venerdì 1 gennaio 2021

Capability Brown

I Capability Brown hanno avuto e ancora hanno un seguito importante essendo considerati band di culto nella storia della musica prog britannica, una fama che in sintesi si basa su di un pezzo eccezionale tratto dal loro secondo album, “Voice”, e che propongo a seguire.

In realtà la loro produzione si inseriva maggiormente nella sfera del pop mainstream, seppur trattata e proposta in modo "artistico" e alternativo.

La band era formata da sei elementi, un team in cui tutti cantavano e suonavano egregiamente vari strumenti.

La formazione era composta da Tony Ferguson (chitarra, basso), Dave Nevin (tastiere, chitarra, basso), Kenny Rowe (basso, percussioni), Grahame White (chitarra, liuto, balalaika, tastiere), Joe Williams (percussioni) e Roger Willis (batteria, tastiere).

Ferguson e Nevin scrissero la maggior parte del materiale della band che eccelse anche in cover di materiale meno conosciuto.

La capacità di vocalizzazione dei Capability Brown fu un loro punto di forza, un insieme di voci che coprivano una vasta gamma di colori, dal baritono al falsetto pulito.

ll loro primo album, “From Scratch” - che includeva Liar - non fu eccezionale.

Il secondo, “Voice”, pubblicato nel 1973, rappresentò la loro ricerca del successo e conteneva un pezzo molto vario e melodico di oltre 20 minuti il cui titolo è “Circumstances”, un brano straordinario che incorpora tastiere, voci a cappella, sintetizzatori e mellotron, voce solista, delicate sezioni di chitarra acustica, potenti accordi di chitarra elettrica e cori molto organizzati.

Dopo questo “sforzo” i C.B. fermarono l’attività e nel 1974 Tony, Roger e Graham furono reclutati dall'amico e membro di Christie Roger Flavell per unirsi al suo gruppo, i Christie, per un tour in Sud America. 

E a quel punto i Capability Brown cessarono di esistere!


FORMAZIONE:

Tony Ferguson: vocals, guitar, bass, flute, pedal steel

Dave Nevin: vocals, guitar, bass, recorder, mellotron, synthesizer, percussion, vibes

Roger Willis: vocals, drums, piano, harmonica

Grahame White: vocals, guitar, lute, balalaika, keyboards

Kenny Rowe: vocals, bass, percussion

Joe Williams: vocals, percussion


DISCOGRAFIA:

Studio

From Scratch - 1972



Voice - 1973


Compilation

Liar-1976




mercoledì 30 dicembre 2020

Una canzone e tre versioni: I Profeti, P.P. Arnold e Merrylee Rush


Il mio primo impatto con la musica, quando avevo ancora i pantaloni corti, riporta a brani musicali per me all’epoca sorprendenti, eseguiti dai gruppi italiani allora in voga che esercitavano in modo assolutamente libero l’esercizio di “copiatura” sonora, modificando e adattando il testo, che da inglese diventava italiano, cambiando completamente significato.
Non era una grande perdita, a quei tempi le liriche non presentavano ancora nulla di serio, nemmeno al di fuori dei nostri confini, anche se qualcosa, soprattutto in America, stava cambiando, con l’impegno sociale di Dylan e Baez.

La tecnologia fu di grande aiuto per la diffusione capillare della musica, attraverso prodotti e supporti sempre più alla portata di tutti, che permettevano peraltro la socializzazione, i quei primi anni Sessanta: rock’n roll, il twist, il folk, il beat, il rythm & blues, il funky… musica da ascoltare, musica per ballare.


L’Italia era ben predisposta al cambiamento, ma la cosa che risultò più rapida e semplice per i giovani musicisti e i loro "gestori" fu quella di pescare a man bassa nella produzione anglosassone e farla propria, in tempi in cui non si guardava molto ai diritti d’autore.
In pochissimi parlavano e cantavano in inglese, e spesso i grandi nomi stranieri si prestavano a mettere da parte il loro idioma naturale a favore dell’italico verbo, diventando loro stessi “cantanti italiani”.
Due le alternative per i gruppi e i cantanti: prendere brani di riconosciuto successo facendoli diventare la copia nostrana, oppure pescare nel mare magnum britannico, appropriandosi di canzoni sconosciute, rendendole “nuove” per il pubblico italiano. E attraverso questo modus il brano originale prendeva luce anche entro i nostri confini.

Di lì a poco, come è noto, tutto sarebbe cambiato, ma restano dei gioiellini che credo non siano conosciuti da tutti, per cui a partire da oggi, sporadicamente, proporrò un brano originale e la cover corrispondente, e sono certo che qualche cosa di inaspettato verrà a galla.

Dopo aver proposto i QUELLI/Tommy Roe, Michel Delpeche/ Dik Dik e Manfred Mann e Tony Mark e i Markmen, i Beatles e Fausto Leali, oggi ho scelto  una tripla interpretazione, quella relativa a "Gli occhi verdi dell'amore/Angel of the morning" canzone performata da I Profeti/P.P.Arnold/Merrylee Rush.

I Profeti sono stati un noto complesso milanese di musica beat, spostatosi in seguito verso il pop melodico, in cui si distinse il carismatico vocalist Renato Brioschi che, dal 1970, intraprese una fortunata carriera solista.

P.P Arnold era una corista nel gruppo di Ike & Tina Turner. In occasione della prima tournèe in USA dei Rolling Stones, Ike & Tine Turner fecero da gruppo di spalla e nacque, pare, una relazione tra la giovane cantante e Mick Jagger, che la aiutò ad iniziare una carriera in proprio; con l’aiuto del manager degli Stones Loog-Oldham incide questo brano ed il classico degli Stones “As Tears Go By”, ottenendo un discreto ma breve successo in UK.

Merrilee Rush è una cantante americana, nota soprattutto per la sua registrazione della canzone oggetto dell’articolo, una delle 10 migliori hit che le valse una nomination ai Grammy come cantante femminile dell'anno nel 1968.

Ascoltiamo le tre versioni...





lunedì 28 dicembre 2020

M'Z's-"Cool is Watching You"

"Cool is Watching You" è il nuovo EP di M'Z's, una critica sociale legata a quanto definito “cool”, sia nella vita che nella musica.

Leggendo il pensiero di Mathieu Torres, titolare del progetto, si assorbe un bisogno preminente, quello di urlare un forte disagio affrontando temi sociali e condividendo il bisogno di riflessione.

Stiamo parlando di un progetto strumentale dove non appaiono liriche e questo potrebbe apparire un ossimoro: come fornire messaggi con la sola musica? Il pregio intrinseco dell’album risiede proprio nel tentativo di tradurre idee, pensieri e immagini in trame sonore, spingendo l’ascoltatore ad entrare in piena sintonia con l'autore, che nel corso della sua creazione riesce a stimolare i sentimenti giocando sull'emotività che deriva dall’immedesimazione.

Il francese Mathieu Torres prova quindi ad adottare una posizione musicale «cool», cercando di mettere in prospettiva i limiti di questo atteggiamento che spesso ci si impone, più o meno volontariamente, e che i social media promuovono largamente, una “postura” che sembra nuocere più che servire.

Dice l’autore: "Cool is Watching You" è anche un punto d'incontro musicale tra Orwell e Huxley che spera di curare il cool attraverso il cool.”

Sono sette i brani che compongono il disco, sette capitoli che stimolano l’immaginazione e spingono a sognare.

Musicalmente parlando è difficile incasellare "Cool is Watching You", contenitore dove convivono elettronica, sperimentazione e virtuosismo strumentale.

L’esempio a seguire potrà dare buone indicazioni.

Dice ancora Torres: “Ringrazio le varie famiglie che mi circondano, particelle che contribuiscono a creare il tutto: Fari quando sono al buio, che mi guidano anche nel silenzio. Brio quando sono nelle avversità e che mi aiutano ad affrontare il mondo. Uno sguardo caloroso quando il mio lato critico attacca il "Me" e lo blocca sul posto. Un polo più attraente dell'abisso. Uno spazio dove anche le nostre follie sono amiche, giocano, si esprimono e non si giudicano eccessivamente.”

Una musica che, nelle intenzioni di M'Z's, si rivolge allo spirito, pur nutrendosi di elementi che profumano di energia terrena, ma questa è l’alchimia che, nella mente dell’autore, si realizza nel corso dell’ascolto… provarci è un obbligo!

La distribuzione è affidata a Anesthetize Productions e Guillaume Beringer, impegnati nel portare alla luce l’underground francese.

TRACKLIST 

Mystic Machine

Worldtown

Astral Züz

Palais Plastique

Ali007

Suis-je Bien Chez Ce Cher Serge?

Freedom is slavery

 


LINK UTILI ALL’ASCOLTO:

BANDCAMP

 SOUNDCLOUD

SITO WEB

 


sabato 26 dicembre 2020

21 GRAMMI DI SOLITUDINE- DI GIANNI VENTURI


21 GRAMMI DI SOLITUDINE” è un libro di poesie proposto da Gianni Venturi, di mestiere e per diletto “artista”. Che è qualcosa di più… qualcosa di diverso dal concetto di specialista in un singolo “ramo”.

Ho conosciuto Venturi in ambito musicale, e con lui mi sono sempre relazionato in quel settore, ma catalogare i suoi talenti sarebbe come ingabbiarlo, porgli dei paletti rigidi e solide catene. Situazione inadeguata al personaggio.

Le sue note bibliografiche riconducono ad una famiglia bolognese in cui nacque al tramonto degli anni Cinquanta, padre fisarmonicista, madre di origine gitana, entrambi ballerini di tango. La poesia lo colpisce da giovincello e non lo abbandonerà più, tra pubblicazioni personali, performance e organizzazioni di eventi.

Arriva anche la musica, che permette di sperimentare, di unire suoni a liriche, di completare un percorso e soddisfare necessità primarie.

Il libro “21 grammi…” rilasciato ad agosto rappresenta il penultimo atto (dell’ultimo parlerò a breve) di un percorso molto lungo e vario, costituito da produzioni poetiche e musicali.

Ma sono certo che qualcosa di altrettanto interessante nascerebbe se Venturi si trovasse al cospetto di una tela vuota o con materiale plasmabile tra le dita.

Arrivo all’oggetto del commento, con una premessa: l’ermeticità, il celarsi dietro alle parole, il modus criptico sono parte dell’espressione poetica - musicata o meno - e il mero lettore, accanto alla prova di decodificazione mette in atto quasi sempre un processo di immedesimazione/comparazione, trovando similitudini e congruenze, oppure valutazioni opposte; ma se l’acquisizione delle parole lette sarà attiva, nascerà una sorta di interattività che renderà la creazione una multiproprietà, e a quel punto il significato voluto dall’autore potrà cambiare ad ogni passaggio di mano.


“un sentimento semplice dire per sempre

e credere veramente

che sei consapevole che per sempre è il tempo

di un respiro tra bacio e bacio

questa è la sera delle lucciole che danzano

sul filo dei ricordi piccole schegge di luce

quello che eravamo bimbi sognanti

che saltavano i fossi cosparsi di viole

l’amore non è mai fuori tempo un bacio non

                                                                             [invecchia

le labbra eternamente morbide

Succhiano amore ad ogni età

mi guardo allo specchio sognante so chi sono

l’uomo che vive al ritmo del cuore

seppure anni scavano la pelle implacabili e definitivi

gli atomi che compongono questo corpo sono eterni

è tempo di condividere l’assenza

tempo di estrema partenza

c’è un ponte di nebbia che separa le strade

poco battute che conducono ovunque

partecipare condividere aggregare

mi sento la pietra lapidaria

non angolare nel muto dialogare

fuori tempo l’estremo abbandono.”

 

Queste strofe sono quelle che concludono la prima parte del book, diviso in due sezioni, intitolata “La memoria delle valli”.

L’ho presentata esattamente come ha fatto Venturi, con la sua concezione di anarchia grammaticale, senza la minima punteggiatura, una sola lettera maiuscola usata per iniziare i due capitoli, un corsivo personalizzato, parantesi (quadre) che non trovano fermatura e un utilizzo, a tratti, di una forma dialettale che necessita decodificazione.

Ma non sono casuali i pensieri che ho scelto: l’epilogo di un bilancio di vita caratterizzato da un percorso che vede sullo sfondo la pianura padana, la serenità legata alla semplicità, la terra, le feste di paese, i canti e i balli, l’alternarsi felice - e rapido - delle stagioni, il lavoro continuo nelle mani e nella testa, il sole accecante contrapposto alla rigidità invernale e alla presenza di una nebbia che offusca le idee e al contempo protegge come solo un isolante sa fare.

E quando ci si trova davanti ad uno specchio incapace di mentire, mentre il giorno della partenza diventa un punto sempre più vicino, il ristoro giace nei ricordi e nella consapevolezza che la semina realizzata durante il percorso è avvenuta avendo coscienza del metodo e del merito.


Non c’è creazione per lo meno

Non c’è felice creazione

La creazione è dolore che esplode

La fine gesto creativo


La seconda sezione è un poema unico e regala il titolo al volume.

 

vecchi curvi avanzano dimenticati

come roccia che si sgretola

il tempo che scorre e racconta il silenzio

sono nel traffico impetuoso

questa distonia dimentica il passato

spaventa il bimbo in corpo di vecchio

la parola è vuota

un groviglio disarticolato

di bollette insolute e conti da pagare

c’è vento dalle colline


Il bilancio entra nel vivo e sgorga un marcato pessimismo, o almeno così si percepisce.

Disagio e consapevolezza di uscire sconfitti dalla contesa nata su di un sentiero che qualcuno ingannevolmente ha descritto inizialmente come passeggiata colorata di rosa e che, a questo punto del percorso ha assunto tinte fosche. L’ambientazione diventa distopica e l’umore un potente freno che inibisce la reazione. Solo la parola e la musica alleggeriranno un peso talmente grande da dover inventare una nuova unità di misura.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito” è una citazione presa in prestito da Battiato che mi porta a sottolineare come alla fine di ogni dura revisione personale ci sia una forte e intima speranza, quella che induce tutti - credenti, laici e agnostici - a immaginare che esista una logica, uno scopo, una motivazione che possa rendere utile il nostro combattere quotidiano e che alla fine quei 21 grammi di anima, una volta lontani da un corpo divenuto inadeguato, trovino una giusta dimensione, difficile da immaginare, ma questo è parte del mistero della vita.

Un plauso a Gianni Venturi che, mimetizzato nella sua assoluta libertà di espressione riesce a mettersi completamente a nudo, contagiando il lettore e spingendolo ad un minimo di autoanalisi che facilmente sfocia in attimi di amarezza e grigiore di pensiero, o più semplicemente fornisce uno specchio e gli occhi per guardarlo senza filtri.

 




giovedì 24 dicembre 2020

Valerio Billeri-“COSMO”

È appena stato rilasciato “COSMO”, di Valerio Billeri, cantautore romano di cui ho più volte scritto, artista poliedrico e prolifico che ama esprimersi in ampio spettro musicale, tra folk e blues, tra forma elettrica e acustica, in team o in posizione solitaria. 

L’album è la conseguenza diretta della riflessione generata dal periodo di isolamento legato all’emergenza sanitaria e anche se appare incauto stabilirne oggi la sua valenza assoluta rispetto ai lavori pregressi, credo che il progetto rimarrà il simbolo di un periodo unico e irripetibile, drammatico e quindi stimolatore di sensazioni e mood che l’autore rovescia nella propria arte e condivide col pubblico.

E ancora una volta la musica diventerà una unità di misura…


“La vita è tempo, quindi la musica è l’arte di misurare il tempo”

Agostino d’Ippona


Racconta Billeri: “Cosmo è un progetto nato durante le lunghe giornate di coprifuoco, quando avevo bisogno di dare voce al tempo sospeso che avevo (avevamo) vissuto. Sia nei testi che negli arrangiamenti ho cercato di ricreare il suono del silenzio pochi suoni e poche parole, accordi semplici, a volte con l'uso di accordature aperte.

Ho avuto la fortuna di avere come compagni nella registrazione musicisti preparati, sia dal punto di vista musicale che spirituale, consapevoli del suono semplice e folk da me ricercato per questo EP:

Fabio Mancini, cantautore e violinista spettacolare a cui ho lasciato campo libero e che a mio parere ha fatto salire i brani ad un livello superiore a quello della loro scrittura; Gian Luca Figus che, malgrado il nostro periodo di allontanamento, ha saputo cogliere con le sue trame le atmosfere rarefatte e sognanti delle due canzoni che gli ho chiesto di arricchire con pochi suoni”.

Tutti i brani sono stati scritti da Valerio Billeri che, come da lui sottolineato, si è affidato agli interventi di Fabio Mancini al violino e Gian Luca Figus alle tastiere.

L’EP si può inserire nella “casella” del folk puro, uno dei tanti “terreni” fertili in cui Billeri è solito seminare.

Si parte dalla title track che propone il primo intervento violinistico e l’atmosfera che prende corpo ha qualcosa di marcatamente “irlandese”.

Amore e ambientazioni che assumono vigore attraverso efficaci immagini sonore: “Dammi un solo momento per poterti parlare, sono vecchio da tempo, è mille anni che brucia il mio cuore, sono qui per le fiamme, per bruciare il tuo cosmo, con un anello d'oro… dolcezza…”.



A seguire “Curzio”, una ballad chitarra/voce/tastiera dalla costruzione minimalista e dall’incedere cupo, capace di realizzare una picture un po' distopica: “Ora è buio pesto, la città dorme, la tua guerra è persa tra le fiamme. Sei il re del bosco legato al suo ramo, nel regno del nulla, ne sei il guardiano…”.

Foglie di juta” è traccia nuovamente caratterizzata dal violino di Mancini, che riesce a trasformare le parole di Billeri in sensazioni concrete, una sorta di immedesimazione musicale che cala l’ascoltatore all’interno della canzone: “Fuori c'è vento, fuori piove, guardando oltre dalle stanze vuote; lei è lontana, persa nel sole, persa signore… tutto è lontano, tutto è uno, tutto ritorna…”.

Nostos” ha un profumo esoterico e il tema del viaggio - trattato in tempi di assoluto immobilismo - si spinge oltre i leciti confini, un trasporto che solo l’arte - e l’artista - riesce a rendere vivo e coinvolgente: “Guarda dove s'alza il sole, tra le ossa e le scogliere, guarda bene dentro l'alba, i tuoi passi sulla sabbia, e nessuno capirà chi sei stato tempo fa, nessuno lo saprà; spinge il vento le tue vele tra le onde e le sirene, verso casa fai ritorno alla fine di ogni giorno, verso casa fai ritorno…”.

Caos” ci consegna un profilo sonoro molto “americano”, un ritmo tipico delle antiche storie di Neil Young, con una nuova descrizione a tinte scure, una visione dall’alto, con distacco, a tratti dolorosa: “Il caos regna nei tuoi sogni, le tue pupille sono in fiamme mentre sorvoli la tua casa; polvere ovunque, su ogni cosa, niente rimane in ogni caso…”.

Chiude il disco “Novembre”. Inusuale affidare un’immagine positiva al meso grigio per eccellenza: “Fuori è mattino, dobbiamo andare… novembre è alla porte, il sole è un disco di rame; se il serpente è morto il veleno non nuoce, se il serpente è morto il mare è così scuro, ma la nave andrà in porto…”.

Valerio Billeri regala al pubblico il suo dono natalizio, un disco profondamente intimo, frutto di un’elaborazione enorme che lui riesce ad intrappolare in un contenitore volutamente semplice, pochi suoni e parole - come lui dice -, la ricerca del silenzio come necessità contingente, il bisogno di raccogliere le idee e ripartire, non dimenticando mai quale sia la nostra reale posizione in questo universo, caratterizzato dall’armonia dei suoi elementi e dall’apparente ordine che convive fatalmente con il caos, con l’aumento dell’entropia che prima o poi arriverà alla sua ultima misura.

E nei periodi neri, personali o collettivi, arriveranno a getto più o meno continuo momenti in cui la fitta nebbia offuscherà la visuale, e il disagio potrà avere tempi lunghi e insopportabili… saranno quelli i frammenti di vita in cui occorrerà solo sedersi e aspettare, perché la nebbia, così come è arrivata, prima o poi se ne andrà!

Un lavoro toccante, perfettamente dento al nostro tempo e, come sempre, un grande Valerio Billeri. 

Sottolinea l’autore: “L'EP sarà scaricabile gratuitamente, ho sempre pensato che il dolore e la speranza non abbiano prezzo”.


DOWNLOAD BANDCAMP

SPOTIFY 


Disponibile su tutte le piattaforme streaming per l’ascolto.

https://www.facebook.com/billeri.valerio


Tracklist

Cosmo

Curzio

Foglie di Juta

Nostos

Caos

Novembre

 

 

 


I suoni del Natale-"The Jethro Tull Christmas Album"


LA COLONNA SONORA DI OGNI NATALE

The Jethro Tull Christmas Album (noto anche semplicemente come Christmas Album) è il ventunesimo ed ultimo album registrato in studio dai Jethro Tull, pubblicato nel 2003.
L'idea di quest'album è stata partorita da Len Fico, capo della casa discografica Fuel 2000 il quale suggerì a Ian Anderson, nel Natale 2002, l'opportunità di registrare un nuovo album dal clima natalizio. Fu così che Anderson si mise subito al lavoro riproponendo pezzi già editi in precedenti album, ma anche canzoni nuove. Ben 7 brani su 16 sono strumentali tra i quali il pezzo in chiusura, A Winter Snowscape, composto da Martin Barre e inserito anche nel suo album Stage Left in un'altra versione.
The Jethro Tull Christmas Album è l'ultimo lavoro in studio a nome della band, essendosi il gruppo di fatto sciolto nel 2011.


Tracce

The Jethro Tull Christmas Album

Birthday Card at Christmas – 3:37
Holly Herald – 4:16
A Christmas Song – 2:47
Another Christmas Song – 3:31
God Rest Ye Merry Gentlemen – 4:35
Jack Frost and the Hooded Crow – 3:37
Last Man at the Party – 4:48
Weathercock – 4:17
Pavane – 4:19
First Snow on Brooklyn – 4:57
Greensleeved – 2:39
Fire at Midnight – 2:26
We Five Kings – 3:16
Ring Out Solstice Bells – 4:04
Bourée – 4:25
A Winter Snowscape – 4:57

Line up

Ian Anderson - voce, flauto traverso, chitarra acustica, mandolino, ottavino, percussioni
Martin Barre - chitarra elettrica, chitarra acustica
Andrew Giddings - tastiere, fisarmonica
Doane Perry - batteria, percussioni
Jonathan Noyce – basso

Ospiti

James Duncan - batteria, percussioni
Dave Pegg - basso, mandolino

Sturcz String Quartet con:
Gábor Csonka - primo violino
Péter Szilágyi - secondo violino
Gyula Benkö - viola
András Sturcz - violoncello





domenica 20 dicembre 2020

Viola Nocenzi-"Viola Nocenzi"

Scrivere di "Viola Nocenzi", album di esordio di Viola Nocenzi, mi obbliga ad un rigore supplementare, perché sono legato a lei da lunga e consolidata amicizia… virtuale, un concetto apparentemente eccessivo, ma nel pieno spirito del progetto che Viola ci propone. Urge in ogni caso il massimo dell’obiettività.

Sottolineare il termine “esordio” potrebbe trarre in inganno: non siamo al cospetto di un’artista che spunta fuori dal nulla, ma Viola ha una solida formazione musicale, studi approfonditi specifici, esperienze importanti, tanta gavetta e, naturalmente, un DNA che gioca a suo favore.

C’è poi da descrivere il “Suo” strumento, una voce incredibile che può sfruttare un’estensione vocale non comune (quattro ottave), una dote naturale che lei ha nutrito con l’applicazione e che la rende performante sia nel registro basso che in quello alto, con l’impressione, a tratti, di ascoltare di una vocalità operistica.

L’album “Viola Nocenzi” nasce al pianoforte, ed è figlio della stretta collaborazione tra l’autrice - che firma tutte le musiche, oltre al testo della conclusiva “Bellezza” - e lo scrittore siciliano Alessio Pracanica.

Della cinquantina di brani disponibili, alcuni dei quali creati anni fa, emergono sette perle, un numero magico per Viola, che propone in ogni episodio una parte di sé, e la sintesi del pugno di canzoni fa esplodere la concettualità che si cela - neanche troppo - dietro al progetto.

Il file rouge che annoda i sette pensieri di Viola si manifesta nella celebrazione dell’amore e della bellezza, con il focus puntato su aspetti interiori e metafisici, e quindi su tutto ciò che ruota attorno ad elementi relazionali, non solo all’interno di una coppia.

Ma per raggiungere obiettivi leciti e ambiziosi - la comprensione, il perdono, la comunione di intenti, un credo che sia coltivato nel quotidiano - occorre possedere delle virtù, cosa non certo scontata, e il racconto dell’artista fa emergere, passo dopo passo, le sue qualità personali, diventando al contempo monito e suggerimento, una via di uscita in tempi bui.

Ma mi piace sottolineare come gli aspetti estetici abbiano una loro valenza - spesso si ha timore nel metterli in primo piano -, perché l’osservazione della magnificenza della natura, di un quadro di uno sconosciuto o di un volto umano, possono fornire una scossa, o più semplicemente dare gioia e serenità, esattamente come riesce a fare una canzone… quella giusta per ognuno di noi.

Guardando dall’alto il lavoro nella sua globalità si registra una certa atipicità.

Non troviamo né i caratteri della musica progressiva - Viola si nutre da sempre di quel cibo musicale - né la leggerezza pop che ci viene propinata oggigiorno dai media, ma la proposta è fatta di sonorità estremamente moderne che legano episodi in cui spicca la poesia e la capacità interpretativa. Inutile definire il genere di un album che è il compendio di tante esperienze e skills, molto meglio assaporare ogni singola perla, perché di questo si tratta.

Ovviamente la sezione “arrangiamenti” può contare sull’eccellenza assoluta, ovvero la supervisione dello “Zio Gianni” - che partecipa anche come strumentista (piano elettrico, pianoforte, sampler, orchestrazione archi) e sulle competenze enormi di Lo Zoo di Berlino, i cui elementi sono: Andrea Pettinelli (rhodes, hammond, synth, theremin, mellotron), Diego Pettinelli (basso elettrico, sampler, elettroniche, programming) e Massimiliano Bergo (batteria, percussioni, drum machine), oltre a Roberto Masotti (percussioni); Viola Nocenzi suona il pianoforte, ovvero lo strumento studiato una vita, con cui crea ogni canzone.


Provo a fornire qualche immagine seguendo il percorso, step by step:

Apre il sentiero “Viola”, potenzialmente una hit, se fossimo in un paese normale.

“Viola” è - anche - un colore, ma ad esso è immediatamente collegato un profumo; la stimolazione dei sensi non passa solo attraverso le possibilità visive, e la capacità di eliminare le scorie negative e guardare il mondo circostante con un po' di comprensione può aiutare nel fornire “tinteggiatura” differente da quella imposta e a quel punto potremo avere nuovi occhi che ci regaleranno la realtà. Un urlo preoccupato diventa un monito: “… non vedi… il cielo è viola…”.

Musicalmente accattivante, tra elettronica e maestosità sinfonica.

A seguire “Lettera da Marte”, ovvero il brano uscito come anticipazione dell’album e che propongo a seguire.

Poesia scritta molto tempo prima da Pracanica, arriva improvvisamente e telepaticamente sulle dite di Viola, in piena libertà sul pianoforte mentre si lascia guidare dall’ispirazione, sicura che le sue qualità canore impediranno ogni ostacolo di accoppiamento. Il fulcro del brano e l’aspetto comunicativo, con immagini metaforiche molto convincenti.

La tecnologia non pone limiti e l’avvicinamento tra mondi lontanissimi tra loro, un tempo impensabile, è divenuto realtà. Marte non è poi irraggiungibile. Ma queste enormi possibilità esaltano un ossimoro, quello che sottolinea il contrasto determinato dalla facilità di contatto tra chi abita spazi lontani e le difficoltà relazionali rispetto a chi è a pochi passi da noi, e le incomprensioni portano spesso ad un repentino stacco della spina; ma le differenze tra simili, fatto di per sé oggettivo, non devono obbligatoriamente condurre alla chiusura totale dei rapporti personali, e la capacità di saper rispettare il prossimo sarà elemento premiante.

Risulta facile intravedere un arrangiamento di gran lusso, con una voce modulante supportata da un tappeto orchestrale che miscela analogico e digitale…


Colui che ami” è il terzo brano, citazione tratta dal Vangelo, utilizzata per affrontare il tema del dolore e della sofferenza, presenti in abbondanza in questo mondo, contrastabili con l’amore a la solidarietà.

Intimismo e atmosfera quasi aulica, con uno stretto dialogo musicale tra pianoforte e voce.

E arriviamo a “Entanglement”, termine molto tecnico nella sua concezione originale, quella che fa capo alla “correlazione quantistica”, e il legame esiste, ma tra due persone - potenzialmente le stesse che troviamo in “Lettera da Marte” -, due entità molto lontane tra loro dal punto di vista spaziale, ma ugualmente vicine e, nonostante tutto, dipendenti l’una dall’altra.

Incredibile prestazione vocale su di un tappeto sonoro elettronico.

Itaca” può condurre solo all’Odissea e quindi al tema del viaggio e permette all’autrice di mettere a nudo aspetti differenti che convivono in lei, quello più spirituale accanto ad uno più materiale, elementi con cui tutti dobbiamo fare i conti, seppur con dosaggi differenti.

Traccia permeata da una certa drammaticità, presenta una buona tensione sonora che non può lasciare indifferenti.

Con “L’orizzonte degli eventi” la ritmica ritorna in auge e l’elettronica incide, mentre la lirica assume una nuova dimensione: “… sul confine solo stupidi pensieri, lascio i miei magri poteri, perdo fame e desideri, io perdo tutto questo ma poi divento eternità…”.

Musicalmente forse più facilmente adattabile alla lingua inglese - un plauso agli arrangiatori -, sprigiona una buona energia che spinge ad abbandonare la staticità tipica dell'ascolto.

La conclusione è affidata al brano “Bellezza”, come già sottolineato l’unico scritto in totale autonomia, una sorta di manifesto che fornisce il brand all’album.

“Che si possa camminare per lasciare impronte nella terra bagnata, un peso permanente che copra la rabbia, il dolore e i sentimenti piccoli, non tutti sono disposti a misurare il proprio cuore e la propria intelligenza, il proprio cuore; che la soluzione, in fondo, sia solo l'amore e la bellezza?”.

Un concetto di bellezza che contiene, ma supera, l’aspetto estetico, una gradevolezza non fine a sé stessa ma derivata da sani principi, relazioni “pulite” e tanta semplicità, e a quel punto il bello non sarà più quello definito dai canoni tradizionali, ma la summa di sensibilità e virtuosismo.

Concludendo… Viola Nocenzi si mette in gioco e propone un album coraggioso, sceglie la forma canzone ma pensa istintivamente alla musica che ha assorbito sin dalla nascita - quella dei tempi composti e dell’estrema difficoltà compositiva e strumentale -, si contorna di musicisti esperti, persone fidate e affetti e tira fuori tutta la sua personalità, preparazione e talento. Forte e chiaro risulta il suo messaggio, il suo credo, la sua voglia di divulgare un pensiero positivo.

In attesa di qualche suo futuro live - sapendo poi che molti brani sono rimasti nel cassetto - c’è da augurarsi una buona continuità discografica: abbiamo tanto bisogno di musica di qualità che possa contrastare la mediocrità che ci circonda.


Tracklist:

 

1.      Viola

2.      Lettera da Marte

3.      Colui che ami

4.      Entanglement

5.      Itaca

6.      L’orizzonte degli eventi

7.      Bellezza


Biografia sintetica

Figlia del fondatore e da sempre anima del Banco del Mutuo Soccorso, Vittorio Nocenzi, nipote di Gianni, Viola inizia a suonare il pianoforte all’età di quattro anni, in seguito si dedica allo studio del violino e intraprende poi quello del canto d’opera, affiancando allo studio l’attività di insegnamento. La sua formazione umanistica e le stimolanti frequentazioni artistiche all’interno dell’ambiente familiare nel quale è cresciuta, hanno contribuito a plasmare la personalità di Viola, che si rivela in un intrigante mix di estro, sensibilità e ironia.

 


Viola Nocenzi Official:


http://www.violanocenzi.com/

 

https://www.facebook.com/viola.nocenzi/

 

https://www.instagram.com/nocenziviola/




venerdì 18 dicembre 2020

Tanti auguri a Keith Richards e alla sua... accordatura aperta


Compie oggi 77 anni Keith Richards, nato a Dartford il 18 dicembre del 1943.
Per ricordarlo propongo un mio post di qualche tempo fa, incentrato su di un aspetto tecnico, per evidenziare quanto Keith sia stato innovativo, fatto su cui non tutti sono d’accordo.

Nel corso della lettura di life”, il racconto della vita di Keith Richards, sono rimasto colpito dalla storia riguardante il suo modo di suonare la chitarra, delle cinque corde e dell’accordatura aperta in SOL da lui utilizzata nel corso degli ultimi cinquant'anni. Non credo abbia fatto proseliti, ma di sicuro è stato un innovatore. Richards non piace a molti, musicalmente parlando, e molti lo detestano per il suo stile di vita mentre altri pensano che non sia tecnicamente degno di nota e che sia impropriamente inserito nella lista dei migliori chitarristi esistenti. Ciò che descrivo a seguire mi pare dimostri almeno la condizione oggettiva di archetipo del chitarrista elettrico, e ciò non mi pare fatto privo di significato.


Tratto liberamente da “life”, autobiografia di Keith Richards.

La grande scoperta che feci alla fine del 1968 o nei primi mesi del ’69 fu l’accordatura aperta a cinque corde. Mi cambiò la vita. E’ così che suono i riff e le canzoni per cui gli Stones sono più conosciuti - Honkey Tonk Woman, Brown Sugar, Tumbling Dice, Start Me Up e Satisfaction.
Ero giunto a un punto morto ed ero convinto di non fare progressi con l’accordatura standard, da concerto. Non imparavo più e certi sound che cercavo non riuscivo ad ottenerli. Era da un pò che facevo esperimenti con le accordature. Il più delle volte le cambiavo perché avevo in testa una canzone, eppure, per quanto mi impegnassi, non ero in grado di tradurla in accordi con l’impostazione tradizionale. In più volevo riprendere alcune cose tipiche dei vecchi chitarristi blues e trasporle sull’elettrica mantenendone la semplicità di base e la purezza. Fu allora che venni a sapere tutta quella roba sul banjo.
Di solito l’accordatura del banjo veniva impiegata sulla chitarra per eseguire la tecnica slide o utilizzare il collo di bottiglia. “Accordatura aperta” significa semplicemente che la chitarra è stata impostata, in precedenza, su un accordo maggiore (ma esistono modalità diverse).
Io avevo lavorato sul RE e sul Mi aperti. Ero venuto a sapere che Don Everly usava un’accordatura aperta in alcuni brani. Si limitava a fare il barrè, a far scorrere il dito sulla tastiera. Il primo a suonare un SOL aperto davanti ai miei occhi fu Ry Cooder, malgrado se ne servisse esclusivamente per la tecnica slide, ancora con il MI basso. Io decisi che era troppo limitante, e che il MI basso mi stava tra i piedi. Mi accorsi che non ne avevo bisogno, non stava mai accordato e mi era d’intralcio rispetto a ciò che volevo fare, così lo tolsi, e la 5° corda, e il LA, divenne la nota più bassa. Se per caso colpivo quella corda non dovevo più preoccuparmi, né dovevo regolare gli armonici e tutte quelle cose che neppure mi servivano.
Cominciai a strimpellare con l’accordatura aperta… territorio inesplorato. Cambi una corda e d’un tratto ti ritrovi con un universo completamente nuovo sotto le dita. Tutto ciò che pensavi di sapere è volato fuori dalla finestra. Nessuno aveva mai pensato di suonare accordi minori su un’accordatura aperta maggiore, perché sei costretto ad usare degli espedienti. Devi ripensare tutto, come se il tuo pianoforte fosse stato capovolto, e i tasti neri fossero diventati bianchi, e quelli bianchi neri. Oltre alla chitarra devi riaccordare la testa e le dita. E abbandoni il regno della musica comune. La maestosità dell’accordatura aperta in SOL su una chitarra elettrica a cinque corde è che ci sono solo tre note - le altre due sono doppioni disposti su ottave diverse - .
La sequenza è: SOL- RE- SOL – SI- RE.
Certe corde risuonano, quindi, per l’intera canzone tenendo sempre bordone, e dato che sei su un’elettrica, producono un riverbero. Solo tre note, ma grazie a quei doppioni su ottave diverse, la distanza tra note alte e basse è colmata dal suono, con una magnifica risonanza squillante. A forza di suonare con le accordature aperte mi sono reso conto che ci sono un milione di posti dove non devi mettere le dite. Le note ci sono già. L’accordatura aperta funziona se riesci a individuare i punti dove posizionare le dita, e se azzecchi l’accordo giusto ne puoi sentire un altro sottostante che vibra anche se non lo stai suonando. Eppure c’è, e sfida ogni logica. Ciò che conta è ciò che lasci fuori. Fai risuonare tutto in modo che una nota si armonizzi con l’altra, e vedrai che, se hai cambiato posizione delle dita, quella nota riecheggerà ancora. Lascia che continui. Si chiama bordone, o almeno io la chiamo così. Da un punto di vista logico sembra senza senso, ma quando stai suonando e ti accorgi che la nota prosegue nonostante tu abbia cambiato accordo, ecco, quella è la fondamentale della canzone, è il bordone. Imparare di nuovo a suonare la chitarra mi appassionò e mi diede vigore. Era uno strumento diverso. Feci costruire delle chitarre a cinque corde per me. Non ho mai voluto suonare come qualcun altro, e dopo quella fase ho voluto scoprire ciò che la chitarra o il piano avevano da insegnarmi. Le cinque corde fecero piazza pulita del disordine. Mi consentirono di trovare nuovi lick e intessere trame più ricche. Potevo quasi sovrapporre la linea melodica agli accordi, grazie alla possibilità di aggiungere note qua è là.
E tutto a un tratto, anziché avere due chitarre, era come se avessi un’intera orchestra. Non sapevi più chi suonasse cosa… era fantastico.
Ian Stewart ci chiamava affettuosamente i suoi “prodigi da tre corde”, ma era un titolo onorevole. Che cosa puoi fare con quei tre accordi? Chiedete a John Lee Hooker, la maggior parte delle sue canzoni ne aveva solo uno, così come i pezzi di  Howlin’Wolf e Bob Didley… solo un accordo. Fu ascoltando loro che compresi che la tela a mia disposizione era il silenzio. Il genere di musica in cui si tappano tutti i buchi in modo frenetico non era certo la mia passione, né ciò che ascoltavo volentieri. Con cinque corde potevo essere sobrio, lasciando un vuoto tra un accordo e un altro. Ecco cosa mi ha insegnato “Heart-break Hotel. Quella fu la prima volta in cui sentii qualcosa di così spoglio. Allora non ragionavo come adesso, ma quello mi rimase impresso, quell’incredibile profondità al posto di un proliferare di fronzoli. Per un ragazzo della mia età fu una rivelazione.
Passare alla cinque corde fu come voltare pagina: là iniziava un’altra storia e.. sto ancora esplorando!

Editore: Feltrinelli
Collana: Varia
Data uscita:  03/11/2010

Ed ecco qualche spiegazione in lingua italiana.