giovedì 9 settembre 2010

Foto di gruppo con chitarrista


Ripropongo oggi un post scritto esattamente un anno fa.

Con alcune persone, con alcuni oggetti, ci si deve prima o poi scontrare.
A fine maggio mia moglie mi chiede se desidero qualcosa in particolare per il mio compleanno.
Lo sai, non ho bisogno di niente, fa tu, magari i miei soliti libri a sfondo musicale…”
Ho in testa l’opera prima di 
Mauro Pagani, ma non ricordo il titolo e non mi sforzo più di tanto nel dare spiegazioni: per lei che non naviga sulle onde della musica sarebbe una ricerca noiosa e io, alla prima occasione, potrei sempre acquistarlo, magari in rete.
Il 29 maggio, alla sera, piccola festicciola in casa (a 53 anni non mi diverto più nel festeggiare il tempo che passa) e moglie e figli mi passano alcuni pacchetti che non lasciano spazio all’immaginazione. Il primo contiene la biografia dei Clash, di cui conosco pochissimo.
Il secondo si intitola “ 
Foto di gruppo con chitarrista”, ed è il libro di Mauro Pagani.
Grande intuito di moglie!
Come mai avevo in testa questo libro?
A fine aprile il mio amico Lorenzo Costantini, musicista romano, mi scriveva una mail da cui estraggo quanto segue:

Insomma il libro di Pagani credo rappresenti aldilà del valore del libro in se un'occasione interessante per discutere e rileggere quegli anni non solo dal punto di vista politico come viene quasi sempre fatto, ma dal punto di vista "musicale", per questo mi "accaloro" quando parlo dei Jethro e di quella musica, perché è importante capire il contesto e quello che la musica ha rappresentato per quel mondo, soprattutto giovanile, e alla fine penso anche (forse faccio un discorso pro-domo-mia), che suonare bene è importante ma non sufficiente, se non ci si avvicina a quella musica nella maniera giusta.
Questo spiega anche perché raramente poi la musica ha avuto quella carica e quella qualità. Perchè a mio avviso quello che muoveva i musicisti e/o i compositori non era solo il fare musica ma partecipare a quel movimento, anche quando non c'era la piena consapevolezza, perché del movimento eri comunque parte...”

Ho appena finito di leggere il libro e, come sempre accade in queste occasioni, mi viene voglia di scrivere qualcosa, una specie di “recensione dei poveri” da propinare ad amici pazienti.
Mauro Pagani, che vidi suonare al Palasport di Genova con la PFM un secolo fa, è musicista molto noto e non mi dilungherò quindi sulle sue note biografiche.




Preferisco raccontare le sensazioni che ho provato divorando le “sue” pagine, cercando il parallelo con ciò che mi è capitato di vedere e sentire nella mia adolescenza.
Sì, nel 1969 avevo 13 anni, troppo piccolo per assimilare messaggi profondi, ma già pronto per la “contaminazione”.
Nel titolo del libro sono racchiusi gli intenti dell’autore.
Pagani fotografa un gruppo di anime in un preciso contesto storico, un paio di lustri che racchiudono gli anni 70, e inquadra un precisa condizione sociale, quella di cui facevano parte studenti precari, rivoluzionari in erba, musicanti, persone della strada, gente che tirava a campare.
Chi conduce il gioco e Sonny, il chitarrista talentuoso, sfortunato, innamorato, quasi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Il racconto delle sue vicende riporta agli ardori di chi pensava di cambiare il mondo attraverso i centri sociali, le battaglie sulla strada, la propaganda, la lotta dura.
Sonny, persona onesta, soprattutto con se stesso, nella caoticità di una Milano inizio anni '70, non sembra toccato dai fervori legati ai principi e alle filosofie in voga a quei tempi in ambito studentesco, ma persegue il proprio ideale, senza però dimostrare la “cattiveria “ giusta per realizzarlo.
La musica, la chitarra, sono le sole cose che veramente lo appassionano, ma la sua rigidità intellettuale gli impedisce di accettare i compromessi che la vita da sempre ci riserva, a volte necessari per affermare almeno parte delle nostre qualità.
Non sembra patirne Sonny, non appare un debole incapace di reagire, non emerge nessuna facile autocommiserazione e non c’è invidia nei riguardi di chi è arrivato al top.
Le sue “forti” storie d’amore si intrecciano con le amicizie importanti, prima tra tutte quella con il violinista/flautista della PFM, bravo musicista ma, per sua stessa ammissione, non bravissimo, almeno in quei tempi lontani.
Eppure Pagani è uno che “è arrivato sull’Olimpo”.
Attraverso le storie di vite comuni l’autore si spoglia un po’, dichiarando certe sue insoddisfazioni personali, come uomo e come artista, regalando amare riflessioni sul businnes discografico e facendo grande autocritica.
Ho rivisto tante scene dolorose che fortunatamente mi hanno solo sfiorato, come le “nere processioni” nel boschetto del Parco Lambro, e ho ripercorso la strada che portò alla fine dei concerti al termine del decennio, perché si diceva ” la musica è di tutti e deve essere gratis..”
Tutte cose superate nel tempo, ma i rimpianti e le delusioni restano, accanto alla consapevolezza che almeno eravamo giovani e potenzialmente in grado di cambiare il mondo.
Nel romanzo entra ad un certo punto un artista conosciuto, purtroppo scomparso, che appare come una luce nella vita di Mauro Pagani, ormai lontano dalla sua band.
Parlo dell’immenso 
Demetrio Stratos, cantante degli Area, gruppo rappresentante l’estrema qualità, mai accompagnata da adeguato successo.
Ma il progetto che lo accomuna all’autore, tendente ad una musica da sogno, non potrà purtroppo realizzarsi.
Mauro Pagani racconta un’epoca, racconta di sé, racconta del suo mondo e lancia il suo “j’accuse”, realizzando un lavoro pregevole, di facile lettura ma pieno di contenuto.
A me piace in ogni caso pensare che questa sua fatica sia stata suggerita in sogno da Demetrio e quindi giustamente a lui dedicata.




Spense il motore, reclinò un po’ il sedile e si accese l’ultima della giornata, come cento volte gli era capitato di fare proprio lì, assieme a Demetrio, dopo averlo accompagnato a casa. Sonny pescò una cassetta e la infilò. La voce di Dylan , le parole magiche e tristi di “Forever Young” dilagarono nella macchina come un’inarrestabile fiume benefico, e provarono a lavar via almeno un po’ della pena accumulata in quella triste giornata d’estate che pareva non finire mai. Si addormentarono, tutti e tre, abbandonati sui sedili come bambini costretti a una gita troppo lunga, sotto alle finestre spente dell’ultimo recapito conosciuto di Efstratios Demetriou, stregone , illusionista e cantante di rock & roll”.


Ecco uno spaccato di quei giorni