martedì 31 gennaio 2017

Anche John Wetton ci ha lasciato


Poco più di un mese fa abbiamo pianto la prematura dipartita di Greg Lake e oggi, 31 gennaio 2017, ci ritroviamo al cospetto di un altro dramma, quello legato all’epilogo della malattia di John Wetton, a soli 67 anni. Anche di lui si conoscevano le precarie condizioni di salute.

I miti musicali di chi segue il rock sin dagli anni ’70 svaniscono ad uno ad uno, e in tutto questo non c’è nulla di strano e imprevedibile, è legge di natura, ma si ha sempre la sensazione in questi casi che chi parte non troverà più un sostituto alla sua altezza, e con la morte di Wetton, Squire, Emerson e Lake, tanto per fare esempi recenti, svanisce un po’ di noi, ammalati di quel mondo, perché la musica è memoria, ed ogni trama sonora inventata da quei musicisti geniali ha contribuito a renderci la vita un po’ diversa. E non è retorica.
Fortunatamente la loro opera resta, immortale, e questo dovrebbe essere obiettivamente un pensiero gioioso.
Non ho citato a caso Lake e Wetton, perché avevano molto in comune: mi soffermo sull’ovvio… entrambi bassisti, entrambi in possesso di voce sublime, entrambi partecipanti in passato al progetto King Crimson… ed entrambi malati di cancro, nel momento finale.

Mi è capitato di vedere Wetton dal vivo due volte, molto distanti tra loro. La prima da adolescente, nel 1973, e i King Crimson erano di scena a Torino: credo di aver afferrato il meglio possibile.
La successiva occasione si è ripresentata nel 2010, quando la Prog Exhibition romana lo ha visto protagonista nel set del BANCO, e anche se non compare nel DVD ufficiale, per problemi poco interessanti, io ho la “mia” registrazione dell’esecuzione: altro momento top!

Sono tante le sue collaborazioni, tanti i gruppi in cui ha suonato, ma fare il conteggio mi pare oggi poco significativo, anche se è bene sottolineare, dopo i King Crimson, i progetti ASIA e UK.

Mi fermo qui, non è il momento del racconto di una vita e ci sarà modo di approfondire… a freddo!
A caldo invece mi viene da ascoltare e condividere la sua voce, in uno dei brani che preferisco in assoluto.

Buon viaggio John! 




lunedì 30 gennaio 2017

Derek And The Dominos


Derek And The Dominos … sotto questo nome si nasconde una delle tante avventure musicali di Eric Clapton.

Dopo l’esperienza nei Cream e la fugace parentesi con i Blind Faith, nel 1970 Clapton dà vita (con il tastierista Bobby Whitlock, il bassista Carl Radle e il batterista Jim Gordon) a una formazione che vorrebbe essere un pò più anonima del solito, e invece fa subito scalpore quando si aggiunge il chitarrista Duane Allman. Così formata la band registra, ai Criteria Studios di Miami, un album entrato nella storia grazie alla lunga Layla, scritta da Clapton e ispirata alla sua tormentata relazione con Patti Boyd, moglie dell’amico George Harrison.
Vent’anni dopo, The Layla Sessions sarà la testimonianza completa di quell’evento, nonché il resoconto di una stagione in cui creatività musicale e droghe andavano a braccetto. Lunghe jam, assoli interminabili, rock e blues come un fiume in piena: la musica scaturisce libera e fluida da un’incredibile urgenza espressiva.
Qualche mese più tardi, nell’ottobre del 1970, Derek And The Dominos (senza Allman) si ritrovano a suonare al Fillmore East di New York in una delle loro rare esibizioni dal vivo. L’avvenimento viene catturato nell’album doppio “In Concert”, ripubblicato nel 1994 in Live At The Fillmore.
Ma i turbamenti amorosi di Clapton, la sua depressione e la dipendenza dall’eroina mettono prematuramente fine alla band. Clapton si rifugia per oltre un anno nella sua casa inglese nel Surrey, da cui esce pubblicamente solo per il Concert For Bangladesh.
Nel 1973 ricompare nel concerto che Pete Townshend organizza per lui al Raimbow di Londra, dopo di che comincia di nuovo con la nota, fortunata carriera solista.
(da "Rock Blues", di Mauro Zambellini)




venerdì 27 gennaio 2017

Spirituality: intervista a Juri Camisasca


"Spirituality" è lo straordinario frutto della ricerca di un "totalmente altro" nel campo della musica e della consapevolezza spirituale. Ne sono autori, creatori e interpreti Juri Camisasca e Rosario Di Bella.
La loro indagine intende favorire il dialogo fra varie forme di spiritualità e fra religioni diverse, muovendosi fra le culture, le antiche conoscenze e l’Assoluto,coniugando un messaggio musicale senza precedenti. 
Oltre le barriere dei credo e dei dogmi, delle etnie e dei territori geografici, della mente e della ragione, “Spirituality” è il battito di un cuore, uguale ovunque nel tempo e nello spazio (dal comunicato stampa).


Ho provato a porre qualche domanda a Juri Camisasca che, gentilmente, ha soddisfatto le mie curiosità.

L'INTERVISTA

Vorrei partire dalla sicura sintonia esistente tra Juri Camisasca e Rosario Di Bella: come e in quale occasione nasce la vostra collaborazione?

Rosario aveva manifestato il desiderio di fare qualcosa insieme. Inizialmente pensavamo solo a delle performance live, poi è nato tutto il resto. Il CD è il risultato naturale di una collaborazione pacifica.

Il culmine del vostro connubio è il progetto “Spirituality”, album di fresca uscita: possibile raccontarne l’anima, l’idea basica, il messaggio?

Il titolo dice tutto: Spirituality è un invito a riscoprire i veri valori della vita,  valori che allo stato attuale sembrano alquanto appannati. Troppa negatività, troppa violenza, troppo egoismo; mancanza di rispetto e superficialità sono sul trono di questa esistenza. È assolutamente necessaria una inversione di rotta. Dobbiamo camminare verso le sorgenti dell'Essere, se non vogliamo sprecare questa grande opportunità di appartenere al regno umano.
       
Che cosa contiene il disco dal punto di vista meramente musicale? Possibile ricondurlo a caselle di genere conosciute?

Credo che il Cd rappresenti una sorta di fusione di mondi musicali molto diversi, ed è per questo che a mio avviso risulta interessante. Io sono impregnato di quelle atmosfere che hanno reso mitici gli anni ‘70, da Terry Riley ai Popol Vuh, dagli Ash RaTempel ai gruppi di quel movimento rock che ha veramente fatto la storia della musica, e credoche un buon orecchio questo lo percepisca in pieno. Rosario dal canto suoha interagito con il suo mondo musicale. Nessuno dei due ha mai ostacolato l'altro; ci sono state grande apertura e disponibilità nell'accogliere le reciproche idee.

Parlare di spiritualità, in questi giorni oscuri, sembra da un lato utopistico e dall’altro l’unica via per trovare un po’ di pace, e per indicare una possibile via verso il cambiamento: avresti mai pensato che, dopo il fervore sociale degli anni ’70, saremmo caduti così in basso? E’ ancora possibile la centralità della musica nel processo di miglioramento delle esistenze?

Diciamo che all'orrido non c'è mai fine. No, non immaginavo una simile caduta. Il problema è comunque molto complesso e non è questa la sede adatta per affrontare un argomento di simile portata. Mi fermo solo alla considerazione del fatto musicale: di talenti ce ne sono tanti, quello che manca è il desiderio di mettersi al servizio della musica; questa viene usata solo come mezzo per realizzare i sogni della propria vanità. Il risultato è che ci sono tante  produzioni perfette, ma artisticamente insignificanti.  
     
Musica e parole… si riescono a passare messaggi importanti senza l’utilizzo delle liriche?

Sicuramente! Ascolta un raga di Ravi Shankar e poi vedrai... Il suono colpisce i centri interiori senza essere filtrato dallo strumento della ragione. È pur vero che una poesia di Tagore o di Kabir penetra nelle zone più profonde dell'intimo senza l'utilizzo del suono. Comunque, per quanto riguarda l'arte non mi va di fare distinzioni o classifiche, ogni ramo artistico ha la sua importanza. Il Mosè di Michelangelo mi rapisce quanto il Cristo del Velasquez, e un capolavoro di Buñuel o di Hitchcock mi lasciano senza fiato quanto "La  Montagna incantata" di Thomas Mann. Dobbiamo però sottolineare il fatto che nei grandi testi sacri il suono (vibrazione) è visto come l'origine della creazione. Nell'Induismo la sillaba "OM" è l'equivalente del "Verbo" di cui ci parla San Giovanni nel Prologo del suo Vangelo. Ecco perché la musica si colloca in una posizione più sottile rispetto alle altre arti. Bada bene, non dico che è superiore, dico solo che è una forma di espressione più rarefatta. 

Che cosa accade in genere nei vostri live? Che tipo di interazione riuscite a realizzare con il pubblico?

Ti ringrazio per questa domanda, perché mi dà l'occasione di dire ciò che più mi gratifica nel contesto di quest'operazione. Il concerto Spirituality è un bagno di energie positive. E alla fine di ogni performance le persone si avvicinano per ringraziarci con gli occhi pieni di gioia e di gratitudine. È questo genere di feedback che mi dà ancora la forza di salire su un palco. Quest'avventura la sto vivendo come una sorta di missione. Quello che ti sto dicendo può sembrare un'esagerazione, una forzatura autoreferenziale, ma è la verità. Ho solo voglia di dare… di comunicare uno stato dell'anima che è fatto di serenità e di quiete.


E’ iniziato lo “Spirituality Tour” che proseguirà nel corso del 2017: come è andata la prima tappa e su cosa si basa l’intero progetto live?

Il debutto a Roma è andato benissimo. C'è stata la partecipazione di un grande sitarista, Oscar Bonelli, col quale abbiamo eseguito un mantra della tradizione vedica. Il risultato è stato davvero emozionante. Ecco, una caratteristica dei nostri live è che diamo spazio all'improvvisazione. L'incontro con Oscar è avvenuto un'ora prima dell'inizio del concerto. A volte è un rischio fare cose del genere, ma si sa che basta anche un solo sguardo per capire a quale famiglia appartieni.



Domanda d’obbligo: qual è il tuo giudizio sullo stato attuale della musica italiana?

Su questo punto credo di averti già detto qualcosa in precedenza. Ora però voglio darti una risposta più energica. Lo stato attuale della musica italiana è pietoso. Questi reality stanno rovinando la creatività, l'inventiva e la personalità artistica. Tutti i giovani, e ce ne sono di bravi, vengono incapsulati all'interno di un cliché. Se non canti come Amy Winehouse, come Sting, o Whitney Houston (ora la più gettonata sembra sia Adele) non hai speranza.
 Credo che Bob Dylan non sarebbe stato nemmeno preso in considerazione in questi cosiddetti talent. 

Un nome - tanto per suscitare una reazione -, Franco Battiato, che ho visto in una fotografia alle vostre spalle, durante un soundcheck: che cosa rappresenta per te?

L'amico di una vita.

Uno sguardo al futuro: è troppo presto per buttare lo sguardo oltre il disco e il tour di “Spirituality”?

In primavera uscirà "Evoluzione Interiore" in doppio vinile e doppio CD. Si tratta degli ultimi due "live" che feci negli anni ’70, rispettivamente nel Teatrino della Villa Reale di Monza e alla Comuna Baires di Milano. Dopodiché mi ritirai a vita claustrale.
 Sono performance di improvvisazioni per Harmonium, voce e oboe. Erano i miei primi tentativi di proporre musica meditativa. Furono registrati con un walkman, ma ho dato il mio consenso alla pubblicazione perché si tratta di una testimonianza molto importante. Inoltre sono molto indietro con dei lavori di pittura che mi sono stati commissionati tempo fa; dovrò quindi impegnarmi seriamente per portarli a termine. A proposito, non so se lo sai ma, oltre che di musica, mi occupo anche di iconografia…

Prossimo concerto, a Giarre (CT), il 14 Febbraio


JURI CAMISASCA
La sua voce legata all’Assoluto, Juri Camisasca la fa sentire presto, con un album d’avanguardia, "La finestra dentro", prodotto nel 1974 da Franco Battiato, colpito dalla sua vertigine umana, viscerale e oltre le regole. In quegli anni Juri avrebbe potuto dare molto sul versante del lirismo e della sperimentazione vocale, come aveva fatto Tim Buckley autodistruggendosi; decide invece di guardare alla sua voce interiore e compie un passo fondamentale, scegliendo per undici anni la vita monastica. La abbandona nel 1987, quando lo troviamo a fianco di Franco Battiato nell'opera lirica "Genesi". L’anno dopo pubblica "Te Deum", album di canti gregoriani da lui rivisitati, cui segue nel 1990 "il Carmelo di Echt" e nel 1999 "Arcano enigma", con la collaborazione di Battiato e dei Bluvertigo. Nel 2003 partecipa al primo film di Battiato “Perdutoamor" come narratore della lezione di tantra. Nel 2005 recita nel secondo film di Battiato, "Musikanten" e nel 2007 nel terzo "Niente è come sembra". Il Maggio 2016 l’album e il progetto "Spirituality" segnano un ritorno discografico, in binomio con Rosario Di Bella, destinato a lasciare il segno nel novero di una musica colta che si esprime in un universo di grazia e poesia cosmica. Come si disse un tempo, creando “la più alta rassomiglianza naturale dell’attività di Dio”.

Per tutta la programmazione dello "Spirituality Tour 2017" il progetto gode del patrocinio del Comitato Italiano Nazionale Fair Play, che si adopera per promuovere codici di Etica Sociale. 

Fiorella Nozzetti e Maurizio Baiata
cell 3355473506  - 334 224 26 36
Os Music &Arts  via E. Ramarini,11
00015 Monterotondo - Rm 


martedì 24 gennaio 2017

Il mistero di Stairway to Heaven



Stairway to Heaven è uno dei brani più famosi dei Led Zeppelin ed è contenuto in “Led Zeppelin IV”. La canzone, acclamata per la sua composizione, è stata anche bersagliata per un presunto contenuto di messaggi subliminali di matrice satanica. Secondo alcune interpretazioni un verso della canzone, ascoltato al contrario, conterrebbe un inno demoniaco.
Il testo ascoltato nel senso normale già alluderebbe al bifrontismo delle parole. Dice infatti: "Cause you know sometimes words have two meanings" ("Perché come sai a volte le parole hanno due significati").
Se poi il brano viene ascoltato al contrario, sembra che “La scala per il paradiso” porti direttamente all’inferno. Vi è un messaggio nascosto nella canzone al rovescio e questo fenomeno è chiamato backward masking. Non siamo davanti a delle parole sensate casuali che messe insieme non conducono ad alcun significato, ma di vere e proprie frasi di senso compiuto e grammaticalmente corrette. Questa è da sempre l’accusa più grave e celebre che i Led Zeppelin si sono guadagnati.


Il luogo in cui fu creata "Stairway to Heaven"

In realtà non vi è alcuna prova che i Led Zeppelin abbiano volutamente fatto passare questi messaggi "al contrario" con la tecnica del backmasking, e probabilmente si tratta di uno dei tanti casi di pareidolia acustica della storia del rock, poiché altresì non esiste prova che i messaggi nascosti siano stati inseriti volutamente. Page negò sempre queste dicerie. Robert Plant affermò in una intervista: "To me it's very sad, because Stairway to Heaven was written with every best intention, and as far as reversing tapes and putting messages on the end, that's not my idea of making music" ("Per me è veramente triste, perché Stairway to Heaven fu scritta con le migliori intenzioni, e per quanto riguarda messaggi registrati al contrario, non è la mia idea di fare musica").
Ecco il tratto "incriminato ascoltato prima in modo corretto e a seguire in  backward: si può sentire distintamente il seguente messaggio: “So here's my sweet Satan, the one whose little path won't make me sad, whose power is Satan. He will give the growth giving you six-six-six. There was a little tool shed where he made us suffer, sad Satan.”


Traduzione: “Ecco il mio dolce Satana, (l’unico) la cui piccola via non mi renderà mai triste e di cui il potere è Satana. Lui darà il progresso dandoti il sei-sei-sei. C’era un piccolo capanno degli attrezzi dove ci faceva soffrire, triste Satana.”

Il mistero e il fascino hanno un legame molto stretto…

Christine Hinton e il dolore di David Crosby



Nel 1971 David Crosby propone “If I could Only Remember My Name”, suo primo album solista.
Ci ha lavorato duro nella seconda metà del ’70, ma con lo stato d’animo depresso principalmente ispirato al dolore. La morte per incidente stradale, l’anno precedente, della fidanzata Christine Gail Hinton lo ha gettato nella disperazione più cupa.
Lo studio di registrazione è il solo luogo in cui Crosby riesce a trovare una relativa pace, circondato dalla “creme” musicale californiana (Joni MitchellGraham NashGrace SlickJerry GarciaPaul KantnerJorma KaukonenNeil Young …).
A disco ultimato, David Crosby cade in una profonda crisi esistenziale e trascorre un anno in prigione, per possesso di armi e droga.
Ma cos’era accaduto a Christine Hinton?

Ezio Guaitamacchi, nel suo “Delitti Rock”, lo racconta così…

Christine sta guidando il pulmino di David e al suo fianco c’è Barbara Langer, moglie del chitarrista di Country Joe and the Fish. Siamo a 
NovatoCalifornia, ed è il 30 settembre del 1969.
Le due donne sono attese da un veterinario che deve curare i gatti di Christine. Gli animali sembrano molto agitati, e durante il tragitto uno di loro fa un balzo dal sedile posteriore e si ritrova in braccio alla Hinton, che perde il controllo del veicolo. Sulla corsia opposta sta giungendo un’altra vettura e lo scontro è inevitabile. Barbara Langer se la cava con qualche ferita, ma Christine muore sul colpo.
Crosby, subito avvisato, si precipita all’ospedale, giusto in tempo per vedere la sua donna avvolta in un lenzuolo insanguinato, trasportata in una bara dall’ambulanza.
Lo shock è terrificante.
David Crosby impiegherà anni a metabolizzare il lutto: dopo un anno di navigazione sul suo veliero d’epoca spargerà le ceneri della sua amata nelle acque dell’Oceano Pacifico, sotto le arcate del Golden Gate.
A lei, nel frattempo, ha dedicato una delle sue canzoni più belle e ispirate di sempre: si intitola “Guinnevere”, e racconta di una donna dolce e bellissima, con grandi occhi verdi.

Ascoltiamola dal duo David Crosby/Graham Nash

domenica 22 gennaio 2017

Mauro Pinzone-“Foto Sintesi”


Mauro Pinzone-“Foto Sintesi”

Mauro Pinzone è un cantautore del ponente ligure, ma in questo caso, forse, cantautore è termine riduttivo. Pinzone è anche sinonimo di discontinuità… non è una critica, è lui stesso a sottolineare a seguire una certa variabilità umorale che ha provocato, nel tempo, lunghi vuoti produttivi/espressivi: le passioni molto forti sono considerate in modo inconscio le principali attività di vita, ma quasi sempre diventano la seconda scelta, la valvola di sfogo, perché, ahimè, far coincidere lavoro e passione è roba da predestinati.
Il racconto di Pinzone è dettagliato e utile alla comprensione della sua arte, ma estenderei la picture ad un mondo intero, fatto di sensibilità e di accadimenti personali, dove c’è spazio per l’obiettività ma anche per qualche rimpianto, recriminazioni che fatalmente si estendono all’ascoltatore, ammesso che la fruizione sia attiva e che ci sia la predisposizione a lasciarsi coinvolgere.
Foto sintesi” è tutto questo, la descrizione di momenti significativi vissuti dall’autore, nei quali è possibile specchiarsi e, volendo, trarre delle conclusioni.
Sono dodici le tracce che compongono il CD e a fine articolo propongo “Prestito”, un quadretto simbolo della delicatezza con cui Pinzone sa esprimersi.
Ho trovato in sottofondo un mood comune che sa di spleen, come nel brano “Stella (“Una stella per ogni mio sbaglio, una stella per ogni mio amore, uno sbaglio per ogni emozione…”), o “La verità (“Dove stai cercando la libertà, sotto la tua delusione di un risveglio poco limpido…”); e che dire della struggente “Sensi amplificati” (“Non c’è abbastanza tempo per un’altra notte, per un’altra alba, per volare tra i tuoi capelli…”) o della malinconica “Sorriso che corre” (“Non sei solo un sorriso che corre, sotto un sole dall’odore di fuoco, sei anche un uomo che deve lottare per riuscire a farsi dagli altri vedere”)…
Ma questa atmosfera rarefatta non sarebbe così efficace se non esistessero trame sonore adeguate ai messaggi. Le parole inventano una storia e la musica diventa l’abito ideale, che smussa gli angoli e modella i sentimenti. Pinzone conosce perfettamente l’arte del bilanciare i due ingredienti principali, e dopo aver costruito il copione, adoperandosi nella cernita che meglio lo possa rappresentare in questo momento di vita, chiede ausilio a fior di musicisti, di cui parla lui stesso nel corso dell’intervista.
Emergono così i tanti volti dell’artista, che mette in circolo tutto il suo background musicale che, come accennavo ad inizio articolo, sfugge dallo stereotipo del cantautore.
Si nasconde un po’ Mauro Pinzone, a volte pare voglia minimizzare la propria arte, magari per gesto di umiltà o è forse questo un momento in cui l’autostima necessita di sollecitazione, perché le sue peculiarità - e tra queste metterei sicuramente la voce, che appare come marchio di fabbrica e immediatamente riconoscibile, così come la capacità di dare corpo musicale a idee che nella veste finale diventano pesanti come macigni - hanno una decisa potenza, che permette di costruire immagini che, dopo che ti si sono parate davanti, non svaniscono mai più, diventando il vero elemento interattivo, situazione invidiabile da raggiungere.
Nella parte conclusiva Pinzone propone un paio di tacce legate a un progetto teatrale, “Punti di Svista”, ed è lo stesso autore che racconta di come questa scelta sia stata da taluni criticata, ma personalmente trovo sia perfettamente calata nel progetto, un puntare il dito sul sistema e sull’attuale momento artistico che mi pare pienamente condivisibile e meritevole di sottolineatura.

“Foto Sintesi” è un album che più si ascolta e più ti entra dentro: toccante, sincero, amaro, specchio della quotidianità.
Mi ha lasciato un velato ma diffuso senso di tristezza, quella che a volte mi piace andare a ricercare nei momenti più intimi… molto più di un semplice disco!


L’INTERVISTA

E’ appena uscito “Foto sintesi”, il tuo nuovo album. Prima di entrare nei dettagli ti chiedo di sintetizzare i fatti artistici salienti della storia di Mauro Pinzone.

Credo che la mia vita artistica si possa riassumere in diverse fasi, tutte intercalate da pause di scarsa creatività, alcune durate anche diversi anni. Ho iniziato a scrivere poesie nel 1974, da subito mi sono accorto che alla poesia potevo aggiungere la musica; la prima fase, prettamente folk, è durata sino al 1981, allora giravo con una eko 12 corde e armonica a bocca, per feste di paese e festival vari. In quel periodo ebbi l’occasione di suonare un paio di volte da supporto agli Area, purtroppo già privi dell’indimenticabile Demetrio. Dal 1981 al 1990 primo black out: per quasi dieci anni non ho praticamente più toccato la chitarra, ma in compenso ho ascoltato e visto veramente tanta musica, avendo occasione di girare l’Italia per lavoro. Nel 1990 ho acquistato la mia prima chitarra seria, una Martin HD28, e ho ripreso a scrivere e suonare. A quel tempo fondai il mio primo gruppo, assieme a un ragazzo francese, cantavamo le sue e le mie canzoni. Nel 1992 l’incontro con Gabriele Braga, ottimo chitarrista dalla vena creativa assolutamente originale. Con lui nel 1994 fondammo i Pensieri Compressi, una sorta di jam band costituita da musicisti bravi sia tecnicamente che come gusto e raffinatezza. Le mie canzoni con i Pensieri Compressi si arricchirono di una base musicale unica, una sorta di fusion tra rock, funky, jazz e altri svariati generi, tutti sapientemente miscelati. Fu un periodo molto intenso, ricco di soddisfazioni. Il gruppo era molto apprezzato e seguito, soprattutto da musicisti e fu tra primi a proporre brani originali e cover completamente riarrangiate nei locali del ponente ligure - E’ del 1998 il CD PENSIERI COMPRESSI, accolto dalla critica in maniera molto positiva, contenente il brano Fuori la Città, passato anche su Radio Uno. Con i pensieri Compressi abbiamo suonato ovunque, in Piemonte, in Lombardia, in Sardegna e abbiamo avuto l’onore di aprire concerti di artisti come Massimo Bubola, Alberto Camerini e i Garybaldi del compianto Bambi Fossati. Questo sodalizio è durato tra alti e bassi sino al 2006, anno in cui il gruppo, più che sciogliersi, si dissolse nel nulla, con un nuovo album in fase di registrazione per il quale avevo tra l’altro trovato anche un’ottima produzione, alla quale dovetti, per forza di cose, rinunciare (p.s. il CD è completato da anni ormai, ma non è stato ancora pubblicato). Dal 2006 al 2008 altro black out, ma in questo caso ho continuato invece a comporre. Nel 2008 l’incontro con Mohamed Ben Hamouda, un percussionista tunisino in Italia ormai da tanti anni, che si innamorò immediatamente delle mie canzoni. Con lui fondammo gli Afka’r, una sorta di gruppo in bilico tra folk, etnico e jazz. Credo che gli Afka’r fossero piuttosto avanti rispetto al periodo in cui operavano, la  musica che proponevamo era molto al di fuori degli schemi classici. Gli Afka’r durarono sino al 2009, nessuna registrazione ufficiale ma diversi bootleg live di un certo spessore. Dal 2009 al 2012 altri tre anni “sabbatici” in cui mi dedicai però al teatro con la compagnia Baba Yaga di Finale Ligure. In questi ultimi anni ho avuto anche il piacere di partecipare a due cortometraggi, “L'identità”, per lo Yepp di Loano, e “La Prova”, per lo Yepp di Albenga, e a un lungometraggio, “La regola del piombo” del regista Giacomo Arrigoni (il film è stato premiato a due festival di cinema indipendente a Miami e Houston). Dal 2012 ho ripreso ad esibirmi dal vivo, da solo, a volte accompagnato dal maestro Giovanni Amelotti, grande musicista con il quale ho condiviso l’esperienza degli Afka’r. Nel 2014 ebbi anche l’onore di aprire il concerto di Garland Jeffreys ad Albenga, e alla fine… nel 2015 ho finalmente maturato la decisione di incidere un CD che fosse realmente e finalmente mio e che rappresentasse il mio lavoro di questi ultimi anni. Di questo CD ho presentato alcuni brani al Festival Su La Testa.

I tuoi “quadretti” lirico-sonori sono accompagnati da una timbrica vocale molto particolare che ti rende sufficientemente lontano dagli stereotipi del genere: come definiresti la tua proposta, per chi non ha mai avuto occasione di ascoltarti?

Grazie per la delicatezza con cui hai affrontato l’argomento... so benissimo di non essere un bravo cantante, e che le mie ballate non hanno propriamente la forma di “canzone”. Tieni presente che nel comporre parto sempre da un testo, da una poesia, e che, vuoi per scelta vuoi per le mie limitate qualità di musicista, la struttura di base delle canzoni è molto semplice, anche se spesso utilizzo dei “rivolti”. Il testo è alla base di tutto e la musica deve sostenere in maniera dignitosa le parole. Ciò non vuol dire che la musica debba avere meno importanza nel prodotto finale, sicuramente la scelta dei musicisti con cui collaboro deve essere  in sintonia con i miei gusti musicali di quel momento… ho sempre mirato a un tessuto sonoro simile più a un patchwork che a una copertina monocroma.

Il titolo del disco anticipa gli intenti ma qual è il contenuto, o meglio, che cosa lega i vari episodi?

La scelta della canzoni non è stata facile, ho ancora molte canzoni che avrei potuto inserire nel CD. Ho cercato di selezionare quelle che più mi rappresentano in questo periodo, quelle che sentivo più mie, spesso nate da esperienze che mi hanno segnato, nel bene e nel male, oppure ancora che ho vissuto da esterno, da spettatore. Il fil rouge è rappresentato da una condizione interiore esplosiva che aveva necessità di esprimersi, da una sorta di stato emozionale che cerco di trasmettere a chi ascolta, che in ogni caso deve essere in grado di sviluppare in maniera soggettiva, come se si trovassero davanti a dei quadri o a delle fotografie.

Mi parli delle due tracce legate allo spettacolo “Punti di Svista”?

Sto ricevendo molte critiche per questa scelta, mi dicono che i due monologhi inseriti nel CD sono fuori luogo… dal mio punto di vista (anzi di Svista) invece sono complementari perché in ogni caso rappresentano una parte del mio vissuto artistico di questi ultimi anni. Nel 2014 l’incontro con Roberto Bani (attore, regista, scrittore di testi teatrali) che conoscevo da decenni ma con il quale non avevo condiviso nulla di artistico, ha portato alla nascita di uno spettacolo nel quale due mondi diversi, quello della canzone d’autore e quello del teatro, si incontrano ed esprimono due diversi punti di vista (anzi di Svista) sulla natura e la vita degli artisti stessi. Roberto ha costruito dei monologhi ispirato da alcune mie canzoni e io ho composto delle canzoni su alcuni suoi monologhi; sono nati così otto quadretti in cui canzone e  monologo trattano lo stesso argomento visto da due artisti diversi tra loro. L’Originale e Non sei originale rappresentano uno di questi quadri, e mi sembrava pertanto giusto inserirli entrambi nel CD.

Siamo lontani dall’immagine del cantautore “voce e chitarra”, e di fatto esiste una grande squadra che ti ha dato ausilio nel tuo lavoro: mi racconti qualcosa del team?

Grandi musicisti e gran belle persone, siamo fortunati che esistano dalle nostre parti artisti di questo livello, con tale personalità e umanità, e grazie al cielo non sono gli unici. Con alcuni di loro (De Palo, Gianeri, Amelotti, Hamouda) ho condiviso in passato con Pensieri Compressi e Afka’r fasi importanti del mio percorso musicale, gli altri (Fugassa, Bellato, Biale, Baglietto) posso dire di averli visti nascere artisticamente, spesso anche di averli visti ai miei concerti quando erano ancora agli inizi, e con i quali ho mantenuto sempre un rapporto di stima, per non parlare poi di Mazzitelli, che seguo e mi segue da una vita, e che conosce perfettamente i miei pregi e, soprattutto, difetti dal punto di vista musicale, e che mi ha aiutato a coordinare tutti. La scelta è caduta su di loro perché ero sicuro che, oltre a fare un ottimo lavoro dal punto di vista musicale, avrebbero interpretato le mie canzoni esattamente come io avrei voluto; ho pertanto lasciato loro ampio spazio creativo perché oltre ad essere degli “esecutori” contribuissero anche con qualcosa di più prezioso, la loro personale creatività, e in questo mi sembra di avere centrato l’obiettivo.

Mi parli degli altri aspetti legati al CD… le immagini dell’artwork… l’autoproduzione…

Per l’artwork mi sono affidato totalmente a una cara amica, Angela Caprino, che ho stressato nell’ultimo mese perché mi realizzasse la veste grafica. Le ho dato delle indicazioni su quello che avrei voluto e che potesse rendere l’idea dei contenuti del CD, e lei ha realizzato questa copertina raffigurante una cornice con all’interno due fotografie sovrapposte che rappresentano le striature di una foglia e delle bolle d’acqua, screziate di rosso, che è il mio colore preferito. Molto bella anche la realizzazione grafica del book interno contenente tutti i testi, che risultano essere ben leggibili. Angela ha fatto veramente un ottimo lavoro, per essere la sua prima realizzazione di una copertina per CD, ma su questo non avevo dubbi.
Per la registrazione mi sono invece affidato ad Alessandro Mazzitelli, che ha una profonda conoscenza di quello che faccio, e che si è occupato anche della Direzione di Sala. Una delle cose che apprezzo di Alessandro è l’infinita pazienza.,soprattutto con persone come me, molto dispersive e umorali. La registrazione è durata un anno e mezzo, tra pause, modifiche, integrazioni, e la cosa più bella che ho vissuto in questo periodo è il constatare, a ogni pezzo finito, che questi mi entusiasmava, sembrava sempre più bello del precedente: questo nonostante i vari musicisti siano intervenuti in tempi diversi, e quasi mai con un ordine logico (ad esempio la batteria su alcuni brani l’abbiamo registrata quasi alla fine, mentre invece di regola fa parte della base su cui interverranno tutti gli altri strumenti). I tempi così lunghi di realizzazione hanno però dato un senso alla crescita di questo bambino, vederlo crescere a poco a poco, gustarne ogni nuova sfumatura… beh, è stata veramente una grande sensazione.
Punto dolente, come sempre nelle autoproduzioni, la distribuzione. Per ora il CD è disponibile solo dal sottoscritto, anche se a brevissimo darà disponibile su piattaforme digitali tipo ITunes e Spotify.

Sei considerato un punto di riferimento musicale nel ponente ligure: hai il polso di quanto sta accadendo da quelle parti? Ci sono fermenti o predomina la stasi creativa?

O mio Dio che responsabilità... sono solo un artigiano delle parole che cerca di esprimere qualcosa, e che ha sempre creduto nella musica originale, fosse la mia o quella di altri. C’è stato un periodo che mi occupavo di organizzare kermesse musicali a cui fare partecipare soprattutto gruppi musicali che proponessero brani originali, e constatare oggi quanto i ragazzi di allora siano  cresciuti musicalmente, non sai quanto susciti piacere e motivo di orgoglio. Confesso che purtroppo non ho avuto molto tempo ultimamente da dedicare alla musica dal vivo, ma ho l’impressione che la situazione sia un poco statica e credo anche che non sia un buon momento anche al di fuori delle nostre zone. Rispetto a 20/30 anni fa le occasioni per chi ha qualcosa di originale da proporre si sono ridotte, ad eccezione del periodo estivo in cui non mancano, fortunatamente, fiere e feste di piazza. C'è anche da dire che purtroppo c’è sempre meno pubblico disposto ad andare sentire musica dal vivo, specie se trattasi di musica originale. La carenza di pubblico secondo me è anche data dal fatto che a “girare” sono spesso sempre gli stessi nomi, e che, ancora negli ultimi dieci  anni i locali hanno preferito offrire “quantità” a basso costo, piuttosto che “qualità”.
Chi in questo momento trovo interessante? Trovo molto interessanti i Nico & the Castles, della bravissima Nicoletta Ghilino, capaci di creare ottime atmosfere tipiche da pub fumoso, i London Pride (che ho seguito sin dagli esordi), sempre più spinti sulla strada del brit pop, anche se io li preferivo quando erano un po’ più psichedelici, un gruppo di ragazzini di Imperia che suonano dell’ottimo jazz rock e che si facevano chiamare Jamers, ma che ho perso di vista. Ci sono inoltre i giovanissimi We Fly, la cui crescita musicale è stata davvero impressionante in questi ultimi tre anni. Simpaticissimi e molto freschi i 4Real. Molto bravi anche Margherita Daisy Zanin e Samuele Puppo, che nonostante la giovane età stanno mostrando molta personalità, notevole tecnica e padronanza del palcoscenico. Ma ce ne sono ancora altri, che non cito e con i quali mi scuso, molti altri che spero non si stanchino di fare musica. E poi c’è lo stuolo dei quarantenni (Zibba, Biale, Davide Geddo, Pennavaria,  etc), ma questi non li considero sicuramente delle nuove leve, piuttosto degli artisti ormai cresciuti, navigati e con un loro ben preciso spazio nella scena musicale locale, e non solo. Attendo anche con una certa curiosità il nuovo lavoro dei Flower Flesh… tralascio di parlare degli ottimi professionisti (sarebbe una lista un po’ lunga…) che fanno una fatica bestiale a sbarcare il lunario, e che sempre più spesso sono costretti a emigrare per poter lavorare nel settore. Quello che mi auguro è un ritorno, sia da parte degli organizzatori che dei gestori e, soprattutto, del pubblico, a una maggiore apertura alle novità, che consenta alle giovani leve di mettersi alla prova su un palco davanti a un pubblico vero e non in una angusta sala prove.

Hai pianificato qualche data o presentazione per pubblicizzare “Foto sintesi”?

Ci sto lavorando, anche per me non è facile trovare date... spero entro breve tempo di fare una presentazione ufficiale con tutti i musicisti presenti sul disco. Per ora le date certe sono il 22/1 all’Overpass di  Loano e il 27/1 al Bar 11 di Imperia.

Siamo appena passati al nuovo anno: quali sono i propositi musicali di Mauro Pinzone?

Sicuramente continuare a scrivere canzoni, pubblicare finalmente il CD pronto da 10 anni, e, chissà, registrarne uno nuovo, tanto, considerati i miei tempi, se ne parlerà tra almeno un anno! Mi piacerebbe anche che altri interpretassero le mie canzoni, oppure scrivere per altri, anche  considerato che di testi pronti nel cassetto ne ho un bel po’…



venerdì 20 gennaio 2017

Traveling Wilburys


Chi furono i Travelin’ Wilburys?

E’ il 1988 quando nasce la collaborazione tra cinque grandi nomi, in simbolica rappresentanza di quattro decenni di rock:

'50 (Roy Orbison), '60 (Bob Dylan e George Harrison), '70 (Jeff Lynne), '80 (Tom Petty).
Le vicende che portano alla nascita del gruppo risalgono al mese di aprile: Harrison ha bisogno di pubblicare in tutta fretta un brano ("Handle with Care") da pubblicare sul retro di un singolo europeo e, su suggerimento del produttore Jeff Lynne, chiede a Dylan di poter usare il suo studio privato, nella cantina della casa di Malibu.
Harrison si presenta a casa di Dylan con Petty e Orbison.
Lynne è il produttore, Jim Keltner il batterista.
Il risultato, frutto della collaborazione di tutti, viene giudicato dalla Warner troppo bello per finire sul retro di un 45 giri, oltretutto pubblicato solo in Europa.
Nasce quindi l’idea di realizzare un disco intero in quello stesso stile, e i cinque si riuniscono di nuovo il mese successivo, nello studio casalingo di Dave Stewart, a Los Angeles.
In dieci giorni finiscono su nastro altrettante canzoni in un genere pop rock molto gradevole, disimpegnato ma di classe.
Il resto lo fa un’abile manovra pubblicitaria, che per qualche tempo riesce a nascondere il nome dei partecipanti.
Il primo disco dei Wilburys si rivela uno dei successi più inattesi e consistenti del 1988 (terzo nelle classifiche americane, al n. 16 di quelle inglesi), ma più dei numeri in classifica vale il raggiungimento del doppio disco di platino, un traguardo di cui si era persa memoria.
Nessuno dei musicisti, e probabilmente neppure i discografici, si attendeva un successo così clamoroso, dovuto sì alla notorietà dei partecipanti, ma anche all’estrema scorrevolezza dell’album.
Prevedibili quindi le pressioni per un seguito, nonostante la scomparsa di Roy Orbison due mesi dopo l’uscita del disco.
I quattro Wilburys rimasti si ritrovano in studio nell’aprile del ’90, ancora con Keltner, più il percussionista Ray Cooper ed il sassofonista Jim Horne.
Le cose ovviamente non sono più le stesse: la sorpresa è impossibile da ripetere e, anche se il risultato è più che dignitoso e in sintonia con le aspettative, il disco finisce tra i grandi flop della stagione.
A differenza del precedente, che era più un disco di gruppo, questo secondo porta più chiaramente il marchio stilistico dei relativi autori sulle singole canzoni.
Da quelle frettolose ma redditizie sedute di studio, uscirono anche un inedito pubblicato su 45 giri (Runaway) e un brano incluso nel benefit per i bambini della Romania, organizzato dalla moglie di Harrison (Nobody’s Child), oltre a un numero di pezzi sufficienti per due bootleg.

Discografia:
Volume One
Volume Three
Volume Two (bootleg, scarti del primo LP)
Volume Four (bootleg, scarti del secondo LP)



Handle with Care
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