lunedì 28 febbraio 2011

Il compleanno di Rodolfo Maltese

Ieri mattina ho ricevuto una mail in cui il mio amico Wazza, romano de Roma, mi ricordava un importante compleanno, quello di Rodolfo Maltese.

Era scritto:

Compie gli anni oggi, 26febbraio 1947, Rodolfo Maltese, mitico chitarrista del Banco, Indaco, e ... un'altro milione di progetti.

Una delle persone più disponibili e umane che ho incontrato nel mondo della musica.

Buon compleanno "fratello" Rudy ,ti vogliamo bene!!!

Aldo”

Spesso ricorro all’aiuto del web per fornire elementi oggettivi, perché il mio scopo è quello di rendere omaggio, di ricordare e di far ricordare, e laddove non ho esperienze personali, ricorro all’esistente.

Nel caso di Rodolfo Maltese ho invece qualcosa di mio, che parte dagli anni ’70 ed arriva ai giorni nostri, con un mio grande buco temporale, periodo in cui Maltese ha continuato ad occuparsi di differenti progetti.

Nel corso della mia adolescenza, quando si viveva a pane e “Ciao 2001”, le vicende dei musicisti erano vissute intensamente, e il bisogno di notizie superava a volte la voglia di musica. Si desiderava conoscere molto di più di quei ragazzi, poco più grandi di noi, ma inarrivabili, e in loro spesso si trovava una proiezione personale on stage.

Dalle vicende apprese da Ciao 2001, venni a sapere di un certo rumore di fondo che dava per certa la “partenza” di Marcello Todaro dal Banco del Mutuo Soccorso. Senza neanche troppa diplomazia (potrei sbagliare, ma sono questi i miei ricordi), veniva messa in evidenza l’inadeguatezza del chitarrista, presentato come freno all’evoluzione del gruppo, e si sapeva già chi sarebbe stato il sostituto, tale Rodolfo Maltese, proveniente dagli Homo Sapiens. Anche alla PFM accadde una cosa simile, col bassista Giorgio “Fico” Piazza sostituito da Patric Djivas degli Area.

In quei giorni mi capitò di vedere un concerto del Banco, a Genova, e sul palco c’era il nuovo chitarrista. Probabilmente fu il momento del passaggio, perché mi pare che Marcello e Rodolfo si esibirono assieme in un brano, “Non mi Rompete”.

Per il resto del tempo Todaro stazionò dalle parti del mixer, e forse per un po’ di tempo seguì il gruppo come tecnico del suono.

Sono ricordi lontani, e potrei quindi non essere preciso, ma è invece ancora oggi presente quel senso di disagio che provai nell’occasione, certo che un’ingiustizia era stata fatta e che non c’erano motivi validi per accantonare uno del gruppo iniziale.

Rigidità e inesperienza di un adolescente!

Rodolfo Maltese quindi mi risultò antipatico, e ad un bambino tutto questo può essere concesso.

Col tempo, abbandonata la rigorosità tipica dell’età, ho imparato ad apprezzare Rodolfo, ovviamente.

Sino a che l’ho conosciuto personalmente, ad Alba, in occasione di un concerto, nel 2009:

http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Concerto%20di%20Alba

Ci siamo lasciati nei camerini, con l’intenzione di realizzare una piccola intervista by mail, cosa risultata poi difficile per la sua scarsa propensione alle nuove tecnologie, ma forse, insistendo ci saremmo anche riusciti, sino a che Rodolfo non ha incontrato importanti problemi fisici.

A distanza di mesi l’ho reincontrato, più volte, e ho avuto la fortuna di vederlo sul palco Romano, assieme a tanti musicisti italiani e stranieri, in occasione della celebrazione dei 40 anni di prog italico.

Ma il momento più emozionante riguarda un evento davvero speciale, avvenuto nel giugno scorso, a Volpedo, nell’alessandrino.

Concerto organizzato per lui, per il suo ritorno alla scena. Concerto speciale che ha rivisto sullo stesso palco, dopo molti anni, anche Gianni Nocenzi, oltre al resto del BANCO, a Bernardo Lanzetti e ad altri artisti.

Emozionante il duetto tra Gianni e Rodolfo, loro due soli sul palco, nella splendida piazza di Volpedo, adatta a celebrare due ritorni forse insperati.

Dopo quella performance di inizio estate il passaggio a Roma, in un mese di novembre che lo vede di nuova di scena al nord, Novi Ligure, ancora acclamato dal pubblico, nel suo habitat naturale, il palco.

I miei più sentiti auguri a Rodolfo Maltese, grande musicista, e grande uomo, toccato dalla cattiva sorte, come spesso accade nella vita.

Ma la musica aiuta chi vive per lei ed è probabile che anche in questo caso tutto, alla fine, andrà per il verso giusto.

http://www.rodolfomaltese.it/


domenica 27 febbraio 2011

Danila Satragno-"Voglio Cantare"


Pochi giorni fa... pochissimi giorni fa... tre giorni fa, ho partecipato alla presentazione di un libro, come spesso mi capita, a sfondo musicale.

Ho sottolineato l’aspetto temporale perché difficilmente trovo il momento per leggere un libro (in questo caso più DVD) di normali dimensioni in poche ore, mentre diventa imperativo dare subito un mio giudizio. Probabilmente dalle prossime righe risulterà evidente anche il motivo questa rapidità inconsueta.

Sto parlando di “Voglio Cantare”, un book/manuale che descrive il“Vocal Care”, il metodo che svela i segreti del canto, fornendo elementi didattici potenzialmente adatti ad ognuno di noi, e non solo in ambito artistico.

La scrittrice è la savonese Danila Satragno, musicista, cantante, insegnante e “Vocal Coach delle Star”, come riportato nelle note di copertina.

Non avevo mai visto, ne sentito cantare Danila, e osservandola e ascoltandola mi sono dato immediata risposta alla solita domanda che mi pongo ogni volta che sono davanti a chi, ad un certo punto della vita, decide di raccontarsi attraverso le pagine di un libro. Mera curiosità la mia.

Credo che un libro sia spesso scritto come “senso del bilancio” di una fase della vita; a volte invece è la necessità di lasciare “qualcosa in eredità”, oppure, per quelli già esperti, un bisogno di rinnovata visibilità. Non sempre si hanno cose oggettive da dire, perché si può anche giocare con la fantasia. Forse una”sbriciolata” di questi elementi può anche aver toccato Danila Satragno, ma quello che ho percepito in un’ora di ascolto è invece qualcosa che conosco da vicino e che muove ogni mio passo quotidiano quando parlo e scrivo di musica.

Sto parlando di condivisione, quella necessità che si abbina spesso alla parola musica, ma che nella realtà non è così automatico realizzare. La bellezza del regalare i propri risultati non é affare per tutti, e spesso gli enormi sacrifici necessari al raggiungimento di un obiettivo diventano l’alibi per tenere tutto per sé, della serie “… che anche gli altri soffrano come ho sofferto io, prima di raggiungere la meta…”.

La mia visione idilliaca di alcune situazioni musicali, e questa ne è un esempio, spero non passi per ingenuità, ma in queste occasioni mi piace pensare che la passione sia la motivazione numero uno. Questo è quanto “mi ha passato”, in un fazzoletto di tempo, la “Vocal Coach”.

Ma mentre Danila raccontava la sua vita, inserita nella parte iniziale del libro, non ho potuto fare a meno di mettere la mia al centro della situazione. Immagino quanti dei giovani presenti alla libreria UBIK, apparentemente attenti, lasciassero in realtà un po’ di spazio alla propria situazione, invidiando magari Annalisa Scarrone (il padre presente ha affondato il coltello nella piaga) o pensando ad aggrapparsi alla scuola di Danila per inventare un futuro pieno di musica e soddisfazioni.

Io invece sono tornato indietro di 37 anni, ricordando un fatto banale che mi ha musicalmente traumatizzato per tutta la vita vita. La chitarra è stato il primo strumento ad entrare in casa mia e con quella ho suonato in gruppo, da adolescente. Un pomeriggio estivo, ad Albisola, nel corso delle prove, il cantante era assente e nessuno voleve intonare ” Impressioni di Settembre”. “Prova tu Athos…”

Sono intonato ma ho poca voce e quella poca non mi piace.Però mi lancio.

Dopo due minuti, non di più, il batterista mi ferma deridendomi: “Smetti… smetti non puoi cantare con la erre moscia!!!”

E da quel giorno non ho più cantato. Io, uno che suona differenti strumenti e che scrive quotidianamente, incapace di comporre per intero una canzone, bloccato dalla timidezza e da un giudizio dato tanti lustri fa, per giunta da un amico. Eppure, negli anni a seguire mi è capitato di parlare, senza problemi, davanti a centinaia di persone!!!

Ecco un “caso umano” che Danila potrebbe risolvere!

Il secondo pensiero è andato immediatamente a Ian Anderson, leader dei Jethro Tull. Ian è famoso soprattutto per l’utilizzo del flauto mentre per altri è un ottimo chitarrista acustico. Ma ciò che ha reso quel gruppo capace di scandire i momenti significativi della mia vita è la sua voce. Ora questa voce non c’è più, e credo che la motivazione sia legata ad una malattia seria e a una conseguente operazione alle corde vocali. Di fatto ogni anno, noi fan, corriamo a vedere i suoi concerti italiani, soffrendo due volte, una per la mancanza della qualità di un tempo e l’altra per lo sforzo fisico che si manifesta davanti ai nostri occhi, con il collo che si allunga sino a sfidare le leggi della natura, nel tentativo di incanalare la fuoriuscita delle note.

Chissà”, ho pensato, “se Danila Satragno potrebbe aiutarlo… aiutarci!”.

Ho letto il libro e ho visto il DVD. Neanche volendo avrei potuto testare i principi esposti, ma penso che almeno ci proverò.

Ufficialmente è adatto a tutti, cantanti esperti, aspiranti vocalist, insegnanti, avvocati, attori… tutte quelle persone che nel quotidiano hanno bisogno della propria voce e del proprio corpo per comunicare. Anche il silenzio comunica e può rivelarsi più assordante di un vecchio concerto degli Who, ma il modo di porsi e di relazionarsi è fondamentale, qualsiasi cosa se ne pensi.

Ogni azienda spende tempo e denaro in formazione specifica, e molti dei concetti che ho trovato in questo libro sono gli stessi che ho appreso in anni di “scuola obbligata”.

La parte iniziale è autobiografica e, specialmente i savonesi, potranno ritrovare elementi di piena comunione e interesse.

Ma buona parte del libro è dedicata alla didattica. Conoscenza del nostro fisico, esercizi, test e interventi a 360 gradi che delineano le linee guida della corretta alimentazione suggeriti da Gigliola Braga, con l’intervento scientifico del foniatra Franco Fussi.

Il DVD è a mio giudizio essenziale per rendere esplicite le parti che, se solo scritte, potrebbero lasciare alcuni dubbi.

Non avevo mai riflettuto sul fatto che la voce è unica per ogni essere umano, come un’impronta digitale, come l’iride del nostro occhio, e questa che sembrerebbe una nota scontata, potrebbe portare a realizzare che la nostra voce, essendo non replicabile, va trattata e difesa con cura. E poi per chi ha velleità canore, a qualsiasi età, Danila ci ricorda che solo una minuscola parte della popolazione, il 3%, può considerarsi senza speranza. Per tutti gli altri, me compreso, il futuro può passare dal grigio al rosa.

Un manuale completo che invoglia a mettersi alla prova, e a mettere alla prova Danila Satragno e il suo fantastico( sicuramente negli intenti) metodo.

Notizie su Danila e sulla sua scuola possono essere reperite ai seguenti indirizzi:

http://www.danilasatragno.com/

http://www.vocalcare.it/

Da parte mia, rileggerò il libro e forse parteciperò a qualche stage, perché prima o poi, anche io, riuscirò a cantare una canzone, senza grossi patemi.

Un’innocente, infantile speranza… ecco cosa mi ha spinto a “divorare” “Voglio Cantare”.

Una piccola luce in fondo a un tunnel…


venerdì 25 febbraio 2011

Johnny Winter-Savona 2008


Ha da poco compiuto 67 anni Johnny Winter, nato il 23 febbraio del 1944. Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo nel 2008, e penso che riproporre quel momento sia un bel modo per ricordarlo e ... fare a lui i migliori auguri.
Martedì 15 luglio ho visto un concerto indimenticabile. Johnny Winter, uno degli eroi di Woodstock, era a Savona, Fortezza del Priamar.

Qualche nota biografica.

Nato e cresciuto a Beaumont (Texas) la città famosa per la “corsa all’oro”, ascolta molto la radio locale diventando un cultore del Rock & Roll, del Blues rurale e Cajun. Le tensioni sono molto forti nella città che aveva ospitato la più grave rivolta razziale nella storia del Texas, con l’esecuzione effettiva della legge marziale; ma Johnny è ben accetto nella comunità nera perché ritenuto sincero e genuinamente posseduto dal Blues. Nel 1962 riesce a salire sul palco di B.B. King e suonare la sua chitarra, ricevendo grandi ovazioni dal pubblico. Forma un power trio con il batterista Uncle John Turner e il bassista Tommy Shannon (in seguito solida colonna dei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan), che lo assecondava nelle sue sfuriate selvagge eppure così legate alla tradizione. Autenticamente devoto al Delta Blues, nelle sue vene scorre il Country Blues di Robert Johnson che mescola costantemente al British Blues–Rock e il Rock dell’America del Sud a la Allman Brothers. Durante gli anni ’70 e ’80 il chitarrista e cantante albino, scheletrico e dedito alle droghe, si apprestava a rilanciare la carriera dei suoi idoli Muddy Waters e John Lee Hooker. Ha il grande merito di aver introdotto il gigante Blues Muddy Waters alle nuove generazioni di ascoltatori producendo e suonando la chitarra in parecchi suoi album. Le collaborazioni sono state di un tale successo che Waters si è spesso riferito a Johnny come al suo figlio adottivo. Winter ha lavorato con la Columbia più di un decennio pubblicando album memorabili quali “Johnny Winter And” (1970), “Still Alive and Well” (1973) e “John Dawson Winter III” (1974). La sua recente nomination al Grammy con il disco della Virgin/EMI “I’m A Bluesman”, ha esteso ancora la sua già grande reputazione raccontando questa volta la sua stessa storia.

Ed ora le mie impressioni del concerto, già pubblicate su "MENTELOCALE".

Mai come in questa occasione il titolo della rubrica, “Io C’ero”, fu azzeccato. E’ qualcosa di più che l’amore per il blues a farmi avvicinare a questo concerto. Ricordo perfettamente quando, da adolescente, la copertina di Ciao 2001 proponeva la foto di Johnny Winter, musicista albino che, attraverso i lunghi capelli bianchi colpiva la fantasia di noi ragazzi, affascinati dai personaggi, non solo dalla musica.


E poi, trovarsi davanti un musicista che ha suonato a Woodstock non è roba per tutti .

Ma io c’ero!
Ancora una premessa… piacevole.
Mi ritrovo alla fortezza del Priamar a una settimana di distanza dal concerto di Sheryl Crow e devo evidenziare un’enorme differenza di comportamento della security.
Non so se dipenda dall’organizzazione differente, o sia volontà dell’artista, ma qui sembra sia permesso tutto ciò che era noiosamente vietato qualche giorno prima.
E’ possibile fotografare, è possibile filmare e, ad un certo punto della serata, è possibile persino superare la barriera che divide il palco dalle prime sedie.
Tutto ciò provoca un “travaso “umano che aumenta sino a riempire a “tappo” lo spazio da “keep out”.
La gente ha voglia di ballare, di muoversi, di avere un contatto diretto con Johnny, e alcuni si fanno fotografare dal basso, riempiendo l’inquadratura col chitarrista in piena performance.
Un ragazzo più … agitato, riesce persino a guadagnare il palco e ad abbracciare il chitarrista, che continua, noncurante della dimostrazione di affetto, e in questo caso gli addetti alla sicurezza intervengono, ma senza eccessiva rigidità.
Non c’e’ il pienone al Priamar, ed è un vero peccato che certe occasioni vengano buttate al vento. Ad aprire la serata un figlio d’arte, John Lee Hooker.JR.
Meriterebbe spazio adeguato perché non parlo di un comprimario del blues e, sul palco lui dimostra il suo valore.
Uomo di spettacolo, capace di coinvolgere un pubblico ancora freddo, dirige una band molto giovane (il chitarrista sembra un bimbo) che spazia dal blues al funky, passando per il R & B.
Dimostra in diverse occasioni di sapere di essere a Savona (non è scontato per chi viaggia e suona in continuazione) e di amare l’Italia.
Qualcuno dal pubblico (il solito esagitato che avrà poi il coraggio di salire on stage) gli grida :”Boom Boom Boom”, vecchio cavallo di battaglia del padre, e lui risponde:” Certo, 10 volte, 11 volte” lasciando intendere ironicamente che non è previsto.
Ma alla fine “Boom..” arriverà, col pubblico pronto a battere le mani ritmicamente, accontentando il volere di Hooker.
Molto bravi e gente soddisfatta.
John si dirige verso il banco del merchandise, per firmare personalmente i suoi CD, mentre sul palco viene sistemata la sedia per Winter.
Passano pochi minuti ed ecco la nuova band.
Quattro musicisti che attaccano con grande vigore, con un bravo chitarrista che suonerà solo in due occasioni, inizio e fine concerto.
Al termine del primo brano viene annunciato, con estrema enfasi , l’arrivo di Johnny Winter.
E’ una grande emozione per me.
Arriva traballante, camminando con grande fatica.
E’ pelle e ossa, e sotto al suo cappello nero l’antica chioma non sembra aver perso il suo fascino.
Pare sia quasi cieco e pieno di problemi fisici, ma … è sul palco.
Spesso ho immaginato di poter realizzare i miei sogni, con una bacchetta magica, e il dubbio è sempre stato…”calciatore o musicista?” Vedere un uomo avanti con l’età, pieno di acciacchi seri, dopo una vita condotta al limite, e soprattutto con tali fantastici risultati, mi fa pensare che questo sia un “grande mestiere”, capace di dare energia a chi lo pratica e soddisfazione a chi lo “subisce”.
Lo spettacolo inizia ed è un’evoluzione continua che porta da un primo atteggiamento distaccato di Winter (ma forse non è la parola giusta), sino ad una situazione di fluidità e interattività tra noi presenti e un uomo che, nonostante calchi la scena da più lustri, trova ancora il contenuto entusiasmo per fornire un grande spettacolo.
Le sue dita volano sulla sua particolare (bruttina ma efficace) chitarra e la velocità sulla tastiera provoca valanghe di note che nascondono qualche errore veniale.
Anche la voce perde ogni tanto la tonalità, ma mi pare mantenga una certa potenza e la timbrica di un tempo.
I sui famosi riff si susseguono mentre il suo blues pervade l’anima dei presenti.
Arriva anche il momento del tributo ad Hendrix e ancora una volta Woodstook ritorna tra di noi.
Ad un certo punto ha tutti ai suoi piedi, a pochi passi da lui.
E un’immagine molto bella, un segno che va oltre l’esibizionismo, debolezza umana, ma l’immagine diventa un’icona, col vecchio musicista idolatrato dai suoi sostenitori.
Certo, è un pubblico ben disposto, presente per amore del blues e di chi ne è stato protagonista attivo, ma la scena è da album dei ricordi.
Si arriva alla fine, lui si alza a fatica e si allontana salutando.
Ho pensato all’impossibilità di un bis, viste le difficolta’ nel camminare.
Ma Johnny è nuovamente tra noi e ci sciorina la tecnica di cui è forse il massimo esponente: la slide guitar.
Lo ammiro da pochi metri, provando sentimenti differenti: ammirazione per la grande abilità, stupore per la capacità di trasmettere emozioni, tenerezza immaginando alle difficoltà in cui si trova, felicità di poter dire, “anche io c’ero!”. Indimenticabile!


Le ultime parole famose:
"Scavare sotto terra per cercare petrolio? Siete pazzi?". (Gli esperti della compagnia mineraria per il primo progetto di trivellazione petrolifera, 1859)


martedì 22 febbraio 2011

Auguri Tony Iommi


Il chitarrista Tony Iommi nasce a Birmingham il 19 febbraio 1948, ed ha quindi appena compiuto 63 anni.

Membro del gruppo heavy metal Black Sabbath, è l’unico componente che caratterizza l’intera carriera della band. Figura di spicco del rock duro, è stato menzionato da numerosi chitarristi come notevole fonte di ispirazione per le loro composizioni. Oltre alla chitarra, Iommi si cimenta anche con il pianoforte, il sintetizzatore e il flauto.
Figlio di immigrati italiani, Tony iniziò a suonare la chitarra ascoltando prevalentemente jazz e blues. Crebbe con la musica degli Shadows, il cui chitarrista, Hank Marvin, fu un suo modello di ispirazione. Durante il periodo scolastico ebbe modo di conoscere il futuro cantante dei Black Sabbath, Ozzy Osbourne. Il soprannome "Ozzy" deriva proprio dalle esperienze scolastiche del futuro cantante, il quale, balbuziente (oltre ad essere affetto da una grave forma di dislessia), era spesso oggetto di scherno all’interno dell’ambiente scolastico; uno degli studenti più insistenti era proprio Iommi, tra i più odiati da Osbourne, e arrivarono perfino a picchiarsi, e mai si sarebbero aspettati di ritrovarsi nello stesso gruppo, dopo così tanto tempo, e dopo le vicende tristi della scuola. Dopo aver terminato gli studi, Tony iniziò a lavorare in una officina meccanica. Dopo essere stato selezionato come temporaneo rimpiazzo nei Jethro Tull si convinse di avere la possibilità di diventare musicista professionista, ma durante uno dei suoi ultimi turni di lavoro un incidente con una pressa gli amputò le falangi superiori del medio e dell'anulare della mano destra. Ricoverato in ospedale, venne dimesso dopo un mese di inutili tentativi di riattaccare le parti amputate e cadde in un periodo di profonda depressione, decidendo di abbandonare la chitarra.
Un giorno, però, ascoltò la musica di Django Reinhardt, un chitarrista belga di origini rom che rimase menomato ad una mano a causa di un incidente (dato che il suo carrozzone aveva preso fuoco mentre lui era all'interno): la sua mano sinistra rimase gravemente ustionata permettendogli di muovere solo indice e medio, mentre anulare e mignolo rimasero atrofizzati definitivamente. Nonostante ciò, Reinhardt non abbandonò la musica e la sua esperienza incoraggiò Tony nel ricominciare a suonare, ricorrendo all'applicazione di alcune protesi, realizzate da lui stesso fondendo e sagomando la plastica di alcuni tappi di flaconi di detersivo liquido "Fairy".
L'attività musicale di Iommi incomincia nel 1964, sin una band blues chiamata "The Rockin' Chevrolets". Inizia così ad esibirsi dal vivo per poter entrare nel giro della musica e abbandonare il lavoro da operaio.

Nel 1966 entra nei "The Rest" e nei "Mythology", assieme al batterista e suo compagno di scuola Bill Ward. I due, dopo aver lasciato i gruppi, incontrano Ozzy Osbourne tramite un annuncio inserito dal cantante in un negozio di dischi. A loro si unisce il chitarrista Geezer Butler (che suonerà d'ora in poi il basso). Il gruppo diventa poi un sestetto, i “ Polka Tulk Blues Band", con l’aggiunta del secondo chitarrista Jimmy Phillips e del sassofonista Alan "Aker" Clarke.
Phillips e Clarke abbandonarono successivamente, e i restanti membri accorceranno il nome in "Polka Tulk", in seguito cambiato in "Earth" ma, a causa di omonimia con un'altra band, trasformato definitivamente in Black Sabbath.
Con la band, Tony comporrà album storici dell'heavy metal, come Black Sabbath, Paranoid, Master of Reality e Sabbath Bloody Sabbath.
Dopo i successi degli anni '70, la storica formazione della band inizia a sfaldarsi dopo l'uscita di Ozzy Osbourne, subendo numerosi cambi di line up, con il solo Iommi a rimanere membro stabile. Negli anni, la formazione dei Black Sabbath vede l'alternarsi di rilevanti artisti come Ronnie James Dio, Ian Gillan, Tony Martin, Cozy Powell, Neil Murray e tanti altri.
Nel 1986 venne pubblicato Seventh Star, con l'ex Deep Purple Glenn Hughes nelle vesti di cantante. In principio doveva essere un album solista di Iommi ma, per motivi contrattuali, uscì con il nome Black Sabbath featuring Tony Iommi. L'ultimo disco in studio dei Black Sabbath, finora, è Forbidden datato 1995.
A cinque anni da Forbidden, il chitarrista pubblica il suo primo disco "ufficiale" da solista chiamato Iommi (2000). Vi sono molti ospiti speciali nelle tracce dell'album come Ozzy Osbourne, Phil Anselmo, Brian May, Dave Grohl e Serj Tankian.
Nel 2004 esce il secondo, The 1996 DEP Sessions, inciso, originariamente, nel 1996 ma mai pubblicato. Di questo lavoro esiste anche un bootleg chiamato "Eighth Star", con Dave Holland (ex Judas Priest) alla batteria. Le parti di Holland vengono ri-registrate da Jimmy Copley. The 1996 DEP Sessions vede anche la collaborazione di Glenn Hughes (voce e basso) e i tastieristi Don Airey, Geoff Nicholls e Mike Exeter.
Nel 2005 viene lanciato sul mercato Fused. Le musiche vengono composte da Iommi e il tastierista Bob Marlette mentre i testi sono di Glenn Hughes. Alla batteria è presente il session man Kenny Aronoff.
Sul finire degli anni '60, Tony ha suonato per poco nei Jethro Tull, sostituendo Mick Abrahams nel live dei Rolling Stones, "Rock'n'Roll Circus". Nel 1989 partecipa al progetto "Rock Aid Armenia", per aiutare il popolo armeno vittima di un violento terremoto nel 1988.
Nel 1992, prende parte al Freddie Mercury Tribute Concert, suonando quattro brani dei Queen con i membri restanti e con altri ospiti della manifestazione.
Nel 2006, Iommi ha formato il progetto Heaven and Hell, che prende il nome dall'album omonimo del gruppo che vede in formazione componenti che hanno suonato nei Black Sabbath.
Tony è sposato con Maria Sjölholm, ex cantante del gruppo grunge svedese "Drain STH" e negli anni ottanta ebbe una relazione con la cantante Lita Ford. Sua figlia, Toni-Marie Iommi, al momento è la cantante della band "LunarMile".
Iommi è stato sempre un attivo sperimentatore di nuovi suoni e tecniche chitarristiche. Una delle sue prime chitarre fu una Fender Stratocaster, manomessa in continuazione,con l’ inserendo al suo interno di lamine metalliche per modificarne il suono.
Durante la registrazione del primo album dei Black Sabbath, uno dei pick-up si ruppe e la chitarra dovette essere riparata; in sostituzione Iommi usò una Gibson SG. È stato onorato nel 1997 dalla Gibson con la produzione del suo modello personalizzato di pick-up, marchiato "Tony Iommi signature series".
Lo stile del chitarrista ha avuto un enorme impatto sulla musica heavy metal e i suoi riff sono avvertibili nello stile di molti chitarristi moderni. Secondo All Music Guide, Tony, assieme a Jimmy Page dei Led Zeppelin, è stato il pioniere del genere. Nella classifica dei "100 migliori chitarristi di sempre" stilata su Rolling Stone Magazine, Iommi è situato all'86° posto, mentre, secondo Guitar World, è al 1° posto nella classifica dei "100 migliori chitarristi metal".

(tratto da wikipedia)


lunedì 21 febbraio 2011

Intervista a Aldo Tagliapietra



Ha compiuto ieri 66 anni Aldo Tagliapietra.
Per ricordare il suo percorso ripropongo un’intervista realizzata lo scorso anno.

Aldo Tagliapietra è il conosciutissimo bassista e cantante delle ORME, ovvero il primo gruppo italiano ad aver pubblicato un album di musica progressiva, “Collage”.


Miriadi di ricordi mi riportano a quel disco, a quella copertina, a quei giorni spensierati.
Pochi mesi fa ho rivisto “Le Orme” dal vivo, a Savona, e ho constatato che il fascino di quella musica rimane immutato e i segni del tempo che passa scompaiono al cospetto di certi suoni che ormai ci appartengono, melodie che riconosciamo come nostre dopo la prima nota.
Casualmente ho “trovato” Aldo Tagliapietra online e la sua immediata disponibilità mi ha portato a proporgli alcuni quesiti, domande a cui ha risposto immediatamente.
Grazie Aldo.

Ricordo come fosse adesso quel pomeriggio in cui un mio amico, quello di solito più informato, mi portò a casa sua ad ascoltare “Collage”, appena uscito. Sino a quel momento “ Le Orme” erano per me quelle di “ Irene”. Cosa fece scattare la molla, come avvenne il passaggio dalla canzone da tre minuti a “Cemento armato”?
 E’ stato il momento della svolta per molti di noi. Probabilmente era nell’aria. Dalle canzoni siamo passati al primo Prog. Alcuni cambiarono nome come i Quelli (PFM), le Esperienze (BMS ) ecc… Noi abbiamo preferito mantenere lo stesso nome.

Fu una scelta precisa quella di ricalcare lo stile di “Nice / ELP”, almeno nell’utilizzo degli strumenti e nel numero di musicisti, o la casualità, l’amicizia, le circostanze, vi guidarono nel progetto? 
Fu una casualità. Eravamo rimasti in tre per la defezione di Smeraldi. In un primo momento abbiamo cercato un bassista, ma poi decidemmo che il basso lo avrei suonato io al posto della chitarra come avevo fatto fino a quel momento. Conoscevamo i Nice e così decidemmo di inserire alcuni brani nella nostra scaletta.

Ricordo di aver visto Le Orme dal vivo a Savona, negli anni 70, e lo scorso anno, a distanza di parecchi lustri, ero nuovamente presente. Stessa cosa mi è capitata con altri gruppi, rivisti a distanza di quasi 40 anni. A giudicare dai risultati, queste azioni sanno di tutto tranne che di operazioni nostalgia e il risultato è quasi sempre superiore alle attese. Invecchia sempre bene un musicista di professione? 
Noi siamo sempre stati artisticamente inquieti e questa inquietudine ci porta a fare sempre meglio nonostante gli anni.

Senza voler entrare nel privato, perché a un certo punto della vita, musicisti che hanno passato assieme mille vicissitudini, non riescono più a convivere? 
Per i gruppi è una cosa “naturale”. Ci si forma da giovani quando si dice spesso “tutti per uno, uno per tutti”. Poi si diventa più maturi, i caratteri si definiscono meglio ed esplodono gli ego. A quel punto, se si vuole essere onesti con se stessi e con il proprio pubblico, è meglio chiudere. In questo modo non si prende in giro nessuno.

Massimo Gasparini, di Black Widow, mi ha parlato dell’uscita di un vostro disco dal vivo, sul mercato mi pare in Giappone negli anni 70, e inedito per l’Italia. Come mai l’idea di proporlo è nata solo ora? 
In verità quei nastri sono già stati pubblicati nel passato, prima in vinile e poi in CD. Questa è la terza volta.

Nei miei momenti di “riflessione musicale”, sono arrivato alla conclusione che la musica progressiva, quella che io più amo, non poteva durare a lungo perché troppo difficile da assimilare se comparata all’easy listening di cui tutti pare abbiano bisogno. Cosa è accaduto in quell’inizio di anni 70, quando ci nutrivamo di Genesis, Yes, Elp, Orme, PFM e BMS? 
E’ accaduto l’impossibile. Per la prima volta nella storia dell’uomo un genere musicale “difficile” diventa il più amato e va ai primi posti delle classifiche. La spiegazione può essere cercata sul fatto che c’è stata una vera e propria rivoluzione culturale che voleva spazzare via il passato a favore di un nuovo mondo.

Hai un ricordo significativo, non necessariamente musicale, legato alle tue performance estere? 
Mi è rimasto nella mente il fantastico pubblico messicano: ho visto gente piangere durante il concerto. C’è stato un momento che ho pensato “ma stiamo suonando così male?”


Mi ha colpito il tuo utilizzo del Sitar. Come ti sei avvicinato allo strumento? E’ legato a un tuo percorso spirituale?


Ho sempre amato il sitar. Lo avevo visto in alcune foto di Brian Jones e poi di George Harrison. Nel 72-73 ne comprai un paio ma per mancanza di tempo diventarono parte del mio arredamento. Nel 90 conobbi Budhaditya Mukherjee il quale mi fece entrare nel magico e affascinante mondo della musica indiana. Il percorso spirituale è arrivato conseguentemente.

Esisteva amicizia vera tra voi pionieri del prog italico, quando vi fronteggiavate ai vari festival e concerti? 
Direi di si anche se non c’era molta collaborazione ad esempio nelle registrazioni.

Mi dici un esempio di bassista, italico o straniero, che ti ha influenzato o che ha cambiato il modo di interpretare il ruolo? 
Jack Bruce dei Cream, Chris Squire degli Yes, Stefano Cerri e molti altri.

Cosa scriveresti sul tema: ”Tagliapietra e la sua musica futura”? 
Spero di continuare ad avere quell’entusiasmo e quella creatività che mi ha permesso di arrivare a scrivere un disco come "Nella Pietra e nel Vento", per molti e molti anni ancora.
Versione.... a quattro....



domenica 20 febbraio 2011

In memoria di Bon Scott



Esattamente 31 anni fa, il 19 febbraio del 1980, moriva, in circostanze misteriose, il cantante Bon Scott, frontman degli AC/DC.


Un po’ di storia.
Bon Scott nacque a Kirriemuir, Scozia, ma all’età di 6 anni emigrò con la famiglia in Australia. Crebbe a Perth, dove studiò la batteria e la cornamusa nella banda scozzese locale. Scott ebbe sempre problemi con le regole, e questo lo portò ad abbandonare la scuola a 15 anni. Dopo la sua prima band, gli Spektors (1966), formò i Valentines, come co-cantante, insieme a Vince Lovegrove. I Valentines, attivi fra il 1967 e il 1970, registrarono diverse canzoni originali, covers e altre scritte da George Young degli Easybeats, tra cui "Peculiar Hole in the Sky" che entrò nella top five locale. Durante la sua permanenza nel gruppo, Bon fu uno dei primi rocker australiani ad essere accusati di possesso di marijuana. Scott si trasferì ad Adelaide dove si unì alla band Fraternity (attivi fra il 1970 e il 1973) col quale incise due LP, Livestock (1971) e Flaming Galah (1972), con un conseguente tour in Europa nel 1973.

Durante lo stesso anno, subito dopo essere tornati dal loro tour in Inghilterra, i Fraternity entrarono in una fase di stasi. In questo periodo, Scott iniziò a suonare con una band chiamata Mount Lofty Rangers; fu proprio mentre stava tornando da una sessione di prove con questi ultimi che Scott ebbe un incidente con la moto, nel quale rimase gravemente ferito. I Fraternity finirono con il riunirsi senza Scott, ma si sciolsero quasi subito.
L'anno successivo, Bon svolse qualche lavoro occasionale nella scena musicale di Adelaide, ed incontrò per la prima volta i membri degli AC/DC mentre lavorava come autista. I leader della band erano i fratelli Angus e Malcom Young, fratelli minori dell'amico di Scott, George Young. Scott fu subito impressionato dall'energia e dalla potenza espressa dalla band, ed i giovani AC/DC rimasero, a loro volta, affascinati dalle doti del frontman. Quando gli AC/DC licenziarono il loro cantante originale, Dave Evans, Scott venne infine chiamato per sostituirlo.
Alla guida degli AC/DC, Bon fu, nel bene e nel male, il più carismatico frontman che l'Australia avesse mai avuto fino a quel momento. Il suo modo di essere sul palco duro e insolente, lo rese una icona da "macho" che i ragazzi ammiravano e le ragazze amavano.
Scott non visse abbastanza da vedere il suo 34° compleanno. Morì a Londra il 19 febbraio 1980 per intossicazione acuta da alcool dopo una notte di eccessi, anche se a tutt'oggi incombono pesanti interrogativi sul decesso del cantante australiano e una prova certa dell'avvelenamento da alcool non è mai stata data. Secondo infatti alcune testimonianze dei suoi amici, Bon quella sera era perfettamente lucido e in grado di poter stare da solo senza bisogno d'aiuto. Fu ritrovato sul sedile posteriore di un'auto (una Renault 5), là dove era stato lasciato da un suo amico a riprendersi dalla notte precedente.
Dopo la sua morte, il cantante inglese Brian Johnson, già componente del gruppo glam rock di Newcastle Geordie, prese il suo posto e gli AC/DC registrarono l’album Back in Black, che divenne l'album Heavy metal più venduto di tutti i tempi.
Scott è sepolto nel pittoresco cimitero di Fremantle, in Australia.
(Tratto da wikipedia)