domenica 31 gennaio 2016

MAT2020: LE ANTICIPAZIONE DEL PRIMO NUMERO DEL 2016


ANCORA POCHE ORE PER POTER ACCEDERE AL PRIMO NUMERO DEL 2016


Prima uscita di MAT 2020 nel 2016 segnata, come tutti i contenitori musicali, dalla scomparsa di David Bowie.
Francesco Pullè, recensendo a fine dicembre “Blackstar”, non aveva certamente pensato ad un epilogo così drammatico, ed ora il suo articolo descrive l’eredità lasciata al mondo da uno dei grandi della storia del rock.
Copertina obbligata!
Ma è tanta la “bella materia” presente in questo nuovo numero.

Partiamo dalla creazione di una nuova rubrica che mischia la musica al sociale, quella affidata a Carlo Bisio, uno spazio in cui si utilizzerà il mondo dei suoni per disquisire sull’argomento “sicurezza” sul lavoro, materia di cui Bisio è esperto e che rappresenta un serio problema, spesso affrontato in modo errato: parlarne potrebbe significare dare un piccolo contributo alla causa.

Non ci sono concerti nuovissimi da descrivere, ma la new entry Antonio Pellegrini racconta di un vecchio live del 2011, quello che vide protagonista Paul McCartney a Milano, e Michelangelo Lucco ci regala un fantastico articolo legato ad una band “antica” ma da riscoprire, i Gryphon: un po’ di storia, descrizione di una recente performance inglese ed esaustiva intervista ai fondatori della band.

Sono invece molti i commenti alle nuove uscite discografiche, e al già citato “Blackstar” si uniscono gli album del flautista Mauro Martello - articolo a quattro mani di Edmondo Romano e Athos Enrile -, quello degli Arti & Mestieri - di Gianni Sapia -, il primo “solo” di Elisa Montaldo - di Gianmaria Zanier, anch’esso nuovo entrato -, il ritorno all’opera rock degli UT NEW TROLLS - con sostanziosa intervista di Athos Enrile a Gianni Belleno e Maurizio Salvi - e la proposizione dell’LP “The TRIP live ‘72, un reperto documentale che riporta ad un concerto che vide il gruppo di Joe Vescovi suonare al Piper di Roma.
Molte le novità di Lizard Records, etichetta “progressiva” per eccellenza, raccolte in sezione apposita.

Franco Vassia intervista per MAT2020 Vincenzo Zitello, un polistrumentista che presenta la sua musica contaminata e affascinante.

Importanti i due reportage fotografici, il primo di Francesco Pullè che ha immortalato un concerto bolognese della Ian Anderson Band, e quello di Oriano Ficco che, presente a New York, ci regala la testimonianza di quanto accaduto davanti alla casa di David Bowie nei giorni successivi alla morte.

Spazio simbolicamente importante quello che descrive la Greg Lake's Honorary Degree consegnata dal  Conservatorio Nicolini di Piacenza, con la possibilità di accedere al video della cerimonia, avvenuta in remoto, ma con Greg collegato all’evento: santa tecnologia!

E veniamo alle rubriche:
Maurizio Mazzarella nel suo angolo metal ci descrive il progetto NERO ALCHEMIST, mentre Riccardo Storti riesuma un Alan Sorrenti post “Aria”.
Mauro Selis, nel suo "spazio psicologico”, termina il racconto iniziato lo scorso numero: sempre interessanti i suoi percorsi tra musica e mente.
Ma Selis ci regala anche ciò che nessuno ha mai pensato mai di fare, ed inizia ad analizzare il prog proveniente da un luogo a cui difficilmente si associa l’argomento musica - men che meno in questo periodo -, il Medio Oriente.
Lascio per ultimo Alberto Sgarlato perché oltre ad occuparsi di uno dei dischi che hanno segnato la sua esistenza, il favoloso “The House on the hill” degli Audience, propone un’interessante panoramica su 40 anni di rock progressivo, partendo però dal 1975, anno in cui in molti ritengono superato il momento d’oro. Dice Sgarlato: “40 titoli, uno per gruppo, uno per anno, vengono qui telegraficamente menzionati e riscoperti, per far tornare a chi ha rinunciato al rock progressivo la voglia di riscoprirlo”.
Un altro grande numero per iniziare bene il 2016, un’altra puntata completamente gratuita.

OLTRE 100 PAGINE!!!


Ultima ora: mentre il numero di MAT2020 è pronto per l’uscita giunge la notizia di un’altra perdita dolorosa, quella di Paul Kantner, di cui parleremo prossimamente.


 WWW.MAT2020.COM


sabato 30 gennaio 2016

PELUQUERIA HERNANDEZ-"MAMBOO"


Cosa mi sono perso!? Esiste un nuovo filone musicale e non me ne sono accorto?
Il “sound desertico padano” dei PELUQUERIA HERNANDEZ pare sia qualcosa di ormai consolidato, se è vero che “MAMBOO” è il loro terzo album e il genere ha fatto proseliti.
Tutto questo lo raccolgo dalla lettura che precede l’ascolto, e mi intriga l’idea di miscelare Verona - è da lì che arriva la band - a un profumo colorato a caloroso, quello spagnolo.
Le informazioni che ricavo sono molte, e la lettura della formazione dell’ensemble e degli strumenti utilizzati rappresenta un’ulteriore spinta ad una rapida scoperta sonora: strumenti fatti per un rock tradizionale uniti ai fiati, tastiere lontane tra loro - mellotron e spinetta - accompagnate dal theremin - il più antico strumento elettronico -, sezione ritmica… variegata.

Peluqueria Hernandez nasce nel 2004 grazie a un'idea di Mauro Marchesi, autore di fumetti di fama internazionale e chitarrista mancinoprosegue nel sito di riferimento:


Apprendo che sono due gli album che precedono “Mamboo”, “Peluqueria Hernandez, del 2007 e “Amaresque”, del 2011), ma arriva il momento dell’ascolto del disco, per ora disponibile solo in formato digitale:


Quarantadue minuti di musica suddivisa su dieci tracce, è questo il freddo e doveroso dato oggettivo che nasconde un contenuto per me inaspettato.
Tutti gli aspetti “produttivi” che i musicisti, giustamente, cercano di mettere in rilievo, evidenziando l’evoluzione positiva rispetto al capitolo precedente, perdono per me significato al cospetto del messaggio, Messaggio? L’Album è praticamente strumentale, se si esclude un cantato nel brano “Solo” e qualche coro e tracce di parlato, eppure…
In “Mamboo” c’è tutta la mia vita, che è quella di chi, ahimè, ha già fatto la maggior parte del percorso, ed è un sentiero costellato da sogni, ferite sanguinanti, felicità estrema, nebbia intensa e sole splendente… come accade a tutti, non sono certo speciale.
In “Mamboo” c’è anche quel mondo musicale che non ho certo amato, ma che mi è entrato dentro, giorno dopo giorno, con un brano che puntellava ogni mia disgrazia o gioia, un Intrepido o un Diabolik, il western italiano della domenica pomeriggio al cinema meno costoso, con tutta la famiglia riunita, il bianco e nero di Maigret, con la colonna sonora infarcita di tromba, unico strumento a fiato che mi ha sempre procurato il nodo alla gola.
E poi il liscio, le balere, un mondo che si muove nelle feste di paese, mentre il bimbo ha già in testa i Beatles!
Mamboo” è il movie della mia vita, e ciò mi impedisce di commentare in maniera dettagliata il disco, privilegiando il mood, mettendo a lato gli aspetti tecnici.
Mamboo” è stato preceduto dal singolo Tinto Bruna non avrai il mio scalpo (con Giuliana Bergamaschi) e dalla deliziosa partecipazione al surreale Peluqueria Hernandez - Il film (diretto da Holden Rivarossi): http://www.joyello.net/peluqueria/ilfilm.html

Il video realizzato, che propongo a seguire, rientra appieno nei concetti appena espressi: l’ambientazione, i protagonisti, la produzione, riportano alle bobine mute da 8 mm - altamente tecnologiche un tempo - che ancora conservo e che testimoniano periodi spensierati ma non privi di crucci.
In quei giorni un vento nuovo era in arrivo, e i The Shadow, con la loro “Apache” inventavano un genere che in parte riprendono oggi i Peluqueria Hernandez.

Grandi musicisti, grandi idee! Una costruzione che implica arte, competenza, passione e divertimento, la cornice di un’immagine indelebile, dove la storia si intreccia alla musica e alle culture, non solo locali: però, quanto è duro un flashback lungo un disco!



Tracklist
1. Tinto Bruna non avrai il mio scalpo (Featuring Giuliana Bergamaschi)
2. Cassiodoro
3. Solo
4. Area Pioppa 51
5. Kung Fu Carla (Featuring Giuliana Bergamaschi)
6. Piru
7. Tangaki in Pellaloco
8. Torpedone per l'Inferno
9. One Hamburger, Please
10. Tequila (Live) Featuring Mauro Ottolini



Peluqueria Hernandez personnel:
Roberto Lanciai (sax baritono, cori)
Mauro Marchesi (chitarra solista, mellotron, tapes, cori)
Luca Pighi (percussioni, batteria, voci)
Juri Romeo (basso, sax contralto, cori)
Gigi Sabelli (batteria, percussioni, fischio, cori)
Joyello Triolo (chitarre ritmiche, theremin, spinetta, basso, voce)
Roberto Zantedeschi (tromba, flicorno, cori)

Info:



giovedì 28 gennaio 2016

Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky...



Ospitata in quella che era praticamente un’abitazione privata, tra effluvi di whisky e abbondante presenza femminile, l’ultima esibizione di Robert Johnson può contare su testimonianze piuttosto labili. Occorre pertanto affidarsi ai ricordi di Sonny Boy Williamson, grande armonicista in possesso di un’aneddotica sterminata, che sostiene di aver suonato insieme al leggendario bluesman in quella fatale notte.
La popolarità di Johnson nella regione del delta del Mississippi era cresciuta negli anni ’30 grazie anche al suo presunto patto con il diavolo stipulato alla periferia di Clarksdale, all’incrocio fra la Statale 61 e la Statale 49. Solo qualcuno che avesse venduto l’anima al diavolo, si diceva in giro, poteva suonare contemporaneamente parti ritmiche e soliste con tanta abilità, oppure cantare del “cane degli inferi sulle mie tracce” con pathos quasi soprannaturale.
Nel luglio 1938, dopo molto peregrinare, Johnson si era stabilito a Greenwood.
Il sabato sera suonava in un locale chiamato Three Forks, dove si era messo con una ragazza del paese. Difficile dire se sapesse o meno che si trattava della moglie del proprietario della bettola.
Sonny Boy Williamson racconta che una sera Johnson, durante una pausa nella sua esibizione, si vide arrivare una bottiglia di whisky. Consapevole delle tensioni che la spregiudicatezza sentimentale dell’amico stava creando (il flirt era iniziato un paio di settimane prima), l’armonicista afferrò la bottiglia e la gettò via.
Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky”,  lo ammonì Johnson che, poco dopo, accettò senza indugi una seconda bottiglia. In realtà Williamson aveva visto giusto.
Non appena ricominciò a cantare, Johnson ebbe un malore e dovette lasciare il palco.
Al whisky era stata aggiunta della stricnina. Sebbene non fosse risultata subito fatale, Robert Johnson morì circa due settimane dopo, il 16 agosto 1938, senza immaginare che l’incrocio presso cui la sua vita e la sua arte si erano intersecate sarebbe diventato il mito primigenio del musicista-fuorilegge del xx secolo.

Da “Io C’ero”, di Mark Paytress 





martedì 26 gennaio 2016

Jus Primae Noctis: Intervista e video dell'ultimo concerto



Pochi giorni fa ho commentato un concerto a cui ho partecipato a La Claque di Genova, occasione i cui esordivano in  Liguria i The New Trip di Pino Sinnone.
Ad aprire il concerto una band genovese nata molti anni fa, i Jus Primae Noctis, di cui non ho potuto godere l’intera performance essendo arrivato tardi.
Ma oggi alcuni tasselli trovano una loro collocazione, perché in un colpo solo pubblico un’interessante intervista e al contempo posso postare l’intera performance de La Claque, da oggi disponibile in rete.
Ritornerò si di loro quando arriverà una nuova proposta discografica, ma intanto consiglio la visione/ascolto del video a seguire, un prog raffinato, contaminato, virtuosistico e “completo”, se si pensa alla miscela delle arti messe in campo.
Un bella scoperta!


L’INTERVISTA

Leggendo la vostra storia si evince un’origine lontana che risale a 25 anni fa: possibile sintetizzare le tappe salienti del vostro percorso?

Il gruppo nasce come frattale di una band commerciale di un certo successo, in cui io (batteria), Marco (voce e chitarra) e Beppi (tastiere) volevamo fare qualcosa di più serio. Abbiamo cominciato noi tre e siamo andati avanti così per anni. Marco ha portato i suoi pezzi con i testi, mentre Beppi ha portato brani strumentali e abbiamo cominciato a suonarli in giro. Ci hanno subito invitato a partecipare a cd di band genovesi (Rustico cd), poi abbiamo fatto un paio di concorsi, vincendoli. Grazie al successo in “Arte dal mare” siamo stati invitati in Sicilia nel 1995 e sulla base di questo invito ci siamo costruiti un tour in Sud Italia, Un’esperienza bellissima, abbiamo anche suonato vicino a Vibo Valentia sullo stesso palco del Banco.
Abbiamo autoprodotto il primo disco con la partecipazione di bravi musicisti (Dado Sezzi e Claudio Lugo del Picchio dal pozzo e il bassista Mauro Isetti). A questo sono seguiti altri cd autoprodotti di cui uno dal vivo (Live alle Muse) e uno strumentale basato su improvvisazioni dal vivo (Aeropittura). Le improvvisazioni, in stile King Crimson, erano e restano una parte fondamentale dei live del gruppo.
In seguito Marco è partito, prima militare poi si è trasferito fuori Genova, pur non uscendo dal gruppo, ma ci siamo dovuti trasformare, alternando periodi in cui eseguivamo i grandi classici del prog (Yes, King Crimson, Pfm, Genesis, Orme, Banco …) ad altri in cui improvvisavamo nel nostro studio, grazie anche alla verve del meraviglioso chitarrista Renzo Luise. Abbiamo centinaia di ore di improvvisazioni che Beppi ha battezzato improg.
Due anni fa, con il rientro a Genova di Marco, siamo tornati alle origini. Renzo Luise, l’unico professionista della band, ci ha segnalato il chitarrista Pietro Balbi, mentre un anno fa è arrivato il bassista Giovanni Bottino. Abbiamo fatto un anno di rodaggio, eseguendo dal vivo grandi classici del prog, della psichedelia e qualche improvvisazione. Alla Claque abbiamo voluto presentare, finalmente, materiale originale.

Come si è evoluta nel tempo la vostra musica?

Siamo partiti dalla forma canzone a cui abbiamo aggiunto grandi parti strumentali, cercando di valorizzare i testi di Marco che sono molto belli, anche un po’ impegnativi. I brani, anche oggi, si caratterizzano da piccole trappole rimiche, ovvero momenti in cui la metrica diventa improvvisamente dispari, magari per una sola battuta.
Per un po’ di anni abbiamo creato degli spettacoli compiuti: Amori e delitti, basato sulle nostre storie e un altro che si fonda su poesie musicate, esperimenti coraggiosi che abbiamo portato fuori dal cerchio genovese. A Venezia, non lo scorderemo mai, è venuto a vederci Michi Dei Rossi delle Orme, e ci ha consigliati e sostenuti.
Quella è stata la base che ci ha portato all’improvvisazione, a volte anche modale, ma basata su un interplay sviluppato da anni di collaborazione insieme. Oggi sviluppiamo un equilibrio fra parte testuale, parte strumentale e improvvisazione, direi 45%, 35%, 20%.

Esiste un punto di riferimento che vi accompagna da sempre?

I King Crimson per tutti. Però ognuno ha i suoi riferimenti precisi, io Van der Graaf, Genesis, Pfm e tutto il prog italiano. Marco Peter Hammill e i Pink Floyd. Beppi i Rush e gli Yes, anche Pietro è un pinkfloydiano, ma ama anche la musica classica e Megadeath. Giovanni, che è il più giovane (fra me e lui passano più di 20 anni) fa rifermento a Gentle Giant, Genesis e il new prog.

I vostri progetti sono caratterizzati da una proposta corposa, che miscela suoni, liriche, poesia, letteratura e teatro: come funziona il vostro collettivo musicale?

I pezzi sono di Marco e Beppi, ma ora anche Pietro sta dando il suo contributo nella fase di composizione. I brani arrivano grezzi in studio e li lavoriamo molto di gruppo negli arrangiamenti. E’ interessante, perché la sera in cui manca uno esce fuori un arrangiamento diverso che stravolge quanto fatto in precedenza. E’ un work in progress molto creativo e devo dire che siamo ben equilibrati. Un tavolo a cinque gambe, ma se ne levi una, zoppica. In questa fase ci aiuta molto registrare, abbiamo un piccolo studio e incidiamo in multitraccia tutto quello che esce, così abbiamo la possibilità di correggerci, ma anche di riprendere temi che ci eravamo dimenticati. Poi improvvisiamo, spesso a luci spente, è liberatorio e fa da collante per il gruppo. Un giorno vorremmo anche selezionare la parte buona del materiale improvvisato, aggiustarla e produrla: è un lavoro che abbiamo fatto con “Aeropittura”, ma era molto, molto grezzo.

L’impegno sociale è qualcosa che caratterizza sempre la vostra produzione?

Rispetto ai canoni tradizionali no, non possiamo definirci un gruppo impegnato, ma i testi sono molto importanti e trattano di storie ed argomenti umani, quindi inevitabilmente diventano sociali. Abbiamo scritto Quarto, dedicata al mondo degli ex manicomi, pensando a Syd Barrett e strizzando l’occhio al grande cantore degli ultimi, Fabrizio De Andrè. Abbiamo lavorato sul pezzo per dargli il senso della follia bipolare, con una fase concitata e irruenta e una lirica dominata da un intreccio piano-chitarra. Ha fatto colpo sul pubblico perché la musica rende perfettamente l’idea e valorizza il testo. In passato avevamo anche affrontato argomenti ecologici, anche se da un punto di vista diverso, “Amazzonia”, per esempio, è un pezzo bastardamente dispari che apre un discorso fra la natura e lo sviluppo dell’uomo. Su tutto per noi domina la libertà: di impresa, di azione, di sentimento, di spostamento, nel rispetto degli altri da cui ci aspettiamo lo stesso.

JPN è definita una prog band: mi date una vostra definizione della musica progressiva ridisegnata nel nuovo millenio?

Libertà, contaminazione, nessuna gabbia. Il prog è nato per sfuggire dallo schema strofa-ritornello e i suoi interpreti più creativi hanno allargato i confini: i King Crismson hanno creato l’avant garde, gli Area hanno suonato musica a 360 gradi, Mauro Pagani è uno dei padri della world music. Non esiste un’ortodossia nel genere, perché il prog è sempre stato avanti.

Come giudicate lo stato della musica nella vostra città, Genova?

In verità siamo poco legati all’ambito genovese. Conosciamo i gruppi classici degli anni ’70, abbiamo collaborato con musicisti del giro prog, ma guardiamo sempre al di là dell’appennino. Quando abbiamo iniziato, Genova era una delle capitali della musica in Italia, oggi non è più così, lo stato delle cose riflette esattamente la situazione della città in decadenza. Ci sono, però, iniziative coraggiose e persone che con il loro impegno cercano di cambiare le cose, per esempio tutto lo staff dell’etichetta Black Widow.

Che tipo di rapporto avete con le nuove tecnologie, sia per quanto riguarda la parte creativa che per gli aspetti visual e di pubblicizzazione?

Io lavoro nella comunicazione, Beppi nell’informatica. Quindi avremmo gli skill per fare un ottimo lavoro. In realtà, fare le cose per bene costa tempo, ed è tempo rubato alla musica. Quindi il nostro sito è poco aggiornato e seguiamo di rado le pagine facebook. Quindi, di noi si parla poco in rete. Diverso è il discorso sui video: riprendiamo spesso le nostre esibizioni con più telecamere e ci si può trovare su youtube con una discreta qualità. Nel 2004 abbiamo prodotto anche un dvd live, in cui facciamo pezzi non nostri. Le esecuzioni sono ottime (c’è anche una versione di 21st Century Schizoid Man), ma Marco non c’era e non rappresenta quello che sono gli Jus Primae Noctis oggi.
Ovviamente un spettacolo live visuale sarebbe un grande sogno, in cui fondere non solo musica e poesia ma anche immagine. Abbiamo già fatto qualcosa del genere, suonando dal vivo in esposizioni pittoriche, ci piace molto contaminare anche le diverse arti, senza confini certi .

Meglio la fase live o quella in studio?

Chiedi a ognuno di noi e avrai risposte diverse. Beppi si trova più a suo agio in studio, io preferisco l’adrenalina del live. Abbiamo uno studio nostro, quindi c’è familiarità con gli strumenti e le tecniche di registrazione, ma la musica che facciamo è rivolta a un pubblico che interagisce. Studio e live sono entrambe fasi necessarie al processo creativo musicale.

Avete in programma un nuovo album, o qualche progetto a breve scadenza?

Certo, vorremmo fare il cd definitivo, registrato bene, in cui incidere i pezzi nuovi e reincidere quelli vecchi registrati con tecniche d’epoca. Al momento, però, non abbiamo ancora fissato una data. Vorremmo suonare, verificare la vivo la bontà dei materiali, rafforzare lo spirito di gruppo e poi ci dedicheremo alla registrazione, magari invitando anche un ospite internazionale. Presto pubblicheremo il video del concerto de La Claque, giusto il tempo di fare montaggio e mix live.

Live a Genova della prog band Jus Primae Noctis, Teatro della Tosse, sala la Claque.
Brani originali, gennaio 2016


La formazione oggi:

MARCO FEHMER - chitarra e voce
BEPPI MENOZZI - tastiere
PIETRO BALBI - chitarre
GIOVANNI BOTTINO - basso
MARIO A. RIGGIO - batteria




lunedì 25 gennaio 2016

Deep Purple: Osaka e Tokio, Giappone, 15-17 agosto 1972


Deep Purple

Osaka e Tokio, Giappone, 15-17 agosto 1972

Impegnato nell’epico ed esplosivo  crescendo di Childe in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi. La folla probabilmente non sapeva bene  il significato di ciò che stava cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei  Deep Purple, è stato quello”.
Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44 settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare, nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock, Fireball e Machine Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità vertiginosa.
Il risultato di quei tre straordinari concerti fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’ l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò Ian Gillian all’epoca, confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio. La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il perfetto monumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. 
(Da un racconto di Mark Paytress)






Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto tenuto al Palasport di Genova l’11 marzo del 1973.

I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma conservo ancora il biglietto da 1500 lire.




La scaletta di quel giorno e l’audio sono fruibili al seguente link:




domenica 24 gennaio 2016

Greg Lake's Honorary Degree Ceremony Documentary: the video


Greg Lake's Honorary Degree Ceremony Documentary

On Saturday, 9th January 2016 famous "Conservatorio Nicolini" of Piacenza, Italy, one of the most important Music University in Italy, awarded Greg Lake of the very First Honorary Degree ever given from a Conservatorio.
At the Ceremony were present the Director of the Conservatorio, Lorenzo Missaglia, The vice Mayor of the Town Of Piacenza (Francesco Timpano) and some musicians, journalists, distinguished students along with Greg Lake's assistant and Manticore Italy coordinator Max Marchini.
Greg Lake's friend musician and songwriter, 22 years old Annie Barbazza and talented pianist/composer Max Repetti, also Lake's collaborator, performed a heartfelt homage to the music and astounding career of Greg Lake.

Alberto Callegari of Elfo Recording Studio Recorded the beautiful gig.

sabato 23 gennaio 2016

Presentazione nuovo album "è", Genova, Ut New Trolls: il video dell'evento


21 Gennaio 2016

IL LUOGO


Il museo Via del Campo 29 rosso, la "casa dei cantautori genovesi", si trova nel cuore della Città Vecchia cantata da Fabrizio De André, il noto centro storico di Genova, e prende il nome dalla via e dal numero civico del negozio originario in cui sono siti i locali, dove si trovava in passato il vecchio negozio di dischi e strumenti musicali Musica Gianni Tassio.

LA BAND


Dicono i fondatori, Gianni Belleno e Maurizio Salvi.
Esiste qualcosa di più sorprendente dell'unione tra musica classica e rock?
La risposta è sì.
Maurizio ed io, ci siamo trovati d’accordo su questo progetto. Abbiamo voluto chiamarlo UT New Trolls, non solo dal titolo dell’album omonimo nel quale abbiamo scritto e suonato come New Trolls. “UT” è una parola latina, la preposizione che esprime una finalità, un desiderio che noi per primi vorremmo si realizzasse.
Ma “UT” è, allo stesso tempo, la prima nota musicale, il DO della notazione gregoriana: quindi le radici profonde della musica, il desiderio di ripercorrerne le strade, di offrirla a chi vuole fermarsi con noi e riceverne, in cambio, la semplice umanità che è, dopo tutto, quella di cui oggi c’è davvero bisogno. Non per nulla “DO UT DES”, che si può tradurre con “dare e ricevere” è il titolo dell' album targato 2013. Non è qualcosa di imposto, con i suoi tempi stretti, i suoi ritmi che avvolgono e, purtroppo, a volte soffocano il nostro essere uomini o donne: abbiamo voluto che l’aspetto “ludico” fosse fondamentale. Crediamo sia indispensabile a far sì che la gente, noi per primi, sia più unita: possono esserci diversità di vedute, però mai tali da portare al litigio.
Abbiamo voluto che questa fosse la prima “clausola”, se così possiamo chiamarla, del nostro progetto.
La pietra angolare su cui costruire per riassaporare le cose e la musica in primo luogo per noi, che la suoniamo e, naturalmente, anche per chi vorrà ascoltarla e condividerla. Continuiamo a pensare che l’aspetto di “comunione” è quello che più si addica alla musica: non si può suonare solo per sé stessi. Se la musica è un linguaggio, cercherà naturalmente le sue risposte e, certamente, le troverà: tante quanti sono quelli che la ascoltano.
Il nostro progetto, quindi, si configura come un laboratorio: “work in progress” in cui, naturalmente, Maurizio Salvi New Trolls “UT”, “Searching for a Land”, “Canti d’innocenza – Canti d’esperienza” Ibis, i CG 1-2 – e i brani più popolari come “Quella Carezza della sera”, Una Miniera ecc.”, avranno il loro spazio ma rivisitate; sarà come calarsi in una tela d'atmosfere verso un mondo di idee alternative, distinto da una sana e seria ricerca su tutto ciò che si muove nell'ambito della cultura musicale.
Oltre al Concerto Grosso, diviso in tre tempi, Allegro, Adagio e Andante, gli UT New Trolls nei Concerti proporranno pezzi tratti dal loro ultimo album, “Do Ut Des” dal latino “Dare per Ricevere” (uscito il 5 Febbraio 2013), e non mancheranno le sorprese e le emozioni che hanno segnato tutta la carriera artistica del gruppo, al di là di un gruppo che ha avuto mille vicissitudini, mille nomi, mille facce diverse…
Perché, alla fine, quello che conta in un gruppo e lo fa esistere è la musica, un significato importante per la Band e per quello in cui credono. Noi speriamo che trovi l’istante per toccare il cuore della gente e per restituirci il volto umano di tutti”.
Il riepilogo della band: Gianni Belleno (batteria, chitarra acustica, voce), Maurizio Salvi (tastiere, pianoforte, hammond), Claudio Cinquegrana (chitarra elettrica, acustica e cori), Alessio Trapella (basso e voce), Stefano Genti (tastiere e voce), Umberto Dadà (voce), con la partecipazione sempre più frequente di Elisabetta Garetti (violino solista).


L’OCCASIONE


La presentazione del nuovo album << "é" >>, 10 brani registrati in analogico e in presa diretta, un gustoso mix di sonorità tanto care ai colori del progressive.


L’IMMINENTE FUTURO


Il Teatro di Milano, Ut New Trolls, Self Distribuzione e Ma.Ra.Cash sono lieti di presentare il 13 Febbraio 2016 al Teatro di Milano via Fezzan, 11 -MI- "Concerto Presentazione Album "è" Ut New Trolls, special Guest Elisabetta Garetti violino solo; "Opening Act" Karigmatic Project

Ecco cosa è accaduto…




Ecco cosa accadrà…


Fotografie di Emilio Scappini

mercoledì 20 gennaio 2016

Sintonia Distorta-"Frammenti d’Incanto" (Lizard Records)


I Sintonia Distorta, band lombarda di lungo corso - circa 20 anni di attività - , propone il primo vero album del proprio percorso, Frammenti d’Incanto, realizzato con l’etichetta discografica indipendente Lizard Records.
Il disco, decisamente inusuale per la sua lunghezza - circa 65 minuti suddivisi su 10 tracce - mi ha permesso di scoprire un nuovo progetto interessante, forse difficile da collocare nelle caselle precostituite - fatto di per sé poco importante - e capace di esaltare le peculiarità di musicisti ad alto tasso di entusiasmo, capaci di curare particolari che, se capiti e apprezzati, fanno un’enorme differenza nel panorama generale attuale.
La cura per l’immagine ad esempio, intesa come scelta di pezzi di un mosaico che, accostati alla musica e alla liriche, riescono a creare una storia ben definita, quella della vita che scorre, delle opportunità che non sempre vengono colte, degli amori che uccidono e fanno sognare, dei grandi principi e della leggerezza di comportamento contrapposta al coraggio… un enorme contenitore che, trattato con sapienza, professionalità ed istinto, trova un nesso naturale tra i vari episodi, anche se non esiste volontarietà nel crearlo. 
L’art work realizzato per l’occasione è il motivo per cui la “confezione”, la prima cosa con cui si viene solitamente in contatto, ha valore paritario rispetto al contenuto, a patto che a “lei” sia stato dedicato il tempo adeguato per trovare buona corrispondenza con parole e atmosfere.
Per ogni traccia esiste la picture appropriata, con sinossi e testi annessi… una meraviglia!
Dal punto di vista meramente musicale i Sintonia Distorta propongono… una buone dose di libertà. Tale condizione fa sì che sia agevole immaginarli propositori di trame progressive, sottolineate da passaggi tastieristici “ariosi” e pillole virtuosistiche, ma il lavoro di insieme è sicuramente più evidente e permette di creare un rock pesante affiancato a passaggi melodici, talvolta “rotti” da tempi composti e guidati dalla confortante vocalità di Simone Pesatori, forse più metal che soft prog, ma sufficientemente elastica per cimentarsi in “zone” differenti.
Il brano che propongo a seguire, Anthemyiees, credo possa chiarire i concetti sin qui espressi.
Una piacevole scoperta,  un album da consigliare senza indugio.





L’INTERVISTA

Chi sono i Sintonia Distorta… come quando e dove si incontrano?

I Sintonia nascono a Lodi (LO) nell'ormai lontano ottobre del '95, grazie all'incontro tra Simone Pesatori (voce) e Fabio Tavazzi (basso). A loro, dieci anni più tardi, si aggiunge un altro pilastro (in tutti i sensi… vista la stazza, il tastierista Giampiero Manenti. La band è soggetta negli anni ad innumerevoli avvicendamenti; la nostra passione per la musica però è sempre riuscita a tenerci uniti, facendoci superare le difficoltà che ogni allontanamento ha comportato e spingendoci a mantenere sempre vivo il progetto e quella che secondo noi - nel nostro piccolo - è la più semplice, ma forse non così comune, principale filosofia di base, avere un sogno, una passione, e poterla condividere con persone che siano amici, ancor prima che musicisti. Ecco, forse, mai come ora, anche questo focus pare si stia riuscendo a cogliere in pieno, grazie anche ai più recenti e graditissimi acquisti: Massimo Salani (chitarra) e Luca Nava (batteria)… noi ce lo auguriamo di cuore stavolta!

Che tipo di cultura musicale avete alle spalle?

Siamo cresciuti ascoltando artisti e generi differenti. Giampiero ha un’estrazione più classica: si è diplomato in pianoforte e ha fatto parte per diverso tempo di un’orchestra jazz. Noi altri quattro invece abbiamo un background più hard’n heavy, anche se alcuni di noi, come Simone, adorano pure artisti italiani… insomma, il classico mix che ha senza dubbio influenzato la nostra formazione musicale e quindi probabilmente anche il nostro attuale sound.

 Come definireste a parole la vostra musica?

Un’onesta, sincera, passionale e libera espressione di emozioni, pensieri e concetti…

Esistono artisti che vi hanno decisamente influenzato e su cui siete tutti d’accordo?

Come detto poc’anzi le influenze sono svariate. Di sicuro nelle nostre vene c’è molto metal e hard rock anni ’80-’90 (Iron Maiden, Helloween, Van Halen, Toto, Rush, Ac-Dc, ecc.), ma anche i miti della musica classica o artisti italiani come i Nomadi, Guccini, Grignani, Mango, ecc… come vedi non facciamo riferimento invece a grandi del prog come i Genesis o la PFM, le Orme, il Banco o gli Uriah Heep, cioè a quel magico filone a cui la nostra musica viene spesso (con le straopportune proporzioni!) accostata… è un mondo che stiamo scoprendo solo ora (… purtroppo!) e le cui influenze ci sono probabilmente state tramandate da alcune di quelle band sopra citate, le quali, nel loro vasto repertorio, hanno offerto delle bellissime divagazioni progressive (basti pensare a brani come Infinite Dreams degli Iron Maiden…), ma avremo modo di approfondire, sicuramente… il matrimonio discografico con la Lizard Records, lo diciamo sempre, è stato ed è per noi anzitutto l’occasione per crescere musicalmente e culturalmente! Non certo quello di diventare chissà chi, perché ambizioni di questo tipo non fanno parte del nostro bagaglio.

E’ uscito nel maggio scorso il vostro primo album, “Frammenti d’Incanto”: che cosa contiene, tra musica e messaggi? Trattasi di lavoro concettuale?

Non è un vero e proprio concept album, anche se forse per il feeling, la passione e certe tematiche trattate (i testi raccontano di esperienze, stati d’animo, riflessioni personali… di aspetti anche legati alla vita di tutti i giorni ed alla società odierna) si può dire ci sia un filo conduttore che lega tutti i brani tra loro e che permette all’ascoltatore di vivere il CD come un piccolo viaggio da percorrere tutto d’un fiato. Per quanto attiene il genere, lo stile, anche se le etichettature non ci piacciono e tutto sommato non fanno troppo bene alla musica, siamo generalmente ricondotti ad un hard prog melodico.

Mi raccontate qualcosa dell’art work?

Tra le varie cose che ci accomunano con Loris Furlan e la sua Lizard Records c’è ancora il piacere - ormai ahinoi sempre più raro tra coloro che si avvicinano, anche come semplici ascoltatori, alla musica in generale! - del “prodotto CD”, di un “contenitore” cioè che possa appagare non solo l’orecchio, ma anche la vista del fruitore; anche a noi è sempre piaciuto pensare al disco come un “piccolo scrigno magico” da scoprire pian piano, pezzo per pezzo, ascoltando, leggendo, cercando di immergersi nell’artista e nel suo piccolo mondo, ecco perché la particolare attenzione posta anche alle immagini, sulle quali, va detto, hanno fatto un encomiabile lavoro due grafici che spesso collaborano con Lizard: Davide Guidoni (front e back cover) e Rob Menegon (booklet). Nella copertina c’è un pò la nostra storia, quei frammenti in cui la band si è spesso disciolta, che però la musica (la donna) e la passione (la rosa rossa) sono riusciti, una volta portati a riva dal mare (cioè dalle nostre fonti di ispirazione), a rimettere insieme… speriamo, una volta per tutte! Per il booklet ogni testo è posto su di un’immagine rappresentativa dei contenuti dello stesso e/o del tema trattato.

Lo avete proposto dal vivo? Come è sta impostata la pubblicizzazione?

La pubblicizzazione è avvenuta, ed avviene ancora, sia tramite i canali “ufficiali” della nostra label (bellissimo il video-trailer che contiene il brano Anthemyiees realizzato da Nunzio Cordella, un altro carinissimo collaboratore di Furlan) sia tramite i nostri: sito web e social network, come Facebook, Twitter, YouTube, Google+  ecc… Poi qualche recensione (magazine, webzine, blog, ecc.) sia in Italia che all’estero è già stata pubblicata, ed i riscontri, per nostra immensa gioia, sono sempre positivi, perciò anche quello un po’ aiuta!

A proposito, che cosa accade nei vostri live?

I nostri concerti (durante i quali si propongono tutti i brani dell’album, conditi da qualche cover: pezzi interi o medley di classici pop/pop-rock ’80-’90, rivisitati nel nostro stile) sono all’insegna dell’adrenalina, della passione, della voglia di divertirsi e stare bene insieme al pubblico. I locali sono sempre meno dediti alla musica live e chi lo fa ancora predilige (purtroppo!) i tributi e/o le cover band, perciò le diverse occasioni avute di recente sono coincise con Feste in Piazza, Notti Bianche, Feste della Birra, ecc.; la cosa però piacevole e che ci ha colpito (… stiamo parlando di situazioni in cui nessuno è obbligato a fermarsi e ad ascoltarti!) è vedere la gente fermarsi e partecipare con entusiasmo durante l’esecuzione dei nostri pezzi, piuttosto che delle cover… ecco, questo, anche se sembrerà poco, perché non si parla del Forum di Assago o dell’Olimpico di Roma, è ciò che più ci stimola a credere ancora nel nostro hobby e nel proseguire con lo stesso entusiasmo e la stessa passione!

Mi date un vostro giudizio dello stato attuale della musica in Italia?

Pessimo! Non parliamo solo della “creazione a tavolino” di certe realtà e di questo spopolamento dei talent show, ma anche e soprattutto dello scarso interesse, dello scarso desiderio; all'estero c'è ancora la voglia di andare ad un concerto, magari al pub con gli amici, per ascoltare la band sconosciuta che propone qualcosa di nuovo… è la curiosità la linfa della (buona) musica, ovviamente, però in questo tanto dovrebbero aiutare i media; ma la curiosità, la “scoperta” richiede investimento… di tempo, di denaro… meglio un prodotto fatto e finito che rende sicuramente al management, ma che poi, magari, si dissolve nel breve o passa via alla velocità della luce… o meglio, del suono!

 Che cosa vorreste vi accadesse, musicalmente parlando, nell’immediato futuro?

Il 2015 è stato un anno davvero speciale per noi, difficile davvero chiedere di più e ancora. Abbiamo raggiunto un nostro piccolo-grande sogno, pubblicando questo nostro primo album. E dopo la sua uscita ufficiale è stato, ed è ancora, un susseguirsi di sorprese emozionanti (come vedi, abbiamo ancora il tipico entusiasmo dei bambini… e che il cielo ce lo mantenga sempre! Sapere che “Frammenti” è finito sugli scaffali di qualche store in giro per il mondo, sapere di aver venduto qualche copia all’estero… persino in Giappone! … ricevere apprezzamenti e richieste di recensione da parte di giornalisti/appassionati oltre confine… difficile, davvero, per un gruppo che è sempre e solo stato mosso dalla passione, desiderare altro, sarebbe già molto poter continuare a vivere questo sogno, ecco…avere la possibilità di poter far conoscere ed apprezzare la nostra musica. Nel “Sinto-pentolone”, poi, bollono già diversi progetti interessanti: il secondo capitolo con Lizard… e addirittura un musical da realizzare con la collaborazione dell’Accademia “Il Ramo” di Lodi (la Direttrice è Sabrina Pedrazzini, ballerina e coreografa di fama nazionale) e che sarà basato proprio sui 10 brani di “Frammenti d’Incanto”; il ricavato sarà devoluto in beneficienza ed a breve avvieremo i contatti per trovare qualche finanziatore… speriamo riesca davvero ad andare in porto; insomma, speriamo di vederne (e sentirne) delle belle!

  

Tracklist:
1 Anthemyiees (L’isola Nel Buio)
2 Il Cantastorie
3 Menta E Fragole
4 Il Suono Dei Falsi Dei
5 Il Canto Della Fenice
6 No Need A Show
7 Pioggia di Vetro
8 I Ponti di Budapest
9 Clochard
10 Il Vento Dei Pensieri

Line-up:
Simone Pesatori – Voce
Massimo Salani – Chitarra
Giampiero Manenti – Tastiere
Fabio Tavazzi – Basso
Luca Nava – Batteria