lunedì 24 agosto 2009

"Il tempo di Woodstock" ( di Ernesto Assante e Gino Castaldo)



Qualche giorno fa, stimolato da un articolo di giornale relativo a Woodstock, mi ero lasciato andare ad una apologia d’ufficio che aveva il senso del “… non toccatemi Woodstock!”.
Lunedì 17, ancora in vacanza, mi trovavo in una libreria di Mondovì, dovendo cercare un paio di libri per un amico che festeggiava il mezzo secolo. A scelta completata do una occhiata alla sezione “musica” e mi capita tra le mani “ Il tempo di Woodstock”, di Ernesto Assante e Gino Castaldo”.
Fulminato dalla copertina, mi sono lasciato andare a divagazioni ad alta voce, raccontando al gestore del negozio come ci trovassimo in pieno quarantennale.
Lui mi ha guardato come un marziano, ma mi ha assecondato, sperando in un ulteriore acquisto. Ho divorato il libro. Il libro si fa divorare.
Non è ovviamente la mera storia di quei tre giorni, ma è il racconto di un’epoca che è culminata in Woodstock, evento che forse ha decretato la fine di un sogno.
Le analisi che tanto ci appassionano, sia esse storiche, religiose, musicali ecc., hanno sempre delle limitazioni temporali, e anche quando queste non sono chiare, ci sentiamo in dovere di fissare dei paletti e sentenziare, ad esempio, con quale album è nata la musica progressive, per restare in tema “musica”.
Con Woodstock non muore /cambia la musica e i suoi protagonisti, sul palco e fuori, ma si esaurisce una certa spinta fortificata dall’illusione che il mondo potesse essere diverso, per effetto dell’azione di uomini e donne mossi da nobili e semplici principi.
Nel libro è perfettamente raccontato il percorso che ha portato al famoso raduno, con approfondimenti sul contesto storico e sociale, elementi necessari per cercare di comprendere cosa volesse dire vivere alla fine degli anni 60, dall’altra parte del mondo.
Anche il racconto dei tre giorni di metà agosto 69 è appassionante, ed emergono dettagli di cui non ero a conoscenza .
Parlo di particolari legati ai musicisti, parlo di aneddoti legati alle varie performance e parlo di fatti tragici, come il massacro di Bel Air ad opera di Charles Manson e i suoi adepti, avvenuto una settimana prima dell’inizio del festival, e collegato in qualche modo al mondo hippie.




Il racconto si spinge un po’ più in la, temporalmente e geograficamente parlando, e viene evidenziato ciò che accadde con l’ovvio ritardo in Italia, arrivando sino alla politicizzazione dei concerti e, di fatto, alla loro sospensione.
E’ un libro che va assolutamente letto, da chi ha vissuto quel periodo e da chi vuole saperne di più, sulla musica e sulla storia di un’epoca.
Ma non è la voglia di parlare del libro che mi spinge a scrivere queste righe, bensì una domanda che si trova verso la fine. E’ un quesito a cui gli autori danno una risposta immediata e voglio provare a fornire un piccolo contributo.
Suona pressappoco così:” Cosa sarebbe stato Woodstock senza il film che lo racconta?”.
Senza ergermi a rappresentante di uno spicchio di popolazione, quella che appunto affollò le sale in quel periodo, mi limiterò a raccontare il mio ricordo, evidenziando che il film “Woodstock, tre giorni di pace, amore e musica”, gira regolarmente nel mio lettore DVD, e spesso utilizzo spezzoni di quell’evento per raccontare o per rivivere le emozioni di allora.
Incomincio nel dire che nell’agosto del 1969 avevo 13 anni, ascoltavo regolarmente musica rock, ma non avevo la libertà necessaria per potermi muovere in autonomia. Forse è stato un bene.
Ero insomma nella situazione in cui dovevo vivere gli eventi con ritardo, di rimbalzo, alimentandomi con quanto il convento passava, essenzialmente “Ciao 2001”.
Proprio da quelle pagine appresi del mega concerto, ma in Italia arrivò nel 1970, o almeno nella mia città, Savona.
Il film veniva proiettato nel mitico cinema Astor, all’entrata del centro storico.
Ora l’Astor non esiste più e al suo posto stanno costruendo un edificio.
Ricordo di aver fatto esattamente come descritto nel libro e cioè di essere rimasto in sala per diverse proiezioni in sequenza, e rammento anche di essere tornato nella sala il fine settimana successivo.
Più avanti sarebbe successa la stessa cosa per “Pink Floid a Pompei” e “Yessongs”.
Quella pellicola mi fece conoscere soprattutto il mondo hippie e scatenò la mia adolescenziale necessità di emulazione.
Di li a poco avrei iniziato a vestirmi con pantaloni a zampa di elefante, tuniche immacolate, capelli lunghi ( ma in casa dovevo in qualche modo ridurre la loro voluminosità!), patchouli, borse a tracolla, cafetani, e … musica.
Il mio primo concerto dal vivo risale al 1972, ma il naturale ritardo rispetto ai movimenti d’oltreoceano, fece sì che i figli dei fiori italiani si muovessero proprio in quel periodo.
Il ritardo di cui parlo non riguardò invece le droghe pesanti.
Nel libro viene descritto un confine temporale, oltrepassato il quale la droga diventa una cosa “differente”, ma nei miei ricordi ci sono schiere di disperati che del mondo hippie presero il “prima e il dopo” e ci arrivarono subito, unendo velocemente il positivo e il negativo.
Io mi sentivo attratto da quell’universo e da quella musica, ma non ero DOC, non avevo la propensione alla vita comunitaria, e non avevo nessuna intenzione di farmi il minimo male.
La mia ribellione era forse contenuta in quei lunghissimi capelli (che ahimè non ho più), che raccoglievo dietro alla nuca quando ero a casa, e che liberavo appena fuori dal portone, allargandoli al massimo e specchiandomi nelle vetrine dei negozi.
In questo caso esiste per me un limite ben preciso, testimoniato dall’ultima foto con i capelli sciolti, il 17 ottobre del 1973, giorno in cui mio padre non riuscì più a sopportare un figlio che, secondo lui, perdeva un sacco di occasioni per effetto di quell’aspetto da fricchettone.
E così partecipavo ai raduni, ai mini Woodstock di provincia (nel trimestrale contAPPUNTI, rivista dedicata al prog, ho recentemente raccontato il festival di Altare, Savona, una due giorni in mezzo al verde a cui parteciparono tra gli altri Battiato, Sorrenti, Circus 2000, Balletto di Bronzo), felice del contesto, ma preoccupato per ciò che vedevo, non assimilabile alla musica.
Il film di Woodstock scatenò in me tutto questo e immagino che sia stato il detonatore di migliaia di bombe pronte ad esplodere.
La prima cosa che mi colpì fu il luogo, la preparazione, la folla di ragazzi, anche se mai fui attratto dai disagi a cui gli hippies dovettero andare incontro.
La pioggia, il fango, la fame, la sporcizia, le precarie condizioni igieniche, la droga… elementi pittoreschi se vissuti da altri.
Ma dalla pellicola il tutto emergeva come gioioso.
Michael Lang girava in lungo e in largo per il green, utilizzando la sua moto negli spostamenti, e ricordo di essermi chiesto come un uomo così giovane potesse avere tali responsabilità organizzative.




Lang diventò per me famoso come Hendrix o i Canned Heat, e ancora oggi rappresenta un po’ il simbolo dell’evento, lui, hippie tra gli hippies, ma talmente concreto da scriver un pezzo di storia (non solo lui, come si evince dalla lettura).
Attraverso la pellicola arrivai a “Soul Sacrifice”(che acquistai in 45 giri) e a Santana.
Arrivai a Summertime Blues( anche quello "passò" a lungo nel mio mangiadischi) e a The Who(che già giravano sul mio registratore”Geloso” con “Substitute”).
E poi i brani di C.S.N& Y che fanno da colonna sonora( Long Time Gone, Woodstock), Alvin Lee che annuncia “I’m go home”, Grace Slick ”, Country Joe, Richie Havens, Sha Na Na, Arlo Gutrie, John Sebastian, Melanie, Joan Baez.
La performance di Hendrix invece mi ha sempre fatto soffrire, per effetto di immagini che rappresentano il “ vuoto” (relativo… 80000 persone ancora presenti) e ciò che rimane dell’evento.
Il film ha decretato la fortuna di tutta questi geni musicali, e il non potere essere ripresi, per sfortuna o per bizze da divi, come ben descritto nel book, ha inciso enormemente sul loro futuro artistico.
Cosa sarebbe stato Joe Cocker senza l’attacco di hammond di “With a little help for my friends” , senza il suo contorcersi scoordinato, senza la sua maglietta a macchie di leopardo (fu forse a causa sua se incominciammo a passare le nostre T-Shirt nella candeggina…)?




Esiste un ragionamento che noi ammalati musica facciamo quando abbiamo l’occasione di vedere gruppi storici e cerchiamo di collocarli in almeno uno dei tre raduni mitici (Monterey, Woodstock e Wight).
Mi è capitato recentemente di sentire The Who, all’Arena di Verona, e al mio figlioletto che aveva 9 anni ho detto:”Vedi, loro sono gli unici ad avere partecipato a tutti e tre gli eventi..” Parole al vento ovviamente .
Lo scorso anno ho visto Johnny Winter e un amico mi diceva:”… non mi piace molto, ma… ha suonato a Woodstock e non si può perdere!”.
E ogni volta che assisto a questi concerti penso sempre che potrebbe essere l’ultima occasione… in fondo stiamo parlando di “vecchietti” spesso mal conci!.

Per indole, per età, per situazioni contingenti, sono stato un hippie da quattro soldi e va bene così. Ma avrei voluto essere là su quel prato, e adesso ne avrei di cosa da raccontare.
Nel 1996, trovandomi libero e solo per un fine settimana in West Virginia, decisi di fare un viaggio senza meta, avendo a disposizione una buik azzurra tutta per me.
Sulla cartina stradale trovai scritto Woodstock e qualcuno mi disse che era a 150 km di distanza, in Virginia.
Partii senza indugio e arrivato sul posto scoprii che non era il luogo che cercavo, ma trattavasi di una località omonima e la vera Woodstock era altrove.
Scontata la delusione, ma l’eccitazione del viaggio, la speranza di potermi trovare in quel luogo, per me sacro, sono un ricordo sempre acceso.
Così come è sempre vivido il ricordo di quel mattino di inizio settembre, 1970, quando davanti al castello di Bossolosaco, luogo di vacanza, qualcuno portò la notizia che Jimi era morto, e il mio pensiero volò immediatamente verso la scena finale del film, tra inno americano distorto e spazzatura.

Questa che ho raccontato è solo una delle possibili influenze che il film “Woodstock” ha esercitato su un adolescente, troppo piccolo per trasgredire sino in fondo, troppo quadrato per “esagerare”, ma voglioso di rivivere quei momenti in modo poco critico, istintivo, lasciandosi prendere da un po’ di nostalgia e dal ricordo di un tempo spensierato.

Ancora sul film.
Tra i protagonisti( involontari) troviamo tanti bimbi, alcuni dei quali in fasce.
Sarebbe bello poterli ritrovare e sentire che cosa è stato traferito loro dai genitori e, per i più grandicelli, che cosa è rimasto di quei giorni.

Prima o poi ripasserò dalle parti di New York, e un giro al museo di Bethel non me lo toglierà nessuno:
saranno 13 dollari spesi con piacere!



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