domenica 28 febbraio 2016

LINGALAD : "CONFINI ARMONICI"


Era l’ottobre del 2010 quando commentavo "La Locanda del Vento", l’allora quarto album dei Lingalad. Alla fine dell’intervista di rito chiesi al fondatore, Giuseppe Festa:

E la musica.. quale alchimia può concretamente compiere?
Per me è stato un veicolo espressivo fondamentale: parole sconosciute che si trasformano in emozioni e trasmettono significati comuni, trasversali.

Quell’insieme di stati positivi e situazioni di vita si arricchiscono per mezzo di esperienze fondamentali che, se da un lato hanno frenato l’attività del gruppo, dall’altro hanno permesso di arrivare, dopo cinque anni, al nuovo disco, Confini Armonici.
A proposito del titolo… “ … i confini del mondo letterario e di quello musicale si muovono in modo armonico e finiscono per intersecarsi, creando un luogo, una “terra di mezzo”, in cui ha messo le radici la nostra musica.”
Quale il contenuto?
Abbandonato il filone “Tolkien”, il nuovo punto di partenza sono i personaggi che popolano i libri di Festa - Il passaggio dell’orso e L’ombra del gattopardo (Salani Editore) - ed è proprio questa sua intensa attività, unita all’impegno televisivo, a giustificare il lungo gap discografico che solo oggi trova  l’approdo in un nuovo contenitore musicale.
Il fascino della proposta risiede nell’evocazione che certa musica evidenzia, immagini e storie che fuoriescono dalla sede originaria per trovare dinamicità e nuovo volto, colpendo l’immaginazione e rispolverando ricordi che appaertangono ad ognuno di noi.
Dalle pagine dei racconti si ergono i protagonisti e si materializzano, attraverso la fusione tra sonorità folk e liriche, o sola melodia.
Sono infatti tre i brani strumentali - L'ombra del gattopardo, Il passaggio dell’orso e Orante della morte - che risultano altrettanto efficaci nella creazioni di pictures bucoliche, ma si sa, spesso non c’è bisogno di parole per arrivare al cuore!
La natura è l’elemento fondamentale, l’argomento di cui i Lingaland sono i portavoce, immaginando e proponendo un’interazione tra le parti, e disegnando angoli di mondo che sanno di libertà, di ambiente “pulito”, di rapporti umani di qualità, di tempo a disposizione per assaporare la semplicità di un incontro casuale, riempiendosi il naso e la mente di profumi naturali idee nuove.
L’ascolto del folk rock dei Lingalad non necessità di molte spiegazioni.
E’ semplice entrare in sintonia, così come è facile essere permeati di velata tristezza, per la spinta fondamentale che certa musica può dare quando si associa la storia personale ad occasioni mancate, o solo sfiorate.
La visione a seguire del video Occhi d’ambra chiarirà parte del mio pensiero.
Anche le immagini dell’artwork “parlano”: “Metaforicamente parlando, la natura ci ha sempre dato gli “strumenti” per suonare. Ora, nel concept grafico del cd, questa metafora si è fatta quanto mai letterale!”

Un film, un libro, una canzone, un ritmo… Confini Armonici,  concorre nel creare un’oasi di pace e un momento di riflessione e un possibile ricongiungimento con le radici, spesso sostituite da convinzioni distorte: un disco portatore di serenità! 


LINGALAD
CONFINI ARMONICI
Lizard Records
11 brani, 40 minuti

Tracklist:

1 – Sogni d’oblio
2 – Orante Della Morte
3 – Occhi d’ambra
4 – L’ombra del gattopardo (strumentale)
5 – La grande orsa
6 – Nella terra di Aku
7 – Un solo destino
8 – Il passaggio dell’orso
9 – Nel diario di Maria
10 – Oltre il confine
11 – Orante Della Morte (strumentale)



LINGALAD:
Giuseppe Festa (voce e flauti)
Giorgio Parato (batteria)
Luca Pierpaoli (chitarra acustica)
Andrea Denaro (strumenti etnici)
Dario Canato (basso)

Claudio Morlotti (strumenti etnici dal 2000 al 2012)
Fabio Ardizzone (basso dal 2000 al 2012)

Lingalad:

Lingalad Facebook:

sabato 27 febbraio 2016

Corrado Rossi-"In the Peony Garden"


Corrado Rossi ritorna all’impegno discografico e svolta, o meglio, ritorna al punto di partenza, lasciando un attimo da parte il successo d’oltreoceano legato alla sua Word Music e proponendo “quartetti d’archi e pianoforte”: cambiando i fattori il prodotto resta immutato, dal momento che il suo In the Peony Garden è stato premiato in un concorso realizzato dall'Akademia Music Awards di Los Angeles, come miglior album nella categoria “Musica Classica”.
Nove tracce magiche, registrate a Budapest, con musicisti della Budapest Symphonic Scoring Orchestra, permettono a Corrado di ripercorrere la sua vita, con l’influenza degli affetti più cari - e questa è una realtà - ma immaginando un momento intenso in un luogo d’altri tempi, circondato dalla pace assoluta, in perfetto accordo con la natura rigogliosa, curata e curatrice, di certo protettrice: le peonie regnano, ma sono in buona compagnia.
E’ questo il sottofondo che permette al pianista bergamasco di inventare musica e poesia, epigrammi musicali che sanno raccontare, come e più di una lirica.
Invidio chi, immaginando luoghi, persone e cose, riesce ad isolarsi dalla frequente noia e mediocrità del quotidiano, dedicando suoni e armonie a idee e concetti, firmando con un titolo che marchierà a vita un brano musicale e il suo protagonista, che vivrà per sempre attraverso quei pochi minuti di ispirazione.
La musica che Corrado Rossi propone nel nuovo disco ha questa peculiarità, con il valore aggiunto che gli episodi di vita “raccontati” diventano con semplicità gli stessi dell’attento ascoltatore, che entra in piena sintonia con l’autore.
Apro il CD, lo estraggo, e ciò che appare è la frase che sintetizza l’album, un’anticipazione che induce a pigiare rapidamente lo start per un primo giro di giostra…

Nei miei giardini
 ti schiudi, Malinconia,
 profumo di ricordi
 inquietudine dolce
speranza e domani”.



L’INTERVISTA

E’ da poco uscito il tuo ultimo lavoro, “In the Peony Garden”: mi spieghi la motivazione del titolo?

In The Peony Garden” può forse sembrare un titolo inusuale, ma per me è qualcosa di speciale: ho pensato infatti di ambientare l'album in un giardino, uno di quelli tipici delle ville padronali del 1700 che ho sempre ammirato, con vegetazione lussureggiante, laghetti, ponti, fontane e naturalmente peonie (i fiori preferiti di mia moglie). Vivendo in un appartamento in città, ho sentito il bisogno di evadere almeno mentalmente dal caos e così mi sono immaginato all'interno di questo giardino, seduto al pianoforte e ho preso spunto da ciò che la mia immaginazione vedeva e sentiva, o voleva semplicemente vedere e sentire... “Nei miei giardini”, che rappresentano metaforicamente la mia interiorità, hanno preso poi vita tanti “personaggi” con le loro storie e le loro emozioni.

In cosa si differisce dai tuoi precedenti dischi, in particolare dall’elettronico “Panta Rei”?

Questo è un album di genere neoclassico, sono dieci quintetti (quartetto d'archi e pianoforte) che ho registrato lo scorso maggio a Budapest con alcuni musicisti della Budapest Symphonic Scoring Orchestra. Qui non c'è niente di elettronico, ma sono un pò ritornato alle mie origini. É stato emozionante registrare nel magnifico Studio 22, presso la sede della Radio Nazionale Magiara, su uno stupendo Bosendorfer Imperial!

Sbaglio o ci sono passaggi dedicati ad una persona che ti è molto vicina?

Tutto l'album ripercorre un pò alcuni momenti della mia vita e non potevano mancare quelli con Anna. C'è anche la nostra storia e il primo e l'ultimo brano ne fanno capire bene il senso: da “In The Beginning” fino a “For A Lifetime”... Anna mi ha dato la motivazione a comporre ed è sempre la prima che ascolta i miei brani, mi dà suggerimenti e cura “ l’immagine” dei miei lavori (packaging e grafiche).
Quando poi è arrivato mio figlio Davide, la mia vita è diventata più completa: fare il papà mi piace molto. Un brano è composto appositamente per lui e mentre lo registravo ho sentito un nodo salirmi in gola e a stento sono riuscito a trattenere  l'emozione.

E’ un album facilmente replicabile dal vivo? Hai pensato a proporlo in quella veste?

Non ti nascondo che ci ho pensato, perché questo lavoro si presterebbe molto bene a essere suonato dal vivo. Mi piacerebbe, ma è sempre difficile trovare spazi e sponsor.  Spero di trovare qualcuno che mi proponga un certo numero di date, altrimenti, come si suol dire, la spesa non varrebbe l'impresa: come ben sai, per affiatare un gruppo di musicisti ci vogliono un po' di prove... le partiture, comunque, sono già pronte!

A chi ti sei affidato per art work, produzione e distribuzione?

Anna ha curato la parte relativa all'immagine del disco, sono sue infatti le foto che sono state poi utilizzate per la copertina.
L'album è distribuito dalla casa di produzione Soundiva di Milano che ha co-prodotto il disco insieme a me e, per la prima volta, è in vendita il CD fisico nel negozio storico della mia città!

Hai programmato anche una sorta di pubblicizzazione /divulgazione?

Durante la registrazione a Budapest il mio editore ha ripreso varie tracce video che poi sono state montate e sincronizzate in editing. Ne sono nati 10 video, uno per ogni brano dell’album, che sono serviti per pubblicizzare il disco. Ho partecipato anche ad una trasmissione radio della mia città che trasmette attraverso un canale televisivo: in quell'occasione ne hanno mandati alcuni. Prossimamente avrò una breve intervista a Radio Mozart, una web radio.

Sono abituato ai tuoi successi oltreoceano: c’è qualcosa che bolle in pentola?

Beh, ci ho provato e ho mandato il disco ad un concorso organizzato dall'Akademia Music Awards di Los Angeles. Qualche giorno fa ho ricevuto una mail che mi avvisava che “In The Peony Garden” aveva vinto come miglior album nella categoria “Musica Classica” con questa motivazione:

Corrado Rossi delivers a compelling and distinct album with enchanting piano, graceful strings and flawless arrangements tying all together; each song richly worthy of mention.”
“Corrado Rossi propone un Album interessante ed elegante, con un Pianoforte incantevole, archi leggiadri e perfetti arrangiamenti. Ogni brano è meritevole di menzione.


Certo vincere fa piacere, ma sapere di essere stati ascoltati e che qualcuno per il quale sei un perfetto sconosciuto abbia speso delle parole per la tua musica, dà la carica e la voglia di andare avanti e non mollare mai!  




giovedì 25 febbraio 2016

The Doors/Jefferson Airplane: The Roundhouse, Londra, 6-7 settembre 1968


The Doors/Jefferson Airplane
The Roundhouse, Londra, 6-7 settembre 1968

Un deposito ferroviario in disuso poteva sembrare uno spazio insolito per ospitare la prima esibizione sul suolo britannico dei due principali gruppi della scena Americana alternative (e non solo). E’ vero però che nel 1968 l’ampio edificio circolare della Roundhouse aveva sostituito l’UFO quale principale luogo di ritrovo degli Hippie londinesi. Date le notevoli dimensioni dell’ambiente, oltre 10.000 appassionati poterono accorrere alle attese esibizioni dei due gruppi, ma molti di più furono coloro che rimasero fuori dai cancelli senza biglietto. All’appuntamento si presentarono anche le telecamere di Granada TV, ansiose di immortalare l’inedito incontro con il rock acido della West Coast, soprattutto, di vedere all’opera il cantante dei Doors, Jim Morrison.
La rivista Rave aveva definito Morrison una superstar (all’epoca il termine non era ancora inflazionato) sulla spinta dei resoconti giornalistici d’oltreoceano che lo definivano poeta e uomo di spettacolo originale e travolgente, autentico sciamano pop che fondeva la sessualità con una debordante teatralità. Morrison, che si autodefiniva “un politico erotico”, appariva un miracoloso ibrido fra Elvis Presley e una divinità greca e le esibizioni del gruppo, come spiegò il chitarrista Robbie Krieger, somigliavano a “esperienze religiose”.
Nel buio, seduti a gambe incrociate in mezzo al pubblico, c’erano Paul McCartney, Arthur Brown e i Traffic. Di fronte a loro un Jim Morrison vestito di cuoio crollò a terra dopo un balzo, emise urla da far gelare il sangue e poi rincuorò la platea con la lettura sussurrata di un sonetto. Ogni parola, ogni movimento sembravano carichi di significati.
Jim Morrison vive nell’esagerazione”, scrisse entusiasta Mike Grant su Rave. “Il passo incerto e quasi strascicato, la strana indolenza, l’espressione imbronciata, gli occhi semichiusi rivolti verso l’alto, la recitazione ampollosa ma nitida”.
Anche la folla ebbe un ruolo importante. “Uno dei migliori pubblici che ci siano mai capitati”, disse Morrison a Grant dopo gli spettacoli. “Sembravano tutti così sereni… questo ci ha aiutato ad esprimerci al meglio”.
Tratto da “Io c’ero”, di Mark Paytress

martedì 23 febbraio 2016

The Wistons


The Wistons-2016 (AMS Records)

Ed ecco l’album che non ti aspetti. Me la vedo la felicità composta e controllata di Matthias Sheller dopo il primo ascolto! Tutto questo ben di Dio in una botta sola? Che debutto scoppiettante!
I tre fratelli Wistons - Enro, Rob e Linnon - sono in realtà musicisti carichi di mostrine sulla divisa, e hanno in comune il DNA Afterhours (come membri o collaboratori): Roberto Dell’Era, Enrico Gabrielli e Lino Gitto.
Quando un’amica mi ha suggerito l’ascolto dell’album non avrei mai pensato di trovarci l’essenza della musica, un pugno di canzoni che ridisegna un periodo irripetibile, quei seventies che hanno visto la nascita e il massimo splendore della musica progressiva, ma non solo quella.
La differenza rispetto a quanto viene proposto normalmente, è che in questo caso la contaminazione è dichiarata, voluta, ci si sguazza dentro con competenze estreme, ma anche con la conoscenza perfetta della storia pregressa.
Sono dieci brani che potrebbero rappresentare la sinossi musicale di un certo rock - dal beat dei primi pub londinesi all’esperienza lisergica della costa ovest americana, passando per il prog più classico, con soste sul versante jazz e su quello psichedelico.
Non affronto la lettura dei singoli brani, perché sono gli stessi autori ad entrare nel dettaglio nell’ultimo numero di PROG, una rivista che non mancherà certamente nelle case dei cultori del genere, ma preferisco delineare l’atmosfera generale, aiutato anche dallo scambio di battute a seguire, quello avuto col drummer Lino Gitto.
Ascoltando le tracce in sequenza sono tornato al “mio” mondo originale, ai miei concerti visti negli anni’70, al vintage puro, all’analogico, al rito del vinile, alla forza che solo certa musica è in grado di dare.
Ho rivisto passare tuti i gruppi con cui mi sono formato, ma il mix è talmente riuscito da favorire l’entrata, l’uscita, lo scorrere dei 1000 dischi ascoltati in un passato lontano; un continuo altalenare di situazioni che prevede, ad esempio, il materializzarsi di Ray Manzarek subito dopo Keith Emerson, uno scambio di favori tra Elton Dean e David Jackson, con il passaggio del testimone tra i Fab Four e Sid Barret, passando per Daevid Allen.
Le citazioni e le suggestioni potrebbero continuare a lungo, ma ciò che mi preme disegnare è la perfezione concettuale di un album che mi piace definire “didattico”, al di là delle emozione che può provocare nel pubblico più sensibile.
Non mi è chiaro se il progetto The Wistons sia nato spontaneamente o se esiste la piena consapevolezza e conseguente pianificazione dell’evoluzione; non mi è altresì chiaro se questo contenitore è quello del divertimento, dello sfogo, del lasciarsi andare infischiandosene delle conseguenze, anche se il rilascio del disco ha creato un buon sconquasso, attirando immediatamente l’attenzione di musicofili e addetti ai lavori, e quindi esistono i presupposti per dare la giusta collocazione a quello che poteva essere pensato come percorso parallelo, magari una tantum.
Come tutti i gruppi che si rispettino, la fase live è decisamente da privilegiare, e il tour presentato nell’intervista da Lino Gitto invoglia ad una solerte partecipazione.
L’album - ed è questo un simbolo preciso che sottolinea il profumo del passato - uscirà su CD, Vinile e… musicassetta!
La cover è opera dell’artista giapponese Gun Kawamura, autrice delle liriche di due brani (Diprotodon e “Number Number) cantate in giapponese da Gabrielli e Dell’Era.
Giudizio altissimo per questo anomalo power trio!


L’INTERVISTA A Linnon Wiston/Lino Gitto

Vorrei partire dalla vostra storia, dai vostri percorsi, dalla cultura musicale con cui vi siete formati: possibile una sintesi del supergruppo?

Siamo tre elementi che provengono da decenni e parti d'Italia diverse: 60' 70' e 80 e Nord, Centro e Sud Italia. Ognuno di noi ha avuto vite diverse e ascolti diversi che poi si son miscelati. Abbiamo ascoltato e ci siamo formati con tante cose diverse e ancora altre dobbiamo scoprirle.

Nell’avvicinarmi alla vostra musica, leggendo quindi la line up e l’etichetta prog appiccicata, mi ero fatto una idea che riportava al trio tipico anni ’70, con la mera tendenza al lato classicheggiante, ma ho trovato tutt’altro, direi un mix indefinibile che mi ha riportato indietro nel tempo, toccando varie sponde espressive: come definireste a parole il vostro sound a chi ancora non lo conosce?

Psichedelic jazz/prog/pop Trio. Praticamente l'idea iniziale era di metter su una band prog dopo un capodanno passato da Enro Winston con la moglie, a Tokio. Al suo ritorno mi raccontò di esser stato a Koenji, un quartiere molto alternativo della città frequentato da gente "fuori di testa" per i canoni Nipponici, dove per strada, dagli altoparlanti posti lungo le vie, passavano musica Prog (tipo ELP e YES) alternata a jingle natalizi e qualche rondò veneziano qua e là. Da lì la proposta di metter su un trio prog con Rob Winstons. La direzione musicale dopo la prima prova ci portò alla psichedelia jazz/prog pop, al sound che realmente ci piace, appunto che è quello che realizziamo quando siamo insieme anche al bar.

Che cosa accade nei live dei The Wistons?

Di Tutto. Intanto siamo sempre emozionatissimi prima di salire sul palco, sia per la musica inusuale - al giorno d'oggi - che suoniamo ma anche per l'inaspettata affluenza della gente di tutte le età e sesso (di solito questo genere è spesso seguito solo da maschietti!). Sul Palco improvvisiamo tanto con strumenti e voci soprattutto, e in alcune occasioni ci scambiano gli strumenti. Si suda e si viaggia mentalmente tanto.

E’ appena uscito il vostro album di esordio: quali sono i contenuti? Esiste una linea concettuale?

Siamo una band dedita al culto dell'anarchia ancestrale. Di linee concettuali ce ne sono molteplici. Ogni ascoltatore può dare un significato diverso a quello che facciamo. E' una band senza barriere o obblighi commerciali. Il sound è quello che esce da ciò che abbiamo a disposizione.

L’album è stato rilasciato da BTF: come è avvenuto l’incontro con Matthias Scheller?

E’ stato un incontro fortuito. Parlando con un mio conoscente che aveva fatto uscire un disco con la AMS Records/BTF, che mi consigliò di scrivere a Matthias Scheller e mandargli il materiale. Dopo un paio di mesi, senza alcuna risposta, Enro si vide recapitare, ad un suo concerto con un'altra band, un emissario (come negli anni che furono) con un LP dei Golblin sottobraccio come dono e l'invito a presentarsi negli uffici dell'etichetta per discutere circa l'uscita del nostro disco. E siam qui...

Il progetto - dalle immagini ai suoni - profuma di un mondo  musicale molto lontano ma sempre coinvolgente, con la creazione di atmosfere che sembrano sempre più solide: c’è ancora spazio per uscire dalla nicchia di ascolto quando si parla di musica progressiva?

C'è tanta gente che ascolta musica che ha bisogno di cose nuove e di vedere e ascoltare cose sincere. Sembra che la situazione stia cambiando e che la nicchia stia diventando una macchia. Pian piano. Cinque anni fa era impensabile un progetto come il nostro. Ai nostri concerti abbiamo conosciuto tanti ragazzini che han messo su band di prog psichedelico. Boh! Magari qualcosa sta cambiando!

Esiste una band su cui siete tutti d’accordo che rappresenta un punto di riferimento continuo per la vostra ispirazione?

Oviously! Gong, Soft Machine, Wyatt, Pink Floyd and many more.

Quanto puntate su The Wistons? Progetto parallelo marginale o contenitore da curare e fare crescere?

Chissà! Ad aprile uscirà un nostro disco live e faremo un altro tour di 10 date in giro per l'Italia, poi si vedrà. Ecco le date…

The Wistons Tour 2016
Dom 3 Venezia @ Spazio Aereo
Lun 4 Pordenone @ Astro
Martedi 5 Verona @ Fonderia Aperta Teatro
Merc 6 Ravenna @ Bronson
Giovedi 7 Roma @ planet Club
Ven 8 Prato @ officina giovani
Sab 9 mezzago (MI) @ Bloom
Dom 10 Pesaro @ stazione gauss
Lun 11 Pastificio Elettrico
Martedi 12 Bologna @ Locomotiv

Mi dai una definizione ammodernata del concetto di prog dopo 50 di storia?

Sperimentazione senza limiti!

Che cosa avete pianificato nell’immediato futuro per la pubblicizzazione dell’album?


Nuovo tour ad Aprile, nuovi video, disco live e forse un DVD live. Vedremo!


Tracklist
Nicotine Freak
カンガルー目 (Diprodoton)
Play with the rebels
...On a dark cloud
She's my face
A reason for goodbye
Dancing in the park with a gun
Viaggio nel suono a tre dimensioni
Tarmac
番号番号 (number number)

I Winstons:
Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa, ex Afterhours) - organo, fender rhodes, voce
Roberto Dellera (Afterhours) - basso e voce
Lino Gitto - batteria e voce

Con i contributi di Xabier Iriondo alla chitarra e Roberto D’Azzan ai fiati



domenica 21 febbraio 2016

Vanexa: in arrivo il nuovo album-Intervista alla band


I savonesi Vanexa tornano all’impegno discografico a distanza di venti anni dall’uscita dell’album "Against the sun".
Per gli appassionati di heavy metal la band resta un punto di riferimento, ma il nuovo corso va in qualche modo disegnato, se è vero che è imminente la proposizione di “Too Heavy To Fly”, che verrà rilasciato, probabilmente, in primavera.
Dal disco è stato estratto un singolo che, lanciato in tutti gli store digitali lo scorso dicembre, è diventato già un successo.
Questi i titoli:
Tracklist
                                                          1.      Too Heavy To Fly
                                                          2.      Paradox

A fine articolo è possibile leggere le note biografiche, ma è bene sottolineare come la band abbia subito nel tempo normali evoluzioni (impossibile dimenticare la lunghissima presenza del frontman Roberto Tiranti, ora sostituito da Andrea “Ranfa” Ranfagni), così come è doveroso evidenziare come la sezione ritmica formata da Silvano Bottari alla batteria e Sergio Pagnacco al basso sia rimasta immutata nel tempo, probabilmente la più longeva all’interno del genere di riferimento.
Completano l’attuale line up Artan Selishta, chitarrista di larga esperienza proveniente dai Balcani, e il virtuoso Pier Gonella, l’altra chitarra del gruppo.
In attesa di fornire un giudizio più completo legato all’ascolto dell’intero album, mi soffermo sui due pezzi ascoltati, immaginandoli come rappresentativi dell’intero lavoro.
Nelle note di presentazione ufficiali, sinossi musicale del pensiero dei Vanexa, si tende a mettere in primo piano la novità di un sound fresco, più variegato rispetto al metal standard, frutto della miscela di esperienze dei componenti vecchi e nuovi.
Ciò che per me appare “nuovo” è la quasi contraddizione in termini legata alla realizzazione di un prodotto che avrebbe trovato piena luce anche nei primi seventies, quando il metallo pesante non era ancora stato ufficializzato… quindi… nuove forze, molteplici idee, mix di esperienze, e ciò che ne deriva ha assonanza con atmosfere che, pur mantenendo l’ago della bussola posizionato costantemente in posizione “futuro”, fanno rivivere un copione nato con i primi gruppi hard rock.
Mi ripropongo di allargare il giudizio a completamento dell’album e, spero, dopo il live previsto per il mese di maggio nella mia città.
A seguire uno dei fondatori, Silvano Bottari, parla di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che sarà… i Vanexa sembrano lanciati verso nuove mete.



L’INTERVISTA

La storia dei Vanexa parte da molto lontano, fine anni ’70: come si può sintetizzare l’evoluzione della band sino ai giorni nostri?

Più di 30 anni dedicati alla musica Rock, tante lotte, difficoltà e sudore, ma la passione è sempre stata tanta e siamo ancora qui. Attraverso tutti questi anni chiaramente sono passate e ritornate mode, noi abbiamo modificato la nostra formazione, ma abbiamo sempre mantenuto la matrice Heavy/Rock e l'attitudine alla musica dal vivo, cercando comunque di evolvere e raffinare il nostro sound, soprattutto in fase compositiva.

Se non sbaglio, tra progetto originale e attività parallele, ciò che resta immutata è la sezione ritmica (Sergio Pagnacco a basso e Silvano Bottari alla batteria): feeling assoluto, amicizia o cos’altro?

Un mix di tutto questo, aggiungi anche che per alcuni anni abbiamo condiviso un progetto lavorativo insieme.

Nel mese di febbraio verrà rilasciato il vostro nuovo album: quali sono i contenuti?

Credo che l'uscita dell'album slitterà di un paio di mesi, ci teniamo molto alla produzione, quindi il missaggio ci porterà via parecchio tempo. L'album conterrà nove brani inediti, in uno ci sarà uno special guest d'eccezione ma non ti anticipo ancora chi sarà.

Possibile comparare il disco rispetto ad “Against the sun”, uscito oltre venti anni fa?

Assolutamente no, "Against the sun" era un album transitorio, avevamo Roberto Tiranti come nuovo cantante quindi eravamo invogliati ad esplorare nuove strade. "Too heavy too fly" è in certo senso un ritorno alle origini, quindi sempre un sound a metà strada tra i '70 e  la NWOBHM anni '80, ma con un groove più attuale e aggressivo; la novità del nuovo chitarrista Pier Gonella e il nuovo vocalist Andrea "Ranfa" Ranfagni hanno decisamente modernizzato e incattivito il nostro suono.

L’album è stato anticipato dall’uscita del singolo “Too Heavy To Fly”: che peso date alle attuali strategie di marketing dedicate alla pubblicizzazione della musica, passanti per le nuove tecnologie?

Il fatto che dopo una settimana il nostro singolo, in vendita solo nel circuito digitale, sia schizzato al primo posto nella classifica "Hard and Heavy" di Amazon, ci fa ben sperare...

Andrea Ranfa è il frontman che ha il compito non facile di sostituire Roberto Tiranti: come si è inserito nella band?

Il destino ci ha fatto conoscere Ranfa in modo semplice durante il festival metal inserito nel F.I.M di Genova l'estate scorsa dove suonavamo. Ormai non potevamo più contare sulla disponibilità di Spino e Roberto, e dopo averlo sentito cantare con Joe Lynn Turner e il tributo ai Rainbow ho chiesto a Ranfa  se era interessato a fare un'audizione con noi. Due prove in studio e abbiamo capito tutti subito che c'era il feeling giusto, eravamo pronti, ognuno con le proprie motivazioni, a rimetterci in gioco e ad affrontare questa nuova sfida. Probabilmente ci siamo trovati nel momento giusto.

Che ruolo pensate abbia in questo momento la musica metal all’interno del panorama musicale italiano e internazionale? Possibile uscire dalla nicchia?

Non lo so, il panorama rock italiano è sempre stato molto difficile (se per rock non intendiamo Ligabue e Vasco Rossi), e non possiamo illuderci di uscire dalla nicchia; chiaramente ci speriamo, probabilmente all'estero il nostro genere dal vivo chiama ancora gente ed è apprezzato come negli anni passati. Dopo tanti anni senza uscite discografiche, se non contiamo il live e una compilation di vecchi brani cantati in italiano, il nostro unico obiettivo ora è uscire con un grande disco che soddisfi noi e il pubblico che lo ascolterà, e soprattutto abbiamo ancora tanta voglia di andare in giro a suonare e divertirci!

Avete pianificato presentazioni e live per “raccontare” il vostro nuovo lavoro?

Una data certa per chi ci segue l'abbiamo al Priamar di Savona, il 21 Maggio, all'interno di un Festival, per il resto stiamo ancora pianificando, ora siamo impegnati a terminare il disco.

Quali potrebbero essere i progetti a medio termine dei Vanexa?

Come diceva la PFM… "Suonare, Suonare, Suonare!"



Biografia

I Vanexa sono stati una delle prime band heavy metal italiane, il loro LP omonimo è stato consacrato dalla stampa nazionale come il primo album heavy metal italiano.
Nati a Savona nel 1978, il loro sound tipicamente anglo-sassone ebbe riscontri anche all'estero dove furono citati da parecchie riviste specializzate come fautori della nuova ondata di heavy metal band fine anni '70 primi anni 80. Inoltre parteciparono come headliner al primo festival heavy metal italiano tenutosi a Certaldo in provincia di Firenze il 21 maggio 1983. Nella loro carriera hanno partecipato anche a varie compilation metal tra le quali Mountain of Metal, uscita negli Stati Uniti, con il brano "Hanged Man" e Metallo Italia con il brano "It's Over".
Nel 2006 sono stati ristampati su CD il loro primo album omonimo con 3 bonus tracks inedite e il loro secondo album "Back From The Ruins" con 5 bonus tracks live tratte da un concerto del 1984.
Successivamente aver eseguito alcuni live con Marco "Spino" Spinelli rientrato dopo l'uscita di Roberto Tiranti, i Vanexa hanno scelto come sostituto il fiorentino Ranfa (Andrea Ranfagni).
"Ranfa ha l'esperienza e il carisma giusto per poter far parte dei Vanexa, ha collaborato con parecchi musicisti internazionali come Ian Paice (Deep Purple), Bernie Marsden (Whitesnake), Tracy G (Ronnie James Dio) e James Christian (House Of Lords) quindi sicuramente porterà un valore aggiunto alla band".
Il nuovo progetto dei Vanexa "Too Heavy Too Fly" avrà oltre al chitarrista Pier Gonella anche Ranfa come cantante.

Line-up:
Andrea Ranfagni - “Vocals”
Pier Gonella - “Guitars”
Artan Selishta (Tani) - “Guitars”
Sergio Pagnacco - “Bass”
Silvano Bottari - “Drums”




mercoledì 17 febbraio 2016

Melanie-Carnegie Hall, New York, 3 febbraio 1970





Carnegie Hall, New York, 3 febbraio 1970


Più che un love-in hippie sembrava la terapia dell’urlo primordiale stile John Lennon

Melanie era la principessa della lacrima facile del flower power, la prima ragazzina hippie in crisi di indentità. Contemporanea di Carole Kink, Carly Simon e Joni Mitchell, era spiritualmente più affine a Kurt Cobain: canzoni d’amore, sconfitta e solitudine, canzoni che da delicate diventavano rumorose, da tragiche diventavano trascendentali nel giro di pochi secondi, canzoni strimpellate con l’implacabile ferocia di una punk. Piccola di statura, dotata di una voce deliziosa, per nulla in sintonia con le buone maniere e la moderazione post hippie, Melanie non teneva nascosto nulla.
Presente a quasi tutti i più importanti festival rock, Melanie poteva contare su un fedele seguito di fan adoranti che la consideravano un faro solitario dell’innocenza e sincerità della “Love Generation”.
Alla Carnagie Hall, “nel luogo dove sono cresciuta”, e in occasione del suo ventitreesimo compleanno, il pubblico svolse un ruolo più che decisivo nel denudamento rituale dell’anima post psichedelica. Fu una notte di silenzi in cui si poteva sentir cadere uno spillo, e di invasioni di palco, di monologhi impudichi e di risate timide. A un certo punto, proprio mentre le richieste della platea per questa o quella canzone diventavano sempre più pressanti e isteriche, una voce solitaria si fece largo fra le altre;” Canta quello che vuoi!”
Presa coscienza della propria insensibilità, la folla approvò con un potente “!”.
Proprio a causa di quel seguito adorante, Melanie aveva ricevuto accuse di banalità artistica (le stesse rivolte in Gran Bretagna ai T. Rex) solo in parte giustificate. Accanto alle canzoncine da battimani ritmico come “I Don’t Eat Animals e Psychotherapy”, ce n’erano altre che corrispondevano perfettamente alla dichiarazione di principio enunciata nei versi di Tuning MyGuitar: “Canterò la vita che vivo/e cercherò di alleviare il dolore di quelli intorno a me…”
Se si vuole parlare di catarsi musicale, allora sarà difficile trovare qualcosa di più catartico dei quattro palpitanti brani che aprirono il concerto alla Carnagie Hall: Close To It All, Uptown and Down, Mama Mama e The Saddest Thing. Ma fu con Tuning My Guitar che toccò vette epiche in grado di fare impallidire Judy Garland. “Non mi importa chi sei tu”, urlò a un certo punto Melanie nel corso di quella straordinaria esibizione immortalata nell’album Leftover Wine.
(Note estratte dai ricordi di Mark Paytress)

domenica 14 febbraio 2016

SHARG ULDUSU’ 4Tet-“DUNE”


SHARG ULDUSU’ 4Tet-“DUNE”
Abeat Records/ distribuzione IRD
10 brani - 49.11 min.

Affrontare il commento di “DUNE”, utilizzando una descrizione tradizionale, reca in sé il rischio di fornire poche indicazioni al curioso di turno. Che fare allora per disegnare un’immagine che abbia parvenza di rappresentatività? Forse lasciarsi andare in totale libertà può essere l’ideale prosecuzione degli intenti di Ermanno Librasi, Max De Aloe, Elias Nardi e Francesco D'Auria, quattro artisti virtuosi, ricercatori, innovatori e… cittadini del mondo: l’ensemble si chiama SHARG ULDUSU’ 4Tet.



La lettura della strumentazione utilizzata (metal & bass clarinet, balaban, furulya chromatic & bass harmonica, oud, drums, percussion, hang) regala una prima indicazione sull’affascinante viaggio che ci accingiamo ad intraprendere dando lo start alla prima traccia.
I brani d’autore si mischiano a quelli tradizionali, ma il sapore non cambia, e il comune denominatore è la volontà di proporre culture alternative, lasciando largo spazio all’improvvisazione inserita all’interno di schemi precostituiti.
Il jazz penetra nella musica mediterranea, folk ed etnica e gli spazi reali - ed ideologici - si accorciano, sino a scomparire nel corso di un ascolto rilassato.
E’ uno “… sguardo rigorosamente laico, perché quando c’è di mezzo la religione la gente non ragiona più…”, chiosa Ermanno Librasi, e così, traccia dopo traccia, emerge un perfetto dialogo che appare sempre più difficile in questi giorni carichi di dolore, dove si arriva a negare la funzione della musica, accostandola spesso ad elemento da osteggiare.
Le dieci tracce di DUNE sono al contrario un possibile antidoto all’irragionevolezza dell’uomo - spesso cieco e insensibile - perché l’incontro musicale di mondi differenti, di culture spesso agli antipodi, di tradizioni radicate - e che nessuna persona ragionevole vorrebbe stravolgere - dovrebbe condurre a momenti di pura felicità e sintonia totale all’interno di questo universo.
Ma la musica di SHARG ULDUSU’ 4Tet può anche essere afferrata in modo meno razionale - e forse utopistico -, traendo beneficio dalla mera fruizione dei suoni.
Ascoltare l’hang, che prendo come esempio di novità, ha a che fare con il pieno trasporto verso luoghi da sogno, dove la meditazione nasce spontanea e le atmosfere orientali si ergono, e poco importa se lo strumento sia nato nella pragmatica Svizzera.
Ma anche l’aspetto visual legato alla percussione dell’hang ha qualcosa di magico, un’esperienza dentro all’esperienza,  e ciò mi spinge a pensare che le performance live di SHARG ULDUSU’ 4Tet siano momenti in cui si compiano alcune importanti alchimie, quegli attimi in cui le ferite comuni possono trovare momentanea fermatura, in un rapporto osmotico che lega musicisti ad audience.
Il video che propongo a seguire chiarirà i miei concetti.
Grande album, grande musica che lascia uno stato prolungato di serenità, e di questi tempi non si può proprio chiedere di più!



Formazione:
Ermanno Librasi: metal & bass clarinet, balaban, furulya
Max De Aloe: chromatic & bass harmonica, percussion
Elias Nardi: oud
Francesco D'Auria: drums, percussion, hang