mercoledì 13 maggio 2026

UniSavona e il rock ’70: un percorso che si è chiuso il 12 maggio, tra musica italiana e comunione di intenti

 


L’ultima giornata del corso sul rock anni Settanta, all’interno del programma di UniSavona, ha avuto l’aria delle chiusure che non chiudono davvero, perché lasciano qualcosa in sospeso, un filo che continua a vivere. Dopo quattordici incontri iniziati a ottobre, dodici “di aula” e due con ospiti - prima Michele, poi il duo Elisa Montaldo e Barbara Rubin - ci si è ritrovati ancora una volta nella Sala Stella Maris, con la stessa curiosità di sempre, ma con un clima diverso, più leggero, quasi festoso.

Per rompere il ghiaccio, o forse per ricordare che la musica è anche gioco, è partito un piccolo test collettivo. Dieci brani, un minuto ciascuno, gruppi formati sul momento, il compito di riconoscere artista e titolo. Un modo semplice per misurare quanto fosse rimasto in testa, ma soprattutto per ridere insieme degli errori, delle intuizioni fulminanti, dei “ce l’ho sulla punta della lingua” che hanno attraversato la sala.

Da lì si è scivolati verso l’Italia, perché era giusto chiudere guardando in casa nostra, pur sapendo che nel campo del puro rock non esistevano all’epoca equivalenti italiani dei Led Zeppelin o dei Deep Purple. È stato un modo per ribadire che la nostra storia segue traiettorie diverse, non meno affascinanti. Si è parlato di Eugenio Finardi, ascoltando una sua intervista del ’79 che conserva ancora oggi una valenza sorprendente. Poi Ivan Graziani, con quella sua capacità di essere rock senza imitare nessuno. La prima Formula 3, con Alberto Radius che piega la canzone italiana verso l’elettricità. I primi New Trolls, accompagnati da un’intervista ad Aldo De Scalzi, fratello di Vittorio, che ha aggiunto un tono affettuoso e familiare al racconto.

Poi l’aria è cambiata di nuovo. Un po’ di festa, un po’ di programmi per il futuro e, infine, il brindisi nel giardino, con cibo e bevande portati da tutti, come si fa nelle comunità vere, quelle che non hanno bisogno di dichiararsi tali. Il sole, le chiacchiere, i saluti che non sembravano saluti. È stato il modo più naturale per chiudere un percorso che, più che un corso, è diventato un luogo.

La soddisfazione finale non è venuta solo dai contenuti, ma dal tempo passato insieme. E forse il senso di tutto sta proprio nelle parole che mi sono arrivate la mattina dopo, e che meritano di essere riportate integralmente:

Caro Athos, forse alla fine è davvero questo ciò di cui abbiamo più bisogno: ritrovarci insieme, in mezzo a tante persone, con la scusa di ascoltare buona musica. Nella vita ho seguito molti corsi, anche ben fatti, ma spesso più simili a lezioni scolastiche e, alla lunga, non ti lasciano molto. Qui invece resta qualcosa di diverso, più umano.”

E chissà cosa accadrà il prossimo anno!

Un ringraziamento particolare a Giorgio, Giacomo e a Sergio.

È una chiusura che non chiude, appunto. Una promessa più che un commiato.