domenica 28 giugno 2015

Chris Squire ci ha lasciato...


In una calda domenica di inizio estatate arriva la notizia che gli appassionati di musica non avrebbero mai voluto leggere, quella notizia che gli stessi appassionati di musica si aspettavano, perché la stato di salute di Chris Squire era noto, anche se la speranza era che ci fosse rimedio a quella rara malattia che pare colpisca in modo particolare i più giovani, il Morbo Di Guglielmo, ma a questo punto disquisire sui dettagli, seppur importanti, perde ogni tipo di valore: il signor YES non c’è più, non ci sarà più, e non avremo mai  più il privilegio di vederlo protagonista su di un palco. Ma di cose indelebili ne ha lasciate, e tante.
L’immagine che mi arriva a ripetizione è quella che precedeva ogni suo concerto, l’attacco della Firebird Suite, con la band che prende posizione e il gigantesco Chris che arriva con il suo bicchiere e saluta la folla con un inchino di ringraziamento.

Proviamo a rivivere quel momento…


Quando racconto che gli YES mi hanno cambiato la vita registro la pura verità, perchè il mio entusiasmo musicale è nato con loro, in quel periodo felice, musicalmente parlando, che coincide con il debutto dei seventies; ma il motivo più importante ha a che fare con una data, il 12 luglio 2003, quando Squire e soci arrivarono nella mia città, e assistere al loro concerto mi riportò prepotentemente sulla via della musica.


Come tutte le band dell’epoca, una della caratteristiche principali degli YES era -e ancora è- un frequente turn over della line up, ma Squire era l’unico elemento ad aver partecipato ad ogni album, diventando il trait d’union tra epoche e formazioni.
Innovatore, precursore, bassista tecnico e tecnologico, il suo apporto compositivo è stato determinante, così come il contributo vocale.
Di lui e degli YES potrei scrivere per ore, non necessariamente cose interessanti, ma il materiale che ho “rubato”, assimilato, acquisito è talmente tanto che basterebbe per realizzare una tesi di laurea, ma… oggi non ne ho voglia, sono realmente colpito da questa prematura dipartita, dolore accentuato dal ricordo di averlo visto suonare, a pochi metri di distanza, elegante, divertente, musicalmente magnifico.
E questa sera saremo noi, in tanti, ad alzare idealmente il nostro calice per un ultimo saluto, il più triste, il più sentito.
Ciao Chris!

giovedì 25 giugno 2015

Robert Fripp e i King Crimson: materiale per esperti...



Francesco Pullè mi fa notare che, nella monografia dedicata a King Crimson da Nicola F. Leonzio, si apprende che lo struggente solo di The Night Watch si conclude con una nota … che non c’è!



Diavolo d’un re cremisi…


mercoledì 24 giugno 2015

L'album omonimo degli ANABASI ROAD


Gli ANABASI ROAD arrivano all’esordio discografico circa un anno fa, rilasciando il disco omonimo, ma ho incontrato la loro musica solo da pochi giorni.
Chi siano e quali idee abbiano in testa lo si può facilmente captare leggendo l’intervista che presento a seguire.
Un’ora di musica intensa a cui posso aggiungere un primo aggettivo: piacevole.
L’essenza è che… non ci sono punti di riferimento, tanta e tale è la varietà della proposta, fatto che potrebbe condurre a considerazioni errate, come la mancanza di un percorso delineato o quella specifica confusione musicale che spesso caratterizza esordi e gioventù.
In realtà l’estrema libertà priva di ogni tipo di condizionamento, ideologia o rigida filosofia musicale, è una precisa scelta, che è il seguito di convinzioni personali che cercano di privilegiare l’audience e la genuinità di rapporto tra artista e spettatore/ascoltatore.
Ma rompere le schematizzazioni a cui si è abituati significa, almeno in questo caso, lavoro duro, precisione maniacale nei dettagli, perfetto lavoro di squadra.
Ci tengo a ritornare all’attributo iniziale, quel “piacevole” che sottintende come la varietà di argomenti diventi un grande pregio, almeno per chi non vive di categorie e generi precostituiti.
Gli A.R. utilizzano la lingua inglese, con l’eccezione del brano Guerra Mondiale, traccia in cui prevale la necessità di far passare in modo netto il messaggio.
La musica è la summa di mille amori, comprendenti rock e blues, classica e progressiva, con una discreta lunghezza per ogni singolo episodio: Say Man e I walk alone superano gli undici minuti, e già questo può indicare un preciso indirizzo che si allontana dal concetto di musica “semplice”.
Buona tecnica e capacità di creazioni elaborate permettono alla band di variare a piacimento in qualsiasi spazio musicale, trovando nella voce di Andrea Giberti l’elemento distintivo, soprattutto per quella timbrica a metà strada tra Chad Kroeger e Eddie Vedder.
Sarei curioso di vedere una loro performance live, e in ogni caso una seconda esperienza discografica sarà decisiva per trovare conferme o prendere atto di una particolare evoluzione stilistica.
ANABASI ROAD è un bel disco, si ascolta con curiosità, aspettando il colpo di scena dietro all’angolo, senza mai rimanere delusi.
Un plauso a questi ragazzi di Reggio Emilia che continueremo a seguire con interesse.


L’INTERVISTA

Come nascono gli Anabasi Road  e da dove arrivano le forti passioni musicali?

Come quasi sempre avviene abbiamo iniziato a suonare insieme per divertimento, con qualche cover dei Deep Purple, Pink Floyd e Black Sabbath. Poi il nostro cantante ha portato alcune bozze a cui aveva lavorato ed è nata così la passione nel comporre la nostra musica, capendo fin da subito che i pezzi altrui non avrebbero potuto darci lo stesso entusiasmo. Abbiamo certamente avuto la fortuna di essere tutti legati profondamente alla musica in quanto nessuno era alle prime armi, e questo ci ha permesso di essere fin da subito produttivi, d'altro lato però è difficile convogliare le idee di sei persone entro un unico progetto. Difficile ma non impossibile!

Il vostro disco di esordio, omonimo, risale ad un anno fa, ma è per me nuovo: quali in contenuti? Trattasi di concept?

Il nostro primo album raccoglie i lavori realizzati fino al momento della registrazione. Non è certamente un concept, anzi per tematiche e stili di composizione le canzoni risultano molto varie ed eterogenee, certamente appaiono le tematiche che spesso caratterizzano i nostri testi, in particolare la voglia di risollevarsi nonostante le avversità. Spesso parliamo di tematiche forti e difficilmente in modo immediato o diretto, tendiamo a introdurre l’ascoltatore in un’atmosfera capace di farlo immedesimare, in modo che possa interpretare il testo come più è predisposto a fare, vogliamo lasciare sempre un po’ di margine a chi ci ascolta, perché una canzone è tanto più bella quanto lo è il significato che riesci a darle.

Dal punto di vista musicale è palese una esperienza diversificata e la tendenza alla libertà espressiva: come definireste la vostra musica e la vostra filosofia di lavoro?

Senza compromessi, ci limitiamo a seguire i nostri gusti, evitando di porci troppe domande su come il pubblico potrebbe reagire. Non certo per disinteresse ma perché siamo convinti che solo una musica autentica, vera, possa davvero interessare l’ascoltatore, del resto dei “pacchetti musicali precompilati” siamo letteralmente sommersi.  Tutto ciò però non deve far pensare che il lavoro sia semplice, ogni canzone infatti è, sì libera dalle costrizioni di un genere predefinito, ma il lavoro per affinare e strutturare ogni parte della canzone è notevole; in effetti siamo dei perfezionisti ma la soddisfazione di poter fornire un prodotto ben curato ci ripaga dello sforzo.

Come siete arrivati all’attuale line up, ricerca funzionale al progetto o casualità e combinazione di rapporti di amicizia?

Senza dubbio casualmente, anche se dal principio abbiamo cercato di creare una formazione numerosa, più strumenti avrebbero significato più varietà di suono e questo ci è sempre sembrata una buona strada da percorrere.
Nel nostro caso la formazione ha determinato lo stile e non il contrario.

Come nasce la scelta della lingua inglese?

Principalmente per fini stilistici, l’inglese si presta bene alle sonorità più graffianti, certo a scapito della comprensione del messaggio. In questo però non vogliamo mettere radici, il futuro prevede un maggior numero di canzoni in lingua italiana e perché no, magari anche un intero album.

Come mai avete invece scelto l’idioma italiano per raccontare “Guerra Mondiale”?

Come accennavo prima la lingua inglese ha uno stile forte, riesce a dare molto carattere alla canzone, ma ci sono testi, e questo ne è un esempio, che hanno bisogno di sfumature più raffinate per essere valorizzati.

Cosa accade ai live degli Anabasi Road?

C’è sicuramente molta energia sul palco e appena ci è possibile strizziamo l’occhio alla teatralità. Cerchiamo di rendere ogni apparizione uno spettacolo completo, in cui il messaggio non arrivi esclusivamente dal lato musicale, per quanto principale, ma possa essere stimolata anche su altri livelli. In questo ci affidiamo al cantante che per natura si trova perfettamente a suo agio con questo ruolo. Va detto che anche l’accompagnamento musicale in queste performance viene studiato, affinché possa sia divertire che commuovere, per noi la musica sottolinea ogni aspetto emotivo della vita.

Che tipo di bilancio potete trarre ad un anno dall’uscita dell’album?

Sicuramente positivo. In molti hanno apprezzato l'album, e abbiamo venduto più di 500 copie, cosa che per un gruppo che non ha sostegno esterno è tutt'altro che scontato. Grazie ad internet abbiamo varcato in poco tempo i confini nazionali, e abbiamo spedito un po' da ogni parte del mondo, in particolare Giappone e Russia.

Nonostante gli interessi molteplici, possibile trovare una band che vi mette tutti d’accordo?

Eh… questa sarà davvero un impresa impossibile. No, a parte gli scherzi, forse sono poche le band che tutti ascoltiamo abitualmente, ma sicuramente sono tante quelle che unanimemente apprezziamo, in particolare nell'ambito dell'hard rock e dell'heavy metal classici.

Cosa vorreste vi capitasse, musicalmente parlando, nei prossimi tre anni… rimanendo nel campo delle possibilità realizzabili?

Tre anni sono tanti e l'auspicio è sicuramente quello di fare il salto. Riuscire a firmare un contratto discografico o un contratto di distribuzione, in modo da poterci concentrare solo sulla musica, sperando che qualcuno abbia un interesse personale sul successo degli Anabasi Road.




TRACKLIST (58 minuti totali)
Pleasure in me 8.02
Clashing Stars 3.58
Dreaming for you 5.36
Say Man 11.17
Guerra Mondiale 5.58
Maybe Tomorrow 6.46
I walk alone 11.21
Requiem 6.42

LINE UP
Andrea Giberti-voce, armonica, tastiera
Massimiliano Braglia-chitarra e batteria
Alessio Gambarelli-chitarra
Riccardo Vecchi-basso
Luca Orlandini-tastiera, organo e pianoforte
Nicholas Corradini-batteria e chitarra

Biografia

Gli ANABASI ROAD sono un gruppo rock nato nel 2009 a Reggio Emilia con un occhio di riguardo verso la sperimentazione musicale. Spinti dal desiderio di esprimersi lasciando libero spazio alla creatività, mischiano e fondono influenze di vario genere senza gettare radici.Intraprendono così un viaggio attraverso le insidie del blues, e puntando alla stella del rock progressivo navigano sulle onde dell'hard rock più vintage… dove approderanno?

“Anabasi Road” è disponibile presso iTunes, Google Play Music, Spotify, BandCamp e tutti i maggiori store di musica online.






martedì 23 giugno 2015

Sonia Scialanca


Degli “amici” non sempre ci si può fidare, ma quando un consiglio musicale arriva da un’eminenza grigia, un musicista che ha realmente partecipato alla costruzione della gloriosa epopea del rock, beh… non si può sbagliare.
Sonia Scialanca, la cantautrice romana di cui voglio parlare oggi, non credo si offenderà se parto dal… mediatore, un certo Maartin Allcock, per tre anni con i Jethro Tull, oltre 200 album alle spalle e ultimamente in tour con Cat Stevens.
Conosco bene Maart, ed oltre al genio musicale ne apprezzo l’infinità umiltà.
Un piccolo aneddoto chiarificatore.
Maartin è in Italia e viene a suonare nella mia città, set acustico e strumentazione minimalista. Per non avere sovraccarico mi chiede una chitarra elettrica decente e con enorme gratificazione gli porto la mia Stratocaster. La guarda soddisfatto e… mi chiede il permesso di cambiare le corde e inserire le sue D’Addario. Ovvia la risposta. Si mette in un angolino, cercando di rimpicciolirsi per sparire dalla scena, e con una certa meticolosità e naturale destrezza inserisce le “sue” strings, che non ho più avuto il coraggio di cambiare!


Pochi giorni fa, attraverso le pagine di facebook, mi ha suggerito di ascoltare Sonia, che ha da poco realizzato l’album Demoni: potevo ignorare le sue parole?

Ho scoperto con grande piacere una cantautrice atipica, che appare unica in una massa stereotipata.
Chitarrista -soprattutto, ma non solo- intreccia il suo strumento con la voce davvero particolare, raccontando i suoi stati interiori attraverso liriche un po’ nascoste e ricercate, privilegiando il lato musicale, che vede un mix di rock e jazz, con importanti sfumature prog che tendono a sfociare in una ritmica ben precisa, quella caratterizzata dai tempi dispari che tanto ama.
Sgrungezz” è il termine da lei utilizzato per identificare la sua musica, un contrasto tra durezza del sound e trame raffinate, apparenti contraddizioni con cui dobbiamo convivere, non solo quando il tema è la musica.
L’album è tutto da scoprire, e il video a seguire può essere il giusto documento capace di stimolare la curiosità e l’effetto domino conseguente.
Edito dall’etichetta indipendente Terre Sommerse per la nuova collana LaChimera Dischi, è disponibile in digitale e nei migliori negozi di dischi.

Lo scambio di idee e pensieri che propongo sarà utile per gettare i contorni alla figura di una grande musicista, Sonia Scialanca.


L’INTERVISTA

Facciamo conoscenza. Potresti sintetizzare la tua storia musicale, dalla passioni iniziale sino all’attualità?

Ho iniziato cercando di riprodurre qualsiasi cosa che sentissi attraverso i tasti bianchi e neri di una tastiera. Poi sono stata affascinata dalle sei corde e più tardi dal jazz e dal prog. Ho fatto la chitarrista per qualche progetto originale, finché non ho sentito il bisogno di esprimermi con cose mie, un bisogno che non si è mai spento e che mi porta ancora adesso ad una continua ricerca compositiva.

Sono arrivato a te attraverso Maartin Allcock che mi ha suggerito l’ascolto della tua musica: come è nato l’incontro con Maart e Sophya Baccini, con cui ti ho visto in fotografia?

Per caso, come tutti gli incontri speciali! Maartin ed io abbiamo un amico musicista in comune: un giorno Maart, attraverso questo amico, ha visto il mio profilo facebook e mi ha contattata. Io gli ho mandato la mia musica e lui l’ha subito apprezzata, lasciandomi letteralmente incredula: tante belle parole arrivate da un musicista del suo calibro! Quando ho saputo che sarebbe venuto a Napoli per produrre il disco dei Cirque des Rêves ne ho approfittato per andare a conoscerlo di persona, benché io sia di Roma. Maartin stesso mi ha poi fatto scoprire Sophya Baccini, altra musicista che apprezzo molto e con cui condivido gusti musicali.  

E’ appena uscito il tuo album “Demoni”: mi parli dei contenuti, tra musica e messaggi?

In realtà “Demoni” è nato molto tempo fa, ma a volte la musica fa dei giri larghi per venire fuori… e così ci è voluto qualche anno prima che il disco venisse pubblicato con Terre Sommerse, cioè prima che i miei “Demoni” uscissero finalmente allo scoperto. E’ un album di ricerca, in cui ho voluto unire il formato canzone con il prog e con il jazz, ma senza per questo perdere la linearità melodica. I testi, invece, sono molto introspettivi, devo ammettere, spesso criptici, ma forse perché mi interessa che arrivi più la musica delle parole.

Mi ha colpito una frase che ho trovato sulla tua bacheca, una sorta di apologia dei tempi dispari: quanto ami la musica progressiva che ha permesso di prendere confidenza, anche, con i ritmi composti?

In generale mi piace molto quando la musica mi sorprende, quando non riesco a prevederla o ad incanalarla in stilemi preconfezionati. Il prog è un po’ così: una serie di intuizioni, a volte sperimentali, che portano l’ascoltatore a intraprendere nuovi viaggi per terre sconosciute. In particolare mi rendo conto che spesso le melodie che costruisco suonano su tempi dispari, 5/4, 7/8, ma la cosa avviene per me in maniera del tutto naturale: semplicemente ho in testa questi ritmi e quasi non riesco a farne a meno. Per dirla come i King Crimson in Barber Shop: “So settle back to have some fun and tap your foot in twenty-one”.

So che hai coniato una definizione particolare per la tua musica: puoi spiegare?

E’ sempre stato difficile per me descrivere la mia musica, proprio perché sperimentale, mentre tutti cercano sempre un riferimento, un marchio, un’etichetta da affibbiarti per renderti riconoscibile, come il pesce al mercato. Ecco, io non vorrei nessuna etichetta e visto che mi sembra di essere frutto di un mix ibrido, sia carne che pesce, ho coniato un nuovo termine per definirmi. Io suono “sgrungezz”. Questa parola racchiude in sé il suono grezzo del rock grunge, nel senso di “sporco”, “ruvido” e la raffinatezza del jazz, che contamina le armonie dei miei brani: l’energia che cerco di spingere nella musica che faccio.

Che cosa accade nei live di Sonia Scialanca?

Cerco di far arrivare tutta questa energia insieme alla mia band! In genere suoniamo in quartetto: due chitarre, basso e batteria, a volte con un gradito e bravissimo ospite al sax tenore, Michele Leiss. Ultimamente, però, ho riscoperto l’amore per la loop station, che utilizzo, in genere, quando suono da sola, ma poco tempo fa ho sperimentato anche la formazione chitarra-batteria, registrando dei loop dal vivo e sovraincidendoci sopra in tempo reale.

Dallo studio del piano sei arrivata al tuo vero amore strumentale, la chitarra: hai abbandonato la tastiera? Come componi i tuoi brani?

Beh, non lo chiamerei un vero e proprio studio! In effetti, quando ero piccola, mettevo le mani sulla tastiera da autodidatta, il che mi ha dato sicuramente una sorta di “imprinting” a livello armonico/melodico, però il mio vero amore è nato a 11 anni proprio con la chitarra. Ho avuto una formazione jazzistica per un po’, dopodichè ho abbandonato il jazz e ho cominciato a comporre. La mia ispirazione parte spesso da una sequenza di accordi che mi suonano in testa e che provo a raggiungere con le dita sul manico della chitarra, a volte prendendo posizioni improbabili, per la gioia dei musicisti che suoneranno quelle parti nei miei live! Altre volte, invece, ho l’intuizione di qualche sequenza di parole, che racchiude in sé già un ritmo e una melodia.

Mi dai una tua opinione sullo stato di benessere -o malessere- della musica nel nostro paese?

Questo è un tasto dolente: sappiamo tutti che crisi stia passando il settore musicale, specialmente in Italia. E’ sempre difficile proporre cose nuove, sia perché c’è un appiattimento culturale che non ha eguali nel passato, sia perché ora la tecnologia ha dato i mezzi a tutti, ma proprio a tutti, per uscire con un prodotto e buttarsi nel calderone musicale, creando una sorta di rumore di fondo in cui è arduo distinguere qualcosa di veramente interessante. Grazie ai fantastici software che manipolano ogni cosa, si può fingere di essere grandi strumentisti o cantanti. Il danno vero, però, è che ormai le orecchie del pubblico sono abituate a queste sonorità e le vanno cercando: se la tua voce non è modulata da un plug-in di auto-tuning sembrerà stonata anche quando non lo è. Non mi sembra possibile che si sia arrivati a questo, ad eliminare completamente l’umanità dell’esecutore. In mezzo a tante proposte tutte uguali, tutte appiattite, il pubblico non è più in grado di distinguere il vero dal falso e non ha più neanche la pazienza di ricercare il bello in quello che ascolta.

Mi indichi il nome di qualche musicista o band che sono stati fondamentali per il tuo attuale “lavoro”, e che continuano ad essere fonte di ispirazione?

Su tutti, ovviamente, i King Crimson, ma anche il progressive italiano, come la PFM. Attualmente seguo molto anche Steven Wilson. Per quanto riguarda i testi, invece, prediligo il cantautorato di un certo tipo, come Andrea Chimenti, Cristina Donà.

Che cosa vorresti che ti accadesse, musicalmente parlando  -e restando sul possibile- nell’immediato futuro?

Mi piacerebbe avere una collaborazione con Maartin Allcock nel prossimo disco che verrà… chissà se sono rimasta nel possibile?





lunedì 22 giugno 2015

Lanzetti/Roversi – Quasi English


Parlare di un album che vede la presenza di Bernardo Lanzetti, mi mette sempre un po’ di … imbarazzo. Devo sforzarmi di essere obiettivo, di presentare il mio pensiero scevro da influenze possibili -e probabili- ma di fatto lo inserisco in quel “pacchetto” di artisti, abbastanza nutrito, di cui avrei comprato -e comprerei- musica a scatola chiusa, certo che nove brani su dieci avrebbero fatto centro, nel mio cuore e nella mente.
Anche questa volta ho avuto le conferme che… non cercavo.
L’album in questione si intitola Quasi English, realizzato dal duo Lanzetti Roversi, una bomba creativa nata e cresciuta molto tempo fa.
Il Roversi in questione è quel geniaccio di Cristiano, tastierista, polistrumentista, compositore, che da anni condivide musica con Lanzetti, titolare anch’esso di innumerevoli progetti paralleli.
Da molto tempo avevo sentore di questa produzione targata MA.RA.CASH RECORDS che, da ciò che avvertivo nell’aria, si presentava come un nuovo biglietto da visita, il migliore del momento, il più rappresentativo dell’attuale stato artistico e di vita dei protagonisti.
La carriera di Lanzetti ha un punto nodale che si manifesta molto presto, che indirizzerà il suo percorso, che determinerà le scelte, non solo sue ma anche di altri: l’esperienza americana, vissuta da giovanissimo, formerà l’uomo e l’artista, in un modo così radicato che a distanza di svariati lustri quel mondo lontano, per spazio e tempo, appare  sempre vivo, un buon esempio e una linea guida.
Il fantastico booklet -la prima cosa che ho controllato- rafforza il concetto, raccontando, molto, attraverso le immagini; le cartine cittadine degli Stati Uniti si mischiano alle liriche e si inseriscono in quel vecchio passaporto del 1965, con cui iniziò l’avventura americana.
E poi arrivano i suoni, le atmosfere, le didascalie, e scopro che il pensiero di Lanzetti e Roversi non è esattamente quello che ho captato, perché… “è il linguaggio che definisce e forma l’uomo, non il luogo in cui vive e cresce…”.
Questione di punti di vista, e spesso i condizionamenti che subiamo sono subdoli e ben nascosti, ma resta certa la voglia di restare al confine… un limbo di terra che separa i paesi, le culture, le lingue, e che permette di creare musica che sorprende ad ogni episodio, addirittura all’interno dello stesso brano: un viaggio tra i ricordi, un altalenare di stili, un continuo movimento verso molteplici sentieri espressivi.
Inglese e i italiano si mischiano, convivono nello stesso brano (Belcanto), ed è proprio alla lingua madre a cui Lanzetti si affida per le sue più profonde riflessioni (Scorre l’Acqua), attraverso un brano intimista che conduce al brivido.
Sono otto i brani, per circa quaranticinque minuti di novità musicali. Sì… trovo ci sia tanto “nuovo”, sperimentazione e ricerca di altri orizzonti.
Cristiano Roversi inventa tappeti musicali impossibili, e credo si possa annoverare tra i migliori musicisti in circolazione. Lanzetti aggiunge la ricerca su se stesso, sul suo strumento, quella voce che riesce a sorprendere per estensione, per modulazione, per voglia di cercare il limite attraverso controllo e razionalità.
Parte il brano di apertura, la title track, e quando arriva al “Tell me where… tell me how…” è un’esplosione che rigetta in un lampo ai primi seventies, quando Gabriel, Hammill e Chapman fornivano una nuova visione del vocalist e il mellotron e l’hammond erano il pane quotidiano.
In quei giorni vidi gli Acqua Fragile, spalla dei Gentle Giant, e proprio alla band dei fratelli Shulman è dedicato un brano, Convenience.
Il grande ospite è il drummer da sogno Jonathan Mover, presente nei primi due brani, Quasi English e Worn to a Shine, ed è lo stesso Bernardo che racconta a seguire l’occasione dell’incontro.
Gli altri ospiti presenti sono: Erik Montanari, Fabio Serra e Mirko Ravenoldi alle chitarre, Michele Smiraglio e Mirko Tagliasacchi al basso, i “Catafalchi del Cyber” ai cori e Simone Baldini Tosi al violino.
Un album nato in studio, che meriterebbe l’occasione live, su di un palco, dove Bernardo e Cristiano possono regalare una visione completa, di se stessi e del loro concetto di arte, musica, aspetti scenici, concezione osmotica del rapporto artista/audience.
Il parto è stato complicato, forse, ma il risultato è confortante!
Voto massimo pe Quasi English!



Ecco cosa racconta in proposito Bernardo Lanzetti…

Da molto tempo sentivo parlare della nuova uscita ”LANZETTI ROVERSI”, Quasi English: è stato un parto complicato?

Il trio CCLR è diventato il duo Lanzetti-Roversi per disaccordi, non di natura artistica, tra quest’ultimo e Gigi Cavalli Cocchi. Ciò ha iniziato una serie di slittamenti sui tempi di lavoro che ha dilatato la produzione in maniera considerevole. Dopo aver avuto l’adesione immediata dello statunitense Jonathan Mover per la batteria su due brani, avevamo pensato di “arruolare” anche batteristi italiani e molto tempo se ne è andato aspettando la risposta da ognuno di loro, riscontri per altro mai pervenuti…

Aprendo il bellissimo booklet inserito nel CD si è colpiti dal Vostro warning… “it's your language that defines you, not your land”: il linguaggio di cui parlate  fa solo riferimento ad un idioma o si allarga ai comportamenti e alle idee?

Il concetto di base è che la formazione e la forma del pensiero di ogni individuo e quindi la sua personalità, la sua posizione nel mondo, sono determinate in primo luogo dalla lingua appresa che è fondamentale, ancor più del territorio o del paesaggio dove uno cresce. Tu mi suggerisci che il concetto può essere allargato e la cosa appare intrigante.

Come descriveresti il disco, qual è l’elemento caratterizzante che incolla tra loro gli otto episodi?

Il titolo “QUASI ENGLISH” è fortemente caratterizzante e descrittivo dell’album. Molte cose sono in bilico: melodie che entrano ed escono, riferimenti stilistici già contaminati, l’uso di due lingue, la sincerità abbinata al segreto e al mistero…
Per chi non lo sapesse poi, “quasi” è un vocabolo italiano che si è guadagnato un posto in varie lingue.

Tutti i brani sono firmati dalla coppia Lanzetti-Roversi tranne “Convenience”, pezzo dei Gentle Giant: come nasce la scelta?

Molto semplicemente Cristiano voleva realizzare quel brano già ai tempi della nostra militanza comune nei Mangala Vallis. Personalmente sono sempre stato un grande fan dei Gentle Giant, ma non conoscevo quel pezzo e quindi è stata per me una nuova sfida.

Lo special guest è Jonathan Mover: come è nato l’incontro e che tipo di valore aggiunto avete ricevuto, oltre al lustro relativo all’importanza del personaggio?

Un paio di anni fa, l’amico batterista Sergio Ponti, dei Beggar’s Farm, aveva conosciuto Mover il quale gli aveva confidato che Bernardo Lanzetti era il suo vocalist preferito. Da lì ho preso coraggio per contattarlo e ottenere il suo fantastico contributo da New York.
Stiamo ora lavorando insieme anche su altri progetti.

L’artwork e la proposta fotografica sono di forte impatto: come siete arrivati alla definizione finale?

L’idea ispiratrice mi era venuta da alcuni dipinti di Francis Bacon, ritratti di gruppi famigliari in interni probabili ma inconsueti. Il fotografo Paolo Pasini ha poi realizzato al meglio la copertina. Partendo dall’idea della lingua, anzi delle due lingue - italiano e inglese - ho poi recuperato il mio passaporto del 1965, quello con cui ero andato negli USA a studiare. Il grafico Matteo Bertolini ha contribuito a assemblare il tutto con stile e maniera.

E’ possibile pensare di vedere il duo Lanzetti-Roversi proporre l’album dal vivo?

Tutto è possibile ma vedo a cosa più facilmente realizzabile all’estero che non in Italia.


domenica 21 giugno 2015

Cherry Five-"Il Pozzo dei Giganti"


La recente partecipazione al FIM mi ha permesso di incontrare, ascoltare ed entrare attivamente nel mondo dei Cherry Five.
Gli addetti ai lavori sanno bene di chi io stia scrivendo, ma vale la pena ricordare che siamo di fronte ad un ritorno a distanza di quarant’anni di due dei musicisti originali del gruppo -Tony Tartarini alla voce e Carlo Bordini alla batteria- che assieme a Claudio Simonetti, Massimo Morante e Fabio Pignatelli pubblicarono l’album omonimo nel 1976 (creato nel ’74), con la dovuta citazione relativa solamente ai primi due, mentre gli altri componenti erano ormai protesi verso il mondo “Goblin”.
L’incontro tra Bordini e il tastierista Gianluca De Rossi diventa la chiave che apre le porte della consapevolezza, della convinzione che è il momento di riannodare la tela lasciata andare per troppo tempo, e se ai due fondatori Tartarini e Bordini aggiungiamo l’eclettico tastierista De Rossi, il virtuoso Ludovico Piccinini alla chitarra è il super esperto Pino Sallusti al basso, il dream team nasce e si evolve con spontaneità e certezza di risultato.
Il frutto del nuovo impegno è un album -fortemente voluto da Black Widow- uscito in edizione numerata per il FIM -ma tutto il resto arriverà a ruota- di cui posseggo copia numerata, la n. 68, che mi auguro per i Cherry Five non debba diventare rarità, come accaduto per l’unico disco realizzato, ormai introvabile: una volta riafferrato il percorso non dovrebbe più essere abbandonato.
L’intervista a seguire è come sempre utilissima per comprendere il nuovo mood, tutto quanto gira attorno e quali siano i significati oggettivi di certe dinamiche che spesso si cerca di intuire, commettendo discreti errori.
Le sonorità e i temi prog sono cari alla band, che realizza un concept che pesca nella letteratura classica, e dedica temi sonori alle tre cantiche della Divina Commedia: tre episodi giudicati rappresentativi e funzionali al messaggio da proporre e condividere.
La riflessione conseguente mi porta a pensare che, rispetto ai giovani musicisti prog degli anni ’70, cioè quelli che proponevano la classicità mista al rock, ricercando con continuità temi e similitudini che riportassero alla realtà, alla denuncia, ma concettualmente tarpati dall’elemento anagrafico -il che significava inesperienza, scarsa autorevolezza e in alcuni casi superbia espressiva- chi decide di intraprendere ora la difficile strada dell’impegno lirico e musicale abbinata alla musica progressiva, avendo alle spalle una vita vissuta, riesce a mettere in campo una credibilità superiore, che si trasforma in passaggio efficacie delle idee.
Succede in tutti i campi e la musica non fa eccezione.
E così se una band come i Cherry Five decide di utilizzare Dante e Virgilio per delineare un percorso da esporre, nessuno po’ pensare ad un vezzo culturale, ma verrà spontaneo immaginare a due obiettivi… restare all’interno degli schemi prog e utilizzare intelligentemente le nostre radici per buttare sul piatto concetti che possano spingere alla riflessione: non era La Commedia altamente didascalica, oltrechè allegorica?
Il Pozzo dei Giganti -questo il titolo dell’album- ci ricorda come oggi sia tragicamente attuale ciò che è stato scritto 700 anni fa, tanto da pensare che certe disfunzioni umane siano parte della nostra natura, e che niente possa fare, nel senso della positività, l’evoluzione del nostro mondo. E prendere coscienza di questa grande anomalia, accettando come necessaria la convivenza tra stati opposti e contraddizioni sociali, può diventare estremamente pericoloso… un percorso a trappole senza via di fuga.
Tutto profuma di old prog in questo disco; scritto della concettualità e della commistione tra classico e rock, continuo col dire che le sonorità sono ben precise, legate alla lunga serie di tastiere vintage di De Rossi, alle atmosfere che riportano alle band seminali inglesi dei seventies, con una radice inconfondibile, il marchio di fabbrica di una proto prog band che, seppur oggetto di frammentazione e diaspore -come accaduto a quasi tutti gli ensenble dell’epoca- mantiene un brand che la caratterizza.
Il mix tra i componenti -giovani e meno giovani, jazzisti e prog rocker- funziona alla meraviglia, e sono testimone del risultato da palco, un luogo in cui è impossibile usare la maschera o cambiare identità.
Il lungo brano a seguire, darà un’immagine migliore delle mie parole.
Propongo per ultimo un aspetto tradizionalmente fondamentale, l’artwork, cioè un elemento costituente dell’intero lavoro: lascio a De Rossi la spiegazione del disegno realizzato da Daniela Ventrone, una fantastica immagine ispirata proprio da Il Pozzo dei Giganti. Non oso pensare lo splendore del vinile!
Un grande e inaspettato ritorno, una produzione emozionante, un disco che è un vero peccato immaginare per la nicchia… ma non è detto che sarà così!

Fotografia di Enrico Rolandi

L’INTERVISTA

Vorrei partire dall’ultimo atto, quello che ci ha dato la possibilità di scambiare qualche parola sul palco del FIM: che giudizio date dell’esperienza e del vostro primo atto live?

Carlo Bordini- Un giudizio molto positivo, è stata per noi una grande emozione il fatto di poter presentare al FIM un lavoro originale al quale ci siamo dedicati con entusiasmo. Anche il pezzo dal vecchio disco col quale abbiamo chiuso il concerto è stato eseguito dal vivo per la prima volta in assoluto in quell'occasione.

Nell’occasione è stato presentato il vostro album, “il Pozzo dei Giganti”, che celebra il ritorno sulla scena musicale dei Cherry Five dopo quarant’anni: cosa vi ha spinto verso questo progetto?

Carlo Bordini- Il progetto nasce originariamente dal mio incontro con Gianluca De Rossi con il quale volevamo far rivivere il clima di Rustichelli e Bordini. Strada facendo mi sono reso conto che dal punto di vista compositivo il progetto mi stava stretto e quando la Black Widow Records ci ha proposto di riprendere il discorso dei Cherry Five ho pensato di sfruttare quel nucleo iniziale come primo passo del nuovo progetto.

Mi raccontate il contenuto dell’album… il messaggio e la proposta prettamente musicale?

Gianluca De Rossi- L’album è chiaramente ispirato ad alcuni episodi della Divina Commedia di Dante, uno per cantica: “Il Pozzo dei Giganti” (che poi ha dato il titolo all’intero lavoro) dal canto XXXI dell’Inferno, dove Dante e Virgilio incontrano i terribili Giganti incastonati dalla cintola in giù in un pozzo posto tra l’8° e il 9° cerchio, in cui i due poeti vengono delicatamente adagiati dal Gigante Anteo, “Manfredi” dal Canto III del Purgatorio, in cui il discendente dell’Imperatore Federico Barbarossa appare come un padre pentito, premuroso e desideroso di riallacciare il legame perduto con la figlia Costanza e prega Dante di fare da tramite, e infine “Dentro la cerchia antica”, dal Canto XV del Paradiso, dove la Firenze antica viene vagheggiata come città pudica e onesta in contrapposizione con quella vile e corrotta contemporanea all’autore, molto simile alla società italiana di oggi. Il messaggio quindi è che le tematiche dell’opera dantesca non sono relegate all’epoca in cui venne scritta, ma sono temi universali ancora attuali. La musica è il rock progressivo sinfonico degli anni ’70, con tanto di strumentazione vintage, soprattutto per quanto riguarda le tastiere (Hammond, Mellotron, Minimoog etc), cui si sono naturalmente innestate altre influenze, quali il rock, il jazz, la musica italiana, che sono parte del DNA musicale di tutti i componenti del gruppo.

Posseggo una delle copie numerate realizzate per il FIM… non so se è la versione definitiva, ma il poster interno è grandioso: come è nato l’artwork?

Gianluca De Rossi- No, non lo è, è una tiratura limitata di 100 copie stampate appositamente per il FIM, ma l’immagine del poster è praticamente quella che sarà la copertina definitiva disegnata dalla pittrice Daniela Ventrone appositamente per noi. Non si tratta di una semplice illustrazione, ma è la sua personale visione del “Pozzo dei Giganti”, intitolata: “Sedotti dalla Superbia”; infatti, accanto ai Giganti incastonati nella terra, appare una figura femminile demoniaca, la “Superbia” appunto, mentre le due piccole figure sul retro, che si muovono nel roccioso paesaggio infernale, sono proprio Dante e Virgilio.

E’ prevista l’uscita anche in vinile?

Gianluca De Rossi- Sì, certo, è sempre stata questa l’intenzione della Black Widow.

Come funziona la fusione tra i membri “fondatori” e i “nuovi”?

Pino Sallusti- Tra i vecchi e nuovi membri della band c’è molta sintonia ed armonia, ognuno cerca sempre di dare il massimo in ogni aspetto del progetto, che ormai ciascuno di noi sente suo, e questo si ripercuote in maniera significativa sulla musica. Non c'è, a mio parere, solo tecnica, ma soprattutto anima in quello che facciamo e credo che la cosa si senta.

Quali sono le più grandi differenze nel proporre la vostra musica oggi, rispetto a qualche lustro fa?

Carlo Bordini- Dopo quarant'anni le esperienze artistiche accumulate cambiano il modo di interpretare e di intendere la musica. Questo album nasce da un gruppo nuovo che si è formato intorno a Toni Tartarini e a me, dove ognuno porta qualcosa di sé creando nel complesso una grande armonia. Non volevamo copiare quegli anni irripetibili ma coniugare le sonorità prog di allora con elementi diversi provenienti dalle nostre storie musicali.

Come ho già raccontato pubblicamente, una persona che ha ascoltato il vostro album mi ha confessato di essersi emozionato, arrivando quasi alle lacrime: è questo lo scopo più alto della musica?

Pino Sallusti- La musica deve emozionare, il suo scopo, come quello di ogni forma artistica, è quello di entrare in profondità nell'anima di chi ne fruisce. Deve prenderti e portarti in alto, farti vedere le cose che ti circondano da altre prospettive, farti ridere, piangere, amare, entusiasmare. Chi riesce a regalare un'emozione a qualcuno fa musica, altrimenti sta facendo un'altra cosa.

Come raccontereste la vostra proposta a chi non ha mai avuto la possibilità di ascoltarvi?

Antonio Tartarini- La sintesi di un viaggio durato 40 anni attraverso la musica vissuta da cinque individualità provenienti da mondi e da epoche differenti. L'ispirazione alla Divina Commedia di Dante ha portato in questa "sintesi" momenti di forte emozione

E adesso… che cosa possiamo aspettarci dai Cherry Five?

 Antonio Tartarini- Tanta Musica dal vivo!



Line up
Tony Tartarini-voce
Carlo Bordini-batteria e percussioni
Pino Sallusti-basso elettrico ed acustico
Ludovico Piccinini-chitarre
Gianluca De Rossi-Hammond C3, Mellotron M400, Honer Clavinet D6, Fender Rhodes MK II, Yamaha CP 330, Roland JX8P

Track List
1.Il Pozzo dei Giganti - Inferno XXXI (24’53)
2.Manfredi - Purgatorio III  (16’21)
a)     La forza del guerriero
b)     Il tempo del destino
c)      Terra rossa
d)     Un mondo tra noi due
3.Dentro la Cerchia Antica - Paradiso XVI (8’41)

Crediti
Registrato e missato allo Studiosette di Roma, tra Marzo e Aprile 2015
Ingegnere del suono Alessandro Cavallo assistito da Federico Nespola
Diaegno di copertina di Daniela Ventrone (“Sedotti dalla Superbia”)
Fotografie di Fausto Ercoli, Alessandro Cerrai e Luca Blantamura