venerdì 31 maggio 2013

Il ritratto di Ray Manzarek, di Gianni Sapia


Immagine di Glauco Cartocci, grazie a C.M.Schulz che sicuramente avrebbe approvato

Gianni Sapia ci aiuta a ricordare Ray Manzarek

Ray è morto, lunga vita a Ray! I sudditi del rock piangono la morte di un’altro leggendario cavaliere. Ray Manzarek è andato ad incontrare Jim per la seconda volta, dopo quella a Venice Beach, dove tutto ebbe inizio. Raccontare quello che è stato Ray Manzarek, i Doors, raccontare gli incredibili avvenimenti di quegli anni è un po’ come giocare a nascondino con la retorica, da cui è difficile sfuggire. Devo essere più furbo, devo distrarla. Mi nasconderò dietro i miei ricordi, per gettarle fumo negli occhi. Il mio primo disco dei Doors è stato Absolutely Live. Li avevo scoperti grazie a un mio cugino più grande di me, che, in una cassetta mista, tra Deep Purle, Eagles e Black Sabbath, aveva messo anche i Doors. La canzone ovviamente era Light My Fire ed era già Manzarek-mania, prima ancora di Morrison-mania. Perché se Jim era il personaggio, la follia del genio, il poeta, Ray era il musicista. Le universali note dell’inizio di Light My Fire mi avevano catturato e dovevo saperne di più. All’epoca pensavo che solo ascoltando un gruppo dal vivo avrei capito se mi piacevano davvero o se era solo un’infatuazione del momento. Poi ho scoperto che non è proprio così, che un conto e vedere un concerto e un altro e ascoltarlo e che solo mettendo insieme le due cose puoi sentirlo. Ma allora vivevo di convinzioni adolescenziali, madri di inevitabili delusioni e comprai il disco dal vivo. Che non fu affatto una delusione. Ce l’ho ancora, bello, nelle sue tonalità di viola e d’azzurro. È un doppio, di quelli che si aprono in due. Fronte e retro di copertina sono un’immagine unica. Si vede Jim in primo piano con i suoi pantaloni di pelle, dietro di lui un’ombra, è Robby. In mezzo, di spalle, John, e defilato sulla sinistra l’architetto del suono dei Doors, come lui stesso amava definirsi, Ray Manzarek, naturalmente durante un’esibizione assolutamente dal vivo. La puntina del mio giradischi imparò a memoria la strada tra i solchi di quei due elleppì. Da Who Do You Love a Soul Kitchen, passando per Close To You, cantata da Ray, non passava giorno in casa mia in cui non si sentisse l’inconfondibile suono del Vox Continental di Manzarek. Già, perché prima di imparare a conoscere e quindi innamorarmi dell’encefalica sensualità di Jim Morrison, mi innamorai della musica di Ray. Per la prima volta di un gruppo non adoravo il cantante o il chitarrista solista, amavo il tastierista. Quando poi scoprii che le parti di basso le faceva lui con un Rhodes Piano Bass poggiato sul top piatto dell’organo, allora l’amore diventò devozione e Ray Manzarek fu asceso al cielo, nel mio personale Olimpo degli dei della musica. La melodica ossessione di quel suono colmava tutti i miei sensi. Come una benefica droga scorreva attraverso i canali sanguigni del mio corpo raggiungendo muscoli, reni, polmoni, stomaco, fegato, cervello, cuore, lasciandomi ubriaco di bellezza. Un po’ come la Scimmia di Finardi, “un onda dolce di calore, quasi come nell’amore”. Le emozioni si rincorrevano come libellule, che volano sul filo dell’acqua di un fiume e tutto sembrava potesse accadere in quei momenti, in cui l’eccitazione aveva la meglio sulla ragione, il trascendentale sul reale, in cui il mondo dell’esperienza cessava di esistere per dar spazio al mondo della mia fantasia, per farmi volare tra gli universi esistenziali della mia mente. E tutto questo grazie al sapiente scorrere delle dita delle mani sui tasti bianchi e neri del suo organo, di quel ragazzo biondo, dalle spesse basette e dai grossi occhiali, che sembrava un essere mitologico quando sedeva dietro il suo strumento, metà uomo e metà tastiera. Penso a Riders On The Storm, a When The Music’s Over, The Crystal Ship, a Take It As It Comes, Love Street, a Queen Of The Highway e quant’altre ancora e penso a quanto fosse sconfinato il talento musicale di quell’uomo. E quanto capace dovesse essere nell’individuare il talento negli altri. Fu lui quel giorno, sulla spiaggia californiana, a riconoscere le smisurate doti di Jim Morrison mentre canticchiava imbarazzato Moonlight Drive e subito dopo dichiarava di non saperne un accidente di musica. Fu lui che di James Douglas Morrison fece Jim Morrison. O per lo meno fu lui che lo regalò al mondo. Non reclamò mai un posto in primo piano nella band, benché gli competesse, ma lasciò che fosse Jim a prendersi la scena. Non per umiltà, ma per semplice onestà intellettuale. Suonare con Jim Morrison era un privilegio. Attento, la retorica è sempre lì, ti vede. Certo. Dopo Absolutely Live dovevo avere gli altri dischi. C’era solo un piccolo problema, non avevo una lira! Allora iniziai a risparmiare sulla miscela, sulla merenda a scuola, sul flipper, ma dovevo comprare gli altri dischi dei Doors, dovevo sentire ancora il calore di quell’organo scorrere dentro di me. Arrivai a pensare di vendere i miei Roy Rogers, ma non ce ne fu bisogno, perché quella santa donna di mia nonna, buonanima, ogni tanto mi elargiva un paio di biglietti da diecimila, che più di una volta finivo per spendere in musica e quella volta li spesi per The Doors. Sulla copertina dominava il viso dionisiaco di Morrison, mentre gli altri tre restavano in secondo piano, ma sul retro, metà della faccia di Ray era proprio in primo piano! Contento come sa essere contento un bambino, misi il disco sul piatto del giradischi e con cautela appoggiai la puntina su di esso. L’eccitante gracchiare dei primi solchi vuoti fu improvvisamente interrotto dal ritmo di John, seguito subito dall’organo di Ray, la chitarra di Robby e poi Jim: “You know the day destroys the nigt/Night divides the day/Tried to run/Tried to hide/Break on through to the other side/ Break on through to the other side/ Break on through to the other side, yeah”. Queste sono state le mie prime percezioni dei Doors, forse il primo gruppo che ho amato tanto da comprarmi anche dei poster, che ovviamente sono ancora oggi appesi alle pareti di casa mia. Gruppo che amo perché prima il rock e il blues, poi il resto. Gruppo che amo perché Jim Morrison non puoi non amarlo. Gruppo che amo perché le canzoni le firmavano The Doors, non Morrison/Manzarek o Morrison/Krieger. Gruppo che amo perché si coprivano le spalle, come una famiglia. Gruppo che amo perché The End è un capolavoro! Gruppo che amo perché in una settimana hanno fatto il loro primo disco. Gruppo che amo perché dopo quarant’anni il suono dei Doors è ancora il suono dei Doors. Gruppo che amo perché John Densmore e Robby Krieger sono dei grandi musicisti. Perché Jim Morrison era un genio assoluto. Gruppo che amo perché Ray Manzarek era una brava persona. Ray è morto, lunga vita a Ray!

mercoledì 29 maggio 2013

Il VOX 40... FINALMENTE!


E dopo un lungo parto il VOX40 passa dallo stato progettuale alla piena realtà.
Protagonista assoluto Bernardo Lanzetti, nella sua città, Parma, il luogo più idoneo per celebrare quelli che lui ha voluto sottotitolare come “quarant’anni di voce impossibile”.
Sono molti i modi utilizzabili per il racconto di una vita, ma cosa avrebbe potuto fare di più un vocalist di lungo corso? Cosa c’è di meglio del ricordare una carriera celebrando  lo strumento “voce”- non solo tecnica e passione, ma anche un dono di Dio?
Avremmo tutti ringraziato, se Bernardo Lanzetti avesse organizzato un grande evento, con  ospiti importanti, italiani ed esteri, evento sicuramente a portata di mano, probabilmente più semplice del VOX40.
Ma altra cosa è segnare ogni passaggio significativo della colonna sonora di una vita attraverso una miscela di attori, conoscitori del genere ed esterni, laddove per “esterni” si intende professionisti della musica classica, che nello specifico hanno avuto il compito e il merito, probabilmente senza comprenderlo completamente, di fornire la chiave di lettura di un genere musicale che, difficile o no, piacevole o no, ha raggiunto la dimensione dell’immortalità. Per il giovane Maestro Mariano Speranza, dell’Orchestra Tango Spleen, non è stato un gioco da ragazzi adattare le musiche degli Acqua Fragile alla dimensione orchestrale, e questo dato fornisce la consistenza di una band vissuta in un periodo lontano, e durata troppo poco. Ma c’è ancora tempo per una corretta ricollocazione e visibilità.
Uno spettacolo diviso in più tronconi, come recitava la locandina: “… musiche di Acqua Fragile, Eclecticlanz, CCLR e PFM “.
Per realizzare l’intero percorso Bernardo ha chiamato a lui la già citata Orchestra Tango Spleen di Mariano Speranza, il Quartetto d’Archi Adrian Ensemble, Alex Giallombardo e Anna Barbazza, e occasionalmente i due ex, Piero Canavera e Franz Dondi - sezione A.F.; per la riproposizione delle musiche di “Eclecticlanz e CCLR” si è affidato a Pier Vigolini, Enzo Frassi e Gigi Cavalli Cocchi.
Per l’ultimo step, quello legato alla PFM, è intervenuta la Chocolate Kings Band, con l’ausilio di Franco Taulino.

Il Teatro al Parco si trova all’interno di una splendida oasi tranquilla, almeno all’apparenza, e l’atmosfera che si respira percorrendo il vialetto di accesso è quella dei grandi eventi. Profumo di musica, profumo antico.
L’atrio del teatro è stato curato nei particolari da Amneris Bonvicini, con tele originali realizzate da Bernardo, che lei ha reso tessuti e custodie per dischi.
Il tema centrale è l’acqua, elemento fondamentale nell’esistenza di Lanzetti.
Quando lo spettacolo ha inizio ci sono un’ottantina di persone che restano fuori dai giochi, impossibilitate nel partecipare al concerto per esaurimento biglietti, anime che, incontrando casualmente la pillola video a seguire, aumenteranno il rammarico per l’involontaria assenza.
Ma oltre 400 persone fortunate hanno potuto assistere ad uno spettacolo da brividi.
Circa tre ore di musica la cui definizione… mi sfugge. Magia è forse la parola giusta per evidenziare un feeling che ha lasciato di sasso i presenti, pronti a liberarsi in standing ovation alla fine dei brani.
Impossibile per me giudicare lo spettacolo nelle sue varie parti, essendo ben saldo il filo conduttore capace di saldare le varie tranche in un unico stato di grazia che non mi ha abbandonato per tutta la performance, in piena comunione con il resto della sala.
Quale l’idea vincente di Bernardo? Il superamento delle divisioni schematiche  a favore di un unico ideale di musica, in un disegno dove lui stesso si è “nascosto”, privilegiando l’esaltazione della voce.
Naturalmente Lanzetti è uomo da palco, campione di comunicatività, e l’interazione è arte tutta sua. E questo alla fine paga.
Non ho trovato sbavature nello spettacolo - con una sezione “classica” pronta a sposare il professionismo militante con trame più popolari, trasformandole con un gusto difficile da descrivere - con una parte più moderna legata agli ultimi trascorsi di Bernardo, ed una finale, quella "PFM", che ha permesso di far conoscere una giovane band di tutto rispetto.
Non è mancato il momento dei ricordi… parlati, e in parte “suonati”.
La sezione ritmica degli Acqua Fragile - Franz Dondi e Piero Canavera - si è resa attiva in un paio di brani, mentre Maurizio Mori e Gino Campanini hanno raggiunto i compagni per uno scambio di battute, che ha messo in mostra molta emozione da palco, e ha lasciato intravedere molta nostalgia.



Mi limito a questo piccolo commento, sperando che le immagini a seguire possano dare un’idea della qualità andata in scena il 28 maggio 2013, al Teatro al Parco di Parma.
La speranza è quella di rivedere il VOX40 in altre città, anche se esistono difficoltà organizzative oggettive, legate soprattutto al fattore orchestra, ma un progetto del genere non può rimanere isolato, cercando e trovando altri sbocchi, e perché no, territori stranieri!

martedì 28 maggio 2013

Resoconto ... molto parziale del FIM


Come ampiamente annunciato e pubblicizzato, il 25 ed il 26 maggio l’Ippodromo dei Fiori di Villanova d’Albenga, in provincia Savona,  si è trasformato in un incredibile ritrovo di situazioni musicali, il più grande evento mai realizzato in Liguria, un potenziale contenitore capace di radunare migliaia di appassionati e fans.
Ma a differenza dei grandi raduni del passato, il FIM (Fiera Internazionale delle Musica) non è stato pensato come evento monotematico, ma come riduzione a multi spazi, ognuno dei quali realizzati in funzione dei differenti gusti, età e know how specifico.
Difficile per me dare un giudizio sul risultato, e non mi riferisco naturalmente ai protagonisti sul palco, ma in questi casi alla parola “riuscita” occorre abbinarne un’altra, fondamentale, “numero dei presenti”. Mero fatto matematico per i più, ma occorre pensare agli sforzi fatti da chi ha lavorato mesi pensando al FIM, e sperare che l’auspicata quadratura del cerchio possa portare ad una ripetizione della manifestazione.
L’augurio è quello che Verdiano Vera, Linda Cavallero e tutti i collaboratori, possano essere stati ripagati per l’impegno ed il coraggio; sicuramente prematuro tirare le somme, ma il sorriso sempre presente sui loro volti nel corso della kermesse lascia presupporre uno stato di serenità che… tranquillizza.
Il mio piccolo racconto sarà assolutamente parziale, essendo io impegnato in due zone specifiche dell’ippodromo, quella dello stand di MusicArTeam e quella del palco del Riviera Prog.
La due giorni musicale ha avuto il naturale prologo del venerdì, giorno dedicato all’allestimento degli stand.
Si è respirato aria da grande evento, da momento storico, da fatto incancellabile.
I differenti palchi montati, funzionali al genere musicale previsto, si perdevano nei quasi 200 mila metri quadrati disponibili, mentre prendeva vita il corpo centrale espositivo.
Tutti con lo sguardo rivolto verso il cielo sereno, quasi a rimuovere la razionalità che spingeva a guardare il telefonino - dannata tecnologia! - che  ricordava a tutti che il giorno dopo sarebbe piovuto… nessuna via di scampo.
Inutile ribellarsi al meteo, e il sabato mattina l’acqua copiosa taglierà qualche esibizione, anche se a conti fatti il pubblico risponderà bene al disagio atmosferico.
E poi si sa, nessun avvenimento musicale all’aperto può considerarsi grande senza un bell’acquazzone!
La popolazione dell’Ippodromo dei Fiori la si può idealmente dividere in tre categorie, escludendo la parte organizzativa: gli artisti, coloro che desiderano vederli on stage, e tutti quelli che hanno un pezzo di vita da proporre, che sia una tastiera od un insieme di dischi; tutti all’interno di un contenitore musicale che calmiera i valori e fa nascere nuove e spontanee conoscenze.
Il pop accanto al rock, il prog e gli emergenti, il cantautorato e il classico, e chissà quante sfumature dimentico!
Proprio di fronte al settore occupato da MusicArTeam, ho visto lo stand più bello dal punto di vista estetico, quello che evidenziava Il Festival Di Musica  Da Camera di Cervo. La giovane donna che nell’occasione era presente mi confidava di sentirsi un po’ intrusa in quel contesto… grosso errore, e sono proprio queste le occasioni dove le etichette e i generi cadono, mentre resta in piedi la passione musicale.
E’ stata una grande occasione per socializzare, per incontrare radio, emittenti televisive, persone che si conoscevano da una vita, ma solo virtualmente. Impossibile utilizzare la parola “amici”, ma in questi casi si può anche osare, e pensare di esserlo davvero stati almeno per 48 ore.

Seconda giornata piena di sole, ma il freddo intenso (10 °C per la Liguria significano di solito “inverno”) ha continuato a dare fastidio.
Più della parole le immagini… questa l’atmosfera che si respirava la domenica:


La musica di cui potrei raccontare è quella del palco prog - direzione artistica di Massimo Gasperini della Black Widow -, ma non mi pare opportuno commentare il susseguirsi continuo dei musicisti… lo spirito nera era certo competitivo. Li elenco come da apparizione:
Flower Flesh, La Coscienza di Zeno, Goad, Biglietto per l’Inferno.Folk, Delirium, The Trip, Claudio Simonetti Project (1°giornata), Le Porte non Aperte, G.C.Neri Band, Il Cerchio d’Oro, Il Tempio delle Clessidre, Garybaldi e Latte e Miele (2° giornata).
Da evidenziare alcune esibizioni dimostrative di Gianluca Tagliavini nelle vesti di endorser Yamaha, momenti di sicuro gradimento per i tanti appassionati del genere prog.
Qualche curiosità, in ordine sparso.
In primis un incontro inaspettato, quello con Simon Luca, artista di spessore che ricordavo in prima pagina su Ciao 2001: portarlo sul palco per un racconto progettuale era il minimo che potessi fare.
Tanti gli ospiti, da Pino Sinnone  - che non si è esibito con i Trip ma con il Cerchio d’Oro, nel giorno dell’uscita del loro secondo album - a Giorgio “Fico” Piazza (che con Tagliavini ha portato un pezzo di PFM al FIM), sino ad arrivare ad Aldo De Scalzi, sul palco con i Latte e Miele.
Andando a ruota libera mi viene in mente la piccola sfortuna, strettamente connessa alla professionalità e alla capacità di reazione di Claudio Simonetti, per venti minuti impossibilitato nell’utilizzo del proprio strumento (guasto tecnico), mentre la temperatura calava, attorno alle ore 23.
E poi Joe Vescovi che ritorna a casa sua, accompagnato dal decano dei promoter/manager, quel Pino Tuccimei che tutti si augurano di vedere stabilmente al lavoro.
Dal palco abbiamo anche scoperto qualcosa in più sul nuovo libro di Maurizio Galia, la seconda edizione di “Prog40”,  sui progetti futuri di Paolo Siani e, si spera, della Nuova Idea, e su quelli di Stefano Lupo Galifi e quindi del ricomposto Museo Rosenbach.
E ancora… la performance dei Garybaldi dedicata a Bambi Fossati, e il ricordo di Don Andrea Gallo, che avrebbe dovuto donare un personale cameo nel nuovo album dei Latte e Miele.
Mi vengono spontanee ancora un paio di annotazioni, la prima riguardante la G.C.Neri Band, frustrata da un inconveniente tecnico (banale nella sua causa) che ne ha momentaneamente interrotto l’esibizione, rinfrancata parzialmente dal giudizio di uno che se ne intende, il già citato Fico Piazza che mi confidava: “… questa è la musica che vorrei suonare!”.
La seconda è un fatto meramente personale tra me e i Latte Miele, o per meglio  dire Alfio Vitanza.
Avevo 16, era il mio primo concerto. Rimasi colpito da un batterista, che mi appariva troppo giovane per essere su di un palco così importante, prima dei VDGG. Erano 41 anni che non lo vedevo suonare dal vivo, ed è stata una grande emozione!
Nessuna graduatoria di merito… ho apprezzato tutto quello che ho potuto ascoltare, interagendo con service e musicisti, in totale armonia.
Nell’occasione ho ritrovato altri frammenti di passato, in fondo bastava ruotare su se stessi per rendersi conto del verde, della musica proveniente da più parti, dei profumi tipici degli incontri all’aria aperta. E in quella zona “antica”, dedicata ad un rock un po’ speciale, c’era il tocco in più che forse non tutti hanno notato, e che ho in parte trascurato per mancanza di tempo; mi riferisco al pulmino rosso anni’70 di Yastaradio, adiacente alla zona mixer, dove era possibile registrare interviste e musiche, con disponibile un frigo carico di birre.
Ecco… Dalse è un giovane capace di incarnare quello spirito da festival musicale che è ancora tanto amato, e mi piace utilizzare il suo “van” come simbolo dello spazio Rock della Fiera Internazionale della Musica.
Due giorni di “fatiche serene”… felice di averle vissute.

lunedì 27 maggio 2013

Mathì-(in)quiescenza


Gianni Sapia ci racconta qualcosa su (in)quiescenza, dei Mathì
Napoli è una delle cose più belle che mi siano capitate nella vita. Ho vissuto quasi un anno a Napoli, avevo diciotto anni, e per me è stato un po’ come superare le colonne d’Ercole. Ragazzino della provincia ligure mi ritrovavo all’improvviso a vivere la dionisiaca realtà napoletana. Il puledro scaturito dalla mia fantasia poteva finalmente lasciar esplodere la potenza dei suoi muscoli e cavalcare al galoppo le immense praterie dell’irrazionale, che quella città mi offriva. Ho conosciuto odori e sensazioni che mai più ho provato negli anni. Napoli mi ubriacò coi suoi sapori forti, col suo epidermico fatalismo. Napoli mi stordì col suo gridare, perché a Napoli, se non gridi, dai l’idea che potresti essere malato. Ma nel contempo mi stupì, coi suoi silenzi, fatti di fumettistiche espressioni facciali e sguardi ammiccanti. Infine m’innamorò, con le sue contraddizioni. Miseria e nobiltà. In questo contesto contraddittorio si inseriscono a buon merito i Mathì, che della napoletanità rendono la parte più raffinata e delicata, diretta discendente di Partenope, la sirena più bella del golfo. Ve li presento: Francesco De Simone (voce e chitarre), Antonio Marano (piano elettrico, glockenspiel, synth), Gennaro Raggio (chitarra elettrica), Raffaele Manzi (basso) e Gennaro Coppola (batteria, percussioni). Contraddittorio dicevo. Sì, perché il loro album (in)quiescenza sembra più il frutto di un bosco fatato di qualche leggenda del nord che il piatto piccante di una cucina del sud. Ma anche questa è Napoli. L’atmosfera che si respira in tutto l’album è fatta di odori metafisici, gusto surreale, visioni immaginifiche. L’uomo dei Mathì torna a vivere quel sogno da cui l’imperante materialismo dell’attualità ci ha allontanato. La musica sapientemente minimalista accompagna e si fa accompagnare da una poetica barocca resa armoniosamente dall’amalgamante voce di De Simone. Più che poesia in musica è musica in poesia, è musicoesia.  L’accento è posto sulla dimenticata metafisica, che viene rinvigorita per essere contrapposta ad un mondo soggiogato da realtà e materialismo. Il titolo stesso dà quell’idea di ancestrale intimismo dell’essere umano fatto di inquietudine e attesa.


La poetica dei Mathì inizia a prendere forma già dal primo pezzo, La Mano di Dio Sulla Mia Schiena, dove l’intrinseco desiderio umano di conoscenza divina si palesa tra sogno e realtà, tra sensazioni tattili e percezioni oniriche. Una squisita dolcezza musicale che ci introduce ne L’Abisso e l’altrettanta dolcezza del canto, si intersecano con la preghiera dei versi, in cui si invoca una pioggia di “afflati in barlumi di luce”. Con Il Muro viene affrontato il tema della ricerca. Le parti cantate sono intramezzate da una batteria quasi rock, che aiuta a sottolineare quella frenetica voglia di scavare per scoprire cosa c’è aldilà del muro della realtà, fino ad arrivare alla fatalistica conclusione, “bene posso dire ora cosa vi trovai: un vuoto colmo di Nulla”. La quarta traccia, anzi, la quarta inquiescenza è la mia preferita. La Serpe è un pezzo che gode di una musicalità melodica e tribale nello stesso tempo, accompagnata da una voce che abbandona la consueta dolcezza per divenire acida e schizofrenica, lasciando intravedere una peculiarità che, parere personale, andrebbe sfruttata maggiormente. Nel testo l’uomo tenta di liberarsi dall’ansia malata che lo sta soffocando, rappresentata dal serpente “avvinghiato al collo molle”, ma, “abbandonate le fedeli catene, maciullerò la tua testa, dimenticando le mie pene”. La fine dell’album è vicina, sono rimasti due pezzi. Rileggo quanto scritto finora è mi accorgo di quante volte ho citato i versi delle canzoni e so perché. Perché sono canzoni fatte di poesia e la poesia non si spiega, si cita, perché la poesia regala emozioni e le emozioni non si spiegano, si vivono, ognuno a modo suo. E Segue La Notte non fa che confermare questa vena poetica, fatta di pennellate che sembrano essere indipendenti tra loro, ma che disegnano un quadro d’insieme che non lascia scampo e tocca le corde dell’anima e inizia il viaggio tra mille splendenti pianeti e “tra mille fuochi in emblemi incastonati, sono io la torcia più ardente, di ansietà infinita e niente più”. E siamo all’atto conclusivo, dove il surreale raggiunge la sua sublimazione scandito dal tintinnare del glockenspiel, fino all’ossessivo finale. A Ritmo Di Pioggia ci congeda da un album coraggioso, perché in un modo devoto al dio Apparire e servo dei sacerdoti del materialismo, fare della poesia e della metafisica il proprio marchio di fabbrica, beh, ci vuole coraggio e, cito ancora, “tripudio sarà, le tue mani a ritmo di pioggia”.

I Mathì sono:

Francesco De Simone: voce | cori | chitarra elettrica | chitarra acustica
Antonio Marano: piano elettrico | glockenspiel | synth
Gennaro Raggio: chitarra elettrica
Raffaele Manzi: basso
Gennaro Coppola: batteria | percussioni


venerdì 24 maggio 2013

Video intervista a Matthias Sheller




Un appassionato di musica sta ad un “magazzino” carico di vinili (e CD), come un bimbo sta ad un negozio di giocattoli.
Questa anomala proporzione mi serve per tentare di spiegare cosa ho provato alcuni giorni fa, trovandomi nei locali di BTF/AMS, label discografica e distributrice, il cui direttore artistico è Matthias Sheller.
L’occasione dell’incontro era l’ascolto dell’anteprima del prossimo album dei Pandora, altro momento magico.
Difficile di questi tempi riproporre l’antico rito del vinile, mancano i tempi e i ritmi giusti, anche se sono attimi di cui spesso si parla, auspicandone il ritorno, salvo poi arrendersi al cospetto della realtà, fatta di frustrazione da ascolto.
Eppure è accaduto, non con un vinile, ma con un CD, e se il fascino non è esattamente lo stesso del passato, la partecipazione ad una prova di ascolto collettiva di un prodotto ancora in fase di assemblaggio (non certo dal punto di vista musicale), e soprattutto, il silenzio religioso che ha tenuto bloccati i presenti per 60 minuti, è fatto che lascia il segno.
Uno stereo di qualità, qualche sedia, un fascicolo da consultare, una matita per gli appunti e… parte la musica, e da quel momento musicisti e addetti ai lavori smettono di fiatare e si concentrano su qualcosa che richiede attenzione.
Il primo impatto è sempre un’incognita, anche se l’80% di ciò che si riceve non cambierà più in fase di commento finale, ma è grande il rispetto che occorre avere per chi ha dedicato mesi di lavoro ad un progetto che è un condensato di vita, un mosaico che pezzo dopo pezzo ha preso corpo, con grandi sacrifici e immensa passione.
Accantono al momento il discorso “Pandora” dopo aver creato, spero, un minimo di curiosità, e della loro nuova musica parlerò a tempo debito.
L’opportunità descritta mi ha permesso la visita nel mio  secondo “paese dei balocchi” - il primo è quello che raccoglie valanghe di strumenti musicali - e sono stato investito dall’odore della musica, dalla carta da imballaggio, dalle cover degli album, da un ambiente che amo profondamente.
Ma al di là delle mie sensazioni e dei miei pruriti adolescenziali, esiste un aspetto più concreto e professionale che è fornito dalla parole di Matthias Sheller.
Appassionato di progressive, in origine avvocato, decide attorno ai 30 anni il grande passo, e armato di coraggio ed intraprendenza prova a ricercare quello che io chiamo “un modo sicuro per vivere sereni”, e cioè fare coincidere lavoro e passione. E si tuffa nella “sua” musica.
Ma in questo contenitore malato grave la vita si complica, qualunque sia lo spazio in cui ci si muove, e l’ambiente musicale non è immune dalle problematiche sociali e lavorative in genere.
In mezzo a tanto ben di Dio si trova, credo, l’ispirazione, e a Matthias ho chiesto il suo giudizio oggettivo sull’attuale situazione di un mondo che lui ben conosce.

Manager, lungimirante, schietto, con i piedi per terra, coraggioso e, come lui stesso dice, con qualche colpo di buona sorte iniziale, nonostante la riservatezza ha accettato di raccontare qualcosa davanti alla video camera.

giovedì 23 maggio 2013

I BIG ONE raccontati da Gian Paolo Ferrari (intervista a Leonardo De Muzio)


Tratto da MAT2020 di maggio, con annessa l’intervista a Leonardo De Muzio

Il mio servizio taxi da Verona al BLUE NOTE di Milano. 
Alle origini della musica dei PINK FLOYD con “dei clienti speciali", la  tribute b dei BIG ONE

Di Gian Paolo Ferrari

Lo spettacolo è appena terminato, mi trovo in un angolo del locale, solitario e felice ad assaporare fino all’ultimo respiro tutte le emozioni di questo bellissimo concerto al quale ho assistito. Dalla mia postazione vedo i ragazzi  sul palco che, terminata la loro esibizione, raccolgono orgogliosi i meritati applausi da parte del pubblico del Blue Note. In questo miscuglio di sensazioni all’improvviso vado a ritroso con la mente e come nelle sceneggiature di quei film che iniziano con le immagini dall’epilogo …  vi ricordate ad esempio in “THE WOMAN IN RED”? dove il povero Teddy Pierce, interpretato dal grande Gene Wilder, si ritrova in accappatoio sul cornicione  di un palazzo al ventesimo piano a chiedersi come avesse fatto a trovarsi in quella situazione assurda, e proprio da lì parte il racconto che  porterà a comprendere la giusta causa, ovvero la bellissima Kelly Lee Brook. Ecco! Anch’io vorrei fare la stessa cosa, certamente non di starmene su di un cornicione, sarebbe troppo “pericoloso” per i miei gusti, mi basta solo raccontarvi la storia che mi ha portato in questa nevosa domenica di febbraio, al Blue Note Di Milano, più avanti vi parlerò del concerto … abbiate solo un po’ di pazienza, buona lettura …

IO E I BIG ONE
Ero molto scettico nel  giugno 2005 quando, su invito di un mio carissimo amico, mi recai al Teatro Romano di Verona. Quella sera in cartellone c’era una tribute band Floydiana di nome BIG ONE
Mi accomodai nelle prime file, ero curioso ma nello stesso tempo molto distaccato, per me i Pink Floyd sono  sempre stati “intoccabili”, per questo motivo pensavo di assistere ad una carrellata di cover da parte di qualche simpatico e volenteroso musicista,  ed invece … niente di tutto questo, le luci si spengono e parte il famoso intro di tastiere di Shine on you crazy diamond, entra in scena Leonardo De Muzio con la sua chitarra, rimango incollato alla poltrona, mi chiedo: “ Non è possibile! Questa è una base registrata! Sta suonando come Gilmour …  lo stesso tocco, la stessa tecnica … incredibile!”… Questa fu l’emozione che mi accompagnò per tutta la durata del concerto,  il mio scetticismo scomparve, la mia mente mise in atto un reset totale, mi lasciai avvolgere da questa intrigante, per me nuova, alchimia musicale, anche perché la scaletta proposta era molto ricca, dopo Shine, Learning To Fly, Sorrow, Hey You, Another Brick In The Wall, e l’intera esecuzione del famoso album The Dark Side Of The Moon, per poi chiudere con Wish you Were Here, Confortably Numb e Run Like Hell.  Su Confortably Numb mi resi conto di avere davanti a me il clone naturale di David Gilmour, mai prima d’ora avevo sentito niente di simile, per non parlare dell’esecuzione di The Great Gig In The Sky, dove la stupenda voce di Rossana D’Auria non faceva certo rimpiangere la famosa Clare Torry.
 Tornai a casa soddisfatto, e cominciai a ricredermi sul ruolo e sul valore delle tribute band, un dolce pensiero cominciò a passare nella mia mente: “… se ho tanto amato i Floyd quando ero adolescente perché non potevo fare lo stesso con i loro nipoti? E poi abitano nella mia stessa città… quindi…”
Ecco in breve il mio primo incontro con questo gruppo, per essere sinceri devo dirvi che dopo il Teatro Romano seguirono altri concerti, vissuti sempre con le stesse emozioni e con la consapevolezza di avere di fronte una fra le migliori  tribute band Floydiane in circolazione.
Nel 2012 ho avuto la possibilità e il piacere di conoscere i membri della band, partecipando a tutte le date del  Summer Tour 2012, Tour che partito  in aprile dal famoso Blue Note di Milano, si è concluso in ottobre al teatro Obihall di Firenze, dopo avere visitato con quattro date prestigiose Belgio e Olanda. Qui all’estero c’è stata la consacrazione e il definitivo riconoscimento di oltre vent’anni di esibizioni dal vivo. Entusiasmo del pubblico incredibile che in certi momenti ha sfiorato l’apoteosi. Un’ultima curiosità, qualche anno fa mentre si trovava di passaggio a Verona, dopo l’uscita del suo libro autobiografico “ INSIDE OUT”, Nick Mason ha conosciuto personalmente i Big One usando nei loro confronti parole di stima e di apprezzamento(vedi foto) .

LA STORIA
Il gruppo nasce nel 1990 da un idea del chitarrista Elio Verga. All’inizio la band ha un repertorio variegato, esegue numerose cover senza avere ancora una precisa identità, nel repertorio proposto ci sono alcune canzoni dei Pink Floyd. La svolta avviene con l’arrivo nella band del bravissimo chitarrista Leonardo De Muzio, da qui ha inizio un percorso di ricerca nella vasta produzione Floydiana. I Big One attualmente spaziano nei loro spettacoli dal periodo psichedelico dei primi anni ’70, fino agli album più recenti. I Big One hanno pubblicato tre importanti dvd che riguardano i loro spettacoli:
Live al Teatro Romano   2005
Live at Valle dei Templi  2006
The Wall anniversary      2009
Per ulteriori informazioni potete visitare il sito   www.bigoneproject.it
Oppure su Facebook  Big One- The European Pink Floyd

BIG ONE formazione attuale: Leonardo De Muzio (chitarre-voce), Elio Verga (chitarre), Paolo Iemmi (basso-voce)Alex Iannantuoni (batteria-percussioni), Claudio Pigarelli (tastiere-piano) Stefano Righetti (tastiere-synth-voce) Debora Farina e Rossana D’Auria (cori), Marco Scotti (sax).                                  

OTTOBRE 2012, attraversando gli Appennini nel viaggio di ritorno dopo il concerto di Firenze, con Alessandro Iannantuoni ed una spruzzatina di neve ….
(Alessandro oltre  ad essere il batterista del gruppo, è anche un grande studioso e conoscitore del mondo Pink Floyd, molto conosciuto nell’ambiente per essere uno dei più grandi collezionisti di bootleg, praticamente un archivio umano di informazioni, se vuoi sapere come avevano suonato i Pink Floyd in quel concerto , in quella data … chiedi a Alex, lui sa tutto …)
Mi trovo alla guida del furgone con gli strumenti, al mio fianco Alessandro Iannantuoni, batterista del gruppo preoccupato per le condizioni meteo che stanno improvvisamente peggiorando, comincia a nevicare! Cerco di tranquillizzare Alex con qualche battuta ,risalendo alle mie origini “montanare” ( sono nato in provincia di Sondrio) con calma cerco di fargli capire che qualche fiocco di neve non poteva certo crearmi problemi. In questi casi una buona chiacchierata è sempre la formula migliore per distogliere la mente da chissà quali catastrofi imminenti … quindi dopo svariati argomenti, cerco di toccare un tasto magico che con Alex  funziona sempre, provate a indovinare …
“Adesso che il tour è terminato cosa bolle in pentola Alessandro?  Se non sbaglio nel 2013 si celebra il quarantennale di The Dark Side Of The Moon…
“ Hai ragione, è ovvio che per l’anno prossimo, The Dark sarà il tema principale nei nostri concerti, ma c’è dell’altro, adesso ci prenderemo qualche giorno di riposo, questo ultimo periodo è stato molto impegnativo, ultimamente abbiamo girato parecchio, Olanda, Belgio e questa sera Firenze. Abbiamo un progetto ambizioso in cantiere, stiamo pensando di portare sul palco Atom Hearth Mother, è da molto tempo che né parliamo e tutti nel gruppo sono favorevoli, anche perché tu che ci conosci bene sai che il nostro dna è legato ai Pink Floyd di quegli anni, quindi qualche giorno di relax e poi … in sala prove.
Scusa Alex, ma in Atom Heart Mother c’è tanto di orchestra con i cori, non mi vorrai dire che farete altrettanto!
 Oh Giampy! Guarda che i P.F. nei primi anni ’70 mica erano già diventati famosi e miliardari! In quel periodo mica potevano  permettersi un’orchestra ad ogni concerto, se non ricordo male credo che Atom venne rappresentata con cori e orchestra probabilmente una ventina di volte, 17 date in Europa e 3 in USA. Ad ogni modo noi la rifaremo originale come la suonavano loro, senza questo supporto, abbiamo molto materiale a disposizione, per noi questa è la vera fonte storica che vogliamo rispettare, la nostra Bibbia! Comunque non ti preoccupare, ti chiamerò in sala prove quando sarà il momento, così potrai  sentire in anteprima questo nuovo progetto e dire la tua … sapientone …
Con questi pensieri e queste chiacchiere interessanti arrivammo sani e salvi a Bologna, il peggio era passato, ora il ritorno a Verona diventava meno problematico e stressante. Ovvio che nei mesi a venire  cogliendo l’invito di Alex, mi recai qualche volta in sala prove. Ebbi nell’immediato la consapevolezza che i ragazzi stavano preparando qualcosa di veramente speciale, adesso bisognava attendere la data del debutto ufficiale che sarebbe avvenuto in un altro posto molto  ma molto speciale … quindi appuntamento a domenica 24 febbraio al BLUE NOTE di Milano …

La musica dei PINK FLOYD batte il derby Inter-Milan con un secco 2 a 0, marcatori:
nel primo tempo” The Dark Side of The Moon”, nel secondo  “Atom Heart Mother”
La formazione scesa in campo è la seguente: Leo De Muzio(chitarre-voce), Paolo Iemmi(basso-voce), Alex Iannantuoni (batteria), Stefano Righetti (tastiere-synth-voce) ,Gabriele Marangoni (tastiere-piano), Marco Scotti (sax), Debora Farina e Rossana D’Auria (cori). (Elio Verga e Claudio Pigarelli assenti giustificati)

Confesso che avevo qualche timore sull’esito in termini di presenze per questo concerto, troppe le coincidenze avverse: il derby di Milano, le elezioni politiche e per finire le condizioni meteo non certo delle migliori, un mix di dettagli che potevano far pensare ad una classica serata in pantofole della serie … mi guardo la partita in tv (70/80000 erano già allo stadio) un occhiatina ai primi commenti politici ed alla finestra per vedere chi poteva essere quel disgraziato che con questo tempaccio aveva avuto la brillante idea di uscire, e invece non avevo considerato che ... Il Blue Note ha un fascino  unico e particolare, il pubblico del Blue Note come già detto è speciale, The Dark Side Of The Moon  è un evento al quale non si può rinunciare, quindi  già dalle 20 il locale era quasi tutto esaurito in ogni ordine di posti, cosicchè tutti i miei pensieri negativi si sciolsero come neve al sole (volendo restare in tema). Alle 21 puntuali, i Big One salgono Sul Palco, Paolo Iemmi frontman del gruppo presenta lo spettacolo con queste semplici parole: “Questa sera celebriamo i 40 anni di un grande capolavoro, The Dark Side Of The Moon quindi nella prima parte suoneremo per intero  tutti i brani dell’album, nella seconda parte  che abbiamo chiamato “The Early Years”, ci saranno delle sorprese che noi tutti speriamo vi siano gradite, andremo un po’ indietro nel tempo … buon ascolto”
Il pubblico applaude, e poi … si chiudono gli occhi … si prende in mano  il prezioso vinile custodito con cura, lo si mette sul piatto e  … parte la magia ... Speak To Me, Breathe, On The Run, Time, Breathe reprise, The Great Gig In The Sky, Money, Us and Them, Any Colour You Like , Brain Damage, Eclipse Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro, la sensazione è quella che vi ho descritto, il nostro vinile ha incantato anche questa volta,  i ragazzi eseguono questi famosi brani con una sicurezza quasi disarmante, questa suite affascinante di The Dark è da anni il manifesto musicale D.O.C. di questa tribute band. Il diamante della serata come sempre resta l’esibizione solista di Rossana D’Auria in The Great Gig In The Sky che fa alzare in piedi il pubblico  facendolo  esplodere in un fragoroso applauso. (continuo a ripeterlo convinto, nulla da invidiare a Clare Torry, Rossana è su questi livelli) Ottimi gli interventi al sax di Marco Scotti nei brani Money e Us And Them, in chiusura prende la scena Leonardo De Muzio con la sua chitarra , in scaletta Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here e l’immancabile assolo Gilmouriano di Confortably Numb.
Si arriva così dopo una breve pausa alla seconda parte dello spettacolo, la più attesa e affascinante, viste le premesse, infatti arriva “spaziale” con le sue voci distorte, segnali morse,  l’inconfondibile Astronomy Domine, pezzo trascinante che ci fa respirare in pieno le atmosfere care ad un nostro vecchio caro amico: Syd Barrett. Da Syd passiamo ad uno dei primi pezzi scritti da David Gilmour: Fat Old Sun, e qui ancora una volta  nel lunghissimo assolo finale Leonardo (o come viene chiamato affettuosamente dagli amici Leo Gilmour) sbalordisce i presenti con la sua indiscussa abilità. L’atmosfera del Blue Note si scalda, il pubblico si sente pienamente coinvolto dall’atmosfera particolare che si sta respirando, sembra quasi abbia sentore che sta per succedere qualcosa di importante. Paolo Iemmi con il suo immancabile sorriso, presenta così il brano a venire: “Credo che il prossimo pezzo non abbia bisogno di presentazioni, noi cercheremo di fare del nostro meglio, buon ascolto a tutti voi e buona fortuna per noi !” Ci siamo! Tante ore di studio in sala prove stanno per essere riversate su questo palco,  inizia Atom Heart Mother!  Siamo giunti alle origini dei Pink Floyd! Parte subito un’ ovazione che si spegne nell’immediato per lasciare spazio alla musica, sembra quasi che si voglia portare rispetto a questo evento, io mi sento emozionato, per ovvie ragioni anagrafiche non ho mai potuto vedere un concerto dei Pink Floyd inizio anni ’70, mi sono sempre  dovuto documentare con articoli dell’epoca o con la lettura di qualche libro autobiografico, e da qui lasciarmi trasportare dalla fantasia e dall’immaginazione. Finalmente era arrivato il momento! La famosa mucca frisona Lulubelle III stava per conquistare il Blue Note! Dal punto di vista musicale la suite di Atom Hearth Mother è molto complessa, è un brano strumentale strutturato in sei movimenti, ognuno conformato su un tema diverso che rimanda sempre a quello principale. I Big One dall’iniziale Father’s Shout e a seguire da Breast Milk danno subito la netta impressione di avere scelto la tattica giusta, traspare netta la pura essenza dell’anima Floydiana nella loro interpretazione, sono ormai padroni della scena, e questo si nota  dai loro sguardi complici di intesa . Nella parte più complessa Mother Fore , Leonardo De Muzio e Paolo Iemmi ci fanno capire come Gilmour e Wright mediante voci piene di effetti, si sostituivano ai cori e relativa orchestra, il pubblico presente accenna ancora a qualche timido applauso, ma sembra quasi che non  voglia esporsi troppo per non spezzare questo incantesimo. Dai sorrisi e dagli sguardi d’intesa che i ragazzi si scambiano sul palco capisco che tutto sta procedendo per il giusto verso, infatti Funky Dug, Mind Your Throats Please e Remergence  chiudono la suite in maniera entusiasmante, lasciando finalmente a tutti i presenti (che  nel frattempo si sono alzati in piedi) la possibilità di lasciarsi andare in un caloroso applauso liberatorio.
 Anche i membri del gruppo sul palco, coinvolti da questi spontanei e sinceri attestati di stima, si congratulano reciprocamente con una stretta di mano. Ma il nostro viaggio non è ancora terminato, dopo la consueta presentazione arrivano come in un arcobaleno Floydiano:  Embryo,  Cymbaline e per finire … Echoes ! Credo che non serva aggiungere altro, non vorrei cadere nella solita banale retorica, lo spettacolo offerto da questa tribute band ancora una volta è stato all’altezza della sua  riconosciuta fama e bravura. Io, come vi ho anticipato all’inizio dell’articolo, ho preferito restarmene nel mio angolo solitario, lasciandomi avvolgere da tutto questo caldo entusiasmo che mi ha fatto riflettere e ricordare un pensiero scritto da Cesare Rizzi nell’introduzione del suo libro. Penso che questo possa concludere nei migliori dei modi questa recensione, rendendo più  chiara l’essenza di questa serata indimenticabile “ Dei Pink Floyd si è detto tutto, e si continua a farlo. Una cosa però non è mai stata sottolineata a dovere: l’universalità della loro musica, la mancanza di confini del loro messaggio, il fatto che dovunque al mondo, senza restrizioni generazionali, né di cultura o linguaggio, i Pink Floyd hanno lasciato qualcosa. Un messaggio in un esperanto finalmente comprensibile a tutti. Una musica che negli anni è stata usata dappertutto e per tutto, per feste psichedeliche, grandi raduni rock, film, documentari, sottofondi ambientali, momenti romantici … Uno strano alone di suggestione fa sì che ogni qualvolta suonino i Floyd il pensiero vaghi irrimediabilmente tra le stelle, il mondo sia un po’ più a portata di mano, la vita diventi meno frenetica, i sogni rimangano reali un po’ più a lungo …”



L’intervista a Leonardo De Muzio … il nipote acquisito di David Gilmour.

Bob Ezrin, produttore di “The Wall” ha detto: “ possiamo dare a Dave un ukulele e lo farà suonare come uno Stradivari”: stiamo parlando di David Gilmour il chitarrista dei Pink Floyd, un vero architetto del suono che con la sua Stratocaster “total Black” ha entusiasmato e ispirato generazioni di chitarristi. Nei Big One Leonardo De Muzio, con la sua indiscutibile bravura, viene definito il Gilmour italiano per eccellenza; dopo il concerto del Blue Note sono riuscito a scambiare qualche parola con lui.. ecco qui la nostra conversazione …

Caro Leo, mi sembra che anche questa sera nonostante le avversità ci sia stato l’ennesimo successo, direi che siete stati perfetti!
Beh!Non esageriamo, diciamo che abbiamo cercato di fare del nostro meglio, mi rendo conto però che questo concerto, specialmente nella seconda parte, ha regalato al pubblico, ma anche a noi che eravamo sul palco, delle forti emozioni.

Era un debutto importante, con una scaletta di brani molto ambiziosa e affascinante, credo che nessun’altra tribute band abbia proposto niente di simile, come mai questa scelta?
Il nostro repertorio abbraccia tutta la produzione discografica dei Pink Floyd, il nostro DNA però si rispecchia maggiormente con l’immagine dei primi anni 70, siamo legati ai Pink più psichedelici e sperimentali per intenderci, ecco spiegato il motivo della scelta. Per quanto riguarda la scaletta, ti confesso che era da molto tempo che pensavamo di suonare Atom Hearth Mother con altre canzoni di quel periodo, lo stesso pubblico che viene ad assistere ai nostri concerti ce lo aveva richiesto molte volte, c’è voluto un po’ di tempo ma alla fine ci siamo riusciti. Il debutto era importante, e non potevamo scegliere una location migliore per rendere onore a questa musica. Il Blue Note è qualcosa di veramente unico e inimitabile, mi sembra inutile ricordare quali grandi nomi del jazz abbiano calcato il palco di questo locale; le persone che vengono al Blue Note sono speciali perché chi entra vuole solo ascoltare musica dal vivo, vuole il contatto musicale con l’artista. Qui gli effetti speciali contano poco, qui dentro non devi incantare, ma emozionare, che è diverso. Se tu ti presenti con la musica dei Pink Floyd devi sapere portare rispetto nei confronti di quello che stai suonando, il pubblico che è davanti a te conosce ogni sfumatura delle canzoni, quindi da te vuole solo rivivere le stesse emozioni, essere avvolto dalle stesse atmosfere. Questa sera abbiamo cercato di trasmettere tutto questo e mi sembra che ci siamo riusciti abbastanza bene, tu cosa ne pensi?

 Se devo essere sincero c’è stato un attimo in cui mi sono guardato attorno e mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, hai presente l’Ufo Club, il famoso locale underground londinese dove i  Pink iniziarono ad esibirsi? Si insomma … restando in tema musicale ti posso dire  …”Chiamale se vuoi … EMOZIONI”; a parte le battute, vorrei chiederti… quando hai iniziato a suonare la chitarra e soprattutto quando è nata la tua passione artistica-musicale nei confronti dei Pink Floyd?
Ti premetto che io sono un autodidatta della chitarra, dall’inizio della mia passione ormai sono passati più di cinque lustri … sembra ieri. Ricordo che ad un certo punto del mio percorso musicale mi sono trovato a dover scegliere tra Dire Straits e Pink Floyd. Beh, La mia scelta è caduta sui  Floyd perché rispecchiavano in maniera incisiva  la mia anima, il mio modo di essere.

Se non erro possiedi una strumentazione quasi identica a quella di Gilmour, quali sono le chitarre che usi nei tuoi concerti?
Magari poter avere tutta la sua strumentazione! Direi che con la mia riesco ad avvicinarmi molto a quel sound inconfondibile, ma replicare la strumentazione di un musicista che suona da più di 40anni credo sia  pressoché impossibile. Di solito cambio le chitarre in base al brano che devo eseguire, per cui si susseguono varie STRATOCASTER, TELECASTER,  LES PAUL, LAP STEEL e acustiche. Tutto al servizio dei brani da suonare.

Per la tua indiscussa bravura e per la tua voce molto simile a quella di David, molte persone ti chiamano “LEO GILMOUR”, ti lusinga questo paragone con il famoso chitarrista dei Pink Floyd oppure ti infastidisce, conoscendo il tuo carattere molto riservato.
Certo, mi lusinga moltissimo, essere associato ad una persona di quel calibro credo farebbe piacere a chiunque, anche se un po’ il paragone mi imbarazza …

Pink Floyd. Solo a pronunciarne il nome vengono i brividi, alla fine di ogni concerto riservi sempre delle parole di ringraziamento nei loro confronti per avere scritto della musica che resterà immortale. Avverti sul palco questa grande responsabilità nell’eseguire le loro canzoni.
Ho  molto rispetto verso le cose che faccio. La musica dei P.F. è senza tempo, mentre suono avverto una forte responsabilità nell’eseguire i brani che loro  hanno scritto, e vedere a fine concerto la gente estasiata mi fa percepire che il compito è riuscito … diciamo che mi sento come se avessi contribuito anch’io a scrivere quella musica.

Simon Reynolds, uno dei più autorevoli critici musicali contemporanei ha scritto nel suo ultimo libro –RETROMANIA- : “L’era pop in cui viviamo è impazzita, gruppi che si riformano, reunion tour, album tributo e cofanetti ecc …” . E se il pericolo più serio per il futuro della nostra cultura musicale fosse … il passato? Un tempo il pop ribolliva di energia vitale, perché non sappiamo più essere originali? Cosa succederà quando esauriremo il passato a cui attingere? Riusciremo a emanciparci e a produrre qualcosa di nuovo?” Ti chiedo Leo: le tribute band sono una componente di questo fenomeno, molto spesso si sentono giudizi negativi in merito a queste, o meglio qualcuno le definisce un “ mercimonio “ sulla musica di altri. Tu cosa ne pensi?
A dire il vero io la vedo un po’ diversamente: portare in giro una musica come quella dei Floyd, è come farlo con la musica classica, e mi spiego meglio: Paganini, Mozart, Vivaldi, Verdi, Toscanini ... non esistono più ormai, nonostante ciò la loro musica continua a vivere grazie ai musicisti contemporanei che la propongono  e la fanno conoscere in tutto il mondo. Anziché definirlo mercimonio parlerei piuttosto di opportunità, soprattutto per i più giovani di poter conoscere ed apprezzare certa musica, grazie a chi intende prendersi l’onere di farlo, aggiungo che qui a Verona ogni anno si svolge il festival della musica lirica, e proprio quest’anno si celebra il centenario di questa importante manifestazione, poter assistere a spettacoli quali: Aida, Nabucco, La Traviata, Il Trovatore, Rigoletto del grande Giuseppe Verdi non sia altro che offrire a milioni di appassionati la possibilità di rivivere emozioni uniche e irripetibili in una cornice fantastica quale l’Arena. Credo che tutto questo non si possa definire mercimonio. La musica dei Pink Floyd, con tutto il rispetto, si può considerare immortale e noi con la nostra passione e sacrificio, cerchiamo di offrirla a tutte quelle persone che con affetto ci seguono nei nostri concerti. E’ capitato ancora alla fine di uno spettacolo di essere avvicinati da qualche adolescente che ti dice “ascolto i Pink Floyd perché il mio papà a casa ha tutti i loro dischi, non ho mai potuto vederli dal vivo se non in qualche filmato. Per questo sono venuto a vedervi questa sera con i miei amici, vi ringrazio per le grandi emozioni che mi avete regalato, adesso ho le idee molto più chiare e capisco perché mio padre li ami così tanto!” secondo te questo si può definire mercimonio?

Ok, sei stato chiarissimo. Dopo l’ultimo tour che ha toccato le più importanti città italiane, tour che ha fatto tappa anche in Belgio e Olanda, riscuotendo un successo strepitoso, mi sai elencare quali differenze hai potuto cogliere fra queste due realtà e qual è  in particolare un ricordo che ti è rimasto nel cuore?
Suonare per me è sempre stata un’opportunità meravigliosa a prescindere dal luogo. Certo, suonare all’estero è stata un esperienza nuova. Rendersi conto di come la musica unisce i popoli, a prescindere dalla razza, una lingua diversa …  sicuramente è un esperienza che spero si possa  ripetere. Fra i tanti ricordi uno dei più belli senza ombra di dubbio è stato condividere con il gruppo queste emozioni.

Secondo il tuo parere qual è il segreto del vostro successo e in quale aspetto i Big One devono ancora migliorare?
Non c’è un segreto in particolare, credo che il pubblico che ci segue abbia capito quale sia tutto l’amore e la passione che noi riversiamo in quello che stiamo facendo, avendo molto rispetto delle intenzioni di chi ha composto la musica che stiamo suonando, poi per quanto riguarda il migliorare penso che si cerchi sempre, come nel nostro vivere quotidiano,  di farlo. Comunque credo che i Big One nel corso di questi ultimi anni,( e lo dico con molta umiltà )siano cresciuti molto a livello professionale, e di questo sono molto orgoglioso.

C’è una canzone alla quale sei più legato e  che in assoluto ami suonare maggiormente?
A dire il vero non esiste” una canzone “o “la canzone “che amo suonare maggiormente, a seconda del periodo ne preferisco una o un’altra, dipende sempre molto dal mio stato d’animo, dal momento che sto vivendo, la verità è che è molto difficile per me stilare un ordine di preferenze sulle canzoni dei P.Floyd … mi piacciono tutte!

Credo non sia facile svolgere un’ attività professionale per tutta la settimana per poi calarsi nei panni di un musicista acclamato o viceversa. Come fai a gestire tutto questo?
Non so … mi piace pensare di avere due personalità: una lavorativa/quotidiana ed una artistica/musicale. Mi definisco un musicista che svolge un lavoro ordinario per poter vivere … ( sorriso…).

Progetti futuri per te e i Big One … hai qualche desiderio nascosto?
 Progetti futuri? Suonare, suonare, suonare. Ormai è diventata una necessità, passano gli anni ma non posso farne a meno, desidero solo suonare. Mi auguro di tornare all’estero perché ho avvertito nella gente la voglia di ascoltare la musica dei Pink Floyd, soprattutto la produzione meno recente, che è quella che noi preferiamo, quindi se devo esprimere un desiderio mi piacerebbe ritornare in Belgio e Olanda, nei loro locali che assomigliano molto come caratteristica al famoso Ufo Club che avevi menzionato prima.

Ok Leo, ti ringrazio nuovamente, ci vediamo al prossimo concerto.
Ciao Giampy, sono io che ti devo ringraziare per tutto quello che fai, con passione e tanta professionalità, vorrei cogliere questa occasione per mandare un saluto a tutti i lettori di Mat2020 e soprattutto a tutte le tribute band che come noi, con enormi sacrifici girano l’Italia nel segno della musica. A proposito, dobbiamo caricare gli strumenti sul furgone se vogliamo ritornare a casa, cosa ne pensi? Andiamo?

P.S. per la cronaca nel viaggio di ritorno prima di Bergamo ci siamo imbattuti in una bufera di neve che ha rallentato, non di poco, il nostro rientro a Verona avvenuto verso le ore 4. Quasi tutti alle 8,30 dovevano presentarsi sul posto di lavoro , è stata dura ma anche  per questa volta ce l’abbiamo fatta, per una serata così ne valeva proprio la pena … frammenti di vita di una tribute band … alla prossima, il vostro inviato.

                                                                                                 Gian Paolo Ferrari – TAXI ROCK             

mercoledì 22 maggio 2013

Curved Air-“Live Atmosphere” (CD/DVD)


Articolo apparso su MAT2020 di gennaio.

MAT2020 incontra Sonja Kristina, in occasione dell’uscita del CD/DVD “Live Atmosphere”. I Curved Air sono più vivi che mai…

La leggendaria band Inglese “Curved Air” pubblica il CD/DVD “Live Atmosphere”.

Tornati insieme nel 2008 - dopo un periodo sabbatico di 18 anni - con diversi concerti e la presenza in numerosi festival (Gran Bretagna, Giappone, Italia, Malta, Germania, Portogallo, Olanda e Belgio), i Curved Air continuano a entusiasmare una massa sempre crescente di fan vecchi e nuovi. I loro mix sperimentali di temi classici, suoni elettronici, energia pop/rock e belle canzoni senza tempo, vengono eseguiti con calore e passione oltre che con una musicalità straordinaria.

Il 12 novembre 2012, con grande entusiasmo da parte dei loro fan in tutto il mondo, i Curved Air hanno presentato ufficialmente il nuovo CD / DVD dal titolo “Live Atmosphere”, canzoni di rivoluzione, pazzia, sconfitta, desiderio e fantasmi: una compilation unica di canzoni dei Curved Air interpretate  in modo vitale e “contemporaneo”.

Live Atmosphere” include nuove e rivisitate  versioni di molti brani classici del loro repertorio dei primi anni '70, tra cui le hit "It Happened Today" e "Backstreet Luv", così come alcuni brani preferiti dai fan come "Propositions", "Phantasmagoria" e "Stretch". Prodotto da Marvin Ayres, l’album mette in mostra sia i nuovi membri della band che gli “originali”, e viene fornito con un DVD bonus caratterizzato da un collage visivo d’atmosfera.

La band, che vede ancora Sonja Kristina come frontwoman, ha selezionato i brani dopo aver effettuato una registrazione multitraccia dell'intera prima tappa del “Live AtmosphereWorld Tour”




Lo scambio di batture con Sonja…

A.E. Quali sono le maggiori differenze tra la musica dei Curved Air realizzata 40 anni fa e quella attuale?

S.K. Florian Pilkington Miksa, il primo batterista dei Curved Air, suona meglio che mai. I nuovi musicisti, il chitarrista Kit Morgan, il bassista Chris Harris, il tastierista Robert Norton e il violinista Paul Sax, hanno molte influenze in più rispetto a quelle degli autori originali, e molti anni di esperienza supplementare come musicisti e performers. Robert e Paul, da giovani, sono stati entrambi ispirati in buona parte dai primi album dei Curved Air. Tutti sono in grado di apprezzare lo spirito e la libertà dentro la nostra musica e farla vivere attraverso lo sviluppo dei modelli originali. Attualmente stiamo creando nuove canzoni che daranno la misura delle possibilità e dell’elasticità di questi artisti, che si esprimeranno tra l’area progressiva e quella contemporanea.
A.E. Cosa significa per te stare su di un palco ed interagire con il pubblico?

S.K. Mi piace far sognare, vedere immagini, ascoltare le storie e sentire l'eccitazione. La gioia del pubblico e l’ apprezzamento per la nostra musica sono una cura per l’anima.
A.E. Che cosa hai fatto nei 18 anni in cui i Curved Air si sono… riposati?

S.K. Ho gioito nel condividere il successo internazionale di Stewart con i Police (Stewart Copeland, ex marito di Sonja) e nel fare la madre dei nostri figli. Mi sono stati offerti ruoli  teatrali in commedie e musical, e mi sono cimentata con la scrittura e la registrazione -  sviluppo di nuovo materiale con formazioni diverse: in primo luogo “Escape”, nel 1977, che mi ha condotto alla pubblicazione del mio primo album da solista, “Sonja Kristina”, nel 1980; poi “Tunis”, nel 1983, mi ha portato a girare il  Regno Unito con materiale vecchio e nuovo.
Darryl Way ed io (Curved Air 84), abbiamo pubblicato un singolo, “Renegade”, e William Orbit ha mixato e prodotto una versione di “Walk on By” che ho pubblicato nell’ '83. Durante i miei anni felici con la Acid Folk, tra l’89 e il 96, ho pubblicato  due album, "Songs from the Folk Acid e “Harmonics of Love". Dalla fine degli anni '90 ho studiato canto e “pulizia del suono”, insegnando poi a vocalist impegnati in fase “studio”, e ho lavorato per sei anni in una università, preparando alla performance gli studenti aspiranti artisti. Ho anche ottenuto un Master in “Performing Arts”.
Poi ho raccolto e registrato un po’ di canzoni jazz e alcune usate nei musical, approcciandole con il mio personale stile. Ho chiesto al compositore / produttore Marvin Ayres,  se volesse  aggiungere un po’ di “atmosfera”, con il suo stile che lo caratterizza, e abbiamo così collaborato a questo progetto, e poi lui ha prodotto materiale che abbiamo creato insieme come “MASK”, tra il 2000 e il 2008.  Abbiamo anche registrato due album, "Heavy Petal, the Tenebrous Odyssey and Jack and Virgina(2005), e “ Technopia” (2010).
I Curved Air continuano a beneficiare del talento di Marvin. Lui ha suonato e prodotto le belle e nuove rivisitazioni delle mie canzoni "Elfin Boy ” e “Melinda More or Less, che sono state incluse nella versione del 2008  di Curved Air “Reborn”, (prodotto da Darryl Way). Ha poi prodotto Live Atmosphere”, l’uscita del 2012 dei Curved Air, registrato durante il “Live Atmosphere Tour 2011 – 12”. La sua produzione cattura la brillantezza della nostra band in concerto e sono molto orgogliosa di questo album. Ha anche rimasterizzato la vecchia registrazione della BBC, “Airwaves”, pubblicata dalla Cleopatra Records negli Stati Uniti, nel 2012.

A.E. So di una tua partecipazione ad un album di Sophya Bacini, prodotto dalla BWR. Puoi dirmi qualcosa in proposito?

S.K. Sophia mi aveva scritto per proporre una sorta di collaborazione, dicendomi anche che le sarebbe piaciuto scrivere una canzone per me. Dopo circa diciotto mesi mi ha inviato il brano, un dialogo tra Eva e il Serpente che è risultato molto suggestivo. Ho registrato la voce nello studio di Marvin Ayres, a Londra,  e l’ho inviato a Sophya. Sophya è rimasta molto soddisfatta del mio lavoro, e questo mi ha resa felice.

A.E. Ultimamente ti sei esibita assieme a Jerry Cutillo. Che tipo di rapporto ti lega agli artisti italiani?

S.K. Nel 2002 sono stato invitata a registrare in Italia da Arturo Stalteri e Fabio Liberatori. Ho scritto i testi per due canzoni del loro album, “The Assimov Assemby”, ed è stato un privilegio “entrare” nella loro musica.
I Curved Air hanno instaurato un buon rapporto con l’Italia, sin dagli anni ’70.
La nostra ultima performance risale a “Stazione Birra”, a Roma nel 2008, e spero di partecipare a qualche a festival italiano nel corso del 2013.
Jerry ed io abbiamo avuto modo di conoscerci su facebook. Mi aveva chiesto un anno fa di registrare la sua canzone “Baba Gaia”… non è stato possibile, ma ho accettato il suo invito a partecipare al concerto all’ X Roads,  a Roma,  con gli OAK, il giorno di Halloween, nel 2012. E 'stato un incontro molto positivo. Jerry ha una grande energia che incontra perfettamente il rock progressivo. Speriamo di suonare ancora insieme in futuro. Nell’occasione ho avuto anche il grande piacere di incontrare la bella Sophya Baccini, che ci ha raggiunto sul palco per il bis.

A.E. Che cosa hai pianificato per il tuo futuro e per quello dei Curved AIR?

S.K. Un tour mondiale con i Curved Air, e la registrazione di un sacco di materiale nuovo.


Note sui Curved Air.

Considerati (secondo AllMusic) "uno dei maggiori risultati conseguiti fra tutte le band concentrate nell'esplosione prog-Britannica della fine anni '60", I Curved Air sono un gruppo progressive rock pionieristico, costituito da musicisti provenienti da esperienze artistiche miste.
Sono famosi per le loro indimenticabili performance dal vivo e per la loro musica “Art Rock”,  e anche per le impronte quasi classiche di Terry Riley agganciate al violino bellissimo e demoniaco, combinate con avventurosi sintetizzatori elettronici e intessute con brillanti trame di chitarra, ricamate in modo magico e ipnotizzante dalla presenza subliminale ed esotica di una cantante solista unica, Sonja Kristina.
Insieme con gli High Tide e gli East of Eden, i Curved Air sono stati uno dei gruppi rock dopo gli It's A Beautiful Day e gli United States of America, ad usare un violino elettrico esplorato in modo “alternativo” dall'eccellente Darryl Way e ora dal dinamico Paul Sax. L'originario tastierista/chitarrista Francis Monkman è stato il precursore del futuro genere  “elettronico” e dell'improvvisazione d'ambiente. Robert Norton ha ereditato questo modello sonoro e lui stesso intesse paesaggi sonori eterei ed ne espande i confini verso altri orizzonti, mentre Florian Pilkington Miksa, già allora come oggi alla batteria - con la maestria di Chris Harris al basso - fornisce l'impulso ritmico espressivo che è la firma dei Curved Air.
I Curved Air hanno pubblicato otto album in studio e, pur appartenendo agli innovatori del “progressive”, sono stati salutati come pop star quando il loro singolo, la sensuale "Back Street Luv", è entrato nella Top 5  nel 1971.
La line-up di “Live Atmosphere”, composta da Sonja Kristina, Florian Pilkington-Miksa, Kit Morgan, Chris Harris Robert Norton e Paul Sax , è insieme in tour dal 2009.

Sonja Kristina

Prima dei Curved Air, durante la sua adolescenza, l'attrice e cantante Sonja Kristina si esibiva nei folk club britannici.
Nel 1968 ha interpretato il ruolo di "Chrissy" in “Hair”,  il radicale Tribal-Rock Musical, quando è stato messo in scena al Teatro Shaftesbury di Londra. Come cantante solista e paroliera dei Curved Air, ha superato la media delle top vocalist femminili britanniche, diventando la prima cantante britannica leader di una rock band conquistando il cuore di una generazione di giovani uomini, ragazzi e di intenditori di musica.