Ritratto spontaneo del custode del
Premio Tenco: il racconto di una vita vissuta al fianco dei più grandi
cantautori italiani
La mattina del 19 agosto, in uno stabilimento balneare della
Riviera ligure, ho incontrato Antonio Silva, storico presentatore del Premio
Tenco, figura centrale della canzone d’autore italiana. Ne è nata una
conversazione spontanea, senza scalette né formalità, in cui Silva ha
ripercorso cinquant’anni di musica, amicizie, aneddoti e riflessioni sul mondo
che ha abitato per una vita intera.
Un profilo tra scuola e canzone d’autore
Docente di lettere e filosofia e a lungo preside di liceo a
Cantù, Silva ha condotto una vita parallela divisa tra il ruolo nell’istruzione
e quello di presentatore e custode del Premio Tenco. Ha iniziato a condurre la
rassegna nel 1976, diventando per quasi cinquant’anni il volto e la voce
storica sul palco del Teatro Ariston. Oltre alla conduzione, ha fatto parte del
direttivo e del comitato organizzatore del Club Tenco, contribuendo alla
selezione dei progetti artistici. La sua impronta è sempre stata caratterizzata
da uno stile ironico, colto e asciutto, lontano dai classici toni dello
spettacolo televisivo. Nel corso degli anni ha curato interventi satirici e
pubblicazioni culturali, mantenendo un profondo legame con la canzone d’impegno
narrativo. Nel tardo 2025 ha annunciato l’addio alla conduzione attiva del
festival, salutando il pubblico dell’Ariston con la lettura della poesia Itaca
di Costantino Kavafis.
La nostra chiacchierata
A.E.-Antonio, da dove nasce questo tuo coinvolgimento? Mi hai fatto capire che non hai mai preso una lira per questo lavoro… quindi dev'essere qualcosa di profondamente autentico.
A.S.-Da ragazzo avevo un gruppo, come tanti. Erano gli inizi degli anni ’70, ci chiamavamo Pan Brumisti. Abbiamo persino inciso un disco. Un giorno Amilcare Rambaldi, fondatore del Festival di Sanremo e del Premio Tenco, decise di ascoltarci. Facemmo un concerto nel ’75 e fu un disastro totale. Lui mi si avvicinò e mi disse: “Voi fate schifo, però non ho mai visto nessuno reggere un disastro con tanta faccia tosta. Vieni a darmi una mano al Tenco?” Così nel ’76 arrivai come presentatore. Ho smesso solo l’anno scorso, dopo cinquant’anni.
Guardando al mezzo secolo di incontri, quali sono stati quelli che non avresti mai immaginato di vivere?
Faccio sempre un parallelo: un appassionato di calcio che si ritrova a cena con Maradona o Messi. Io per cinquant’anni ho frequentato i miei idoli: Guccini, Vecchioni, Paolo Conte, Branduardi, tutti. Qualche mese fa l’editore di Guccini, che si trovava già in precarie condizioni di salute, gli chiese se avesse voglia di vedere qualcuno. Lui rispose: “Vorrei vedere Michele Serra e Antonio Silva.” Siamo partiti da Milano e lo abbiamo raggiunto. Era un’amicizia vera, fuori dal tempo: andavamo in vacanza insieme, mia figlia è amica di sua figlia Teresa. Un rapporto che andava oltre la musica.
Credi che questo livello di amicizia possa impedirti di dare un giudizio oggettivo sull’artista?
Forse sì, ma la sua credibilità è talmente alta e diffusa che non c’è stata una sola voce contraria alla sua figura.
Sui social e sui giornali si è aperta una contesa politica attorno alla figura di Guccini: da una parte chi lo rivendica come simbolo della sinistra, dall’altra chi sostiene che la sua arte appartenesse a tutti. Tu come pensi che avrebbe reagito a questa polarizzazione?
Non seguo i social, ma queste cose succedono sempre con i grandi: appena muore un personaggio importante, ognuno cerca di mettergli il cappello, di tirarlo dalla propria parte, di usarlo per confermare la propria identità politica. A me paiono miserie, da una parte e dall’altra. L’arte vale per sé stessa, non ha colore. Se sei di destra non butti via Gramsci, se sei di sinistra non butti via gli intellettuali di destra; la cultura non funziona per appartenenze, funziona per profondità. Guccini non avrebbe sopportato questa polarizzazione. Si è sempre dichiarato socialista, mai comunista, e non ha mai voluto essere trasformato in un vessillo. E parlo con cognizione di causa: Guccini e Lolli vennero persino al mio matrimonio nel ’75, erano in concerto a Milano e si presentarono lo stesso. Con Francesco era nata un’amicizia vera, fuori dal tempo, che andava ben oltre la musica. Ridurre un musicista così a un simbolo di parte significa non aver capito né l’arte né l’artista. La sua musica parla a tutti, e deve continuare a farlo. L’arte non è un recinto, è un luogo aperto, e chi prova a chiuderlo dentro una bandiera fa un torto all’arte e alla persona.
Quindi confermi che Guccini si dichiarava socialista, ma non comunista.
Esatto. Ho persino un tovagliolo a casa con scritto di suo pugno: “Non sono e non sarò mai comunista.” Questo per dire che Guccini era certamente orientato a sinistra, ma non ha mai voluto essere identificato con un partito o rinchiuso in una categoria politica. Era un uomo libero, e teneva molto a questa libertà: non voleva che la sua musica diventasse un’etichetta o un vessillo. La sua collocazione personale non può essere usata per chiuderlo in un cassetto, perché la sua arte parla a tutti, non a una parte.
Altri incontri memorabili?
Paolo Conte. Quando arrivò al Tenco nel ’76 lo conoscevano in quattro. Io ero emozionatissimo e feci la gaffe del secolo: “Ed ecco a voi Piero Conte.” L’anno dopo, intervistato da La Stampa, disse: “Torno per vedere se il mio amico Antonio Silva ha capito che mi chiamo Paolo.” Ho quell’articolo incorniciato: per me è un simbolo di un rapporto nato sul palco e cresciuto nel tempo.
E Benigni?
Uno dei nostri vanti. Arrivò al Tenco perché voleva fare il cantante. Poi virò sul cabaret. Nel ’86, sul palco con Conte, De Gregori e Fossati, si infilò a cantare anche lui. Conte è precisissimo, e veder spuntare Benigni all’improvviso… puoi immaginare la sua faccia. Il manager di Conte mi disse dietro le quinte: “Vi siete bruciati Paolo Conte per i prossimi cent’anni.” E invece Conte è tornato, eccome se è tornato!
Qual era il tuo stile di conduzione?
Amicale. Non sono un professionista. Avevo sul palco amici, non personaggi da intervistare. Succedevano cose spontanee: Guccini che canta Vecchioni, Vecchioni che canta Guccini… La Rai non mi ha mai considerato, e forse è stata la mia fortuna, perché tale condizione mi ha permesso di restare libero, lontano dalle manfrine televisive.
Come consideri l’evoluzione del Premio Tenco nel corso degli anni?
È tutto più complicato. Una volta venivano per amicizia, adesso se non hanno quella chitarra, quel tecnico, quel suono, tutto si complica. E poi ci sono mille figure intermedie: manager, tecnici personali, consulenti. Il Tenco è nato come un luogo libero, artigianale, quasi domestico. Oggi è inevitabilmente più strutturato.
C’è, secondo te, qualcuno che aveva un grande potenziale, ma che per qualche motivo non è arrivato alla visibilità?
Gli Scraps Orchestra di Mantova: bravissimi. E Mario Panseri, ligure, voce simile a Tenco, e questo per lui fu un handicap. E poi Gianmaria Testa: all’inizio era visto come un emulo di Paolo Conte e ha fatto fatica ad affermarsi.
Chi c’è oggi dietro al Tenco?
Io sono l’unico rimasto del gruppo chiamato da Rambaldi. Oggi ci sono professionisti: giornalisti, direttori artistici, organizzatori. È più difficile trovare convergenza, ma si va avanti.
Recentemente, a Bordighera, hai presentato Scanzi e Morgan, due personaggi, almeno visti dall’esterno, non certo facili!
Sono amici. Scanzi ha una cultura musicale sterminata: l’anno scorso ha riempito un buco di 12 minuti sul palco dell’Ariston, da solo, e alla fine standing ovation. Morgan è un genio musicale. Si fa del male da solo, ma è un genio. Sono personaggi complicati e divisivi, ma con me scatta qualcosa: rispetto, ascolto, amicizia.
Come vedi la musica oggi rispetto ai tuoi inizi?
Non voglio utilizzare la solita frase “ai miei tempi…”, ma è vero che negli anni ‘70 si creò un clima irripetibile. Il successo di quei cantautori dura da sessant’anni. Penso sia stato un impasto culturale, sociale, politico, geografico in grado di determinare una stagione straordinaria. Possiamo dire la stessa cosa se parliamo della musica attuale?
Tre cantautori sul tuo podio personale?
Paolo Conte, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni. E aggiungo un quarto: Massimo Bizzarri, uno dei tanti che non ha sfondato ma che ho amato molto.
Perché non ha funzionato?
Non lo so. Forse non aveva le persone giuste accanto, e
spesso la comunicazione conta più dell’arte.
Conclusione
Un incontro nato per caso, davanti al mare, si è trasformato
in un viaggio attraverso mezzo secolo di musica italiana. Antonio Silva
racconta senza filtri, con la naturalezza di chi ha vissuto tutto dall’interno,
senza mai smettere di considerare la musica un fatto umano prima che artistico.
Dalle sue parole emerge una figura rara: non solo il presentatore storico del
Premio Tenco, ma un custode discreto e appassionato, capace di
attraversare cinquant’anni di canzone d’autore senza mai mettersi al centro,
mantenendo uno stile amicale, ironico, colto e lontano da ogni artificio
televisivo.
Silva ha incarnato un modo di stare nella musica che oggi quasi non esiste più: la vicinanza autentica agli artisti, la capacità di creare ponti, di far dialogare mondi diversi, di proteggere la libertà del Tenco da pressioni esterne e logiche commerciali. La sua storia dimostra che si può lasciare un’impronta profonda senza mai alzare la voce, semplicemente restando fedeli a un’idea di arte come luogo di incontro, di ascolto e di verità.


