giovedì 31 marzo 2016

Storie di musica... storie di vita, di Gianni Leone



Conobbi Neon Leon la sera del 17 maggio 1975. Era la mia prima volta a New York. Mentre recuperavo i bagagli dal taxi che dall'aeroporto mi aveva portato davanti all'ingresso del Chelsea Hotel al 222 della 23esima fra la settima e l'ottava, mi si presentò lui, vestito in pelle e con un'enorme parrucca stile afro a strisce di colori arcobaleno fluorescenti: "Welcome to Chelsea Hotel! Come to see me later", e mi diede il numero della sua stanza. Una volta sistemati i bagagli, andai a bussare alla sua porta. Così cominciò la nostra amicizia. Raccontare le cose incredibili, imprevedibili e sconvolgenti che succedevano ogni momento al Chelsea -i cui clienti erano o erano stati artisti e personaggi di ogni tipo, come Mark Twain, Dylan Thomas, William S. Burroughs, Arthur Miller, Tennesse William, Simone de Bouvoir, Jean-Paul Sartre, Charles Bukowski, Stanley Kubrik, Dennis Hopper, The Grateful Dead, Tom Waits, Patti Smith, The Ramones, John Cale, Leonard Cohen, Edith Piaf, Bob Dylan, Alice Cooper, Janis Joplin, Jimi Hendrix- è impossibile: avrei bisogno di settimane, per cui sorvolo del tutto e rimando magari al prossimo racconto. Dopo poche sere mi ritrovai al Matrix, dove, intorno al nucleo fisso composto da me al piano elettrico e all’organo, da Syl Sylvain dei New York Dolls e Neon Leon alle chitarre, ruotavano tanti altri musicisti di questa o quella band e insieme davamo vita ad infuocate, travolgenti, torrenziali jam sessions. Tutti avevano parole di grande elogio per quel giovanissimo artista italiano, piombato nella bolgia del Chelsea e subito diventato “uno del gruppo”. Poi ci trasferivamo all' Ashley's o a Le Jardin, dove incontravamo Johnny Thunders e altri. Per me era molto liberatorio tuffarmi in quell’atmosfera di selvaggio e scarno rock and roll, dopo un giorno chiuso in studio a lavorare su un tipo di musica più complessa e rigorosa (stavo registrando il mio primo album da solista, "LeoNero - Vero"). Oppure andavamo al Max's Kansas City o al CBGB, templi del rock/punk/new wave newyorkesi. Praticamente "TUTTI" hanno suonato o sono nati lì: da Patti Smith ai Talking Heads, da Alice Cooper ai Blondie (Debbie Harry era stata cameriera al Max's), da Lou Reed e i Velvet Underground ai Ramones, da Iggy Pop agli Aerosmith, da Bruce Springsteen ai Dead Boys, da Wayne County (poi diventato Jayne County dopo il cambiamento di sesso) agli stessi New York Dolls e Neon Leon.
Dopo una notte passata girando di locale in locale, quando ormai di “lucido” non era rimasto altro che i tessuti dei nostri abiti, ci ritrovavamo all’alba, esausti, in Central Park, tutti stretti a bordo di una Limousine con autista presa a nolo, a riascoltare in un irreale silenzio la cassetta della nostra jam session della sera precedente. Talvolta si univa a noi anche David Le Sage, già fonico di Todd Rundgren, che in quei giorni stava registrando “Vero” con me. Apro una triste parentesi. Ormai sia il Max's che il CBGB non esitono più. L'ultima volta che sono stato al CBGB risale al 30 giugno del 2000. Dal 2008 al suo posto c'è una boutique. Un'epoca gloriosa e irripetibile è stata cancellata per sempre.
Tornai al Chelsea nel '78 e Leon era ancora lì, in quanto aveva scelto di abitarci stabilmente. Riprendemmo a uscire e a suonare insieme. In quei giorni i Rolling Stones erano a N.Y. per una serie di concerti al Madison Square Garden... Leon era loro amico, per cui talvolta incontravamo Billy Preston ed altri, ubriachi fradici, nei vari locali che frequentavamo anche noi. Poi io lasciai N.Y. e ci perdemmo di vista per alcuni anni.
Ci rincontrammo a Stoccolma in un locale, lo "Studion", la notte dell'11 settembre 1984. Mi raccontò, fra l'altro, di aver registrato una cover di "Heart of Stone" degli Stones e che addirittura Mick Jagger in persona gli aveva fatto i coretti nel finale. Io quella sera ero con Lino Ajello del Balletto, e così scoprimmo che anche loro due si conoscevano in quanto Leon, dopo essersi trasferito a Stoccolma, aveva frequentato lo studio di Lino, l'Humlan, punto di riferimento della scena musicale svedese, dove io stesso avevo registrato molti brani miei e per altri artisti. Il mondo talvolta sembra davvero così piccolo!... Nel maggio del 1985, però, lo studio e l'intero edificio che lo ospitava furono demoliti per costruire un grande centro commerciale. Io e Leon ci perdemmo di vista ancora una volta.
Nel 2005 ebbi da un amico comune italiano la sua e-mail. Gli scrissi. Lui mi rispose subito. Era in Germania. Ci scambiammo foto -facendoci reciproci complimenti per la forma fisica- e ci raccontammo un po' di cose che ci erano accadute negli ultimi vent'anni.
Giugno 2009: Leon è a Roma. Passo a prenderlo in albergo e lo porto a casa. E' in compagnia di una giovane discografica finlandese, Tuula. Ore e ore a raccontarci di tutto. Gli ho mostrato due suoi regali che ancora conservo dai tempi del Chelsea: una quadretto dipinto a olio e una spilla raffigurante un teschio alato, che lui ha voluto immortalare assieme a noi in una della tante foto che abbiamo scattato. Mi ha regalato alcuni suoi CD: uno, interessantissimo, intitolato "Ex Stone", con brani dei Rolling Stones suonati dagli stessi Stones ma in versioni e formazioni inedite (in alcuni brani c'è perfino Brian Jones!), fra i quali appare anche la sua rilettura di "Heart of Stone" con Jagger ai cori, di cui ho già detto; poi la prima prova di stampa di un altro, intitolato -guarda un po'!- "Chelsea Hotel", ricco di brani di puro rock-blues molto autobiografici. Io, oltre a pupazzi a batteria coloratissimi e rumorosissimi, una bambolina per riti woodoo e una riproduzione della Lupa di Roma con tanto di Romolo e Remo accoccolati, gli ho regalato il DVD del Balletto di Bronzo. Gli ho chiesto, anzi intimato di farmi al più presto una copia delle nostre leggendarie jam sessions newyorkesi. Vedremo...
Veniamo alla vicenda di Sid Vicious e Nancy Spungen, raccontatami da Leon nei dettagli, ma che qui sintetizzerò. La mattina del 2 ottobre del 1978 fu trovato il cadavere della Spungen accoltellata nella sua stanza al Chelsea, la numero 100. Aveva vent'anni. Si autoaccusò il suo ragazzo, Sid, ormai ex bassista dei Sex Pistols. Leon, che era loro vicino di stanza (stava alla 119, la stessa della foto in cui siamo ritratti io e lui davanti ad alcuni suoi quadri appesi alla parete), fu martellato di interrogatori e interviste poiché era stato l'ultimo a vederli. Infatti Sid e Nancy erano stati la sera prima in camera di Leon e quest'ultimo aveva cucinato per loro del chicken burgundy (pollo al vino Borgogna). La seratina, però, si trasformò ben presto in serataccia poiché Sid, fuori di sé e già strafatto di barbiturici e di un micidiale analgesico per malati terminali di cancro, andò in escandescenze minacciando di tagliarsi la gola con un coltellaccio. Nancy perciò lasciò la stanza di Leon e della bassista Cathy O' Rourke e riportò Sid, ormai ridotto a zombi, nella loro camera. Leon e Cathy lasciarono il Chelsea per tornarvi alcune ore dopo. Intanto Nancy contattava alcuni spacciatori di zona per procurarsi delle pasticche di un'altra micidiale sostanza. Quella notte, a più riprese, entrarono nella camera numero 100 vari loschi personaggi... Dopo l'omicidio, per il solo fatto che Leon era stato l'ultimo a vederli, la stampa e la polizia si accanirono su di lui, nonostante che Sid si fosse immediatamente autoaccusato dell'assassinio. Non che lo credessero responsabile del fattaccio, ma immaginarono, erroneamente, che lui sapesse qualcosa di più. Cominciarono ad arrivare alla camera 119 telefonate di insulti e minacce di morte dirette a Leon. Lui iniziò ad avere seriamente paura. Per almeno due anni non riuscì nemmeno a salire su un palco per il terrore di poter essere preso di mira da un qualche fanatico esaltato. Non ci dimentichiamo cosa successe a John Lennon nel dicembre del 1980 proprio a New York, sotto casa, il Dakota Building... Col tempo le telefonate di minacce di morte non accennavano a diminuire, per cui la polizia, appurata finalmente la sua completa estraneità ai fatti, gli consigliò caldamente, se voleva rimanere vivo, di lasciare New York poiché non poteva più garantirgli l'incolumità. I Rolling Stones lo aiutarono, dandogli un bel po' di dollari per permettergli di lasciare gli States. Nei primi Anni '80 lui si trasferì in Scandinavia e cominciò a farsi chiamare "King Lion" (discutibile, lo ammetto...). Allora, ecco perché nell'84 lo avevo ritrovato a Stoccolma!.. In quel periodo passò dalle stelle alle stalle più volte: da opening ai concerti degli Stones e di Prince a musicista di strada in Danimarca. Leon mi ha inoltre rivelato che al mattino, dalla camera di Sid e Nancy, erano spariti ben 60.000 dollari di cui nessuno ha mai parlato... Potrebbe essere stato questo il movente dell'omicidio, compiuto da uno dei loschi personaggi mai identificati che avevano frequentato la camera quella notte, o potrebbero essere stati addirittura rubati dai primi poliziotti che arrivarono al Chelsea... Lui dice di avere ormai la certezza, dopo anni, che l'autore dell'omicidio non fu Sid, troppo confuso e fisicamente debilitato, ma un altra persona di cui rivelerà l'identità solo fra una ventina d'anni. Sid fu arrestato e messo in prigione. Continuò a dichiararsi colpevole. Tentò varie volte il suicidio, senza riuscirci. Finchè il 2 febbraio del 1979, ci riuscì. Io lasciai il Chelsea proprio pochi giorni prima della morte della Spungen, verso la fine di settembre del '78. Dopo un breve soggiorno a Milano per realizzare un servizio fotografico per la copertina del mio 45 gg. "Fremo", andai a trovare degli amici a Zurigo, dove appresi della morte di Nancy. Era, appunto, il 2 ottobre del 1978. Chissà perché non telefonai a Leon per chiedergli cos'era successo..... Eppure ci pensai.
Il Chelsea Hotel ha cambiato gestione. I nuovi proprietari hanno intenzione di strappargli anche l'anima trasformarlo in un hotel di lusso per turisti qualunque, purché danarosissimi. Che tristezza.
Leon si è definitivamente stabilito in Germania, dove vive in una casetta isolata nel bosco accanto a un laghetto con due cigni. In questi giorni è a Turku, in Finlandia. Mi ha inviato delle sue nuove foto. Poi farà un salto a Copenhagen. Ad agosto tornerà a Roma.
Gianni Leone


martedì 29 marzo 2016

DanyRusso-"Reprise"


DANYRUSSO
Il coraggio delle idee

Conosco solo ora DanyRusso, pesarese, poliedrico, profondo conoscitore di tecniche e strumenti, autarchico - forse per necessità? -, probabilmente eccessivamente nascosto sino ad oggi. Già, dove si era rintanato un talento simile?
L’album che propone, “Reprise”, è difficilmente collocabile, e questo è a mio giudizio un pregio.
Circa cinquanta minuti di musica per presentare un mondo, quello che unisce nuove composizioni ad antiche creazioni, tutte proposte in lingua inglese, e le dodici tracce  risultano spiazzanti, perché le variazioni al percorso sono repentine e spesso inaspettate.
Il mood generale è sufficientemente cupo per disegnare il malessere… e chi non lo conosce!?
Mi riferisco ad atmosfere, odori privi di filtro, che riportano sempre allo spleen, alla meditazione tendente allo stato di tristezza.
C’è molto British Pop, evidente amore di Daniele, ma il suo colore vocale mi riporta ad un punto preciso, quello di Richard Ashcroft, che con i Verve mi provocava le stesse reazioni.
Ma vista la premessa non ci si si può limitare ad una singola sensazione.
Occorre dire che DanyRusso si avvale di un paio di collaborazioni che lasciano il segno, quella di Roberto Spagnolo, presente al sax nel bellissimo “The cure”, e quella di Valentina Piccione, vocalist in un paio di brani, che nella sua entrata nella traccia “Trinity” tocca le stesse corde che seppe stimolare Clare Torry, quando inventò l’impensabile in “The Great Gig in the Sky”: affascinante!
Tutto l’album resta in equilibrio tra stati differenti, con la ballad che si alterna al modus psichedelico pinkfloydiano, con Sid Barret che decide di dialogare con i fratelli Gallagher, senza la necessità di arrivare ad alcun compromesso, perché il sound che ne deriva, udite udite, non è la copia di niente di conosciuto, non nei termini tradizionali almeno.
Certe trame struggenti possono solo essere figlie del disagio interiore, quello che spesso proviamo nel quotidiano, e che magari riversiamo in un pezzo di carta o in una tela, o che magari ci limitiamo a interiorizzare, per paura del giudizio altrui.
DanyRusso si lascia andare, crea, modella, ritrova storie abbandonate e le arricchisce di nuove esperienze; il risultato è, almeno oggi, “Reprise”, un disco sudato, carico di significati, che trasmette però sensazioni di sintesi, semplificate, come solo la musica, quella di qualità riesce a regalare: poche note, semplici accordi, sonorità soffuse e la magia si compie.
Una bella scoperta… un disco da condividere.



INTERVISTA

Non conoscevo la tua musica: chi è DanyRusso? Che tipo di percorso, esperienze e cultura musicale hai alle spalle?

Come tanti, ho fatto tantissime serate in zona e/o comunque a qualche km da dove vivo, ma vivendo in una cittadina che poco permette non ho mai avuto sbocchi particolari.
Inoltre, ho avuto la "sfortuna" in passato, di incontrare persone che hanno parlato molto ma concluso poco, ecco perché solo oggi, essendomi mosso in prima persona, si può sentire di me.
Chi sono? Un musicista che poi si è appassionato allo studio di registrazione volendone conoscere i particolari, e così è successo che faccio le mie cose da me.

Quali sono i tuoi musicisti di riferimento, quelli che hanno condizionato il tuo modo di essere artista?

Beh, sono cresciuto coi Beatles che ascoltava mio padre, poi come ogni chitarrista, dopo aver sentito i Led Zeppelin si sono ampliate le vedute, per arrivare ad ascoltare altre band come Yes, Deep Purple, Uriah Heep e altri che comunque hanno fatto della loro musica, la storia del rock.

E’ uscito il tuo debutto discografico, “Reprise”: qual è il contenuto dal punto di vista delle liriche? Esiste concettualità espressiva?

Guarda, i brani sono nati così, alcune volte prendendo semplicemente la chitarra in mano, e in alcune occasioni invece, mi son venute le melodie nel dormiveglia, Sun King su tutte. In base a come suonava il brano, alle sonorità e all'idea che mi veniva arrangiando, mi veniva il testo. 

Parlando invece di della globalità della proposta, come definiresti l’album e… come descriveresti in generale la tua musica?

L'album di fatto ha rispecchiato moltissimo lo stato psicofisico in cui mi trovavo, un momento difficile, soprattutto perché non ero contentissimo di ciò che mi girava intorno e come. Come definisco la mia musica? Vera, sentita, senza artifici, che tratta anche di temi comuni a tanti. Insomma, credo sia musica creata da un musicista vero, che poi possa piacere o meno, come sempre è soggettivo, ma come dico spesso, io cerco di fare del mio meglio, se poi arriva alla gente, è un traguardo vero.

Come ti sei mosso per la realizzazione di “Reprise”? E’ un prodotto che riassume momenti del tuo passato o trattasi di nuova ispirazione?

Una mattina mi sono svegliato e mi son detto: sai che c'è, che quasi quasi faccio un album, e da lì ho iniziato a scrivere. Mi andava davvero, mi andava di suonare strumenti veri, con arrangiamenti veri, cori veri senza l'uso di macchine (vedi harmonizer), ed è per questo che l'ho chiamato “Reprise”, perché ho cercato il più possibile di farlo come si faceva quando si realizzava musica vera.
Nell'album ci sono tre brani (Nowheregirl - The Way I'm livin' - Leaving for planet) che appartengono al passato, The way I'm livin' l'ho addirittura scritta 25 anni fa, e le ho riarrangiate per questo album.
Le altre invece sono state scritte proprio per Reprise.

Chi ha collaborato alla stesura dell’album?

Nessuno, eravamo solo io e Dany.

Che cosa significa per DanyRusso la performance live?

Beh il live è la massima espressione per un musicista, la cosa più bella è il contatto col pubblico e vedere se si riesce a trasmettere ciò che si ha dentro.
Il pubblico è la vita per chi fa musica.

”Reprise” è qualcosa che pubblicizzerai, anche, con concerti dedicati?

Mi piacerebbe moltissimo, ma sappiamo anche bene che in Italia cantare in inglese è quasi un tabù, ovvio, a meno che tu non venga da oltre confine o che tu abbia partecipato a reality show dedicati. Non nascondo che pubblicizzare il mio lavoro in Italia, poco mi interessa.

Mi dai un tuo giudizio sullo stato della musica italiana?

Pessimo!!!
La musica italiana è "comandata" da reality show, dove poi, parliamoci chiaro, nel 99% dei casi, i vincitori fanno un album e spariscono. Sanremo, anziché dare spazio ai nuovi arrivati, ripropone sempre le solite facce che credo abbiano ben poco da dire ancora, e/o comunque sono legate ai retaggi del tempo. Le radio, i network, comandano chi, cosa e come mandare in onda e chi no.
Se ad un deejay non sta bene, non si fa, eppure ricordo che non era così.

Che cosa vedi nel tuo futuro prossimo musicale?

Altri album. Infatti il prossimo, "It's me" è quasi terminato. Poi ne farò ancora.
Perché no, ho così tanto da dire che forse prima o poi qualcuno si fermerà ad ascoltare come si deve, e...




TRACKLIST

1. That's what I mean
2. The way I'm livin'
3. Nowheregirl
4. The witch
5. The witch and the troll
6. The troll
7. And my..
8. The cure
9. Leaving for planet
10. Trinity
11. Sun King
12. Rising sun

LINEUP

DanyRusso Guitars – Bass – Keyboards – Vocal – Backing vocals and computer programming
ValentinRoberto Spagnolo Saxophone on “The cure”a Piccione Vocals on “Leaving for planet” and “Trinity”

martedì 22 marzo 2016

AIRPORTMAN-“ Anna e Sam”


AIRPORTMAN-“ Anna e Sam”
Lizard Records
40 minuti

I piemontesi Airportman proseguono il loro viaggio discografico arrivato ormai alla tredicesima puntata: l’album appena rilasciato si intitola “Anna e Sam”.
La band presenta caratteristiche ben precise e si distingue per originalità e chiarezza di obiettivi, percorrendo una strada legata al commento di grandi temi sociali - ma non solo - attraverso l’uso degli strumenti di riferimento, ed è proprio Giovanni Risso, cofondatore della band, che definisce gli Airportman un “gruppo strumentale”.
Ma non esistono limiti quando la musica è concepita con senso di libertà, e quindi l’annessione di nuovi portatori di suoni, di liriche e vocalist fanno parte del macro progetto, che può contenere elementi diversificati a seconda delle occasioni e dell’ispirazione del momento, ma una cosa verrà sempre esclusa, la ricerca della visibilità a tutti i costi: che c’entra con la musica?
L’impressione è che gli Airportman sarebbero contenti dei risultati ottenuti anche senza l’opera di condivisione, perché la magia che può nascere in studio potrebbe essere sufficiente all’appagamento personale, e la “pigrizia” di movimento, dichiarata a seguire da Risso, potrebbe condurre al non cercare ossessivamente momenti live.
La proposta degli Airportman non ha fronzoli evidenti, e il minimalismo espressivo produce un racconto musicale che esclude ridondanze e riempimenti forzati.
Anna e Sam” si avvale di ospiti/amici di importanza rilevante, come Stefano Giaccone, voce narrante e sax - ma la collaborazione con il fondatore dei FRANTI è di lunga data e ormai collaudata -, Diego Dutto alla tromba e filicorno e Marinella Ollino, meglio conosciuta come Lalli, cantautrice, attrice e voce incredibile all'interno del panorama alternativo italiano.
Il viaggio di Anna e Sam parte da un punto ben preciso, da un’idea, dalla voglia di sapere, dal porsi interrogativi affascinanti ma non facili da affrontare, dal tentativo di interpretare il gap esistente dal momento in cui un essere umano entra in coma, sino ad arrivare al suo risveglio; cose c’è in quel luogo che viene descritto pieno di luce e serenità? A quale velocità ci si muove e… per andare dove?
Da qui si sviluppa un lungo tratto di strada che spinge i protagonisti - e anche l’ascoltatore può diventarlo - verso la ricerca del senso della vita, delle nostre azioni, delle persone capaci di condividere uno sguardo o un sentimento, di un paio di occhi in cui specchiarsi, senza la preoccupazione dello scambio di giudizi. E l’indagine approfondita sulla reale dimensione dell’uomo e su ciò che lo circonda può provocare profonde ferite, difficili o impossibili da rimarginare.
Può un disco disegnare questi scenari, quotidiani e complessi?
La musica degli Airportman fluisce nei corpi lasciando residui che si appiccicano alla pareti, e il distacco è lento e graduale; le parole, i suoni e le voci si mischiano ad una decisa lentezza di movimento e pervadono il cuore e la mente di una profonda malinconia, un mood che credo faccia parte della natura della band.
Bellissimo l’artwork e le fotografie inserite all’interno, e il salto nel tempo che propongo ad inizio post - l’immagine con la contrapposizione tra Buster Keaton e gli attuali tetti torinesi - mi pare la perfetta sintesi della concettualità del progetto.

Sono passati dieci anni, che speri di trovare?
Cosa speri che mi ricordi… dieci anni, dieci anni per smarrire anche la strada più sicura! Dieci anni per amare e odiare il mondo, per ammirarlo.
E maledirlo ogni giorno…”
(dieci anni)


Emozionante!


L’INTERVISTA

E ‘appena uscito l’album “Anna e Sam”, che prevede la compartecipazione di Stefano Giaccone e Lalli: come nasce la voglia di collaborare? Casualità o pianificazione e successiva congiunzione di idee molto simili?

Con Stefano c’è ormai una grande amicizia che si è rafforzata in anni di collaborazioni. Ogni volta risulta molto naturale coinvolgerlo nei nostri progetti e lui, con il suo talento, porta sempre qualcosa di nuovo oltre ad un entusiasmo in tutte le cose che fa.  Anche in “Anna e Sam”, quindi, appena proposto il tema generale del lavoro, ha voluto partecipare in modo importante; coinvolgere anche Lalli è stata davvero un bel regalo per noi Airportman… avere lì, in un nostro disco, il cuore pulsante dei Franti, non era davvero immaginabile per una band come la nostra!

Trattasi di disco concettuale, non certo facile nell’insieme e vi chiedo: qual è il messaggio trainante?

“Anna e Sam” nasce da un idea di base che è quella di, in qualche modo, entrare in quel vuoto spazio-tempo che vivono le persone che, per cause diverse, cadono in coma e si risvegliano; provare a immaginare cosa c’è in quel non luogo, e da quella cellula è nata la storia di “Anna e Sam”. Da quell’idea è nato il viaggio di Anna e Sam, una sorta di ricerca del senso della vita, ma anche la ricerca di una persona speciale, di un amore, di uno sguardo, e anche la visione della povertà dell’uomo in senso assoluto.

Siamo di fronte ad un apparente minimalismo strumentale, e niente appare ridondante e fuori dalle righe: come si può definire la vostra musica attuale?

Non saprei definire il nostro suono, certamente minimale, mi piace che il suono che nasce nelle nostre composizioni arrivi prima possibile, e nella maggior parte dei casi ci rendiamo conto che ci emozionano sempre di più i provini suonati quasi improvvisando che il lavoro finito, quindi tentiamo di lasciare il più possibile quell’impronta.

Le trame musicale, i bassi ritmi e la linea poetica mi hanno lasciato un deciso senso di tristezza: quale era il vostro stato d’animo in fase compositiva?

Si scrive un lavoro quando si ha davvero qualcosa da raccontare, fuori la vita normale, omologata per forza da questa società, in saletta, tra i nostri strumenti ci raccontiamo chi siamo, e il più delle volte i racconti sono avvolti da malinconia, semplicemente perché di raccontare la felicità non è una nostra esigenza, forse in generale non è una esigenza dell’uomo raccontare quando sta bene, le cose migliori escono quando rifletti davvero su interrogativi importanti, ovviamente non si cambia il mondo con un disco, ma essere consapevoli che ci si può fermare ed ascoltare per un pò chi siamo veramente e riuscire, in qualche modo, a trovare il senso di certi stati d’animo è già qualcosa di assolutamente importante, e allora anche un disco può cambiare il mondo, a partire dalle nostre vite.

Due brani sono strumentali: come si inseriscono nel contesto narrativo?

I due brani strumentali sono i primi brani nati per Anna e Sam, e sono la vera colonna sonora dell’intero lavoro; Airportman è sostanzialmente un gruppo strumentale e ci troviamo a nostro agio nel raccontare le nostre storie con il solo apporto musicale, per questo i due brani strumentali sono fondamentali, attorno ad essi si sono inserite le canzoni cantate da Stefano e Lalli, canzoni i cui testi erano in perfetta sintonia con il racconto di base.

Molto belle le immagini che corredano il CD: con quale idea è stato realizzato l’artwork?

L’idea è venuta a Stefano, quella del fotogramma di Buster Keaton e della fotografia attuale sui tetti di Torino, quasi ad annullare il concetto di spazio-tempo di cui ti parlavo prima.

Lavorare con Giaccone non é una novità per Airpotman, ma come è scattata l’alchimia con Marinella Olllino?

Quando abbiamo visto che potevano starci inserti vocali femminili, abbiamo mandato il lavoro in bozza e Lalli, chiedendo di sentirlo e farci sapere; ne è rimasta entusiasta e quindi è stato tutto molto naturale; per noi avere la sua voce in un nostro lavoro è stato davvero una enorme soddisfazione.

 Proporrete dal vivo “Anna e Sam”?

Come saprai noi Airportman siamo un pò pigri, comunque proporremo “Anna e Sam”, per ora in queste date: 1 aprile Mezcal di Savigliano, 2 aprile Sala san Giovanni di Cuneo (in abbinata con gli Esterina di Lucca, in un concerto raccolta fondi per l’Associazione Gli Amici di Luca di Bologna che segue la riabilitazione di ragazzi caduti in coma, e poi il 14 luglio al Nuvolari, sempre a Cuneo. Nel frattempo vedremo se si apre qualche altra possibilità.

Un’ultima cosa: che giudizio date dello stato della musica in Italia e in particolare nella vostra regione, il Piemonte?

Penso ci sia tanta gente brava, davvero, che fa lavori di ricerca, interessanti ed emozionanti, ma che non vedranno mai la luce, e poi ci sono tutti gli altri che fanno musica di merda che ricercano solo visibilità, consensi, palchi, soldi, agganci, sponsor, vendere, businness, etc… etc…; si tende a confondere le due categorie, che sono completamente diverse, giocano campionati diversi; può succedere che qualcuno riesca a portare il proprio messaggio là fuori in modo più importante, ma sono rari casi non significativi; in Italia fare musica di qualità e riuscire a viverci è storia difficile. Ovvio bisogna anche crederci, ma in Italia crederci significa compromessi, in tutti gli ambiti, non solo musicali, ovvio, del resto vengono premiati sempre gli arrivisti spalleggiati o sponsorizzati, non quelli che hanno davvero qualcosa da dire: guarda la politica! Se abbiamo una certa Minetti che a 39 anni va in pensione con 1.300 euro al mese A VITA, ma dove cazzo vogliamo andare? Ti pare? 

domenica 20 marzo 2016

Keith Emerson: divagazioni e approfondimenti con l'apporto di Mauro Selis


Keith Emerson: un lungo assolo oltre il sintetizzatore dell’eternità.

Non ho interesse nel perseguire la pratica del gossip o nel pubblicare giudizi e affermazioni tese al sensazionalismo - non ho niente da vendere e nulla su cui lucrare - ma sono solo realmente interessato ad un fatto che, per puro amore verso il personaggio e la sua musica, mi ha toccato profondamente.
La scomparsa di Keith Emerson, l’ho scritto in più occasioni negli ultimi giorni, mi ha colto di sorpresa e mi ha ferito; non una morte accidentale, ma, secondo quanto si dice, un suicidio. Un po’ di sano egoismo porterebbe a dire: “Ma come si è permesso? Perché ci ha privato della sua possibile futura arte e del suo ruolo?”.
Mi è venuta voglia di indagare maggiormente, utilizzando la figura di Emerson come simbolo della categoria, non quella del musicista, ma dell’essere umano che arriva ad una svolta, trovando difficoltà nell’identificare un obiettivo di vita importante.
Ci stiamo preparando a vedere scomparire ad uno ad uno tutti i nostri miti, e prevale sempre una certa razionalità… l’età che avanza, una vita vissuta intensamente e spesso fuori dalle regole, ma l’autosoppressione è un fenomeno più circoscritto, e pone la star sullo stesso piano di un comune mortale, entrambi possibili vittime di una malattia dell’anima.
Ci sono i ventisettenni morti per overdose, o giù di lì (Hendrix  & amici), esiste chi si toglie la vita da giovane per un forte e palese disagio esistenziale (Cobain), ma l’uomo che arriva al suicidio perché esiste un distaccamento forzato dal prolungamento di una vita (lo strumento con cui si esprime, qualunque esso sia), o perché attraverso di esso non può più proporsi come un tempo, è qualcosa che fa male, e che suggerisce una riflessione che riguarda tutti gli uomini, quando arriva il momento del cedimento, fisico o psichico, o entrambe le cose.
Non è possibile parlare di terzi senza avere elementi tra le mani - solo notizie filtrate dai media - ma ero curioso di sapere cosa dice la scienza in casi come quelli che la stampa ha configurato.
Mauro Selis, l’amico a cui mi sono rivolto, prova a rispondermi, coniugando le sue competenze professionali all’amore  - e conoscenza - per la musica.
E se le cose sono andate diversamente rispetto a ciò che è di dominio pubblico, beh, il nome di Keith Emerson si può tranquillamente sostituire con le tante persone che, purtroppo, si sono trovate in una situazione simile.

L'uomo è da sempre alla ricerca della sua metà, della sua completezza. Nel Simposio, Platone faceva  discutere Aristofane sul tema dell'amore, con le persone alla ricerca della loro antica unità e della perduta forza primigenia. Sono del parere che si possa ampliare il discorso, ponendo l'accento anche su quelle attività precipue che completano l'uomo, il quale diviene tutt'uno con esse.
Keith Emerson si completava con la tastiera, il pianoforte. Come la maggior parte dei grandi musicisti egli si fondeva con lo strumento, epigono espanso del suo tratto di personalità, “organo” indispensabile e necessario per  esprimere la purezza e la prestanza di un fuoco interiore che donava vitalità e senso alle cose. Cosa poter fare senza di esso? Come poter cimentarsi tra le insidiose pieghe della vita senza quell' appendice  psicofisica? Quei tasti bianchi e neri e quei Moog e Hammond erano strutture integrate dentro un organismo perfetto per produrre un suono che ha ammaliato per tecnica e creatività. Stupire, attraverso evoluzioni circensi, con fraseggi e tappeti sonori che hanno scosso il mondo, quell’universo che lo ha elevato come un semidio nel panorama prog-rock dagli anni settanta in poi.
In questa scenario emersoniano appare poco credibile il concetto dello psicanalista Alfred Adler che concepisce l'auto-soppressione come una reazione di difesa super-compensatrice del complesso di inferiorità.
Keith nella sua megalomanica figura artistica aveva costruito - con pregnanza - la sua missione, incarnante nel contempo sia la dimensione egocentrica, sia l'indole narcisista.
In definitiva l'Io si struttura per gradi e si solidifica attraverso l'interazione con i contesti e le altre persone. Se le macchine si possono sostituire con una certa facilità, le parti umane di questo unico “organo” seguono il destino naturale delle cose, il fato con i suoi percorsi lastricati da massi ostili, felicità sottili e risvolti imprevedibili.
Come un capitano di antico valore non abbandona la propria nave nel più devastante dei naufragi così per Keith non era concepibile obliare la tastiera (e derivati), questione emotiva ma anche razionale.
Immagino Emerson, immerso nella sua angoscia come un frutto prelibato in acqua impura, quante volte si sarà osservato le mani, le dita... anche in quell'ultima notte lo avrà fatto tra gli anfratti della sua sofferenza psichica. Con le mani avrà impugnato l'arma letale, quelle mani che sul pentagramma avevano tracciato composizioni indimenticabili ora erano appendici per adempiere alla scelta finale. Quel dito che migliaia di volte aveva premuto un tasto di piacere ora incombeva sopra il grilletto, pigiandolo avrebbe emesso una nota sola… definitiva, quella che lacera il tessuto esistenziale per chiudere quei Pictures at an exhibition dell'esistenza terrena.
Accettando di sopprimersi  Keith ha perseguito - inconsapevolmente? - una logica artistica, quella della sopravvivenza del proprio patrimonio creativo, non attaccato dal mortifero scenario del decadimento.
Dandosi la morte, Emerson ha consolidato la non accettazione di un cambiamento, la non adattabilità alle stagioni, la non flessibilità, come se altre storie non potessero pervadere il suo percorso terreno,  rigoroso e rigido verso un unico stile di vita.
Per dirla con Albert Bandura, Keith stava smarrendo il suo senso di autoefficacia.
Quando l'autostima e l'integrità del sé dipendono dall'attaccamento di un oggetto perduto, il suicidio può apparire come l'unica via per stabilire la coesione di sè” (Glenn Gabbard 2002).
Il richiamo della musica era più forte di ogni altra forma di affettività, di fatto il suo gesto autodistruttivo è la rappresentazione di una forte ostilità inconscia, con compromissione della capacità di amare le altre cose, come se il suicidio fosse il soddisfacimento del desiderio di ricongiungersi - in altra forma/dimensione - “all'organo” amato che stava per essere perduto definitivamente in questa vita.
Alcuni uomini nascono dopo la morte, affermava Friedrich Nietzsche, ma Keith Emerson nella morte ha trovato il consolidamento della sua grandezza di musicista, un lungo assolo oltre il sintetizzatore dell’eternità. 



martedì 15 marzo 2016

Patti Smith Group Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979


Patti Smith Group
Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979

“Ne ho abbastanza. E’ finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.



Firenze fu il nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il nostro ultimo lavoro. In uno stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”


Patti Smith ricorda bene quello show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000 persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi. Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adorato Rembaud, e Rilke, e Jean Genet, un posto lo riservava anche a Papa Luciani, l’effimero Papa del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco(Wave) in foto e parole: “La musica è riconciliazione con Dio”.
Il giorno prima del concerto di Bologna Patty Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”. Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.

(Myke Paytress, “Io c’ero”)




lunedì 14 marzo 2016

Carlo Aonzo Trio-"A Mandolin Journey"


Carlo Aonzo, mandolinista savonese di spessore internazionale, ha grandi meriti supplementari rispetto al tradizionale musicista specialista, quello che dedica la vita al proprio strumento e, spesso, si protegge e si nasconde facendosi scudo del know how specifico, magari dosando le sue uscite dedicate ad una nicchia.
Non ho mai visto Aonzo tirarsi indietro rispetto ad un genere lontano dalla sua classicità basica, al contrario, è famosa la sua voglia di misurarsi con ambienti musicali meno conosciuti, e devo dire di averlo sempre visto eccellere, col sorriso sulle labbra, senza forzature: anche il divertimento fa parte del contesto.
Esiste poi un Aonzo studioso, che ama gli aspetti didattici conseguenti, non per pontificare ma per fare opera di sharing, in qualsiasi parte del mondo si trovi.
Potrei parlare a lungo della sua figura e delle suo “buone azioni”, avendo anch’io beneficiato dei suoi insegnamenti, ma l’argomento del giorno è l’uscita dell’album “A Mandolin Journey”, realizzato con il Carlo Aonzo Trio, un ensemble di virtuosi che si completa con il bassista - e molto di più - Luciano Puppo e il giovane Lorenzo Piccone, astro nascente del panorama musicale italiano e non, nell’occasione “solo” chitarrista: di loro ci parla Aonzo nell’intervista a seguire.
Il tema è il viaggio nel senso più ampio del termine: cambiamenti temporali, modifiche geografiche, modulazione dei generi, proposizione di infinite culture… il tutto si trasforma nella sinossi musicale di Carlo Aonzo.
Protagonista il mandolino, quello che resta in ombra nelle case del mondo - dal nostro continente all’estremo occidente toccando chissà quali aree -, lo strumento quasi tascabile che, al momento opportuno, esce fuori dall’armadio e diventa elemento aggregativo, capace di creare melodie e accompagnamenti, un mezzo approcciato con differente tecnica a seconda del genere, dal blues al folk, passando per il bluegrass o un’ampollosa orchestra dal rigido protocollo.
Il “Journey” di cui si tratta nell’album non conosce confini musicali, ovviamente.
La rielaborazione di brani tipici della tradizione italiana si miscela al jazz e allo swing, e il mandolino, relegato da luoghi comuni in un contesto sempre uguale, diventa poliedrico attore protagonista, dimostrando una modernità unica, un sentirsi a proprio agio in ogni situazione, polo catalizzatore e mezzo trainante.
La semplicità di ascolto, contrapposta alla difficoltà creativa della proposta, è una garanzia, perché un contenitore perfetto dal punto di vista tecnico e stilistico non è di per sé sinonimo di godibilità, quella dolce fruizione che deve essere ben incisa nella mente di Aonzo, se è vero che l’obiettivo primario è la diffusione del messaggio, la penetrazione nei molteplici tessuti culturali, l’abbattimento delle tante barriere ancor oggi esistenti.
Il lavoro al contrabbasso di Luciano Puppo è fondamentale, per la sua capacità di interpretare con discrezione il ruolo ma fornendo con decisione l’elemento ritmico che permette le variazioni sul tema.
Lorenzo Piccone stupisce per la sua adattabilità e la sua voglia di spaziare, deviando in questo caso dai suoi amori iniziali, ma la sensazione è che le scintille schiocchino per lui ogni volta che appare la parola “MUSICA”.
A Mandolin Journey” è da premiare, con gli ascolti e la condivisione, avendo bene in testa che è un disco… democratico, su cui tutti, ma proprio tutti, possono trovarsi d’accordo.
E poi, dice Carlo Aonzo: “Quella dello strumento più italiano è una storia ancora tutta da scoprire e valorizzare”.

Aonzo ha risposto a qualche mia domanda e il video a fine articolo potrà forse chiudere un cerchio e stimolare la giusta curiosità.


L’INTERVISTA A CARLO AONZO

E’ appena uscito un tuo nuovo album, e unendo il titolo ad altri tuoi progetti passati -i concerti del “Mandolin Cocktail” ad esempio - viene facile immaginare un viaggio tra i generi caratteristici di ogni paese: come nasce “A Mandolin Journey”, e qual è la spinta che ti ha portato alla sua realizzazione?

A Mandolin Journey” è un pò il sunto della mia personale esperienza musicale, iniziata a Savona grazie all’humus artistico vissuto in casa e alla passione di mio papà Pino per lo strumento e per la musica nella sua interezza: “Non esiste buona o cattiva musica” diceva, “esiste musica suonata bene o musica suonata male”. Il suo messaggio è arrivato dritto a me permettendomi di non chiudere mai a nessun genere musicale, e mi ha stimolato a cercare il meglio in qualsiasi forma di espressione musicale.

Nell’ora di musica proposta si ha la sensazione di toccare la storia e la geografia del nostro mondo, colorata da trame musicali senza tempo: come si inserisce il tuo strumento, il mandolino, in un contesto così ampio?

Il mandolino è un illustre sconosciuto. Rappresenta l’Italia e gli italiani  in tutto il mondo con una connotazione estremamente positiva e gioviale, e simbolicamente lega e dà voce alla nostra tradizione e cultura. Dall’Italia lo strumento è partito al seguito dei nostri emigranti e si è diffuso dappertutto nel mondo integrandosi con le culture locali. E’ per questo che oggi lo troviamo sorprendentemente protagonista di tantissimi generi musicali diversi, molti dei quali rappresentati nel nostro CD. Quella dello strumento più italiano è una storia ancora tutta da scoprire e valorizzare.

Che tipo di aiuto, collaborazione - ed entusiasmo - hai avuto dall’Accademia Internazionale di Mandolino, che assieme a voi  ha prodotto il disco?

L’Accademia è l’associazione che è naturale espressione degli appassionati dello strumento. Nasce a Savona come comitato organizzatore del corso estivo che ormai si tiene da 11 anni, e che essendo itinerante è partito da Savona e ha viaggiato negli anni alla ricerca dei luoghi storici di tradizione mandolinistica. E’ la naturale casa dell’Orchestra Internazionale di Strumenti a Pizzico di cui ha anche curato l’edizione dell’Album di repertorio contemporaneo e continua a produrre cultura in tal senso. Il nostro progetto si inserisce in questo programma di divulgazione culturale di quella che noi ormai chiamiamo affettuosamente  ”L’Accademia”.

Mi parli della tua squadra, dei due terzi che completano il trio?

Lorenzo Piccone alla chitarra e Luciano Puppo al contrabbasso. Quando si ha la fortuna di incontrare musicisti di tale valore musicale e umano, mossi dalla stessa passione che mio papà mi ha trasmesso, il connubio è quasi automatico e subito proficuo. Lorenzo è una giovane promessa savonese, di lui sicuramente sentiremo parlare; oltre a essere un bravissimo chitarrista, si distingue come cantautore e si sta preparando per eccellere ulteriormente. E’ già molto apprezzato oltreoceano, dove riscuote notevole successo. Luciano è il nostro veterano, ha un preziosissimo bagaglio d’esperienza che spazia nei generi. E’ di una generosità quasi proverbiale e ha curato tutto il coordinamento del progetto, nei minimi dettagli, dalle registrazioni in studio alla grafica della copertina del CD. Un uomo d’oro! Una particolare menzione va fatta anche ad Alessandro Mazzitelli che nel suo studio di registrazione ha dato un notevole contributo per la buona riuscita dell’album.

Polka, Mazurka, Jazz, Swing, Folk, Classica, tradizione italiana… sembra che tutti i paletti che per comodità si creano per definire delle categorie crollino improvvisamente davanti ad uno strumento come il mandolino che pare in grado di far bella figura in ogni situazione… cosa ne pensi?

Effettivamente non finisce mai di sorprendere nemmeno me! Siamo talmente vittime degli stereotipi che sistematicamente ci vengono trasmessi ed inculcati che crediamo che questi paletti esistano veramente. Il bello èche… ne sentiremo ancora delle belle!

Che cosa significa per te, con una formazione classica e legata a canoni ben precisi, trovarsi a spaziare senza limiti nel mare magnum della musica?

E’ un’opportunità immensa in termini di possibilità espressive. Ogni genere musicale è un linguaggio a sé. Immagina di poter parlare decine di lingue differenti, ognuna dà la possibilità di affrontare gli argomenti da prospettive completamente diverse. Mi sento molto fortunato ad avere questa capacità poliedrica, e di poterlo fare su uno strumento considerato ancora inconsueto in tanti ambiti. Forse la fortuna dei musicisti con formazione classica è che la musica classica, di per sé, dà infinite possibilità di approccio al materiale musicale e apre la strada a chi vuole esprimersi attraverso altri stilemi; tutto questo ovviamente se si ha la sensibilità per farlo.

Come proporrete dal vivo il vostro lavoro? Son previsti tour o presentazioni promozionali?

Sì, stiamo organizzando tutte le nostre date di presentazione e lancio del CD. Iniziamo il 18 marzo a Torino (Folk Club), poi saremo a Loano (7 maggio, biblioteca Comunale), a Genova (26 maggio, Castello d’Albertis), a Varazze (2 giugno, Teatro Salesiano), altre date si stanno aggiungendo al calendario per cui stay tuned!


INFO

Immagini di repertorio, Carlo Aonzo Trio live…