
L'amor proprio. Ero in
ospedale e ho ricevuto una chiamata di Francesco Paolo Paladino che mi ha
proposto un concept multimediale con spese di stampa a suo carico. In prima
battuta ho rifiutato, avevo annunciato, non senza convinzione, di voler fare
solo concerti dopo il box del 2013 con Bath Salts e L'Enfant et le
Ménure. Di concerti non ce ne sono stati, tranne un paio di esibizioni di
livello da turnista, e qualche sfuocato abbozzo del mio repertorio, con
formazioni provvisorie, più una valanga di esibizioni a cappella in chiave di
performance, alcune bellissime, altre tali da portare a vere e proprie
“insurrezioni” del pubblico. Le mie condizioni di salute non sono andate
migliorando. Ho riflettuto sul fatto che avevo poco lavoro, zero relazioni
umane di valore, in seguito al trasferimento obbligato dalla Lombardia alla
Puglia e ho deciso di darmi una ragione per svegliarmi al mattino. Non avevo
forze per dedicarmi da solo agli arrangiamenti di un progetto che volevo fosse
un grande arazzo, un arazzo fatto di caos. Capace di raccontare vita e morte,
come in un dormiveglia, tra crudo realismo autobiografico, lettura della realtà
che la noia in meridione trasforma in “mito”; osservazione distaccata di tanti
omini che altrove si muovono affannandosi inutilmente, “perché tutti si ha da morire” ed è tutto distante, i sogni, gli
affetti e il lavoro desiderati, le invenzioni e le guerre. Questa terra vive di
misticismo misto a paganesimo volgarissimo, in un minestrone assai gustoso, ma
altamente tossico.
Il tema del mare è
qualcosa che ti appartiene da sempre o una nuova e sorprendente scoperta?
Sono nato a pochi
chilometri dal mare, ma di fatto, la terra è stata l'esperienza che ho
interiorizzato di più, complice anche l'aver vissuto in campagna da bambino per
qualche anno. Nessuna sorpresa dunque, ma neanche particolare appartenenza, mi
è bastato riconnettermi a qualcosa parte di me, ma di fatto UKIYOE parla di
acqua più che di mare e in modo ancora più esteso, di fluidi, moti di coscienza
che alterano percezioni, rimescolando la nostra concezione di realtà rendendola
“impermanenza”. Del resto il titolo stesso del disco fa riferimento a un
concetto, quello del ciclo continuo di nascita e di morte a cui i buddisti
hinayana cercavano di sottrarsi nel 1600. Tuttora, anche il buddismo mahayana,
che non parla di allontanamento dai desideri, ma li considera illuminazione,
parla della possibilità del conseguimento di uno stato vitale così elevato
dalla pratica meditativa, da staccarsi completamente da un mondo impermanente e
superare qualsiasi difficoltà, trasformandola in beneficio. L'impermanenza di
fatto rimane, cambia “solo” il modo proprio di affrontarla. Una sorta di
“Surfin Maelstrom” (originario titolo del lavoro), in piena decadenza culturale
ed economica occidentale e con i popoli a lungo,stupidamente,
bistrattati, che presi dalla rabbia cieca sono pronti a farci affondare, ma
senza pensare al modo in cui poi tenersi a galla loro. Le meduse dei miei
dipinti, sono le nostre coscienze e stanno venendo a prenderci.
Mi racconti come si
sviluppa questa volta il tuo lavoro di squadra?
Si è articolato tra
networking, istant composing e un articolatissimo lavoro di sound design,
prevalentemente in due studi, a più di 1000 km di distanza, uno a Fragagnano
(Ta), con Mimmo Frioli dei Karma in Auge e qui è nata la materia, l'altro a
Vedano al Lambro (MB), con Paolo Siconolfi e qui la materia ha preso forma
definitiva. L'evoluzione del tutto però è andata organizzandosi tra Italia,
Belgio (qui vive, la mia sorella elettiva e spirito guida, Erna Franssens aka
KasjaNoova, che E' arte) e Germania, in una quantità di studi e home recording
studios spaventosa. Un disco prende forma in genere attraverso la registrazione
di una sezione ritmica sulla quale incidono tutti gli strumenti e infine la
voce, o da un demo con suoni midi a partire del quale ognuno registra in
location diverse il proprio contributo. C'è ovviamente anche l'opzione della
presa diretta di un intero ensemble. Io, ho proceduto perfettamente al
contrario, incidendo per primo le sezioni vocali e scrivendo a mano, o
partiture integrali per l'arrangiamento, o bozze di esse per due-tre voci
strumentali. Alcuni musicisti hanno avuto un ruolo essenziale e sono stati
Stefano Giannotti (OTEME), Vittorio Nistri (Deadburger Factory), Erica Scherl,
Fabio Zurlo, Alessandro Seravalle (Garden Wall), Josed Chirudli. Giannotti,
Nistri e la Scherl, in particolare, hanno realizzato arrangiamenti integrali
per alcuni brani, che in studio sono stati assegnati, assieme al mio, ad un
canale specifico. Si è provveduto, in maniera quasi performativa, ad alzare ed
abbassare volumi, fino a stabilire presenze, compresenze, assenze, fino ad un
mosaico perfettamente cristallizzato che, in particolare nel brano Marinaio
e in Ma(r)le, ha trovato la sua massima espressione. Fabio Zurlo è stato
responsabile di una virulenta sessione in studio, tra partitura e lunga
improvvisazione, per voce e fisarmonica, che ha definito Into the Waves,
la sezione centrale della suite conclusiva. L'ultima parte della suite, Mud,
è fondata su una composizione elettronica di Seravalle, chiamata
originariamente “Il Male”. Josed Chirudli ha lavorato alla definizione
dell'ossatura strumentale di Ohi Mà, in compartecipazione diretta in
studio con Camillo Pace. L'arrangiamento di Veleno è quasi
esclusivamente mio, quello del singolo Tutti i Liquidi di Davide, si è
organizzato attorno a voci e synth miei e al violino di Erica Scherl. I
Pesci dei tuoi Fiumi è quasi ad esclusivo appannaggio mio e di Vittorio
Nistri. Fi(j)ùru d'Acqua si è andata definendo attorno ad una mia
partitura, dalla quale Giannotti, in Germania, ha sviluppato un processo
compositivo tutto suo, sul quale si è innestato il contributo di Chirudli. Un
vero e proprio processo di cesello in continuo work in progress fino alla
definizione di una forma conclusiva. Maree, null'altro che maree. C'è il
racconto emotivo tipico di NichelOdeon (Tutti i Liquidi di Davide, Veleno,
Ohi Mà), la ricerca sonica e vocale spinta agli estremi di InSonar (I
Pesci dei tuoi Fiumi, Ma(r)le) e qualcosa che rimane a metà (Marinaio
e Fi(j)ùru d'Acqua). Ci sono poi voci assai importanti, quelle di Dalila
Kayros, Stefano Luigi Mangia e Laura Catrani, su tutte. Meno presente il contributo
di Raoul Moretti, impegnato per un tour mondiale di presentazione del suo
elegantissimo Harpscapes, a cui ho preso parte cantando in un brano, Raped
Lands. Una cosa però questa volta è emersa, è stato un lavoro assai
faticoso, a dispetto dei doppi che hanno costituito il box del 2013, che si
sono sviluppati in maniera assai più giocosa, praticamente “perfetta”, come nel
caso di Bath Salts. E' stata necessaria una guida fermissima da parte
mia per non degenerare e avere una direzione chiara. Paolo Siconolfi ha dovuto
organizzare di sana pianta intere partiture, ridisegnandole. Esiste un nostro
storico di e-mail notturne che ammonta ad un numero di diverse centinaia. Lui
lavorava di notte, io di giorno e fino alle 3-4 del mattino, dormendo non più di
4 ore, per 4 mesi e mezzo di fila, tra Febbraio e Giugno, con bonus di 3 mesi,
tra Settembre e Novembre, per il singolo. E' stato anche realizzato un
videoclip per questo, su regia di Pietro Cinieri e mio concept/storyboard (video
a seguire) e i ready made che accompagnano le edizioni limitate del lavoro, mi
accompagnano tuttora, giorno e notte, come in un'accumulo di parti di me donato
a chi ha voglia di entrare a far parte del mio mondo. Assolutamente infantile,
certo, ma senza alcun livello di mediazione a fargli fango attorno.
L’album è impreziosito
da un movie di Francesco Paladino: da dove nasce l’dea?
La domanda andrebbe
riformulata al contrario. Da dove nasce il disco? Cosa peraltro ben espressa,
perché è stata la necessità di legare a un progetto visivo, quello di
Francesco, dei suoni, a far nascere UKIYOE. Il film, originariamente doveva
essere girato nell'arco del mese di Luglio scorso, a Taranto. Non sono stati
trovati dei fondi. Francesco parlava della volontà di trasformare la sua casa
nella stiva di una nave ed effettuare lì le riprese. Poi si parlava di
introdurre nel DVD un suo bel mediometraggio di qualche anno fa, con la
partecipazione dei fratelli Placido. Di fatto, essendo lui a Piacenza e io in
Puglia, non ho seguito tutte le fasi dell'evoluzione del progetto visivo, così
come lui, ha seguito solo in parte quelle della realizzazione del cd. Siamo
persone assai diverse, io assai ordinato nel processo creativo, lui
disordinatissimo quanto vitale, eppure tutti e due necessitiamo di tenere
quanto più possibile “sotto controllo” quello a cui stiamo partecipando, per
sentirlo nostro. So che, il mediometraggio è stato realizzato in tre giorni
(ricordo che in contemporanea Francesco aveva in corso d'opera il suo Son of
Unknown Fish e una miriade di altri progetti esclusivamente video) e che è
la realizzazione più rapida del suo percorso di regista, ma del resto, i tempi
è stato Francesco stesso a definirli, chiedendomi le musiche entro la prima
decade di Giugno e io tutto sono tranne che disposto a protrarre progetti per
anni, senza una casa, un lavoro, una vita sociale, in salute precaria...
UKIYOE, sta tra realtà feroce e sogno, è disco impenetrabile e facile, corto ma
densissimo, è un disastro meraviglioso.
Dietro ai termini
nautici “QUICKWORKS & DEADWORKS” si possono nascondere interpretazioni e
metafore personali: qual è il tuo punto di vista?
Si tratta
rispettivamente delle parti di una nave che rimangono sempre fuori e
sott'acqua. Bisognerebbe chiedere a Francesco, ma credo lui ne abbia dato una
visione assai meno “apocalittica” della mia e più romantica. Lui ama
manifestarsi in modo assai più solare rispetto a me, con una dolcezza
dichiarata. Ha smussato alcuni miei eccessi in fase creativa e ha fatto bene.
C'era un pezzo in cantiere, ad esempio, intitolato “Ho gettato mio figlio da una rupe perché non somigliava a Fabrizio
Corona” e lui è, giustamente, insorto, così come mi ha chiesto di limitare
l'aggressività del mio linguaggio presente originariamente in alcuni testi.
Devo riconoscere che la rabbia ad un certo punto, mi stava portando lontano,
assai lontano...
Che tipo di
sperimentazione o innovazione costruttiva hai realizzato questa volta?
Il processo di
stratificazione della materia sonica, intesa proprio in qualità di “materia”
(alla stessa maniera di quanto adoperato da me per la resa di pannelli, dipinti
e illustrazioni di artwork ed edizioni deluxe del digipack) è stato descritto
nella risposta alla tua terza domanda. Ma c'è anche la progressione da una
iper-forma (Veleno, Fi(j)ùru d'Acqua), un mosaico perfettamente a
fuoco, fino al suo progressivo sgretolamento in detriti (la chitarra di Eugenio
Sanna) e fango (i drones di Seravalle) nella musique concrète di Mud,
che chiude il disco. Tutti i Liquidi di Davide, come una sorta di
riemersione alla realtà dei sentimenti che ci permeano, può essere considerato
tanto origine che conclusione dell'opera, nel suo essere ballata dolcissima e
disperata, un inno alla vita vissuta senza “se e ma”, dedicato ad una persona
che di morte appresso ne ha già avuta abbastanza.
Come giudicheresti
questo tuo prossimo lavoro: una tappa di avvicinamento verso una meta precisa o
un punto di arrivo prima di una nuova svolta?
La manifestazione di un
male viene letta spesso come “origine” dello stesso, ma è in realtà, già soglia
dalla quale ha origine una cura. Il cancro è andato originandosi prima. Allo
stesso modo, che UKIYOE sia naufragio, approdo, o illusione di un avvistamento,
proprio non so dirlo.
Come Claudio Milano sottolinea, tutto parte da un’idea di Francesco Paladino,
che mi ha raccontato a tal proposito…
Ci sono aspetti di noi che a volte emergono chiari, certi
altri che non emergono mai. Quicworks & Deathworks parla di questi aspetti.
Il termine adottato, che è anche il titolo del film, è un termine marinaio che
indica quello che emerge sempre dell'imbarcazione e quello che non emerge mai.
Il film dura 30 minuti ed è uno dei miei lavori estremi, perchè si compone
soltanto di cinque impaginazioni, un prologo tre situazioni e l'epilogo.
Nel prologo due coppie, una di ragazzi, una di persone un pò
più mature, lasciano una banca attraccata ad un molo tropicale. Una voce fuori
campo, la voce di Barbara Burgio, cantante di Seattle, mia carissima amica, che
ha curato la versione inglese del lavoro, ci indica che si tratta di un
attracco di fortuna, la nave probabilmente è in panne; quindi per un caso della
sorte i quattro personaggi sono costretti a convivere in un piccolo spazio, una
sorta di balcone sulla foresta tropicale, tutti insieme. Il film è ambientato
in una sorta di onirico fine 800, che improvvisamente si squarcia su tempi
attuali quando la giovane protagonista, Giada Galeazzi, intona una canzonetta
dei giorni nostri, o quando, nel terzo quadro, una radio racconta la
raccapricciante notizia di due bimbi mangiati da un pitone. Nell’attesa, che
non si sa quanto durerà, i quattro personaggi vengono in contatto e si formano
le alleanze, le amicizie, e le esclusioni, in particolare il personaggio
maschile maturo, che vorrebbe dire, parlare, gridare e che è sempre colto da
crisi di vomito, viene escluso dalla piccola comunità. L’epilogo accompagna i quattro
personaggi di nuovo sulla battigia, da dove erano arrivati, quando il giorno
inizia a tramontare e tutti guardano il cielo in attesa di qualcosa che deve
arrivare.
Gli attori -Carolina Migli Bateson, Gianluca Prati, Giada
Galeazzi e Luka Moncaleano- nei tre quadri in cui la storia si sviluppa
(escludendo la prefazione e l'epilogo, recitano come si diceva a Cinecittà, a
"braccia". Nei giorni di preparazione abbiamo lavorato sul creare quattro
personaggi con identità precise, con caratteri pronunciati, e abbiamo studiato
tre racconti di "massima", spiegando cosa doveva succedere nel tempo
di 7-8 minuti. Poi ho lasciato loro la più ampia libertà di espressione,
potevano fare ciò che volevano, sempre che esprimessero la linea rossa della
storia che avevo individuato. Ci si è messo anche il caso a recitare,
improvvisamente è salito il vento, il cielo si è velocemente liberato e
riempito di nubi, cambiando i colori, il cappello di Giada è volato via... la
scatola delle pastiglie è fuoriuscita dalle tasche di Carolina, suggerendo una
fine alla storia, che non avevo inizialmente pensato. E’ stata una grande
emozione creare questo film, perché in esso sono confluite delle linee
metodologiche che sicuramente applicherò alle mie nuove prossime creature. Si tratta
del mio lavoro più libero, in cui la recitazione è vita, gli attori sono anche
loro creatori e così anche gli imprevisti; le musiche di Claudio sono fantastiche, e
appaiono e scompaiono, a sottolineare certi momenti, certe emozioni certe
tensioni che si creano tra i personaggi. Con Claudio ho lavorato benissimo, è
una colata lavica di idee e lavora veloce come un colibrì. Sicuramente lavoreremo
ancora insieme, perché ci siamo trovati benissimo e tutto è coinciso alla
perfezione, come i pezzi di un puzzle. Amo la musica di Claudio perché è viva, sprizza
energia e voglia di essere curiosa, imprendibile, chiara e definita, eppure misteriosa.