lunedì 30 marzo 2015

Delaney e Bonnie


Leggendo l'autobiografia di Eric Clapton, che oggi compie 70 anni, emerge l'enorme importanza che Delaney e Bonnie hanno avuto nella vita del chitarrista, tanto che Eric attribuisce a loro "la colpa" del fallimento del supergruppo dei Blindfaith.
Ecco alcuni passaggi del libro, che fanno emergere il senso di frustrazione di Clapton, che confronta la qualità della musica di Delaney e Bonnie con la "perfetta freddezza" del suo gruppo, fatto da singoli non amalgamati:

"Per me, andare sul palco dopo Delaney a Bonnie era molto duro, perchè pensavo che fossero parecchio più bravi di noi."; "... il loro approccio musicale era contagioso. Tiravano fuori le chitarre sul bus e suonavano per tutto il viaggio, mentre noi tendevamo a isolarci di più... cominciai a viaggiare e suonare con loro, e io ne ero irresistibilmente attratto, anche se sapevo che questo avrebbe distrutto la band nella quale avevamo riposto tanta ‘fiducia cieca’.... se Delanie e Bonnie non avessero mai suonato ai nostri concerti, forse i Blind Faith sarebbero sopravvissuti, ma la tentazione rappresentata da Delanye era irresitibile...".

Le note trovate su wikipedia, inserite da chissà quale "critico" musicale, fornisco un'immagine diversa:

Delaney e Bonnie, marito e moglie, godono di una fama ben superiore al loro reale valore. Le loro canzoni, classificabili all'interno del genere "Southrn Rock" anni '70, risultano in realtà una combinazione di gospel, country, funk e soul. Sono più che altro celebri per le prestigiose collaborazioni che rendono i loro dischi piccoli gioielli di un R'n'B ben costruito: fra le tante, vanno senz'altro ricordate quelle di Eric Clapton, Leon Russell, Dave Mason, George Harrison e Duane Allman. La voce di Bonnie ricorda molto quella di Janis Joplin e lo stesso Delaney può vantare precedenti collaborazioni di rilievo, fra cui si segnala quella col celebre bluesman dell'Oklahoma J.J. Cale. Ingaggiati come gruppo spalla dei Blind Faith di Eric Clapton e Steve Winwood per l'infruttuosa tournée americana del 1969, si trasferiscono in Inghilterra per la realizzazione di "On Tour", il loro album più famoso.

Qualunque sia la verità le parole di Clapton, scritte a distanza di anni regalano un'immagine precisa, che lascia poco spazio all'immaginazione.

domenica 29 marzo 2015

Il ritorno di John Falko


Il 7 Maggio il Teatro Govi di Genova sarà testimone di un nuovo evento rock, organizzato con la collaborazione di MA1TV/ROCK UP.
La locandina svela il protagonista principale, John Falko, e i musicisti che calcheranno il palco nel corso della serata.
Per chi non avesse le idee chiare sulla storia di Falko, propongo una succinta biografia, ma la motivazione dell’evento assume sapore particolare che emerge nel corso della lunga intervista realizzata da Carlo Barbero e che propongo a seguire.
Da circa un anno il musicista è lontano dalle scene musicali “attive”, per effetto di seri problemi di salute che sono stati affrontati con coraggio e determinazione, caratteristiche che spesso vengono a mancare quando ci si trova a combattere contro qualcosa di sconosciuto, a cui non si sa come trovare contromisure, e che necessita la messa in moto di reazioni supplementari, mai prese in considerazione sino a quel momento.
Da quanto emerge dal video, gli antidoti avviati da Falko appaiono importanti quanto una medicina, e potrebbe essere proprio la musica l’elemento decisivo per il raggiungimento dell’obiettivo principale, quello che riguarda la vita.
Da sempre ritengo che gli artisti, in senso generale, non siano pienamente consci del loro potere, della loro possibilità curativa, magari temporanea, in grado di dare profondo sollievo a chi li segue; in questo caso i suoni e le parole possono essere un boomerang, che ritorna al punto di partenza sotto forma di benessere puro e stimolo verso la positività.
Per scoprire tutto ciò, per verificare gli aspetti demiurgici che possono calare su un gruppo di persone in piena comunione -pubblico e musicisti- non resta che partecipare al concerto del 7 Maggio, per verificare di persona cosa può accadere quando nasce la giusta alchimia musicale.


Bio…

John Falko è un eclettico artista Torinese residente a Genova in attività da 30 anni, periodo in cui si è cimentato in parecchie attività musicali, teatrali, cinematografiche ed organizzative presso società di creazione e gestione di eventi.
Inizia come musicista nel 1984 suonando la batteria fino ad approdare al gruppo Lythium nel 1995 ( Il gruppo che vinse il premio della critica nel 2001 al festival di San Remo) abbandonatolo nel 1998 si dedica ad attività di turnista toccando vari generi musicali con svariati gruppi tenendo una media di 180 serate all’anno. Nel 2006 dopo un anno di scuola di lirica incide il suo primo demo da solista di genere Celtic Dark nel 2014 dopo svariate autoproduzioni di vari generi musicali ispirati sempre da correnti britanniche esce un album stavolta di Rock italiano edito da Riserva Sonora Record. Nel 2013 partecipa nel contempo come ospite a varie manifestazioni come Red Music Festival,ad alcune edizioni liguri del 1° Maggio, Fiera Internazionale della musica, No al mare di cemento, Zombie Rock Festival, Rock Targato Italia etc. Attualmente il cd “Spara al tuo nemico” è distribuito nei principali webstore quali Amazon, Last Fm Spotify, Itunes, Digital Believe nei negozi di dischi come supporto fisico, il singolo è in programmazione in alcune radio (Nostalgia, We Want Radio etc.). Contemporaneamente all'attività musicale inizia nel 1996 con l’amico Lucio Basadonne (protagonista dell’ormai popolare Unlearning) per contribuire ad un suo cortometraggio di produzione Genovese, da quell’esperienza ne seguono un lungometraggio indipendente intitolato "Il pianto della pellicola" capitanato dai registi Marco e Riccardo di Gerlando ed alcuni corti, compreso Il grande ballo (spot Cgil) Favola di un cinema, sequiel de Il pianto della pellicola fino al mediometraggio del 2008 ispirato da uno scritto di Tiziano Sclavi intitolato Taxi. L'opera fu vincitrice di 18 premi Nazionali e 2 Internazionali. John Falko ebbe la parte di coprotagonista insieme all’attore torinese Anselmo Nicolino. Uscito da quell' esperienza molto impegnativa dove dovette perdere 25 Kg per la parte del giornalista dell' incubo si dedica ad alcune piccole piece teatrali con compagnie di teatro amatoriali formata da alcuni amici per poi concentrarsi sulla propria attività principale di musicista.




sabato 28 marzo 2015

Lo start de L'Equipe du Pentagram: una serata indimenticabile


E all’improvviso prendi coscienza che la serata assume il sapore del momento incancellabile…

Con questa chiosa si riassume l’evento organizzato da OverJoy, guidato da Eddy Juliani, avente come obiettivo il battesimo di un nuovo progetto, L’Equipe du Pentagram, una sorta di Factory, un centro culturale multidirezionale che, nelle linee guida, prende spunto dalle gesta di altri, come è lo stesso Eddy a raccontare.
Enorme pubblico a Il Veliero di Genova, circa 250 persone che hanno cenato in attesa della succosa parte musicale.
Un canovaccio da seguire, basato sul binomio Marco Zoccheddu e Roberto Tiranti, ma col passare dei minuti è sorta spontanea una jam d’altri tempi, con protagonisti come Aldo De Scalzi, Mauro Culotta e… sorpresona, Nico di Palo.
Nico è presente per caso, come lui racconta, ma ad un certo punto sente il forte richiamo della musica, e mentre Bruno Parodi -altro pilastro di OverJoy- si cimenta in “Una miniera”, la voce dei primi New Trolls si aggrega, timidamente, e resterà anche per la successiva “Quella carezza della sera”.
Inutile sottolineare come l’atmosfera festosa, coinvolgente, da fine settimana, per un attimo diventi qualcosa di tremendamente serio, dove le storie di amicizia e musica si mischiano, e in un breve lasso temporale nasce lo spazio per lo scorrere del film di una vita.
Non conta la perfezione, la nota sbagliata, il falsetto da rivedere… tutto sembra funzionare, e i presenti apprezzano, applaudono, si alzano per un lungo applauso.
E questo è lo spirito che hanno in testa Eddy e i suoi compagni di viaggio.
Al di là dei significati importanti, che cerco sempre di scovare in ogni manifestazione del quotidiano, evidenzio la forte personalità -inutile incensarli musicalmente- del duo Zoc/Desca- veri motori delle serate a cui partecipano, le qualità del “giovane” Tiranti, nell’occasione propositore, anche, di un paio di brani del suo nuovo album, e le skills di Mauro Culotta, anche lui coinvolto senza apparente preavviso.
Genova, capitale della musica, appare viva, anche se i suoi più importanti protagonisti dimostrano sempre forte senso critico, raccontando il disagio oggettivo.
Aggrappiamoci allora a persone come Eddy Juliani, che continuano a credere che le cosa possano trovare un positivo punto di svolta, cosa possibile quando alle parole fanno seguito le azioni.
Il piccolo frammento video a seguire è precario, viste le condizioni in cui è stato girato, ma penso possa rilasciare il profumo di una serata da ricordare.




martedì 24 marzo 2015

ReaGente 6-"LIVE!


ReaGente 6 propone un album live, registrato nell’Ottobre del 2013 alla Casa del Jazz, a Roma. Titolo appropriato… Live!.
Fabio Di Biagio è il leader di un progetto ad ampio respiro, che prevede coinvolgimenti dai nomi altisonanti, come il chitarrista Amit Chatterjee, a lungo compagno di viaggio di Joe Zawinul, e David Jackson, il mitico fiatista dei Van der Graaf Generator, sempre a suo agio sui palchi italiani, felice di interagire con artisti locali.
L’ascolto del disco, e la lettura delle note disponibili, rilasciano un messaggio pesante, attuale, e come da sempre accade la musica -senza distinzione tra sonorità e liriche- si propone come mezzo efficace e utile per rappresentare concetti che sono alla base del comune vivere e di uno sviluppo sereno e intelligente della nostra civiltà, capace di afferrare al volo le evoluzioni e i cambiamenti in atto.
Utilizzo alcune strofe del brano “Black Swan’s Dance” per sintetizzare le idee e i concetti che sono alla base del team di ReaGente 6: “ La diversità è una grande ricchezza, la diversità aiuta ad allargare gli orizzonti della gente, la diversità ti fa sentire vivo e bisogna essere sempre orgogliosi della propria differenza”.
Nella realtà esistono macigni  da rimuovere per chi ha testa pensante, e iceberg da sciogliere per chi ha la sensibilità per riflettere… e che siano sempre di più gli esseri umani in grado di farlo!
La musica proposta è la logica conseguenza: otto tracce che guidano l’ascoltatore per circa settantotto minuti, singoli periodi lunghi che sono il frutto della libertà tipica della fase live, soprattutto se uno degli argomenti  in gioco è la libertà, in questo caso di tipo espressivo.
Sul palco trova posto una squadra multi etnica, dove ai due già citati - Chatterjee indiano e Jackson inglese- si aggiungono gli italiani -Di Biagio, Anselmi, Mazzenga, Chiantese e Fortuna-,  il libico Alì Mhagag e il tunisino Marwan Samer.
Parte “Piattabanda” e inizia un viaggio che non conosce ne barriere ne confini, dove le culture si miscelano e gli spazi si accorciano, una nave da crociera -immagine davvero attuale- che attracca in mille porti differenti, e ad ogni sosta si lascia andare, immergendosi in acque dal colore cangiante, contaminando ma, soprattutto, lasciandosi contaminare, perché non c’è niente e nessuno da colonizzare, ma risulta urgente e naturale l’opera di integrazione. E’ una musica che non ha schemi ed etichette, dove il jazz si miscela al funk, dove i ritmi si trasformano in odori, e le melodie in colori variopinti.
La tecnica e il talento degli artisti in gioco è sopraffina, ma è questo il caso lampante in cui il tutto è maggiore della somma delle parti, perché ciò che emerge è un’immagine globale fatta di gioia e serenità, e in questa picture viene naturale inserire anche il pubblico presente, che non si può immaginare passivo e concentrato, ma piuttosto una parte dello spettacolo stesso.
Una piccola nota relativa al mio amico Jackson, che continua a stupirmi, non tanto per le sue riconosciute skills, ma per la capacità di mettersi sempre -e umilmente- al servizio della musica, riuscendo a dare caratterizzazione musicale qualunque sia il genere che lo vede protagonista, e anche in questo caso, i suoi passaggi contribuisco ad impreziosire un album davvero importante. E poi lui è particolarmente adatto al topic, perché da tutta la vita si adopera per far sì che la diversità diventi una risorsa da cui ripartire.
Grande valore ricoprono solitamente le immagini e la linea grafica, e spesso la cover, primo elemento di un disco con cui si entra in contatto, racconta e anticipa ciò che sarà il focus; in questo caso la continuità è marcata, tanto che la mera -ma attenta- osservazione diventa lo start di un contenitore musicale che già si avverte nell’aria: magia dell’art work!




Voto alto per questo LIVE! e per ReaGente 6, una band da ascoltare e da vedere, possibilmente da una posizione privilegiata, quella che solo nel corso di un concerto si può assumere.


LINE‐UP
Fabio Di Biagio‐keyboards
Esharef Alì Mhagag‐vocals
Giacomo Anselmi‐guitar
Marwan Samer‐oud, vocals
Mario Mazzenga‐bass
Daniele Chiantese‐drums
Ivano Indralal Fortuna‐percussion
Special guest: Amit Chatterjee and David Jackson



lunedì 23 marzo 2015

Glad Tree-"Onda Luminosa"


Esordio discografico per i Glad Tree, progetto che nasce da un’idea di Marcello Capra a seguito di un incontro fortunato con musicisti che posseggono evidentemente qualcosa in più della mera qualità musicale, dal momento che inducono Capra, dopo anni di proposizione musicale solitaria, a optare per un cambiamento, una situazione in team, che immagino sia di piena soddisfazione per il chitarrista torinese.
Vorrei partire da un’immagine -nella speranza di non cadere nella retorica- che mi pare vincente in questi giorni in cui il mondo è in pieno subbuglio sociale.


La cover, realizzata da Lanfranco Costanza, propone un albero dai tre colori che, mescolati, come si apprende sin dagli esercizi fanciulleschi, danno origine a vere sorprese cromatiche; tutto ciò rappresenta il simbolo dell'incontro delle culture -razze e religioni- che di questi tempi interagiscono sempre di più, dando luogo a nuove entità umane che sono la risulta di quelle tradizionali, e che ci piacerebbe tanto fornissero dimostrazione di civiltà, intelligenza e capacità di convivenza. L’Onda Luminosa dei Glad Tree -ecco il titolo del disco- emerge dal grigiore quotidiano e fornisce un esempio positivo e, allo stesso tempo, un simbolo di speranza.
Nove brani, cinquanta minuti di musica che vedono come protagonisti il già citato Marcello Capra -pluridecorato chitarrista, protagonista della semina prog a cavallo tra anni ’60 e ’70-, il flautista classico -ma con passato in ambiente prog- Lanfranco Costanza, e il percussionista/cantante indiano Kamod Raj Palampuri.
L’album è figlio del risultato delle performance live, con la presa di coscienza che la miscela funziona, sia per chi propone che per l’audience, che generalmente si dimostra attiva, e tutto ciò ha un preciso significato.
Da qui la volontà di registrare quasi totalmente in presa diretta, una sorta di live in studio di cui ormai usufruiscono in molti, cioè chi è alla ricerca della ri-creazione di momenti magici che sono attimi terapeutici di cui è giusto beneficiare.
La base è rappresentata da antichi brani di Marcello, rielaborati, rivisitati, con buona dose di libertà e improvvisazione, una sorta di canovaccio da cui partire per privilegiare l’elemento creativo.
Le caratteristiche dei musicisti e la differenza di provenienza generano brani che rispettano un copione multietnico, dove la specifica tecnica di Capra si sposa alla classicità contaminata di Costanza e al ritmo colorato  di Raj Palampuri, in grado di realizzare disegni melodici che, come dice Costanza, un normale batterista potrebbe non afferrare.
E’ un viaggio in giro per il mondo quello che i Glad Tree ci regalano, un percorso che ci spinge a visitare luoghi diversi tra loro, lasciando lo spazio per l’interattività, perché attraverso la nostra mente, sollecitata da suoni magici, nessun percorso ci può essere vietato.
Difficile disegnare il genere musicale dei Glad Tree, perché non si può definire correttamente un piatto in cui gli ingredienti musicali sono estremamente vari, dove non esistono limiti tra rock, folk, classico e tradizione popolare.
Nonostante queste peculiarità e diversità, l’album è adatto ad un pubblico trasversale, e se può essere complicato afferrare alcuni risvolti tecnici, il lasciarsi andare liberamente all’ascolto risulterà alla fine una bella sorpresa che si potrebbe sintetizzare in “gioia da ascolto”.
Il video a seguire è rappresentativo dell’intero album.


GLAD TREE:
Marcello Capra (chitarra)
Lanfranco Costanza (flauti e armonica)
Kamod Raj Palampuri (tabla, canto indiano e sufi)

Info:
Glad Tree:


sabato 21 marzo 2015

Il compleanno di Giorgio "Fico" Piazza


Il primo giorno di primavera di un pò di anni fa nasceva Giorgio “Fico” Piazza, bassista originale dei QUELLI -sfociati successivamente nella P.F.M.-, musicista protagonista di album seminali del prog italiano, ma della musica in genere, vista la sua presenza assidua in fase di registrazione di pezzi di storia della musica italiana, repertorio di Battisti in primis.
Due anni prima di lui, ma nello stesso esatto giorno, nasceva Franco Mussida, altro P.F.M. D.O.C., che ha appena annunciato l’abbandono dalla band. Giorno fortunato il 21!
Per la settantesima volta Fico festeggia, e mentre sono immerso nell’atmosfera serena della sua casa, nei pressi di Lodi, nascono spontanei un paio di pensieri.
Il primo riguarda la freschezza dell’uomo che ho di fronte, pieno di energia e con progetti importanti da perseguire, e nasce spontaneo il paragone con i pari età della mia adolescenza, uomini sfiniti da fatiche e mancanza di percorsi alternativi, ed è possibile che, oltre al miglioramento generale legato al cambiamento delle condizioni di vita, sia proprio la musica l’elemento che fornisce energia supplementare, quella musica che Giorgio ha apparentemente abbandonato per lustri, per poi tornare da LEI al primo serio richiamo.
La seconda considerazione mi riguarda invece personalmente, e ritorno ai giorni in cui Piazza era per me un inarrivabile artista che potevo seguire solo sui giornali specializzati o vedere e ascoltare sui vinili, o in occasione live, ed ora ero a casa sua per partecipare ad un evento significativo. Il mondo è cambiato!
Tutto è nato da un’idea della figlia Annalisa, che ha pensato alla sorpresa, certamente adatta alla portata dell’occasione. Anche alla “colonna savonese” viene chiesta la partecipazione, per effetto di un’amicizia sviluppata sui canali della musica, in particolare con la prog band Il Cerchio d’Oro, con cui Giorgio è tornato a registrare un album dopo moltissimi anni.
La cascina della famiglia Piazza -e di quella di Annalisa- non è dietro l’angolo, ma una volta arrivati si ha la sensazione di essere in un luogo in cui si possa realmente trovare serenità ed elevata qualità di vita.
Tanti gli invitati, tra familiari e musicisti, e il festeggiato, colpito dalla sorpresa, è apparso davvero soddisfatto.
Ecco uno stralcio del suo pensiero a metà serata:


Ma un momento del genere non poteva che finire in musica, seppure improvvisata.
E’ presente un altro membro dei QUELLI, Pino Favaloro, che ritrova la gioia di cantare brani dei Beatles assieme ai Gemelli Terribile - Gino e Giuseppe- del già citato Cerchio d’Oro, e poi Franco Piccolini, anch’esso della band, Rosario De Cola, Franco Malgioglio, Gigi Colombo, Pino Perna.
Si inventa un repertorio, tra PFM, QUELLI, Beatles, Battisti, Deep Purple, e per un paio d’ore l'orologio arretra le sue lancette, attraverso l’opera di giovani -pochi- e meno giovani -la maggioranza- ma l’età anagrafica diventa un mero elemento statistico.
Qualche esempio…


Una bella serata nel nome dell'allegria, per Fico, certo, ma anche per tutti noi, nell’occasione presenti privilegiati.
Il tutto è accaduto il 20, un giorno prima del compleanno, ma un giorno dopo la festa del papà, e “Papà Giorgio” non può che essere soddisfatto di chi ha pensato ad organizzargli una simile festa!

giovedì 19 marzo 2015

Viola Nocenzi-"Perchè"


Quella che racconto oggi è una bella storia che sa di pura passione musicale.
Cercherò di sintetizzarla e preparare l’ascolto.
Un paio di anni fa è stato rilasciato il contenitore “Cosa resterà di me”, immagini, storie, racconto e brani musicali inediti.
Dieci pictures utilizzate per scatenare la fantasia e l’ispirazione di musicisti e non solo.
La prima fotografia, quella che diede origine al progetto, era di “proprietà” di Pino Pintabona, della BWR, e successivamente sarebbe diventata la copertina di un album prog.


Lo scritto e la musica diventarono quindi, in modo naturale, “La donna di Pino”, anche se il pezzo strumentale, di Corrado Rossi, aveva come titolo “The Outer Me”.
E per chi non conoscesse la storia del pluridecorato Corrado ecco un po’ di sua biografia:


A distanza di pochi giorni dall’uscita del libro ricevo una telefonata di Max Pacini, coautore, che con una certa emozione mi racconta che il “piano strumentale” di Rossi gli aveva ispirato una lirica, sollecitata da alcuni accadimenti personali.
Catturiamo il tutto in auto, col cellulare -è lui che canta- e successivamente proviamo una registrazione più seria, nel mio box, con l’aiuto di Franco Piccolini.
Max non è un professionista, ma disegna in modo chiaro la sua idea, senza sbavature e buona intonazione.
L’idea a seguire è quella di proporre il tutto ad artista in grado da dare una reale veste professionale, per il solo gusto di vedere se le cose stanno davvero bene assieme, per mettersi alla prova in qualcosa di nuovo, certi del valore dei due singoli ingredienti.
Dopo un paio di tentativi e promesse non mantenute, l’apparente follia veniva messa nel dimenticatoio, e lì sarebbe probabilmente rimasta se non avessi, in questi giorni, casualmente dato lo start al brano, rimasto nel telefono sin dal giorno della prima prova: l'aver dimenticato a casa gli occhiali mi ha spinto a pigiare un tasto qualsiasi, forse un segno del destino.
La bellezza della melodia abbinata ad un testo toccante mi ha portato ad osare, per chiedere ad una recente amicizia -una straordinaria artista- se avesse voglia di provarci.
Lei è Viola Nocenzi, e proprio in questi giorni è al rush finale che la porterà alla realizzazione di un album, e quindi sufficientemente impegnata nel suo lavoro, eppure… dopo spiegazione e invio del materiale Viola si è prodigata nell’ascolto e proposizione personale, e nello spazio di un giorno mi ha rimandato il tutto, interpretato con molto trasporto, con arrangiamenti ad hoc  -e qui devo ringraziare le persone che lavorano con lei, davvero gentili- e con una tecnica di produzione che non conoscevo, definita “ binaurale”, ovvero una registrazione tridimensionale del suono, ottimizzata per l’ascolto in cuffia, “riproducendo il più fedelmente possibile le percezioni acustiche di un ascoltatore situato nell'ambiente originario di ripresa dell'evento sonoro, mantenendone le caratteristiche direzionali a 360° sferici”.
Il nuovo album di Viola Nocenzi nascerà con queste caratteristiche.
Il risultato è valutabile a seguire (meglio se in cuffia!), e ancora una volta la qualità emerge dal lavoro di squadra e dal consolidamento di rapporti umani di valore.
Un ringraziamento speciale a Viola Nocenzi, perché il suo grande e rapido impegno è stato dedicato ad una musica non sua -fatto per lei inusuale-, percorrendo un genere musicale che non le appartiene. Eppure il risultato è obiettivamente straordinario, e sottolineo che anche un rockettaro come me può rimanere incantato da una melodia e dal modo di proporla.
Ascoltare per credere!

mercoledì 18 marzo 2015

Il momento perfetto del ZAT trio



Un tempo era cosa comune nutrirsi di jam, per scaldarsi, per terminare una sessione di prove, pera “agitare”un pubblico in attesa della creazione spontanea e della dimostrazione di virtuosismo.
Difficile riproporre oggi queste situazione sui palchi rock, ma nel privato resta un fantastico modo per divertirsi, e magari far nascere nuove sonorità e inventare brani da ingabbiare in contenuti più idonei.
Giorgio Cessare Neri ha mantenuto questa predisposizione, e ricordo che la prima volta che lo incontrai, nel suo spazio musicale nella Genova dei vicoli, coinvolse anche me, che ero di passaggio.
Ma ciò che è successo alcuni giorni fa è da annoverarsi tra i momenti magici che ogni tanto capitano nella vita, quegli attimi in cui sembra di poter entrare in contatto e piena sintonia con qualcosa, con qualcuno, entità reali o immaginarie che a posteriori si considera come ispiratrici di un atto forse irripetibile.
Nel giorno in cui Daevid Allen ci ha lasciato, tre musicisti, non ancora al corrente dell’accaduto, si ritrovano per suonare in totale libertà.
Alla chitarra il già citato Giorgio Neri, alla batteria il suo solito compagno di viaggio Alessio Panni e al basso Luciano Susto.
Ne nasce un brano di quasi dodici minuti, che riesce a catturare lo spirito del folletto australiano, un viaggio psichedelico che porta in giro nel tempo e nei luoghi dove nacque il Pianeta GONG, con protagonista assoluto il geniale Daevid.
Questa è la musica che ama Neri, non tutta comprimibile in un album se si guarda agli aspetti commerciali, ma certamente eredità di tempi in cui anche la libertà espressiva era proponibile su vinile, ed è forse questa la strada che Giorgio Neri e friends potrebbero percorrere parallelamente a quelle standard, perché se questo è il risultato vale la pena insistere.
Ma con quali parole si potrebbe sintetizzare la magica jam che sto per proporre?

Questa è una jam…
nata nello stesso giorno in cui Daevid Allen è passato ad altra vita,
e ci piace pensare che sia passato a salutarci, per ringraziarci e preparare per noi un posto sul ... Pianeta GONG

ZAT trio




martedì 17 marzo 2015

UKIYOE-Mondi Fluttuanti/Quickworks & Deadworks, di Nichelodeon (Claudio Milano) e Francesco Paolo Paladino

Claudio e Davide

Ogni volta che mi trovo a commentare le proposte di Claudio Milano (Nichelodeon), so già che il percorso da affrontare non consisterà solo nel mero ascolto, ma sarà richiesto qualcosa in più. Quando poi le teste pensanti sono due, e la seconda è un tal… Francesco Paolo Paladino, un po’ di preoccupazione sorge spontanea.
Milano, vocalist “estremo”, scrittore, artista e musicista completo, mi sorprende sempre per talento e capacità creativa, anche se spesso capto la sua difficoltà nel far comprendere il suo spirito libero e la sua attitudine all’innovazione, all’alternativa rispetto allo standard che ci viene proposto quotidianamente.
Paladino è, anche, un genio della macchina da presa, un regista all’avanguardia, e i suoi movie, pluripremiati, hanno significati non sempre limpidi, e spingono a mettersi in discussione, a riflettere, senza avere il tutto servito su di un piatto d’argento.
Ciò che hanno realizzato in questa occasione è un concept multimediale che prevede un ricco contenitore: un cortometraggio di Francesco Paladino -“Quickworks & Deadworks”-, un CD musicale di Nichelodeon/Insonar -UKIYOE-Mondi Fluttuanti- e il video clip di Claudio MilanoTutti i liquidi di Davide”. All’interno ricco booklet e illustrazioni (di Milano).
La ricostruzione oggettiva dell’intera opera emerge chiaramente dalle parole a seguire dei due “creatori”, che entrano nel dettaglio, trasformando il loro commento in didascalia vera e propria.
La cronologia della sequenza evidenzia la nascita del film, a cui segue il commento musicale.
Mentre riascoltavo e rivedevo il tutto, a pochi giorni dalla morte di Daevid Allen, dipartita che mi ha coinvolto emotivamente, mi è venuto spontaneo il parallelo tra mondi -quello di cui sto scrivendo e quello di Radio Gnome- a cui provo a trovare un comune denominatore: la pazzia creativa, il superamento della tradizione, una certa rigorosità di metodo inserita nella libertà espressiva, e la genialità della soluzione finale.
Il canovaccio su cui si muovono i protagonisti tratta il tema dei fluidi, acqua, ma non solo,  e i termini tecnici marini "Quicworks" e "Deathworks" -ciò che emerge sempre dell'imbarcazione e quello che non spunta mai- diventano forte metafora, il simbolo delle incomprensioni che caratterizzano le nostre vite, aspetti che da chiari diventano scuri, sentimenti che rimangono sommersi per una vita, a cui basterebbe poco per trovare luce naturale. Punti di vista differenti e avvelenamenti continui che necessiterebbero soltanto di un po’ di trasparenza.
Anche “Tutti i liquidi di Davide” utilizza il pretesto dell’elemento materiale per spaziare su un macro concetto, quello che descrive la necessità di assoluto amore, in ogni sua forma, come dice Claudio “… contro ogni razzismo e pregiudizio…”, e così la storia d’amore tra un uomo e il suo palloncino Davide diventa la sintesi dell’impegno quotidiano dell’autore, un valore assoluto che richiama ad una condivisione selvaggia.
UKIYOE è un album più breve rispetto alle “quantità” a cui ci ha abituato Milano, ma il risultato della sua squadra al lavoro è davvero notevole. Per certi versi più accessibile rispetto ai lavori precedenti, evidenzia ancora le incredibili doti vocali dell’artista, messe a disposizione del progetto, dove ogni ospite fornisce un completo contributo in fase di composizione e arrangiamento. Tra le liriche si segnalano due passaggi di Rainer Maria Rilke (importante poeta di fine 800) e un estratto dall’Antico Testamento (Ezechiele 29:4-29:5).
Per il resto… occorre lasciarsi andare; sarà forse la premessa a condizionare il feeling da ascolto, ma il senso del “liquido” è qualcosa di presente nell’aria, capace di colpire non solo l’udito, ma tutti i sensi, e diventa impossibile separare i singoli pezzi proposti (musica, parole e aspetti video), che rappresentano, nella forma e nella sostanza, anelli indissolubili.

Ma leggiamo le parole di Claudio Milano e Francesco Paladino.


L’INTERVISTA a Claudio Milano


Quale dei tuoi tanti percorsi paralleli ti ha portato verso UKIYOE?

L'amor proprio. Ero in ospedale e ho ricevuto una chiamata di Francesco Paolo Paladino che mi ha proposto un concept multimediale con spese di stampa a suo carico. In prima battuta ho rifiutato, avevo annunciato, non senza convinzione, di voler fare solo concerti dopo il box del 2013 con Bath Salts e L'Enfant et le Ménure. Di concerti non ce ne sono stati, tranne un paio di esibizioni di livello da turnista, e qualche sfuocato abbozzo del mio repertorio, con formazioni provvisorie, più una valanga di esibizioni a cappella in chiave di performance, alcune bellissime, altre tali da portare a vere e proprie “insurrezioni” del pubblico. Le mie condizioni di salute non sono andate migliorando. Ho riflettuto sul fatto che avevo poco lavoro, zero relazioni umane di valore, in seguito al trasferimento obbligato dalla Lombardia alla Puglia e ho deciso di darmi una ragione per svegliarmi al mattino. Non avevo forze per dedicarmi da solo agli arrangiamenti di un progetto che volevo fosse un grande arazzo, un arazzo fatto di caos. Capace di raccontare vita e morte, come in un dormiveglia, tra crudo realismo autobiografico, lettura della realtà che la noia in meridione trasforma in “mito”; osservazione distaccata di tanti omini che altrove si muovono affannandosi inutilmente, “perché tutti si ha da morire” ed è tutto distante, i sogni, gli affetti e il lavoro desiderati, le invenzioni e le guerre. Questa terra vive di misticismo misto a paganesimo volgarissimo, in un minestrone assai gustoso, ma altamente tossico.

Il tema del mare è qualcosa che ti appartiene da sempre o una nuova e sorprendente scoperta?

Sono nato a pochi chilometri dal mare, ma di fatto, la terra è stata l'esperienza che ho interiorizzato di più, complice anche l'aver vissuto in campagna da bambino per qualche anno. Nessuna sorpresa dunque, ma neanche particolare appartenenza, mi è bastato riconnettermi a qualcosa parte di me, ma di fatto UKIYOE parla di acqua più che di mare e in modo ancora più esteso, di fluidi, moti di coscienza che alterano percezioni, rimescolando la nostra concezione di realtà rendendola “impermanenza”. Del resto il titolo stesso del disco fa riferimento a un concetto, quello del ciclo continuo di nascita e di morte a cui i buddisti hinayana cercavano di sottrarsi nel 1600. Tuttora, anche il buddismo mahayana, che non parla di allontanamento dai desideri, ma li considera illuminazione, parla della possibilità del conseguimento di uno stato vitale così elevato dalla pratica meditativa, da staccarsi completamente da un mondo impermanente e superare qualsiasi difficoltà, trasformandola in beneficio. L'impermanenza di fatto rimane, cambia “solo” il modo proprio di affrontarla. Una sorta di “Surfin Maelstrom” (originario titolo del lavoro), in piena decadenza culturale ed economica occidentale e con i popoli a lungo, stupidamente, bistrattati, che presi dalla rabbia cieca sono pronti a farci affondare, ma senza pensare al modo in cui poi tenersi a galla loro. Le meduse dei miei dipinti, sono le nostre coscienze e stanno venendo a prenderci.

Mi racconti come si sviluppa questa volta il tuo lavoro di squadra?

Si è articolato tra networking, istant composing e un articolatissimo lavoro di sound design, prevalentemente in due studi, a più di 1000 km di distanza, uno a Fragagnano (Ta), con Mimmo Frioli dei Karma in Auge e qui è nata la materia, l'altro a Vedano al Lambro (MB), con Paolo Siconolfi e qui la materia ha preso forma definitiva. L'evoluzione del tutto però è andata organizzandosi tra Italia, Belgio (qui vive, la mia sorella elettiva e spirito guida, Erna Franssens aka KasjaNoova, che E' arte) e Germania, in una quantità di studi e home recording studios spaventosa. Un disco prende forma in genere attraverso la registrazione di una sezione ritmica sulla quale incidono tutti gli strumenti e infine la voce, o da un demo con suoni midi a partire del quale ognuno registra in location diverse il proprio contributo. C'è ovviamente anche l'opzione della presa diretta di un intero ensemble. Io, ho proceduto perfettamente al contrario, incidendo per primo le sezioni vocali e scrivendo a mano, o partiture integrali per l'arrangiamento, o bozze di esse per due-tre voci strumentali. Alcuni musicisti hanno avuto un ruolo essenziale e sono stati Stefano Giannotti (OTEME), Vittorio Nistri (Deadburger Factory), Erica Scherl, Fabio Zurlo, Alessandro Seravalle (Garden Wall), Josed Chirudli. Giannotti, Nistri e la Scherl, in particolare, hanno realizzato arrangiamenti integrali per alcuni brani, che in studio sono stati assegnati, assieme al mio, ad un canale specifico. Si è provveduto, in maniera quasi performativa, ad alzare ed abbassare volumi, fino a stabilire presenze, compresenze, assenze, fino ad un mosaico perfettamente cristallizzato che, in particolare nel brano Marinaio e in Ma(r)le, ha trovato la sua massima espressione. Fabio Zurlo è stato responsabile di una virulenta sessione in studio, tra partitura e lunga improvvisazione, per voce e fisarmonica, che ha definito Into the Waves, la sezione centrale della suite conclusiva. L'ultima parte della suite, Mud, è fondata su una composizione elettronica di Seravalle, chiamata originariamente “Il Male”. Josed Chirudli ha lavorato alla definizione dell'ossatura strumentale di Ohi Mà, in compartecipazione diretta in studio con Camillo Pace. L'arrangiamento di Veleno è quasi esclusivamente mio, quello del singolo Tutti i Liquidi di Davide, si è organizzato attorno a voci e synth miei e al violino di Erica Scherl. I Pesci dei tuoi Fiumi è quasi ad esclusivo appannaggio mio e di Vittorio Nistri. Fi(j)ùru d'Acqua si è andata definendo attorno ad una mia partitura, dalla quale Giannotti, in Germania, ha sviluppato un processo compositivo tutto suo, sul quale si è innestato il contributo di Chirudli. Un vero e proprio processo di cesello in continuo work in progress fino alla definizione di una forma conclusiva. Maree, null'altro che maree. C'è il racconto emotivo tipico di NichelOdeon (Tutti i Liquidi di Davide, Veleno, Ohi Mà), la ricerca sonica e vocale spinta agli estremi di InSonar (I Pesci dei tuoi Fiumi, Ma(r)le) e qualcosa che rimane a metà (Marinaio e Fi(j)ùru d'Acqua). Ci sono poi voci assai importanti, quelle di Dalila Kayros, Stefano Luigi Mangia e Laura Catrani, su tutte. Meno presente il contributo di Raoul Moretti, impegnato per un tour mondiale di presentazione del suo elegantissimo Harpscapes, a cui ho preso parte cantando in un brano, Raped Lands. Una cosa però questa volta è emersa, è stato un lavoro assai faticoso, a dispetto dei doppi che hanno costituito il box del 2013, che si sono sviluppati in maniera assai più giocosa, praticamente “perfetta”, come nel caso di Bath Salts. E' stata necessaria una guida fermissima da parte mia per non degenerare e avere una direzione chiara. Paolo Siconolfi ha dovuto organizzare di sana pianta intere partiture, ridisegnandole. Esiste un nostro storico di e-mail notturne che ammonta ad un numero di diverse centinaia. Lui lavorava di notte, io di giorno e fino alle 3-4 del mattino, dormendo non più di 4 ore, per 4 mesi e mezzo di fila, tra Febbraio e Giugno, con bonus di 3 mesi, tra Settembre e Novembre, per il singolo. E' stato anche realizzato un videoclip per questo, su regia di Pietro Cinieri e mio concept/storyboard (video a seguire) e i ready made che accompagnano le edizioni limitate del lavoro, mi accompagnano tuttora, giorno e notte, come in un'accumulo di parti di me donato a chi ha voglia di entrare a far parte del mio mondo. Assolutamente infantile, certo, ma senza alcun livello di mediazione a fargli fango attorno.

L’album è impreziosito da un movie di Francesco Paladino: da dove nasce l’dea?

La domanda andrebbe riformulata al contrario. Da dove nasce il disco? Cosa peraltro ben espressa, perché è stata la necessità di legare a un progetto visivo, quello di Francesco, dei suoni, a far nascere UKIYOE. Il film, originariamente doveva essere girato nell'arco del mese di Luglio scorso, a Taranto. Non sono stati trovati dei fondi. Francesco parlava della volontà di trasformare la sua casa nella stiva di una nave ed effettuare lì le riprese. Poi si parlava di introdurre nel DVD un suo bel mediometraggio di qualche anno fa, con la partecipazione dei fratelli Placido. Di fatto, essendo lui a Piacenza e io in Puglia, non ho seguito tutte le fasi dell'evoluzione del progetto visivo, così come lui, ha seguito solo in parte quelle della realizzazione del cd. Siamo persone assai diverse, io assai ordinato nel processo creativo, lui disordinatissimo quanto vitale, eppure tutti e due necessitiamo di tenere quanto più possibile “sotto controllo” quello a cui stiamo partecipando, per sentirlo nostro. So che, il mediometraggio è stato realizzato in tre giorni (ricordo che in contemporanea Francesco aveva in corso d'opera il suo Son of Unknown Fish e una miriade di altri progetti esclusivamente video) e che è la realizzazione più rapida del suo percorso di regista, ma del resto, i tempi è stato Francesco stesso a definirli, chiedendomi le musiche entro la prima decade di Giugno e io tutto sono tranne che disposto a protrarre progetti per anni, senza una casa, un lavoro, una vita sociale, in salute precaria... UKIYOE, sta tra realtà feroce e sogno, è disco impenetrabile e facile, corto ma densissimo, è un disastro meraviglioso.

Dietro ai termini nautici “QUICKWORKS & DEADWORKS” si possono nascondere interpretazioni e metafore personali: qual è il tuo punto di vista?

Si tratta rispettivamente delle parti di una nave che rimangono sempre fuori e sott'acqua. Bisognerebbe chiedere a Francesco, ma credo lui ne abbia dato una visione assai meno “apocalittica” della mia e più romantica. Lui ama manifestarsi in modo assai più solare rispetto a me, con una dolcezza dichiarata. Ha smussato alcuni miei eccessi in fase creativa e ha fatto bene. C'era un pezzo in cantiere, ad esempio, intitolato “Ho gettato mio figlio da una rupe perché non somigliava a Fabrizio Corona” e lui è, giustamente, insorto, così come mi ha chiesto di limitare l'aggressività del mio linguaggio presente originariamente in alcuni testi. Devo riconoscere che la rabbia ad un certo punto, mi stava portando lontano, assai lontano...

Che tipo di sperimentazione o innovazione costruttiva hai realizzato questa volta?

Il processo di stratificazione della materia sonica, intesa proprio in qualità di “materia” (alla stessa maniera di quanto adoperato da me per la resa di pannelli, dipinti e illustrazioni di artwork ed edizioni deluxe del digipack) è stato descritto nella risposta alla tua terza domanda. Ma c'è anche la progressione da una iper-forma (Veleno, Fi(j)ùru d'Acqua), un mosaico perfettamente a fuoco, fino al suo progressivo sgretolamento in detriti (la chitarra di Eugenio Sanna) e fango (i drones di Seravalle) nella musique concrète di Mud, che chiude il disco. Tutti i Liquidi di Davide, come una sorta di riemersione alla realtà dei sentimenti che ci permeano, può essere considerato tanto origine che conclusione dell'opera, nel suo essere ballata dolcissima e disperata, un inno alla vita vissuta senza “se e ma”, dedicato ad una persona che di morte appresso ne ha già avuta abbastanza.

Come giudicheresti questo tuo prossimo lavoro: una tappa di avvicinamento verso una meta precisa o un punto di arrivo prima di una nuova svolta?

La manifestazione di un male viene letta spesso come “origine” dello stesso, ma è in realtà, già soglia dalla quale ha origine una cura. Il cancro è andato originandosi prima. Allo stesso modo, che UKIYOE sia naufragio, approdo, o illusione di un avvistamento, proprio non so dirlo.


Come Claudio Milano sottolinea, tutto parte da un’idea di Francesco Paladino, che mi ha raccontato a tal proposito…

Ci sono aspetti di noi che a volte emergono chiari, certi altri che non emergono mai. Quicworks & Deathworks parla di questi aspetti. Il termine adottato, che è anche il titolo del film, è un termine marinaio che indica quello che emerge sempre dell'imbarcazione e quello che non emerge mai. Il film dura 30 minuti ed è uno dei miei lavori estremi, perchè si compone soltanto di cinque impaginazioni, un prologo tre situazioni e l'epilogo.
Nel prologo due coppie, una di ragazzi, una di persone un pò più mature, lasciano una banca attraccata ad un molo tropicale. Una voce fuori campo, la voce di Barbara Burgio, cantante di Seattle, mia carissima amica, che ha curato la versione inglese del lavoro, ci indica che si tratta di un attracco di fortuna, la nave probabilmente è in panne; quindi per un caso della sorte i quattro personaggi sono costretti a convivere in un piccolo spazio, una sorta di balcone sulla foresta tropicale, tutti insieme. Il film è ambientato in una sorta di onirico fine 800, che improvvisamente si squarcia su tempi attuali quando la giovane protagonista, Giada Galeazzi, intona una canzonetta dei giorni nostri, o quando, nel terzo quadro, una radio racconta la raccapricciante notizia di due bimbi mangiati da un pitone. Nell’attesa, che non si sa quanto durerà, i quattro personaggi vengono in contatto e si formano le alleanze, le amicizie, e le esclusioni, in particolare il personaggio maschile maturo, che vorrebbe dire, parlare, gridare e che è sempre colto da crisi di vomito, viene escluso dalla piccola comunità. L’epilogo accompagna i quattro personaggi di nuovo sulla battigia, da dove erano arrivati, quando il giorno inizia a tramontare e tutti guardano il cielo in attesa di qualcosa che deve arrivare.
Gli attori -Carolina Migli Bateson, Gianluca Prati, Giada Galeazzi e Luka Moncaleano- nei tre quadri in cui la storia si sviluppa (escludendo la prefazione e l'epilogo, recitano come si diceva a Cinecittà, a "braccia". Nei giorni di preparazione abbiamo lavorato sul creare quattro personaggi con identità precise, con caratteri pronunciati, e abbiamo studiato tre racconti di "massima", spiegando cosa doveva succedere nel tempo di 7-8 minuti. Poi ho lasciato loro la più ampia libertà di espressione, potevano fare ciò che volevano, sempre che esprimessero la linea rossa della storia che avevo individuato. Ci si è messo anche il caso a recitare, improvvisamente è salito il vento, il cielo si è velocemente liberato e riempito di nubi, cambiando i colori, il cappello di Giada è volato via... la scatola delle pastiglie è fuoriuscita dalle tasche di Carolina, suggerendo una fine alla storia, che non avevo inizialmente pensato. E’ stata una grande emozione creare questo film, perché in esso sono confluite delle linee metodologiche che sicuramente applicherò alle mie nuove prossime creature. Si tratta del mio lavoro più libero, in cui la recitazione è vita, gli attori sono anche loro creatori e così anche gli imprevisti;  le musiche di Claudio sono fantastiche, e appaiono e scompaiono, a sottolineare certi momenti, certe emozioni certe tensioni che si creano tra i personaggi. Con Claudio ho lavorato benissimo, è una colata lavica di idee e lavora veloce come un colibrì. Sicuramente lavoreremo ancora insieme, perché ci siamo trovati benissimo e tutto è coinciso alla perfezione, come i pezzi di un puzzle. Amo la musica di Claudio perché è viva, sprizza energia e voglia di essere curiosa, imprendibile, chiara e definita, eppure misteriosa.

Il trailer…