domenica 3 aprile 2011

Soft Machine Legacy/Tempio delle Clessidre


Ho partecipato attivamente alla prima serata del Ge-Prog Festival 2011, manifestazione neonata, dedicata alla musica progressiva internazionale, che si ripropone di diventare un appuntamento fisso per la città di Genova. E’ infatti intenzione di “Music No Limit” organizzare, con cadenza annuale, una serie di concerti che ripropongano quella musica in auge ad inizio anni ’70 e che, dopo una caduta del consenso di massa, sta progressivamente (termine assai pertinente) tornando in auge, grazie soprattutto all’interesse dei giovani, musicisti e ascoltatori.
Sorvolo sul mio … “essere attivo”, ma di fatto ho avuto la possibilità di vedere da un lato del palco tutto il concerto.
In questa prima tranche di Festival, due erano le formazioni in programma.
Giocava in casa “Il Tempio delle Clessidre”, band genovese che sta avendo grande successo col primo album omonimo(su questo blog è presente sia un’ampia recensione che un’interessante intervista).
Gruppo giovane, ma con un elemento in grado di disegnare quel bridge ideale tra la nascita della musica progressiva italiana e il presente. Parlo di Stefano “Lupo” Galifi, che col Museo Rosembach incise una gemma della musica prog anni ’70, “Zarathustra. Un quarantina d’anni tra due album credo abbiano un significato profondo, che va oltre il valore della musica stessa.
Il loro compito è quello di aprire per i Soft Machine Legacy… mica una cosa da poco, e una volta li avrei definiti il “gruppo spalla”.
Assisto a qualche minuto di prova di entrambe le band e rimango da subito colpito dalla bellezza della “Sala Maestrale”, che ho trovato, dopo un po’ di ricerche, nel Porto Antico di Genova.
Conosco “Il Tempio”, per averlo ascoltato un paio di volte dal vivo, e conosco bene il loro album.
Senza elencare i riconoscimenti ufficiali e le recensioni entusiastiche, ho un mio metodo personale, legato alle presenze in questo blog, che mi consente di seguire il gradimento del pubblico, e posso raccontare che, dall’estremo oriente all’estremo occidente, esistono amanti della musica che si interessano quotidianamente a loro.
Hanno trenta minuti per mettere tutto on stage, e il nervosismo iniziale (testimoniato nel video a seguire) non influenzerà l’esibizione. Non è molto il tempo disponibile, ma sufficiente per esprimere la carica, la potenza e la novità di questi musicisti. Nei momenti in cui la voce non viene utilizzata, “Lupo”, accanto a me sul palco, commenta con entusiasmo i vari passaggi e a volte me li anticipa. A fine concerto ho sentito catalogare la loro musica come Dark-Prog. Io non sono capace di inventare etichette appropriate, e mi accontento di dire che è una buona, difficile e gradevole musica, composta ed eseguita da ottimi musicisti.



E viene la volta dei Soft Machine Legacy, una vera eredità del gruppo originario.


Il progetto, nato nel 2004 dopo il re-incontro di Hoog Hopper, Elton Dean, John Marshall e John Etheridge, cambia attori durante il percorso, per la prematura scomparsa di Dean e Hopper, ma con l’entrata di Roy Babbington si ricompongono i 3/5 del gruppo originale, tra il 1975 e il 1978. La ciliegina sulla torta è il fiatista Theo Travis.
Un tuffo tra vecchi ricordi mi porterà a commentare, con un “nuovo amico”, alla fine della performance, che l’unica volta in cui vidi i Soft Machine eravamo nei primi anni ’70, stessa città, Genova, ma era il Teatro Alcione il luogo dell’esibizione.
Li ritrovo dunque dopo una vita e mi viene spontaneo condividere qualche pensiero ad alta voce con una giovane donna, sempre dalla mia postazione privilegiata a lato del palco; osservo tutti quei ragazzi indaffarati, avanti e indietro, tra i cavi elettrici e i piatti della batteria, quasi “insensibili” alla storia della musica che li sta sfiorando (ma ovviamente per loro è un lavoro). Di certo non potrebbero mai capire cosa può provare un uomo “antico” come me, un tempo incantato dalle icone di Marshall e soci, sulle copertine dei vinili, e ora a due passi da loro, con la possibilità di sentirli chiacchierare prima dell’esibizione, o in attesa della chiamata per il bis, con le mani glissanti sulle tastiere non amplificate!
E’ questo il lato più romantico di tutta la faccenda, probabilmente comune a molti dei presenti.
Non suonano tantissimo i SML, forse un’ora e un quarto, ma … questa è la musica.
Difficile collocarli appieno nell’area prog, ieri come oggi, perché il jazz che ci regalano non lascia spazio ad interpretazione alcuna. E suonare jazz, anche se miscelato e arricchito, può significare dedicarsi solo a un elite di persone. Leggere il libro del mitico Bill Bruford per saperne di più.
Resto incantato da tutti. I fraseggi di Etheridge sembrano improvvisazioni, ma non lo sono. Il basso di Babbington è qualcosa che necessita di spartito, ed anche il suono è estremamente preciso. Marshall sembrerebbe il più dimesso, ma da un incredibile saggio di bravura nel corso di un assolo, e poi… che tempi riesce a tenere! Theo Travis sembra capitato per caso sul palco, per il suo modo educato e delicato di muoversi, ma credo sia unico, con complicati passaggi al sax alternati a momenti di estrema dolcezza, all’insegna del flauto traverso.
Tutto bene, al di là delle mie personali aspettative.
In tutta onestà credo che un evento simile avrebbe meritato un tutto esaurito, ma…. rileggiamoci il libro di Bruford.


A fine concerto riunione collettiva, con fotografie e autografi senza alcun risparmio di energie.
E ora attendo il secondo e terzo atto.
Sabato 9 aprile infatti, nello stesso sito, gli amanti del prog italiano potranno tornare alle origini con Aldo Tagliapietra, Tony Pagliuca e Tolo Marton, integrati dal giovane Manuel Smaniotto.
Il giorno successivo, il 10 aprile, si chiuderà la manifestazione con la doppia esibizione del Tony Levin Stickeman Trio e del David Rodhes Trio, presenze importanti che sanno di King Crimson, di Peter Gabriel.
E se questo non è Prog!!!
Ancora un ricordo, con le splendide fotografie di Andrea Montaldo.