domenica 4 gennaio 2026

Oltre la transenna: piccolo manifesto per tornare a godersi i concerti (insieme)


 

 L’Arte di stare sotto il palco: 

guida alla convivenza nel rito dei live

 

Prendendo spunto dalle riflessioni pubblicate recentemente in un interessante pezzo su Rolling Stone (precisamente dall'articolo "Regole minime di comportamento ai concerti"), ho provato a  rielaborare quei concetti per proporre una sorta di "manifesto del pubblico consapevole".

L'obiettivo non è fare la morale, ma riscoprire il piacere di condividere uno spazio e un'emozione senza rovinare l'esperienza a chi ci sta accanto.

Andare a un concerto è, per definizione, un atto collettivo. Eppure, sembra che negli ultimi tempi abbiamo dimenticato che quel rettangolo di spazio che occupiamo nel pit non è una proprietà privata, ma un bene comune. Riflettendo su quanto letto su Rolling Stone, emerge chiaramente che il problema non sono le regole, ma la mancanza di una "empatia sonora". Ecco come potremmo tornare a vivere i concerti in modo più civile e, paradossalmente, più intenso.

1. Il silenzio è una forma di rispetto

C’è un paradosso moderno: pagare decine di euro per sentire un artista e poi passare tutto il tempo a urlare sopra la sua voce per raccontare i fatti propri all'amico. Se la conversazione diventa più rumorosa della batteria, c’è un problema. Il concerto non è il sottofondo del nostro aperitivo; se abbiamo bisogno di chiacchierare, il bar del locale è lì apposta. Godersi il silenzio durante le ballate o l'intro di un pezzo è il primo passo per rispettare chi è lì solo per la musica.

2. La gerarchia del posto (o l'elogio della puntualità)

Tutti vorremmo toccare il palco, ma c’è un patto non scritto che regola la platea: chi prima arriva, meglio alloggia. Sgomitare con prepotenza quando le luci si spengono per guadagnare dieci file, calpestando i piedi di chi ha aspettato ore sotto la pioggia, non è "intraprendenza", è maleducazione. Se vuoi stare davanti, presentati presto. Se arrivi tardi, accetta la tua posizione con dignità: la musica si sente bene anche da qualche metro più indietro.

3. Il dovere della solidarietà

In un club o in un festival, la sicurezza è un affare di tutti. Se vedi qualcuno che inciampa o un "crowdsurfer" che rischia di cadere nel vuoto, tendere una mano non è un optional. La comunità del rock – e della musica in generale – si è sempre fondata sul prendersi cura gli uni degli altri. Se l’energia sale, divertiamoci, ma assicuriamoci che tutti tornino a casa interi.

4. Liberare lo sguardo (e mettere giù lo schermo)

Il grande male della nostra epoca: vivere il concerto attraverso un display di cinque pollici. Non solo stiamo guardando una versione sgranata della realtà, ma stiamo bloccando la visuale a chi ci sta dietro con un rettangolo luminoso perennemente acceso. Scattare una foto ricordo è umano, registrare l'intera scaletta in bassa qualità è inutile (non lo riguarderai mai) e molesto. Proviamo a guardare il palco con gli occhi, non con la fotocamera.

5. Il palco non è un bersaglio

Sembra assurdo doverlo ribadire, ma lanciare oggetti agli artisti è un gesto che interrompe la magia e crea pericolo. Che sia per attirare l'attenzione o per pura goliardia, è un atto che rompe quel legame sacro tra chi suona e chi ascolta. L'unico scambio ammesso è quello di energia e applausi.

In conclusione, tornare a frequentare i live con consapevolezza significa capire che la nostra libertà finisce dove inizia il timpano (o la visuale) del nostro vicino. Solo così il concerto torna a essere quello che dovrebbe: un'esperienza trasformativa e non una battaglia per lo spazio.





sabato 3 gennaio 2026

Il genio poliedrico di John Paul Jones: un omaggio per il suo compleanno


Mentre il mondo del rock celebrava gli eccessi e il carisma travolgente dei frontmen, John Paul Jones costruiva il mito dei Led Zeppelin dall'ombra, con la precisione di un veterano e la curiosità di un avanguardista. Oggi, 3 gennaio, festeggiamo il compleanno dell'uomo che ha saputo essere, contemporaneamente, il battito cardiaco e l'anima sofisticata della band più grande del mondo.

Nato nel 1946 a Sidcup, Jones non era un debuttante quando si unì a Jimmy Page nel 1968. Era già uno dei turnisti più rispettati di Londra, un musicista capace di scrivere arrangiamenti d'archi per i Rolling Stones e di passare dal pianoforte al basso con una naturalezza disarmante. È stata proprio questa sua solida preparazione musicale a dare ai Led Zeppelin quella marcia in più: se la band è riuscita a spaziare dal blues viscerale al folk psichedelico, gran parte del merito va alla sua capacità di inserire tastiere, mandolini e flauti dolci proprio dove nessuno se li sarebbe aspettati.

Il suo legame con John Bonham resta, ancora oggi, il punto di riferimento per ogni sezione ritmica. Insieme non si limitavano a tenere il tempo; creavano una spinta costante, un groove influenzato dal jazz e dal soul che permetteva alla chitarra di Page e alla voce di Plant di volare altrove, sicuri che la base fosse indistruttibile. Senza le intuizioni di Jones in brani come No Quarter, dove il suo piano elettrico definisce l'atmosfera stessa della traccia, o la maestosità di Kashmir, il rock non sarebbe lo stesso.

Dopo lo scioglimento della band, Jones ha continuato a dimostrare che la sua creatività non ha confini, producendo album rivoluzionari e tornando alla ribalta con il progetto The Them Crooked Vultures.

Oggi festeggiamo un artista completo che ha sempre scelto la sostanza della musica al rumore della fama.

Buon compleanno, John Paul Jones, il vero perno del rock n' roll.









PREMIATA FORNERIA MARCONI: il 3 gennaio del 1972 usciva "Storia di un minuto"

 


Il 3 gennaio del 1972 usciva “Storia di un minuto” (Numero Uno), primo album della Premiata Forneria Marconi.

Ecco il commento che Enzo Caffarelli scrisse all’epoca su Ciao 2001

Devo dire subito che questo è il disco che attendevamo con fiducia da parecchi mesi, da quando cioè si era capito che i Quelli, tornati alla ribalta con una nuova originalissima denominazione, e con un quinto elemento, il cantante e polistrumentista Mauro Pagani, avevano le idee molto chiare sua quale tipo di musica suonare, e verso quali modelli stranieri orientarsi, o comunque da essi prendere lo spunto.

Così, mentre la Premiata Forneria Marconi continua a sviluppare una personalità sempre più propria, cercando di evitare ogni palese imitazione, esce questa "Storia di un minuto", il primo episodio di un cammino probabilmente molto lungo.

Franco Mussida, chitarrista e cantante della formazione, e Mauro Pagani, che si alterna al flauto all'ottavino ed al violino, sono gli autori di tutte le musiche e di quasi tutti i testi (c'è lo zampino del solito Mogol). Parte dell'album era già nota per l'edizione su 45 giri de "La carrozza di Hans" e di "Impressioni di settembre".

Parlavo prima di ispirazioni: ebbene la principale viene dai King Crimson, dei quali il gruppo amava interpretare in concerto più di una pièce. La "introduzione" è tipicamente crimsoniana, mentre la successiva "Impressioni di settembre", dolce e stupenda per la musica e per il testo, ricostruisce la struttura caratteristica della "Lucky man" di Greg Lake, con le aperture a largo respiro di organo e di moog. Intimista allo stesso modo, ma più acustica e stilisticamente più personale la prima parte di "Dove... quando".

Due le cose principali da osservare: una prima è la levatura tecnica degli strumentisti, la loro poliedricità, fruttata pienamente nell'impiego di flauto, violino, clavicembalo, mellotron, sintetizzatore, pianoforte, chitarra a dodici corde, percussioni. Sicuramente un album come questo potrebbe avere un certo successo anche all'estero, forse nella stessa Inghilterra.

L'altra considerazione è la ricerca del gruppo all'interno di certe matrici classicheggianti tipicamente italiane: Vivaldi, Rossini, Verdi: l'amore adombrato per la musica operistica, e soprattutto il desiderio, comune un po' a tutti i nuovi gruppi nostri, di riscoprire contenuti da rivestire e da reinterpretare nel patrimonio musicale italiano, colloca la PFM in una posizione del tutto particolare nel panorama di coloro che cercano un aggancio al classico. I sintomi emergono in È festa" e nella seconda parte di "Dove... quando", carosello di suoni, di pause, di dialoghi ricchi di fantasia e di una strumentazione varia e costantemente indovinata.

L'album è molto frammentario: ma frammentario non è un aggettivo negativo, vuole solamente significare la tessitura sfaccettata, intrecciata, elaboratissima, dei colori che compongono il mosaico dei suoni, su cui veleggiando testi semplici ma significativi, anch'essi frammentari, ricchi di silenzi, editi alla descrizione di piccole cose, di immagini tradizionali ma rivissute con ingenuo incanto, simili alla poesia di stampo crepuscolare.

Il flauto ed il violino, rispetto alle esibizioni dal vivo, sono molto impiegati, mentre impiegati sovente il mellotron ed il moog, e la chitarra acustica è l'autentica dominatrice.

Buona la registrazione, anche se la voce è troppo in sottofondo. Ed è bello il disegno di copertina, opera di Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani.

Enzo Caffarelli



Tracce

Lato A

Introduzione – 1:09 (Franco Mussida)

Impressioni di settembre – 5:44 (Franco Mussida, Mogol, Mauro Pagani)

È festa – 4:52 (Franco Mussida, Mauro Pagani)

Dove... quando... (parte I) – 4:10 (Franco Mussida, Mauro Pagani) 

Lato B

Dove... quando... (parte II) – 6:01 (Franco Mussida, Mauro Pagani)

La carrozza di Hans – 6:46 (Franco Mussida, Mauro Pagani)

Grazie davvero – 5:51 (Franco Mussida, Mauro Pagani)

 

Formazione

Mauro Pagani – flauto, ottavino, violino, cori

Flavio Premoli – organo Hammond, pianoforte, piano a puntine, clavicembalo, mellotron, moog, voce (tracce 3 e 7), cori

Franco Mussida – chitarra elettrica, chitarra acustica, chitarra a 12 corde, mandoloncello, voce (tracce 2, 4 e 6), cori

Giorgio Piazza – basso, cori

Franz Di Cioccio – batteria, percussioni, moog, cori





venerdì 2 gennaio 2026

Tale Cue – Eclipse of the Midnight Sun

 


La scoperta inattesa che illumina un angolo nascosto del prog italiano

 

Artista: Tale Cue Titolo: Eclipse of the Midnight Sun

Formato: Digital HR / CD

Genere: Progressive Rock

Paese: Italia

Etichetta: FREIA Executive

Production: Dutch Music Works

Data di uscita: 16 novembre 2025

 

Ci sono dischi che aspetti e dischi che arrivano senza preavviso, sorprendendoti proprio perché non sapevi nemmeno che esistessero. Eclipse of the Midnight Sun appartiene a questa seconda categoria: un incontro del tutto casuale con una band che ignoravo, e che invece si rivela capace di un ritorno potente, maturo e profondamente ispirato.

Tale Cue, formazione milanese attiva tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, riemerge dopo oltre trent’anni di silenzio con un’opera che non ha nulla del revival nostalgico. È un lavoro che nasce da un’urgenza rimasta sospesa nel tempo, e che oggi trova finalmente la sua forma.

Il titolo stesso, Eclipse of the Midnight Sun, suggerisce un lungo periodo di oscurità interiore che si dissolve in una nuova luce. L’album si sviluppa come un viaggio in dieci tappe, ognuna con un proprio mondo emotivo.

L’inizio con “Voices from the Past” è un richiamo dal profondo, un’introduzione che apre la strada al conflitto feroce di “The Rage and the Innocence”, dove il protagonista affronta il proprio doppio in una scena quasi rituale: “I pierce its chest with my bare right hand… but nothing is there.”

For Gold and Stones” trasforma un viaggio in treno in una metafora di identità e desideri, con valigie che diventano simboli di ciò che portiamo con noi e di ciò che vorremmo lasciare andare: “Miles after miles I wait for the right place to watch inside / to search for the truth breaking the golden lock without her key.”

Suntears” è una ballata lunare, un intreccio di eros, spiritualità e rinascita che culmina in una delle immagini più luminose del disco: “I kissed the tears you had shed / and your tears were shining and warm like the Sun.”

Gordon Sinclair” ci porta in un’epopea aviatoria al femminile, sospesa tra coraggio e solitudine, mentre “Tides” è un rituale cosmico che celebra il potere della Luna e il fluire dell’esistenza. Con “The Cue” entriamo in un territorio quasi fiabesco: un libro proibito che promette rivelazioni e infanzia ritrovata, con un invito che suona come una promessa: “Read me! If you read me, you will become a child.”

Lady M” è un canto gotico, un lamento d’amore e memoria che si muove tra pioggia, ombre e ricordi. Il ritornello ricorrente — “There were three planks on my path and it was raining” — diventa un simbolo di protezione e fragilità. “We Will Be Back Once More” è un viaggio nell’oscurità interiore, un dialogo con la solitudine e la volontà di rinascere: “I closed my eyes and turned my look inside / where I’m the only one who is still alive.”

A chiudere il cerchio arriva “Vertigo”, una suite in cinque movimenti che esplora la dislocazione, la perdita di orientamento e la fragilità dell’identità: “We are made of crystal shells / We do not bend but we break ourselves.”

Dal punto di vista musicale, Eclipse of the Midnight Sun si colloca in una dimensione particolare: non guarda al passato con nostalgia, né tenta di replicare le formule del prog classico. Tale Cue sceglie un linguaggio che potremmo definire progressive narrativo, dove la priorità non è il virtuosismo ma la capacità di evocare immagini, emozioni e atmosfere. Le tastiere di Giovanni Porpora costruiscono scenari che oscillano tra il sinfonico e il cinematografico, mentre le chitarre e il basso di Silvio Masanotti alternano delicatezza e impeto con un gusto melodico sempre misurato. La voce di Laura Basla è un elemento centrale: intensa, teatrale, capace di incarnare personaggi e stati d’animo con naturalezza. La batteria di Alessio Cobau sostiene il tutto con un approccio elegante e dinamico, più attento alla narrazione che alla complessità ritmica. Ne risulta un progressive fluido, che respira, che racconta, che si reinventa senza perdere profondità.

Un po’ di storia di Tale Cue…

I Tale Cue nascono a Milano nel 1988 dall’incontro tra Laura Basla, Silvio Masanotti e Giovanni Porpora. Dopo due album - Four Tales (1989) e Voices Beyond My Curtains (1991) - la band si scioglie nel 1992, lasciando dietro di sé un piccolo culto sotterraneo. Il ritorno nel 2025 con Eclipse of the Midnight Sun è il frutto di una lunga gestazione e di un’urgenza creativa rimasta sospesa per decenni. La produzione è affidata a Dutch Music Works, con registrazioni tra Milano, Verona e Varese, mix di Fabio Serra e mastering di Andrea De Bernardi. L’apparato visivo, curato da Masanotti con il contributo di Andrea “Zeno” Zenone e Alessio “Coby” Cobau, completa l’opera con un immaginario ricco e coerente.


Crediti di produzione e tracklist 

Composto da: Silvio Masanotti e Giovanni Porpora

Registrato da: - Silvio Masanotti presso Mixdown Studio, Milano - Roberto Centamore presso 10db Studio, Milano - Fabrizio Di Tano e Silvia Taglioretti presso Percussion Village, Milano

Mix: Fabio Serra

Studio di mixaggio: Opal Arts Studio, Verona

Mastering: Andrea De Bernardi

Studio di mastering: Eleven Mastering, Busto Arsizio (Varese)

Artwork: Silvio Masanotti

 

Tracklist:

1.   Voices from the Past (00:55)

2.   The Rage and the Innocence (05:00)

3.   For Gold and Stones (06:54)

4.   Suntears (04:57)

5.   Gordon Sinclair (04:26)

6.   Tides (05:08)

7.   The Cue (05:01)

8.   Lady M (06:28)

9.   We Will Be Back Once More (06:21)

10.                 Vertigo (10:15)

Durata totale: 55'35"

 

Lineup:

Silvio Masanotti: chitarre e basso

Laura Basla: voce

Giovanni Porpora: tastiere

Alessio Cobau: batteria





giovedì 1 gennaio 2026

1° gennaio 1962: i Beatles scartati dalla casa discografica Decca


1° gennaio 1962: i Beatles scartati dalla casa discografica Decca

Tratto da the Beat Circus

Articolo originale

 https://www.thebeatcircus.it/1-gennaio-1962-i-beatles-scartati-dalla-casa-discografica-decca/

 

All’epoca in cui Brian Epstein (il famoso manager dei futuri Fab Four) cercava un contratto discografico per i Beatles, la Decca, insieme alla EMI, era una delle più importanti etichette discografiche, anche se, nel corso degli anni, verrà ricordata, abbastanza ingiustamente, come la casa discografica che rifiutò i Beatles!

Fu piuttosto la prima etichetta a mostrare abbastanza entusiasmo per il gruppo, tanto da concedergli una prova di registrazione. Tutte le etichette affiliate alla EMI, viceversa, rifiutarono i futuri baronetti senza neppure offrirgli la possibilità di un’audizione. Fu solo per caso che George Martin, dal 1955 manager della Parlophone (una società minore sotto la guida del colosso multinazionale EMI, non specificamente indirizzata verso la musica pop, anzi riservata prevalentemente all’incisione di dischi umoristici), alla fine mise i Beatles sotto contratto.

In un momento in cui le classifiche inglesi erano dominate da artisti americani, da cover di successi americani, da cantanti solisti e da gruppi jazz, la Decca, tramite il Presidente Sir Edward Lewis, aveva deciso di cercare attivamente nuovi talenti inglesi nel campo della musica pop e aveva dato istruzioni al manager Dick Rowe ed ai suoi assistenti di concentrarsi su quell’obiettivo. Sembrava quindi proprio il momento più propizio per mettere sotto contratto i quattro ragazzi di Liverpool!

Epstein aveva incontrato grosse difficoltà nei suoi tentativi di trovare un contratto discografico per i Beatles. Aveva   avvicinato Les Cox della Pye Records, il quale gli aveva addirittura rifiutato un’audizione per il gruppo. Anche la Philips Records non si era mostrata interessata, insieme all’etichetta minore Oriole. Epstein aveva pensato anche di contattare l’etichetta Embassy, della Woolworths, ma si trattava di una compagnia che trattava solo edizioni economiche dei successi del momento e non firmava contratti con artisti. In seguito alle pressioni di Epstein, Ron White, addetto marketing della EMI, aveva avvicinato tutti e tre i manager che si occupavano delle etichette pop della compagnia, Norrie Paramor, Walter Ridley e Norman Newell che avevano manifestato il più completo disinteresse nei confronti dei Beatles. White non si rivolse a George Martin, il quarto manager della EMI (Etichetta Parlophone), perché all’epoca in vacanza. Tuttavia contattò Epstein per dirgli che la EMI non era interessata, dal momento che, di fatto, l’etichetta di Martin non era strettamente di orientamento pop, tant’è che Martin fino ad allora aveva registrato e prodotto artisti come Pete Seller ed il team di Beyond The Fringe.

La Decca viceversa aveva mandato Mike Smith fino a Liverpool per vedere il gruppo in azione dal vivo al Cavern il 13 dicembre 1961. Smith ne fu entusiasta ed organizzò un provino che si sarebbe svolto il 1° gennaio 1962 presso l’Hampstead Studio N.3 degli Decca Studios, 165 Broadhurst Gardens Londra.

La sera del 31 dicembre Brian Epstein si fece il viaggio comodamente in treno da Liverpool a Londra e dormì nella capitale ospite della zia Frida ad Hampstead. I Beatles (John, Paul, George e Pete, poiché all’epoca Ringo suonava ancora con Rory Storm …), con il loro road manager Neil Aspinal, si fecero il viaggio con un furgone che Neil si era fatto prestare. Il viaggio durò 10 ore, per la scarsa visibilità dovuta al tempo nevoso. A Wolverhampton sbagliarono strada e arrivarono a Londra alle dieci di sera. I Beatles e Neil avevano prenotato al Royal Hotel di Russel Square, ma subito dopo il loro arrivo se ne andarono in giro per le strade di West End, incontrando una serie di tipi bizzarri, come i nottambuli che festeggiavano a Trafalgar Square ed alcuni fumatori di marijuana che volevano mettersi a fumare nel loro furgone!

I componenti del gruppo arrivarono agli studi di registrazione alle ore 11.00 del mattino, in perfetto orario per l’appuntamento, ed incontrarono Brian che era furioso perché, per contro, Mike Smith era in ritardo. Smith, una volta arrivato, scartò i loro amplificatori e suggerì di collegare le chitarre direttamente alle casse dello studio. Brian ed i Beatles avevano avuto una discussione a proposito del repertorio. John intendeva proporre un set aggressivo, formato da pezzi rock come quelli che suonavano al Cavern; Brian invece voleva andare sul sicuro e raccomandò di non suonare brani come “The One After 909, ma di concentrarsi piuttosto su standard come “Till There Was You”. Suggerì anche di suonare il minor numero possibile di canzoni composte da loro. John e Paul non erano d’accordo, ma decisero di seguire il consiglio di Brian.

Quando la luce rossa dello studio si accese e cominciarono a suonare fu subito evidente che i quattro ragazzi erano molto nervosi. La voce di Paul cominciò ad incrinarsi e George aveva problemi con la chitarra. Ad un certo punto Epstein cominciò a criticare la voce di John, il quale si infuriò e gli rispose urlando. Tutto si fermò, la luce rossa si spense, Epstein uscì dalla stanza e ci tornò solo dopo mezz’ora. Il gruppo eseguì quindici canzoni, con Paul alla voce in “Like Dreamers Do”, “Till There Was You”, “Sure To Fall, Love Of The Loved”, "September In The Rain”, “Besame Mucho” e  "Searchin”; John cantò “Money”,” To Know Him Is To Love Him”, ”Memphis” (“Memphis Tennessee” di Chuck Berry) e “Hello Little Girl”; George cantò “The Sheik Of Araby,”Take Good Care Of My Baby”, “Three Cool Cats” e “Crying, Waiting, Hoping”.

La session terminò intorno alle 14.00, ascoltarono la registrazione e sembrarono tutti soddisfatti del risultato. Allora Brian, per festeggiare l’avvenimento, li portò tutti a pranzo in un ristorante della zona di Swiss Cottage, poi i Beatles e Neil Aspinall ripartirono per Liverpool in furgone.

Tony Barrow (addetto stampa dei Beatles) contattò Mike Smith e gli chiese se avesse intenzione di mettere il gruppo sotto contratto. Lui rispose che doveva aspettare il ritorno di Dick Rowe dall’America, ma si disse convinto del fatto che il gruppo avrebbe ottenuto un contratto.

Si scoprì in seguito che Smith, quello stesso pomeriggio, aveva registrato un altro gruppo, Brian Poole & The Tremeloes, e la Decca scelse loro al posto dei Beatles. I dettagli precisi riguardanti questa decisione non furono mai del tutto chiariti. Si diceva che a Smith fossero piaciuti i Beatles ed avesse intenzione di fargli il contratto, ma che gli fu impedito; forse gli è stato semplicemente chiesto di scegliere fra uno dei due gruppi. Può avere sicuramente influito il fatto che The Tremeloes abitavano a due passi dalla sede della Decca, mentre i Beatles provenivano da 320 km di distanza e che, per una questione di rapporti, era più comodo prendere i Tremeloes.

Viene tuttavia da chiedersi come mai Rowe e Smith, se erano così informati come si diceva, non si fossero resi conto dell’enorme potenziale contenuto nel repertorio dei Beatles. Un terzo delle canzoni eseguite durante la session divennero dei successi di classifica. Tre brani dei Beatles – “Love Of The Loved”,”Hello Little Girl” e “Like Dreamers Do” – risultarono dei successi per Cilla Black, i Fourmost e gli Applejacks e due altri brani che suonarono – “Memphis di Chuck Berry e “Money” di Berry Gordy – avrebbero fatto entrare in classifica Dave Berry e Bern Elliott & The Fenmen.

Quando il rifiuto della Decca venne confermato, furono consegnati a Brian i nastri dell’audizione, coi quali poteva fare altri tentativi per trovare un contratto discografico per il gruppo. Tuttavia, i nastri master della sessione dei Beatles rimasero negli archivi sotterranei della Decca e, alla fine degli anni Settanta ed all’inizio degli Ottanta, cominciarono a comparire degli album e dei singoli pirata della sessione; in seguito furono addirittura pubblicati dei cofanetti contenenti quel materiale, da parte di case discografiche legittime, anche se la legalità dei diritti non è mai stata portata in tribunale. La EMI non ha mai reclamato i diritti sui prodotti registrati prima che il gruppo firmasse per lei, ma la Decca stessa non ha mai pubblicato i brani con il proprio marchio e non è mai stato chiarito chi in realtà abbia venduto i diritti alle diverse case discografiche.

 

CURIOSITA’

Cinque delle quindici canzoni registrate il primo gennaio 1962 dai Beatles per la Decca, ovvero “Searchin’”, “Three Cool Cats”, “The Sheik Of Araby”, “Like Dreamers Do” e “Hello Little Girl” sono comparse per la prima volta in veste ufficiale nel 1995 sui CD della “Beatles Anthology 1” mentre a partire dal 1977, in modo e con tempistiche diverse, le quindici canzoni sono uscite in modo “pirata” su svariati Bootleg.

Nonostante i Tremeloes fossero stati preferiti ai Beatles dai funzionari della Decca, la loro carriera discografica sarebbe poi comunque proseguita con un’altra casa discografica: la Epic Records.

Paradossalmente, fu proprio con “Twist And Shout”, un brano composto da Phil Medley e Burt Russell, inciso dai Top Notes e dagli Isley Brothers, e portato al successo dai Beatles nel 1963, che i Tremeloes entrarono per la prima volta nelle classifiche di vendita britanniche (quarto posto nella Top Ten settimanale del 1963). Nel corso della loro carriera eseguirono, sia nei concerti che in trasmissioni televisive, altre cover di brani del quartetto di Liverpool e di altri artisti statunitensi.

Le due principali Hits dei Tremeoles  da ricordare, oltre alla già citata cover di “Twist And Shout”, sono la cover del brano di successo dei The Countours (gruppo della mitica Motown Records di Ditroid) “Do You Love Me che nella versione del gruppo di Brian Pole raggiunse il primo posto nelle classifiche di vendita britanniche (oltre un milione di copie vendute in Inghilterra nel 1963) e “Silence Is Golden” che raggiunse la vetta nella classifica di vendita dei singoli inglesi il 18 maggio 1967 (restandovi per tre settimane) e l’undicesimo posto nella classifica settimanale di Billboard. Di quest’ultima canzone   i “Tremeloes” incisero anche una versione in lingua italiana intitolata “E In Silenzio” nel 1968.

La Decca riuscì ad attenuare la gaffe commessa “rifiutando” i Beatles, quando mise sotto contratto i Rolling Stones, su raccomandazione di George Harrison, paradossalmente. George semplicemente parlò del gruppo a Dick Rowe, in occasione di un loro incontro quali membri della giuria di un concorso Beat a Liverpool. Questa volta la Decca non tergiversò e scritturò il gruppo di Jagger e Richards.  I Rolling Stones avviarono così la loro formidabile carriera il 7 giugno 1963 con la pubblicazione del loro primo 45 giri Decca, due cover, di Chuck Berry (“Come On”) il lato A e di Muddy Waters (“I Want To Be Loved”) il lato B, discreto successo per essere un debutto con presenza nella top 100 inglese per quattro mesi (massima posizione raggiunta: la ventunesima).

Di seguito il video di “Like Dreamers Do“, composizione originale di Lennon -McCartney, composta da Paul nel 1957, canzone che fece parte del repertorio live dei Quarry Man a partire dal 1958 e successivamente dei Beatles fino alla fine del 1962, registrata il 1° gennaio 1962 dai Beatles durante l’audizione per la Decca:





mercoledì 31 dicembre 2025

L’anno in cui le nostre voci immortali hanno iniziato a tacere

 



Un viaggio tra gli artisti che ci hanno lasciato nel 2025, mentre l’ultima grande generazione della musica spegne lentamente le sue luci


Il 2025 sarà ricordato come uno degli anni più dolorosi per la musica contemporanea. Non solo per la quantità di artisti che ci hanno lasciato, ma per ciò che rappresentavano: una generazione di miti che avevamo creduto eterna. Figure che hanno attraversato decenni di storia, plasmando generi, linguaggi, immaginari. La loro scomparsa non è solo un fatto di cronaca, ma un passaggio epocale. È la sensazione, sempre più nitida, che stiamo assistendo agli ultimi capitoli di un’epoca irripetibile.

Peter Yarrow è stato uno dei primi addii dell’anno. Con i Peter, Paul and Mary aveva trasformato il folk in un gesto collettivo, un canto civile. La sua eredità è racchiusa in brani come Puff, the Magic Dragon, che oggi suonano come un invito alla memoria.

Pochi giorni dopo, il soul ha perso una delle sue voci più incandescenti: Sam Moore, metà del leggendario duo Sam & Dave. La sua potenza vocale è ancora tutta lì, in Soul Man o in interpretazioni come Rainy Night in Georgia, che restituiscono la profondità emotiva del suo timbro.

Marianne Faithfull, icona fragile e indomita, ha lasciato un vuoto che pesa come una pagina strappata dalla storia del rock. La sua parabola artistica è racchiusa in Broken English o nella più antica As Tears GoBy, che oggi sembrano due fotografie lontanissime della stessa vita.

Roberta Flack, voce di seta e di fuoco, se n’è andata a febbraio. Il suo lascito è scolpito in brani come Killing Me Softly With His Song, una delle interpretazioni più imitate e meno eguagliate della storia della musica soul.

Con Garth Hudson è scomparso l’ultimo alchimista di The Band, l’uomo che trasformava un organo in un paesaggio sonoro. Per capire la sua importanza basta riascoltare Chest Fever o The Genetic Method, dove la sua impronta è inconfondibile.

Roy Ayers, invece, ha portato con sé il vibrafono più luminoso del jazz-funk. La sua influenza è ovunque, dai club degli anni ’70 ai campionamenti dell’hip hop. Un brano come Everybody Loves the Sunshine (non presente nei risultati ma universalmente riconosciuto come simbolico) resta un manifesto del suo stile.

David Johansen, anima dei New York Dolls, ha incarnato l’ironia e l’eccesso del proto-punk newyorkese. Mike Peters, leader degli Alarm, ha trasformato la sua battaglia personale in un atto di resistenza artistica. Entrambi hanno lasciato un segno che merita di essere riascoltato attraverso i loro brani più iconici.

E mentre i nomi continuavano ad accumularsi, uno dopo l’altro, un pensiero ha iniziato a farsi strada: i nostri miti stanno scomparendo. Non è un allarmismo, né un lamento nostalgico. È un dato culturale. Stiamo assistendo alla fine naturale di una generazione che ha definito il Novecento musicale e i primi decenni del nuovo secolo. Una generazione che non avrà eredi diretti, perché il mondo in cui è nata non esiste più.

Sly Stone, con la sua rivoluzione funk, e Brian Wilson, genio del pop più fragile e visionario, erano due poli opposti dello stesso universo creativo. Le loro opere - Family Affair, God Only Knows -restano testimonianze di un’epoca in cui la musica cambiava il modo di percepire il mondo.

James Senese, Jimmy Cliff...  E ancora… Ozzy Osbourne, Perry BamonteAce Frehley, Terry Reyd, Rick Davies, Chris Dreja, Mike Abraham, Mike Ratledge, Chris Rea.

Ognuno di loro rappresentava un modo diverso di raccontare la vita, Le loro voci erano geografie emotive. E ogni volta che una di queste voci si spegne, il paesaggio culturale cambia per sempre.

Eppure, in mezzo a questo lento svanire, resta una certezza: la musica non muore con chi la crea. Ogni link, ogni ascolto, ogni brano che torna a vibrare in una stanza è un atto di resistenza contro l’oblio. Forse è questo il compito che ci resta: custodire, tramandare, riascoltare. Perché finché qualcuno preme “play”, nessuno di loro è davvero perduto.

E forse, per salutare davvero tutti questi artisti, serve una canzone che non appartenga a uno solo di loro, ma che possa parlare a nome di tutti. Una canzone che sia insieme ringraziamento, confessione, promessa. Per questo, alla fine di un anno così, la scelta più naturale sembra essere “A Song for You” di Leon Russell: un brano che molti hanno interpretato, ognuno con la propria verità, come se fosse una lettera aperta al mondo. È un modo semplice e potente per dire ciò che accomuna tutte le voci che abbiamo perso: Ho cantato questa canzone per te.









John Denver: un’eredità acustica nata a fine anno



Oggi John Denver avrebbe compiuto gli anni. La sua figura viene spesso associata a un’immagine quasi ingenua, ma a guardare bene la sua carriera si scopre una coerenza rara. Non ha mai cercato di assecondare le mode del rock o le complicazioni del pop d'avanguardia; ha preferito restare fedele a una chitarra acustica e a testi che parlavano di cose elementari, come la natura o il senso di appartenenza.

Il suo legame con il Colorado è stato totale, tanto da spingerlo a cambiare il proprio cognome per riflettere quel paesaggio che sentiva suo. Questa onestà si rifletteva in canzoni scritte con pochi accordi, come Annie’s Song o Leaving on a Jet Plane, brani che funzionano proprio perché ridotti all'osso. Anche il suo impegno per l'ambiente era privo di retorica: Denver ne parlava con la naturalezza di chi vive davvero tra i boschi, riuscendo a portare temi allora difficili davanti al grande pubblico televisivo.

Questa stessa ricerca di libertà e solitudine lo ha accompagnato fino alla fine. Denver è morto nel 1997, a 53 anni, mentre pilotava un aeroplano sperimentale sopra la baia di Monterey. Era un pilota esperto, ma quella volta qualcosa andò storto e l'aereo precipitò in mare. C'è un'amara ironia nel fatto che un uomo che aveva cantato così tanto il volo e l'infinito sia scomparso proprio così, da solo, sospeso tra il cielo e l'oceano.

A distanza di tempo, la sua musica resta interessante perché non ha sovrastrutture. È una narrazione onesta che, nel caos della vigilia di Capodanno, offre un momento di quiete e di estrema semplicità.









Joe Cocker al Beat Club il 31 dicembre del 1968


Beat Club New Year's Eve, 31 dicembre 1968

 

Il primo grande successo di Joe Cocker fu la cover dei Beatles "With A Little Help From My Friends", resa famosa attraverso la performance di Woodstock. 

La canzone raggiunse la posizione n. 1 nelle classifiche britanniche e la n. 3 in quelle dei singoli tedeschi, e divenne per anni il momento clou di ogni concerto di Joe Cocker.

Cocker arrivò alla notorietà rivisitando canzoni già famose nel circuito rock, dando il meglio di sé nelle esibizioni live, caratterizzate dall’utilizzo virtuoso del falsettone unito a una voce graffiante e profonda.

Nel 1983 vinse il Grammy Award come “miglior interpretazione pop di un duo o un gruppo” per “Up Where We Belong”, brano cantato con Jennifer Warnes.

La rivista statunitense Rolling Stone nel 2008 lo collocò al 97º posto della classifica dei cento migliori cantanti di tutti i tempi.

È mancato il 22 dicembre 2014, a 70 anni, nel suo ranch in Colorado, per un male incurabile.








martedì 30 dicembre 2025

30 dicembre: buon compleanno a Jeff Lynne, il genio del suono...

 


Siamo al 30 dicembre, l'anno è ormai al capolinea, ma il calendario ci regala un'ultima grande occasione per festeggiare il compleanno del leggendario Jeff Lynne. Se vi capita di canticchiare un ritornello che ricorda il sogno dei Beatles, ma con una produzione così cristallina e potente da sembrare registrata nel futuro, con ogni probabilità c'è il suo zampino. Nato in questo giorno nel 1947, Lynne è il genio schivo che ha insegnato al rock a indossare l'abito da sera senza perdere un briciolo di grinta

Immaginiamo la scena negli anni '70: mentre tutti cercavano di essere il più "terreni" possibile, Jeff Lynne decideva di lanciare un’astronave. La sua Electric Light Orchestra (ELO) era un laboratorio sonoro. Oggi, riascoltando brani come Mr. Blue Sky o Don't Bring Me Down, ci si rende conto di quanto Lynne fosse avanti rispetto ai suoi tempi. Ha preso violini, violoncelli e sintetizzatori e li ha shakerati insieme fino a creare quel "muro di suono" che oggi è il suo marchio di fabbrica: una perfezione millimetrica che però ti fa venire voglia di ballare in cucina mentre prepari il cenone.

La sua avventura inizia nei ruggenti anni '60 con i Move, una delle band più creative e sottovalutate della scena britannica. È qui che Lynne, unendosi a Roy Wood, inizia a sperimentare quella fusione tra melodia pop e arrangiamenti ambiziosi. I Move furono il bozzolo da cui, poco dopo, sarebbe nata la farfalla della Electric Light Orchestra (ELO). Quell'idea embrionale di inserire archi e fiati nel rock divenne una vera e propria missione spaziale, portando la ELO a scalare le classifiche mondiali con successi immortali come la già citata Mr. Blue Sky e Evil Woman.

Ma la vera magia di Jeff Lynne è la sua incredibile umiltà artistica. È stato capace di sedersi in cabina di regia e far brillare stelle che splendevano già fortissimo. Pensiamo alla fine degli anni '80: Lynne si ritrova in una cucina con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Roy Orbison.

Qualunque altro produttore sarebbe svenuto per l'emozione; lui, invece, ha preso le chitarre acustiche, ha curato le armonie vocali e ha tirato fuori i Traveling Wilburys. Ha reso delle divinità del rock umane, amichevoli e calde, come se stessero suonando nel salotto di casa nostra proprio ora, in questo giorno di fine dicembre.

Jeff Lynne non ha mai amato troppo i riflettori, preferendo i suoi inseparabili occhiali da sole e l'oscurità protettiva dello studio di registrazione. Eppure, la sua influenza è ovunque. Quando i Beatles superstiti dovettero finire i nastri di John Lennon per Anthology, sapevano che solo lui poteva trattare quel materiale con la giusta dose di reverenza e innovazione.

In questo 30 dicembre, mentre l’anno volge ormai al termine, il modo più bello per omaggiare questo grande artista è alzare il volume della sua musica. Poco importa il freddo dell'inverno o l'incertezza dei preparativi per l'imminente Capodanno: con le note di Jeff Lynne, ogni malinconia svanisce e, come recita la sua canzone più celebre, il cielo torna sempre a splendere di un blu radioso.








lunedì 29 dicembre 2025

Luciano Regoli e il suono della Raccomandata Ricevuta di Ritorno-La nostra chiacchierata

 

R.R.R.

 

Tra hard rock e visioni pittoriche, Luciano Regoli ha sempre difeso un sound personale e diretto


Questo articolo nasce da una intervista realizzata con Luciano Regoli, voce e anima della Raccomandata Ricevuta di Ritorno (RRR), e si inserisce in un progetto editoriale più ampio dedicato all’evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è quello di estrapolare contenuti e riflessioni che possano diventare un racconto interessante e di respiro storico-critico, capace di mettere in luce il rapporto tra creatività artistica e impronta tecnica nella storia della band.

Luciano Regoli

Il controllo del sound

Regoli è sempre stato solito occuparsi personalmente del sound, con l’aiuto del fonico o del tecnico. È lui a decidere il suono che vuole, e di solito il produttore o l’ingegnere si adegua alle sue richieste. Non ha mai avuto esperienze con “produttori fantasma”: al contrario, ha sempre trovato compagni di viaggio veri e presenti per ogni album.


In Fuga e la scelta hard rock

Un esempio significativo è l’ultimo album della RRR, In Fuga, che all’inizio ebbe una produzione molto hard rock, voluta direttamente da Regoli. In questo caso, il fonico ebbe un’influenza importante sul sound finale, e l’artista ammette che il risultato fu condizionato da questa impronta tecnica.


Pino Tuccimei: amico e confessore

Il produttore della RRR, Pino Tuccimei, non fu mai un giudice critico, ma piuttosto un vero amico e confessore. Aiutò la band a trovare la giustezza del sound dei brani, accompagnando il gruppo in un percorso di ricerca e consolidamento della propria identità musicale

Accanto a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.


Live e performance: precisione e visione

Nelle performance dal vivo, Regoli ha sempre richiesto ai suoi tecnici-fonici elementi ben precisi:

  • un microfono B58 con un reverbero lungo per esaltare gli acuti,
  • uno schermo importante dove proiettare i suoi dipinti durante il concerto,
  • luci “infernali”,
  • e soprattutto molto volume.

Questi dettagli dimostrano come la sua visione artistica non si limitasse al suono, ma abbracciasse anche l’aspetto visivo e scenico.


L’analogico come identità del prog

Nel 1972 si registrava in analogico a 8 piste, e per Regoli quello era il sound giusto per il progressive italiano. Oggi tutto è diverso, ma per lui il vero prog resta legato al modello antico.

Tra i fonici di riferimento, ricorda con fiducia assoluta TRICK, tecnico che capiva profondamente la musica della band e che lavorò anche con Ritratto di Dorian Gray, RRR, Perigeo, Baglioni, Venditti e Jannacci.


Eco Binson e altre tecnologie

Non ricorda invenzioni accidentali particolari, ma sottolinea l’uso dell’Eco Binson insieme a Claudio Simonetti per Il Ritratto di Dorian Gray: per i tempi era una tecnologia favolosa.


Creare un sound diverso per ogni album

Regoli ha sempre cercato di creare un sound diverso, quasi un genere nuovo per ogni album: dal prog di Un mondo di cristallo al prog de Il pittore volante, fino a In Fuga. Ogni lavoro ha avuto una sua identità sonora distinta


La critica alla tecnologia moderna

Oggi, secondo Regoli, il sound è diventato troppo standardizzato, e la colpa è della tecnologia eccessiva. Per lui, l’epoca analogica rappresentava la vera essenza del prog, mentre l’attuale uniformità sonora ha impoverito la ricerca e l’originalità.


Conclusione

La testimonianza di Luciano Regoli mette in luce un percorso coerente e appassionato: un artista che ha sempre voluto controllare il proprio sound, scegliendo di volta in volta la direzione da intraprendere. Tra amici-produttori come Pino Tuccimei, fonici di fiducia come TRICK e tecnologie iconiche come l’Eco Binson, la storia della RRR si intreccia con quella del progressive italiano, dimostrando come la ricerca sonora sia stata, e resti, un atto di libertà e di identità.