sabato 27 agosto 2016

Nel ricordo di Stevie Ray Vaughan



La notte del 
27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric ClaptonRobert CrayBuddy Guy e il fratello JimmieStephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.
Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.

« Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare. »
(Eric Clapton)
Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.

Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.

Dicono di lui: 

È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere
.”

Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva.


La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.



Curiosità - Lo stile
Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione.Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel,per i brani dalle atmosfere jazz. Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990. Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).



Texas Flood

video




sabato 20 agosto 2016

El Bastardo Live ai Giardini Serenella



Il 19 agosto i Giardini Serenella di Savona ospitano un One Man Band italiano di alto livello, El Bastardo (Luca Cocchiere).

Non è la prima volta che Luca arriva in Liguria - vive a Torino, dove cogestisce una scuola di musica e ballo - ma nelle precedenti occasioni, di cui sono testimone, sul palco era presente il Tin Pan Alley, ovvero, oltre a El Bastardo, La Terribile (voce) e Tony Timone (violino e mandolino).

La storia musicale di Luca Cocchiere è lunghissima, carica di esperienze live sparse per il mondo e pregna di registrazioni: basta dare un’occhiata alla sua biografia per avere una chiara visione della portata dell’artista.
La status di One Man Band presuppone completa autarchia e, ovviamente, grande responsabilità, ma quando Luca sale sul palco non è proprio solo, perchè... accompagnato da un paio di chitarre acustiche, l’inseparabile ukulele e tutta una serie di strumenti a fiato (armoniche e kazoo). E naturalmente una voce, che si esprime rigorosamente in lingua inglese.
Il pubblico presente è diviso in due: i passanti per caso e chi arriva appositamente per ascoltare la performance, ed è confortante vedere un pugno di giovanissimi, in prima fila, attenti e coinvolti.
Il genere è sicuramente di nicchia (non è di certo così in altri paesi!) ma capace di colpire all’impatto chiunque, perché in qualche modo è di comune appartenenza, essendo il sottofondo sonoro di tante esperienze di vita. E così El Bastardo propone il suo blues, il country, il folk, il bluegrass, pescando nello sterminato repertorio dei grandi maestri del passato (Doc Watson, Hank Williams e Jonny Cash), alternanto però con la produzione propria, notevole per qualità e quantità.
La sua tecnica è di grande livello e difficoltà, e vederlo utilizzare in scioltezza il bottleneck mentre soffia sull’armonica, alternando arpeggi articolati a tratti vocali impegnativi, dà il senso della grande esibizione personale.
Ma tutto ciò non può essere fine a se stesso, non è mera rappresentazione di skills, ma è finalizzato alla ricerca della partecipazione, che in molti casi arriva, sotto forme differenti.
Non manca l’ospite obbligata, La Terribile (Marta Terribile), che regala il suo contributo in un paio di brani, entrando “a freddo”, ma fornendo elementi sufficienti per far capire, a chi non li conoscesse, cosa possono essere i Tin Pan Alley in concerto.

A seguire un medley che racconta la bella serata di musica, di quelle che in certi tratti dell’America sono la normalità, e che noi, nel nostro bel paese, sottolineiamo come … inusuali!









giovedì 11 agosto 2016

Earth And Fire-“Earth And Fire"

Cover di Roger Dean

Nell’ultimo numero di PROG Italia ho provato a sintetizzare un album del 1970, disco omonimo degli Earth and Fire. Lo spazio disponibile ha richiesto un naturale taglio al commento, una recensione che propongo qui in versione completa.

Earth And Fire-"Earth And Fire"-1970
Label: Nepentha
11 tracce-45 minuti
L’esordio discografico degli Earth and Fire non passò inosservato, nemmeno in Italia, in quell’inizio di decade caratterizzato dal particolare fervore musicale del momento, capace di alimentare la voglia verso il nuovo che avanzava, ma l’album omonimo arrivò al pubblico come elemento di serie B, e quando comparve sugli scaffali dei nostri negozi dell’epoca - io lo trovai un anno dopo, attorno al ’71 - costava esattamente la metà del resto del materiale importato. Certo, un gruppo olandese appariva meno credibile e affascinante rispetto alle band inglesi coeve, ma l’originalità di quella proposta, contestualizzata, non può essere dimenticata e, anzi, va a mio giudizio rispolverata.
Siamo a cavallo tra il ’60 e il ’70, il periodo in cui il beat ha già lasciato il passo ad una musica più impegnata e sperimentale, e gli Earth and Fire propongono la loro filosofia musicale che, a posteriori, non si farà fatica ad inquadrare nell’ambito del prog: costruiscono attorno al singolo “Seasons” - opera di George Kooymans dei GoldenEarring - una serie di trame che rappresentano un vasto repertorio sperimentale, basato su ritmi rock, a volte duro, ma incline alla psichedelia, con la tendenza ad allungare i tempi, in un periodo in cui il brano da pochi minuti era ancora largamente diffuso.
E il profumo della musica progressiva resta intrappolato, anche, nell’immagine di copertina, disegnata da un certo… Roger Dean! L’album viene rilasciato dalla prestigiosa label inglese Nepentha.
Il disco inizia con “Wild and Exciting”, un pezzo dove la voce della pionieristica JerneyKaagman - nell’insieme mi ricorda molto la nostra Silvana Aliotta, del Circus 2000 - si presenta in tutta la sua particolarità, e dove la pulizia solistica del chitarrista Chris Koerts evidenzia la capacità di creare riff accattivanti, ancorchè di semplice fattura: suggerisco di cercare in rete il filmato relativo, perché utile a ricondurre all’atmosfera reale di quei giorni, difficile da spiegare a parole.
Segue “TwilightDreamer”, caratterizzata da una marcetta quasi scolastica, leitmotiv che guida tutto il pezzo, ma con  l’inserimento di un “solo” di hammond abbastanza precursore dei tempi.
Ruby Is The One” è un brano tipicamente rock che ha il pregio di trasformarsi in tormentone, un ritornello che, nonostante le divagazioni “distorte”, rimane nella testa: melodia oltre la durezza musicale.
La dolce e quasi beatlesiana - inzialmente -“Twilight Dreamer” muta ben presto in esercizio vocale suddiviso su più attori, mentre con “Vivid Shady Land” entriamo nella psichedelia, in un gioco di musica che evoca colori e situazioni oniriche.
21st Century Show” propone due momenti diversi, e se da un lato si intravede un collegamento con il mondo “Stones” - mi viene in mente il riff di “Paint It Black” -, dall’altro esiste la creazione di un’immagine bucolico-musicale che colpisce per la dolcezza, contrapposta all’energia della partenza.
Seasons”, come accennavo prima, è la hit, il singolo da utilizzare in radio, molto orecchiabile e legata al pop più spendibile, un genere a cui gli Earth and Fire approderanno negli anni a seguire.
E si arriva alla lisergica “Love Quivers”, otto minuti godibili - riconducibili alle cavalcate sonore dei più famosi IronButterfly - con largo sfoggio delle skills individuali e totale libertà nel proporsi.
Chiude la ballad “What's Your Name”, un notevole abbassamento dei toni, brano in cui pare scemare, volutamente, la forza inserita negli episodi precedenti.
Le note ufficiali accreditano l’album di due bonus track -“Hazy Paradise” e “Mechanical Lover”- ma non facevano parte del disco che acquistai - a 1500 lire! - e sono forse contenute in una successiva riedizione.
Gli Earth and Fire sono stati a mio giudizio precursori dei tempi, riuscendo a captare il cambiamento in atto, accogliendo le nuove istanze musicali, nonostante non fossero esattamente al centro della scena che contava. Al di là delle etichette di genere credo che il loro rock grezzo e contaminato contenesse in sé i segnali di una nuova musica che stava prepotentemente prendendo scena: dilatazione dei brani, cambi frequenti di atmosfere e tempi, enfatizzazione dell’elemento solistico, saggio e largo utilizzo di voce e cori.
Earth and Fire”, fu il preludio a quello che è considerato il loro miglio album, Song of the marching children”, del 1971, questo sì il loro vero manifesto prog.
Tra evoluzioni, separazioni e reunion l’ultima loro traccia in formato fisico risale al 1989, un nuovo album che non ho mai avuto occasione di ascoltare e di rapportare all’esordio.
Nel tempo ho rivalutato il disco “Earth and Fire” - che in quei giorni non reggeva il confronto con certi mostri sacri, seppur fosse in una fase embrionale - che ascolto con buona continuità e soddisfazione, e che consiglio vivamente a chi volesse entrare in un mondo di passaggio, quella striscia di confine che ha segnato la differenza tra la musica easy listening e quella di maggior impegno.
Voto sopra la media per “Earth and Fire”.
Ascoltiamolo…


Tracklist
1.      Wild and Exciting (Chr. and G. Koerts) – 4.06
2.      Twilight Dreamer (W. and M. Chr. Koerts) – 4.18
3.      Ruby Is the One (Chr. Koerts) – 3.28
4.      You know the Way (G. Koerts) – 3.48
5.      Vivid Shady Land (W. and M. Chr. Koerts) – 4.13
6.      21st Century Show (W. and M. Chr. Koerts) – 4.16
7.      Seasons (Kooymans) – 4.09
8.      Love Quivers (Chr. and G. Koerts) – 7.37
9.      What's Your Name (Chr. and G. Koerts) - 3.38
10. Hazy Paradise (Bonus track) - 3.47
11. Mechanical Lover (Bonus track) - 2.15

Line up
·         (Jerney) Kaagman - Voce,
         Hans Ziech - Basso
·    Ton van Kleij - Batteria
·     Chris Koerts - Chitarra
·      Gerard Koerts – Piano, organo


sabato 6 agosto 2016

Serata Prog a Bordighera


La 3° RASSEGNA D’AUTORE E D’AMORE, organizzata dall’Associazione Aspettando Godot nei giardini Lowe di Bordighera, inizia il 4 agosto con una serata dedicata alla musica progressiva. Cito Pino Calautti come organizzatore principe, ma è del tutto evidente che la riuscita di un evento simile necessita di svariate collaborazioni che, in questo caso, non sono in grado di evidenziare. Sottolineo invece il nome di Giancarlo Golzi - Museo Rosembach e Matia Bazar - lo scorso anno tra il pubblico, ma purtroppo non più tra noi: Mauro Selis, il presentatore della serata, lo ricorderà più volte dal palco, dedicando a lui le ore di musica in corso.

I protagonisti di questa sezione prog hanno nomi altisonanti, dal passato nobile e dal presente consistente: la Aldo Tagliapietra Band e gli UT New Trolls.
Proverò a evitare le lodi sperticate alla tecnica e al virtuosismo dei singoli, perché è dato scontato, di cui ho scritto più volte: sono tutti maledettamente bravi!
Provo invece a trovare dei punti in comune - per me evidenti - tra le due entità musicali, tanto per annodare il file rouge che legherà gli uomini on stage.

Entrambi gli ensemble hanno elementi storici che riportano alla storia del rock nostrano degli ultimi 50 anni: da un lato l’ex ORME Aldo Tagliapietra e dall’altro due New Trolls seminali - Gianni Belleno e Maurizio Salvi.
Ma è riduttivo.
In entrambi i casi gli “esperti” si sono contorniati di forze fresche, non di comprimari, ma eccellenti musicisti, che probabilmente subiscono il fascino dei miti che sono al loro fianco, ma sul palco - e in studio - dimostrano alto livello di professionalità.
Questo bilanciamento e unione di forze produce un’altra similitudine tra le due band: non solo la riproposizione del passato - che comunque è richiesta dal pubblico - ma la voglia di creare nuova musica, nuovi album, rivolgendo lo sguardo al futuro, in una sorta di scambio reciproco, dove chi cede esperienze  -  e nome - riceve in cambio linfa vitale, entusiasmo e freschezza.
Il risultato di tutto questo è a mio giudizio straordinario, perché la serenità musicale di cui godono attualmente Tagliapietra, Belleno e Salvi - almeno a giudicare dall’esterno - si riversa inevitabilmente sul loro lavoro.
Per tradurre in fatti concreti il mio pensiero ho inserito due stralci di serata, due video che in realtà partono da traccia antica, ma sono lunghi medley che permettono al contempo di sollecitare la memoria e captare l’attualità.

Ad aprire i battenti ci pensa una band che gioca in casa, i Blaemon che riportano ad un mondo musicale strutturalmente complesso.
Formatisi nel 2009 come Tribute Band dei Goblin e dei Daemonia, si presentano con Remo Calì alle tastiere, Simone Giudici alla batteria, Enrico Muratore alla chitarra e Bruno Verdoia al basso.
Il loro set è ridotto per la necessità di rimanere rigorosamente entro i tempi, e vengono presentati  quindi solo quattro brani: L’alba dei morti viventi, Tenebre, Profondo Rosso e Roller.
Trame strumentali davvero complicate, di cui pare non esista spartito, e la cui decodificazione richiede assoluta dedizione e forse un pò di sana follia.
Il pubblico apprezza nonostante l’impatto forte, e a ogni cambio di episodio sonoro il calore dell’audience si fa sentire.
Propongo Tenebre per raccontarli, e sono certo che la partecipazione alla manifestazione rimarrà per tutti un ricordo positivo.


A questo punto tutte le sedie sono occupate... il pubblico non manca.
Onestamente avevo qualche dubbio sulla sua consistenze e la tenuta nel tempo.
Bastava guardarsi attorno per capire che, salvo casi isolati, le persone erano lontane dalla nicchia a cui il prog ci ha abituato, ma c’era al contrario una certa eterogeneità, sociale e anagrafica, dettata dall’elemento “vacanza” e dalla pubblicizzazione di nomi conosciuti; insomma, molte le persone che pensavo potessero dare forfait a metà del percorso, non tanto perché “agée”, ma per una possibile frustrazione rispetto alle aspettative.
E invece niente di tutto questo, e ho assunto come simbolo di serata la danza irrefrenabile di due signore apparentemente molto compassate che, nel corso del bis degli UT New Trolls, si lasciavano andare dimenticando per un attimo quel ruolo che forse hanno la necessità di mantenere nel quotidiano: come da citazione da palco di Mauro Selis, la musica può essere davvero l’elisir di lunga vita, e questa non è sicuramente retorica.

Quando Aldo Tagliapietra e i suoi ragazzi iniziano il loro concerto si manifesta qualche piccolo problema tecnico, caratteristico dell’affollamento da palco.
Assieme ad Aldo - voce, basso e chitarra - il suo ormai tradizionale accompagnamento: Andrea De Nardi alle tastiere, Matteo Ballarin alla chitarra e Manuel Smaniotto alla batteria, ovvero 3/4 dei Former Life, band che amo particolarmente.
La scaletta che presento a seguire risulterà alla fine un po’ modificata, con l’inserimento, ad esempio, di Amico di Ieri, e l’aggiunta di Gioco di Bimba, che Tagliapietra usa come riempimento, in attesa dell’intervento dei fonici.
E’ un mix tra ciò che la gente si aspetta - il repertorio delle ORME - e pillole di nuovo millennio e tutto porta ad un palese gradimento generale.
La bella notizia è che è quasi pronto il nuovo album che, con tutta probabilità uscirà entro fine anno.
La loro musica mi piace, così come mi piacciono le persone e il loro modo di stare sul palco, e tutto ciò viene trasmesso al pubblico, e poi… la voce di Tagliapietra è un marchio indelebile!


Il terzo atto, quello conclusivo, è come detto dedicato agli UT New Trolls, che oltre ai già citati Belleno - drummer -  e Salvi - tastiere -  propongono una line up consolidata: Claudio “Clode” Cinquegrana alla chitarra, Stefano Genti alle tastiere, Alessio Trapella al basso, Umberto Dadà alla voce… e che voce!
Ma su questo aspetto occorre dire che gli UT mantengono una delle caratteristiche che furono dei Trolls iniziali, cioè la cura degli aspetti vocali al di là del frontman, e tutti contribuiscono in maniera determinante al raggiungimento di tale obiettivo, anche se occorre rimarcare il ruolo di - grande -  voce solista di Trapella e di Belleno.
Anche per gli UT presento la scaletta ufficiale che, con grande felicità dei presenti, ha portato ad uno sforamento temporale significativo.
Una miscela di passato e presente, e la band si propone come una vera macchina da guerra che si perfeziona ad ogni occasione - rigorosamente dal vivo, ovvero senza basi, come chiosa dal palco Salvi -, e i venti minuti di filmato forniscono a mio giudizio l’esatta dimensione di un gruppo che, oltre a creare in studio, finalizza il lavoro alla perfezione in quello che è poi il momento della verità, l’incontro con il pubblico, quell'entità a volte indecifrabile che spesso ha bisogno di essere sollecitata con la dimostrazione di giusta energia.
All’interno di “Improvvisazioni” una chicca - attorno al sesto minuto -,  che ho sentito per la prima volta in un set degli UT… tutto da scoprire…


La serata finisce attorno a una tavola imbandita, come da tradizione, con le parole che volano e le fotografie che si moltiplicano: la tensione è ormai alle spalle e Pino Calautti, probabilmente sfinito dalla fatica, mostra sul viso i segni della tensione, quello stato d’ansia che accompagna sempre chi organizza e ha la responsabilità di un evento musicale che, per definizione,  non si sa mia come andrà a finire.
E’ stata una serata di grande musica caro Pino, in una cornice perfetta, in condizioni ambientali favorevoli, e tanta gente felice… Giancarlo Golzi, da lassù, avrà certamente apprezzato.



giovedì 4 agosto 2016

Sendelica-"I'll Walk With the Stars for You”


Sono molti motivi di interesse che mi spingono a parlare dei Sendelica, band di cui un paio di mesi fa non conoscevo l’esistenza. Non è questa un’anomalia… è sufficiente curiosare tra le scoperte di Davide Pansolin - tra le altre cose titolare di una label dedita al vinile, la Vincebus Eruptum Recordings, etichetta che ha rilasciato "I'll Walk With the Stars for You”, ultimo dei Sendelica - per constatare che la proposta musicale mondiale è largamente superiore alla possibilità di conoscenza del comune appassionato di musica… più si approfondisce e più si possono riconoscere i limiti personali.
Non potevo perdere il loro concerto nella mia città, peraltro nel posto più fascinoso possibile, la Fortezza del Priamar. Tutto ciò accadeva un paio di mesi fa.
Band gallese, in larga parte strumentale - la performance a cui ho assistito era priva di parte vocale -, è collocata all’interno del mondo psichedelico: sante etichette!
L’ora di live, vissuta in diretta, mi ha mostrato una musica a cui non ero preparato, nel senso che è largamente differente da quanto capita di incontrare di questi tempi, anche se si bazzicano i circuiti di nicchia.
Brani prolungati - dall’intervista a seguire si evince come ogni composizione subisca nel tempo un’importante evoluzione -, atmosfere ipnotiche, loop ripetitivi, utilizzo di suoni dilatati e penetranti e impiego di strumenti alternativi, come il Theremin, lo strumento elettronico più antico esistente, capace di produrre trame ai più sconosciute, senza alcun contatto fisico ma con grande espressività scenica.
Passano i giorni -  non molti - e ricevo in dono - grazie Davide! -  l’album, rigorosamente in vinile, il già citato "I'll Walk With the Stars for You”.
Metti assieme un gruppo gallese, che produce musica che riporta indietro il calendario di svariati lustri, ma capace di creare il bridge con l’attualità e… prova a ritornare al rito del vinile!!! Tutto magico, difficile da spiegare.
Nel porre le domande via mail a Pete Bingham, il leader, commetto l’errore di basarmi solo sull’apparizione savonese, avendo sicurezza di un’entità meramente strumentale.
In realtà nel disco 2 tracce su 5 propongono un vocalist - e che vocalist (si consiglia qualche ricerca sul web per John Charles Edward Alder, meglio conosciuto come Twink) - che caratterizza in pieno l’intera produzione, e trovo che l’alternanza tra i brani strumentali - Moscow Bunker Blues, Albatross e I Once Fed Peter Green's Pet Albatross - e quelli compresi di liriche - Black Widow Man e Dance Stars Dance - sia una formula perfetta e irrinunciabile, perché lo strumento “voce” si inserisce perfettamente nel contesto creato dai Sendelica.
Esiste una grande variabilità all’interno dell’album, con episodi dilatati (tra gli undici e quindici minuti) accostati a momenti più raccolti ma non meno ipnotici.
Vige la piena libertà, quella di inserire il riff della purpleiana “Space Truckin”, in Black Widow Man o la piena melodia nella magnifica portatrice di sogni, Albatross.
Difficile descrivere le particolarità di questo album, un viaggio introspettivo, un percorso a ritroso verso luoghi e tempi che personalmente avevo accantonato, ma che procurano un elevato piacere da ascolto, seppur in modalità specifiche, lontane dall’easy linstening.

La sintesi, personalissima che ne ho tratto dopo alcuni “giri di giostra” è che il mondo dei Pink Floyd ha incontrato  la cupezza dei Velvet Underground (lo so, sembra non c’entrino niente, ma basta ascoltare attentamente Dance Stars Dance per trovare la giusta similitudine) e ha prodotto qualcosa di nuovo, fatto sorprendente di questi tempi.
Ma per entrare meglio nel dettaglio propongo lo scambio di battute con Bingham e un brano dell’album, oltre che una recente esibizione live.

Grande sorpresa!


Intervista a  Pete Bingham

Puoi raccontarmi qualcosa sulla storia dei Sendelica, giusto per farvi conoscere al pubblico italiano?

La band è nata nel 2006  con uno scopo preciso, quello di divertirci suonando la musica che abbiamo iniziato ad amare da giovani, senza nessuna pianificazione a tavolino o ambizione particolare, solo la voglia di suonare insieme.
Credo che… ci siamo lasciati un po’ prendere la mano, e dopo la pubblicazione del nostro primo album, nel 2007, abbiamo proseguito con decisione, e dopo dieci anni siamo ancora qui, sempre più immersi nel progetto.

Esistono band o artisti che vi hanno realmente influenzato?

Personalmente i miei amori musicali spaziano in molte direzioni... partendo dai classici krautrock e rock degli anni anni '70, in particolare la musica giapponese dei seventies, proseguendo nel tempo con band come Massive Attack, Portishead, Sigur Ros, Acid Mothers Temple... e così via.

Siete definiti come un gruppo dedito al rock psichedelico: ti piace questa definizione?

In un certo senso è vero, siamo una band “psichedelica”, ma la nostra musica attinge tra molti differenti filoni musicali che rappresentano solo il punto di partenza di quello che sarà poi il prodotto finale: abbiamo provato a sintetizzare il pregresso per metterlo in scena nel 21° secolo. Sarebbe noioso copiare e proporre tutto quanto è già accaduto prima, un esercizio inutile: riprodurre è umano, creare è divino! Amiamo spingerci oltre, usando i riferimenti del passato e dando loro un tocco di… Sendelica, e ci piace anche un po’ di sano umorismo.

La vostra musica - quella che ho ascoltato dal vivo - è strumentale, ma c’è spazio per alcune parti vocali: qual è il vostro rapporto con le liriche?

Siamo essenzialmente un gruppo strumentale, ma abbiamo fatto alcune cose con l’utilizzo della voce; una grande parte del nostro lavoro, quella che abbiamo registrato per Fruits De Mer Records, presenta tracce vocali, e il nostro ultimo album, uscito per l'etichetta italiana Vincebus Eruptum, contiene due pezzi con la voce in evidenza

Ho avuto la fortuna di assistere a un vostro concerto, a Savona… la vostra musica non é semplice ma molto coinvolgente: quanto amate le performance live?

Amiamo suonare dal vivo, momento in cui le canzoni sembrano assumere una nuova vita, e sul palco subiscono una continua evoluzione. Un esempio classico sarebbe la traccia "Master Benjamin Warned Young Albert Not To Step On The Uninsulated Air”, dal nostro album Anima Mundi”: dai suoi iniziali 10 minuti siamo arrivati a 40, dopo una lunga evoluzione live che è testimoniata nel nostro “Live At The Psychedelic Network Festival 2014”, doppio album pubblicato dalla Sunhair Records in Germania.

Nell’occasione  in cui vi ho visto, sono rimasto affascinato dall’uso del Theremin, strumento inusuale in fase live. Come è nata l’idea?

Abbiamo sempre voluto utilizzare una strumentazione inusuale, sostitutiva dei soliti “basso, chitarra e batteria”. Il nostro prossimo album sarà caratterizzato dall’uso del mellotron su una sola pista.

Come giudichi lo stato della musica nel tuo paese, il Galles?

Ad essere onesti ci sembra di vivere nella terra di cover/tribute band, fatto che personalmente trovo molto triste, ma ci sono in giro alcune band interessanti... Soft Hearted Scientists, Spurious Transients, Consterdine, Chris Weeks...

Sono passati dieci anni dal rilascio del vostro primo EP, e da allora la vostra discografia ha registrato una discreta espansione: come spieghi questa intense attività "studio"?

Sì, fin qui siamo stati una band molto prolifica, sia in studio che dal vivo, cioè un lavoro sul palco che si conclude con molti album studio e live, rilasciati poi in Europa e nel Regno Unito. Dal punto di vista della registrazione in studio, mi sembra di avere un sacco di canzoni nella mia testa che si fanno strada e si riversano nel mondo del vinile. La “saggezza”  che usiamo nei nostri live ci porta a creare spettacoli ogni volta diversi, a causa della immensa quantità di improvvisazione che mettiamo in atto, tanto che molte etichette hanno voluto immortalare spettacoli dal vivo, e i fan sembrano gradire notevolmente sia le nostre uscite in studio che i live album.

Il vostro ultimo album si intitola "I'll Walk With the Stars for You": quali sono le maggiori differenze rispetto agli album precedenti?

Il nuovo album è piuttosto insolito per noi, in quanto è stato registrato in un lungo periodo di tempo e in differenti paesi. Tieni conto che alcuni dei nostri album sono stati registrati in un paio di giorni, come Spaceman Bubblegum, per il quale è bastato un pomeriggio in un fienile gallese. "I'll Walk...è inoltre è caratterizzato dalla presenza di un cantante ospite  - fatto inusuale per noi -, il mitico Twink, fondatore dei leggendari Pink Fairies. L'album ha avuto anche un sacco di altri guest, tra cui Nik Turner (flauto su Albatross), Virginia Tate, Roger Morgan e diversi batteristi, tra cui Geoff Chase e Jack Jackson. E 'stato un lungo lavoro d'amore in cui, come ho già spiegato, stavamo cercando di ricreare un classico disco rock anni '70, ma rivestito di un abito contemporaneo. E’ stato registrato in tre paesi diversi e una traccia ha preso avvio a Boston, nel 2008. Così l'intero album ha avuto un periodo di gestazione di 7 anni, con alcune registrazioni che si sono svolte anche in un bunker sotterraneo e in disuso nel centro di Mosca, e anche nel Cardigan (Galles occidentale). Abbiamo usato quattro ingegneri del suono, e la maggior parte del disco è stato mixato da me e da un nostro collaboratore di lungo corso, Aviv, con una traccia che è stata elaborata da un altro collaboratore di lunga durata, Colin Consterdine. E’ stato abbastanza sorprendente vedere come un tale progetto, diluito nel tempo si sia improvvisamente materializzato, e come l’insieme sia apparso così coeso e il suono generale così completo…

Come è nato l’incontro con Davide Pansolin e la sua Vincebus Eruptum Recordings?

Abbiamo conosciuto Davide attraverso la sua fanzine Vincebus Eruptum e qualche anno fa, quando ha deciso di aprire una sua label rigorosamente legata al vinile, si è avvicinato a noi chiedendoci la licenza per l’album Satori, perché diventasse il suo primo atto. L’esperienza andò molto bene e… siamo arrivati al quinto lavoro assieme, e Davide è diventato un nostro grande amico.

Che cosa avete pianificato per l’immediato futuro?

Quest’anno abbiamo festeggiato il decimo anniversario di attività con un sacco di concerti e una pletora di uscite nel Regno unito (Ziggy Stardust, 7" e The Cromlech Chronicles, LP), Germania (Live at Imerrhin, LP ) e in Italia (I'll Walk With The Stars For You, LP). Il nostro album  The Cromlech Chronicles è già tutto esaurito e la prossima release è una riedizione tedesca del nostro Pavilion Of Magic, album che uscirà nel mese di settembre (Sunhair Records), a cui verrà riservato un trattamento deluxe,  LP con bonus tracks. In occasione del 10° anniversario di attività abbiamo anche previsto un rilascio del nostro album di debutto, Entering The Rainbow Light, e di 14th Dream Of Dr. Sardonicus, e Davide e la sua etichetta stanno preparando una edizione commemorativa di The Satori in Elegance of the Majestic Stonegazer e di The Kaleidoscopic Kat And It’s Autoscopic Ego, in edizione limitata di vinile colorato. E ultimo, ma non meno importante, FDM rilascerà il nostro singolo natalizio a dicembre, una cover di Scott Walker, Nite Flights. Nel mese di agosto ci rifugeremo nel Mwnci Recording Studio, nel Galles, per iniziare a lavorare sul prossimo album... un doppio album!


Sendelica ‎– I'll Walk With The Stars For You
Etichetta: Frg Records ‎– FRGCD 25
Formato: CD, Album
Paese: UK
Uscita: 2016
Genere: Rock
Stile: Psychedelic Roc, Space Rock

Elenco tracce
                                                        Black Widow Man
4:23
                                                     Moscow Bunker Blues
11:12
                                                                 Albatross
4:23
                                         I Once Fed Peter Green's Pet Albatross
15:39
                                                          Dance Stars Dance

                                                                   Line up
                                           Pete Bingham- Guitar/ Electronics.
                                                       Glenda Pescado- Bass
                                      Colin Consterdine- Programing/ Electronics
                                                   Lee Relfe- Saxamaphones
                                                         Meurig Griffiths – Drums
                                               Lord Armstrong sealand - theremin.

                                                                    Crediti
5:14

·         Artwork – Davidew
·         Bass Guitar – Glenda PescadoPaul Williams (10) (tracks: 1)
·         Drum Programming, Keyboards – Colin Consterdine (tracks: 3)
·         Drums – Geoff Chase (tracks: 5), Jack Jackson (8) (tracks: 1), Vasily V. Bartov* (tracks: 2,4)
·         Electronics – Lord Armstrong Sealand (tracks: 1)
·         Flute – Nik Turner (tracks: 3)
·         Guitar – Pete Bingham*
·         Keyboards – Lord Armstrong Sealand (tracks: 4)
·         Organ – Roger Morgan (tracks: 1), Virginia Tate (2) (tracks: 2)
·         Sampler – Pete Bingham* (tracks: 1,3,4)
·         Saxophone – Lee Relfe (tracks: 2,4,5)
·         Theremin – Lord Armstrong Sealand (tracks: 1,4)
·         Vocals – Twink (4) (tracks: 1,5)

Note
Tracks 1 and 3 recorded at Afterhours Studio (Wales).
Tracks 2 and 4 recorded in a bunker in Moscow and Afterhours Studio (Wales).
Track 5 recorded in Boston (USA) and Afterhours Studio (Wales)


Immagini di repertorio