giovedì 14 aprile 2011

Tony Levin Stickmen Trio/David Rodhes Trio


L’ultimo atto del Genova Prog Festival si è svolto domenica 10 aprile.
Alla fine di una manifestazione così ambiziosa e coraggiosa, è d’obbligo tirare le somme, tenendo conto che nell’intenzioni di Music Non Limit la proposta andrà ripetuta annualmente.
Non sono ovviamente in grado di fare bilanci economici, da cui non si può mai prescindere, ma posso fornire qualche idea più… musicale.
Tre le giornate dedicate al prog internazionale, e cinque i gruppi presenti.
Proposte azzeccate, certamente rivolte ad una nicchia di appassionati di musica, ma rappresentative di un panorama che abbraccia passato e presente, sotto il segno della continuità e con uno sguardo rivolto al futuro.
Una prima serata piena di significati, con alcuni “veri “ Soft Machine (Legacy) sul palco, preceduti dal futuro, Il Tempio delle Clessidre di Genova.
E’ stata poi la volta dello spazio dedicato all’Italia, con Tagliapietra, Pagliuca e Marton( +Manuel Smaniotto)
Ultima sera da sogno, e nelle prossime righe proverò a raccontarla.
Il pubblico ha seguito, ma non troppo. Nella splendida Sala Maestrale del Porto Antico, non si è mai visto il tutto esaurito. Non so se si può parlare di difetto di comunicazione o altri alibi che spesso si trovano in queste occasioni, ma credo che per ogni musicista ligure (e sono tantissimi) vedere suonare un “mostro sacro” come Tony Levin , ad esempio, sia un’esperienza impagabile e concordo con quanto sentito dire in sala, a fine concerto: ” chi non è venuto ha perso un’occasione”.
E ora, come sempre, personalizzo un po’ l’evento.
Anche in questa occasione avevo una piccola incombenza, quella di presentare Festival e gruppi.
Niente di trascendentale ma… un impegno è un impegno, e il traffico autostradale, tipico di certi giorni, ha messo a dura prova la mia proverbiale puntualità. Ma alle ore 21, precise, entravo nel teatro.
Giusto il tempo per concordare qualche battuta e i tempi giusti e mi ritrovo ad un lato del palco con Pat Mastellotto e Markus Reuter. Qualche scambio di convenevoli ed è già l’ora di iniziare.
Ad aprire il concerto un mito, David Rodhes , la chitarra ideale per Peter Gabriel. Suona in trio, basso, chitarra e batteria, e si esibisce per 45 minuti. Ascolto attentamente perché ignoro la proposta.
Un bel sound, una bella voce e una sezione ritmica ben amalgamata. Mi ripropongo di approfondire con qualche lavoro in studio. Il pubblico apprezza e sottolinea i vari passaggi tra i brani. Dalla mia posizione ai lati del palco perdo molto dell’insieme, ma qualcuno mi ha riferito che dalla platea non si sentiva una distribuzione perfetta dei suoni.
Parlando con il tecnico del service ho scoperto che i protagonisti della serata sono stati anche super in fase di soundcheck, che praticamente hanno fatto da soli, facilitando la messa a punto generale.
Mentre Rodhes è alla fine della performance incontro Tony Levin. E’ seduto vicino al palco e sta ascoltando il suo amico chitarrista ( e lo fotografa).
Faccio la sua conoscenza ed il suo modo per mettermi a mio agio è… paragonarmi a lui e Rodhes. Il riferimento è alle nostre teste lucide… purtroppo niente di più. Gli porto i saluti di Tagliapietra e Armando Gallo e mi chiede interessato se sono presenti. “Il primo era qui ieri, il secondo è a Los Angeles!”
Veloce cambio di strumentazione, con un primo applauso nella direzione di Levin che entra per curare personalmente le sue pedaliere.
E’ bene evidenziare che ciò che abbiamo visto nei momenti successivi appartiene ad un mondo sconosciuto ai più. Partiamo dalla strumentazione.
Le nostre consolidate abitudini ci riportano a strumenti tradizionali, con escursioni sul classico, con qualche tocco d i folk e magari “intromissioni” etniche.
Ciò che ha proposto il Tony Levin Stickmen Trio non ha eguali, e ritorno al pensiero già espresso… grave errore non approfittare dell’occasione.
Lui, Tony, il re del basso, utilizza lo Stick, uno strumento “nuovo”, inventato da Emmett Chapman nel 1974, un misto tra basso e chitarra che si utilizza con la tecnica del “tapping”.
Credo sia Interessante approfondire:
Il secondo musicista “inusuale” è il più giovane Markus Reuter, un virtuoso della Warr Guitar, un ibrido tra un Chapman Stick e una normale chitarra.
Anche in questo caso mi pare utile il dettaglio:
Due musicisti che potremmo definire, almeno nell’occasione, alternativi, che attraverso competenze, talento e caratteristiche strumentali, riescono a sostituire un’orchestra.
Pat Mastellotto è il terzo. Un semplice batterista si potrebbe pensare.
Casualmente sto terminando in questi giorni un libro incredibile, che riguarda la vita di Bill Bruford (Yes, King Crimson, Genesis, Gong, Earthworks ecc.) e che cita a più non posso proprio Levin e Mastellotto, raccontando, tra le tante cose, di come un drummers non sia solo il metronomo di una band, ma qualcosa di molto più complicato e definito.
A pochi metri dalla batteria, sono rimasto di sasso nel vedere ciò che Pat combina dietro a piatti e pelli e, a memoria, non ho mai visto niente di simile. Mi hanno impressionato i cambi di tempo e la sua tecnica e, forse influenzato dal Bruford’s book, ho idealizzato la batteria come creatrice di melodie, alla stregua degli altri due strumenti “da marziani”, appena citati.
Per riassumere potrei sottolineare che la musica proposta da questi musicisti è difficile e di non facile presa, ma vederli all’opera dal vivo è spettacolare, specialmente se si apprezzano i dettagli tecnici.
Ma quale musica hanno proposto?
Levin e Mastellotto significano quintali di suoni e generi differenti, ma una buona fetta è targata King Crimson e ciò ha risvolti sulla scaletta del concerto, che inizia con “Indiscipline" e termina con “Red”, passando per brani tratti dall’ultimo solo di Tony, e pezzi dei due CD degli Stickmen. Suggestivo il riadattamento di un pezzo di Stravinsky, "The Firebird Suite".
Tre uomini, una vera orchestra, una musica difficile e accattivante, capace di colpire per differenti motivi.
Un citazione d’autore riguarda quella di Bernardo Lanzetti (essendo serata prog, chi meglio di lui poteva commentare!?) che mi faceva notare come Levin avesse trovato una sua dimensione anche come vocalist, sfoderando un cantato alla Frank Zappa, di grande impatto e novità, sicuramente in linea con il progetto del trio. Fatto non scontato quando si parla di “voce”.
Questo “mio” primo festival prog genovese finisce con estrema soddisfazione, e come sempre l’ultimo atto si consuma al ristorante: nel tavolo alla mia sinistra Levin, Mastellotto, Reuter, Rodhes e band. Al mio tavolo, due musicisti, Elisa Montaldo (e il bravissimo fotografo/fratello Andrea) del Tempio delle Clessidre e Bernardo Lanzetti (con tanto di moglie/artista Amneris).
E se questo non è prog!!!
Un piccolo assaggio.