giovedì 30 novembre 2023

Commento all'ultimo libro di Luciano Boero, “Le galline non mangiano la camomilla”


Arriva un nuovo episodio letterario di Luciano Boero, sempre in bilico tra musica e storia, una rivisitazione personale che contempla luoghi ben precisi, periodi di vita obbligati e situazioni avvolte da uno spleen incontenibile che avvolge il lettore sensibile.

Parlando di oggettività, il nuovo saggio si intitola Le galline non mangiano la camomilla (edizioni Baima – Ronchetti & C.) e propone una stretta dicotomia utilizzata per creare il parallelismo tra il susseguirsi delle stagioni e i differenti periodi della vita.

Le Langhe sullo sfondo, perché è lì che, tra realtà/fantasia/leggenda si snodano i 25 racconti che, partendo dall’infanzia dell’autore, arrivano all'attualità.

Pochi giorni fa mi è capitato di vedere “il film della Cortellesi” e sono uscito dal cinema con le lacrime agli occhi. Analogamente, arrivato alla fine di “Le galline non mangiano la camomilla”, quando cioè si materializza “La ragazza del Tirassegno”, mi sono sinceramente commosso, e ho sentito un groppo alla gola, una sorta di miscela tra angoscia e nostalgia che aveva bisogno di trovare sfogo.

Seguo Boero sin dal suo primo libro, e trovo che il suo attuale, splendido, modo di scrivere sia frutto di una evoluzione importante, che è solo in parte dovuta al talento, e la sua capacità di disegnare scenari bucolici intrisi di realtà equivale a quella del pittore, che riporta su tela ciò che vede o immagina…


La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede (Leonardo)

 


Il caro Luciano mi permette di ampliare il mio concetto di “stimolazione della memoria”, che da sempre abbino a trame musicali o a profumi/odori, mentre ho sempre trovato un freno rispetto al verbo, che può tranquillamente essere manipolato da un fine e abile narratore. Ma ora ho la conferma che un certo modo di scrivere spinge a ricordare, al di là dei contenuti.

Ho spesso evidenziato, commentando il lavoro di Boero, che il mio giudizio sul tema è condizionato da esperienze comuni, da quella Langa che ho frequentato da bambino essendo la terra in cui la mia famiglia era sfollata in tempo di guerra, e che ho continuato a bazzicare, provando sempre, in ogni occasione, il piacere derivante dalla visione di tutto quanto gira attorno. Sono ligure, ma in queste zone mi sento a casa mia.

Le stagioni che vedono protagonista Marco/Luciano si susseguono con la loro logica e le vicende più impensate sgorgano spontanee.

Ogni storia è preceduta da un titolo di una canzone e da una strofa del brano.

Mi viene in mente che proprio ieri, mentre mi apprestavo a leggere il capitolo 25, l’ultimo, quello della ragazza del Tirassegno, dalla televisione accesa in casa usciva una voce conosciuta, quella della mia concittadina Annalisa, protagonista dell’incipit dell’autore. Non è certo un brano che posso apprezzare - sono pur sempre carico di pregiudizi se si parla di musica - ma quella strofa che Luciano aveva scelto per terminare la sua playlist arrivava alle mie orecchie nel momento giusto. Casualità?

Sono tanti i momenti che vorrei evidenziare, ma occorre evitare operazioni spoiler!

Mi piacerebbe soffermarmi sulla struggente storia di Valeria e Luca, anticipata da Annie Lennox o sulle disavventure amorose di Nina introdotte da Pietro Franzi; vorrei scrivere dell’incantevole quadretto che unisce Rosa e Luna che, partendo da Enzo Aita e il Trio Lescano, mette in luce il susseguirsi di differenti generazioni. Mi soffermo invece su una visita ad un locale preciso di Monchiero avvenuta nel 2018, quando l’autore arriva alla soglia psicologica dei settant’anni e decide che è un buon momento per confrontarsi con le sue solide radici. È un’osteria, un tempo munita di sala danze - La rosa bianca -, dove il padre suonava, la madre faceva la cassiera, mentre imperversava Lascia o Raddoppia, i bambini giocavano, gli amori nascevano.

Ma un tuffo così profondo nel passato va fatto nel momento perfetto, perché ricreare un attimo di gioventù richiede una cura dei dettagli che solo chi è stato un protagonista in un antico passato può dominare e convogliare sui giusti binari.

La pioggia è fondamentale e necessaria nella scelta del giorno perfetto, quella che “rumoreggia leggera sui coppi del tetto, batte sulla tenda del dehors, rimbalza sul cemento del terrazzo, scroscia dalle grondaie, scivola sulle due canaline che affiancano la scalinata che dalla piazza della stazione scende fino alla strada principale, dove un tempo si affacciava il negozio di barbiere e pettinatrice dei suoi genitori. Per quelle stesse canaline lui ed Elena giocavano alla slitta scivolando seduti su un pezzo di cartone”.

Il gestore del locale diventa l’unico elemento capace di rompere il ricordo, tra una portata e l’altra, ma “non sa quante altre cose Marco ha degustato in quella sala. È tentato di scoprire le carte, ma preferisce tacere, pagare il conto ed uscire a farsi abbracciare da quella bella pioggia tintinnante”.

Boero, nella sua conclusione, si abbraccia alla saggezza di Alberto Gaviglio, mancato un paio di anni fa, a cui è dedicato il libro; musicista e compagno di viaggio, amico che ha sempre creduto nella capacità di creare lirica di Luciano, tanto da spingerlo a scrivere questo libro che, evidentemente, necessitava della giusta ponderazione e decantazione.

Il brano a cui si fa riferimento è “Molecole”, “molecole di noi, nell’universo e nell’eternità, dai nostri sogni sparsi in tutti gli angoli, al grande volo verso l’aldilà…”.

E la ragazza del Tirassegno diventa il simbolo di un maledetto destino, lei, che con indifferenza maneggia il fucile ed è pronta a sparare un colpo, casuale, finale, mortale.

Nelle parole di Boero, si legge la soddisfazione per un passato da ricordare e raccontare, tra musica e vita vissuta, ma si intravede la rassegnazione dell’attesa, quella sospensione mista a curiosità che è tipica dell’inverno della vita, perché per quanto giovani possiamo essere, io e Luciano, per quanto sia buona la salute che caratterizza il nostro attuale momento, siamo consci che gran parte del percorso è stato fatto e impiegheremo ciò che resta per esprimere saggezza e sentimenti, senza particolare pudore.

Perché mi sono inserito in questo finale? Cosa c’entro io? Beh, mi sento così vicino a Luciano che, almeno per un momento, voglio unire le nostre storie.

Davvero un libro imperdibile!


A vent’anni si danza al centro del mondo.

A trenta si vaga dentro il centro.

A cinquanta si cammina lungo la circonferenza, evitando di guardare sia l’esterno sia l’interno. 

In seguito, non importa: privilegio dei bambini e dei vecchi è essere invisibili. 

Christian Bobin


COMUNICATO STAMPA