lunedì 5 maggio 2014

Ian Anderson - Homo Erraticus (Calliandra Records-Kscope, 2014)



La prima volta che scrissi qualcosa sul tema “Jethro Tull” era il 2006, anno in cui raccontai la mia prima Convention, quella di Novi Ligure. Sono passati otto anni, periodo in cui la penna è caduta più volte su di un argomento che non ho mai abbandonato, proseguendo nel nome di un amore incondizionato che parte da inizio anni’70: non so esattamente perché, ma è quella la musica della vita.
Il mondo, anche dal punto di vista musicale si è stravolto e, rimanendo sul tema, dopo una sorta di letargo da produzione inedita, Ian Anderson torna a riproporsi sul nuovo, agganciandosi al personaggio e all’album che forse più lo caratterizzano, Gerald Bostock e Thick as a Brick. Non era certo per mancanza di argomenti che il folletto si asteneva, ma la rapida evoluzione tecnologica e filosofico musicale lo ha portato a repentini cambiamenti manageriali che hanno condotto al… licenziamento della band - e all’accantonamento dell’utilizzo del brand originale - a favore di energie diverse che rappresentano la sua nuova squadra: My God che rivoluzione!
E’ tutto esageratamente diverso, tanto che il giorno dell’uscita ufficiale nei tanti formati disponibili, arriva l’annuncio che il nuovo album, Homo Herraticus, è fruibile anche su Spotify, macro contenitore delle meraviglie musicali di ogni era e genere.
Sono passati solo due anni da TAAB2, che arrivava quarant’anni dopo TAAB1.
Per la prima volta nella vita scrivo di un disco ascoltato in questa modalità, attraverso il virtuale Spotify, e non so se gioirne o soffrirne, combattuto tra la facilità di fruizione e la memoria che mi riporta ai giorni in cui, comprati gli album dei Tull - ma valeva per tutti i protagonisti dell’epoca - potevo mostrarli con orgoglio ai miei compagni di strada, correndo subito dopo verso ascolti infiniti, progressivamente gracchianti, per effetto di una puntina sempre più consumata.
Devo dire con un po’ di rammarico e sforzo di razionalità che non comprerei più un J.T’s album a scatola chiusa, perché non ritrovo più nel nuovo la luce intensa che ha saputo illuminare un percorso di svariati lustri.
Non mi ha colpito particolarmente TAAB2, e nemmeno Homo Herraticus, giunto al terzo ascolto, mi fa impazzire.
L’imprenditore Ian ha fatto le cose in grande questa volta, non limitandosi alla forma tradizionale, ma inventando confezioni per tutti i gusti e tutte le tasche:


-De Luxe Edition - 2 CD + 2 DVD –Edizione limitata, con libretto di 60 pagine e copertina rigida
-Edizione limitata - CD –DVD con mix 5.1 surround e booklet di 24 pagine
-Doppio vinile (180 grammi) - con libretto 8 pagine 
-Solo CD 
Il tutto compreso tra 16 e 48 euro.

E così Gerald Bostock, diventato adulto, si ritrova tra le mani uno scritto realizzato da un autore locale, Ernest T. Parritt, con un titolo latino, "Homo Britanicus Erraticus": il topic è la storia della civiltà britannica. Basandosi sulle argomentazioni raccolte, Bostock suggerisce idealmente a Ian Anderson la costruzione di tre sezioni, che dividono l'album in tre capitoli: "Chronicles""Phropecies" e"Revelations". Quindici le tracce che servono per proseguire il racconto.

La band è quella ormai collaudata da tempo in fase live, e comprende oltre a Ian Anderson - voce, faluto e chitarra acustica - la “stampella” Ryan O'Donnell alla seconda voce,  Florian Ophale alla chitarra elettrica, David Goodier al basso, John O'Hara alle tastiere e Scott Hammond alla batteria.
Se è vero che entrando in contatto con il personaggio “Anderson”si era facilmente colpiti dall’originalità del modo di proporre uno strumento - il flauto - nella sfera rock, col passare del tempo si è imparato ad apprezzare il suo arpeggio di chitarra acustica sino ad arrivare alla conclusione che la voce era forse l’elemento più significativo e concreto, che restava nel tempo scolpito sulla pietra, forse più del “soffiato” alla Roland Kirk.
Come è noto tutto questo ben di Dio ci è stato tolto da reali problemi fisici, e da anni siamo sofferenti con Ian, nel corso delle sue performance live, momenti in cui il collo si distende per fare uscire note ormai impossibili e incapaci di fluire con semplicità.
Ma in “studio” ci si può anche curare, ed ecco rispuntare nell’occasione la voce di un tempo, e forse questo basterebbe per dare la sufficienza a questa fresca release. E anche  sul palco Ian cede un po’ del suo spazio vocale: resa, realismo  o dimostrazione di maturità artistica?
Certo parlare di maturità in questi casi può far sorridere, ma l’uomo simbolo dei J.T. non è certo un tipo arrendevole cui si può sottrarre spazio vitale, e se si è arrivati a Ryan O’Donnel un motivo ci sarà.
Il team e’ rodato da anni di lavoro partecipativo e tutto ciò emerge con precisione nel corso dell’ascolto. Mai niente appare fuori posto, tutto dosato alla perfezione, tutto improntato all’alternanza del rock  - anche duro - con trame estremamente delicate, quelle pictures musicali che sanno di “agreste” e che da sempre hanno costituito la parte più toccante, riuscendo a dare significati ai momenti più grigi del quotidiano.
Un concept album, nel senso del legame tra i brani, ma con una normale soluzione di continuità, al contrario dell’archetipo TAAB.
Non  trovo utile sviscerare i singoli episodi che, seppur piacevoli, nulla aggiungono alla sterminata raccolta di brani che hanno fatto la storia della band; ritengo invece che l’equilibrio e il dosaggio degli ingredienti abbiano fatto scaturire un prodotto che a tutti gli effetti si può considerare un sunto di epoche trasversali, adatto a condensare tutto ciò di cui Anderson è capace, senza aggiungere nulla di nuovo al conosciuto.
Appare invece sincera la motivazione che porta a scrivere, perché ritrovarsi a quell’età e con quella storia alle spalle, ancora capaci di suscitare simili interessi, è fatto che produce una spinta difficile da spiegare a parole.
Nell’insieme un disco piacevole, che potrà sicuramente soddisfare i sostenitori di sempre, anche se ho dei dubbi che sarebbe in grado di catturare nuovi adepti.

Le Tracce

1. Doggerland 4:20
2. Heavy Metals 1:29
3. Enter The Uninvited 4:12
4. Puer Ferox Adventus 7:11
5. Meliora Sequamur 3:32
6. The Turnpike Inn 3:08
7. The Engineer 3:12
8. The Pax Britannica 3:05
9. Tripudium Ad Bellum 2:48
10. After These Wars 4:28
11. New Blood, Old Veins 2:31
12. In For A Pound 0:36
13. The Browning Of The Green 4:05
14. Per Errationes Ad Astra 1:33
15. Cold Dead Reckoning 5:28