mercoledì 16 novembre 2011

Broadsword and The Beast-Commento di Glauco Cartocci


Per la serie “Recensioni d’autore”,  ecco  il commento di Glauco Cartocci relativo all’album Broadsword and The Beast.


 Lo Spadone e la Bestia.
Molti ritengono che il ciclo dei Jethro “classici” si chiuda con “Bursting Out” e con l”evento luttuoso riguardante il piccolo grande bassista John Glascock. Nel mio personale percorso non è così: ho amato anche i Jethro di “A”, e perfino quelli di  “Under Wraps” (ebbene sì, so di essere in minoranza) perché fino al 1997 sono stati un gruppo ancora vitale e capace di rigenerarsi. Successivamente, non ho disdegnato alcune cose del gruppo con Giddings e Noyce, anzi, ci sono tanti brani davvero ottimi su “Roots” e “Dot Com”, ma già avevo la consapevolezza che l’epoca d’oro fosse finita, e la voce di Ian, ahimè, andata. Volgendomi indietro, considero “Broadsword and The Beast” l’ultimo autentico capolavoro di questa grandissima band.
I pregi, indubitabili, sono i seguenti: -“Broadsword” è un disco perfettamente inserito nella sua epoca (ovvero i primi anni ‘80) senza gli eccessi comunemente definiti “plasticosi” che caratterizzavano gli arrangiamenti per sintetizzatori che andavano per la maggiore. - Peter John Vettese è tastierista di rango, degno successore di Jobson, che snobbò un po’  i Jethro dopo l’avventura di “A” dicendo che non voleva legarsi per la vita a un gruppo “vecchio”... (accidenti, Mister Eddie, che caduta di stile!). PJV è sì – all’epoca - uno sconosciuto, ma porta linfa vitale, idee nuove e tecnica indubbia (invito chi lo deprezza a confrontarlo con l’attuale “uomo dei tasti”...) - A differenza del precedente “A” e del successivo “Under Wraps”, la novità relativa all’elettronica si sposa in modo più intimo e convincente con le tradizionali tematiche dei Jethro. Tutti i brani hanno una mistura di passato e presente particolarmente efficace, con l’eccezione della sola “Watching you Watching me”, che comunque trovo godibilissima e originale, sia nella scrittura che nell’arrangiamento.
- La formazione, anche in vista del Tour del 1982, oltre alla new entry Vettese, presenta un Barre in stato di grazia e un Pegg ormai integrato perfettamente nel gruppo. Anche Conway, che personalmente trovo essere batterista assolutamente non “da Jethro”, nel disco non demerita ed è valorizzato da un’ottima registrazione nel settore tamburi-piatti. (Dal vivo mostrò qualche difficoltà e non molta grinta, ma fu un fattore non certo tale da inficiare la bontà del Tour). Come nella migliore tradizione Tullica, i concerti furono inoltre impreziositi da gustose trovate sceniche, mai gratuite, coinvolgenti e divertenti. - Non dimentichiamo la copertina, in stile “ Fairy Tales ”, una delle più belle in assoluto del gruppo e anche del Rock, con le rune che costituiscono una splendida cornice dentro alla quale si staglia quell’immagine dell’elfo Anderson con le ali di farfalla, che diventerà un’icona senza tempo della band, fra le più amate. Ma soprattutto è la vena compositiva di Anderson che si mantiene su livelli altissimi, non inferiori allo standard eccelso della cosiddetta “Trilogia Folk”. Purtroppo la quasi-Title Track “Beastie” - a mio avviso - è il punto più debole del disco (che il brano di apertura sia il più fiacco è cosa mai avvenuta in tutta l’epopea Jethro); tuttavia, passato quell’impatto iniziale, non felice, veniamo gratificati dalla monumentale “The Clasp”, che servirà anche come pezzo d’inizio dei concerti, una scelta coraggiosa e potente.
Al di là del suono micidiale e degli ardimentosi salti di tonalità (provate, se volete, a trovare gli accordi del brano...) riscontriamo una scrittura ritmica e melodica di altissima levatura e un testo (sull’incapacità umana di creare relazioni vere e non di facciata) degno di figurare fra i migliori Andersoniani. Un capolavoro, in sostanza, che avrebbe meritato di non uscire mai più dalle scalette Live. La successiva “Fallen On Hard Times” rinnova la mai sopita capacità di Anderson di scrivere brani orecchiabili-ma-di-qualità, nella tradizione delle antiche “Inside”, “Bungle In The Jungle” e affini. Una ventata di freschezza, che ha il suo perché, in un album davvero variegato. I due brani seguenti, “Flying Colours” e “Slow Marching Band” sono a mio avviso due vere perle sottovalutate dallo stesso Ian, che le escluse (uniche del LP) dal Tour. La prima è un energico brano fast-rock, uno dei pochissimi Tullici a presentare la classica cadenza in 4/4 cassa-rullante/cassa cassa- rullante che è uno degli stilemi più riconoscibili del rock “tradizionale”, da “Sgt. Pepper’s Reprise” a “Jumping Jack Flash”...). Coinvolgente anche il testo, che descrive una coppia che, durante una cena, si scambia “scintille” emotive, punzecchiandosi davanti agli amici. Del tutto diversa, “Slow Marching Band” si veste di una melodia affascinante, degna dei grandi “slow” Andersoniani come “Home”, “For Further On”, “Fires at Midnight”, “Heavy Horses”. Di grande respiro, impreziosita da un pianoforte estremamente calibrato, di estremo gusto. Già giunti al finale della prima facciata (del vecchio vinile, ovviamente) possiamo quindi ritenerci soddisfatti e bearci delle sorprese che ci attendono nel seguito del disco.
Ed eccola, la “vera” Title Track, “Broadsword”, epica e ipnotica nella sua cadenza percussiva che sottolinea il battere (cosa non usuale nel rock). Qui l’interplay fra Vettese e la calda chitarra di Martin raggiunge il culmine della perfezione: emozioni che furono amplificate- per chi ha avuto la fortuna di assistere al Tour – dall’enorme spadone portato sul palcoscenico. “Broadsword” è pura magia, un’anthem indimenticabile per tutti gli amanti del gruppo. Nemmeno il tempo di rifiatare, e arriva “Pussy Willow” che per qualche strana alchimia è finito per essere il brano dell’album più eseguito “live”, l’ultimo a resistere in scaletta. Anche questo è un brano smagliante, con eccellenti soluzioni ritmiche; qui Conway compie l’operazione percussiva più riuscita del LP, nel finale, passando a dividere il tempo in due sotto una scansione ternaria. Forse è un po’  l’uovo di Colombo, ma da applauso. Bellissima la melodia, e notevoli le parti di tastiera.
Watching You Watching Me” è forse il brano più discusso del disco: molti fan tradizionali del gruppo avrebbero visto meglio l’inserimento di “Jack’a Lynn” o di un’altra di quelle che, nella riedizione del CD, compaiono come Bonus Tracks. Io non sono d’accordo, perché è il classico brano che fa la differenza, nel senso che costituisce un guizzo di originalità, e un cambio di atmosfera che davvero ci voleva, a quel punto della scaletta. (Apro una parentesi: è risaputo che i brani incisi per questo album erano parecchi, e sembra che Anderson abbia lasciato al produttore Paul Samwell Smith l’incombenza di scegliere quali inserire, e perfino la scaletta. Beh, se così è stato, secondo me la scelta è stata perfetta). Tornando a “Watching You W.M.”, il brano è certamente particolare per i Jethro, con quella pattern percussiva ripetitiva che ne costituisce l’ossatura, come accadeva all’epoca per alcuni titoli di Gabriel, o di Kate Bush, e spesso di Phil Collins, quale ad es. “I Don’t Care Anymore”.
La cosa, quindi, non era una novità assoluta, ma lo era certamente per i Tull. Il risultato comunque va valutato nell’ insieme dell’arrangiamento, “modern, noisy and effective” come si diceva allora, e davvero direi che sia un ottimo risultato. Certo, una canzone minore, ma che impreziosisce e qualifica l’intero album. Da ricordare, nel Tour, la simpatica trovata scenica (che poi Anderson riuserà) dei numerosi dottori in camice bianco che entrano sul palco, rincorrendosi da destra a sinistra. “Seal Driver” è probabilmente, nelle intenzioni, il brano più “complesso” e impegnativo (musicalmente parlando); svolge, per così dire, la stessa funzione che in “Stormwatch” aveva “Dark Ages” o anche “Flying Deutschman” o - andando a ritroso – “No Lullaby” o “Pibroch”. Il brano non è fra i miei favoriti del disco, anche perché usa per l’ennesima volta nella storia Tullica il cambio di tempo da 4/4 al terzinato, come per l’appunto avveniva già in “Dark Ages”, su cui costruire un solo di chitarra elettrica. Va detto però che tale artificio era (ed è rimasto) uno stilema abbastanza in voga, tant’è che lo ritroviamo, per esempio, anche in  “Child in Time” (Deep Purple) e in “Tomorrow” (Strawbs). Gli stessi Tull, nel Tour di “A”, avevano rimodulato una versione di “Locomotive Breath” su tale cadenza ritmica. Al di là della parte centrale, comunque, il brano è di buon livello, e possiede una certa atmosfera “nebulosa” che ha innegabilmente il suo fascino.

Prima di esaminare il pezzo che conclude l’album, una considerazione: Anderson, fin dagli inizi, di quando in quando, ci ha donato alcuni brani cortissimi, quasi dei frammenti, perfetti nella loro brevità, come un lampo che colpisce e svanisce lasciando il tuono. Penso a “Nursie”, a “Just Trying to Be”; a “Cheap Day Return”, “Slipstream”, “Grace”. Il dono della sintesi non è da tutti, è solo dei grandi compositori; si potrebbe dire che in alcuni di questi esempi (o addirittura in tutti) l’intensità è inversamente proporzionale alla durata. L’ultimo favoloso erede di questa schiatta è la piccola, stupenda “Cheerio”: un brindisi rapido e scintillante, una melodia che scende nelle ossa. Un brandello di freddo nordico che scivola sulla Costiera del promontorio; una coppa che si alza per celebrare, illuminata dalle fiamme nel caminetto. Un sogno appena iniziato, che ti lascia incantato, mentre la puntina si ferma sul vinile... o il display del CD torna a zero. Ti lascia appagato, e fortemente grato a Mr. Anderson e compagni per questa meravigliosa, impagabile avventura.

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