lunedì 7 aprile 2014

Latte Miele e Il Tempio delle Clessidre al Teatro Verdi

Fotografia di Enrico Rolandi

Il 4 aprile, il Teatro Verdi di Sestri Ponente (Genova), è stato testimone di un evento storico, per gli amanti della musica progressiva, ma della cultura in genere.
Dopo oltre quarant’anni i Latte Miele, band cittadina, attiva sin dall’inizio anni ’70, ripropone live la Passio Secundum Mattheum, una ripresa di un vecchio cammino iniziato nel 1972, ed ora rivisitato con l’aggiunta di sette nuovi brani inediti e alcuni recitati. Questa chiusura del cerchio è sintetizzata dalla ridondanza del titolo, rispetto a quello originale, “The Complete Work”.
Serata ideata con l’aggiunta di numerosi ospiti, la maggior parte dei quali protagonisti del nuovo album, da pochi giorni rilasciato dalla Black Widow Records.
Ma ad aprire la serata …. la novità!
Il Tempio delle Clessidre non è certo una band da scoprire, ed è sicuramente una delle più importanti dell’attuale panorama prog, ma i presenti hanno potuto assistere ad una prima assoluta, e cioè la proposta acustica di una piccola parte del loro repertorio.
Sorpresa per il pubblico, ma probabilmente anche per la band, che ha tastato concretamente che cosa possa regalare in chiave moderata una musica che è sempre stata presentata nel modo “ufficiale”, sufficientemente complessa, fatta, anche, di molta tecnica e di risvolti impegnativi, che richiedono una buona concentrazione anche per l’ascoltatore.
Alla fine del loro soundcheck Paolo Carelli, nei pressi del palco, si lasciava andare in un commento spontaneo in cui affermava di captare tracce di West Coast. Non è quella la musica del Tempio, ma l’intreccio di voci e chitarre, il tipo di disposizione, e la buona sincronizzazione dimostrata nell’occasione, potevano in effetti riportare, nei frammenti, ad un mondo fatto di “apparente” semplicità espressiva, laddove il termine semplicità serve solo a sottolineare la differenza rispetto alle articolazioni multiple della musica progressiva.
L’immagine arrivata al pubblico è stata quella del team affiatato, cosa non sempre facile quando esiste un frontman che ha il rapporto privilegiato con l’audience, o quando nel gruppo esiste una figura di spicco come quella di Elisa Montaldo.
Oltre a Elisa, tastierista, Fabio Gremo, che ha riposto il basso elettrico a favore del suo originale amore, la chitarra classica; e poi il vocalist ufficiale, Francesco Ciapica - nell’occasione anche alla chitarra - Giulio Canepa, nel suo ruolo ufficiale di guitar man, e Andrea Montaldo alle percussioni.
Un set dalle dimensioni contenute, che ha comunque permesso di creare una piccola sintesi dei due album fino ad ora realizzati, con il totale gradimento dei presenti. Una strada da percorrere e da tenere viva in modo parallelo a quella primaria, le soddisfazioni arriveranno e forse le occasioni di vivere i live saranno maggiori, vista la ridotta  difficoltà organizzativa, e di certo la qualità non ne patirà..


E viene il momento clou, ovvero la presentazione del disco di una band che vidi la prima volta nel 1972, quando ero un bambino, e ritrovarla in questa forma, nell’atto di ricongiungere uno spazio temporale enorme, assume per me - ma forse per molti altri -  un significato che supera il mero elemento musicale.
Il palco si riempie perché i Latte Miele sono in buona e sostanziosa compagnia.
Manca l’archetipo del batterista, Alfio Vitanza, ma viene sostituito degnamente da Roberto Maragliano, che completa la sezione ritmica assieme al bassista e vocalist Massimo Gori; Marcello Giancarlo Dellacasa occupa il suo posto alla chitarra mentre Oliviero Lacagnina presidia la zona tastiere. Il quinto L.M. è Aldo De Scalzi, elemento inserito completamente all’interno della band: per lui trovare il singolo ruolo è complicato… forse quello di  “collante musicale” andrebbe bene!
La loro musica, al di là delle etiche precostituite, ha molto a che fare col l’espressione classica applicata al rock, e all’interno dell’ensemble le due differenti anime sono ben chiare, così come è evidente la loro semplicità di fusione.
Mancano gli archi del GNU Quartet - rispetto al disco - ma non manca il coro spezzino Classe Mista, diretto dal Maestro Sergio Chierici… un duro lavoro per loro, in presa diretta con un pugno di cuori rockettari al fianco!
Atmosfera emozionante, corroborata dalla sensazione di partecipare ad un evento musicalmente sacro, impreziosito dalla volontà dei musicisti di fornire una visione alternativa alla tradizione: può un lavoro di tali dimensioni, prolungato nel tempo, passare inosservato? 
La nuova Passio viene riproposta per intero e questo permette l’entrata in scena di alcuni protagonista della nostra storia musicale, in veste di attori recitanti: Paolo Carelli, Silvana Aliotta, Elisa Montaldo, Vittorio De Scalzi, Max Manfredi, Pivio e Paolo Griguolo.


Fotografia di Enrico Rolandi

La commistione tra classico e rock è stata una delle fondamenta di certa musica al debutto dei seventies, e quello che è andato in scena al Verdi è la perfetta immagine capace di rappresentare un’epoca e una dimensione musicale che, nonostante la nicchia di seguaci, continua a proporre genialità e fantasia, dimostrando una significativa longevità che segue a mio giudizio l’affermazione “la qualità non può morire”.
Nessuna graduatoria di merito, ognuno recita la propria parte convincendo, e quando arriva lo stop di pochi minuti Alessandro Mazzitelli, il fonico, tira il primo sospiro di sollievo.
Si riprende, con stralci dell’album Marco Polo Sogni e Viaggi (San Marco e Carnival), per passare a Fantasia Terza, un “solo” classico di Dellacasa; arriva l’immancabile omaggio contingente a Francesco Di Giacomo, e Il Tempio delle Clessidre ritorna per partecipare ad una particolarmente sentita Non mi rompete; il set termina con una riduzione della lunghissima Pavana, da Aquile e Scoiattoli. Lo stralcio delle produzione discografiche del passato si conclude con il bis, Vision of Sunlight da Live Tasting.
Sul palco solo professionisti, ma la competenza assoluta non è garanzia di risultato quando si propone musica dal vivo.
Per i fortunati presenti una serata che rimarrà nella memoria, difficilmente riproponibile in quelle dimensioni, per ovvi problemi organizzativi, ed è quindi con estremo piacere che mi accingo a condividere spezzoni di concerto, che meglio delle mie parole, sapranno disegnare la portata dell’evento.
A me resta in più un quadretto, una picture entro cui inserisco la giovane Elisa Montaldo, alle prese con un antico Autoharp, che si coordina con il “vecchio” Aldo De Scalzi, impegnato con ogni nuova soluzione tecnologica, e chissà mai che dai loro strumenti non possa nascere l’occasione per un nuovo incontro musicale!