martedì 31 maggio 2016

Luigi Milanese- “Closer to Heaven”


Luigi Milanese- “Closer to Heaven”
Black Widow Records
10 tracce-36 minuti

Seguo la logica di Luigi Milanese, quella del rifiuto di etichette musicali preconfezionate, e provo a raccontare uno spicchio della suo impegno, presentando il feeling generale del suo album appena uscito, “Closer to Heaven”.
L’ho riascoltato più volte, perché cercavo con ostinazione di trovare quella finestra in cui inserire l’album, talmente variegato e inusuale da spiazzarmi un po’.
Certamente l’impatto è stato positivo: se un disco non mi convince non gli concedo certamente cinque chance, come capitato in questa occasione.
Prendiamo come esempio i primi due brani, I Never Did e Riot House: lo start permette di evidenziare le grandi doti di una vocalist straordinaria, Claudia Sanguineti, che fornisce un tocco personale che si immagina segnerà l’intero CD. Quando parte la seconda traccia lo scenario muta totalmente, e il riff di chitarra elettrica riporta a certo rock glorioso dei seventies, fatto di ritmo e virtuosismo spinto.
Questo apparente contrasto domina la scena.
Occorre rimarcare che il mezzo espressivo di Milanese è la chitarra, strumento con il quale si è diplomato al conservatorio, e la sua grande tecnica ed esperienza si esprime in tutte le direzioni, dalla “durezza” appena citata al tratto acustico di Acoustic Rules.
Caratterizzante la presenza di John Hackett al flauto, che mette a disposizione le proprie skills in tre brani: All the  things I never said, Aurora e Internal Dynamics.
La ricerca di ospiti illustri è spesso legata al donare visibilità al proprio prodotto, fatto di per sé comprensibile, ma quando si “centra” realmente l’artista, coinvolgendo chi è realmente funzionale al progetto, beh, il valore aggiunto è assicurato.
Completano la line up un bassista storico come Bob Callero, il tastierista Luca Lamari, Adriano Mondini - oboe -, Federico Lagomarsino - batteria - e Marila Zingarelli al violoncello.
La lettura della strumentazione utilizzata alimenta il concetto di varietà musicale, e se da un lato troviamo il power rock già descritto, dall’altro vediamo il risalto di momenti intimistici, e capita che il cambio di passo si manifesti anche all’interno del singolo brano, come nella magnifica All The Things I Never Said, che propongo nel video a seguire.
Arrivando a Visions from the well part one, e toccando la “part two”, viene da pensare all’abbinamento musica e immagine, a trame capaci di commentare una pellicola e creare atmosfere ed emozioni.
Un disco dalle mille sfaccettature, in grado di raccogliere stili e generi differenti, concepito con una precisa logica, che è conseguenza della presenza di molteplici anime musicali che convivono nell’artista; parlo di una sintesi di esperienze e culture ampie, che racchiudono il rock, il prog, elementi classici, acustici ed etnici, e il tutto facilita la costruzione di un viaggio temporale e spaziale che la musica permette di compiere con estrema rapidità, e la magia potrà rinnovarsi ad ogni giro di giostra.

Album altamente consigliato.


L’INTERVISTA

Mi racconti un po’ della tua storia musicale, dalle tue passioni iniziali sino ad oggi?

Le mie passioni iniziali sono state il Rock, il Blues, il Progressive e la musica acustica, inglese e americana. Nel 1979 ho fondato, insieme al bassista Piero De Luca, la Big Fat Mama Blues Band, con cui suonai, a periodi alterni, per circa due anni, una grossa novità in quel periodo di fine anni '70.  Poi venne l'amore per il Jazz e per la Musica Classica, con il diploma di Chitarra in Conservatorio, insomma, una voglia di conoscere i vari stili a 360° che mi ha portato a suonare in tante e diverse situazioni in Italia, in Europa, e negli ultimi anni anche negli Stati Uniti. Direi che a oggi, l'amore iniziale per un certo tipo di Rock, con tutte le sue svariate sfaccettature, è in me più vivo che mai.

E’ uscito il tuo nuovo album, “Closer to Heaven”, a tre anni di distanza  dal precedente “Equinox”: esiste un legame, una certa continuità tra i due lavori?

Il legame di Closer to Heaven con il precedente Equinox si trova, sostanzialmente, nella volontà di esplorare e di far convivere all'interno dello stesso album stili e generi tra loro parecchio diversi, ma che poi al nostro orecchio - ultimo e unico giudice - risultano essere tutti legati da un filo rosso invisibile che li unisce senza distinzioni di sorta. In Equinox erano presenti alcune cover, da me orchestrate, tra cui un brano dei Led Zeppelin e una Sarabanda di J.S.Bach, mondi in apparenza molto distanti tra di loro... In Closer to Heaven non ci sono cover, i dieci brani presenti sono tutte mie composizioni originali e anche qui, come in Equinox, pur essendoci brani cosi diversi tra di loro, misticamente si amalgamano in maniera perfetta - mi pare -, ma io non so il perché! Sicuramente la musica racchiude grandi e ancora inesplorati misteri!

Al primo ascolto “Closer to Heaven” appare molto vario, a volte con grande differenza di stile tra le singole tracce - mi vengono in mente “I Never Did”  e “Riot House”: come definiresti il nuovo album, sia dal punto di vista musicale che lirico?

Definirei Closer to Heaven un album fuori dal tempo, assolutamente non convenzionale, e anche una sorta di laboratorio creativo da cui è uscito buon materiale su cui riflettere, tutte cose queste sicuramente più comuni ai musicisti degli anni ' 60 e '70 che a quelli dei giorni nostri

Tra gli ospiti una presenza straniera e… nobile, John Hackett: come nasce la vostra collaborazione?

La collaborazione con John Hackett nasce grazie all'interessamento del mio caro amico Mauro Montobbio. Tramite lui inviai a Hackett  i nastri e le parti già pronte per il flauto di All the things I never said, Aurora e Internal Dynamics, chiedendogli di partecipare al progetto; la risposta di Hackett fu affermativa e carica di puro entusiasmo, e per quanto mi riguarda questi sono i pezzi migliori dell'album (soprattutto Aurora). Come tutti i grandi, Hackett è una persona umile e molto educata… pochi giorni fa mi ha scritto che vuole invitarmi da lui in Inghilterra, persona squisita e musicista straordinario.

Altro pezzo storico - questa volta italiano - è Bob Callero: presenza fissa o solo funzionale all’album?

Bob Callero non ha mai suonato nei miei precedenti dischi. Lui è un pezzo di storia di una certa musica italiana, ci siamo visti a casa mia, abbiamo riso, scherzato e ascoltato le musiche a cui bisognava aggiungere il basso elettrico; registrare poi è stato facile e anche divertente. Ce ne fossero come lui, è sempre stato uno dei miei idoli e spero di poter collaborare ancora in futuro: l'intesa con lui è stata immediata, anche in brani complessi e molto strutturati come Aurora, dove ci sono pochi accordi e molta, molta polifonia.

Non conoscevo gli altri due musicisti, Claudia Sanguineti e Luca Lamari: me ne parli?

Claudia Sanguineti è, secondo me - e non solo secondo me - una delle migliori vocalist che abbiamo in Italia; la sua interpretazione di I never did è veramente straordinaria, un phatos incredibile, una voce calda e con un'intonazione perfetta. E’ un'amica di vecchia data e ora abbiamo fatto insieme questa bellissima esperienza in studio per Closer to Heaven. Luca Lamari è il suo compagno, un tastierista preparatissimo, bravissimo e creativo pianista; anche con lui c'è stata un'intesa immediata su quello che io volevo dal Piano e/o dal synt… i suoi contributi sono sparsi in quasi tutto il disco. Adoro la sua entrata di pianoforte "scombinata" in I never did,  assolutamente geniale.

Come si incontrano Luigi Milanese e Black Widow?

Luigi Milanese e la Black Widow si incontrano nel 2013, in occasione del secondo album in studio del gruppo Hard Rock "Blue Dawn" intitolato Cycle of Pain, distribuito - e in parte prodotto - dalla Black Widow. Io ho registrato tutte le chitarre di quel disco oltre ad aver curato gli arrangiamenti dell' 80 % dei brani. Ho sempre rispettato moltissimo Massimo Gasperini, che conobbi appunto in quel periodo, uno dei pochi veri conoscitori di una certa cultura musicale Prog/Rock ma non solo, e il fatto di aver accettato di distribuire un disco cosi particolare come Closer to Heaven, ti fa capire l'intelligenza e la lungimiranza sua e dei suoi collaboratori.

Come definiresti la tua musica e che tipo di chitarrista ritieni di essere?

Definirei Closer to Heaven un disco di Modern Prog e Luigi Milanese un chitarrista  curioso, eclettico e preparato per molte e svariate situazioni sonore. Queste due cose si capiscono ragionando sul fatto, semplice ma profondo, che Closer to Heaven non è un disco di Rock, non è un disco di Pop non è un disco di World Music, non è un disco di Jazz e neanche di Classica, ma nei suoi dieci brani contiene tutti gli elementi prima citati!

Proporrete “Closer to Heaven” dal vivo? Avete pianificato tour o presentazioni dell’album?

 Al momento non è in programma nessuna presentazione del disco!


Track - List :
1. I Never Did  4 : 42
2. Riot House  2 : 55
3. All the  things I never said  5 : 09
4. As a chill in the golden night  4 : 08
5. Aurora 4 : 11
6. Acoustic Rules 2 : 50
7. Visions from the well part one  4 : 11
8. Internal Dynamics  6 : 17
9. Visions from the well part two  1: 55
10. Epilogue  1 : 26

Tutti i brani sono composti e arrangiati da Luigi Milanese

Line up :
Luigi Milanese: chitarra elettrica e acustica
John Hackett: flauto
Bob Callero: basso elettrico
Claudia Sanguineti: voce
Luca Lamari: piano e synt
Adriano Mondini: oboe
Federico Lagomarsino: batteria
Marila Zingarelli: cello




lunedì 30 maggio 2016

E' in arrivo MAT2020 di giugno... ancora poche ore di attesa!


Che cosa bolla nella pentola di MAT 2020 arrivati alle soglie dell’estate?

Superlavoro per Alberto Sgarlato che, oltre alla consueta rubrica - dedicata in questo caso a un album del 1981 degli Styx - commenta due dischi appena usciti, quello dei romani Perspective of a Circle e quello dei Sailor Free.
Sempre sul fronte news, Gianni Sapia propone “Nebulosa”, l’album dei Nathan, e Maurizio Mazzarella utilizza il suo angolo metal per parlarci dei Rossometile.
Articolo molto dettagliato quello che racconta di “Lost and Found”, la nuova perla dei The Samurai Of Prog, mentre Francesco Pullè delinea il nuovo Höstsonaten di Fabio Zuffanti e Luca Scherani.

Franco Vassia si occupa della sezione live di Lino Vairetti e dei suoi Osanna, mentre Antonio Pellegrini ci riporta al “Magic Tour” dei Queen, del 1986.

Da segnalare una piacevole intervista realizzata da Athos Enrile con Raffaele Mazzei, un cantautore da riscoprire.

Sono molte le iniziative musicali previste per l’imminente estate, dal tour italiano dei Jethro Tull al genovese Porto Antico Prog Fest, dallo stellare “Close to the Mooon” - il Prog Rock Festival padovano - alla prima convention italiana dedicata a ELP, passando per il Prog to Rock torinese.

Ma la chicca resta la doppia data italiana di The Who, a cui è dedicata la copertina di Antonio Pellegrini e l’articolo di Giuseppe Scaravilli.

Novità editoriali per Donato Zoppo - “Caution Radiation Area - e Athos Enrile, che passa dall’e-book al cartaceo con il suo “Le ali della musica”.
Carlo Bisio prosegue la sua indagine tra musica e sicurezza sul lavoro,  mentre Mauro Selis inizia la scoperta prog di un altro paese, Israele, e affronta in altro spazio il problema della “tanatofobia”.

MAT 2020 è onorata di presentare una new entry di spessore, Paolo Siani, che cercherà di svelare segreti musicali e risvolti tecnici: si inizia con l’argomento “Il Demo perfetto”.

Che dire… è sempre una grande emozione proporre un nuovo numero di MAT 2020!






domenica 29 maggio 2016

Nel ricordo di Jeff Buckley


Il 29 maggio del 1997, a Memphis, perdeva la vita, a soli 31 anni, Jeff Buckley, figlio del già famoso Tim, e musicista da un probabile futuro luminoso.
Lo ricordo ripresentando un post di un po’ di tempo fa.

Volendo parlare di una famiglia di musicisti sarebbe corretto iniziare dal capostipite, dal più vecchio, da chi ha aperto la strada.
Non posso farlo, in questo caso, perché attraverso la musica del figlio ho scoperto quella del padre.
Mi riferisco ai Buckley, Jeff il figlio e Tim il padre.
Sono arrivato a Jeff leggendo un’intervista al chitarrista Steve Vai, che diceva, più o meno:
L’ultima volta che mi sono emozionato per un disco è stato quando ho ascoltato ”Grace”, di Jeff Buckley".
Incuriosito ho cercato “Grace” e… ne sono rimasto incantato.
Da Jeff a Tim, il passo a ritroso è stato il frutto della curiosità alimentata da un libro che narra la vita di un padre e di un figlio che non si conosceranno mai.
Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco," Grace", destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.
Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966, a Orange County, da Mary Guibert e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre.
Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles.
Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Amp; Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento.
Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Village e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”).
Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club.
" Live at Sin-E'", contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".
Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa.
Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo "Grace", pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo - pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison.
Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre.
"Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.
Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track.
Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (metà dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.
Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di "Sketches" .
La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito.
Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque.
La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati.
Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area.
Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago.
Nel 2001, esce invece "Live à l'Olimpya", ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.

Grace

video



giovedì 26 maggio 2016

The Rome Pro(G)ject: “II – Of Fate and Glory”


Non conoscevo il progetto The Rome Pro(G)ject, eppure il successo del primo atto omonimo risale a tre anni e mezzo fa e, vista la tipologia musicale e il pugno di ospiti rilevanti, l’album non è certo passato inosservato!
Tutto ruota attorno a Vincenzo Ricca, amante della musica progressiva intesa come pura espressione strumentale, capace di raccogliere tracce di nobile passato, in bilico tra Genesis e Yes.
Il nuovo capitolo si intitola “II – Of Fate and Glory”, uscito intenzionalmente il 21 aprile, nel 2769mo anniversario della nascita di Roma, città a cui è dedicata la musica di Ricca. 
Dice l’autore: “Il disco è una storia musicale “of fate and glory” dell'antica Roma, dalla fondazione alla sua massima espansione territoriale, dopo 870 anni di conquiste continue.”

Gli ospiti sono grandi esponenti della musica progressiva storica: Steve Hackett, David Jackson e Bill Sherwood, ovvero una rappresentanza significativa di Genesis, VdGG e Yes.
Poteva bastare? Beh, aggiungiamo il genesisiano Franck Carducci, i due Narrow Pass Mauro Montobbio e Luca Grosso e un paio di RANESTRANE - Riccardo Romano e Daniele Pomo.
Ma c’è ancora una chicca, la presenza di Madame Hackett, ovvero Joanna "Jo" Lehmann, coautrice della title track, brano in cui ha anche il ruolo di voce narrante, con il compito che nell’album di esordio fu di Francesco Di Giacomo, la voce guida che declama i titoli dei brani che compongono il disco.
10 tracce + bonus costituiscono episodi che si sviluppano per oltre un’ora tra suoni e atmosfere conosciute, che riportano a una particolare musica seventies, quella in cui i tappeti tastieristici di Wakeman e Banks intrecciavano i lunghi assoli di Hackett e Howe, mentre le sonorità ipnotiche della “famiglia” Hammill toccavano cuori e menti, tra momenti onirici e paesaggi distopici.
Occorre sottolineare come l’apporto dei guests superi la tradizionale parata di artisti illustri, che solitamente si limitano all’apporto - importante - strumentale: basta dare un’occhiata agli autori dei brani e troveremo oltre a Vincenzo Ricca la già citata Jo Hackett, il marito Steve, Jackson, Sherwood, Montobbio e Paolo Ricca jr.
L’album ha un obiettivo dichiarato, l’omaggio a una città che, a dispetto del suo immutato fascino, vive un momento di difficoltà reale e di immagine, e sembra quasi che Ricca accorra in suo soccorso, accostando l’immortalità della capitale a un elemento, la musica progressiva, che appare perfetta per delineare l’evoluzione storica, rinvigorendo e rendendo eterno il binomio tra lo scandire del tempo e trame sonore a esso dedicate.
La sintesi che si può trarre e quella che “II – Of Fate and Glory” non è un contenitore per pochi addetti ai lavori, ma è congeniato in modo così accurato e con tale gusto che per catturarlo è sufficiente la giusta sensibilità e il virtuosismo d’animo, caratteristiche che niente hanno a che vedere con la suddivisione di genere e di gradimento, tipica di chi ragiona in termini di businnes musicale.
Gli attori sono stratosferici e, dalle parole di Vincenzo Ricca - proposte a seguire - emergono dettagli che svelano la sua filosofia di lavoro e le difficoltà conseguenti, ma il risultato è davvero straordinario, non solo per l’ascoltatore ma anche per chi è stato parte costituente del progetto, come dimostrano i commenti che ho raccolto a fine articolo.

Ho ascoltato tutto di un fiato e sono tornato indietro nel tempo… ho ascoltato una seconda volta e ho guardato il video che vede Hackett in primo piano: davvero un grande lavoro!



L’INTERVISTA

Potresti sintetizzarmi la tua storia musicale e le tue esperienze formative?

Suono ad orecchio da quando avevo tre anni. Ho da sempre ascoltato ogni genere musicale e per questo sono molto attirato dall'arrangiamento dei brani nei quali amo inserire qua e là suggestioni già ascoltate e comunque mie ispiratrici. Scrivo colonne sonore per documentari e compongo molto per diverse sound libraries. Il prog, quello più melodico, e meno strettamente tecnicistico, è il mio genere preferito. Il mio primo album del genere fu A trick of the Tail nel 1976. Da allora è stata tutta una meravigliosa scoperta a ritroso e in avanti.

Non conoscevo il progetto “The Rome Pro(G)ject II”: mi racconti di cosa si tratta?

"Of Fate And Glory" è il seguito naturale dell'album che si intitola come il gruppo, e che è uscito tre anni e mezzo fa riscuotendo molto riscontro tra gli amanti del genere, ma è un concetto diverso. I brani del primo album erano un ritorno alla musica prog degli anni ‘70. Erano "una passeggiata musicale attraverso i luoghi, la bellezza e la grandezza della Città Eterna". C'erano Francesco Di Giacomo, Richard Sinclair, David Cross, John Hackett, Nick Magnus... Avevo ospitato due brani composti da altri. Della compagine scorsa sono ancora con me Steve Hackett e David Jackson. L'inserimento del funambolico Billy Sherwood ha aggiunto la modernità che cercavo per questo sequel. In questo album si parla in musica di Roma, vista come una storia predestinata per volontà divina poi concretizzatasi per il valore degli uomini che hanno impersonificato quella volontà. Si va dalla leggenda della Lupa e di Romolo e Remo fino al 117 d.C., cioè al momento storico in cui, grazie a Traiano, la conquista del Mondo conosciuto da parte di Roma raggiunse la massima espansione.

Nei credits si notano ospite illustri - S. Hackett, D. Jackson, B. Sherwood-  alcuni dei quali conosco personalmente: come è nata la composizione delle collaborazioni?

Questo disco, diversamente dal primo, è firmato fin dalla copertina dai big che hai citato. Il primo disco era più misterioso... questa sigla mai sentita... i nomi quasi illeggibili degli illustri partecipanti. Il mio nome assente. Adesso è qualcosa di più: Steve e David sono coautori di tre brani assieme al sottoscritto. Billy suona in quattro brani e, di questi, ne scrive due con me. Altri grandissimi musicisti, più giovani ma certamente all'altezza - come Riccardo Romano delle RaneStrane e della Steven Rothery Band, che ha anche missato e masterizzato il disco - hanno aggiunto una modernità che ho qui volutamente cercata, così come l'avevo rifiutata nel primo album.

Ci sono anche un paio di  Narrow Pass e Franck Carducci: sono i Genesis gli ispiratori principi… il collante del vostro collettivo?

Sai, l'ensemble è molto variegato e competitivo. Io sono un "allegro despota", per cui i collaboratori (compositori, musicisti, grafico, fonico, fotografo, regista) sono un pò "costretti" e lo sanno. Difficilmente consento una contaminazione di idee... tuttavia questa volta mi sono lasciato coinvolgere di più sotto questo punto di vista, e devo dire che sono piacevolmente soddisfatto di questo mio cambiamento e del risultato. Genesis, Yes, Crimson, Pink Floyd, Marillion, J. Tull, Vdgg, Camel...The Rome Pro(G)ject nasce come un tributo a Roma e al prog che conta, quello che ha fatto la storia di questo genere.

Non avevo mai sentito Jo Hackett in un ruolo musicale mentre in questo caso è annoverata anche tra gli autori in un brano: come sei arrivato a tale coinvolgimento?

Un piacevole inedito, ho il primato per questo! Pur avendo scritto brani con Steve ed aver fatto alcune vocal harmonies nella produzione hackettiana più recente, Jo non si era mai ascoltata così "in primo piano", peraltro nel ruolo di una voce guida che declama i titoli dei brani che compongono il disco. Ricopre il ruolo che nel primo album ebbe il grandissimo, caro ed indimenticabile Francesco Di Giacomo. In quel caso "Big" impersonava Tito Livio e declamava nel prologo e durante il primo brano estratti dall'Ab Urbe Condita. La signora Hackett è una persona eccezionale, ed è stata la madrina di questo progetto. Mi ha incoraggiato a realizzare il primo disco ed era naturale avesse un ruolo che ha accettato di buon grado e con l'entusiasmo che la contraddistingue.

A proposito di “autori”, generalmente i guests si limitano a fornire un cameo musicale, ma in questo caso ho visto che i tre “monumenti” succitati firmano alcuni pezzi: è stato complicato?

Con i big non esistono complicazioni. La loro professionalità e la loro disponibilità è davvero disarmante. Steve ha ripetuto passo passo la linea melodica che avevo disegnato per lui nel brano di apertura, che è un chiarissimo omaggio al suo stile chitarristico e in particolare ad "Hairless Heart". Per non parlare della sincera amicizia di Steve (e Jo) dimostrata in occasione delle riprese del video promozionale, che ha anticipato la release del cd! David è un "magnifico casinista" che si diverte di gusto a suonare e a comporre le parti. Ti assicuro che missare fino a undici tracce di fiati non è impresa facile... Un numero di tracce pari a quelle di una batteria! Billy è stato splendido. Gli ho chiesto un basso "alla Squire", prima degli eventi che lo hanno portato a sostituire il compianto Chris Squire negli Yes, e si è superato. Un ottimo polistrumentista, per The Rome Pro(G)ject suona anche chitarra e batteria. La persona giusta visto "il tiro Yes" di un bel pò di brani. Devo infine ricordare che per impegni e/o malanni, e pur avendomi assicurato la loro partecipazione, sono mancati all'appuntamento Rick Wakeman, Steven Rothery e David Cross. Le parti che avevo pensato per loro comunque nel disco sono facilmente riconoscibili.  

L’album è strumentale - se si esclude il recitato di Jo nel primo pezzo: non c’è spazio per le liriche nella tua musica? 

Amo la musica strumentale e questo progetto lo definisco "un multimediale per immaginazione e melodia". Quindi niente liriche, ma visioni e suggestioni. Basta un titolo per suggerire all'ascoltatore il periodo e i luoghi che lo stesso titolo ripercorre.

Come pubblicizzerete l’album? Sono previsti live con parte dei protagonisti?

Non è umanamente possibile pensare di organizzare una cosa del genere, neanche per un evento unico, anche se mi piacerebbe. Quindi sin dall'inizio di questa avventura è stato chiaro questo concetto. Si potrebbero organizzare presentazioni in luoghi chiave del prog, in Italia e all'estero, con la partecipazione di questo o quel "big", ma dovrei già andare in ristampa... la prima stampa è già quasi andata.

Quale potrebbe essere il passo successivo, nel senso dell’evoluzione del tuo progetto?

Beh... avevo davvero pensato di fermarmi qua, anche perchè gestire questa cosa secondo i miei parametri non è semplice. Quando vuoi il controllo pressoché totale su tutto, questo perfezionismo si paga in termini di tempo ed energie... e finanze. Ma le richieste sono tante, e mi sa proprio che il detto "non c'è due senza tre" finirà con il colpire ancora.


Track list
1) OF FATE AND GLORY (V.Ricca / S.Hackett / J.Lehmann) 3’:53”
2) THE WOLF AND THE TWINS (V.Ricca / W.Sherwood) 3’:38”
3) THE SEVEN KINGS (V.Ricca) 4’:55”
4) SEVEN HILLS AND A RIVER (V.Ricca) 13’:12”
5) FORUM MAGNUM (V.Ricca / D. Jackson) 8’:05”
6) S.P.Q.R. (V.Ricca / S.Hackett) 6’:00
7) OVID'S ARS AMATORIA (V.Ricca / D.Jackson) 6’:53”
8) AUGUSTUS (primus inter pares) (V.Ricca / D.Jackson) 6:19”
9) HADRIANEUM (V.Ricca / P.Ricca) 3’:35”
10) THE CONQUEST OF THE WORLD (V.Ricca / W.Sherwood) 4’:48”
bonus track
11) THE PANTHEON'S DOME (V.Ricca / S.Hackett / M.Montobbio) 4’:30”


"II - OF FATE AND GLORY"
"The Rome Pro(G)ject II"
Steve Hackett electric and classical guitars
David Jackson saxophones and flutes
Billy Sherwood bass, drums and electric guitar
Vincenzo Ricca keyboards
With Mauro Montobbio and Luca Grosso of NARROW PASS
Riccardo Romano and Daniele Pomo of RANESTRANE
Franck CARDUCCI
Paolo RICCA jr.
Giorgio Clementelli
Lorenzo Feliciati
Special guest appearance by Joanna "Jo" LEHMANN HACKETT (guiding voice on "Of Fate and Glory").


Ho chiesto un commento a David Jackson…

Mi è davvero piaciuto lavorare su entrambi gli album di Vincenzo Ricca. Il rock progressivo italiano è eccitante e totalmente imprevedibile, e ho sempre sentito un legame speciale con questo tipo di proposta. Mi ha particolarmente attratto la qualità e l’originalità della scrittura, la musicalità di tutti i musicisti e la miscela tra suoni classici e moderni. E’ stato veramente piacevole suonare ancora con questi artisti e, alla fine, ascoltare il grande risultato.

… a Steve Hackett…

Sono davvero contento di aver partecipato al "The Rome Pro(G)ject II". Penso sia un grande concept, fatto di musica di atmosfera e al contempo potenza pura.

… a Mauro Montobbio…

"The Rome Pro(G)ject II" e' per me motivo di grande orgoglio, sono stato coinvolto sin dagli inizi del progetto e sono felice di comparire al fianco del grande Steve, il sogno di una vita!

… a Luca Grosso…

Sono lusingato di aver potuto partecipare al progetto, suonando così la musica che ho sempre ascoltato. Non avrei potuto desiderare di meglio... sono riuscito a realizzare un sogno oltre le mie più rosee aspettative!

lunedì 23 maggio 2016

VANEXA: LIVE IN SAVONA


Come già annunciato il nuovo album dei Vanexa è prossimo all’uscita, disponibile dal 3 giugno. Il suo titolo è Too Heavy To Fly.
Ma il live del 21 maggio, sul magnifico palco montato come di consueto nella piazza principale della Fortezza del Priamar, a Savona, ha fornito l’occasione per avere una succosa anticipazione, e ben sette dei brani presentati sono parte del nuovo disco (in totale dovrebbero essere nove) targato Black Widow Records (nell’immagine della scaletta di serata, inserita a seguire, le nuove tracce sono quelle contrassegnate dall’asterisco).
Da segnalare la presenza come ospite in un brano dell’album di Ken Hensley, mitico fondatore degli Uriah Heep.
Giocano in casa i Vanexa perché le fondamenta presero forma in città, e della formazione originale troviamo ancora Sergio Pagnacco al basso e Silvano Bottari alla batteria. Completano l’attuale line up Pier Gonella alla chitarra, Artan Selishta -  altro chitarrista -  e la new entry Andrea “Ranfa” Ranfagni, vocalist e frontman.
Nell’occasione si è unito un ospite di prestigio, ex componente della band e titolare di numerosi progetti paralleli, Roberto Tiranti.
Uno stralcio di serata è rimasto intrappolato nella mia video camera ed è visibile a fine post.
Il concerto era inserito in un nuovo contest, il Savona Rock Festival che ha visto in prima fila, in qualità di organizzatrice, Radio Savona Sound, che ha così celebrato nel modo migliore l’incessante attività che ha toccato ormai i quant’anni.
Tre giorni di eventi e azioni collaterali, ma ciò di cui sono stato testimone è il concerto dei Vanexa, entrati in scena come headliner dopo il trio rock blues locale Groove Monkeys, e un’inedita e interessantissima band gallese, i Sendelica, - da ascoltare con attenzione il loro sound psichedelico basato sulla sperimentazione e su strumenti inusuali come il Theremin, il più antico strumento elettronico esistente.
Se con la prima band la temperatura musicale doveva ancora salire… se con i Sendelica era richiesta attenzione e concentrazione per cercare di catturare una proposta sconosciuta, sono bastati pochi secondi e un riff pesante di chitarra perchè parte del pubblico, sino a quel momento composto, accorciasse di colpo le distanze, guadagnando la massima vicinanza al palco, dando il via allo scambio tipico dei concerti metal, dove è bandita la compostezza, così come la staticità e i volumi moderati.
Non credo ci sia stata la possibilità di realizzare prove corpose, ma l’energia appare da subito qualcosa di incontenibile: la sezione ritmica - l’elemento più collaudato - è straripante e i virtuosismi dei due chitarristi regalano momenti di puro spettacolo e sono tanta manna per gli amanti dello strumento. Appare da subito integrato Andrea Ranfa, anch’esso impegnato in molteplici progetti, non tutti rivolti al metal.
E a metà serata entra in scena un pezzo di storia… un frammento di cuore, quel Roberto Tiranti che riconduce verso brani del passato, in una set list divisa esattamente a metà, tra nuovo e storia pregressa.

Dice Silvano Bottari: "Too heavy too fly" è in certo senso un ritorno alle origini, quindi sempre un sound a metà strada tra i '70 e  la NWOBHM anni '80, ma con un groove più attuale e aggressivo; la novità del nuovo chitarrista Pier Gonella e il nuovo vocalist Andrea "Ranfa" Ranfagni hanno decisamente modernizzato e incattivito il nostro suono”.

Aspettiamo l’uscita del disco per un giudizio completo, ma di una cosa si può essere certi… i Vanexa sono tornati e ciò che hanno presentato è l’essenza di un “certo rock” immortale, al di là di ogni tipo di etichetta precostituita.






martedì 17 maggio 2016

"Bill Bruford, autobiografia alla batteria"


Oggi è il compleanno di Bill Bruford, un po’ di tempo fa lo ricordavo così, raccontando qualcosa del suo fantastico book, che consiglio a tutti gli appassionati di musica…
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Questo libro non avrà raggiunto il suo scopo se non sarà stato capace di attirare l’attenzione sul lavoro, a tratti brillante, del variegato gruppo di personaggi del quale racconta”.
Queste le parole conclusive del libro “Bill Bruford, autobiografia alla batteria” (Aereostella).
Ne ho sentito parlare la prima volta a Roma, a inizio novembre scorso, quando dal palco della “Prog Exibition” veniva pubblicizzato.
Un libro come tanti, una biografia comune, dove si ripercorre una vita di musica, con vicissitudini familiari, soddisfazioni e incidenti di percorso? Niente di tutto questo.
Eppure ogni autobiografia che si rispetti, da Clapton a Emerson, ha caratteristiche ben precise e nessuno si aspetta qualcosa di diverso!
E poi, cosa potrebbe mai dire un batterista?
Nell’immaginario comune il drummer ha un ruolo secondario perché lo si idealizza sempre come un ottimo esecutore, magari stratosferico, ma che "non ha dovuto studiare perché aveva il ritmo nel sangue", e Keith Moon è solo un esempio. Non è pensabile che chi picchia sui tamburi sappia comporre, o possa essere un leader, o ancora sia in grado di essere immediatamente accostato al nome della sua band.
Phil Collins e Franz Di Cioccio sono eccezioni, come capita in ogni rappresentazione del quotidiano, ma non ci sono molti altri esempi.
Questa che potrebbe essere una mia valutazione personale, e quindi criticabile, è avvalorata dal racconto di Bruford, che rende noto che le barzellette sui batteristi non passano mai di moda: “Com’è che chiami un tizio che va in giro con i musicisti?”.
Il book in questione mi è stato regalato a fine anno (ho forzato la mano scrivendo direttamente a Babbo Natale), ma l’ho terminato da poco. In questi mesi di andamento lento non ho perso occasione per pubblicizzarlo, con tutti e in ogni occasione, per la mia solita voglia di condivisione.
Credo sia in assoluto il miglior libro che abbia mai letto, rimanendo in ambito musicale.
Dopo quarant’anni di onorato servizio Bill Bruford appende le bacchette al chiodo e sente l’esigenza di fare un bilancio, come accade sempre quando si ritiene che sia arrivato il momento di mettere un punto e voltare pagina. Vedremo come.
Nelle mie considerazioni di uomo maturo ho costruito un assioma che può essere accostato alla parola “soddisfazione”, stato d’animo che si realizza e diventa duraturo nel tempo se si riesce a far coincidere lavoro e passione. I miei "amori" sono due, uno di tipo sportivo e l'altro “musicale”, ma nei miei lunghi sogni ad occhi aperti ho sempre scelto il palco, perché on stage ci si può “vivere” per molto più tempo, obliando i limiti fisici che molto presto arriveranno se si decide (e si ha occasione) di vivere facendo attività sportiva. Dopo aver afferrato la crudezza di pensiero di Bruford sul cosa significhi fare il musicista, i miei convincimenti sono crollati.
Una piccola immagine di Bill Bruford.
Esistono otto gruppi britannici, universalmente riconosciuti (a torto o a ragione) come i massimi esponenti della rivoluzione prog di inizio anni ’70 (in ordine sparso): ELP, Gentle Giant, Van der Graaf, Pink Floyd, Jethro Tull, Genesis, YES, King Crimson. Bruford è l’unico ad aver fatto parte di tre di loro, YES, Crimson e Genesis (anche se è stata una breve apparizione), seguito da Greg Lake (Crimson e ELP). E poi Gong, UK e Eartworks.
Eartworks significa jazz, il vero amore di Bruford, il gruppo da lui costituito dopo vent’anni di rock e a cui ha dedicato altri vent’anni, nonostante sia musica da “fare la fame”.
Improponibile il paragone tra due mondi, rock e jazz, tra due stili di vita, tra due tipi di compensi, tra differenti attenzioni da parte di pubblico e ambiente, tra opposti luoghi di esibizione, tra tipologie di tournée.
Tutto questo è ben sviscerato in un libro dal tratto colto e a sprazzi difficile da interpretare.
Un plauso va alla traduttrice, Barbara Bonadeo, che ho cercato invano sul web, sentendo l'obbligo di complimentarmi con lei. Da rimarcare la consulenza per il lessico musicale da parte di Riccardo Storti.
Ma perché mai un uomo “retto” come Bill Bruford decide di smettere?
Relativamente giovane, in buona salute, mai vittima di eccessi, con una famiglia regolare, con la stessa moglie di un tempo lontano, con buone amicizie… perché decidere di dedicarsi solo al riordino degli immensi archivi personali, fatti di migliaia di registrazioni sparse e accantonate nei cassetti più disparati?
Ecco una traccia interessante.

Un’altra città si risveglia. Vancouver? Taipei? Chicago? Persino prima di colazione ho troppo tempo per ruminare su questo rapporto che si sta guastando. Ultimamente litighiamo io e la mia batteria. Lei è troppo esigente. Credevo fosse inerte, se non ci suonavo sopra. Credevo fossi io a insufflarci dentro la vita e poi a tirargliela fuori, mentre lei se ne stava li immutabile, riconoscente. Lei che è il mio riflesso, e che era stata giovane, vivace, bella, e soprattutto sicura di sé, ora sembra un’ombra di ciò che è stata. Oh, certo, quando usciamo insieme, in mezzo alla gente, tutto sembra andare per il meglio. Siamo la coppia perfetta, io e la mia elegante Starclassic Bubinga. Lei è così affascinate nel suo nero totale con intarsi dorati, tutta in ghingheri. Danziamo per le telecamere con grazia infinita, sotto sguardi ammirati. Ava Gardner e il suo Frank Sinatra. Io suono, e la mia batteria canta dolcemente. Ma sotto le apparenze il nostro rapporto è corrotto fino al midollo. I millecinquecento montrealiani non sospettano niente, insieme abbiamo appena regalato loro uno spettacolo fantastico: rimarrebbero sconvolti nel sapere che, in realtà, la nostra storia d’amore mi sta indebolendo, che non reggo più le sue continue richieste. Qualcuno dovrà cedere”.

Milioni di chilometri percorsi, migliaia di performance di ogni genere, infinite interviste, enormi discussioni, compromessi ad ogni angolo, obblighi superiori ai piaceri, indigestioni di jet lag e tanto altro che nella vita di un comune mortale significano semplicemente stanchezza e voglia di serenità, fattori meno importanti in molti dei periodi della nostra vita, ma determinanti nel momento della saggezza.
Ma il book è molto più completo (e nemmeno troppo sentimentale) di come lo potrei descrivere io.
La struttura è davvero inusuale e Bruford suddivide i vari capitoli partendo da domande che pone a se stesso, del tipo… “Com’è lavorare con Robert Fripp?”, “Perché hai lasciato gli YES?”, “Vedi ancora gli altri”, “Dove prendi il tuo fantastico sound”.
Bruford risponde a delle semplici, disarmanti, domande (con risposte tutt’altro che semplici), evitate con cura per tutta la vita, forse per mancanza di adeguate risposte.
Alla domanda casuale: “Ma tu che lavoro fai?”, e alla ovvia risposta “sono un musicista”, di solito segue: “Sì, ma di giorno cosa fai?
Dice Bill:” Il music businnes sembra conoscere solo due stereotipi, e cioè il Dio del rock e quello che -una- volta: per un sacco di eccellenti musicisti il limbo è assicurato. Io ho trovato una via di mezzo. Ho lavorato duro in prima linea nell’Industria Dell’Umana Felicità per quarantuno lunghi e più che altro piacevoli anni, e vi assicuro che gran parte del lavoro l’ho fatto di giorno”.
Quattrocento pagine per raccontare la storia della musica secondo un uomo che l’ha vissuta in modo completo, contribuendo a innovarla, soprattutto nella sua principale specialità, quella delle percussioni.
Un musicista rock e jazz, di estrazione borghese, che non ha avuto bisogno di una fase di autodistruzione per trovare un ruolo all’interno del circo della musica, con una vita tutto sommato semplice, ma piena di significati e soddisfazioni. Sarebbe un vero peccato non divulgare al massimo il verbo di Bill Bruford!
Io l’ho fatto, lo sto facendo e lo farò, consigliando il libro a molti musicisti e appassionati di musica, ma anche a genitori “in possesso” di figli aspiranti musicisti.
Il mio collega Alberto, papà di Nicolas, un bravo batterista prossimo alla maturità scientifica, mi ha confidato che, vista la crisi in ogni tipo di settore lavorativo, non disdegnerebbe una carriera musicale per il proprio pargolo. Mentalità molto aperta.
In linea di principio mi sembra una buona cosa quella di perseguire (e lasciar perseguire) un sogno, anche se difficile (ma non impossibile) da realizzare. Però… gli ho consigliato vivamente: ”Bill Bruford, autobiografia alla batteria”, e so che è andato alla sua ricerca nella biblioteca più vicina a casa.
La lettura potrebbe sortire due effetti, uno opposto all’altro, ma penso valga sempre la pensa avere le idee chiare, e poi magari decidere di rischiare. Non sarà certo un libro scritto da un “antico” musicista inglese, che tutto ha visto e tutto ha avuto, ma lontano mille miglia dalla "normalità", a influenzare il giovane Nicolas, ma qualche riflessione sui differenti aspetti della vita del musicista la porterà sicuramente, e in questo senso il book di Bruford ha davvero una marcia in più, quella dell'insegnamento, da accompagnare alla altrettanto importante oggettività degli avvenimenti raccontati.
Alcuni amici romani, hanno intervistato telefonicamente Burford e mi hanno concesso l’utilizzo di uno stralcio della chiacchierata, quello relativo al libro autobiografico.

Intervista per il terzo degli speciali sulla carriera di Bill Bruford andati in onda nel programma radiofonico "Il Sabato di Punto d'Incontro" di TRS Radio.
Giampiero Frattali pone a Bruford domande di Glauco Cartocci e Donald McHeyre.


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