giovedì 29 dicembre 2016

L' incidente di Frank Zappa


ZAPPA... ZOPPO
(dal "Ciao 2001" n. 5 del 6 febbraio 1972)

LONDRA, gennaio

Povero Frank! Il 1971 doveva essere per lui un anno trionfale invece è terminato con una serie di disastri. E pensare che tutto era iniziato così bene. Il suo “200 Motels”, vale a dire che tutte le idee che avevano occupato la sua fervida mente durante gli ultimi quattro anni, si era avverato con la realizzazione del doppio album.

A marzo arrivava il primo intoppo: il suo show non riceveva il permesso dal management della Royal Albert Hall, ma con ciò l’interesse per Frank Zappa e i suoi Mothers of Invention aumentava anche da parte di chi fino ad oggi non era proprio coinvolto in musica moderna e liriche inconsuete come lo sono quelle di Zappa. L’artista italo-americano si preparavo così ad una ritorno in grande stile per la fine dell’anno. Ci sarebbe stata la prima mondiale di “200 Motels”, a Londra, verso la fine di novembre, seguita poi da una estesa tournée nelle maggiori città europee: un totale di 14 concerti. Ma è stato proprio a questo punto che la sfortuna si è accanita contro Zappa e Co. La presentazione del film non aveva destato molto interesse da parte della critica inglese, così Frank Zappa aveva deciso di trasmettere attraverso i suoi concerti il “feeling” del film in modo più… “elementare”.



Uno degli episodi salienti della vita di Frank Zappa...
è quello relativo all'aggressione subita sul palco e la successiva caduta, con frattura di gamba e caviglia.
Ho riesumato un racconto autorevole dell'epoca, quello di Armando Gallo, che così raccontava il fatto, sulle pagine di CIAO 2001...

Il Casinò di Montreaux, in Svizzera è stata la seconda tappa della tournée che era magnificamente iniziata due giorni prima a Rotterdam, ma proprio a Montreux c’è stato il primo disastro. Durante la prima ora di esibizione, per cause ancora imprecisate è scoppiato un terribile incendio. "Abbiamo visto della gente alzarsi nelle ultime file", mi ha detto Aynsley Dunbar, batterista dei Mothers, quando l'ho incontrato a Londra. "Quasi nello stesso istante abbiamo visto delle fiammate e un paio di tizi sono arrivati di corsa con degli estintori. Frank è andato al microfono dicendo di stare calmi e andare verso le uscite di sicurezza senza creare panico. Credevamo che l'incendio fosse di piccole dimensioni e tutto fosse sotto controllo finché un tecnico ha aperto una porta e al di là c'era un inferno. C'è stato un fuggi fuggi generale e quando siamo tornati alla fine dell'incendio nemmeno una chitarra s'era salvata".


Zappa e i Mothers hanno perso tutto a Montreux e sebbene la strumentazione era assicurata per 36 milioni di lire la tournée doveva essere interrotta. Le date italiane e quelle francesi erano quelle a soffrirne istantaneamente ed il complesso americano si trasferiva subito a Londra per acquistare nuovi strumenti e continuare la tournée riprendendo dal Rainbow di Londra dove i biglietti per quattro concerti erano già stati venduti due settimane prima. Ma qui succedeva il secondo disastro e Frank sarebbe stato quello ad uscirne letteralmente distrutto. Si era arrivati al termine del primo dei quattro spettacoli e i Mothers stavano ritornando in palcoscenico per un bis quando un tizio, più tardi identificato come Trevor Howell di 24 anni, saltava in palcoscenico aggredendo Zappa. Il chitarrista, che non si era accorto di nulla, veniva spinto verso l'orlo del palco e fatto cadere nello spazio sottostante. Nella breve lotta un grande monitor gli cadeva sopra mandandolo KO. Il palco del Rainbow è quasi all'altezza del pubblico, ma l'immediato spazio sottostante usato dall'occasionale orchestre è profondo tre metri e nella caduta Frank si fratturava una gamba ed un caviglia. Le tremila persone che erano ancora in piedi per l'applauso del bis rimanevano esterrefatte e Mark Volman, uno dei cantanti dei Mothers, augurava la buonanotte dicendo che lo spettacolo era terminato. Di fuori c'erano altre tremila persone pronte ad entrare per il secondo concerto e gli organizzatori hanno dovuto impiegare tutte le loro energie per far capire l'accaduto.


La stampa si era assiepata all'entrata dei camerini e tutti cercavano di sapere cosa fosse accaduto. Carol Osborne, dell'ufficio stampa della Kinney, casa discografica di Zappa, ha però allontanato tutti con grandi sorrisi mentre Howard Kaylan, altro cantante dei Mothers, che con la sua imponente mole è sempre il burlone del complesso era quasi allucinato dall'accaduto: "La gamba è rotta. La gamba è rotta!" borbottava. "E' tutto così pazzo. Sembra che la ragazza di quel tizio fosse innamorata di Frank o qualcosa del genere. Che pazzia!".

Zappa rimarrà in ospedale per tre settimane dopodiché tornerà in America con il manager Herb Cohen, mentre i Mothers già hanno lasciato Londra. Questo significa che la tounée è stata irrimediabilmente interrotta e così anche tutta la promozione dell'album Fillmore che Zappa suonava per intero dal vivo. Fillmore è l'ultimo disco di Zappa e con questa tournée si voleva render noto al pubblico che questo microsolco è nato dopo "200 Motels" e quindi spiegava la redente evoluzione musicale dei Mothers.

Frank Zappa... zoppicherà per circa tre mesi e tutti i suoi progetti immediati, che comprendevano un altro film dal titolo "Billy The Mountain", dovranno essere drasticamente rinviati. Un arresto dovrà subire anche l'incisione di un nuovo album fissata per febbraio e il lavoro di messa in opera dell'intera collezione discografica dei Mothers, un'antologia musicale comprendente nove albums. Il tutto doveva uscire in circolazione a marzo, ma ora si pensa che la collezione non potrà esser pronta nemmeno per la fine dell'anno.

L'incidente del Rainbow ha compromesso anche l'esito di una ambiziosa idea della Ricordi. La casa discografica italiana aveva organizzato per Frank Zappa una serie di interviste con i maggiori rappresentanti della stampa italiana che erano stati invitati a Londra. Sperando di parlare più a lungo con Zappa durante quell'occasione non ho insistito molto in una intervista quando ho incontrato Frank Zappa, prima del concerto del Rainbow, in compagnia del giornalista inglese Keith Altham. Altham conosce Zappa da molto tempo e tra i due la conversazione fluiva come un chiacchierata d'amici. Zappa parlava molto francamente facendo notare a Altham come un giornalista prevenuto contro di lui e la sua musica lo mandasse in bestia:

"Poiché vivo e lavoro nel mondo dello spettacolo" diceva Zappa "sono interessato alla comunicativa che il mio 'act' può sprigionare tra me e il pubblico. Per fare ciò i miei mezzi sono un album, un concerto, un festival o un'intervista con la stampa. Mi rendo conto che con un'intervista posso raggiungere molta più gente che con un album stesso. Il particolare giornale viene comperato da un milione di persone e mettiamo il caso che un altro mezzo milione lo legge perché lo prende in prestito sono quasi sicuro che perlomeno 700 mila persone leggono l'articolo con la mia intervista. Ma spesso non riescono ad identificarsi in quell'intervista. Le mie parole vengono ascoltate, trascritte e poi quando il giornalista è davanti alla macchia da scrivere le modifica, le reinterpreta e le riorganizza in modo che soddisfino i suoi fini artistici e politici. Sono sicuro che chi scrive un articolo è sempre più o meno coinvolto in quello che scrive e se un giornalista pensa che sono un idiota è difficile che con un incontro riesca a ricredersi. Sull'articolo non scriverà che sono un idiota , ma è difficile che con un incontro riesca a ricredersi. Sull'articolo non scriverà che sono un idiota perché non lo sono, ma sicuramente il suo servizio avrà dei termini ironici o qualcosa del genere. Questo succede nel maggiore dei casi. C'è sempre un certo Mr. X che viene chiamato dal suo redattore che gli dice: "Frank Zappa è in città, voglio un servizio". Ora, Mr. X sa che incido dischi e che suono qualcosa, ma no sa nulla di definitivo su di me. Non può andare dal redattore capo e dire che non può fare il pezzo. Così inizia a documentarsi e va a vedere un mazzo di ritagli che parlano di me. Tutti pezzi fatti da tanti Mr. X prima di lui. Così quando Mr. X viene a trovarmi crede di sapere tutto su di me e si è già formato una personale opinione di Zappa che si rispecchierà poi nell'articolo che scriverà più tardi".

Zappa è stato definito il Campione dell'Underground, ma cosa ne pensa lui?

"Quella definizione è stata costruita per me da gente che non sarebbe mai capace di capire le raffinatezze di tale concetto. In altre parole se devo essere il Campione di qualche cosa mi ritengo il Campione del 'non-interessante'. Idee e fenomeni ai quali la gente non presterebbe normalmente nessuna attenzione. Sono sempre alla ricerca di persone ed esperienze e cose che altra gente forse ignora perché o hanno paura di affrontare qualcosa di strano o addirittura sono terrorizzati dalla sola idea di essere differenti dal resto della gente con la quale vivono giorno per giorno. Sono molto interessato a questo genere di argomenti ed è quindi logico che il mio lavoro ne subisca una fondamentale influenza. Dire che cono il Campione dell'Underground è solo una generalizzazione d'idee. Una semplificazione per quella gente che finora non ha capito nulla di me".




mercoledì 28 dicembre 2016

Sergio d’Alesio: "GEORGE HARRISON- MY SWEET LORD: LA VIA DELLA SPIRITUALITA’ ”


Sergio d’Alesio ci regala un altro capitolo che lega la grande musica ai frammenti di storia e ai personaggi che hanno avuto il coraggio, la forza e il talento per incidere e aprire una via da seguire.
George Harrison non ha bisogno di presentazioni, neppure tra le nuove generazioni, e la sua figura intrisa di spiritualità è sempre emersa anche in momenti in cui parlare della coppia Lennon/McCartney pareva spiegare meglio certi fenomeni musicali.
Ma il talento di George, le sue abilità di compositore e di artista completo si sono ben presto rivelate al mondo, così come il progressivo distacco verso la materia, a favore dello spirito.
L’autore, nel libro “GEORGE HARRISON- MY SWEET LORD: LA VIA DELLA SPIRITUALITA’ ”, ci descrive, soprattutto, questa seconda immagine, toccando i punti salienti, gli incontri, le motivazioni e le relazioni fondamentali della vita di “The Quiet One”.
Ne emerge un quadro illuminante, quasi didattico se si pensa alle scelte descritte che hanno a che fare con la qualità dell’esistenza, una picture che permette di unire vite e musiche che intersecano occidente e oriente, creando una sintesi culturale che appare alla fine come documento di riferimento.
Una vita straordinaria, un uomo predestinato, un musicista di enorme talento che verrà ricordato per la sua arte e per la capacità di ritagliarsi in modo naturale un ruolo quasi mistico, non per moda o convenienza ma per profondo credo.
Sergio d’Alesio ci racconta magistralmente l’iter evolutivo di Harrison, a quindici anni dalla sua scomparsa e in contemporanea con la distribuzione di “Eight Days A Week: The Touring Years”, il film documentario diretto da Ron Howard con la collaborazione di Paul McCartney, Ringo Starr, Olivia Harrison e Yoko Ono.
Allegato al book un CD edito dalla CAPITANATART RECORDS, “In the garden of George Harrison”, dieci brani “tributo” composti da Rino Capitanata e interpretati da artisti indiani, tedeschi e italo finlandesi, che diventano strumento per ogni terapia olistica e rientrano appieno nel progetto musicale e spirituale voluto dall’autore, che nell’intervista a seguire racconta nei dettagli la sua opera, suggerendo alla fine le modalità di fruizione.


L’INTERVISTA

Partiamo dall’essenza del tuo nuovo libro dedicato a George Harrison: che cosa contiene, in che cosa si differenzia da tutti quelli che hanno sino ad oggi trattato il “mondo Beatles”?

Innanzitutto, al pari del mio libro Eagles la leggenda del country-rock, il libro inizia con una prospettiva panoramica circolare che approfondisce il legame fra la religione e il rock’n’roll dedicata a musicisti carismatici come Leonard Cohen, Carlos Santana, Roger McGuinn, Dan Peek, Richie Furay, Cat Stevens, John McLaughlin, Prince e cento altri la cui carriera è stata, fra virgolette “benedetta” dal rapporto con Dio e si chiude con la citazione di album e canzoni in tema. Detto questo, My Sweet Lord: la via della spiritualità non è una biografia su Harrison e tantomeno sui Beatles, quanto una sorta di diario di viaggio di un artista che, a soli 22 anni, si trova nella posizione di diventare un esempio folgorante per la sua generazione stimolando centinaia di migliaia di giovani a partire per un viaggio di sola andata per l’India dalla quale non fanno più ritorno. Grazie al connubio fra musica e spiritualità, George non assume solo il ruolo di padre putativo della world music, ma introduce il mondo occidentale ai mantra, allo yoga, alla meditazione e soprattutto alla lettura dei sacri testi dell’induismo, inclusa la famosa Autobiografia di uno yogi di Paramahansa Yogananda. In realtà, nel giro di poche stagioni dal 1965 al 1969, grazie a compagni di viaggio virtuali (Swami Vivekananda, Paramahansa Yogananda e Caitanya Mahaprabhu) e reali  (Swami Vishnu-Devananda, Maharishi Mahesh Yogi, Ravi Shankar, Sri Swami Satchidananda e A.C. Bhaktivedānta Swāmī Prabhupāda) acquisisce in progressione la piena consapevolezza del vero significato dell’esistenza, contagiando nella sua ricerca anche John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr. Del resto è a George che si deve la presenza di Yogananda sulla cover di Sgt. Pepper.

Harrison aveva un ruolo atipico all’interno della band, non il leader ma sicuramente capace di emergere anche come autore e singer: come giudichi il suo lavoro musicale nelle due fasi distinte, con i Beatles e “solo”?

Lavorando con due geni come Lennon & McCartney, in seno ai Beatles la sua verve compositiva è sempre rimasta in ombra sino ai suoi capolavori inclusi nel doppio White Album: da Long, Long, Long a Piggies, Savoy Truffle e l’incredibile riff chitarristico di While My Guitar Gently Weeps. Con un degno seguito, targato Here Comes The Sun e Something che, all’epoca, Frank Sinatra definì la migliore canzone d’amore mai scritta. Tutto quello che ha fatto dopo emerge in oltre 30 anni di carriera, dove centinaia di brani, anche in parte esclusi dalla selezione degli album dei Beatles, viene finalmente alla luce in arrangiamenti contemplativi, intrisi di misticismo che non rinunciano ad esaltarne la melodia e la coralità tipica dei Fab Four. Canzoni che il grande pubblico ha conosciuto solo in parte e meritano una riscoperta. Una annotazione degna di nota, riguarda proprio la stesura del libro, dove George, al pari della narrazione degli eventi, parla sempre al presente. In questo senso non è una biografia, ma un diario di bordo delle sue esperienze e riflessioni spirituali e artistiche.


Tu hai avuto modo di incontrarlo: che cosa ti ha maggiormente colpito dell’uomo Harrison?

Come diceva Ravi Shankar e io ripeto nell’introduzione e nella backcover del libro:Ho incontrato George Harrison in molte occasioni nel corso della sua carriera. Oltre al talento, ogni volta ero sorpreso dalla sua apertura mentale perchè mostrava il “tyagi”, un totale distacco dalla popolarità, come se lui fosse profondamente differente da quello che la gente ascolta nella sua musica. In realtà, ancor oggi, mi chiedo quali requisiti debba avere una persona per trascorrere su questo pianeta “una vita straordinaria”. George appartiene a quel novero, quasi fosse un fiore che germoglia, una pianta che si rigenera di stagione in stagione o un peepal l’albero di lungo corso che prospera in India…

Sarebbe esistito un Harrison “mito” senza l’incontro con la spiritualità?

Quando lui ha iniziato a suonare non c’erano ancora i grandi alla Jimmy Page, Jimi Hendrix o Eric Clapton e ha dovuto creare il suo stile senza emulare nessuno. Ovviamente la sua ricerca spirituale dona colori, anima e profondità alla sua musica. Nel libro, l’artista ribadisce più volte la sua visione della vita affermando: “Appena sono arrivato in India, Ravi e suo fratello Raju mi hanno dato un mucchio di libri da leggere. Uno era di Swami Vivekenanda che fra l’altro dice: < - ribadendo il concetto nel corso degli anni in maniera sempre più personale -; partecipare ai corsi di meditazione per lunghi periodi in profondità, mi offre la possibilità di collegarmi direttamente all’energia divina ed elevare il mio stato di consapevolezza privandomi della materialità del mio corpo. Per una persona che vive in occidente e fa le follie da rockstar, non è mai facile raggiungere questa connessione. In realtà, ho cominciato seriamente a riflettere sul fatto che il mio stile di vita andava cambiato perché in totale conflitto con tutto ciò che ho imparato in India… Leggere e rileggere le pagine di Autobiografia di uno Yogi è illuminante e ti fa crescere ogni volta. E’ come riconoscersi nelle sue parole. Di riflesso, i miei genitori sono in ansia per il fatto che io rinneghi gli insegnamenti della religione cristiana, ma io li rassicuro spesso al riguardo. Dio ha molti nomi, ma è Uno solo… Per tanti può essere intesa come una moda, per me è una cosa del tutto differente. Ovviamente esiste una forte contraddizione tra la ricerca spirituale di Dio e la vita materiale, fatta di lusso, castelli, auto da corsa e donne in vestito da sera. Ma c’è solo una realtà. Dio è tutto. Dio è in ognuno di noi. La vita è assolutamente eterna ed anche in questo passaggio terreno il Divino può essere colto in pieno, capito e vissuto in maniera totale La morale della storia è che, se accetti gli alti, dovrai passare anche attraverso i bassi. Nel corso della mia vita sto imparando a conoscere l'amore e l'odio, il bene e il male, le sconfitte e le vittorie. Pur reputandomi una persona fortunata, la mia esperienza è semplicemente una versione amplificata di quello che vive chiunque altro. Qualsiasi cosa sia accaduta è positiva se ci ha insegnato qualcosa, ed è negativa solo se non abbiamo ancora imparato a rispondere a tre semplici domande: ‘Chi sono? Dove sto andando? Da dove vengo?’. Non esiste altra verità. L’unica cosa importante è connettersi con il divino, tutto il resto è relativo e non ha alcun significato>>.

Qual era il suo rapporto con la “materia”, necessaria comunque nel quotidiano?

Sin dalla nascita del figlio Dhani, il suo rapporto con il quotidiano è rappresentato dalla sua famiglia e dalla natura che lo circonda. “Dhani ha bisogno di me. Se non fosse per lui, avrei abbandonato questo mondo da molto tempo…” ha sempre ricordato l’artista nel corso della sua esistenza.

Nel contenitore che hai realizzato è inserito anche un CD che propone un tributo all’artista: me ne parli?

Al pari di poche altre etichette italiane, la CapitanArt Records è una casa editrice indipendente (in seno alla quale ho già realizzato una trilogia dedicata a Il Potere Curativo della Musica in versione audiolibro ndr.) gestita in prima persona dal polivalente artista e compositore Rino Capitanata, che vanta prestigiose collaborazioni con artisti in tutto il mondo e preziose produzioni musicali dedicate alla meditazione, allo yoga ed altre discipline olistiche. Concettualmente perfettamente allineata ai principi della Meditazione Trascendentale del Maharishi Manesh Yogi e alla fusione sonora fra occidente e oriente proposta Harrison & Shankar sin dal 1974 con il rivoluzionario show “Music Festival from India”, oggi l’etichetta propone il George Harrison Music Tribute un vero e proprio omaggio strumentale di 10 brani musicali originali composti da Capitanata che attraversano quella sottile linea sonora che permette al corpo, alla mente e soprattutto all’anima umana di instaurare un rapporto diretto con il Trascendente. Contrariamente al sentito omaggio del Concert for George alla Royal Albert Hall e del George Fest di Los Angeles, il CD propone una colonna sonora reale/virtuale che ripercorre tutte le esperienze spirituali della sua vita come singolo individuo, con ovvie reminescenze condivise insieme ai Beatles descritte in Rishikesh e Maharishi. Il CD interpretato dalla vocalist Deja Raja e il sitarista Hariprasad entrambi originari dell’India, il tedesco Swami, l’italofinlandese Thea Crudi e lo stesso Capitanata spazia in ogni più recondita e segreta dimensione spirituale del pianeta Terra, donando all’ascoltatore la chance di portare alla luce la scintilla divina che plasma l’anima umana.


Può essere, anche, un aiuto, una agevolazione per arrivare a momenti di riflessione e a una buona introspezione?

L’atmosfera sonora dell’album è metafisica, surreale, quasi pronta ad elevare un ponte virtuale fra la vita e il divino. Il tributo s’allinea perfettamente alle parole dell’artista: “Tutte le religioni sono parte di un grande albero. Non è importante che Dio venga chiamato Cristo o Krishna o Buddha, quello che è veramente importante è entrare in contatto con Lui. Grazie al supporto delle nostre guide spirituali, noi possiamo eludere il male. Questo è il motivo per cui i mantra della fede induista ripetono all’infinito “Hare Krishna, Hare Krishna” invocando la sua protezione”. In questa prospettiva, leggere il libro ascoltando il CD può donare a chiunque momenti di pace e di benefica autoriflessione.

Qual è il ruolo in cui ha più apprezzato Harrison, tra i tanti da lui recitati?

Negli anni sessanta nessuno pensava a lui come ad un santone tipo il Maharishi, Osho o Sai Baba, ma più che altro come ad uno sperimentatore, precursore di un futuro così denso di promesse. Questo è il suo ruolo che apprezzo maggiormente anche se il suo rapporto con la musica resta l’elemento emotivo trainante anche nella splendida avventura con il supergruppo dei Traveling Wilburys, condiviso con Bob Dylan, Tom Petty, Jeff Lynne e Roy Orbison che pochi in Italia conoscono.


Esiste a tuo avviso qualcuno che possa raccogliere la sua eredità?

Sinceramente non credo che possa nascere un altro George Harrison. Se ogni persona è unica e irripetibile, penso che il The Quiet One sia davvero unico.

Hai avuto modo di vedere “Eight Days A Week”, il film di Ron Howard?

Certo e mi sono molto emozionato perché considero quelle immagini davvero vive e pulsanti ancor oggi, ma nulla credo sia paragonabile al film Living in the Material World di Martin Scorsese che giudico il migliore film-documentario musicale mai portato sul grande schermo.


Per concludere la chiacchierata… mi dai un giudizio di quell’epoca irripetibile che a volte fa pensare che essere “antichi” hai i sui pregi, avendo potuto vedere in diretta ciò che accadeva?

Personalmente, penso che gli ultimi grandi nomi del rock siano stati gente come Police, Dire Straits, Eurythmics, Costello, Springsteen e forse Lucinda Williams. Il resto è poca cosa, inclusi i Coldplay che a me dicono poco. Perché? Tutto il resto è accaduto “prima” e “dopo” non è accaduto più nulla. Non a caso nel recente raduno a Indio, California, i dinosauri del rock sono ancora loro: Rolling Stones, McCartney (leggi Beatles), Neil Young (leggi CSN&Y), Dylan, Who e Roger Waters (leggi Pink Floyd). Forse mancavano e aggiungerei i Led Zeppelin, Paul Weller, Van Morrison, i Fleetwood Mac di Rumours e quel che resta degli Eagles e dei Genesis originari. Ma si sa, oggi se citi i Byrds o i Kinks la gente ti guarda storto e pensa che sei un vecchio trombone dinosauro, ancora ancorato al passato. Ma se hai vissuto quegli anni in prima persona, dietro e sotto il palco, non puoi dimenticarli… Non essendo al momento distribuito in libreria, chiunque fosse interessato a leggere il mio libro ed ascoltare il CD può contattarmi via facebook. E’ un modo simpatico e diretto per ritrovarsi e continuare a sognare, in barba ai mali del mondo.



martedì 27 dicembre 2016

Storie di musica e amicizia...


Un bel regalo natalizio di Andrea Vercesi… una storia di musica e amicizia!

Dice Andrea:
Ho aspettato cinque anni prima di decidermi a fare qualcosa con questa canzone... Appunto cinque anni fa io ed il mio grande compianto amico Gary Pickford-Hopkins stavamo programmando di scrivere a quattro mani delle canzoni per un CD che avesse come tema il Natale. Ci fermammo a due pezzi pronti perchè da lì a poco un male (che purtroppo non lascia scampo) ci avrebbe portato via Gary per sempre, lasciando così un vuoto incolmabile. Natale è alla porte ed ho preso coraggio... voglio regalare a tutti questa "Inspired By Angels". Gary scrisse il testo sulla mia musica e sul mio arrangiamento... tubular bells, cornamusa, mandolino, chitarre, cori angelici... tutti ingredienti per ottenere un pezzo natalizio... ma Rock... come piaceva a Gary e come piace anche a me. Decisi di registrare tutto in casa, compresa una batteria acustica montata nella mia piccola sala prove (ci stavamo a malapena)... batteria suonata in questa occasione dal mio amico Giulio Balice, che ringrazio dal profondo del cuore per aver partecipato a questa fantastica esperienza. Io suonai tutto il resto e Gary registrò a casa mia la voce principale e la seconda voce dopo una bella cena e dopo "qualche" bicchiere di vino rosso dell'Oltrepò Pavese. Fu tutto emozionante... e mi emoziono ancora oggi nel pensare a Gary e alla nostra amicizia. Resterà sempre nel mio cuore. Per chi non conoscesse Gary lui era un grande uomo e un grande artista di origini Gallesi. Cantante degli Eyes Of Blue negli anni '60, cantante dei Wild Turkey (il gruppo formato dal bassista Glenn Cornick dopo che Ian Anderson lo allontanò dai suoi Jethro Tull), vocalist di Rick Wakeman (tastierista degli Yes) per i suoi dischi solisti. Collaborò con decine di grandissimi artisti in tutto il mondo e nientemeno gli AC/DC lo volevano come nuovo cantante dopo la morte di Bon Scott. Provò con loro per un breve periodo ma Gary non accettò la loro proposta alla fine perchè non voleva essere costretto a vivere una vita condizionato dalla droga e dagli eccessi (come gli stessi membri degli AC/DC gli avevano chiesto...) preferendo partire per una tourneè in Giappone con Tetsu Yamauchi (primo bassista dei Free). Gary si divertiva moltissimo a ricordare che i primissimi ZZ Top (quando i fratelli Gibbons non avevano ancora la barba che li ha resi famosi oltre alla loro musica) suonarono "da spalla" ai Wild Turkey dove cantava Gary. Su un volo aereo fu proprio uno dei fratelli Gibbons a rimirare la lunghissima barba che aveva Gary all'epoca. Gibbons avrebbe esclamato a Gary: "Quasi quasi me la faccio crescere anche io!"... e così è stato e non se la sono MAI più tagliata rifiutando anche 1.000.000 di dollari dalla Gillette (famosa produttrice di lamette da barba) per uno spot in cui dovevano tagliarsela. Sono tanti gli aneddoti di quegli anni assaporati nei racconti di Gary davanti al camino di casa sua, comprese delle Polaroid scattate dalla stesso Gary da sotto il palco a Ian Anderson nella tourneè dei Jethro Tull in America, quella di Thick As A Brick (quando i Wild Turkey facevano loro "da spalla"...)... e potrei andare avanti all'infinito…
Il video (molto semplice) è per completare l'esperienza di ascolto con qualcosa di visivo... immagini di Natale e qualche foto mia e di Gary... nella speranza di suscitare qualche emozione positiva…
Buon Natale!”




lunedì 19 dicembre 2016

Fabio Biale-“La gravità senza peso"


Conosco Fabio Biale da molto tempo: era forse un 24 dicembre di qualche anno fa, solita eccitante vigilia di Natale, e nelle vie intestine della nostra città lo vidi esibirsi in gruppo, in modo itinerante, con uno strumento inusuale, un paio di cucchiai! E poi assieme a Zibba, Liguriani… protagonista di tanti progetti in cui lui emerge sempre come impareggiabile violinista e “uomo da palco”.
Quando tre anni fa uscì il suo primo album solista, La sostenibile essenza della leggera, si evidenziarono le sue doti compositive e il suo status di polistrumentista, e in quel contenitore Fabio iniziò a riassumere i fatti salienti della prima parte del suo percorso.
Ciò che propone oggi Fabio Biale è il secondo step, quello della prima maturità, legato a cambiamenti personali importanti e a un’evoluzione musicale che, vivaddio, non abbandona mai, almeno chi si mette sempre in gioco e affronta il futuro professionale con umiltà e voglia di incidere sul proprio destino.
Il nuovo disco si presenta, ancora, con un titolo carico di significati, che lui stesso spiega nello scambio di battute a seguire: La gravità senza peso". Se la curiosità iniziale è lecita, lo scorrere delle parole e delle note illuminano ciò che si nasconde tra le righe, e l’intestazione assume un peso rilevante, un “romanzo in quattro parole”, seguendo più o meno volontariamente l’insegnamento di Hemingway, che tracciò una linea guida con la sua storica sintesi: “Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate”: in quel caso il capolavoro necessitava di sei parole, classico esempio di pathos e brevità. Non è accostamento irriguardoso, dai grandi occorre prendere esempio!
Fabio Biale diventa direttore d’orchestra, scrive ogni partitura a tavolino e consegna il compito scritto ai suoi incredibili compagni di viaggio - è lui stesso che li nomina nel corso dell’intervista - dettando regole e modus operandi.
Ne esce fuori un buon numero di tracce, 13 - con l’aggiunta della ghost track “Rock ‘n’ Roll”, del 1992 - che  dipingono un altro spicchio di vita, più attuale, con il vezzo di chi scrive di sé pensando di osservarsi dall’alto e in qualche modo giudicare, o trarre conclusioni. Ci sono tutti nel racconto - chi si incontra per caso o con continuità -, quelli che espongono il fianco senza controllo, anche quando sono attori secondari, perché anche il loro silenzio arriva al cuore e al cervello, certamente più di un discorso prolisso. E così il diario in cui Fabio ha annotato il suo vissuto/sognato/desiderato diventa un album che è molto più di somma di canzoni, con cui si può… si deve sorridere, cercando di immaginare di più di quello che viene mostrato; entrando un po’ in profondità, magari aiutandosi con la lettura dei testi, ci si fa un’idea chiarissima dell’arte di Fabio Biale e del suo essere musicista, sensibile e virtuoso, non solo portatore di alte capacità musicali, ma interessato e impegnato nel regalare messaggi personali che diventano universali, assumendo il ruolo di didascalia di alcuni momenti di vita.
Certo, è un disco di cui si può godere in modo diverso, più “leggero”, ma se ci si spinge oltre, quel concetto di estrema gravità che attanaglia le nostre vite, accomunato all’assenza di peso, porta a pensare a quale sia il nostro comportamento rispetto alle insoddisfazioni del quotidiano, momenti difficile a cui spesso non si può trovare soluzione, che si superano solo con un diverso atteggiamento. E chiudendo tutti i cerchi.
Un bellissimo lavoro quello dell’ormai saggio Fabio Biale.


L’INTERVISTA


Quando tre anni fa è uscito il tuo album di esordio, “La sostenibile essenza della leggera”, pensai potesse essere episodio isolato, solo perché avevo l’abitudine a vederti in gruppo, strumentista virtuoso che ama cesellare per altri, e invece… che è accaduto nella tua vita da allora?


Nonostante “La sostenibile essenza della leggera” sia stata un’esperienza alquanto inaspettata anche per me - registrato un pò per caso, un pò per gioco, un pò per sfida - non ho mai pensato che sarebbe stato un episodio isolato. E’ anche vero che, dopo quel disco, sono accadute tantissime cose: ho lasciato la band di Zibba e Almalibre e, almeno per un pò, il mondo del rock e del pop, sono tornato a fare l’insegnante di italiano abbandonando la nobile arte della pizzicagnoleria, mi sono sposato, ho un figlio. Tutte queste vicende hanno avuto sicuramente un peso. Indubbiamente mi hanno responsabilizzato; mi hanno consegnato una coscienza di personalità autonoma, maggiormente centrifuga rispetto alla realtà del gruppo. In un certo senso l’album d’esordio chiudeva la fase della giovinezza: raccontava la mia storia dai sedici ai trentuno anni. Questo secondo capitolo, “La gravità senza peso”, fotografa esattamente il mezzo del cammin di nostra vita. E’ come un grosso serpente sonnacchioso, arrotolato sui  trentacinque anni. Si guarda intorno, ride del prima e irride il dopo. Ma dopotutto non si sente cambiato e teme che non cambierà. Ho letto da qualche parte che quando nasce un figlio una parte dell’uomo che sei muore e devi elaborare il lutto di quel te stesso. Allo stesso tempo ritorni bambino: Babbo Natale ricomincia a farti visita, giochi, racconti favole. Quindi allo stesso tempo è una scoperta individualistica, una riflessione sul giro di boa, un requiem edipico, un inno alla seconda fanciullezza. 


Anche in questa caso giochi con le parole a partire dal titolo: se nel primo album c’era bisogno di una sorta di traduzione per i “non liguri”, l’ossimoro contenuto ne “La gravità senza peso” non mi pare da meno e richiede qualche spiegazione da parte dell’autore…

La gravità senza peso è un regalo di Italo Calvino. Nelle Lezioni americane si proponeva di trovare sei valori per la letteratura del millennio successivo, questo millennio. La leggerezza è il primo di essi. Calvino, ad un certo punto, scrive che dal sangue della Medusa, che trasformava chiunque la osservasse in pietra, era nato il cavallo alato Pegaso. La pesantezza si rovescia nel suo contrario. Una leggerezza pensosa che prende parte all'amara commedia della vita e che sola la può alleviare. Una leggerezza che non è frivola perché è, appunto, gravità senza peso. 


Possiamo considerare questo nuovo album collegato al lavoro precedente?

Assolutamente. Lo definisco sempre come il secondo capitolo della trilogia della leggerezza ma non aggiungerò altro. (Ti sto già confessando che ci sarà un terzo album, che vuoi di più?).

Sono 13 i brani contenuti: qual è l’essenza del disco, dal punto di vista del messaggio? Esistono concettualità e tratti biografici?

La leggerezza, come si diceva. Racconto storie la cui gravità ne insegue il segreto: ci sono eroi, innamorati, assassini, mendicanti; i disillusi e gli indomabili. Sono tutti racconti che hanno un legame autobiografico diretto. Fatti accaduti, visioni, deduzioni. In una canzone dico: “Quando il tono è piuttosto sincero/e ti mostra per quello che sei/e il racconto non è tutto vero/ma tu sei quello lì e lei è lei.” Giusto per fare un esempio: il bolo isterico ce l’ho davvero.

Non posso dimenticare il tuo valore come polistrumentista: cosa si trova dal punto di vista strettamente musicale dentro al tuo nuovo contenitore?

Intanto è un disco interamente di composizione. Non c’è stato lavoro di squadra o work in progress nella creazione dei brani. Mi sono sfidato nello scrivere tutte le parti a tavolino: ho somministrato la partitura ai musicisti che ritenevo più adatti i quali la hanno meravigliosamente arricchita con la loro personale sensibilità e interpretazione. E’ stato davvero emozionante sentire che la carta scritta pian piano cominciava a suonare davvero. Come polistrumentista mi sono occupato di cantare, suonare il violino, registrare qualche chitarra acustica, il bodhran e le tastiere. Una bella sfida e una bella fatica. Mai più! (Scherzo!)

Tu dici che non c’è stato lavoro di squadra a livello compositivo, ma presenti un team al lavoro ricco di elementi importanti: come l’hai composto… con quali criteri?

Il suono del disco era già tutto in testa prima di entrare in studio. Il timore più grande durante tutte le registrazioni è stato quello di mancare quel suono. Il raggiungimento di quell’obiettivo mi ha fatto comporre la squadra. Di grande aiuto sono stati i suggerimenti di Rossano Villa, espertissimo conoscitore della realtà musicale ligure. Super professionisti, amici di lunga data e musicisti incredibili ecco tutta la banda: Fabio Vernizzi al pianoforte, Stefano Cabrera al violoncello, Stefano Ronchi, Luca Falomi e Marco Vescovi alle chitarre, Saverio Malaspina alla batteria, Riccardo Barbera al basso e contrabbasso, Giorgia Mammi al clarinetto. E poi gli ospiti: Dario Canossi dei Luf, l’attore Mauro Pirovano e Zibba (che è presente in Albergo zot nella versione digitale dell’album). Con quale criterio li ho scelti? Ma hai sentito come suonano? Come fai a non sceglierli?

L’album è stato registrato agli Hilary Studio del già citato Rox Villa: quanto ha inciso la sua professionalità nella realizzazione delle tue idee?

Rox è un amico e un giudice inflessibile. Ha ottime orecchie e sa ascoltare quello che gli proponi come riferimento per il tuo sound. Quanto ha contato? Forse senza di lui questo album non ci sarebbe stato. In parte perché la scintilla per pubblicare un secondo album è scoccata dalle sue pressioni e dal suo entusiasmo dopo La sostenibile essenza della leggera, e inoltre perché ha saputo cogliere le non poche follie musicali che mi correvano per la testa. Abbracciare l’aria sottile e farne un mazzo non è roba da tutti.

Come pubblicizzerai l’album? Hai previsto presentazioni e concerti di pubblicizzazione?

Il disco è uscito ufficialmente il 13 dicembre e sto concludendo ora gli accordi promozionali e di ufficio stampa. Fino a qui mi sono occupato personalmente della promozione. Per quanto riguarda il live uscirà presto un calendario del tour di presentazione. C’è stata una data numero zero il 17 dicembre a Laigueglia a Le Malebolge, in duo con Ivano Vigo alla chitarra.

Come ti si può seguire in rete?

Ho un sito freschissimo, www.fabiobiale.com, e una pagina sia su Facebook sia su Instagram. Cercate e seguite Fabio Biale per avere aggiornamenti costanti!

Guardiamo oltre: che cosa farà Fabio Biale dal 1 gennaio 2017?

Suonare, scrivere, studiare. Le tre S che mi fanno compagnia da una vita. Poi c’è la scuola, la quarta S. Passare un po’ di tempo con mio figlio e mia moglie. Che ha un nome che comincia per S, guarda caso. Temporeggio nella risposta perché tutto sommato non lo so. La sesta S.  Stop.





domenica 18 dicembre 2016

Tanti auguri a Keith Richards e alla sua... accordatura aperta


Compie oggi 73 anni Keith Richards, nato a Dartford il 18 dicembre del 1943.
Per ricordarlo propongo un mio post di qualche tempo fa, incentrato su di un aspetto tecnico, per evidenziare quanto Keith sia stato innovativo, fatto su cui non tutti sono d’accordo.

Nel corso della lettura di life”, il racconto della vita di Keith Richards, sono rimasto colpito dalla storia riguardante il suo modo di suonare la chitarra, delle cinque corde e dell’accordatura aperta in SOL da lui utilizzata nel corso degli ultimi quarant'anni. Non credo abbia fatto proseliti, ma di sicuro è stato un innovatore. Richards non piace a molti, musicalmente parlando, e molti lo detestano per il suo stile di vita mentre altri pensano che non sia tecnicamente degno di nota e che sia impropriamente inserito nella lista dei migliori chitarristi esistenti. Ciò che descrivo a seguire mi pare dimostri almeno la condizione oggettiva di archetipo del chitarrista elettrico, e ciò non mi pare fatto privo di significato.


Tratto liberamente da “life”, autobiografia di Keith Richards.

La grande scoperta che feci alla fine del 1968 o nei primi mesi del ’69 fu l’accordatura aperta a cinque corde. Mi cambiò la vita. E’ così che suono i riff e le canzoni per cui gli Stones sono più conosciuti - Honkey Tonk Woman, Brown Sugar, Tumbling Dice, Start Me Up e Satisfaction.
Ero giunto a un punto morto ed ero convinto di non fare progressi con l’accordatura standard, da concerto. Non imparavo più e certi sound che cercavo non riuscivo ad ottenerli. Era da un pò che facevo esperimenti con le accordature. Il più delle volte le cambiavo perché avevo in testa una canzone, eppure, per quanto mi impegnassi, non ero in grado di tradurla in accordi con l’impostazione tradizionale. In più volevo riprendere alcune cose tipiche dei vecchi chitarristi blues e trasporle sull’elettrica mantenendone la semplicità di base e la purezza. Fu allora che venni a sapere tutta quella roba sul banjo.
Di solito l’accordatura del banjo veniva impiegata sulla chitarra per eseguire la tecnica slide o utilizzare il collo di bottiglia. “Accordatura aperta” significa semplicemente che la chitarra è stata impostata, in precedenza, su un accordo maggiore (ma esistono modalità diverse).
Io avevo lavorato sul RE e sul Mi aperti. Ero venuto a sapere che Don Everly usava un’accordatura aperta in alcuni brani. Si limitava a fare il barrè, a far scorrere il dito sulla tastiera. Il primo a suonare un SOL aperto davanti ai miei occhi fu Ry Cooder, malgrado se ne servisse esclusivamente per la tecnica slide, ancora con il MI basso. Io decisi che era troppo limitante, e che il MI basso mi stava tra i piedi. Mi accorsi che non ne avevo bisogno, non stava mai accordato e mi era d’intralcio rispetto a ciò che volevo fare, così lo tolsi, e la 5° corda, e il LA, divenne la nota più bassa. Se per caso colpivo quella corda non dovevo più preoccuparmi, né dovevo regolare gli armonici e tutte quelle cose che neppure mi servivano.
Cominciai a strimpellare con l’accordatura aperta… territorio inesplorato. Cambi una corda e d’un tratto ti ritrovi con un universo completamente nuovo sotto le dita. Tutto ciò che pensavi di sapere è volato fuori dalla finestra. Nessuno aveva mai pensato di suonare accordi minori su un’accordatura aperta maggiore, perché sei costretto ad usare degli espedienti. Devi ripensare tutto, come se il tuo pianoforte fosse stato capovolto, e i tasti neri fossero diventati bianchi, e quelli bianchi neri. Oltre alla chitarra devi riaccordare la testa e le dita. E abbandoni il regno della musica comune. La maestosità dell’accordatura aperta in SOL su una chitarra elettrica a cinque corde è che ci sono solo tre note - le altre due sono doppioni disposti su ottave diverse - .
La sequenza è: SOL- RE- SOL – SI- RE.
Certe corde risuonano, quindi, per l’intera canzone tenendo sempre bordone, e dato che sei su un’elettrica, producono un riverbero. Solo tre note, ma grazie a quei doppioni su ottave diverse, la distanza tra note alte e basse è colmata dal suono, con una magnifica risonanza squillante. A forza di suonare con le accordature aperte mi sono reso conto che ci sono un milione di posti dove non devi mettere le dite. Le note ci sono già. L’accordatura aperta funziona se riesci a individuare i punti dove posizionare le dita, e se azzecchi l’accordo giusto ne puoi sentire un altro sottostante che vibra anche se non lo stai suonando. Eppure c’è, e sfida ogni logica. Ciò che conta è ciò che lasci fuori. Fai risuonare tutto in modo che una nota si armonizzi con l’altra, e vedrai che, se hai cambiato posizione delle dita, quella nota riecheggerà ancora. Lascia che continui. Si chiama bordone, o almeno io la chiamo così. Da un punto di vista logico sembra senza senso, ma quando stai suonando e ti accorgi che la nota prosegue nonostante tu abbia cambiato accordo, ecco, quella è la fondamentale della canzone, è il bordone. Imparare di nuovo a suonare la chitarra mi appassionò e mi diede vigore. Era uno strumento diverso. Feci costruire delle chitarre a cinque corde per me. Non ho mai voluto suonare come qualcun altro, e dopo quella fase ho voluto scoprire ciò che la chitarra o il piano avevano da insegnarmi. Le cinque corde fecero piazza pulita del disordine. Mi consentirono di trovare nuovi lick e intessere trame più ricche. Potevo quasi sovrapporre la linea melodica agli accordi, grazie alla possibilità di aggiungere note qua è là.
E tutto a un tratto, anziché avere due chitarre, era come se avessi un’intera orchestra. Non sapevi più chi suonasse cosa… era fantastico.
Ian Stewart ci chiamava affettuosamente i suoi “prodigi da tre corde”, ma era un titolo onorevole. Che cosa puoi fare con quei tre accordi? Chiedete a John Lee Hooker, la maggior parte delle sue canzoni ne aveva solo uno, così come i pezzi di  Howlin’Wolf e Bob Didley… solo un accordo. Fu ascoltando loro che compresi che la tela a mia disposizione era il silenzio. Il genere di musica in cui si tappano tutti i buchi in modo frenetico non era certo la mia passione, né ciò che ascoltavo volentieri. Con cinque corde potevo essere sobrio, lasciando un vuoto tra un accordo e un altro. Ecco cosa mi ha insegnato “Heart-break Hotel. Quella fu la prima volta in cui sentii qualcosa di così spoglio. Allora non ragionavo come adesso, ma quello mi rimase impresso, quell’incredibile profondità al posto di un proliferare di fronzoli. Per un ragazzo della mia età fu una rivelazione.
Passare alla cinque corde fu come voltare pagina: là iniziava un’altra storia e.. sto ancora esplorando!

Editore: Feltrinelli
Collana: Varia
Data uscita:  03/11/2010

Ed ecco qualche spiegazione in lingua italiana.

sabato 17 dicembre 2016

Ricordando "Per voi giovani"



Prendo in prestito questo articolo apparso su "Ciao 2001", n. 41 del 13 ottobre 1971, per ricordare una delle poche trasmissioni che informavano noi adolescenti, affamati di musica, ad inizio anni 70, "Per voi giovani".
Nel filmato a seguire, del 1973, la voce di Carlo Massarini ha un sottofondo di qualità, Gentle Giant e Yes.

Aria di ringiovanimento alla trasmissione radiofonica "Per voi giovani": la popolare rubrica di musica leggera e dibattiti dedicata ai giovani ascoltatori ha cambiato volto e si presenta al loro giudizio piena di importanti innovazioni destinate a renderla più interessante e più rispondente alle loro esigenze sempre più numerose. Molta strada è stata fatta e molte cose sono cambiate da quando Renzo Arbore ricevette l'incarico di tenere a battesimo la trasmissione. Soprattutto, quello che è andato maggiormente evolvendosi è il desiderio dei giovani, il loro bisogno di essere resi più partecipi di tutto ciò che li circonda. Parlare della musica leggera e di alcuni problemi di tutti i giorni può esser fatto diversamente e con toni meno cattedratici di quelli usati negli altri programmi: questo, in sintesi, il ragionamento da cui si è partiti a viale Mazzini ed attraverso il quale si sono, via via, dipanate le successive edizioni della rubrica. Ma rivolgersi ad un pubblico come quello di "Per voi giovani" richiede anche e soprattutto una semplicità di linguaggio che solo i giovani possiedono in misura spontanea; da qui la decisione di affidare ad alcuni di essi il compito di rivolgersi ai loro coetanei dai microfoni di via Asiago. La decisione, probabilmente non mancò di sollecitare polemiche alla Rai, polemiche che divennero addirittura furiose allorché questi neo-presentatori "sgarrarono". Come ricorderete, nel novembre scorso, l'intera redazione di "Per voi giovani" fu posta sotto accusa poiché, dissero, i microfoni compilavano un vero e proprio "bollettino di guerra" con la scusa di informare sulla situazione delle scuole italiane occupate dagli studenti. Dopo numerose censure ed imposizioni "dall'alto", i collaboratori della trasmissione si dimisero in blocco con l'intento di far cessare il clima di terrore che si era venuto ad instaurare, ma non poterono evitare che Paolo Giaccio, con la scusa ufficiale dei "motivi di servizio", fosse mandato in castigo in Inghilterra per un certo periodo di tempo. Questi sono comunque episodi appartenenti al passato e che viale Mazzini cerca probabilmente di farsi perdonare donando alla trasmissione una nuova e più organica struttura che, siamo certi, non dovrebbe dispiacere egli affezionati del programma.
Ma vediamo insieme in cosa consistono, in pratica, le innovazioni di cui stiamo parlando: innanzi tutto le "voci"; allo scopo di eliminare quei toni "professionali" che per forza maggiore anche un dilettante viene ad assumere inconsapevolmente dopo un certo periodo di tempo, si è pensato di inserire nuovi personaggi, nuove "voci" nella trasmissione. Ai due vecchi presentatori Paolo Giaccio e Mario Fegiz sarà lasciato l'incarico di curare una rubrica il primo, e di dirigere una redazione a Milano il secondo. Il programma risulterà suddiviso in rubriche, ciascuna affidata ad una persona, riguardanti gli argomenti più interessanti legati all'attualità ed al mondo musicale. Queste rubriche saranno chiamate "spazi" - ed anzi Spazio-Giovani doveva esser il nuovo titolo della trasmissione, ma poi non se ne è più fatto nulla - e saranno in numero di sette. Eccole di seguito:
POP-CLUB: è senza dubbio destinato a ricoprire l'angolo più interessante per gli appassionati della pop music; curato da Carlo Massarini, lo "spazio" si ripromette di guadagnare il tempo perduto dalla radio in fatto di pop negli ultimi cinque anni. In sostanza, poiché la trasmittente italiana ha cominciato con sensibile ritardo ad interessarsi di questo importantissimo filone musicale, si cercherò di sopperire a questa carenza portando a conoscenza del pubblico i long playing di questo periodo scelti fra quelli dei Cream, dei Traffic, dei Procol Harum prima maniera, di Joe Cocker, ecc.
LA POSTA: va da sé che non poteva essere soppresso questo angolino di dialogo diretto con gli ascoltatori. Questa volta vi provvederà la giovane Mariù Safier che provvederà anche a presentare alcuni brevi brani ritmati dalla melodia particolarmente facile e distensiva.
SPAZIO-ROCCHI: prende il nome dal suo curatore, Claudio Rocchi. Claudio è un cantautore milanese di vent'anni ottimo conoscitore della produzione internazionale del folk e del pop. Suo compito sarà quello di scegliere e proporre agli ascoltatori brani dal repertorio folk e country americano ed inglese.
SERVIZIO PARLATO: riguarderà argomenti tra i più diversi ma tutti di grande interesse ed attualità. Si occuperà di tempo libero, delle nuove esperienze didattiche di alcune scuole del Nord commentate dagli stessi studenti, delle comunicazioni di massa, del mondo del lavoro e delle difficoltà di inserimento in esso da parte dei giovani, di consumi e merceologia, di incontri e ritratti di ascoltatori. Allo "spazio" collaborerà da Milano Mario Luzzatto Fegiz.
CANZONI ITALIANE: la rubrica è curata da Paolo Giaccio ed ha l'intento di rivalutare, nel piano della trattazione, questo settore precedentemente un po' trascurato. Proporrà brani che godono di una certa validità autonoma (Battisti, Mina, De André, Formula 3 e altri) non senza precludersi però la possibilità di polemizzare con questo o quel cantante o complesso.
SEGNALAZIONE LIBRO O SPETTACOLO: curato ancora da Mariù Safier, questo "spazio" si propone di tornare in chiave di recensione su alcuni fatti di attualità legati a qualche libro o spettacolo.
NOVITA' 33 GIRI: se ne occupa un giovane beat inglese Richard Benson, che presenterà di volta in volta un nuovo 33 giri legato all'immediata attualità del pop.
Queste, dunque, le novità che trovano la loro ragion d'essere in una più impegnata ricerca del contatto con l'ascoltatore. Ad esso, quindi, il giudizio definitivo.

Rolando Gimero