domenica 13 marzo 2016

Keith Emerson ci ha lasciato: il mio ricordo


Non venire, quando sarò morto, a versare le tue inutili lacrime sulla mia tomba, a calpestare il suolo intorno alle mie spoglie, a infastidire la polvere infelice che non hai saputo salvare. Che sia il vento lo spazzino, e sia il piviere a piangere: ma tu va via”.
Alfred Lord Tennyson

Sono queste le parole con cui Keith Emerson chiude la prefazione del libro “Lucky Man- Autobiografia di un tastierista rock”, rilasciato nel 2004.
Solo chi gli era realmente vicino può comprendere appieno il suo stato d’animo di quei giorni, ma quello che mi preme, a poche ore dalla notizia della sua scomparsa, è tentare di far capire come possa nascere un rapporto così forte, tra un artista e un uomo del pubblico, un ascoltatore, un fruitore di arte altrui.
Non vorrei ripercorrere la sua carriera, facile da apprendere in rete, ma ci terrei maggiormente a passare un messaggio ai più giovani, nella speranza che anche a loro, attraverso la musica che più amano, possano provare quello che ho vissuto io assieme a milioni di persone, uno momento di passaggio epocale trasformatosi in amore per la vita, perché Keith Emerson è diventato il simbolo di una generazione che è riuscita a cambiare la musica, creando qualcosa che ha assunto l’odore dell’immortalità.
Ricordo come fosse ora quel pomeriggio in cui un amico, sempre all’avanguardia, mi portò a vedere e toccare l’album di esordio di Emerson, Lake & Palmer: eravamo per strada ed era il 1970, avevo 14 anni, e il tutto mi risultò nuovo e affascinante.
Ascoltarlo significò apprendere che esistevano altri orizzonti musicali, altre strade, novità e sperimentazione che sino a quel momento mi erano oscure: la musica classica abbinata al rock, strumenti come l’hammond collegato al leslie, il moog, il ribbon - più avanti -, l’elettronica avanzata nelle mani di un musicista.
Nel 2013 ho avuto la possibilità di intervistarlo, grazie alla conoscenza del suo agente, Corrado Canonici, e la sua risposta legata all’argomento “tecnologia” fu la seguente:

Naturalmente la tecnologia ha cambiato la mia vita.
Il computer è un fastidio e un pesticida di cui vorrei fare a meno.
Sono molto triste quando vedo i giovani passare il tempo con i loro piccoli gadget, con un’intensità difficile da descrivere.
Leggete un libro, guardate l’altra gente ... parlate, andare a fare una passeggiata… non potete preoccuparvi dei problemi dell’alcolismo, delle droghe o degli abusi sessuali, mentre  siete seduti davanti a un maledetto computer, a vegetare per dodici ore!
Sono della vecchia scuola, e scrivo con carta e penna. Questo è un dato di fatto!”. Credo di essere stato molto più creativo negli anni ‘70 perché non c'erano fastidiose interferenze  derivanti da e-mail, facebook, twitter, blog, ecc.”

E questa era la visione dell’uomo maturo!
Ma quando la sua figura incominciò ad imporsi, a cavallo tra anni ’60 e ’70, Emerson era già avanti anni luce, intriso della voglia di guardare oltre i confini conosciuti.
Il pubblico italiano, quello più esteso e easy, lo conoscerà successivamente e molto bene, grazie al brano, “Honky Tonk Train Blues”, sigla della trasmissione televisiva “Odeon”, ma lui era molto di più, e credo che le sue creazione e intuizioni dovrebbero trasformarsi in pura didattica, materiale da proporre ogni volta che si prova ad insegnare l’evoluzione musicale.
Vidi ELP dal vivo il 15 giugno del 1972, al Palasport di Genova, acustica pessima ma spettacolo da ricordare, tra musica e aspetti visual; ricordo scenografie ampollose, tipiche del periodo, quando un tour di una band di grido provocava il movimento di svariati TIR.


E poi vestiti ad effetto e atteggiamenti che hanno fatto la storia, come l’accoltellamento dell’hammond, cavalcato e maltrattato come elemento ostile, ma suo prolungamento naturale.



Raccontare la sua musica, prima con i Nice, poi con ELP, e successivamente nei suoi altri progetti, significherebbe disegnare un periodo storico di quasi 50 anni, una rivoluzione positiva di cui Keith è stato assoluto protagonista, potendo vantare su solide basi classiche ed esperienze jazz, messi poi a disposizione del fenomeno della musica progressiva, il genere migliore possibile per un artista desideroso di spaziare senza limiti.
Umanamente lontano dallo stereotipo della star, al contrario, molto semplice e dotato di un forte senso ironico, è considerato uno dei migliori tastieristi della storia del rock, sempre in competizione - almeno nei giudizi dei critici  dell’epoca - con l’altro mostro sacro, Rick Wakeman, ma il suo sorriso era sempre un marchio di estrema serenità, almeno per chi lo rimirava da lontano.
Io ho avuto la fortuna di ritrovarlo pochi anni fa - questa volta ero a pochi metri di distanza -, nel 2006, quando era di scena con la sua band in una location da favola, la Fortezza del Priamar di Savona.
Due ore e mezza di musica con una variante sulle trovate sceniche, non più coltellate allo strumento ma… la corrente elettrica sparisce e lui è “costretto” a proporre un lungo solo al piano! La luce ritorna e Keith si tuffa sul sintetizzatore, suonato però al contrario.
Quel giorno sono tornato adolescente, al cospetto di un musicista straordinario che ha colorato in toto la mia vita.  Almeno una volta a settimana clicco sul brano “Trilogy”… mi fa stare bene la magia creata da quei tre… la voce di Lake, il drumming di Palmer e… la mano di Emerson: giuro, ogni volta sono brividi!

Provare per credere: TRILOGY

Non so quale sia il motivo della sua scomparsa, le voci si moltiplicano, ma lui ci ha lasciato una grande eredità, un patrimonio artistico che solo i geni sanno creare, perle musicali che sono fresche a distanza di lustri e che rimarranno per sempre, anche quando la splendida e fortunata generazione dei seventies sarà completamente esaurita.
Un compagno di viaggio, un amico, un donatore di emozioni forti: ecco cosa è stato e continuerà ad essere Keith Emerson per chiunque abbia avuto la fortuna di essere toccato dalla sua musica.
E per i più giovani, quelli che per ovvi motivi sentono solo ora l’esaltazione del suo nome, suggerisco di approfondire, la musica di qualità la si percepisce all’istante e non la si lascia più!
Ciao Keith, grazie di tutto, fuor di retorica.

E all’improvviso ci trovammo di fronte una musica diversa…