
sabato 26 aprile 2008
Indovinello musicale n.31

giovedì 24 aprile 2008
Iron Buterfly

L'"Iron Butterfly Theme" che scorazzò per le spiagge occidentali nel 1968 è il brano che sancì il loro successo di pubblico.
lunedì 21 aprile 2008
Fine Young Cannibals

Le storie personali dei tre componenti la band sono abbastanza anonime, ma il loro amalgama ha dato un contributo indimenticabile alla storia del brit-pop degli anni ottanta.
Citazione del giorno:
"La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso" (Albert Einstein)
domenica 20 aprile 2008
PFM

Ed ecco un' altra "vecchia" recensione di Enzo Caffarelli, ancora per Ciao 2001.
Era il 1972.
Il disco non ha bisogno di grosse presentazioni ,e neanche la PFM.
PREMIATA FORNERIA MARCONI
Storia di un minuto - Numero uno (1972)
Devo dire subito che questo è il disco che attendevamo con fiducia da parecchi mesi, da quando cioè si era capito che i Quelli, tornati alla ribalta con una nuova originalissima denominazione, e con un quinto elemento, il cantante e polistrumentista Mauro Pagani, avevano le idee molto chiare sua quale tipo di musica suonare, e verso quali modelli stranieri orientarsi, o comunque da essi prendere lo spunto.
Così, mentre la Premiata Forneria Marconi continua a sviluppare una personalità sempre più propria, cercando di evitare ogni palese imitazione, esce questa "Storia di un minuto", il primo episodio di un cammino probabilmente molto lungo.
Franco Mussida, chitarrista e cantante della formazione, e Mauro Pagani, che si alterna al flauto all'ottavino ed al violino, sono gli autori di tutte le musiche e di quasi tutti i testi (c'è lo zampino del solito Mogol).
Parte dell'album era già nota per l'edizione su 45 giri de "La carrozza di Hans" e di "Impressioni di settembre".
Parlavo prima di ispirazioni: ebbene la principale viene dai King Crimson, dei quali il gruppo amava interpretare in concerto più di una pièce. La "introduzione" è tipicamente crimsoniana, mentre la successiva "Impressioni di settembre", dolce e stupenda per la musica e per il testo, ricostruisce la struttura caratteristica della "Lucky man" di Greg Lake, con le aperture a largo respiro di organo e di moog. Intimista allo stesso modo, ma più acustica e stilisticamente più personale la prima parte di "Dove... quando".
Due le cose principali da osservare: una prima è la levatura tecnica degli strumentisti, la loro poliedricità, fruttata pienamente nell'impiego di flauto, violino, clavicembalo, mellotron, sintetizzatore, pianoforte, chitarra a dodici corde, percussioni. Sicuramente un album come questo potrebbe avere un certo successo anche all'estero, forse nella stessa Inghilterra.
L'altra considerazione è la ricerca del gruppo all'interno di certe matrici classicheggianti tipicamente italiane: Vivaldi, Rossini, Verdi: l'amore adombrato per la musica operistica, e soprattutto il desiderio, comune un po' a tutti i nuovi gruppi nostri, di riscoprire contenuti da rivestire e da reinterpretare nel patrimonio musicale italiano, colloca la PFM in una posizione del tutto particolare nel panorama di coloro che cercano un aggancio al classico. I sintomi emergono in " E' festa" e nella seconda parte di "Dove... quando", carosello di suoni, di pause, di dialoghi ricchi di fantasia e di una strumentazione varia e costantemente indovinata.
L'album è molto frammentario: ma frammentario non è un aggettivo negativo, vuole solamente significare la tessitura sfaccettata, intrecciata, elaboratissima, dei colori che compongono il mosaico dei suoni, su cui veleggiando testi semplici ma significativi, anch'essi frammentari, ricchi di silenzi, editi alla descrizione di piccole cose, di immagini tradizionali ma rivissute con ingenuo incanto, simili alla poesia di stampo crepuscolare.
Il flauto ed il violino, rispetto alle esibizioni dal vivo, sono molto impiegati, mentre impiegati sovente il mellotron ed il moog, e la chitarra acustica è l'autentica dominatrice.
Buona la registrazione, anche se la voce è troppo in sottofondo. E bello il disegno di copertina, opera di Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani.
Enzo Caffarelli
La Carrozza di Hans
Citazione del giorno:
"Le parole delle canzoni sono così banali che appena ci metti un pizzico di intelligenza ti chiamano poeta" (Paul Simon)
sabato 19 aprile 2008
Indovinello musicale n.30

Citazione del giorno:
"Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte" (Kahlil Gibran)
giovedì 17 aprile 2008
Creedence Clearwater Revival

E’ altrettanto difficile slegarsi da quattro o cinque brani che caratterizzano ogni gruppo.
Se parliamo di Stones o Beatles forse la prospettiva cambia, ma se ci riferiamo a gruppi che sono stati “enormi” in un fazzoletto temporale, per poi scemare col tempo, la cosa cambia.
La bella musica creata sopravviverà a chi l’ha scritta ed interpretata e pochi giorni da leone sapranno regalare l’immortalità.
Mi riferisco a “Proud Mary”, “Have You Ever Seen The Rain”, “Fortunate Son” , “Up Around The Band” e così via.
I Creedence Clearwater Revival coniarono un linguaggio unico, sposando i ritmi delle "paludi" con le melodie del folk-rock e lo spirito di Bob Dylan.
In qualche modo quella fusione creò uno stile semplice e orecchiabile che rappresenta la quintessenza della musica americana.
I fratelli Fogerty, John (canto, chitarra) e Tom (chitarra), erano in realta` cresciuti a Berkeley, nella San Francisco Bay Area, e avevano militato fin dal 1959 in un complesso di rhythm and blues (Tommy Fogerty & the Blue Velvets), pubblicando alcuni 45 giri a partire dal 1964, negli anni "caldi" della British Invasion.
Nel 1967 cambiarono nome in Creedence Clearwater Revival e pubblicarono due cover di Jay Hawkins, "Suzie Q" e "Put A Spell On You", che li catapultarono subito in classifica.
Il segreto della loro musica stava non tanto nelle melodie quanto nei ritmi. Il ritmo era stata la grande riscoperta di quegli anni, grazie al "blues revival" che veniva da Chicago e che aveva messo piede nella stessa San Francisco. Il folk-rock, il surf e l'acid-rock avevano per lo più lasciato in secondo piano il ritmo, ma il blues revival stava riportando prepotentemente in primo piano la "groove". I CCR puntarono proprio sulla "groove".
La chitarra aveva un compito puramente atmosferico: non solo gli assoli erano limitati a pochi secondi, ma la sezione ritmica era in primo piano.
"Green River" (Fantasy, 1969) continuò la progressione verso quel sound con "Lodi" (1969), una miscela di elementi blues e gospel accelerata secondo la stessa prassi di Proud Mary, Bad Moon Rising, sempre piu` immersa in sinistri incubi voodoo, Green River, la prova generale per Run Thru The Jungle, e Tombstone Shadow.
Fogerty esibiva pero` la tendenza a ripetersi, ad auto-citarsi, a sfruttare all'infinito riff, ritornelli e cadenze celebri delle sue canzoni, e per questa ragione la sua gloria resta affidata a poche geniali idee,più che ad un percorso duraturo.
“Willy And The Poorboys” (Fantasy, 1969), un concept dedicato alla classe proletaria, fece leva su canzoni meno ossessive e su testi piu` realisti. Le canzoni più rappresentative sono "Down On The Corner", quadriglia sincopata e caraibica, e "Fortunate Son", primo dei loro tre grandi rock and roll acrobatici.
“Cosmo's Factory” (Fantasy, 1970), probabilmente il loro capolavoro, punta fin da " Ramble Tamble" sulle cadenze viscerali e trascinanti del blues del Delta e sulle atmosfere inquietanti dei rituali della jungla. Nasce così" Run Thru The Jungle", l'incubo più tetro e ipnotico della loro carriera.
"Molina, Hey Tonight, It's Just A Thought e Hideaway" sono brillanti ma generiche canzoni rock.
I C.C.R. si sciolsero dopo il mediocre “Mardi Gras” (Fantasy, 1972), che contiene "Sweet Hitch-hiker", ultimo dei loro grandi rock'n'roll.
In quegli anni i CCR dominarono le charts dei 45 giri, pur non essendo affatto un gruppo commerciale. Fatto e` che avevano coniato un linguaggio in cui l'americano medio si identificava subito, prototipo del rock per famiglia dei '70.
"Chronicle "(Fantasy, 1976) e` l'antologia degli hit.
John Fogerty lancio` la carriera solista con due album su cui suono` tutti gli strumenti:” The Blue Ridge Rangers” (Asylum, 1973), tributo agli eroi della musica country (Hank Williams, Jimmie Rodgers), e “John Fogerty “(Asylum, 1975), sul quale compaiono due discreti rock and roll," Rockin' All Over The World e Almost Saturday Night". Il terzo album,” Hoodoo”, rifiutato dalla casa discografica, rimase inedito, e Fogerty si ritiro` dalle scene. Torno` in sala d'incisione dopo dieci anni e fece centro. “Centerfield” (Warner, 1985) fu un grosso successo, grazie soprattutto alla verve di "Rock And Roll Girls" e "The Old Man Down The Road", una palese revisione di "Run Thru The Jungle "per la generazione che si era perso l'originale.” Eye Of The Zombie” (Warner, 1986), però, fu un'altra delusione, nonostante "Sail Away e Change In The Weather".
Quando scrivi una canzone, da dove incominci?
Come dicevo sempre, un disco è buono se risponde a quattro cose ,in questo ordine:
titolo, sound, testi e poi per ultima cosa(e tutti i grandi dischi di rock ce l’hanno)un riff di chitarra veramente bello.
Ma è questo che mi mette in moto. E poi penso al titolo. Perché quando senti una canzone alla radio , deve avere un bel titolo. Come “Bad Moon Rising” . Quello è un bel titolo. E ho un quaderno di titoli che conservo da molto tempo.
Ed ecco svelato il segreto del successo, secondo John Fogerty
Citazione del giorno:
"Quando uno stupido fa qualcosa di cui si vergogna, dice sempre che è suo dovere" (George Bernard Shaw)
martedì 15 aprile 2008
Beach Boys

domenica 13 aprile 2008
Saint Just

A Ciao 2001 ho già dedicato un post e non posso dimenticare ciò che ha rappresentato per me.
Di fatto la mia cultura musicale, seppur limitata, è nata da quelle pagine e da quelle recensioni che prendevo come oro colato.
Tra i "santoni" più seguiti ricordo soprattutto Enzo Caffarelli che "sfrutterò" utilizzando i suoi vecchi scritti.
Inizio dal pensiero DOC di Enzo su un disco dei "Saint Just".
SAINT JUST
Anche il mercato italiano pare maturo per sfornare una rivelazione. I Saint Just sono tre ragazzi napoletani, di cui due, Robert Fix e Jane Sorrenti, sorella del più celebre Alan, per metà inglesi.
Tentando di esprimersi con un linguaggio veramente nuovo, e nello stesso tempo di allinearsi con quegli artisti britannici che hanno riscoperto e riattualizzato l'originario folk nazionale, i Saint Just compiono la medesima operazione, scandagliando nella cultura italiana e non, dei secoli scorsi, principalmente del Medioevo. In questo i tre possono essere ricollegati, cpiù che a formazioni quali i Pentangle o gli Steeleye Span, alla Third Ear Band, che essi ringraziano espressamente sulle note di copertina.
Certe tematiche meravigliosamente antiche non sono però che il pretesto per una musica totalmente nuova, completamente acustica, con una strumentazione ampliata da alcuni elementi di supporto.
Una nota particolare merita Fix, i cui contralto e tenore mi ricordano il miglior Chris Wood dei Traffic, e la voce di Jane, discepola del fratello maggiore (anche se sostiene di essersi formata artisticamente in maniera indipendente da Alan): ella alterna i toni con estrema sicurezza e con indubbia tecnica, anche se non ancora con la varietà e la flessibilità necessarie. Ogni brano meriterebbe un discorso particolare. Atmosfere rarefatte, pochi tocchi sapienti di ciascuno strumento per creare momenti affascinanti, una dolcezza pregna di contenuti appassionanti in ogni dove, e canti ora indefinitamente malinconici ora convulsi. Segnalo in particolare "Una bambina", in cui la voce maschile è proprio quella di Alan Sorrenti, e il titolo omonimo "Saint Just", cantato in lingua francese.
L'album necessita di parecchi ascolti prima di essere compreso appieno ed apprezzato quanto merita. Ma è eccezionale, specie considerando che il gruppo è all'esordio, e s'impone immediatamente come uno degli avvenimenti più nuovi e più interessanti della scena italiana.
Enzo Caffarelli
Non ho trovato filmati dell'epoca e allora propongo "La belle Se Sit", per me piacevole sorpresa , dal disco :
Medieval Zone,2001

sabato 12 aprile 2008
Indovinello n. 29
venerdì 11 aprile 2008
Dream Syndicate

Wynn esprime una visione truce e pessimista della condizione umana attraverso un fatalismo depresso da film-noir; ma la morale delle sue saghe negative e` sempre all'insegna della speranza di redenzione. In tal senso la sua e` una musica catartica, nobile anche nei momenti di massima afflizione, al contrario di quella di Young, che non ammette rivincita, e di Reed, che gode del martirio.
Citazione del giorno:
"La virtù non è odiosa. Lo sono invece i discorsi sulla virtù.(Albert Camus)
mercoledì 9 aprile 2008
Janis Joplin

Non l’ho mai conosciuta a fondo, ma mi e’ rimasta marchiata a fuoco la sua esibizione a Monterey.
Citazione del giorno:
"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai" (Janis Joplin)
martedì 8 aprile 2008
Area

Arbeit macht frei - Cramps (1973)
Dall'iniziale free jazz, orientato verso i Nucleus o i Soft Machine, gli Area si sono spostati verso una ricerca più attenta di contenuti e di effetti sonori, attingendo alla musica popolare, in modo particolare a quella greca ed araba, ed alle esperienze concreto-contemporanee con le quali sono venuti a contatto: Luigi Nono, Luciano Berio, l'ungherese Gyorgy Ligeti, il greco Yannis Xenakis fra i principali. La loro musica vuole essere assolutamente di "rottura", radicale nelle intenzioni dei musicisti e di chi li guida. "Arbeit Macht Frei" significa in tedesco "Il Lavoro Rende Liberi", ed era lo slogan posto all'entrata dei campi di concentramento nazisti. I sei brani che compaiono sull'album sono legati da un filo ideologico simboleggiato appunto dalla consapevolezza del carattere totalitario dell'affermazione.
Il contenuto del LP si ispira a riflessioni sulla violenza e sul terrorismo: ma scelte orientative come l'introduzione di una recitazione in lingua araba, i richiami al folklore mediorientali trasfigurati, le citazioni si Smirne o di Settembre nero, sono da una parte la logica conseguenza della provenienza (greca) del leader Demetrio Stratos, dall'altra tendono a sottolineare un percorso storico-geografico della violenza: dai campi nazisti agli ebrei, al mondo arabo, turco, greco, russo.
E la musica è violenta, aggressiva, specie nella struttura volutamente caotica di certi momenti, nelle sofferte interpretazioni vocali, alcune delle quali recitative, di Demetrio. Così il brano conclusivo, "L'abbattimento dello Zeppelin", dal sapore sinistro e provocatorio, sottolineato da effetti particolari dell'uso della voce, che segue le indicazioni di Berio nell'affiancamento voce-musica elettronica, ha un doppio senso: da un lato l'abbattimento di una realtà difesa dai miti; dall'altro un chiaro attacco alla musica pop tradizionale, individuabile in quel momento nei Led Zeppelin.
Tutti i brani sono ad alto livello: "Luglio, agosto, settembre (nero)" con la voce araba che introduce una melodia orientaleggiante; "Arbeit macht frei" di sapore più tipicamente jazzistico, come pure "240 km da Smirne", esclusivamente strumentale, un pezzo fra i migliori anche eseguito secondo schemi piuttosto classici di free, Infine "Le labbra del tempo" si presenta più varia e contorta, un insieme di sensazioni e di voci che si accavallano e si divaricano con particolare cura degli effetti.
Complessivamente la ritmica si rivela particolarmente efficace: Ian Patrick Djivas, neo acquisto della Premiata Forneria Marconi, suon un basso Fender Precision privo di tasti ed il contrabbasso, rivelandosi un solista instancabile e fantastico. L'altro musicista di spicco è Eddy Busnello, un sassofonista già con una lunga esperienza alle spalle.
lunedì 7 aprile 2008
BANCO a Savona
Savona, 4 aprile 2008
Ho appena assistito al concerto del BANCO, al teatro Chiabrera, e provo a raccontarlo.
Il teatro è gremito e incontro le solite “facce da concerto”, quelli che io chiamo “addicted to music”, gli inguaribili seguaci della musica rock(il prog di questa sera è una diramazione della grande famiglia in cui tutti si riconoscono).
Sono in seconda fila ,seduto su di una bella poltroncina rossa, e forse non ho mai visto nessuna performance in queste assolute condizioni di favore, vale a dire comodo e vicino.
Si è sparsa la voce che Di Cioccio e’ in zona ed io scorgo anche Nico di Palo, che avevo già notato in platea al concerto della PFM dello scorso anno.
Non vedevo da anni il Banco .
Del gruppo che avevo sentito a Genova un secolo fa sono rimasti Vittorio Nocenzi alle tastiere, Franceso Di Giacomo al canto, Rodolfo Maltese alla chitarra (come ci rimasi male quando sostituì Todaro!!).
A completamento il bassista Tiziano Ricci, il batterista Filippo Masi ed il giovane Filippo Marchegiani , che scopro sia membro del gruppo da quattordicianni.
Commento col mio vicino di sedia, musicista da sempre, “il materiale” tecnico presente sul palco.
I grandi amplificatori fatti di casse e testate, le ridondanti batterie, le tastiere a trecentosessantagradi, le selve di chitarre, che un tempo colpivano lo spettatore, oggi non esistono più, forse non servono, e anche un “appoggiachitarra” risulta elemento superfluo.
Insomma, un palco minimalista che e’ in sintonia con le idee che Francesco ci regala.
Entra per ultimo sul palco, dopo che il resto della band si è gia’ scaldato.
Lo trovo più in forma di trentacinque anni fa ed anche il suo look non mi sembra casuale.
Esordisce elogiando il pubblico, unica cosa di cui un musicista non può fare a meno, elemento indispensabile per la realizzazione di un buon concerto.
Ci presenta il suo assoluto anticonformismo, con una certa vena polemica permeata di delusione .
Sfiora gli argomenti di attualità e sembra quasi capitato per caso on stage.
Un cantante di passaggio su di un palco pieno di luci alternate.
Ad un certo punto si avvicina a Nocenzi e gli chiede..... un permesso .
La cosa non sembra preparata.
Francesco si accentra e racconta una storia antica, quella di due gruppi che erano presentati come antagonisti, tanti anni fa.
Il BANCO e la PFM si contendevano con le ORME lo scettro del miglior gruppo italiano di Musica Prog, e probabilmente la rivalita’ era sentita, al di là di quanto dichiara un saggio (ma lo poteva essere a 25 anni?) Di Cioccio, nel piccolo filmato che segue.
Ma essere rivali non significa essere nemici e sono sicuro che l’affetto visto sul palco è rappresentativo di una stima umana e professionale dimostratasi palpabile questa sera.
E così Di Giacomo saluta Di Cioccio e Di Palo a centro sala , che si guadagnano una buona dose di applausi.
Franz sale sul placo e ringrazia , dal luogo in cui , nel gennio 2007, aveva incantato le genti col suo“ceeeeellllleeeebreeeesssccciooooonnnnn” , distribuito per settori di pubblico.
E poi la musica.
Pezzi antichi, come” R.I.P.,La Danza dei Grandi Rettili, La Conquista della Posizione Eretta, Il Ragno, Emiliano, E mi Viene da Pensare”.
Due ore di musica di qualità, con emozioni che arrivano dai ricordi, dalla tecnica, e dall’amalgama dei protagonisti, vecchi e nuovi.
E tutti i passaggi sono sottolineati da urla di approvazione e dalle mani che battono, elementi che sembrano davvero dare soddisfazione a Rudy(cosi’ ho captato nel labiale di Nocenzi) e soci.
E poi il bis.
Inzia Maltese con un assolo pro Beatles e a lui si unisce Marchegiani, per l’inizio di un sorprendente blues.
A ruota Nocenzi e Ricci, ma…manca il batterista.
Vittorio chiama Franz e Franz risponde.
Ed ecco una jam con un Di Cioccio scatenato che riempie la scena.
E’ il gran finale e non posso fare a meno di pensare che il “sembrar quasi per caso sul palco” , di Francesco, rechi in se una contraddizione .
Se è vero che il pubblico è l’elemento portante del concerto, e interagisce con la band, dando a lei energia, è altrettanto vero che la platea accumula e rilascia forza stimolata da qualcosa che non è necessariamente “la musica”.
Ho sempre definito Di Cioccio un animale da palcoscenico, un grande musicista capace di far saltare e di coinvolgere oltre misura il pubblico.
Forse il culmine si è toccato proprio nell’ultimo atto , nel momento “ibrido “ della serata.
Grande merito va a quel gruppo di amici che , dal palco, ci hanno regalato emozioni che non hanno niente a che vedere con la nostalgia del tempo passato.
Citazione del giorno:
"Ci sono quelli che perdono, ma che non si perdono, imperfetti indistruttibili,
costretti a essere liberi, sai che cosa c’è?
Hanno una specie di anima, che è sacra come i raggi di sole…" (Francesco Di Giacomo)
