martedì 7 aprile 2015

Incontro con Luca Scherani


Luca Scherani è un tastierista genovese, un grande musicista il cui impegno è indissolubilmente legato alla sfera prog, immagine riduttiva, ma giustificata dalle sue collaborazioni con Fabio Zuffanti e dall’esperienza in corso, quella che lo lega a La Coscienza di Zeno.
Ho provato ad approfondire e le risposte alle mie domande svelano un mondo musicale sorprendente…

Come diventa musicista Luca Scherani? Che tipo di percorso hai intrapreso e proseguito nel tempo?

Penso si diventi musicisti quando qualcuno ci trasmette la passione e l’amore verso un linguaggio universale che, anche se ancora non comprendiamo del tutto, diventa parte imprescindibile della nostra vita. A me è successo a cinque anni: avevo un Hit Organ arancione, della Bontempi, un papà che ascoltava tantissima musica classica e suonava la fisarmonica e che posso dire essere stato il mio primo maestro. La sua preparazione tecnica era molto scarsa, non avendo potuto studiare musica quando era ragazzo. Un buon orecchio e tanta passione gli hanno permesso di costruire un buon bagaglio di esperienza da autodidatta, ma la cosa più preziosa che mi ha trasmesso è la capacità di assecondare l’emozione, il brivido lungo la schiena.. E di non nasconderlo mai. Di piangere anche per una musica che squarcia il cuore. A sei anni ho intrapreso con continuità lo studio classico del pianoforte, ho avuto molti maestri bravissimi che hanno forgiato gli aspetti tecnici. Ma la prima scintilla, quella della fiamma che tuttora resta accesa, l’ha accesa mio papà.

Ami e suoni in ambito prog: quali sono stati i gruppi e gli artisti che hanno rappresentato per te un punto di riferimento, dagli inizi sino ad oggi?

La prima persona che mi ha parlato di prog, quando ero in terza media, è stato quel Gabriele Guidi Colombi che oggi è bassista de La Coscienza di Zeno. All’epoca i miei gusti erano monopolizzati dal genere blues, soul, rhythm & blues, poi l’incontro artistico con un ottimo chitarrista/arrangiatore, Maurizio Magnasciutti, mi ha fatto apprezzare parecchio pop anni 70 e 80, ho curiosato e studiato molti arrangiamenti realizzati come giochi d’incastro, alla luce degli insegnamenti ricevuti. E intanto tuttavia continuavo ad approfondire lo studio dei classici e dei canoni del rock progressivo. La svolta decisiva e l’amore incondizionato per il genere sono arrivati nel 1999, all’epoca dell’incontro con Fabio Zuffanti e tutti il nugolo di grandi appassionati che da sempre lo seguono: alla base di quelle belle amicizie c’era anche una continua ricerca di dischi, novità, rarità. Ad ogni incontro volavano sacchetti di dischi che ci prestavamo e ci scambiavamo in continuazione, il clima era sempre molto stimolante e ho trovato fra loro quella stessa passione che già avevo iniziato ad assaporare guardando mio papà.

Potresti raccontare qualcosa della tua produzione con Fabio Zuffanti?

Parlo sempre molto volentieri dell’incontro con Fabio, perché lo considero una svolta importante nel mio percorso artistico. Con Fabio si lavora bene, e la mia gratitudine verso di lui è tale che sono sempre contentissimo di mettermi a sua disposizione per ogni progetto che mi propone: sia nei progetti dove sono coinvolto fino alla punta dei capelli (come Hostsonaten), sia nei progetti in cui non suono, ma scrivo arrangiamenti, orchestrazioni e quartetti d’archi, fino ai lavori in cui compaio in una ospitata magari solo da 10 secondi! Per me è sempre un grande onore! Per raccontare gli albori di questa collaborazione bisogna andare indietro fino al 1998: stavo muovendo i miei primi passi discografici con i Trama e con la Mellow Records, mentre i Finisterre andavano forte ed erano ormai una bella realtà a livello mondiale! Fabio mi parlò di un musical in lavorazione, mi chiese se volevo fare parte della band: avevano già iniziato le prove con un tastierista, l’orchestrazione ne richiedeva due. Il progetto era quel “Merlin – The Rock Opera” che portò grosse soddisfazioni, altro tastierista era Agostino Macor, collega che tuttora stimo tantissimo e dal quale ho imparato molto! L’esperienza fu bellissima: dopo una serie di rappresentazioni in Liguria, una data a Roma in apertura agli Indaco (con special guest Francesco Di Giacomo che ricordo come un personaggio di una gentilezza e mitezza esemplari), un concerto in Francia alla prima edizione del Crescendo Festival e la registrazione di un album doppio che tuttora è molto quotato fra gli appassionati.
Esaurita l’esperienza “Merlin”, rifiutai la proposta di Fabio di entrare a far parte dei Finisterre. Il motivo del mio rifiuto oggi lo trovo molto sciocco, e infatti penso di aver fatto la scelta sbagliata! All’epoca Boris Valle era uscito dal gruppo, il tastierista dei Finisterre era Agostino: Fabio voleva portare anche lì la situazione a due tastieristi che aveva ben funzionato in Merlin. La mia paura era quella di trovarmi fuori dal gruppo nel momento in cui Boris avesse deciso di tornare, perché in fondo ero convinto di essere il più scarso fra i tre. Ho avuto pochissima fiducia nei miei mezzi. Sicuramente facevo bene a dubitare della mia strumentazione non molto competitiva (poi col tempo ho potuto rifarmi). Considero dei super tastieristi sia Boris che Agostino e da giovani a volte il lato competitivo spaventa un po’. Col senno di poi penso che se fossi entrato nel gruppo, probabilmente sarei stato comunque bene accolto e rispettato: sono persone con le quali mi sono sempre trovato molto bene, la competizione esiste solo nella testa di chi a priori nutre insicurezze. La maturità ha poi tradotto queste sensazioni in stima e ammirazione per i colleghi tastieristi. E comunque, quandanche avessi passato con loro anche un solo anno, sono sicuro che sarebbe stata una bella esperienza, una di quelle che insegnano molto. Ma la collaborazione con Fabio è ripresa quasi 10 anni dopo Merlin, però stavolta in modo assiduo e continuativo: sono rientrato in gioco nel 2010, scrivendo arrangiamenti per quartetto d’archi per l’album “Double Reign” degli Aries. Poi di lì a poco sono entrato stabilmente negli Hostsonaten come tastierista unico e arrangiatore di tutta la parte orchestrale (di quel periodo l’album Summereve dove è presente il brano Glares of Light, il cui incastro di pianoforte/flauto/quartetto d’archi è quello che considero un po’ il mio biglietto da visita!). Dopo Summereve ho scritto quartetti d’archi anche per “La foce del ladrone” (terzo album solista a nome Zuffanti) e ho accompagnato Fabio in parecchi appuntamenti dal vivo nella promozione di quest’ultimo fortunato album. Da qui in poi le occasioni per collaborare si sono ulteriormente moltiplicate, tuttora siamo al lavoro su diversi fronti! Si tratta di una parte della mia produzione che porto avanti sempre con grande passione, perché considero la musica di Fabio una garanzia di qualità e (per me) di soddisfazione.

Hai anche realizzato un paio di album solisti: me ne parli?

Il percorso solista è quasi un’esigenza. Ci sono molte idee che considero troppo intime, sia per i temi trattati nei testi, sia per le soluzioni armoniche un po’ strane e personali. Il primo album a mio nome è stato “Everyday’s Life”, uscito nel 2007: realizzato praticamente a budget zero, registrato quasi per disperazione e frustrazione vista la scarsa attività del periodo (poi ho recuperato per fortuna!). Si tratta di un album povero per realizzazione, ma con parecchi spunti compositivi di cui vado molto fiero tuttora: mi piacerebbe un giorno riprendere quei brani, forte dell’esperienza e della strumentazione che nel frattempo hanno dato qualche freccia in più al mio arco. Ho trovato l’etichetta disposta a pubblicare il mio primo album solista quando già avevo scritto metà del secondo, che si sarebbe chiamato “Everybody’s Waiting”. Nel frattempo le collaborazioni discografiche e live avevano preso una bella piega: ho potuto rinnovare il parco strumenti, accumulare una bella esperienza in vari studi di registrazione e contare su molte collaborazioni, alcune anche piuttosto illustri, grazie a una rete di amicizie e stima che andava via via fortificandosi. Il secondo album, rappresenta un balzo per me molto grande rispetto al primo. Da quasi due anni ho finito di scrivere il terzo album, che si chiamerà “Everything’s Changing”, ho iniziato a far registrare alcuni ospiti. Ma il lavoro prosegue molto a rilento, per via dei crescenti impegni su altri fronti (la situazione è diametralmente opposta rispetto a quella vissuta nel primo solista!).


So che hai anche un’attività che ha come obiettivo un fine nobile e benefico…

Più che una attività a scopo benefico si tratta di un forte legame di amicizia con Fabrizio Pagliettini e la sua famiglia: Fabrizio è stato per molti anni vice presidente della Associazione Genitori Ragazzi non Vedenti di Genova, e oggi suo figlio Nicolò è molto impegnato nella promozione di iniziative della Unione Italiana Ciechi. Entrambi sono dotati anche di un grande talento musicale, oltre che di grande entusiasmo. Portano in giro messaggi importanti e lo fanno con grande gusto e coerenza artistica. Per me è sempre una gioia condividere con loro percorsi musicali che spesso hanno portato alla pubblicazioni di ottimi album, impreziositi da ospiti illustri: è grazie a loro se ho potuto registrare due brani dirigendo una bellissima orchestra di 16 elementi classici, accompagnare sia in studio che dal vivo artisti come Aleandro Baldi, Enrique Balbontin, Mauro Culotta, arrangiare e suonare un brano con bellissimo cameo da parte di Franco Califano. E la lista degli ospiti illustri con i quali mi sono confrontato facendo musica con Fabrizio e Nicolò è lunga! Quindi se mettiamo bene sulla bilancia tutto quello che è successo da quando ho iniziato ad aderire con gioia ai progetti targati Pagliettini, direi che chi ci ha guadagnato sono io! In termini di amicizia, stima, soddisfazione, “curriculum” musicale. Con Fabrizio e Nicolò abbiamo potuto portare messaggi di solidarietà e fratellanza anche nel mondo dello sport, con l’album “Chiavari si illumina” che contiene anche l’inno ufficiale della Virtus Entella, scritto da noi. La squadra ora milita nel campionato di Serie B, dopo una serie di promozioni inanellate da quando è supportata dalla nostra canzone… eh eh, una bella coincidenza!

E arriviamo a La Coscienza di Zeno: come definiresti il progetto?

È difficilissimo definire questo gruppo. Esiste dal 2007, ma io ne faccio parte dal 2012. Penso che già il giorno dopo la sua fondazione fosse un gruppo in crisi: partecipai al primo album in veste di ospite, e notai difficoltà di gestione del progetto innanzitutto dal punto di vista umano. Quando sono entrato nella band, ho avvertito una situazione di profonda crisi, e penso che tuttora possiamo dire di essere in crisi! Il gruppo tiene, le soddisfazioni si fanno sempre più grandi e la musica che facciamo mi sembra davvero bella! So che non dovrei dirlo io, ma sono il primo ad essere stupitissimo del risultato: il mio lavoro con loro prosegue in un misto di conferme, realizzazione personale… ma soprattutto incredulità! Il bacino di consenso verso i nostri album è sempre più vasto, e allora ho provato a darmi una spiegazione di questo risultato: penso che la nostra musica trasmetta a parecchi ascoltatori (non a tutti, ci mancherebbe, è impossibile incontrare pareri unanimi e il favore di tutti!) una cosa che noi stessi non possiamo percepire: forse davvero qualcuno sente tutta la paura, la rabbia, l’inquietudine, la delusione e la frustrazione che accompagna la nascita dei nostri lavori. E allora forse la musica davvero è qualcosa di magico: davvero serve a trasmettere emozioni e stati d’animo.

Ho avuto modo di ascoltare l’anteprima del nuovo album nel concerto genovese di Dicembre, e ciò che ho percepito, come primo ascolto, è la creazione di trame affascinanti ma complicate: atto di coraggio? Divulgazione della qualità estrema? Semplice sintesi delle idee del gruppo?

La notte anche di giorno”, terzo album della band, è un lavoro complesso, ambizioso, che si porta dentro tutta la densità emotiva di cui ho parlato. C’è un po’ di paura in noi, per la delicatezza dei temi trattati: ho sempre avuto una grande ammirazione verso i testi di Stefano Agnini, ma penso che con questo album si sia superato. La cruda dolcezza con cui espone eventi anche tragici, mi riempie di brividi e lacrime anche al millesimo ascolto. La complessità del lavoro emerge anche dalla struttura musicale: si tratta di due storie reali, due esistenze femminili che sono giunte a realizzazione, ma in maniera diametralmente opposta. Quindi due lunghe suite: l’album è stato pensato a priori come adatto alla pubblicazione su vinile. “Giovane Figlia”, divisa in sei sotto-brani nel lato A e “Madre Antica”, divisa in quattro sotto-brani, sul lato B. L’album vede poi l’ingresso stabile nel gruppo del violinista Domenico Ingenito, oltre alla conferma delle due graditissime ospiti Joanne Roan al flauto e Melissa Del Lucchese al violoncello. Il risultato mi sembra una buona sintesi delle idee di tutti, che sono tante ed eterogenee, sicuramente non la definirei una “divulgazione della qualità estrema”: quella è una definizione che trovo più adatta a gruppi quali Syndone o Not a Good Sign, che consiglio vivamente perché davvero incredibili (soprattutto dal vivo!). Sicuramente per il gruppo è un lavoro più maturo dei precedenti: “confermarsi” è da sempre l’obiettivo minimo. E dove si può, spingersi oltre e alzare l’asticella è un’esigenza fondamentale per la sopravvivenza stessa di un progetto.

Appaiono di grande importanze le liriche curate da Stefano Agnini: come avviene la creazione di un vostro brano? Esiste uno standard che prevede, ad esempio, una trama musicale applicata ad una lirica?

I brani, da quando sono parte del gruppo, li ho visti nascere nelle maniere più disparate! Per esempio, per l’album “Sensitività”, ci eravamo prefissati l’obiettivo secondo cui ciascuno di noi doveva comporre almeno una canzone: per esempio “La città di Dite”, brano secondo me molto riuscito, è scritta al 90% dal nostro batterista Andrea Orlando. Il mio brano è “Chiusa 1915”, per il quale ho scritto anche il testo. Nella maggior parte dei casi è nata prima la musica, con addirittura anche una linea di voce ben definita: solo a quel punto è intervenuto Stefano aggiungendo le sue parole. Casi a parte sono “Sensitività”, la title track, e “Tensegrità”: quelle sono al 100% “made in Agnini”, per cui mi è difficile dire che tipo di approccio compositivo abbia adottato. Di sicuro so che Stefano è molto istintivo: se penso a lui impegnato a comporre, immagino una malcelata pulsione passionale dietro alla sua proverbiale pacatezza. La sua scrittura musicale spesso sviluppa e scompone trame complesse partendo da idee apparentemente semplicissime: anche se difficilmente lo si vede sul palco dietro alle tastiere, stiamo parlando di un elemento che in un gruppo fa la differenza!

Quanto ami l’evoluzione tecnologia applicata ai “tuoi strumenti”?

Suoniamo un genere che è nato quando ancora non esisteva il midi: gli strumenti erano analogici, elettromeccanici o acustici. Nei musicisti l’amore per un genere di musica spesso si traduce anche in amore per gli stessi strumenti che così fortemente l’hanno caratterizzata! Per questo dal vivo e in studio è importante per me usare, anche massicciamente, synth analogici, string machines e quanto riesco ad avere a disposizione di riconducibile all’epoca cui faccio riferimento. Di sicuro non possiamo ignorare che ogni decennio ha portato innovazioni importanti per noi musicisti. Il sopracitato midi è stata una vera rivoluzione all’inizio degli anni 80, e tuttora per me è una invenzione importantissima, molto presente nel mio lavoro di tutti i giorni: tutti gli arrangiamenti che scrivo, che siano per gruppo elettrico o che siano per orchestra classica, nascono prima in midi! E nascono a tavolino, con il mouse… non con uno strumento squisitamente musicale! Allo stesso modo oggi con poche tastiere (anche solo due) e una pesante programmazione di virtual instrument, si riesce ad emulare il set faraonico dei blasonati keyboard wizard degli anni 70/80. La mia strumentazione live è un compromesso fra i due approcci: utilizzo due elementi vintage, anche piuttosto pesantucci a dire il vero. Congiuntamente ad altri strumenti del passato emulati via software o via campionatore. Questo approccio è per me fondamentale, anche perché non portando in giro solo ed esclusivamente musica rock progressiva, ho necessità di essere competitivo anche su altre sonorità. Quindi, pur tenendo ben saldo l’amore per i gloriosi strumenti del passato, e riconoscendone una purezza di suono e una certa rischiosa randomicità non riproducibile dai cugini digitali, ben venga anche la tecnologia! Che si traduce innanzitutto in parecchi chili in meno da trasportare! Chiudo con una piccola esperienza personale: per anni ho usato suoni di synth emulati in maniera digitale, tramite Vintage Keys della E-MU, o una Korg Z1 o ancora una Yamaha CS1x. Da quando però utilizzo un synth analogico “vero” non sono più riuscito a tornare al cugino digitale: davvero è ben altra cosa.

Come disegneresti il futuro prossimo musicale di Luca Scherani?

Ci sono parecchie cose chiuse in pentola a bollire. A maggio entrerò in studio con un nuovo album di Hostsonaten, questa volta ci sarà una intera orchestra classica ad affiancare il gruppo. Sto poi lavorando a un album di estrazione più classica/contemporanea, in duo con la violinista Sylvia Trabucco… e poi c’è il mio terzo lavoro da solista! L’attività in studio con La Coscienza di Zeno sicuramente si fermerà per un po’ di tempo: ora è il momento di cercare concerti e promuovere il disco nuovo!
Sempre sul versante live, ci sono due progetti che fanno un po’ storcere il naso a molti appassionati, ma che una volta saliti sul palco mi divertono e mi emozionano tantissimo: si tratta di due tribute band, una dedicata a Peter Gabriel e l’altra dedicata al tour del 1984 dei Marillion, in entrambe è presente il cantante (e per me carissimo amico) Alessandro Corvaglia. Consiglio anche a chi storce il naso, ma apprezza i nostri lavori inediti, di venire a sentirci: le musiche sono sempre molto fedeli e curate, ma l’interpretazione di Alessandro, in entrambi i gruppi, è da 10 e lode! La commistione fra artisti di oggi e amori di ieri può risultare molto emozionante anche per chi è scettico e magari ci guarda in maniera un po’ prevenuta! 



Articolo già pubblicato sul sito Unprogged