venerdì 31 dicembre 2010

Tanti auguri Clive Bunker...


Ieri ha compiuto ieri 64 anni Clive Bunker.
Clive è associato, naturalmente, al nome Jethro Tull, essendo stato il primo batterista della band, con cui partecipò al Festival di Wight. Il set di quel giorno lontano è stato riproposto ad ottobre ad Alba, alla 3° Convention Jethro’s Friends, e … io c’ero:
http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Convention%20Jethro%27s%20Friends%28%203%C2%B0%29
Zio Clivio, così come è chiamato affettuosamente dagli amici italiani, è infatti un assiduo frequentatore del nostro paese, essendo ospite fisso di alcune cover band come la Beggar’s Farm o il Lincoln Quartet.
Qualche nota biografica.
Nato a Luton (a nord di Londra) il 30 dicembre 1946, Clive Bunker nel 1967 suonava insieme a Mick Abrahams nei McGregor's Engine, una delle tante band inglesi che diede vita al blues revival nella seconda metà degli anni Sessanta. In quell'anno avvenne l'incontro con Ian Anderson e Glenn Cornick, e i quattro diedero vita ai Jethro Tull.
Bunker, batterista solido, dotato di buona tecnica ma soprattutto di grande gusto e dinamismo, fu il "ritmo" dei primi quattro album dei Jethro, da This Was (1968) al celebre Aqualung (1971) passando per Stand Up (1969, dove ebbe modo di dimostrare la propria ecletticità alle percussioni) e Benefit (1970). Sua la "firma" inconfondibile di grandi classici come "My Sunday Feeling", "Nothing is Easy", "Bourrée", "To Cry You a Song", "Cross-eyed Mary", "Aqualung" o "Locomotive Breath”, per citare i successi più noti dei primi Tull.
Lasciò i Jethro all'apice del successo per una vita più tranquilla (si sposò poco dopo, e quindi si dedicò ai cani, sua grande passione) ma senza smettere di suonare: formò infatti dapprima i Jude con l'ex chitarrista dei Procol Harum Robin Trower e - dopo una pausa - dal '74 ha suonato in innumerevoli band del panorama blues-rock inglese, senza mai perdere di vista l'attività dei Jethro (il suo carattere mite e bonario gli ha fatto mantenere ottimi rapporti con Anderson e compagni). Ricercato session-man o membro full-time, ha suonato dapprima con i Blodwyn Pig, quindi con Steve Hillage (in tour nel '76) prima di formare gli Aviator, band che collezionò due album e un discreto successo (Mick Rogers, della Manfred Mann's Earth Band era il chitarrista) prima di sciogliersi.
La lista di collaborazioni di Clive negli anni '70 e '80 è lunga: si va da Steve Howe (Clive è nel primo album del chitarrista degli Yes) agli Elecric Sun di Uli Jon Roth, ai Poor Mouth e gli stessi Manfred Mann.
Clive ha anche lavorato su alcuni video didattici per batteria (Drum Tuition, 1995 tre volumi) e non ha mai smesso di suonare insieme all'amico Mick Abrahams, sia nei progetti solisti che con i Blodwyn Pig.

Tanti auguri Clive…


mercoledì 29 dicembre 2010

Le peripezie natalizie di David Jackson


Ho ricevuto da Gianni Leone un “caso di studio” appena sfornato da David Jackson. Riguarda le recentissime vicissitudini che sono seguite al suo concerto di Roma con gli OAK di Jerry Cutillo, il 17 dicembre. 
Perdere le valige in un aeroporto è cosa che fa imbestialire, specialmente se si è in giro per il mondo. Lo dico per diretta esperienza, avendo smarrito a ripetizione bagagli importanti (per fortuna sempre ritrovati), quasi sempre negli USA, e quindi in discussione non ci sono solo gli aeroporti di Roma e Londra, ma è evidente che è il classico caso in cui “tutto il mondo è paese”. Certo è che quando sono rimasto una settimana a Seoul, con la mia valigia a S. Francisco, non è stato proprio … piacevole, ma a David Jackson è capitato di peggio, perché il rischio era di perdere un pezzo di vita… musicale. 
David è un mio mito, sin dal 1972, anno in cui lo vidi per la prima volta con i Van der Graaf, a Genova. Ora che lo conosco personalmente ho potuto apprezzare anche le doti umane e sono anche in grado di valutare la pesantezza e il contenuto del suo “ flight case”, avendolo aiutato a posizionarlo in auto un anno fa, quando suonò nella mia città.
Quanto scrive David a seguire potrebbe sembrare una storiella “leggera”, ma ci sono almeno tre cose estremamente serie:
1)la constatazione della confusione totale in cui viviamo, in un sistema terribile dove la burocrazia e l’inefficienza la fanno da padrone, e dove difficilmente si fa un minimo sforzo per agevolare il prossimo
2)il significato di musica per chi la vive o la ama, il far coincidere come proprio prolungamento un accessorio con cui si crea, si dona, si convive da sempre, che diventa molto di più di uno strumento con cui ci si guadagna da vivere, potenzialmente rimpiazzabile facilmente.
3)l’esistenza dei miracoli, perché l’indifferenza descritta al punto 1), non vale per chi si occupa di musica in modo onesto, cercando e trovando sempre solidarietà e condivisione. Ovviamente poter fare un favore all’immenso David Jackson viene più… naturale, ma ho prove certe che se al posto di David si fosse trovato, ad esempio, il mio amico Jerry Cutillo ( tanto per citare un attore del racconto), grande e importante musicista, ma un po’ meno in vista di David, ci saremmo fatti tutti in quattro per aiutarlo.
Così gira il “nostro mondo”, Jerry.




David Jackson 24/12/2010
Un racconto di Natale un po’… diverso . “Case Study” , di David Jackson
Come ho quasi perso i miei strumenti musicali, ancora una volta!

Era la settimana prima di Natale.
Al giovedì sono partito per Roma su un volo Easyjet, da Gatwick. Viaggiavo come al solito con il mio grande e pesante “ flight case”, pieno di sax, flauti e accessori vitali … cinghie, supporti e attrezzi vari. Quella notte avrei provato con la band di Jerry Cutillo, gli Oak. Io e Maartin Allcock dovevamo essere gli ospiti stranieri per il “Natale nel Deserto”, concerto/show previsto all’ Antu Live Music Club, in via Libetta a Roma. Le prove notturne sono state lunghe e faticose, ma il set appariva come emozionante e la proposta fantastica.
Il concerto era previsto per Venerdì 17. Dopo il sound check la gente ha incominciato ad affluire. Ciò che ha reso l’evento del tutto eccezionale è stato il gran numero dei giovani presenti. Jerry ha una graziosa figlia di otto anni, Isabella, che nell’occasione ha coinvolto un sacco di compagni di classe, i loro fratelli, genitori e accompagnatori vari. I bambini erano tutti vestiti di rosso e bianco, come gli elfi in versione natalizia, e quindi non sembrava proprio una serata da passare in un tipico live Prog Rock Club! Dopo aver mangiato i ragazzi hanno cominciato a correre, non certo concentrati sull’evento imminente. In maniera estemporanea ho deciso di metterli insieme e insegnare loro una piccola parte del coro previsto per la mia canzone di apertura con la band, “'Corpus Christi Carol”. Ovviamente il tutto è stato imparato velocemente e con molto entusiasmo. Erano eccitati al di là dell’immaginabile ed entusiasti di essere parte dello show e suonare con la band di Jerry! Ho avuto un fantastico aiuto nella gestione dei bambini da un fan sconosciuto, Gabrielle(Gabriele Zazzara). Abbiamo fatto entrare i bambini durante il mio assolo improvvisato, a completamento della sorpresa, ed è andata splendidamente. Naturalmente Isabella ha cantato con suo padre, sul palco, e il Coro degli Elfi ha catalizzato l’attenzione, rubando la scena ai musicisti “adulti”. E 'stata una grande notte di musica, davvero emozionante. Il sabato avrei dovuto tornare a casa, ma tutti i voli per Gatwick erano stati cancellati a causa di forti nevicate in Inghilterra. Per pura coincidenza, è nevicato anche a Ostia, sul mare, nella zona in cui alloggiavo. Un uomo anziano si è unito a me per una serie di fotografie sulla spiaggia. “Storico”, ha esclamato,” erano 25 anni che non vedevo la neve a Roma! “.
Ero arrabbiato perché avrei voluto tornare a casa per prepararmi al Natale con la mia famiglia. Col cellulare sono riuscito a prenotare un volo per il lunedì, così io e Maartin ne abbiamo approfittato per passare un weekend “forzato” in compagnia di amici italiani, all’insegna dell’ ospitalità; quindi la sosta obbligata… non è stata poi la fine del mondo!
All'aeroporto di Fiumicino, il lunedì, ho controllato il mio bagaglio, come al solito, e Jerry mi ha aiutato a caricare la mia preziosa “scatola musicale” sul nastro che portava alla macchina dei raggi della Security. L’ho salutato con la mano, come ho fatto centinaia di volte, e poi sono scomparso nel corridoio che portava alle partenze.
Come al solito il mio volo EasyJet era in ritardo per via dei problemi con aeromobili ed equipaggi. Quando sono arrivato alla sala ritiro bagagli a Gatwick la mia valigia con gli abiti è arrivata come al solito, ma la mia “flight case” tardava ad apparire. L’ho cercata ovunque, nella disperazione più totale. Alla fine mi sono unito alla lunga coda dei passeggeri che reclamavano il proprio bagaglio smarrito. Dopo aver ottenuto un numero di riferimento del reclamo, mi è stato detto di non preoccuparmi, che era usuale, e che in due o tre giorni avrei riavuto la valigia. Ma non c'era niente di normale quella “stanza bagagli”. C'erano migliaia di sacchetti abbandonati che riempivano tutti gli spazi, mentre c’era un uomo che cercava di aiutare le persone e un altro dietro il vetro dell’ufficio che guardava.
Sapevo che il tempo a Gatwick stava peggiorando ancora, e dopo due ore e mezza di ricerche non ho avuto altra scelta che cercare il mio furgone, nel tentativo di tornare a casa attraverso la neve caduta copiosamente.
Il mercoledì, vista la mancanza di notizie dall’Assistenza Clienti, il mio umore stava diventando davvero pessimo. Avevo amato quegli strumenti per oltre 40 anni. Recentemente mia figlia Dorie aveva incontrato “Steve” a Manchester. Lui le aveva raccontato di un concerto dei VdGG a cui partecipò nel 1971, a Liverpool, quando aveva quindicianni. Qualcuno rubò il mio flauto dal palco (lo stesso che ancora uso), e lui e i suoi amici gli diedero la caccia, prendendolo lungo la strada, afferrando il flauto e riportandolo nuovamente sul palco. Mi ricordo che qualcuno del pubblico mi passò il flauto proprio quando ne avevo bisogno … strano! Tutti i miei strumenti sono stati persi per una settimana quando il nostro camion fu rubato, a Roma, nel 1975, un ” incidente” che trovò spazio anche nelle news nazionali. Quest'anno Lufthansa li ha persi per poche ore, ma “la scatola” è stata rintracciata immediatamente. Quindi direi che … ho provato qualche spavento nel corso degli anni!
Ma quest’ultima situazione sembrava senza speranza. Il sistema di rintracciabilità della compagnia aerea non aveva elementi che potessero far risalire al percorso effettuato. A cosa serve il complicato sistema di etichette e codici a barre se non ad elaborare le informazioni e a trovare la soluzione? Ora si trattava dei miei strumenti … scomparsi! Erano stati personalizzati per soddisfare le mie molteplici esigenze, e come ha detto 
Lino Vairetti degli Osanna “.. la tua flight case è un vero e proprio "tesoro" e rappresenta tutta la tua storia gloriosa.” Questa volta ho davvero temuto il peggio. E non sono stato nemmeno in grado di presentare una richiesta di risarcimento per cominciare a ricostruire la mia vita professionale, sino a quando gli strumenti sono stati dichiarati ufficialmente “Persi” da Easyjet.
Realizzando lo stress in cui stavo cadendo, mia moglie Sue mi telefonòun giorno dal lavoro, dicendo che nessuno stava cercando la mia “valigia”, e mi spinse a fare qualcosa per trovare qualcuno che potesse aiutarmi. Decidemmo innanzitutto di provare in Italia, perché non c’erano prove evidenti che il materiale era partito da Fiumicino. Inviai una mail a tutti gli amici italiani contenuti della mia rubrica per vedere se qualcuno avesse conoscenze all'aeroporto. Uno dei miei amici, 
Gianni Leone, un genio della musica e membro come me della Prog Family degli Osanna, decise di chiamare l'aeroporto. Per caso, parlò con un simpatico funzionario che dimostrò interesse per l’angosciosa storia di un musicista rock. Fortunatamente questo uomo, Eric Conte, era un fan della musica progressive anni ‘70 e conosceva i Van der Graaf Generator, gli Osanna e il Balletto di Bronzo (la band di Gianni Leone). Decise così di lasciare la sua scrivania per andare a cercare “l’oggetto scomparso”, con la foto e una descrizione chiara della situazione nella mente. A notte tarda Eric Conte risolse il caso e telefonò a Gianni Leone che mi inviò immediatamente la seguente mail: “David, sono molto, molto felice di informarti che il dramma è terminato: la tua “valigia” è stata ritrovata! E’ 'ancora qui in aeroporto, a Roma, dimenticata in un ASCENSORE!!! Il nostro fan Eric l’ha trovata e mi ha chiamato un minuto fa per informarmi”.'
Al giovedì, Erik Conte ha predisposto tutto per la spedizione sul volo EasyJet pomeridiano. Mi ha telefonato per confermare che tutto era stato fatto correttamente e io l’ ho ringraziato dal profondo del mio cuore per la sua gentilezza e sono partito subito per Gatwick per riprenderla: non mi ero reso conto di quanto potesse essere difficile reperire un semplice pick up in quelle condizioni meteorologiche.
A Gatwick, mi aspettava un caos ancora maggiore. Molti voli erano stati cancellati e ancora una volta la coda per parlare con l’impiegato dell’ Easyjet era di oltre cento persone. Poiché l'atmosfera non era delle migliori, decisi che non vi era altra alternativa che aspettare il mio turno. Dopo due ore riuscii a parlare con una ragazza che mi diede i numeri telefonici interni corretti, insistendo sul fatto che dovevo prima avere la conferma che il bagaglio era effettivamente arrivato. Dopo aver tentato di telefonare, senza successo, per trenta minuti, mio figlio Jake mi telefonò consigliandomi di mentire all’ufficio competente, asserendo che la conferma dell’avvenuto arrivo era arrivata. Gli ho dato retta, e dopo aver aspettato altri trenta minuti, una ragazza di nome Susie, con un pass della Security, mi ha condotto verso la sala del ritiro bagagli. Ho aspettato ancora in coda prima di vedere l’addetto al ritiro; non aveva idea di dove il “case” fosse. Mi sono guardato intorno, rivedendo le note scene caotiche dei passeggeri, dei sacchetti sparsi, cadendo ancora una volta in uno stato di panico. Dopo cinque minuti ho ritrovato la mia preziosa valigia!


Aveva subito qualche “maltrattamento da viaggio”, ma sembrava tutto OK. Era stata chiaramente aperta, dal momento che i sigilli erano rotti. Ho verificato subito il contenuto mentre Susie mi guardava con stupore, realizzando la miriade di oggetti presenti nella “scatola”. Nulla, apparentemente, sembrava mancare. Sono rinato un’altra volta! Susie mi ha detto: “Buon Natale!”, mentre uscivo attraverso il corridoio del “Niente da Dichiarare”. Più tardi a casa, sono ritornato a guardare online il mio fascicolo personale presso la “worldtracer”, per leggere ancora una volta, “'.. non ci sono informazioni disponibili ”. Il mio bagaglio era arrivato con un altro tag anonimo, essendo andato perso l’originale. Mi chiedo se qualcuno ha realmente “scansionato” l’etichetta del bagaglio o non è stato fatto assolutamente nulla. Mi chiedo se c'è ancora speranza per tutti coloro che sono costretti ad aver a che far con il caos e il collasso dei sistemi. Sono stato davvero fortunato a trovare delle persone che mi hanno aiutato. La sicurezza e la paranoia hanno impedito a chiunque di trovare la corretta strada per risolvere il problema. Con così tante “perdite” e così tanta confusione, nessun impiegato è sembrato prendersi cura del mio caso e non ha fatto il minimo sforzo per provarci. Ancora oggi, World Tracer non ha alcuna informazione relativa alla sorte del mio “flight case”, ma io… ce l'ho a casa e non ho perso occasione per comunicarglielo! Natale è il tempo giusto per i viaggiatori. Ho incontrato un uomo di Kosova nella coda di EasyJet, che cercava di trovare la valigia della sua fidanzata. Ne aveva raccolta un’ altra identica il giorno prima, per errore, e l’aveva portata a casa. Sperava disperatamente di sostituirla con quella giusta. La gente di EasyJet dice: “ noi non accettiamo i sacchetti indietro, con l’etichetta strappata, che è l'unico raggio di speranza per ritrovare il vero proprietario.” Siamo andati insieme nella sala bagagli, ma lui non è stato per niente fortunato.  ho anche incontrato un vecchio amico musicista,”l'inventore” Henry Dagg, anche lui alla ricerca della sua borsa dopo che il volo per Dublino era stato cancellato. In precedenza avevo incontrato una famiglia africana a cui era stato detto di aspettare nella coda sbagliata del check-in. Avevano appena perso il loro viaggio di Natale a Copenaghen, dove si trovavano dei loro parenti, e sfortunatamente non erano stati capaci di convincere gli addetti che non sarebbero mai riusciti ad arrivare in tempo per prendere il loro volo.
Ho lasciato un sacco di gente desolata all’ aeroporto quel giorno, e io ne sono uscito come un uomo esausto ma felice. Sarò eternamente grato alla mia rete di familiari, amici e fans e per il loro continuo supporto alla mia carriera musicale. Ma e’ doppiamente bello quando qualche sconosciuto è disposto a venirti incontro, cercando di aiutarti. Senza questo aiuto, la mia famiglia e io non avremmo potuto passare un fantastico Natale! Più tardi mi sono ricordato molte altre cose. Gianni dice che lui e Eric avevano cantato insieme una canzone dei Van der Graaf Generator al telefono, ma Gianni mi ha detto che non riusciva a ricordare quale fosse. Quando ho parlato con Eric, ha detto che era “Darkness”, da “The Least We Can Do “.

Musica connects people!


Lista strumenti

DAVID JACKSON: LOST SAXOPHONE FLIGHT CASE
Description: large black flight case with aluminum edges: 2 red straps
size:- 1065 x 610 x 280 mm : weight 32 kgs
contents:-

INSTRUMENT

Black flight case with foam furniture, by Eastman Packaging Ltd
Yamaha Tenor saxophone
Yamaha Alto saxophone
Yamaha Soprano saxophone
Gemeinhardt Flute
Sumatran Bamboo Flute
Howard Low D whistle
Tony Dixon D whistle
Irish Low F whistle
Swedish Overtone flute
Assorted Irish whistles – all keys
Custom Leather saxophone straps
Saxophone stand: music stand: tool kit
8 boxes of assorted reeds


venerdì 24 dicembre 2010

Hox Vox


Probabilmente non sarei mai arrivato a Hox Vox senza la segnalazione di Dario Lastella degli IFSOUNDS.
Le proposte dal web sono moltissime e spesso accade di non soffermarsi sulle offerte migliori, salvo che non ti arrivi qualche dritta. Ed è un po’ il mio “mestiere” quello di fornire qualche elemento oggettivo per facilitare le scelte.
Nel corso dell’intervista a Lastella, alla specifica domanda :” Esiste qualche gruppo della nuova generazione, italiano, che consigliereste agli amanti della musica di qualità?”, emergevano due nomi, Corrado Rossi e Hox Vox. Del primo parlerò tra breve, mentre del secondo… scrivo ora, partendo dall’affermazione originaria:” un genio dell'art rock nel senso più letterale del termine (lui sì che fa musica davvero sperimentale!)”.
Un’affermazione del genere non può che incuriosire, soprattutto se uscita dalla bocca di una persona che si riconosce come autorevole.
Ho realizzato quindi un’intervista che aiuta a centrare il personaggio, ma prima ho cercato di sentire e di vedere la sua musica. Perché vedere? E’ sufficiente un rapido giro su youtube per capire cosa si intende per “genio dell’Art Rock”. Mai visto niente di simile. Quelli che normalmente siamo soliti liquidare con “giochi da computer”, sono qui applicati alla musica realizzando qualcosa di esteticamente pregevole. Ovviamente non è l’estetica l’argomento della proposta video, ma stupisce l’interazione tra immagini e suoni, ed è straordinaria la fusione delle arti che ne deriva, spingendo il curioso a scoprire cosa ci sarà dopo, che storia verrà raccontata nel video seguente.
Eh sì, singole storie dove la sperimentazione e l’aiuto tecnologico non sono puro esercizio di bravura, e ricerca dello stupore altrui, ma la dimostrazione di come sia possibile evolvere e cercare strade nuove e originali.
Ho sentito la sua musica senza guardarla ed è stata un’altra sorpresa positiva.
Non ho trovato il bandolo della matassa e faccio fatica a collocare i brani in una categoria conosciuta. Ogni singolo “pezzo” da me ascoltato (scaricato gratuitamente dalla rete) rappresenta qualcosa di diverso e tutti i generi e le influenze universalmente riconosciute, sono a mio giudizio rappresentate in modo significativo. Difficile spiegare il feeling che mi ha accompagnato nell’ascolto, ma è stato come svoltare a diversi angoli e ogni volta trovare una strada differente, con un obiettivo “lontano” dal precedente.
Impossibile per me mettere a fuoco le storie raccontate da Hox Vox attraverso la sola musica, ma semplice abbinare i singoli brani ad immagini e a stati d’animo.
Avvicinarsi alla musica visiva di Hox Vox significare rimanere tra l’affascinato e lo stupito.
Avvicinarsi alla musica di Hox Vox senza sapere niente del suo modo di intendere la proposta dei suoni attraverso le immagini, significa essere stimolati ad osare nel tentativo di “saperne di più”.
Da qualsiasi parte si arrivi a Hox Vox l’indifferenza sarà bandita.
Questa è una possibile chiave di lettura, una panoramica su ciò che ho captato tra le righe, sicuramente insufficiente per donare una dimensione completa, ma forse utile per mettere in moto la curiosità.
Non mancheranno occasioni per parlare diffusamente di un prossimo album.




L’INTERVISTA

Sono arrivato a te attraverso Dario Lastella degli “Ifsounds”, che nel corso di un ‘intervista ti ha citato evidenziando “… lui si che fa davvero musica sperimentale!” . La tua musica è sempre alla ricerca di spazi inesplorati o c’è anche posto per una “tranquillità musicale?”
Io ho sempre lo stesso metodo per costruire un album. Prima costruisco la storia. Può essere un vero e proprio racconto : The Wanderer racconta la notte di un killer tossicodipendente all'inseguimento della sua vittima per Savannah. Oppure un documento come Dada (Cabaret Voltaire), che è una serie di ritratti di alcuni famosi dadaisti, supportati da un libretto che riporta i loro pensieri.
Una volta decisa la storia, io penso alla colonna sonora. La divisione nel primo esempio è per scene, nel secondo è un lavoro quasi documentario, tassonomico. Uno è un album “romanzo”, l'altro un album di “saggistica”. L'utilizzo di melodie o dissonanze, la scelta di quali generi musicali utilizzare, sono conseguenti al clima che voglio dare al racconto. Non sono interessato a fare album che siano raccolte di canzoni, mi sembrerebbe di suonare senza senso, per il solo gusto di mettere assieme note e ritmi.


Passando sempre attraverso le citazioni sei stato definito “genio dell’art rock”. Sono entrato nel tuo canale di youtube e sono rimasto incantato dai tuoi video, dal tuo modo di assemblare immagini, musica, e arti grafiche. Quale tipo di percorso ti ha portato a questa forma espressiva?
Devo trovare il modo di ringraziare Dario di tutti questi complimenti!!! Io ascolto qualsiasi genere musicale sin da adolescente. Musica classica, contemporanea d'avanguardia, pop del terzo mondo, metal, fusion, jazz, country, band algerine anni '60, 8-bit, grindcore, canzoni per i bambini (mi piacciono molto i dischi per bambini di Bruce Haack e Raymond Scott), musica da cartoni animati, gamelan, bollywood music... delle volte mi fermo nelle tv private a guardare quei miserabili spettacoli di ballo liscio, con le cantanti cotonatissime. Mi piace molto la musica volgare, kitsch. Tra tutti forse mi ha influenzato di più il trio Zappa-Residents-Pere Ubu. Ma non solo per la musica. Mi piace la loro comune propensione per la teatralità. I Residents creano mondi paralleli, Zappa è arrivato a mettere Zubin Mehta a dirigere in trespolo o piazzare giraffe giganti spruzza-schiuma (ci si può immaginare da quale orifizio) in palco. Ogni concerto era cabaret puro. I Pere Ubu sono stati il mio gancio per entrare nel dadaismo e surrealismo. David Thomas è una icona ineludibile, una volta conosciuto per bene nei primi dischi. Grosso modo questi tre immaginari più i cartoni animati di Terry Gilliam convivono nei miei videoclip. Dal versante grafico c'è stato lo shock culturale di conoscere l'opera di Max Ernst e quella di Andrea Pazienza.

Sei autonomo nelle tue realizzazioni o hai bisogno di un consistente gruppo di lavoro?
Faccio tutto da solo, e devo dire che ho provato a suonare con altri ma incontro forti difficoltà.

Riesci a proporti dal vivo con la stessa efficacia?
Non ho mai fatto live. Non mi piace l'idea di fare un concerto, andare su un palco a suonare per due ore facendo gesti e mossette. Fin da giovane mi è sempre sembrato abbastanza noioso, più comodo ascoltarsi il disco comodamente sparati in poltrona. Io vorrei fare degli spettacoli di teatro, con attori, musicisti sul palco che talvolta si alzano e contribuiscono al recitato, utilizzo di video per creare atmosfera. Qualcosa che sia più lontano possibile da un musical o l'operetta. Si recita poi si stacca e si suona qualcosa, oppure la musica resta dietro, come la colonna sonora in un film. Mi piacerebbe molto portare in scena un adattamento teatrale di Dada (Cabaret Voltaire). Proverei a ricostruire al meglio possibile quell'atmosfera che aleggiava dentro il famoso locale svizzero.

Ho scaricato gratuitamente la tua musica dalla rete. Come inquadri il musicista del 2010, quello che oltre a creare e a suonare deve anche guadagnare per vivere?
Da giovane sentivo tutti gli amici che suonavano ripetere lo stesso ritornello: la casa discografica si tiene 9 decimi dei soldi dei dischi, per fare soldi tocca andare in tour a ripetizione. Non è cambiata. Da sempre i soldi soprattutto si tirano su in tour, il disco è quasi un volano commerciale per l'indotto di merchandising, live act e royalty per l'utilizzo della musica in tv, cinema, e oggi i videogiochi. Tutto il casino che fanno sulla pirateria serve per abbindolare i soliti ingenui, quelli che si fanno spaventare e “smettono”. Questa dinamica mi ricorda una presunta leggenda su Adobe, cioè che piratasse essa stessa Photoshop in modo da farlo diffondere più velocemente, conquistare una posizione di monopolio e poi passare a incassare. Io non credo sia una leggenda. Quando i discografici piangono per la pirateria, sono falsi. La pirateria nell'epoca delle musicassette ha fatto la fortuna delle grandi case discografiche, ma loro (né Adobe) non confermeranno mai. Ci mancherebbe che fossero così fessi!

Internet ha dato molto ai fruitori di musica. In sede di bilancio, potrebbe secondo te dimostrare la stessa soddisfazione un musicista che cerca visibilità, ma anche vendite?
Io credo che internet sia una falsa vetrina da Sogno Americano. Sembrerebbe che chiunque può fare successo se imbrocca il prodotto giusto e la campagna più adatta. In realtà la dinamica è uguale a quella di MTV. Se sei raccomandato ti vedono, altrimenti no.

Ho ascoltato rapidamente alcuni tuoi brani (apprezzandoli) e mi pare che la tua proposta escluda le liriche. Alcuni musicisti cercano di passare messaggi attraverso i suoni, altri pensano solo a fare la musica che preferiscono, lasciando che sia il pubblico ad interpretare liberamente. Cosa significa per te creare un brano?
A me piace molto rassicurare l'ascoltatore, poi improvvisamente spaventarlo, urtargli i nervi o farlo ridere. L'urlazzo di Ummagumma ha fatto storia. Io lavoro come un mimo, o uno di quei vignettisti senza parole. Ho una voce veramente brutale per cui non mi soddisfa quando canto (a parte il parlato di The Wanderer, ma appunto era un parlato e la mia voce rugginosa ci stava bene per il personaggio). Essenzialmente una canzone per me è un momento liberatorio, dove faccio un po' come mi pare. A parte i momenti in cui architetto scherzi acustici (ma qui l'ascoltatore è una vittima), per il resto suono più che altro tutto quello che mi piacerebbe sentire e non trovo in giro. Talvolta invece sono di maniera, neoclassico :D, cioè mi piace un modello musicale e provo a suonarlo in modo ortodosso. Alaska, su Meanimal, è un esempio chiarificante.

Sempre Dario(è tutta colpa sua se ti tedio con le mie domande)ti definisce “stravagante” che a me suona come fuori dalle comuni regole musicali, e fuori dalle leggi del businnes. Mi sto sbagliando?
Si, ma non avertene a male. :D Hurry Up Harry part 1 è un disco piuttosto commerciale (il seguito lo sarà di meno), in ogni caso tra i vari brani di altri dischi, oltre a follie e strani meccanismi elettronici, ogni tanto metto un pezzo easy listening. Non è voluto, come già detto mi esce per esigenze narrative. Purtroppo gli ascoltatori più avventurosi sono in grado di passare da momenti avant ad altri melodici (non è una novità, zappa l'ha fatto per tutta la carriera), mentre l'ascoltatore pop tende a non ascoltare il disco anche se in mezzo ci sono 3 o 4 brani che gli piacerebbero. Ha troppo orrore di quello che non è conforme al suo ristretto range di melodie ruffiane.

9)Mi racconti qualcosa della tua formazione musicale? Hai sempre suonato il basso?
Ho suonato un po' dai 14 ai 17 anni, poi ho smesso del tutto fino a due anni fa. E ovviamente ho ricominciato da zero, mi pareva di non avere mai avuto un basso in mano in vita mia. In ogni caso suono molto peggio di quello che mi servirebbe, e ciò è un limite per la qualità dei miei dischi. Sto cercando di rimediare a questa manchevolezza virando su bassline meno impegnative. Certo non sarò mai come Victor Wooten. Ma il basso è lo strumento che amo, la prima cosa che ascolto in una canzone.

Come immagini il futuro prossimo musicale di Hox Vox?
Mi piacerebbe smettere di fare il musicista creative commons per accasarmi sotto una label. Diventare un professionista. Il mio sogno è di avere una chance con Ipecac o la Tzadik (non saprei quale mi renderebbe più pazzamente gioioso), ma solo a pensarlo mi viene da ridere, come sognare di diventare capocannoniere dei mondiali o astronauta. Mi piacerebbe molto anche comporre colonne sonore. Io ho pazienza e sono meticoloso, ci andrei a nozze con un regista di quelli pignoli che stanno lì nota su nota. Io sono uguale.

giovedì 23 dicembre 2010

Family


I Family sono un'importante formazione ...

legata all'evoluzione del rock psichedelico di fine sessanta-inizio settanta.
Nati nel 1967, sono tra i primi gruppi britannici a coniare e sviluppare il progressive rock e a privilegiare l'album a 33 giri piuttosto che il più breve 45 giri.
Il loro stile è variopinto (partendo da forti influenze di folk acido e passando per jazz, blues-rock e ritmi esotici), caratterizzato dalla voce possente di Roger Chapman, dal violino di Ric Grech e dagli spunti esotici del chitarrista Charlie Whitney.

I primi tre album (e soprattutto Family Entertainment del 1969) delineano e condensano le nuove idee in un repertorio di canzoni atipiche ma bellissime, dai toni accesi, raffinati ed emozionanti.

Il gruppo orginale ha avuto numerosi cambi di formazione, che includono tra gli altri John Wetton che andrà in seguito nei King Crimson e Poli Palmer e Jim Cregan, seppur per poco tempo, provenienti dai Blossom Toes.
I Family hanno rappresentato piu` di ogni altro complesso il sound "progressivo".
L’utilizzo di diversi stili, e una grande maestria tecnica favorirono la sperimentazione e il raggiungimento di una maturità orchestrale da compositori colti.
Il canto sguaiato e feroce di Chapman attraversava il soul di Sam Cooke, il blues di Howling Wolf, i monologhi demenziali di Captain Beefheart, le messe gospel e persino i chansonnier parigini conferendo alle loro mini-sinfonie lo spirito piu` autenticamente selvaggio del rock.

Formazione Principale
Roger Chapman - voce, percussioni
Charlie Whitney - chitarra, banjo, mandolino, organo, pianoforte,cori
Rob Townsend - batteria, arpa, percussioni
Ric Grech - basso, violino, cori
Jim King - sassofono tenore e soprano, armonica, pianoforte

Ex componenti
Poli Palmer - pianoforte, vibrafono, flauto
John Weider - basso, chitarra, violino
John Wetton - basso, tastiere, cori
George Bruno - organo in A Song for me
Jim Cregan - basso

The Weavers Answer

video


mercoledì 22 dicembre 2010

Al Kooper

Personaggio polivalente, come produttore e come musicista(tastiere, chitarre e voce), Al Kooper ha registrato con Clapton, George Harrison, Tom Petty, B.B. King, Santana, Who e Rolling Stones; ha suonato l’organo in “Like a Rolling Stone” e in “Blonde On Blonde” di Bob Dylan e in “Electric Ladyland” di Hendrix. Ha concepito il primo disco di jam rock, “Super Session”, ha contribuito alla nascita dei Blues Project e dei Blood Sweet &Tears e ha scoperto e prodotto i Lynyrd Skynyrd, alfieri del southern rock.

Un curriculum di tutto rispetto.

Na to a Brooklyn nel 1944, debutta discograficamente all’età di 13 anni con i Royals Teens, ma il suo nome comincia a essere di dominio pubblico quando, casualmente, alle sessions di Like a Rolling Stones incide una traccia di Hammond sul pezzo già registrato da Dylan.

Partecipa poi alla controversa apparizione della svolta elettrica di Dylan al Festival di Newport del 1965 e lavora in diversi dischi dell’artista di Duluth.

Dopo aver dato i natali a una delle prime band del blues revival newyorkese, i Blues Project, aiuta i Blood Sweet and Tears nella registrazione di Child is Father to the man, quindi è artefice della jam di Super Session con Bloomfield e Stills, album seminale e leggendario della storia del rock.

Un altro suo lavoro all’insegna del blues è Kooper Session, jam in compagnia del quindicenne chitarrista Shuggie Otis, figlio del veterano del R&B Johnny Otis.

(da Rock Blues di Mauro Zambellini)


martedì 21 dicembre 2010

Boris Savoldelli


Qualche giorno fa ho descritto come Savona ha ricordato John Lennon a trent’anni dalla sua morte.
L’atto finale, svoltosi al Teatro Chiabrera mi ha permesso, tra le altre cose, di abbinare un nome conosciuto ad un uomo e alla sua musica: Boris Savoldelli, un vocalist eccezionale.
Boris non è solo singer di qualità, bensì uno sperimentatore, un innovatore e un esempio di tecnologia applicata allo strumento musicale più importate, quello che ci accompagna tutta la vita e le cui caratteristiche sono simbolo di distinzione e riconoscimento … parlo della voce.
La cosa che più mi ha colpito è l’utilizzo di differenti loop vocali/ritmici “messi in moto” in sequenza, il cui rincorrersi innesca l’effetto “band” su cui Boris unisce l’ultima traccia, quella cantata.
Spontaneamente mi sono girato verso Fulvio, il mio vicino di poltrona esperto di suoni, e i nostri sguardi si sono incrociati “raccontando” il nostro stupore meglio di mille parole.
E’ la sorpresa per ciò che non ti aspetti, per qualcosa di nuovo che, almeno inizialmente, supera la qualità tecnica. Non è facile proporre novità, e a volte nemmeno si cercano perché la musica conosciuta, la musica della vita, è sempre un porto più sicuro di quello a cui non abbiamo mai attraccato.
Savoldelli mi ha incuriosito e spero al più presto di poterlo rivedere dal vivo, perché trovo che l’esibizione on stage sia una dimensione decisamente adatta alla sua proposta.
Per adesso mi accontento delle sue risposte, e a fine post propongo parte della sua performance savonese.
http://www.borisinger.eu/site/index.php?mod=std




L’INTERVISTA

Poco tempo fa sei stato un ospite di “Impressioni di Settembre”, rassegnata dedicata alla musica progressive. Che link esiste tra te e quella musica, “la mia musica”?
Credo che il “Link” stia nel desiderio di produrre buona musica, senza preoccuparsi per forza di dover piacere a tutti e di doversi confinare all’interno di regole rigide e predefinite. Amo ribadire quello che il grande Miles Davis soleva ricordare nelle sue rare interviste, e cioè che al mondo esistono solo due categorie di musica: quella buona e quella cattiva. Ed io spero proprio di fare parte della prima categoria. Io non sono un fanatico del Prog, ma sin da adolescente sono stato affascinato dai suoni e dalla complessità delle composizioni di questo genere di musica che, tra l’altro, ha “sfornato” cantanti di grandissimo interesse. Negli ultimi 2 anni, poi, sia in italia che all’estero, sono stato “adottato” molto spesso dalla comunità prog ed ho partecipato, con gioia, a numerosi eventi che possono essere ricondotti al prog (come, per esempio, il festival impressioni di settembre dell’amico Riccardo Storti). A luglio, per esempio, con la mia partecipazione al festival Afrakà ad Afragola, ho avuto il piacere e l’onore di conoscere di persona (ed avere da loro numerosi complimenti ed attestati di stima), Lino Vairetti degli Osanna e Gianni Leone dei Balletto di Bronzo… mitici entrambi!

Ti ho paragonato a un “one man band”, un uomo che da solo costituisce un gruppo, termine che nella mitologia musicale ha un significato ben preciso e fa riferimento a strumenti classici e codificati. Non ti pare di rappresentare un po’ l’evoluzione tecnologica di quel ruolo leggendario?
Beh, la tua considerazione mi onora. Senza voler apparire immodesto ti dico che sì, lo penso anch’io. La voce è una mia passione sin dall’adolescenza. Ci sono arrivato dopo essere passato per studi classici di pianoforte; dopo aver studiato un po’ anche la batteria, il basso e la tromba. Sono arrivato alla voce quasi per caso, ma mi sono subito entusiasmato all’idea dei progressi e delle diverse timbriche che era possibile ottenere. L’ascolto, poi, di fenomeni come Demetrio Stratos, Mark Murphy, Diamanda Galas e Cathy Berberian mi hanno spinto a dare un ruolo “primario” alla mia voce. La conseguenza è stata la ricerca di interazione tra voce/acustica e tecnologia…e il risultato, almeno al momento, è quello che si può ascoltare nei miei cd e nei miei concerti in solo.

Ho verificato di persona il tuo impatto sul pubblico, ma la tua performance è risultata ridotta, essendo tu inserito in un contesto più ampio del formato “concerto”. Quale tipo di interazione o relazione riesci ad attivare col tuo pubblico nei momenti live?
Bella domanda! Vedi, esibirsi in solo è terribilmente complesso. Si ha sulle proprie spalle tutta la tensione e il rischio che, diversamente, in una band viene ripartito sui singoli musicisti. E questo è il lato negativo della performance in solo. Quello positivo, invece, sta nell’energia incredibile che si instaura tra chi è sul palco ed il pubblico. È un qualcosa di magico, un circolo virtuoso di output ed input (per usare un termine tecnico/musicale). Io lascio SEMPRE nei miei spettacoli in solo una buona dose di improvvisazione (e in questo posso a buona ragione essere definito un cantante jazz, ancorchè di un jazz non convenzionale), i brani che canto hanno un loro canovaccio di arrangiamento ben definito, ma la stesura definitiva cambia di concerto in concerto, anche in base al luogo in cui mi trovo, al pubblico, agli stimoli che da questo ricevo. È un lavoro molto affascinante e che mi permette di non annoiarmi mai. In questo la lezione di Mark Murphy (mio idolo assoluto, maestro e, negli anni, caro amico) è stata fondamentale. Lui canta da professionista dal 1956 e sin da allora la sua sfida è quella di non cantare mai nello stesso modo la stessa canzone. Una sfida che ho fatto mia e che mi stimola ogni sera. Rispetto al pubblico dei live, poi, è bellissimo “sentire” la differenza che c’è tra il pubblico generalista (quello, per esempio, dei festival/concerti ad ingresso gratuito) e quello specialista (quello degli eventi a pagamento per esempio… eheheh), oppure tra il pubblico italiano e quello russo o statunitense. Ognuno di loro reagisce in modo diverso…. è un emozione davvero unica. Credo si sia capito: io amo la dimensione live più di ogni altra cosa!

Girovagando nel tuo sito ho trovato che nel tuo album del 2007, “Insanology”, sono presenti le liriche di Alessandro Ducoli. Vista la tua attitudine all’utilizzo della voce come strumento/strumenti, che tipo rapporto hai con i testi e la “forma canzone”?
Il rapporto con Alessandro è di perfetta sintonia. Lui è un cantautore nel puro senso del termine e dà, quindi, netta prevalenza all’ambito testuale/lirico prima che a quello musicale. Io, invece, ho un approccio nettamente diverso. Scrivo sempre prima la musica (ritmo, armonia e melodia) e lascio per ultime le parole. Lui è stato in passato mio allievo di canto e, durante le lunghe chiacchierate, siamo arrivati alla scelta di provare una collaborazione. Mi è sempre piaciuto il suo modo di scrivere, le sue liriche che riuscivano ad essere sia molto “oniriche” che, immediatamente, molto “concrete”. Visto che lui si vantava (giustamente per come la vedo io) di essere un ottimo liricista, ho deciso di sfidarlo: “vediamo se sei in grado di scrivere delle liriche partendo da una melodia perfettamente scritta e immodificabile” gli ho detto! Una sfida veramente complessa, anche perché l’italiano, come sappiamo, è molto meno “maneggevole” della lingua inglese (ricca di monosillabi e bisillabi di senso compiuto). È stata una sfida che Alessandro ha colto immediatamente e il risultato, non solo a mio avviso, è stato stupefacente. Un risultato talmente buono che ha fatto sì che Alessandro abbia scritto tutti i testi anche del mio nuovo cd dal titolo Biocosmopolitan che uscirà, sempre per la newyorkese Moonjune records, il 15 marzo 2011.

Lo studio estremo delle possibilità vocali, dell’utilizzo della voce come elemento assimilabile alla grande famiglia degli strumenti, non ha una scadenza e l’impegno continua per tutta la vita. Non si può, purtroppo, parlare di Demetrio Stratos, scomparso prematuramente, ma ho esempio di conoscenti, come Bernardo Lanzetti, che proseguono l’applicazione, sperimentando nuove vie, nonostante l’enorme esperienza e il ruolo consolidato. Da ascoltatore però, posso riconoscere grandi capacità vocali ed espressive, senza essere entusiasta della “qualità”, del timbro (non è ovviamente il caso degli artisti citati). Mettiti per un attimo dall’altra parte del tavolo … cosa ti emoziona di una voce ascoltata casualmente, alla radio, in un concerto, in un nuovo CD?
Altra bella domanda! Credo che due siano gli elementi fondamentali per emozionarmi: il primo è “impalpabile, indefinibile” ed appartiene esclusivamente alla sfera emotiva. Come dire, sento una voce e qualcosa scatta nel mio sistema nervoso e vengo irrimediabilmente attratto da essa. È una cosa difficilissima da codificare. Credo sia impossibile farlo. Ti faccio un esempio concreto. Qualche anno fa tornavo da un concerto, ero in auto da solo alle 3 di notte, piovigginava. In radio partì una versione del capolavoro di Prince “Nothing Compares To You” cantata da Jimmy Scott. Ebbene, la voce di Little Jimmy Scott non è certo da annoverare tra quelle rappresentative del “bel canto”, ma la forza che emanava, unita allo strepitoso arrangiamento costruitole intorno, mi ha obbligato a fermarmi, concentrarmi all’ascolto e ritrovarmi, solo in auto, a piangere per la forza evocativa della sua interpretazione! E la cosa divertente è che Jimmy è lontano anni luce dalla mia idea di “bella voce”. È veramente un qualcosa di indefinibile. L’altro elemento che mi emoziona quando ascolto una voce è la sua attinenza ed espressività riferita a ciò che sta dicendo ed all’arrangiamento utilizzato. Mi spiego, Lou Reed non può certo essere annoverato tra i cantanti esponenti del “bel canto”, cionondimeno la sua voce, e il suo stile parlato, funzionano perfettamente per raccontare i suoi testi e le sue atmosfere. Lo stesso vale per il grande Tom Waits. Sul fronte delle belle voci, invece, non si può rimanere indifferenti alla strepitosa vocalità di Frank Sinatra quando canta con l’orchestra o a Mark Murphy quando interpreta le grandi ballad jazz! Sono emozioni veramente uniche. Al di là della tecnica e del “mestiere” acquisito in anni di gavetta, quando alla fine di un mio concerto qualcuno viene a ringraziarmi per le emozioni che gli ho fatto vivere, provo una gioia immensa. Del resto, uno dei momenti più intensi del mio concerto in solo rimane la mia versione per sola voce SENZA ALCUN EFFETTO del capolavoro immortale “Nature Boy”.

Sono rimasto entusiasta dallo spettacolo artistico/musicale/teatrale che avete presentato al Chiabrera di Savona. Credo sia qualcosa di nuovo che potrebbe avere seguito infinito, tanti e tali sono le storie rock del passato di interesse comune. Cosa pensi di quell’esperienza? Credi sia una strada da perseguire?
Lo spettacolo “inventato” da Ezio Guaitamacchi (storico critico musicale italiano e direttore della rivista Jam) mi piace un sacco. Trovo sia un’ottima formula per divulgare la buona musica in modo non pedante o scolastico. Ezio, oltre che un caro amico, è un profondo conoscitore del mondo musicale, molto preciso nelle ricostruzioni, onesto intellettualmente, un giornalista che ama e rispetta profondamente la musica. Quest’idea di unire racconti, aneddoti e storie della musica a intermezzi musicali interpretati da musicisti molto diversi tra loro per gusti e formazione, la trovo molto efficace e spero che avrà lunga vita. Del resto c’è così tanto da raccontare sulla musica che credo si potrebbero fare centinaia di spettacoli diversi!

Visti i tuoi successi di pubblico e critica all’estero, che differenze trovi tra la nostra situazione e quella degli altri paesi, relativamente allo stato di salute della musica e di ciò che gira attorno ad essa?
Domanda complessissima. Io, al momento, sono più conosciuto all’estero che in Italia, a causa di una serie di eventi prevalentemente determinati dal fatto che la persona che per prima ha creduto in me vive e lavora a New York. Si tratta di Leonardo Pavkovic, boss dell’etichetta Moonjune, che mi ha dato buona visibilità all’estero e mi ha permesso di affrontare ormai 4 tour in Russia e Ucraina ed un paio di tour negli States. Nel corso del 2010, però, sempre grazie a Leonardo sono entrato in contatto con Vic Albani, storico manager del grande Paolo Fresu, e grazie sia a Vic che a Paolo (che ha partecipato alla registrazione di due brani del mio prossimo disco: Biocosmopolitan) sto cominciando a farmi conoscere anche qui in Italia. In merito alla differenza, infine, credo che in Italia si continui a pagare una dimensione musicale un po’ ristretta, dove c’è un netto divario tra i grandi del pop (che, nonostante la crisi, continuano a viaggiare ad alti livelli) e una sorta di “sottobosco” musicale, anche di ottima qualità, che fatica ad “arrivare alla fine del mese”. Quello che posso dire è che, dal punto di vista sia delle idee che della tecnica, i musicisti italiani non hanno nulla da invidiare a nessuno. Quello che manca, temo, è un maggiore spirito di collaborazione, che forse ci aiuterebbe ad emergere un po’ di più.

Qual è il tuo insostituibile riferimento musicale vocale, presente o passato, un mito magari difficile da raggiungere?
Domanda a cui ti rispondo subito: Mark Murphy. Mark è, da sempre, il cantante più STREPITOSO che io abbia mai sentito. Sono il maggiore collezionista al mondo (con un dj texano di nome Steve Cumming…che però ha 4 dischi in meno di me…eheheh) di Mark. Posseggo 156 tra dischi e cd da lui cantati. La vita, fortunatamente, mi ha permesso di conoscerlo e di diventarne amico. Ho avuto la possibilità di studiare con lui e questo mi ha aperto la testa come mai mi sarebbe potuto accadere! Mi rivolgo a te ed ai lettori di questa intervista: se non conoscete Mark Murphy DOVETE procurarvi qualcosa di suo…rimarrete di stucco!!! INARRIVABILE!

Nonostante tu sia giovane, hai una buona esperienza alle spalle. Se analizzi la tua storia musicale, intravedi qualche treno che , purtroppo, non hai preso per paura di osare?
Anzitutto grazie per il giovane…e hehehe. Non amo guardare indietro, nel senso che preferisco pensare al futuro e non piangermi addosso. Posso però, col senno del poi, bacchettarmi perché, per almeno 10 anni (tra i 20 ed i 30 circa), ho in qualche modo “rallentato pesantemente” la mia carriera. Non ho dedicato alla musica e a me stesso come musicista la giusta attenzione. È stato un periodo “difficile” della mia vita, in cui avevo necessità di mettere a fuoco seriamente i miei obiettivi. C’è voluto del tempo, ma ora sono pronto a recuperare il tempo perduto!

Qual è il piano/desiderio per l’immediato futuro musicale di Boris Savoldelli?
Non invertire il trend, per usare un termine quasi da marketing. Sono molto soddisfatto di quello che mi sta accadendo il questi ultimi 2 anni. Sto finalmente cominciando a raccogliere un po’ di frutti del duro lavoro che ho fatto e che continuo a fare ogni giorno. Spero di riuscire a raggiungere un paio di obiettivi che mi sono prefisso per il prossimo anno, e soprattutto spero di poter continuare a fare quello che faccio perché mi sto divertendo come un pazzo! E finchè ci sarà gente che come te mi chiederà di raccontare qualcosa di me e gente disposta a leggerlo, beh, sarà già un bel risultato!

Inoltre, come dicevo qualche domanda fa, il 15 marzo 2011 uscirà in tutto il mondo il mio nuovo cd: Biocsmopolitan. Si tratta del secondo capitolo che prosegue il discorso interrotto con il fortunato Insanology. È un disco di cui sono ORGOGLIOSISSIMO. Chi ha amato Insanology rimarrà sicuramente colpito da Biocosmopolitan.





domenica 19 dicembre 2010

Title: CASTLES, WINGS, STORIES and DREAMS

NEW RELEASE INFORMATION

BLACK WIDOW RECORDS

Via del Campo 6R – 16124 GENOVA – ITALY Tel. +39.010.2461708 - +39.010.2544500
e.mail: blackwidow@tin.it www.blackwidow.it

PAOLO SIANI & FRIENDS

Feat. NUOVA IDEA

Title:

CASTLES, WINGS, STORIES & DREAMS

Release date:

6 DICEMBRE 2010

Label:

BLACK WIDOW

Cat No:

BWR 131 / BWRCD 131-2

Formats:

Lp / Cd Magipack

File Under:

PROGRESSIVE ROCK

Barcode:

8034077051315

OVERVIEW
New project by NUOVA IDEA drummer Paolo Siani; a concept album which involved great musicians for a full immersion in prog atmospheres with King Crimson, Pink Floyd, Nuova Idea influences and with a fresh and energic feeling! Ear the “Fripp” riffs of Madre Africa with the fantastic guitar solo by Marco Zoccheddu, the dreaming atmospheres of Questa Penombra è Lenta with the female voice of Nadia Engheben, the dramatic feeling of Cluster Bombs with Roberto Tiranti vocals and more and more emotions with Joe Vescovi on keys, Mauro Pagani on flute, Guido Guglielminetti on Bass, Ricky Belloni on Guitar, Giorgio Usai on keys...Progressive, Rock, Jazz touches, a complex and ambitious work which look back at the past but well projected in to the future...a must have!

TRACK LIST:
1. Un Dono 2:13
2. Wizard Intro 3:03
3. Madre Africa 7:54
4. Questa Penombra è Lenta 6:57
5. Chimera 4:23
6. The Game 10:38
a. Wizard of your Sky
b. Mickey’s
c. Jump
d. Wizard of your Life
7. Cluster Bombs 6:43
8. This Open Show 3:16
9. C’era una Volta 2:59

Paolo Siani: Drums, Vocals, Keyboards, Bass, Electric Guitar
& Friends:
Ricky Belloni: Electric Guitar
Carlo Cantini: Violin
Guido Guglielminetti: Bass
Mauro Pagani: Flute
Alessandro Siani: Electronics
Franco Testa: Bass
Roberto Tiranti: Lead Vocals
Giorgio Usai: Hammond Organ
Joe Vescovi: Hammond Organ
Marco Zoccheddu: Electric Guitar, Piano

Gianni Alberti: Sax
Ottavia Bruno: Vocals
Alberto Buttarelli: Vocals, Flute
Giacomo Caiolo: Acoustic Guitar
Nadia Engheben: Soprano
Diego Gordi: Piano
Fabio Gordi: Piano
Daniele Pagani: Piano
Giuliano Papa: Cello
Vittorio Pedrali : Acting Voice
Paolo Tixi: Batteria

ARTISTI PRO OSPEDALE PEDIATRICO GASLINI

Un nuovo progetto proposto dal batterista della NUOVA IDEA, Paolo Siani.
Si tratta di un concept album che ha coinvolto grandi musicisti per una full immersion nelle atmosfere prog, con tracce di King Crimson, Pink Floyd, Nuova Idea ovviamente, e con una buona dose di freschezza ed energia. L'ascolto del riff alla "Fripp" in “Madre Africa” con l'assolo di chitarra fantastico di Marco Zoccheddu, le atmosfere sognanti di “Questa Penombra è Lenta” con la voce femminile di Nadia Engheben, il senso drammatico di “Cluster Bombs” con Roberto Tiranti come vocalist, e poi ancora emozioni con Joe Vescovi all’Hammond, Mauro Pagani al flauto, Guido Guglielminetti al basso, Ricky Belloni alla chitarra, Giorgio Usai alle tastiere ... sono tutti elementi che contribuiscono a formare un lavoro complesso e ambizioso, tra Progressive, Rock e Jazz, un album che guarda al passato ma proiettato anche nel futuro.