martedì 28 febbraio 2017

Ricordo di David Byron a 32 anni dalla morte...




Il 28 febbraio del 1985, a soli 38 anni, il corpo di David Byron veniva ritrovato senza vita al numero 10 di Raymond Road, in Maidenhead. Sono passati 32 anni...



Un po’ di biografia tratta dal sito italiano degli 
Uriah Heep, non più disponibile in rete.

David John Garrick nasce il 29 gennaio 1947 ad Epping vicino Chingford e ha un approccio molto precoce con la musica; gia da piccolo, infatti, incantava tutti con una voce armonica e potente, capace di toccare note molto basse per esplodere a tonalità altissime. Diventò cantante semi-professionista con la sua entrata nei The Stalkers e, successivamente, professionista quando - insieme a Mick Box - fondò gli Spice che sarebbero poi diventati gli Uriah Heep. Siamo nel 1970 e, da questo periodo, la biografia di David - che gia durante la sua militanza con gli Stalkers aveva cambiato il suo cognome in Byron - si fonde con la storia degli Heep.

Nel 1975, dopo aver raggiunto il successo con gli Heep, David Byron fa uscire il suo primo album da solista su etichetta Bronze. L'album si titola Take no prisoners e vede la partecipazione di Mick Box e Lee Kerslake. Malgrado il successo, quelli erano stati anni difficili per David che cominciò a bere molto minando così la sua carriera futura. Ken Hensley riferisce che David era la classica persona che odiava le cose sbagliate ma invece di lottare per cercare di cambiare la situazione, preferiva annegare tutto nell'alcol. Questa è la ragione per la quale David Byron fu congedato dagli Uriah Heep alla fine del tour in Spagna svoltosi nel luglio del 1976. L'immagine riprodotta nel 76 dal German Magazine fece il giro del mondo facendo disperare i fans degli Uriah Heep. Bron spiegò che c'erano notevoli divergenze di vedute tra Byron e il resto del gruppo e che quindi, nell'interesse primario degli Heep, il cantante avrebbe dovuto abbandonare il gruppo, giacché queste divisioni erano - purtroppo - inconciliabili. Sulla natura di queste divergenze insanabili non si disse mai nulla, tutti restarono sul vago ... per questo a noi non resta che fare delle ipotesi. Alcune fonti vicine al gruppo dicono che le scintille scoppiarono o continuarono maggiormente allorché John Wetton si unì agli Heep. La canzone compresa in Take no prisoners Man full of yesterday sembrava fosse dedicata a Gary Thain ma, ironicamente, avrebbe descritto gli anni successivi della vita di David. In ogni caso una cosa è pacifica per tutti: senza David Byron gli Uriah Heep non furono più gli stessi.

Determinato a proseguire la sua carriera da solo David reclutò Clem Clempson alla chitarra e il batterista Geoff Britton che formarono insieme a lui i Rough Diamond. Registrarono anche un album omonimo che, purtroppo, non andò molto bene.

Con la collaborazione del compositore e polistrumentista Daniel Boone e di alcuni turnisti - tra i quali il famoso batterista Stuart Elliot - David incise il suo secondo LP da solista titolato Baby Faced Killer che non ottenne, purtroppo, nessun successo commerciale. Successivamente David si unì al chitarrista Robin George e formò laThe Byron Band. Accolto fra le file della Creole Records, David fece uscire due singoli Every Inch Of The Waycon al lato B il pezzo Routine e Never Say Die con al lato B Tired Eyes, prima di far uscire nel 1981 il suo terzo album da solista dal titolo On The Rocks. Sfortunatamente, come per i Rough Diamond, il successo non arrivò.

Queste delusioni professionali aiutarono l'accentuarsi del suo alcolismo che, ormai, padroneggiava su David determinando scarsissime prestazioni anche sul palco, come quando cadde sul palcoscenico del Marquee a causa di un attacco epilettico. Epilessia che il suo alcolismo non contribuiva di certo a curare. A nulla servì l'invito che gli rivolsero in quel periodo Mick Box e Trevor Bolder per la ricostruzione degli Uriah Heep; David rifiutò decisamente. David Byron, abbandonato da tutti e, per primo da se stesso, fu ritrovato morto nella sua casa di Maidenhead il 28 febbraio 1985.

I mass-media specializzati si limitarono a dare freddamente la notizia in una colonna che, nel migliore dei casi, comprendeva una ventina di righe. Di fatto, però, gli "addetti ai lavori" a cominciare dal grande John Wetton, hanno sempre riconosciuto a David "Garrick" Byron il talento e il posto che, meritatamente, si è conquistato contro tutto e tutti nella storia dell'hard rock.





venerdì 24 febbraio 2017

52 anni fa nasceva il Piper Club di Roma


Il 17 febbraio 1965 apriva il Piper di Roma, il primo locale alternativo in Italia, dove in molti si sono esibiti, dai gruppi del beat ai grandi del rock… Genesis, Pink Floyd, Frank Zappa, Banco...
Un po’ di storia tratta dal SITO UFFICIALE...


1965 – 1969 Il Piper Club fu fondato da Alberigo Crocetta e da Giancarlo Bornigia. Situato a Roma in Via Tagliamento, inaugurato 17 febbraio 1965, è destinato a diventare l'icona di tutta una generazione e un vero e proprio fenomeno di costume. L'ambiente originale era decorato con opere d'arte, tra cui due dipinti di Andy Warhol, alcuni di Schifano e opere di Piero Manzoni e di Mario Cintoli. All'esordio suonarono nel locale i migliori artisti della beat generation italiana tra i quali i The Rokes, i Rokketti, l'Equipe 84 e Le Pecore Nere, presto affiancati da Fred Bongusto, Dik Dik, Renato Zero, Romina Power, Gabriella Ferri e Rita Pavone. Su tutti, però, vanno ricordate Patty Pravo - la ragazza del Piper - e Caterina Caselli.
Il Piper emerse subito come punto focale della bella vita romana, raccogliendo frequentazioni dal mondo dello spettacolo e dell'arte, oltre che da personaggi della scena mondana. La linea artistica si ispirava al mondo del beat inglese, da cui copiò anche l'idea dell'opera beat, ovvero ad un uso innovativo di luci stroboscopiche colorate accoppiate ai suoni e allo stile dettato dalla moda della minigonna.
Dopo il successo del cast iniziale, entrarono nel gruppo anche Mal, Mimi Bertè (successivamente Mia Martini), Loredana Bertè, Renato Zero e Mita Medici. Vi si esibivano i più conosciuti complessi di musica Beat e cantanti di musica leggera nazionali ed internazionali in voga in quegli anni, esibendo nomi del calibro dei Procol Harum,i Birds, Rocky Roberts e dei giovanissimi Pink Floyd ( il 18 e il 19 aprile 1968). Sulla pedana del Piper, il 23 maggio 1968, suonò anche un chitarrista entrato poi nella mitologia del Rock, Jimi Hendrix. La musica italiana era invece rappresentata da New Trolls, Le Orme, Mino Reitano e Pooh.


Nel 1968 dal Piper partì un'iniziativa simile a quelle in voga negli anni sessanta, i cantagiri canori: nella fattispecie, il CantaPiper.
1970 – 1979 Sono gli anni dell’austerity, della crisi economica, della lotta politica e del terrorismo. Sono anni difficili per il nostro paese, ma il Piper Club continuò a sviluppare il proprio progetto artistico. Nei primi anni settanta una modifica della linea artistica portò all'esordio di Formula Tre, Lucio Battisti, Ricchi e Poveri, Mia Martini e all'esibizione di Genesis, David Bowie, Sly and the family Stone, Lionel Hampton e Duke Ellington.
1980 – 1989 Famoso l'episodio alla fine degli anni 80 in cui il cantante dei Nirvana, Kurt Cobain, durante il concerto al Piper per la promozione del'album “Bleach”, stanco per il viaggio, per il cibo non gradito e per il suono degli amplificatori, in pieno concerto uscì letteralmente fuori di matto. Cominciò a spaccare la chitarra e salì su una trave minacciando di buttarsi di sotto. Ci volle l'intervento di Jonathan Poeman e Bruce Pavitt della Sub Pop per far calmare la situazione.
Gli anni '80 sono stati indimenticabili anche per l’ascesa dello storico direttore del locale, Mr. Franz, che con le sue mille idee trasformò ogni serata in un evento speciale e unico. Rivoluzionò la vita del locale spingendolo verso quella che oggi è definita discoteca. Le frequentazioni di quei tempi erano quelle più importanti. La cosiddetta "Roma Bene" ricorda ancora oggi i mitici venerdì sera del Piper. Le feste erano all’insegna del toro meccanico, dei pattini, della neve e tante altre ancora. Il Mister, per avvicinare i giovani ai problemi di quei tempi, portò nel locale personaggi importantissimi, tra cui l'Onorevole Giulio Andreotti e il Prof. Ferdinando Aiuti.
Gli anni '80 sono stati anche gli anni della nascita della musica “house dance” e del "rap"; molti i dj che hanno suonato nello storico locale, tra cui Peter e Paul Micioni, Corrado Rizza, Stefano De Nicola, Marco Trani, Jovanotti e tanti altri ancora.

1990 – 1999 Sono gli anni della nascita della musica "tecno" e di quella "elettronica". Il Piper oramai trasformato nella discoteca n. 1 d'Italia porta in consolle i principali dj della scena italiana e internazionali. Per esempio: Coccoluto, Fargetta, Linus, Albertino ect... Questi sono anche gli anni dei "pomeriggi" e delle "mattinee". Il sabato e la domenica pomeriggio centinaia di ragazzi provenienti da tutti i quartieri di Roma frequentano il locale per ascoltare buona musica e magari trovare l'anima gemella.
2000 – 2009 Dopo tanto tempo tornano nel 2006 i concerti al Piper Club. Il primo è stato quello dei "Babyshambles" di Pete Doherty. E’ stato un successo strepitoso di cui se ne è parlato in tutto il globo. Il ritorno alla musica dal vivo è fortemente voluto da uno dei figli di Giancarlo Bornigia. Nel 2007 si sono esibiti artisti del calibro di Niccolo Fabi, Gianluca Grignani, Cat Power, Brazilian Girls, Paola & Chiara, Editors, Tiromancino, Giuliano Palma & Blue Beaters. Inoltre il locale ha ospitato alcuni degli eventi più importanti della capitale tra cui le "Hilfiger Session" che hanno avuto come ospiti Mario Biondi, Corveleno, Lara Martelli e tanti altri. Concerti di successo si sono esguiti nel 2008 tra cui la canadese Feist, gli inglesi The Fratellis, Mietta e James Taylor Quartet. Nel 2009 è stata infine prodotta la rassegna musicale "Piper in Rock", manifestazione con la quale si è dato spazio a tanti giovani artisti della scena indie-rock romana.

lunedì 20 febbraio 2017

Il compleanno di Aldo Tagliapietra




Il calendario mi fornisce ancora una volta l’occasione per ricordare l’eccellenza musicale.

Compie gli anni oggi Aldo Tagliapietra, voce storica delle Orme, da alcuni anni super-impegnato in proprio. Quando entrai in contatto col mondo “Orme” era il 1970, avevo 14 anni, ed ero stato colpito dal brano pop “Irene”. Di lì a poco il percorso della band virò decisamente verso un’altra musica, influenzato dalla partecipazione, come spettatori, al Festival di Wight. E nacque “Collage” e le Orme entrarono a far parte delle band seminali che rappresentarono i fervori del momento, in atto anche in Italia.
Aldo ha la fortuna di possedere una timbrica particolare che è diventata caratterizzante, riconoscibile in un nano secondo, probabilmente impossibile da clonare.
Aldo è anche una persona come difficilmente se ne trovano nel mondo musicale, attenta allo spirito più che alla materia, ai rapporti umani, alla famiglia – un nucleo il suo, capace di suscitare sana invidia per il collante che lo unisce, e di cui sono testimone.
Bassista, chitarrista, vocalist, frontman, suonatore di sitar – un paio di anni fa propose lo strumento indiano a Sanremo, collaborando con Celentano – ha dedicato tutta la sua vita a quella che è definita musica progressiva, siglando assieme ai suoi compagni di viaggio album storici che oltrepassano la necessità di catalogare ogni tipo di musica e armonia, perché l’ascolto è sufficiente per l’apprezzamento immediato.
Negli ultimi anni si è assistito ad un cambiamento importante, legato alla connessione tra la serenità personale e i risvolti professionali. Circondatosi di una band di giovanotti (consiglio caldamente di ascoltare i “Former Life” nei loro progetti), ha ritrovato la voglia di comporre e di buttare nuova carne al fuoco, evitando di ripescare, solo, pillole di passato, rilasciando invece due album di inediti ed un libro… il tutto in due anni! E credo sia pronto un nuovo capitolo!
Frequenti i suoi concerti in giro per l’Italia e per il mondo, con progetti di varia natura, perché la musica continua ad essere la sua vita.

Gli chiesi un po’ di tempo fa: “Cosa scriveresti sul tema: "Tagliapietra e la sua musica futura”? “Spero di continuare ad avere quell’entusiasmo e quella creatività che mi ha permesso di arrivare a scrivere musica come faccio ultimamente, per molti e molti anni ancora”.

Un esempio positivo per tanti giovani che sicuramente non conoscono ancora Aldo Tagliapietra, ma se nascesse in loro la curiosità di saperne di più (mi illudo che queste righe possano servire a questo), rimarrebbero affascinati, ne sono certo, da una voce senza eguali, capace di trasmettere le emozioni di cui spesso si parla senza sapere cosa in realtà siano, e una volta entrati in contatto con il suo modo di porsi sarà difficile dimenticarlo.
Tanti auguri Aldo!

Questo accadeva nel 1976…

sabato 18 febbraio 2017

Yoko Ono


Il 18 febbraio del 1933  nasceva Yoko Ono, che arriva quindi alla considerevole età di 84 anni.
Per ricordarla utilizzo un mio vecchio post...

Leggendo il libro “Rock Notes-I grandi songwriters si raccontano”, del cantautore e critico americano Paul Zollo, sono “incappato” in alcune figure mai approfondite, come David Byrne, John Fogerty, Leonard Choen e altri.
I libri dedicati alle interviste (non solo musicali) sono quelli che preferisco, perché trovo che domande intelligenti possano far emergere ed esaltare lati poco noti degli artisti posti sotto i riflettori. Ma alcune immagini sono per me più forti di altre e alcuni personaggi mi intrigano maggiormente.
All’interno di questo libro ho trovato una notissima e controversa figura che ha colpito la fantasia di tutti gli appassionati di musica della mia generazione.
Parlo di Yoko Ono, che istintivamente ho sempre "rifiutato", per via del condizionamento che ho subito attraverso i media.
Ciò che mi è sempre “arrivato” è la negatività di questa donna, a cui molti hanno imputato lo scioglimento dei Beatles.
Ovviamente non ho nè i mezzi nè le informazioni per giudicare, e la mia antipatia antica era basata su di un feeling comune che avevo fatto mio.
Nemmeno adesso posseggo la verità, ma razionalmente mi piacerebbe fornire un’immagine oggettiva per inquadrare il reale valore artistico, musicale, di questa ormai anziana signora.
Nessuna biografia, nessuna storia già ascoltata e nessun nuovo “reperto”, ma per la prima volta ho “sentito” la sua voce e mi piace riproporre il suo pensiero, sollecitato da alcune domande di Zollo.
La cosa su cui mi sono soffermato, come premessa all’intervista (antica), è una poesia che fa parte del disco “The Season of Glass”, lavoro uscito dopo la morte di Lennon:

Passa la primavera
e ci si ricorda della propria innocenza
passa l’estate
e ci si ricorda della propria esuberanza
passa l’autunno
e ci si ricorda della propria venerazione
passa l’inverno
e ci si ricorda della propria perseveranza.
C’è una stagione che non passa mai
Ed è la stagione del vetro

Leggendo l’intervista, realizzata nel 1992 a New York, si apprendono alcuni importanti aspetti legati al disco ed alla grafica proposta in copertina.

“Season of Glass”è stato un disco molto potente, e molto significativo per un sacco di persone, quando è uscito.
Quando ho fatto “Season of Glass” mi sentivo come se stessi camminando sott’acqua o qualcosa del genere, quindi non ne sapevo davvero nulla della reazione della gente.

Ho sentito che la tua casa discografica è rimasta sconcertata dal fatto che tu abbia voluto usare quella foto di copertina con gli occhiali di John schizzati di sangue.
Oh sì, molto!



Ho letto di recente che nella Germania nazista, come atto di crudeltà, spedivano gli occhiali sporchi di sangue degli uomini uccisi alle loro mogli.
Davvero? E’ terribile. Ma non è simbolico tutto questo? Vedi, ecco che voglio dire, quando mi viene l’ispirazione di fare qualcosa del genere, io lo faccio, perchè penso che ci sia qualcosa che mi sfugge. Mi sono anche arrabbiata. Insomma, io stavo raccontando quello che mi era successo, e non mi era certa successa una cosa bella!

La poesia intitolata”Season of Glass”, sul retro della copertina dell’album, è bellissima e triste. Hai mai pensato di farla diventare una canzone?
Ci ho pensato, ma non credo di esserne in grado. Non lo so.

In quella poesia hai scritto:” C’è una stagione che non passa mai ed è la stagione del vetro”, che riecheggia lo stato d’animo provato da tanti, dopo la morte di John, l’idea che questa sia un’epoca destinata a non passare mai. Pensi che siamo ancora nella stessa stagione del vetro?
Non lo so, perché forse in qualche modo parlavo di qualcosa al di là della morte di John. Allora, naturalmente, stavo raccontando la mia esperienza personale. Ma proprio adesso sto realizzando un’opera per una mostra su una famiglia seduta in un parco al momento del “meltdown” atomico, e quello a cui pensavo era un “meltdown” della razza umana e della specie in pericolo. E qualcuno mi ha detto che sembrava parlare anche del genocidio. Perciò è come se la stagione del vetro fosse ancora qui, in tutto il mondo. Non siamo ancora arrivati al punto in cui non ci siano più … occhiali sporchi di sangue.

Uno dei messaggi positivi che hai espresso, e che penso la gente non abbia colto, è che sul retro della copertina di “Season…”, il bicchiere d’acqua, che in copertina è mezzo vuoto, lì è pieno.
Sì. Oh, vuoi dire che ci hai fatto caso? Sono in pochissimi ad averlo notato.

Pensi che i tuoi messaggi positivi siano stati spesso trascurati?
Beh, alcuni li hanno colti ed altri no, dipende anche dalla persona. Voglio dire, tu ti sei accorto di qualcosa, giusto? Ma la maggior parte della gente no. 

La verità contenuta nella poesia rimane costante, inalterata nonostante lo scorrere del tempo. Emerge in modo mirabile quello che stavano provando milioni di persone in tutto il mondo durante in momenti cupi seguiti a quel giorno nerissimo del dicembre 1980, quando John Lennon morì. Era quella una stagione destinata a non passare, una tragedia che non sarebbe stata banalizzata nel tempo, una ferita che non sarebbe guarita. E in un certo senso non si voleva che accadesse.






mercoledì 15 febbraio 2017

Acqua Libera: recensione all'album omonimo e intervista alla band


Commentare l’album omonimo degli Acqua Libera, appena rilasciato, potrebbe apparire cosa ardua, avendo ben presente che lo scopo di chi commenta è quello di fornire fatti oggettivi ed esprimere un giudizio personale che possa essere invitante per possibili ascoltatori, appassionati di musica a volte molto "specializzati" e capaci di afferrare ogni particolare, ma quasi sempre conquistati da aspetti empatici che nulla hanno a che vedere con la razionalità: un riff particolare, un tempo impossibile da decodificare, una trama affascinante, delle skills oltre le normali possibilità umane, un “profumo musicale” che a parole non si riesce a spiegare.
Entrambi gli aspetti sono importanti, anche se i risvolti tecnici sono spesso più complessi da catturare e ancor più da spiegare.
Analizzando la scheda di presentazione ho trovato i fatti concreti e salienti che non avrei potuto fare emergere, in primis la storia della band analizzata nei singoli componenti:


Ho poi trovato una disanima dettagliatissima delle singole tracce, e anche in questo caso solo chi ha composto e modellato i brani poteva realizzare un quadro così esaustivo:


Non resta quindi che aggiungere la mia nota personale, che ho cercato di separare da ogni lettura preventiva, basandomi solo sul feeling da ascolto.
La band senese degli Acqua Libera è di recente costituzione - 2013 - ma il background musicale parte da molto lontano, e la tradizione progressiva appare come consistente e deciso amore che produce materia comune per tutto il loro sound.
Quarantaquattro minuti di musica suddivisi su otto brani permettono di realizzare un viaggio nei meandri del prog misto alla musica fusion, con l’assenza totale di liriche.
E’ tanta e tale la perizia tecnica messa in campo che si rischia di scambiare le singole trame per esercizi di bravura messi a disposizione di un album creato per una nicchia - amante dell’estremo tecnicismo - racchiusa in altra macro nicchia, quella del popolo del prog.
Dall’intervista a seguire si capiscono i veri intenti, l’iter compositivo, e quella voglia di libertà espressiva che diventa il collante del gruppo, che non si pone limiti per il futuro… le vie da intraprendere sono ancora da stabilire, sarà il piacere comune che detterà la strada.
I miei primi ascolti (due di fila) sono stati… coinvolgenti, nel senso che mentre ritrovavo tracce del mio passato cercavo di capire i tempi composti in gioco e le dinamiche di squadra.
L’ascolto successivo è stato invece… avvolgente, e la bellezza pura, l’eleganza e la melodia (anche un basso è in grado di avere ruolo diverso da quello prettamente ritmico, come nel caso di “Marcina”) mi hanno fatto abbandonare ogni percorso razionale.
Credo sia questo un perfetto esempio con cui si possa spiegare un concetto assolutamente personale che porto con me da sempre, quello dell’importanza della musica rispetto ad un qualsiasi testo. La possibile bellezza della lirica risulta alla fine un filtro condizionante, capace di fare scattare meccanismi che influenzano l’ascolto portando alla ricerca di un contenuto, ma i disegni meramente strumentali colpiscono il nostro sistema limbico, il cuore, e ogni organo capace di interagire con le stimolazioni esterne.
Acqua Libera mi ha dato tutto questo, partendo dal primo brano, “Tempi moderni” - video che presento a fine articolo - che mi ha immediatamente portato a sonorità che avevo trovato una decina di anni fa nella “nuova pelle” dei Focus di Thijs van Leer. E questo è il concetto che spiega la frase  “la musica è memoria”, che tanto amo di questi tempi!
Sono pezzi inediti quelli contenuti nel disco, e anche i tre nati in tempi antichi - “Alla Luce della Luna” e “Prog Mood” (anni ’70,  “Livello 7”) e “Mr. Lou” (anni ’80, “Juice Quartet”), vedono solo ora la registrazione su disco dopo opportuna elaborazione.
Ma non c’è tempo per riflettere, è un continuo susseguirsi di ritmi complicati addolciti da atmosfere più “terrestri”, una creazione di immagini a ripetizione, che spesso spiazzano per la rapidità di cambio, e producono un film sonoro che penetra nell’intimo.
Gli Acqua Libera sono alla fine più trasversali di quanto si potrebbe pensare in caso di ascolto casuale, perché il loro rock (mi piace la semplificazione verso il vero riferimento che conosco), partendo da intrecci di elevata complicanza si sintetizza un materia accessibile a tutti, tutti quelli che rifiutano la rigidità di pensiero quando si trovano al cospetto di un prodotto musicale, qualunque siano i presupposti di partenza.
Mi manca l’esperienza live, che in questi casi non guasta, ma credo che la strada tracciata sia assolutamente da perseguire, e mi pare che gli Acqua Libera possano aspirare ad un ruolo costante nel panorama della musica di qualità.

Grande album che consiglio vivamente.


Tracklist:
01. Tempi moderni (Acqua libera)
02. Nautilus (Acqua libera)
03. Alla luce della luna (Livello 7)
04. Mr. Lou (Luigi Campoccia)
05. Marcina (Franco Caroni)
06. Sans tambour ni musique (Acqua libera)
07. Quo vadis (Franco Caroni)
08. Prog mood (Livello 7)

Formazione
·         Bass – Franco Caroni
·         Drums, Percussion – Marco Tosi
·         Guitar – Fabio Bizzarri
·         Keyboards – Jonathan Caradonna



L’INTERVISTA

”Acqua Libera” è un progetto recente, ma rappresenta la fusione di due band che hanno molta storia in ambito locale, e amori musicali ben specifici: riuscite a sintetizzare le vostre vicende, dagli albori ad oggi?

Onestamente la sintesi non è stata cercata, è avvenuta casualmente. Probabilmente con il senno di poi possiamo dire che eseguire e poi rielaborare alcuni momenti dei due brani del “Livello 7” e del brano del “Juice quartet” ci è servito per creare un linguaggio comune, un modo di interagire, di trovare quel determinato groove che poi abbiamo continuato ad utilizzare nelle nostre nuove composizioni. Si è formato un certo collante dovuto alla nascita inaspettata di quell’interplay di gruppo che è riuscito a smussare i personalismi e ha fatto crescere le dinamiche di gruppo in modo rispettoso delle differenze di stile e di esperienze fra i vari componenti. Ci siamo divertiti a prendere il meglio da ognuno di noi e valorizzarlo all’interno del gruppo. Il CD ci ha lasciati tutti abbastanza soddisfatti e nel gruppo aleggia la sensazione che ognuno sia riuscito a dare il meglio di se stesso, come musicista e come strumentista. Certo si può fare meglio, ma per questo ci sarà tempo.

Qual è stato l’obiettivo principale che ha fatto scattare la scintilla, nel 2013, escludendo la ovvia passione per un mondo musicale preciso?

La scintilla non è nata improvvisamente, ci siamo piacevolmente accorti che i brani venivano svolti in una maniera non convenzionale, a volte difficile da interiorizzare, ma spesso si dimostravano carichi di significati, di emotività condivise… Ci siamo sempre ammoniti di stare con i piedi per terra, ma con la soddisfazione evidente di constatare che, quando riuscivamo a prendere la strada giusta, limitare gli errori e suonare con il giusto groove, il linguaggio si chiariva e prendeva le dovute forme e il giusto significato musicale. Niente di trascendentale, ma funzionava, suonava come sapevamo, era riconoscibilmente “nostro”, migliorabile e quindi carico di futuro.

Parliamo di composizioni inedite o di materiale già esistente e rivisitato?

I due pezzi del “Livello 7”, così come quello del “Juice quartet”, sono tutte composizioni inedite, rivisitate da noi con grande amore e rispetto per impedire che se ne perdesse traccia; non sono mai state registrate, ma solo eseguite in una decina di concerti. Gli altri cinque brani sono tutti egualmente inediti, elaborati fra il 2015 e il 2016. Quo vadis e Marcina sono composizioni del bassista Franco Caroni, arrangiate e supervisionate da tutti i componenti di Acqua Libera. Tempi moderni, Nautilus e Sans tambour ni musique, sono composizioni nate completamente da zero, in sala prove, da parte di tutto il gruppo, con una forte impronta del tastierista Jonathan Caradonna.

E’ possibile ipotizzare una vostra musica futura dove c’è spazio anche per le liriche?

Al momento dobbiamo decidere se e come intendiamo elaborare altra musica, se restare in quartetto o aggiungere altre collaborazioni, noi siamo tutti strumentisti e la nostra musica nasce naturalmente come musica strumentale. Comunque non poniamo paletti, cercheremo di capire cosa ci piacerà suonare e se saremo in grado di farlo in modo piacevole e soddisfacente.

Andando nell’ascolto dettagliato, mi è sembrato di trovare all’impatto una certa complessità compositiva, che però fluisce in modo naturale nei brani: come nascono e come vengono “fatti crescere” i vostri brani?

Con una marea di giorni di prove. Tutti i brani, ma a maggior ragione quelli di una certa complessità come alcuni dei nostri, devono essere interiorizzati e fusi con le nostre differenti sensibilità espressive per non risultare esercizi tecnici da sala d’incisione. Se pretendi una certa musicalità la puoi raggiungere solo suonando molto insieme agli altri del gruppo. Si può studiare da soli un passaggio particolarmente complesso, ma se vuoi essere sicuro che quel passaggio possa poi fondersi e appartenere al pezzo, al gruppo, devi provare a inserirlo nel colore e nel ritmo del brano, altrimenti si fa della tecnica e non della musica. Solo suonando insieme poi riusciamo a capire se quel momento musicale è coerente con il contesto che sta crescendo, se è bello ma è fuori tema e va tolto, se non è eccezionale ma risolve una tensione, una dinamica… se parla lo stesso linguaggio e riesce a dare vita e continuità al pezzo, in poche parole se “funziona”.

A chi vi siete affidati per produzione e distribuzione?

Il CD Acqua Libera è una produzione del chitarrista Fabio Bizzarri e del bassista Franco Caroni. La distribuzione all’inizio era praticamente inesistente, poi abbiamo accolto la proposta della BTF – Home of the italian Progressive Rock. Chi vivrà vedrà…

In che formato sarà disponibile il vostro album omonimo?

Al momento il supporto sonoro impiegato è il consueto CD. Stiamo pensando anche ad altro, ma dobbiamo ancora convincerci…. le idee ci sono, ma il riserbo è d’obbligo.

Avete programmato date live per la pubblicizzazione?

Abbiamo già suonato al “Music Tribe” di Poggibonsi e alla “Corte dei Miracoli” di Siena. Per il futuro il 30 marzo suoneremo a “UnTUBO” Music Club di Siena, stiamo aspettando una data su Roma, una nel Perugino, una a Colle val d’Elsa e una a Pisa. Poi vedremo, ci piacerebbe suonare a Milano, ma la vita musicale del live nel nostro genere è dura. L’importante è non mollare e non abbiamo certamente voglia di farlo. Non è poi vero che l’acqua è inarrestabile?

Quale potrebbe essere il prossimo passo di “Acqua Libera”, ora che… avete rotto il ghiaccio?

Speriamo di fare un buon numero di concerti, vogliamo far sentire la nostra musica a più persone possibile. Certo non è una musica facile, che sia strumentale poi non agevola le cose, ma noi confidiamo sull’esistenza di un pubblico un pò visionario, che non si fermi ad apprezzare solo una musica “comoda”, predisposta appositamente per piacere all’istante, speriamo di incontrare un pubblico di “curiosi”, a cui non dispiaccia sforzarsi di ascoltare e di entrare almeno un po’ dentro la nostra musica. Se questo pubblico esiste e noi siamo ritenuti sufficientemente interessanti, allora ce l’avremo fatta, avremo trovato il nostro pubblico, non saremo più soli, dato che suonare musica dovrebbe essere un equilibrio fra l’esigenza di esprimere sé stessi e la speranza di interessare e piacere agli altri.
Poi vorremmo fare un secondo CD, anche solo per capire se siamo in grado di evolvere non solo come singoli, ma soprattutto come gruppo… ci consideriamo dei visionari e dei curiosi proprio come vorremmo che lo fosse il nostro pubblico. Il secondo CD ci dirà se il gioco vale la candela…





domenica 12 febbraio 2017

Antonio Pellegrini-"The Who e Roger Daltrey in Italia”: il commento



I libri che rivelano i segreti - o presunti tali - delle rock star sono presenti in libreria - ma ora anche in formato digitale - in forma massiccia, e l’interesse è spesso spinto dalla morbosità che accompagna l’appassionato medio, che anela ad entrare negli anfratti dei suoi miti appropriandosi di un pezzo di storia per pochi, perché possedere certi dettagli appare come elemento che realizza una certa appartenenza all’elite, e lega per sempre, in modo sottile, artista a lettore.
Esiste però un formato più oggettivo, fatto di documentazione che resterà per sempre, ammesso che a qualcuno venga in mente di impegnarsi in un'opera di ricerca e trasferire successivamente  il tutto su un formato indistruttibile, cioè un “qualcosa per sempre”.
I The Who forniscono elementi infiniti nei vari supporti, e di loro conosciamo tantissimo, a partire dagli atti iniziali sino ad arrivare ai giorni nostri.
Possibile scrivere qualcosa di nuovo su quel mondo dopo il rilascio di un tomo da quasi 500 pagine che  descrive la vita di Pete Townshend?
Antonio Pellegrini ci ha provato - e ci è riuscito - focalizzandosi su di un aspetto preciso, i live italiani della band, peraltro scarsi, se si pensa che dal passaggio romano del ’72 (le date precedenti risalgono ad un tour in erba del 1967) ci sono voluti ben 35 anni per ritrovarli in Italia (all’Arena di Verona). Sono recenti le apparizioni di Bologna e Milano (nel 2016), inframmezzate dal tour di Tommy del 2012, un progetto del solo Roger Daltrey, peraltro molto apprezzato.
Sembrerà strano ma è la prima volta che qualcuno pensa a questa semplice sintesi basata appunto su fatti oggettivi, ma la raccolta delle idee e delle informazioni passa obbligatoriamente attraverso il coinvolgimento di persone presenti ai live (non è facile trovare reduci di anni antichi, forniti di memoria adeguata e supportata da documenti), spettacoli di cui esistono poche testimonianze tangibili: altri tempi e altri sistemi di comunicazione.
Ma ancora più strano è che il protagonista di tutto ciò sia un giovane, nato 5 anni dopo l’uscita di Who’s Next, e quindi fulminato in chissà quale momento della vita dalla musica di un gruppo che “prende” anche le nuove generazioni, che permea le nostre culture, che esprime disagi generazionali attualissimi.
Antonio Pellegrini ha trovato un buon metodo per ringraziare gli Who del grande regalo ricevuto - quella musica che è fonte di continue emozioni - e ha così dedicato larga parte del suo tempo alla non facile ricerca del materiale costituente la sua creatura, “The Who e Roger Daltrey in Italia”, e nel corso di un anno di lavoro i frutti sono arrivati.
“Scalette”, interviste, contributi esterni di fan e il pensiero pregiato di Simon Townshend, fratello di Pete, da molto tempo membro della band in fase live.
Ampia anche la sezione fotografica.


Ho avuto il privilegio di realizzare l’introduzione al book e di partecipare ad una presentazione successiva, ma non è per questo che ne consiglio vivamente la lettura: solo ciò che rimane sulla carta resisterà per sempre, ne sa qualcosa Antonio che ha dovuto faticare per risalire alle fonti e costruire il suo gioiello… ma ne valeva la pena, il suo libro rimarrà, ne sono certo, l’unico che racconterà cosa accadde in Italia quando gli Who passarono da queste parti.
Si spera sempre che altre occasioni arriveranno, ma trattandosi di Pete Townshend e soci, non certo prolifici nella nostra terra, qualche dubbio può arrivare, e nell’incertezza… ci ha pensato Antonio a realizzare il suo “Io c’ero”, mettendolo a disposizione delle generazioni future, che anche tra molti anni, probabilmente, ascolteranno “Baba O’Riley”.


The Who - Live In Hyde Park 26th June 2015, as part of their 50th anniversary tour

Antonio Pellegrini, genovese, lavora per l'ufficio Comunicazione di Marketing del Comune di Genova. Musicista e autore, suona nella band genovese Biosound, con la quale ha pubblicato due album: "Di Versi" e "Stagioni". Appassionato di concerti, ne ha visti parecchi e li racconta sul suo blog www.tonyinviaggio.com e sulla webzine Mat2020 (www.mat2020.com)



venerdì 10 febbraio 2017

I giovani del "Ferraris Pancaldo" di Savona e i Pink Floyd


I momenti più gratificanti del quotidiano, nell’ambito delle mie passioni, risiedono nella possibilità di condividere la mia esperienza, le mie attività ed attimi intensi che, grazie alla musica, assumono spesso la dimensione della perfezione, uno stretto legame tra il mondo dei suoni e gli accadimenti personali che, proprio grazie a particolari melodie, ritmi e liriche, diventano tracce indelebili del percorso personale: la musica è memoria!
Mi pare contraddittorio esaltare l’elemento musicale come fondamentale aspetto culturale e poi bandire dalla scuola superiore la materia, salvo gli indirizzi specialistici.
Ho guardato perciò con grande interesse e soddisfazione la “Settimana delle Eccellenze” organizzata al “Ferraris Pancaldo” di Savona, nata per arricchire il bagaglio culturale degli studenti. Non solo musica quindi, ma cura di particolari tratti sociali, che vanno dall’azzardopatia alla sismologia, sino ad arrivare agli aspetti giuridici che regolano il nostro ordinamento:


Nell’occasione ho avuto il privilegio di passare alcune ore con studenti di diversa età e genere, e ho provato ad interagire con loro, cercando di accorciare le enormi distanze generazionali che separavano il docente dai discenti.
Occorre considerare che la musica può essere un veicolo per arrivare a toccare altri aspetti fondamentali e utili nel proseguimento degli studi e più in generale nella vita.
Può capitare infatti che dall’ascolto di un brano nasca l’occasione di esprimersi, di lasciarsi andare, di provare a raccontare al “pubblico” presente i sentimenti provati, di mettersi in gioco sfidando la frustrazione che nasce sempre in queste occasioni, di testare i benefici del lavoro di squadra, di conoscere sonorità antiche/nuove spingendosi magari sulla via dell’approfondimento di un mondo sconosciuto… di comprendere altri aspetti legati alla necessità di relazionarsi e comunicare nella maniera più efficace possibile.
Ancora una volta ho avuto dimostrazione che i nostri giovani hanno solo bisogno di sollecitazioni e poi sono pronti a stupirci. Certo, tra i cinquanta presenti ci sarà stato qualcuno che ha sopportato a fatica le tre ore passate assieme, ma l’immagine globale che ho avuto mi ha gratificato.
Coadiuvato da Fabio Biale, musicista di grande qualità, nell’occasione in veste di docente scolastico, ho proposto l’ascolto di un brano storico, “The Great Gig In The Sky”, tratto da “The Dark Side Of The Moon”, album epico dei Pink Floyd.
Lo start al brano è però stato preceduto da una storia romanzata (di Max Pacini) che lega Clare Torry - la voce - alle tortuose vicende legate al giorno della registrazione, nel 1973, e a quelle conseguenti, di certo toccanti.
E’ il racconto dei sentimenti di una giovane in un momento topico della sua esistenza e delle delusioni conseguenti all’apparente insensibilità di un mondo che ti sfrutta e poi ti mette all’angolo, una metafora della vita che, miscelata alla forza del brano e alla voce cristallina di Torry - unitamente alla visione del prisma di copertina, con le varie sfaccettature - produce generalmente scossoni negli animi più sensibili.

Questo è il brano:


Alcuni dei ragazzi presenti hanno accettato senza titubanza di esporsi e raccontare, singolarmente, l’esperienza da ascolto.
Ognuno, a modo suo, ha esposto con moderata disinvoltura i propri concetti e stati d’animo: anche la timidezza eventuale va affrontata, combattuta e vinta.
E’ nata a questo punto la seconda fase, con gli stessi elementi a disposizione, ma il lavoro singolo si è trasformato in obiettivo del team, un gruppo formato dagli stessi quattro ragazzi (Riccardo, Katerina, Davide  e… mi perdonerà il quarto ragazzo di cui non ricordo il nome!).
Il Goal? Provare a descrivere a parole il pezzo ascoltato, cercando di farlo comprendere, incuriosendolo, un ipotetico ascoltatore occasionale.
Il lavoro di gruppo ha dato, come sempre accade, un risultato superiore al lavoro dei singoli, e a seguire riporto l’audio del commento che ho registrato:


Davvero bravi, ma non avevo dubbi, così come non ho tentennamenti sul fatto che un tipo di impostazione del genere possa diventare elemento didattico trasversale.

Le ore passano in fretta e lo spazio richiama nuova materia, ma c’è un’aula di Fisica a disposizione, e resta quindi un’ora per parlare di Genesis, Yes, ELP, vinili, storie misteriose… il tempo vola, ma non è stato buttato al vento… almeno non per me!