giovedì 18 febbraio 2016

Yoko Ono


Il 18 febbraio del 1933  nasceva Yoko Ono, che arriva quindi alla considerevole età di 83 anni.
Per ricordarla utilizzo un mio vecchio post di un po’ di tempo fa.

Leggendo il libro “Rock Notes-I grandi songwriters si raccontano”, del cantautore e critico americano Paul Zollo, sono “incappato” in alcune figure mai approfondite, come David Byrne, John Fogerty, Leonard Choen e altri.
I libri dedicati alle interviste (non solo musicali) sono quelli che preferisco, perché trovo che domande intelligenti possano far emergere ed esaltare lati poco noti degli artisti posti sotto i riflettori. Ma alcune immagini sono per me più forti di altre e alcuni personaggi mi intrigano maggiormente.
All’interno di questo libro ho trovato una notissima e controversa figura che ha colpito la fantasia di tutti gli appassionati di musica della mia generazione.
Parlo di Yoko Ono, che istintivamente ho sempre "rifiutato", per via del condizionamento che ho subito attraverso i media.
Ciò che mi è sempre “arrivato” è la negatività di questa donna, a cui molti hanno imputato lo scioglimento dei Beatles.
Ovviamente non ho ne i mezzi ne le informazioni per giudicare, e la mia antipatia antica era basata sul feeling comune, che avevo fatto mio.
Nemmeno adesso posseggo la verità, ma razionalmente mi piacerebbe fornire un’immagine oggettiva per inquadrare il reale valore artistico, musicale di questa ormai anziana signora.
Nessuna biografia, nessuna storia già ascoltata e nessun nuovo “reperto”, ma per la prima volta ho “sentito” la sua voce e mi pace riproporre il suo pensiero, sollecitato da alcune domande di Zollo.
La cosa su cui mi sono soffermato, come premessa all’intervista (antica), è una poesia che fa parte del disco “The Season of Glass”, lavoro uscito dopo la morte di Lennon:

Passa la primavera
e ci si ricorda della propria innocenza
passa l’estate
e ci si ricorda della propria esuberanza
passa l’autunno
e ci si ricorda della propria venerazione
passa l’inverno
e ci si ricorda della propria perseveranza.
C’è una stagione che non passa mai
Ed è la stagione del vetro

Leggendo l’intervista, realizzata nel 1992 a New York, si apprendono alcuni importanti aspetti legati al disco ed alla grafica proposta in copertina.

“Season of Glass”è stato un disco molto potente, e molto significativo per un sacco di persone, quando è uscito.
Quando ho fatto “Season of Glass” mi sentivo come se stessi camminando sott’acqua o qualcosa del genere, quindi non ne sapevo davvero nulla della reazione della gente.

Ho sentito che la tua casa discografica è rimasta sconcertata dal fatto che tu abbia voluto usare quella foto di copertina con gli occhiali di John schizzati di sangue.
Oh sì, molto!



Ho letto di recente che nella Germania nazista, come atto di crudeltà, spedivano gli occhiali sporchi di sangue degli uomini uccisi alle loro mogli.
Davvero? E’ terribile. Ma non è simbolico tutto questo? Vedi, ecco che voglio dire, quando mi viene l’ispirazione di fare qualcosa del genere, io lo faccio, perchè penso che ci sia qualcosa che mi sfugge. Mi sono anche arrabbiata. Insomma, io stavo raccontando quello che mi era successo, e non mi era certa successa una cosa bella!

La poesia intitolata”Season of Glass”, sul retro della copertina dell’album, è bellissima e triste. Hai mai pensato di farla diventare una canzone?
Ci ho pensato, ma non credo di esserne in grado. Non lo so.

In quella poesia hai scritto:” C’è una stagione che non passa mai ed è la stagione del vetro”, che riecheggia lo stato d’animo provato da tanti, dopo la morte di John, l’idea che questa sia un’epoca destinata a non passare mai. Pensi che siamo ancora nella stessa stagione del vetro?
Non lo so, perché forse in qualche modo parlavo di qualcosa al di là della morte di John. Allora, naturalmente, stavo raccontando la mia esperienza personale. Ma proprio adesso sto realizzando un’opera per una mostra su una famiglia seduta in un parco al momento del “meltdown” atomico, e quello a cui pensavo era un “meltdown” della razza umana e della specie in pericolo. E qualcuno mi ha detto che sembrava parlare anche del genocidio. Perciò è come se la stagione del vetro fosse ancora qui, in tutto il mondo. Non siamo ancora arrivati al punto in cui non ci siano più … occhiali sporchi di sangue.

Uno dei messaggi positivi che hai espresso, e che penso la gente non abbia colto, è che sul retro della copertina di “Season…”, il bicchiere d’acqua, che in copertina è mezzo vuoto, lì è pieno.
Sì. Oh, vuoi dire che ci hai fatto caso? Sono in pochissimi ad averlo notato.

Pensi che i tuoi messaggi positivi siano stati spesso trascurati?
Beh, alcuni li hanno colti ed altri no, dipende anche dalla persona. Voglio dire, tu ti sei accorto di qualcosa, giusto? Ma la maggior parte della gente no. 

La verità contenuta nella poesia rimane costante, inalterata nonostante lo scorrere del tempo. Emerge in modo mirabile quello che stavano provando milioni di persone in tutto il mondo durante in momenti cupi seguiti a quel giorno nerissimo del dicembre 1980, quando John Lennon morì. Era quella una stagione destinata a non passare, una tragedia che non sarebbe stata banalizzata nel tempo, una ferita che non sarebbe guarita. E in un certo senso non si voleva che accadesse.







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