mercoledì 15 dicembre 2010

Intervista a Loris Furlan,"Lizard"




Loris Furlan con la targa del Premio Progawards come migliore etichetta nel 2007
Ho conosciuto casualmente, non ricordo come, Loris Furlan, figura di riferimento della Lizard, etichetta discografica indipendente. Ho ascoltato alcune delle sue produzioni e mi sono fatto un’ idea del suo modo di lavorare, confermata dall’intervista a seguire.
Siamo a livelli di passione pura e impegno enorme, con lo scopo di trovare e dare spazio a proposte di qualità, rispettando al massimo la libertà degli artisti.
Grande poi la soddisfazione derivante dalla condivisione, e in questo, io e lui, siamo molto simili.
Personaggio ed etichetta fuori dagli schemi canonici, quasi controcorrente, non per una voglia di diversità ( forse necessità sì…)ma per coerenza di comportamento nel rispetto di ferrei e sani principi musicali.
Le prossime righe saranno certamente chiarificatrici.

L’INTERVISTA

Lizard esiste da quindici anni. Mi racconti la sua evoluzione? E’ cambiato nel tempo il tuo modo di proporre musica?

Inevitabilmente agli inizi c’è sempre una certa dose di entusiasmo misto ad incoscienza. Non chiamiamola ingenuità, tuttavia si affronta un mondo, quello discografico di nicchia, con l’amore per il disco e l’ebbrezza dell’avventura. In fondo quel presupposto avventuroso non è mai venuto a mancare, è tuttora integro: la voglia della scoperta, la ricerca, il forte senso di condivisione. Semmai è il solco dell’esperienza a spostare l’ago della bussola, annettendo un piglio più smaliziato. Del resto sono successe molte cose dai primi anni 90 ad oggi. Ora si deve convivere con downloading e masterizzatori agguerriti, ma soprattutto con una diversa concezione della ricerca e della fruizione della musica. In fondo per la Lizard non c’è mai stato il fine del guadagno, e dunque non si è sofferto drammaticamente tale evoluzione. L’amore per certa “altra” musica e il disco o cd è ancora vivo, nella sua fase cercare-scoprire-condividere-proporre. Se prima eravamo un po’ di più e ora siamo rimasti in pochi non si sta così male, finchè c’è un senso artistico ed emozionale. E per certi versi quando si è in pochi si rafforza una dimensione di scambio tra proposta e utenza più univoca ed amicale. Se invece mi chiedi del percorso della lucertola in termini strettamente musicali, potrei sintetizzare il concetto che la musica, in quanto scelta a pelle, emozionale, e non nell’ottica prioritaria del consumo, viaggia in simbiosi con l’evoluzione personale più intima. Un’evoluzione che piano piano, inconsapevolmente, è scivolata dal progressive più consolidato verso tanta psichedelia di diversa estrazione e propaggini avant-prog. Ho ideato nel tempo delle side-labels per cogliere istanze più specifiche e differenziate, come “La Luna e i Falò” per ambiti cantautoriali un po’ folkish, la “Zeit Interference” per estremità avanguardistiche-ambientali, e “La Locanda del vento” a ricondurre un po’ agli amori antichi del progressive tipicamente italiano che sapeva raccontare storie con uno spirito un po’ autoctono, prima di ubriacarsi di tempi dispari, derive anglofone e sovraesposizioni tecnicistiche. Con circa un’ottantina di produzioni dovrei aprire un vasto libro, ricco di capitoli spesso molto diversi tra loro. Già la convivenza delle diversità, una questione mica da poco, un filo conduttore un po’ filosofico spirituale che anima la Lizard da sempre.

Da quel poco che ho capito della tua etichetta, ciò che conta è la proposta di qualità e la voglia di condivisione. Come si riesce a sopravvivere, musicalmente parlando? Ci si indirizza verso nicchie specifiche e conosciute?

In verità non ho mai cercato con attenzione delle nicchie specifiche. Si è sempre fatto con molta passione ed istintività, e poi ti accorgi che sono le nicchie che ti vengono incontro, anche se non le hai mirate a priori. Spesso abbiamo prodotto con entusiasmo dei dischi che poi hanno venduto pochissimo, consapevoli da subito, ma non per questo perderanno mai il loro valore intrinseco. E’ sempre il percorso che conta, che arricchisce, che propone nuovi orizzonti. Poi è chiaro che quando realizzi che un disco di matrice progressive sinfonico-settantiana vende un po’ di copie in più del solito, e ti va a recuperare le spese e qualcosina in più, allora si sa riconoscere un target, un’utenza un po’ più florida. E diventa buon ossigeno per la nostra attività. Il punto di partenza è la musica nel suo ideale di libertà di espressione e creatività, e già questo concetto in sé stride con il doversi collocare in nicchie codificate da modelli, stereotipi e convenzioni. Diciamo che con la Lizard non si perde mai di vista quello spirito di libertà, senza condizionamenti, poi si cerca di coniugarli con qualche situazione più riconoscibile e fruibile. Nello specifico la Lizard è un po’ conosciuta come etichetta progressive “aperta”, dunque aperta a ricerca, sperimentazione, commistioni sonore. E’ una definizione un po’ semplicistica, più complessa da raccontare, ma sommariamente può rappresentare un manifesto di riconoscibilità. La sopravvivenza oggi per un’etichetta e per certa musica, per quel che mi riguarda, è figlia di uno scenario nuovo, importante ed imprescindibile: non si campa più vendendo dischi, col produttore da una parte e i musicisti dall’altra che firmano contratti stravaganti, capestri o altro. Oggi si può sopravvivere dignitosamente se si sa mettere assieme le due esperienze in modo costruttivo, come un valore aggiunto e sinergico. Alla Lizard non esistono contratti, bensì fiducia e collaborazione. Questa è la nuova frontiera per la sopravvivenza della musica underground. Se poi qualche musicista si nutre ancora di sogni di gloria ed ambizioni da star embrionale, si rivolga pure altrove. Ci sono tanti gatti e volpe fuori della porta ad attendere.

Come si conduce una piccola etichetta discografica? C’è un gruppo li lavoro alla base o e tutto sulle spalle di un’unica mente, la tua?

E’ difficile dare continuità ad un gruppo di lavoro. In tutti questi anni ci sono stati dei compagni di avventure, collaborazioni di passaggio, ma una piccola etichetta discografica riflette quasi sempre una singola specifica personalità, ed è indubbio che io sia stato ideatore e filo conduttore persistente, nel tenere in vita l’attività, contatti, relazioni, tessere nuove trame, semplicemente lavorarci, dedicando del tempo “rubato” alla propria quotidianità, ore notturne incluse.Tuttavia non posso non citare un certo sostegno collaborativo di Nicola Pivato, presente quasi dagli inizi, certi aiuti sul fronte grafico da parte di amici come Roberto Menegon, Nicoletta Bortolozzo, Andrea Albanese (Nema Niko) e i collaboratori lontani (ma vicini per spirito e attitudine) come Samuele Santanna (Raven Sad) e Luca Vicenzi (Zita Ensemble e Orchestra Panica). C’è pure la mia gentil signora Fiorella Val a darmi una mano preziosa, ad esempio con le tediose pratiche Siae e pacchi da spedire. Non siamo esattamente una macchina da guerra, ma già non è poco non sertirsi soli. E in tal senso dovrei citare una serie di nomi di amici che da anni ci seguono e sostengono, un elenco stratificato nel tempo, nemmeno tanto breve.

Che cosa ti induce a credere in un nuovo artista che ti porta un demo? Che caratteristiche musicali ti colpiscono di una band o di un musicista che non conosci?

Tutto può avere inizio da quella scintilla che di solito scaturisce magicamente anche ad un primo ascolto. Spesso figlia di una particolare magia creativa, quell’estro che sa distinguersi dalle convenzioni, dalle mode, dalla mediocrità. Poi naturalmente subentrano altre riflessioni in prospettiva, si mettono a fuoco musica e musicisti, per capire se c’è il medesimo amore per un viaggio senza compromessi, senza lusinghe di successo. Dunque talento, personalità,originalità, slancio creativo, coniugati a consapevolezza, realismo, umiltà. Da anni mi accorgo che sono attratto spontaneamente da situazioni strumentali, spesso immaginifiche, che sanno far viaggiare la mente senza la retorica incombente della parola, oltre le emulazioni anglo-americane (credimi, ci sono un sacco di gruppi particolarmente interessanti in Paesi come il Cile, l’Argentina, il Messico o l’Est europeo in genere). Un fatto spontaneo, anche curioso sapendo quanto sia affezionato alla poesia e alla letteratura in genere (tra le varie esperienze mi è capitato di mettere a disposizione qualche mio testo ai Nema Niko e a Davide Camerin, ma sono state situazioni estemporanee).

Mi ha colpito lo stupore di un intervistato che lavora con la tua etichetta che mi ha detto:” Furlan ci lascia lavorare in tutta tranquillità, senza mai interferire”. Che tipo di rapporto hai con chi produci?

Trovo imprescindibile che il musicista operi in un contesto totalmente libero, privo di pressioni e condizionamenti non solo da parte mia, ma anche legati a possibili calcoli ed ammiccamenti per poter piacere e vendere qualche disco in più nella logica dello stereotipo fruibile. Poi sappiamo che “la libertà è partecipazione”, gli slanci sono anche miei, da mettere insieme a volte su un comune tavolo di lavoro, magari l’aggiunta di un sax o di un violoncello, ed è entusiasmante essere anche propositivi (senza mai sovrapporsi al musicista) e veder crescere un progetto. Allora capita, spesso, che sussistano rapporti di totale fiducia, come con gli Airportman che di tanto in tanto mi dicono di avere un master pronto (di solito registrano in sessioni live notturne), e me lo passano già definitivo, senza che abbia ascoltato praticamente nulla prima. Oppure succede di imbattermi in un gruppo di bravi giovanotti toscani, peraltro umili e gentili, come i Labirinto di Specchi, di apprezzare la loro musica, al punto da farmela immaginare con delle parti recitate da Paolo Carelli dei vecchi straordinari Pholas Dactylus. Allora puoi immaginare la soddisfazione e la magia quando l’incontro e l’alchimia avvengono davvero e a breve uscirà il loro debutto discografico col ritorno della voce di Carelli, se mi consenti lo spot, intitolato “Hanblecheya”. Spesso i musicisti si confrontano con me, si dialoga appassionatamente della loro musica e dintorni, ma ripeto, amo la spontaneità e la libertà espressiva, se sposo e sostengo il loro progetto mi vanno circa bene come sono, senza astute mire espansionistiche, anche se ci fosse del margine di maturazione, che deve avvenire coscientemente, non per mia forzatura.

Come potresti spiegare, in sintesi, il cambiamento avvenuto nel mondo del business musicale, da quando ti occupi di musica?

Diciamo che, con l’avvento del cd, poi masterizzabile da chiunque, e del veicolare della musica in internet, c’è stato un progressivo sgretolamento di certezze, di punti di riferimento e di numeri accettabili per il mondo underground che ci riguarda, ma anche per le majors. Per questo il business musicale, di cui non abbiamo mai fatto parte, si è spostato soprattutto verso i concerti e lo sfruttamento d’immagine. Tutto si è ridimensionato (c’è da dire che i prezzi ne avevano pure un po’ bisogno), e le indie-labels sopravvivono perlopiù per passione e amore per la musica, cercando di mantenere in vita l’oggetto vinile o cd originale. Un tempo la musica era anche la meraviglia di una copertina, era qualcosa da leggere e da ascoltare. Non c’era nulla di sbagliato nel concepirlo come un libro, e non un virtuale mp3 usa e getta. Una casa piena di libri e dischi è già un fatto meraviglioso, è una questione culturale, al di là del collezionismo. Allora credo che involontariamente, senza dichiarare guerra a nessuno, etichette come la nostra rappresentano degli avamposti di resistenza, che per fortuna qualcuno sa ancora apprezzare e condividere.

Sempre riferito alla musica, hai qualche rimpianto per un treno che è passato e non hai preso per eccessiva cautela?

Direi di no, anzi di solito quando mi sono fatto prendere la mano per qualche disco che mi piaceva particolarmente, sostenendolo senza mezze misure, ci abbiamo sempre rimesso. Artisticamente qualcosa di ragguardevole mi sarà pure scappato, ma di rimpianti nessuno. La faccenda è peraltro complessa: posso scoprire un talento straordinario e pubblicarne il disco, ma non farebbe la differenza. Avrebbe bisogno di grande promozione, e non è una nostra prerogativa. Ricordo ad esempio i contatti avuti agli inizi con gli Scisma (ci sarebbe sempre la loro primissima registrazione di circa 15 anni fa, pubblicabile se l’amico Paolo Benvegnù la ritrovasse fra il suo marasma iperattivo), con i Giardini di Mirò, con Le Luci della Centrale Elettrica. Di recente eravamo vicini ad un bel progetto con Pat Mastelotto. Ma mi capita di pensare, sorridendone con un po’ di ironia, che se li avessimo prodotti con la Lizard avremmo precluso loro la carriera (relativa) che hanno avuto poi.

Se avessi un cifra illimitata da investire nella Lizard, quali sono le prime tre cose che faresti?

Mah…una domanda come questa mi coglie molto impreparato. Tuttavia provo a fare uno sforzo d’immaginazione: vinco svariati milioni con la lotteria, finalmente smetto di lavorare (il lavoro della pagnotta, che non è nella musica), costruisco in zona campagna un bell’auditorium, non troppo grande, roba da 200-300 posti, un po’ una Lizard Knitting Factory del profondo Veneto, e organizzo dei concerti tutte le settimane, coi gruppi Lizard e altri della scena italiana spesso dispersi nella terra di nessuno, ma anche Godspeed Y.B.E.,Sigur Ros, Crippled Black Phoenix, Magma, Univers Zero, Present, Minimum Vital, Van Der Graaf, Jethro Tull, Gong, Hawkwind, Kwoon, After Crying (solo se tornano a cantare in ungherese) e tanti altri. Organizziamo un festival internazionale di “rock in opposition”, pensa un po’, in zona leghista. Proviamo a riaccendere la ritualità del rock, quella che fu tra il finire dei 60 e la prima metà dei 70 con Grateful Dead, Doors, Tangerine Dream e tanto kraut-rock, magari una bella jam-session con Mariposa e Gong, a dispetto di tanta banalità concertistica odierna con la sua preponderante e stucchevole concezione della musica come spettacolo, intrattenimento e foraggio pagato lautamente dalle masse giovanili. Presentiamo dischi, libri, film. E naturalmente l’attività discografica diventerà ancor più florida, e potremmo permetterci di fare ad esempio un disco con Peter Gabriel o Peter Hammill con Robert Fripp coi Sigur Ros sullo sfondo. Ho esagerato?

Nella sfera lavorativa vedo enorme difficoltà nell’emergere da parte del mondo femminile, relegato sempre a categorie marginali. Cosa accade nel tuo ambiente? Che tipo di dinamiche muovono le relazioni tra musicisti di sesso opposto?

Ancora una volta vale il significato vero della parola libertà. Ho piacere di incontrare talvolta gruppi con presenze femminili e maschili assieme, li ritengo spesso dotati di apertura, arricchiti di sensibilità diverse. Ma è pur vero che non accade frequentemente, e, se mi ci fai pensare, pur non avendo alcun preconcetto o predilezione specifica, i gruppi con elementi femminili nel nostro catalogo rappresenteranno non più del 5%. Penso sia una faccenda profondamente culturale: finchè si continua a disseminare mediaticamente modelli femminili sculettanti (vincenti?), sempre protesi a rifarsi il look per piacere… alla cultura macho maschile, non accade facilmente che una donna decida di suonare uno strumento con spirito interiormente creativo, senza mirare ad un ruolo, ancora mediatico, di pop-star. Ed è davvero un peccato perché la sensibilità e l’intelligenza femminile hanno in serbo potenzialità notevoli che potrebbero dare un apporto straordinario allo scenario musicale più autentico. Dalle sponde Lizard cito delle situazioni persino entusiasmanti: i bravissimi Floating State con due sesti femminili (batteria e sax) e gli altrettanto notevoli Flora (voce e sax) e Bededeum (arpa e voce). Inoltre approfitterei per menzionare la vittoria della giovane, talentuosa Simona Gretchen del Premio Fuori del Mucchio (vi ho contribuito in quanto giornalista saltuario al Mucchio). Segnali incoraggianti, forse sempre meno isolati, nonostante l’imperversare volgare e deprimente di veline ed escort.

Come ti immagini, realisticamente parlando, la Lizard nel 2020?

Una domanda problematica per chi opera sostanzialmente alla giornata o giù di lì. Suppongo che la Lizard potrebbe dare un senso migliore alla mia vecchiaia. Ma poiché nel 2020 non sarò ancora da pensione mi toccherebbe tener duro, e sperare possa essere ancora una dimensione musicale stimolante ed accogliente. La Lizard è in fondo un modo di essere. Difficilmente potrò affezionarmi al proporre e vendere in via virtuale-digitale, dunque confido nella già menzionata resistenza del cd, magari del vinile o di chissà quale supporto degno dei suoi predecessori, auspicandomi sempre realmente vivo e curioso nello scoprire qualcosa di nuovo da tramutare in un altro scrigno prezioso di note, suoni ed emozioni. Se invece fare dischi non avrà più senso realistico (e la prospettiva pare questa, con qualche residua riserva underground), nel 2020 la Lizard sarà forse qualcos’altro, raccogliendo e deviando l’energia ancora disponibile verso altre situazioni propositive e organizzative in ambito musica e dintorni. Almeno la musica non ce la toglierà nessuno, nemmeno le aggressive strategie di mercato (“quell’assalto di tecnologia ci ha sconvolto la vita”, cantava Gaber poco prima di andarsene) che vorrebbero appiattire l’individuo in un consumatore spersonalizzato e senza vera facoltà di scelta.