mercoledì 31 dicembre 2014

Roberto Ciotti nel ricordo di Guido Bellachioma




Il 31 dicembre 2013 moriva Roberto Ciotti "uomo di blues": il ricordo di Guido Bellachioma

A ROBERTO CIOTTI (20 febbraio 1953 - 31 dicembre 2013):
FROM MY BLUES TO MY SOUL: UN ANNO E SEMBRA... ORA!

Giusto un anno fa scompariva Roberto Ciotti, artista che ha attraversato il blues con un uragano di emozioni. Sembra ieri, eppure è trascorso già un anno. Per ricordare di non dimenticarlo voglio ripubblicare ciò che ho scritto a pochi giorni dalla sua morte, un po' di foto, copertine e poster di momenti vissuti insieme.

... il 31 dicembre 2013 a Roma muore Roberto Ciotti, persona ruvida nel suo modo di essere ma, anche per questo, estremamente vera, oltre che artista e chitarrista, non solo blues. Una malattia bruciante l’ha consumato in pochissimo tempo. Prima di lasciare questa terra, ha sposato Adriana, che con amore gli è stata vicina fino all’ultimo. Non mi piacciono i santini, non mi sono mai piaciuti, e non piacevano neanche a Roberto. La sua anima era la musica stessa“… e sento che il meglio non è ancora arrivato. Come Jimi Hendrix, quando affermava di picchiare talmente forte con la sua musica sull’anima da riuscire ad aprirla: “Continuerò a picchiare forteogni giorno che suonerò la mia musica".(Roberto Ciotti).

di Guido Bellachioma

Al funerale di Roberto, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo, c'era tanta gente... gente normale e qualcuno "conosciuto", ho notato con piacere molti che avevano suonato con lui (non cito nessuno per non far torto a... nessuno). L'unico che mi sento di abbracciare è Fabio Treves, altro bluesman italiano di quella generazione (nato 4 anni prima). Durante la fulminante malattia è venuto a Roma da Milano 2 volte per andarlo a trovare in ospedale. Cercando di strappargli un sorriso col suo milanese romanizzato, codice complice di queste due anime in blues. Non sono entrato in chiesa, ho scherzato e riso, abbracciato amici che non vedevo da tanto tempo, ma al momento che hanno portato la bara fuori ho faticato a ricacciare indietro le lacrime e, forse, una mi è scappata fuori... non c'è l'ho fatta a non ricordarlo come volevo io, non era un santo e non voleva esserlo, però era vero, anche nelle sue debolezze così umane... come le mie.
L'ho conosciuto alla fine degli anni 60 (1969... 14 anni io, 16 lui), andavamo nella stessa scuola, il liceo scientifico Marcello Malpighi di Roma). Io molto comunista, lui molto freakkettone. Due mondi vicini ma non proprio sovrapponibili, almeno allora. La prima volta che lo sentii suonare fu nel 1970, durante il primo festival pop nella nostra scuola, quando militava nellHarp Blues Band, gruppo il cui repertorio pescava brani nel blues revival, britannico e statunitense, che io adoravo: Savoy Brown di Kim Simmonds, Bluesbreakers di John Mayall, Rory Gallagher, Fleetwood Mac di Peter Green, Canned Heat di Al Wilson e Bob Hite, Ten Years After di Alvin Lee rimasi fulminato dallo stile aggressivo e dalla presenza di questo ragazzetto dai lunghi capelli e silenzioso, allora magrissimo, ma che faceva parlare la chitarra come pochi altri. La sua versione di Me And My Baby, proprio dei Ten Years After, cover praticamente in diretta dallo splendido album Cricklewood Green, inciso pochi mesi prima, mi si stampò a fuoco nella testa e nel cuore. Pensai: questo non può che diventare un grande.
Infatti negli anni 70 e 80 si divertì con la sua musica e in giro con altri artisti: Alan Sorrenti, Francesco De Gregari, Edoardo Bennato, Antonello Venditti, Blue Morning con Maurizio Giammarco, Ginger Baker dei Cream. E poi i due dischi per la Cramps, i concerti prima di Bob Marley i viaggi fino a Marrakech, grazie alle colonne sonore dei film di Salvatores... la sbornia del successo nel 1989 con No More Blue, il suo brano più conosciuto, faceva sembrare normale che il blues potesse essere così maledettamente mediterraneo e melodico. Una ballata che ti spaccava il cuore in mille frammenti. In seguito, per tanti anni, ci siamo incrociati raramente in questa Roma frettolosa, anche musicalmente, città a cui lui era particolarmente legato le origini a Garbatella, il padre Giorgio, lavoratore alla Romana Gas, poi Italgas, sulla via Ostiense, dove molti ancora lo ricordano.
Andava sulle strade del mondo ma tornava sempre a Roma, anche quando sarebbe potuto, e dovuto, rimanere negli Stati Uniti, avrebbe faticato per riuscire ma poteva dare un senso più compiuto alla sua musica, d’altronde gli Stati Uniti sono o non sono la patria del Blues? Non se la sentì, troppo sornionamente romano per non sentire il peso dell’assenza dalla sua città.
Nel 2006 ci siamo riavvicinati e abbiamo fatto due dischi insieme (anche con un altro ragazzo della nostra scuola proprio Paolo Corciulo di SuonoMy Blues nel 2008 (CD+DVD live dal concerto romano della prima edizione dell’A Kind of Blues Festival, rassegna pazzesca che lo vedeva vicino a Joe Bonamassa, Hot Tuna, Jerry Portnoy, Preston Reed, Albert Lee, Dirty Dozen Brass Band) e Troubles & Dreams nel 2010, dove riuscii a convincerlo a non usare solo linseparabile Fender Stratocaster del 62 e l’acustica Martin D 421 del 70, che avevano contraddistinto i suoi lavori precedenti. Pensavo fosse giusto riscoprire il suo essere chitarrista, che secondo me teneva troppo nascosto; così sistemò il ponte della sua Gibson 335 del 64, tirò fuori il Dobro, ormai impolverato per la lunga assenza dalla sua musica, e persino la Gibson J45, splendida acustica dal suono nero. Quelle canzoni ascoltate su demo mi avevano affascinato, commosso, e pensavo che dovessero dare una svolta al suono pigro di Roberto, talmente riconoscibile da risultare quasi cristallizato. Gli dissi che volevo contattare due chitarristi con cui avevo buoni contatti, proprio per includerli nel disco, che allora aveva il titolo provvisorio di Blues Rider: Derek Trucks (Allman Brothers Band, Eric Clapton, vincitore del Grammy Award per il blues nel 2010) e Buddy Whittington (mastodontico texano, per 15 anni membro dei Bluesbreakers di John Mayall, amico di Billy Gibbons degli ZZ Top, con cui suonava spesso negli Stati Uniti!) mica due qualunque!!! E lui, serafico, davanti a un buon caffè in uno dei bar vicino casa sua a Porta Portese:”vabbeh, però je dico come devono suonare, magari je scrivo le parti, poi ascoltiamo quello che fanno e se ce piace lo usamo!!!”. Voleva dire a Trucks e Whittington, due che suonavano col mondo intero, quello che dovevano fare. Così era Roberto, talmente convinto di se stesso e delle sue canzoni da risultare autolesionista nella produzione, ascoltava solo se stesso, al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza. Fiero come un orso, un orso blues, ma, anche se pacioso, sempre orso. In quel disco c’è una canzone reggae, molto solare, intitolata Hot Summer. Appena ascoltata gli dico:”Robbe, questa nun la sonà cor gruppo tuo, famola davvero Giamaica style con una band che ha accompagnato molti degli artisti reggae in giro per l’Italia negli ultimi anni (Laurel Aitken, Max Romeo, Alton Ellis) e che ha il suono giusto”. Telefono a Giulio di Radici nel Cemento e incidiamola con loro la tua chitarra blues in un vero suono reggae.
Stranamente l’idea gli piace e il gruppo delle Radici si dimostra entusiasta di fare questo brano con il Maestro, come mi dice Giulio al telefono, parliamo anche di presentare il brano dal vivo insieme, magari a Villa Ada dove loro hanno già il concerto fissato per lestate. Ci vediamo in cantina dove loro provano a Testaccio e dopo qualche giorno mi mandano il provino. Fico, penso io peccato che Roberto nel frattempo avesse già cambiato idea: ”No, mejo de no, snaturebbe il mio suono, magari facciamo un mix successivamente. Peccato, sono convinto che Troubles and Dreams poteva essere il disco più bello di Roberto. Canzoni meno canzoni con un suono più chitarristico che avrebbe valorizzato la sua straordinaria anima, selvaggia e malinconica al tempo stesso.
Durante quel disco capimmo che il tempo non aveva avvicinato i nostri caratteri e ci allontanammo nuovamente, solo fisicamente. Nel dvd di My Blues" c'è anche l'intervista che realizzammo sul palco di Stazione Birra nel 2006 per la trasmissione Indie, che all'epoca conducevo su Romauno... fu la volta che ci sentimmo più vicini... lui e io soli sul palco, in questo locale vuoto che aveva qualcosa di magico; lui suonò anche qualche canzone in acustico con la voce ispessita dal tempo e dal fatto di cantare alle 10 di mattina, con il sonno che ancora gli bruciava in gola. E cantò una splendida versione di Blue Square (inclusa nell’album No More Blue), struggente ballata che ho sempre amato molto, dedicata a una delle tante piazze di Roma...

Il 20 febbraio 2014 avrebbe compiuto 61 anni





martedì 30 dicembre 2014

Stratten "Bologna '67/ '77"




Articolo già apparso su MAT 2020 del Dicembre 2012

Stratten
"Bologna '67/ '77" 

Bologna ’67 ’77è un vero colpo basso, non me lo aspettavo.
E’ bello… bello… bello. E che commento sarebbe questo? Dove risiede la professionalità?
Capita a volte di trovarsi tra le mani ciò che realmente ti mancava, ma avverti subito che ti appartiene da sempre. E’ sufficiente tenere in mano un cd e  guardare la foto di copertina per capire che ciò che sta per arrivare, la sostanza, sarà  qualcosa di significativo.
“Bologna ’67 ’77” si presenta con un’immagine che mi tocca il cuore, un vecchio registratore “GELOSO”, modello RECORD 680. Impossibile spiegarne il significato a qualche giovanotto!
Nel mio, modello 600, che custodisco in luogo sacro,  ci sono The Who, Mal dei Primitives, i Nomadi, i Beatles… e chissà cosa troverò qua dentro!?
Vediamo di riprendere i binari dell’obiettività, e mettiamo da parte il cuore.
Gli Stratten, questo il nome della band emiliana, realizzano un concept album che attraversa un periodo difficile, caldo, pieno di nuovi umori e di illusioni, e ne disegnano gli accadimenti attraverso nove brani che ti entrano dentro e non ti lasciano più.
Sarà quella voce modulante e accattivante di Alessandra Reggiani… saranno le trame musicali di Nicola Bagnoli… oppure la poesia di Vincenzo Bagnoli… o l’amalgama con le chitarre di Giulio Golinelli e Ian Zulli… o ancora la sezione ritmica formata dal drummer Matteo Dondi e il bassista Emiliano Colomasi, ma… tutto prende e tutto coinvolge, perché col primo brano si innesca  il racconto di una generazione attraverso delle pictures musicali che  lasciano il segno.
Mi sembra di rivivere i cortei, le lotte quotidiane, gli amori vissuti da adolescente, le speranze, le delusioni e… la TV dei ragazzi, e ancora gli sceneggiati della domenica sera, bianco e nero… bianco e nero… bianco e nero… Maigret e i Miserabili.
E’ un racconto intelligente, intriso di poesia, e pieno di didattica.
Anche la musica appare un viaggio nel tempo, fatto da tappe e variazioni stilistiche.
Il livello tecnico della band assicura ad ogni sosta una grande qualità esecutiva, e i passaggi attraverso i generi  più conosciuti  - rock, blues, jazz e pop - accompagnano la narrazione, diventando la colonna sonora di un film che lascia alla fine un sapore amaro: erano bei tempi? Potevamo viverli meglio? Perché certe atmosfere intristiscono e non facciamo niente per tenerle lontane?
Il ritornello di “Lotta di classe” - mistero sulla soglia della percezione - mi fa tornare bambino;  il jazzato “Deep sky”, unico brano cantato in inglese, mi riporta al  “mio”prog,  e il potente “Corteo”… ecco, se avessi l’occasione di condurre una trasmissione radiofonica a base di rock lo userei come sigla, e in breve tempo diventerebbe un tormentone, con quel riff da power chord, ricamato dal sitar e dalla voce liquida  di Alessandra Reggiani.
Un disco che profuma di storia, storie, attimi di cui sentiremmo forse il bisogno, almeno a tratti. E cosa siamo diventati? Cosa avremmo potuto fare per incidere di più sulle nostre esistenze e su quelle di chi ci circonda?


Mettiamo per un attimo tutto da parte e seguiamo il consiglio degli Stratten, prendiamo il booklet, lasciamoci incantare dalla vecchia macchina da scrivere Olivetti, alziamo gli occhi e leggiamo: Poesie da cantare e da imparare.

IL CORTEO…PER ME UN TORMENTONE!


Link: 



lunedì 29 dicembre 2014

Il punto... con Marcello Capra




Intervista già pubblicata sul web magazine UNPROGGED (http://www.unprogged.com)

Qualche parola con Marcello Capra…

Marcello Capra è un chitarrista che ha segnato la storia della Musica Progressiva con i suoi Procession, partecipando ad appuntamenti storici avvenuti nei primi anni ’70.
Il suo percorso è proseguito tra studio, professione e passione, e la sua discografia è una lunga lista di perle da cui si può attingere senza possibilità di restare delusi.
Vive a Torino, e partecipa a numerosi progetti, l’ultimo dei quali è quello dei Glad Tree.
Lo scambio di battute a seguire è l’occasione per ridisegnare una parte di storia, volgendo lo sguardo al futuro…

L’INTERVISTA

Marcello, spiegami, cosa ha significato per te il passaggio dalla “copiatura” dei modelli stranieri, tipica di fine anni ’60, alla “tua” Musica Progressiva.

Non era una copiatura stile “tribute band” come avviene oggi, era un omaggio ai nostri fratelli maggiori che seguivamo con grandissima ammirazione; le opere prime, quelle rimaste per decenni patrimonio dell’umanità, ancora oggi vengono ascoltate da differenti generazioni di pubblico e addetti ai lavori.
Le mie prime musiche, erano certamente influenzate da quello che ascoltavo; iniziai subito sulla chitarra acustica, anche per i brani del primo album dei Procession: i miei studi di contrabbasso al conservatorio, hanno avuto sicuramente un certo peso.

Quali sono stati i momenti più importanti vissuti con i Procession, e come definiresti quella musica all’interno del contesto prog italiano?

Avevamo un programma di prove tutti i giorni dal primo pomeriggio a sera, e qualche volta si proseguiva in nottata; naturalmente passando tante ore insieme, si creava un bel clima di “cameratismo”, giravamo con furgone Ford con un tecnico tuttofare;  i momenti più belli forse li abbiamo vissuti a Roma, nella settimana dell’incisione di “Frontiera”, al Festival di Villa Pamphili e al Piper, quando abbiamo presentato il nostro primo album… il nostro sound era sicuramente influenzato da grandi bands oltremanica, ma siamo riusciti con i testi in italiano, a ritagliarci una nostra dimensione personale; senza più le tastiere del primo periodo di cover tutto si reggeva sulle due chitarre acustiche ed elettriche, una sezione ritmica molto incisiva e la potente ispirata voce del compianto Gianfranco Gaza, siamo stati tra i primi in Italia ad utilizzare live le acustiche e il mandolino elettrico.

Come nasce il tuo amore per la chitarra e come hai curato la tua evoluzione tecnica e compositiva?

Shadows, Beatles, Rolling Stones, Equipe 84, Rokes, Nomadi, mi hanno dato tali emozioni, che la chitarra divenne per me un desiderio impellente, persino “l’odore” mi piaceva, così da autodidatta, con qualche metodo semplice e qualche lezione da un chitarrista già esperto, studiando prevalentemente il “pop” evoluto negli anni seguenti; ho cominciato a maturare sempre più il desiderio di suonare l’acustica, che mi permetteva un linguaggio armonico, melodico e ritmico più completo che con l’elettrica, indubbiamente era più difficile trovare un equilibrio tra “pulizia” del suono ed espressione; ho cominciato ad ascoltare Rembourn, Kottke, Gismonti, Mc Laughlin principalmente, poi ho scoperto che potevo elaborare un mio personale modulo espressivo.

Esiste un chitarrista, italiano o straniero, che ha realmente influenzato il tuo modo di suonare, tra tecnica, gusto stilistico e innovazione?

Sinceramente anche quelli citati prima, non mi hanno influenzato al punto di volerli “copiare”; tra gli italiani ho ammirato fin dai suoi esordi Mussida, un altro che stimo moltissimo è Cifarelli, aggiungo Towner e Di Meola, ma nessuno di loro “sento” come ispiratore del mio stile.

Come definiresti la tua lunga discografia: episodi rappresentativi di un momento di vita o esiste un’evoluzione, un fil rouge, che alla fine unisce tutta la tua produzione?

Esiste un fil rouge… se parliamo dei lavori dopo i Procession, “Aria Mediterranea” con 4 brani in solo e 4 con altri musicisti è stata una prima esperienza decisamente coraggiosa, in pieno periodo punk e “cantautoriale”… interamente strumentale, in Italia solo Riccardo Zappa uscito un anno prima, ma decisamente differente dal mio stile di autore ed esecutore; un critico di Ciao 2001, mi definì presuntuoso perché “osavo” presentare quattro composizioni in solo guitar, salvo riconoscermi una notevole preparazione tecnica; poi “Imaginations” con una decina di composizioni inedite miste tra acustico ed elettrico, oltre la ristampa di “Aria Mediterranea”, arrivate dopo un lungo periodo di assenza dai palchi, che mi ha fatto conoscere anche all’estero, in particolare Francia, Inghilterra e Giappone… i lavori di “acoustic solo guitar”, dove ho cercato di trovare una dimensione di “microcosmo” carico di variazioni armoniche sottolineate con un “tratto in rilievo” di fantasie colorate in piena solitudine, in seguito ho sentito il bisogno di aggiungere nuovi rami espressivi, con la collaborazione di bravi ed esperti colleghi, lasciandoli “interpretare” a modo loro, le mie composizioni.

Le definizioni si sprecano, ma vorrei sapere come chiariresti tu il concetto di Musica Prog, spiegandolo ad un giovane che si affaccia ad un mondo nuovo.

Il progressive non è un “genere” e neanche uno “stile” musicale, è un moto dell’anima, un sentimento di “crescita” non solo musicale, uno spirito di ricerca interiore che non si accontenta di un percorso facile, ma che s’inoltra in sentieri virtuosi di bellezza non convenzionale, dove il suo ormai “passato glorioso” non dovrebbe essere riproposto camuffato da un vestito moderno, il progresso è innovazione, per la tradizione ci sono altre proposte da seguire…

Nei miei questionari, sottoposti ad esperti del settore, non manca mai la domanda dolente, o meglio, l’argomento doloroso: come vedi il futuro della nostra Musica?

Se guardiamo il presente, le premesse sono buone, anzi eccellenti secondo me; sono passate le mode del tutto facile, tanto ci pensano le macchine o gli effetti a fare il “sound”, sta crescendo tutta una generazione di strumentisti eccellenti, hanno solo bisogno di maturare ancora un po’ e di “soffrire” con la gavetta, che sempre è salutare per quelli che non mollano, i tempi difficili temprano l’animo, inoltre abbiamo tanti maestri con un bagaglio d’esperienze enorme da trasmettere a quelli che vogliono studiare con passione.

Mi parli del progetto Glad Tree, su cui sei impegnato attualmente?

Siamo una band! Per uno come me, abituato da decenni a ragionare “in solo” è già una bella soddisfazione… le mie composizioni eseguite e interpretate da due ottimi collaboratori, hanno un “respiro” molto ampio, si colorano di nuove sonorità, si estendono a momenti di completa improvvisazione, ogni volta che suoniamo insieme miglioriamo….musica che avvicina l’Occidente all’Oriente, con sapori “speziati” che stimolano la fantasia e l’introspezione, fanno partecipare gli ascoltatori ad un “viaggio” immaginario, bello vedere quanta attenzione riusciamo ad ottenere in ogni concerto… speriamo per il 22 gennaio 2015, dove suoneremo in uno storico teatro torinese che ci ha espressamente richiesti, interessato al nostro progetto, di poter presentare anche il nostro primo CD con Kamod Raj alle tabla e canto, Lanfranco Costanza ai flauti e armonica.

Ma… com’erano i Procession dal vivo?

Eravamo molto tosti, determinati e spettacolari…

Un’ultima domanda… lasciati andare e disegna il futuro musicale di Marcello Capra.


Lascerò come ho sempre fatto, “galoppare” la mia immaginazione, per il resto vedremo, non mi pongo obbiettivi di “carriera”, mi auguro di poter ancora suonare a lungo e spero anche di incontrare sul mio sentiero, persone interessanti, musicisti di talento e qualche idea geniale da musicare…




venerdì 26 dicembre 2014

Vito Ranucci-Killing The Classic


Vito Ranucci rilascia Killing The Classic, oltre un’ora di musica suddivisa su tredici episodi.
Tutte le informazioni relative a questo artista campano possono essere reperite negli spazi di riferimento, indicati a fine post.
Ma più che una fredda biografia proverò a fornire qualche elemento da post-ascolto, una fotografia di una musica e di ciò che ha contribuito a costruirla, per stimolare la curiosità di chi volesse avvicinarsi a questo album dalle motivazioni non certo usuali.
Ho ascoltato un paio di volte il disco senza conoscere Ranucci e senza avere a disposizione le importanti informazioni che normalmente accompagnano i lavori che mi trovo a commentare: ero in auto, e il mio primo contatto non è quindi stato “contaminato” dal pensiero di altri, ne dall’oggettività che segue ogni tipo di creazione.
Certo, avere sotto mano un titolo come Killing The Classic potrebbe significare sottolineare un obiettivo ben preciso, ma in questo caso il titolo appare più come una provocazione, perché le trame realizzate dai grandi della Musica Classica (Mozart, Vivaldi, Ravel, Beethoven, Puccini, Chopin, Bach…) rivivono, anzi, rinascono, non tanto per una mera dimostrazione - di abilità? - delle varie possibilità e sfaccettature che una trama musicale può presentare, se sottoposta alla cura del talento personale e della tecnologia evoluta, ma per la voglia di estrarne l’essenza, le linee guida, e provare a fornire una nuova cornice, un abito diverso, che non vuole stupire, ma regalare alternative su cui riflettere.
Devo dire che, nonostante ne sia uscito un album moderno e trasversale, l’atmosfera “sacra” resta intatta, e forse è proprio questo uno degli intenti di Ranucci, la conservazione dell’anima che può convivere con ogni tipo di modernità.
Il passato è saturo di “classici” riadattati a “disco” per ovvi motivi commerciali.
Il passato è anche carico di esempi di una musica che, in piena epoca prog (e quindi con forti diramazioni verso i grandi autori del passato) volgeva lo sguardo alla sperimentazione, alla ripetitività, all’utilizzo dell’elettronica e dell’ultima tecnologia disponibile.
Al contrario, il sassofonista - ma non solo - Vito Ranucci ci regala un particolare momento della sua vita, che forse non si ripeterà più, e in questa sua fermata riflessiva inventa un disco dalla lenta metabolizzazione, ma pronto a radicarsi nell’intimo, se si ha almeno un po’ di storia alle spalle.
Ho trovato emozionante la miscela inventata da Ranucci, capace di mettere in campo musica antica, con un “rinfresco” avanzato e una voce incredibile, quella di Federica Mazzocchi (autrice delle liriche), che nella sua espressione in lingua francese realizza la perfetta fermatura del cerchio; senza troppa fatica si arriva alla creazione di immagini che prendono corpo via via che KTC evolve, lasciando spazio all’interazione, alla creazione in proprio, e ad un’atmosfera rarefatta che non può lasciare indifferenti.
Dietro ad un progetto ben definito, ad una logica studiata forse a tavolino, corrisponde un risultato che l’ascoltatore avverte a modo suo, forse uscendo dallo spartito scritto dall’autore, ma credo sia questa l’efficacia e la bellezza della Musica nel senso più alto del termine… poca razionalità e tanto sentimento, e quando si rientra in questa “sfera privilegiata” parlare di “vecchio e nuovo” perde ogni tipo di logica.
Il video a seguire credo sia davvero completo e toccante.
Geniale, Vito Ranucci!


KTC - Killing The Classics tracklist:

1) AMADEUS  (V.Ranucci - F.Mazzocchi)
Arrangiamento tratto da W.A. MOZART Symphonie Nr. 40 in g - Moll  KV 550  1. Satz

2) NIGHT TO LOVE (V.Ranucci - F.Mazzocchi)
Arrangiamento ispirato a A. VIVALDI "Concerto in Sol, Alla Rustica" RV 151 II mov -

3) TEMPUS FUGIT (V.Ranucci)

4) LA DANSE (V.Ranucci - F.Mazzocchi)
GNOSSIENNE Nr. 1 (E. SATIE)

5) INNOCENCE (V.Ranucci)
Arrangiamento tratto da M. Ravel "Pavane pour une infante défunte"

6) LOST IN THE GARDEN (V.Ranucci - F.Mazzocchi)

7) LOBET DEN HERRN (V.Ranucci - F.Mazzocchi)
Arrangiamento tratto da L. V. BEETHOVEN  Symphonie Nr. 9 in d Moll  Op 125 3. Satz

8) CUM DEDERIT (V.Ranucci)
Arrangiamento tratto da  A. VIVALDI  Nisi Dominus Salmo 126 in G mineur  RV 608

9) LA VITA (V.Ranucci)
Arrangiamento ispirato a G. PUCCINI  Tosca " e lucevan le stelle"

10) LE CIEL D'HIVER (V.Ranucci - F.Mazzocchi)
Arrangiamento tratto da F. CHOPIN  Prélude in E mineur Op 28 Nr. 4

11) IN A LANDSCAPE (V.Ranucci)
Arrangiamento tratto da A. VIVALDI Concerto in G " Alla Rustica"  RV 151  I mov

12) Flößt, MEIN  HEILAND (V.Ranucci)
Arrangiamento ispirato a J. S. BACH  Weihnachtsoratorium  BWV 248   Teil 4 Nr. 39

13) CANTIO VERNALIS (V.Ranucci)
Arrangiamento ispirato a "Carmina Burana"  XVI saec.


Vito Ranucci: synthesizers, sax, vocoder, samplers & sounds
Federica Mazzocchi: vocals
Ernesto Vitolo: piano & synth in 1, 7
Arcangelo Michele Caso: cello, viola, violin in 3
Pasquale Termini: electric cello in 4, 5, 7, vocal in 9
Guido Russo: electric upright bass in 4
Gigi Borgogno: guitars in 6
Gabriele Borrelli: percussions in 7
Mimmo Langella: guitar in 9, 12, 13
Mauro Smith: drums in 12, 13
Francesco Motta & Francesco Villani: percussion efx & sounds efx in 12
Marco Vidino: liuto in 13


Info:

Vito Ranucci

Vito Ranucci Facebook:

Synpress44 Ufficio stampa:

giovedì 25 dicembre 2014

Stefano Giaccone-“Aria di Festa”



Sono undici i passaggi che compongo Aria di Festa, album di Stefano Giaccone rilasciato nel Marzo scorso.
Ho conosciuto un pò della sua storia proprio in quel periodo - con imperdonabile ritardo - quando in questo spazio mi occupai di “Modern”, degli Airportmen, progetto a cui Giaccone ha partecipato contribuendo in modo sostanziale alla sua realizzazione.
A seguire propongo un pò di bio per… saperne di più.
Come sempre più spesso mi capita, l’ascolto di Aria di Festa mi ha lasciato un sapore generale che assume importanza maggiore rispetto alla spiegazione del singolo brano.
Giaccone propone se stesso senza aver cura di modellare i sentimenti secondo l’immagine che altri vorrebbero. Non mi viene in mente nessuno come lui, capace di impersonificare il ruolo del cantautore inteso, anche, come portatore di messaggi scomodi, crudi, dolorosi, inseriti in un dipinto a tinte scure, perché è questo il colore dell’attuale quotidianità.
Qualcuno era così negli anni ’70!
L’oscura Torino, la periferia, la fabbrica e le ingiustificate morti sul lavoro, il rapporto con il padre, le relazioni complesse… tutto questo è il verbo di Stefano Giaccone, uomo dei mille luoghi ma dalle radici indissolubili, dell’impegno politico-sociale e delle grandi passioni, dei forti legami familiari e delle voglie di libertà.
E anche la versione italiana di un brano di Phil Ochs, “When I’m Gone”, diventata nell’occasione “E’ Adesso”, la dice lunga su quali siano le linee guida espressive, con Stefano che diventa una sorta di giornalista musicale attratto dalla proposta dell’attualità.
Non è un album solo voce-chitarra, ma anche dal punto di vista musicale sono presenti momenti coinvolgenti, con ricorso ad atmosfere caratteristiche di mondi lontani, e occorre ricordare il luogo in cui Stefano è nato e ha vissuto, Los Angeles.
Ma vorrei ritornare alla mia premessa, al mood generale e al legame che ho trovato senza alcuna difficoltà con la mia storia personale, che è poi il modo per aggrapparsi per sempre ad un autore, interagendo con lui ad ogni successivo ascolto.
Parte “Ricordi di Periferia”, terzo brano dell’album.
Ho dieci anni, e la domenica pomeriggio mi tocca il cinematografo con mamma e papà… in periferia. Mi guardo attorno, le ciminiere, l’oscurità delle sei del pomeriggio invernale, i cappotti della Standa ed il commissario Maigret, in bianco e nero, che mi aspetta nel televisore di casa. Mi giro verso mio padre e gli comunico che io, io quel posto così “nero”… " mai ci vivrò e mai ci lavorerò…". Pie illusioni!
Ascoltare Aria di Festa, in questo senso, mi ha fatto male, così come le storie musicate da Giaccone, troppo reali per non immedesimarsi e un po’ soffrire.
L’ascolto e la visione del filmato a seguire aiuteranno certamente a comprendere i miei sentimenti.
La cover mi ha colpito… è forte il contrasto tra il bimbo imbronciato e il titolo del disco, ed è forse qui il significato di tutte le nostre esistenze.
Un grande disco, da … maneggiare con cura.



Tracklist
01. Late Ripeness
02. Non Tornerò
03. Ricordi Di Periferia
04. La Tua Storia
05. Il Giardino Dell’Ossigeno
06. Il Libro Nero
07. Andata Per Davvero
08. É Adesso (When I’m Gone)
09. Quante Belle Canzoni
10. Tempo Inutile
11. La Stanza Vecchia


MINI BIOGRAFIA DI STEFANO GIACCONE (dal comunicato stampa)

E’ considerato “uno dei più rilevanti musicisti della scena indipendente italiana” (da: “Enciclopedia del Rock Italiano” Baldini-Castoldi) con una storia artistica affollata di eventi ed esperienze sia come solista sia in gruppo.  Nasce nel 1959 a Los Angeles  (USA); nel 1966 si trasferisce in Italia, a Torino; nel 1982 fonda con altri musicisti (tra cui la cantante Lalli) il progetto FRANTI e dal 1995 aggiunge alla musica una sua personale ricerca nel mondo della Voce Teatrale. Dal 1998 al 2009 vive in Galles (UK). Poi in Sardegna dove dirige il Progetto Nostos, quindi in provincia di Cuneo dove produce e rappresenta lo spettacolo “MODERN” con il gruppo Airportman. Quindi ancora Torino dove produce altri spettacoli, tra cui “Vincenzina Franti” e “Occhio folle, occhio lucido”. Alcuni suoi materiali sonori, letterari e teatrali: Non Classificato: FRANTI (CD), Parlami ancora: Kina (CD), Le stesse cose ritornano (CD), Una canzone senza finale (CD), Viper Songs (CD); Corpi Sparsi (CD/teatro), Modern (CD/video/teatro con Airportman); La Vena D’Oro (romanzo), Nati per questo (racconti), Solo Vecchia Brace, Dismissioni, Occhio folle, occhio lucido, Pasolini PUNK…. (Teatro) Due figli, tifoso di Torino FC 1906 e di Paolo Pulici, Marxista Libertario, amico della Chiesa di Saint John Coltrane (San Francisco).


mercoledì 24 dicembre 2014

Joe Cocker: Antonio Cocco racconta un suo incontro


La morte di Joe Cocker ricorda a noi appassionati di musica che i miti di Woodstock, tanto per identificare il periodo e quindi l’aspetto anagrafico, ci salutano ad uno ad uno.
E quando una nuova dipartita arriva, sono sincere le rappresentazioni di affetto e la voglia di ricordare.
Certo, non capita quasi mai di avere aneddoti precisi.
Da poche ore Cocker non è più tra noi, un artista che ha segnato profondamente la storia della musica.
Per ricordarlo, almeno questa volta, utilizzo un aneddoto vissuto in prima persona.
Antonio Cocco nel 1972 era responsabile dell’etichetta Polydor, e in quel ruolo ebbe la possibilità di vivere un momento particolare che racconta così…

Ero a Londra e un venerdì tardo pomeriggio, per ricambiare la sua visita a Milano, andai nell’ufficio del direttore di una etichetta discografica che aveva come artista Joe Cocker. Parlavamo tranquillamente del più e del meno quando entrò senza preavviso proprio Joe.
Senza nemmeno salutare si rivolse al direttore e mostrando un assegno gli disse che aveva disperatamente bisogno di cambiarlo.
Il mio amico guardò l’assegno, lesse la cifra e lo guardò stupito.
Gli disse che non aveva quella somma in cassa e che bisognava rivolgersi alla banca, ma che essendo tardi, le banche erano chiuse al pubblico.
I desperately need this money now! So do all you can but I NEED IT!” (Ho disperatamente  bisogno di quel danaro fai tutto quello puoi ma ne ho bisogno!)
Il mio amico mi guardò e capii che doveva trattarsi di una soma non indifferente.
Provò a chiamare una banca, poi un'altra e un’altra ancora senza esito!
Allora chiamò dei suoi amici, ma niente. Ogni volta che chiudeva il telefono e diceva che non aveva risolto Joe ripeteva il mantra: “I NEED THIS MONEY!”.
Per farla breve, dopo innumerevoli tentavi e continue spiegazioni, gli disse che non poteva proprio far nulla!
Joe credo abbia “saraccato” nel suo dialetto e ripetuto che di quella somma aveva assoluto bisogno; alla fine si calmò e gli chiese: “ … Insomma quanti soldi cash hai con te?”. Il mio amico gli spiegò che non portava mai troppi contanti perché usava carte di credito, ma Joe lo interruppe dicendo che non voleva sapere delle sue carte, ma quanto cash aveva!
Il mio amico aprì il portafogli e gli mostrò 10 sterline, lui le prese, ci salutò e siccome stavamo uscendo anche noi si unì! Poi ci salutò ancora e finalmente mi disse: “ Is there any chance to come over Italy?”.Ma certo”, gli dissi, e sarebbe stato per me un enorme piacere!
Un paio di anni dopo ci siamo rivisti proprio a Milano Hotel Principe e Savoia.
Press Conference.



martedì 23 dicembre 2014

La Coscienza di Zeno live



Il concerto del 13 Dicembre al Teatro Govi di Bolzaneto ha visto come atto conclusivo la performance de La Coscienza di Zeno, prog band genovese con una salda esperienza alle spalle.
La loro entrata in scena è successiva a quella di Fabio Gremo... http://athosenrile.blogspot.it/2014/12/fabio-gremo-live.html


che assieme a Pino Sinnone hanno ricordato Joe Vescovi ...

Introdotta da Stefano Agnini, che si sofferma sull’aspetto “liriche/significati”, la C.D.Z. sale sul palco con la line up collaudata: Alessio Calandriello alla voce, Luca Scherani alle tastiere, Gabriele Guidi Colombi al basso, Davide Serpico alla chitarra, Andrea Orlando alla batteria e Domenico Ingenito al violino.
Completano la formazione Joanne Roan al flauto e Melissa Del Lucchese al violoncello, con cui mi scuso per la loro assenza nel filmato a seguire, ma è fatto indipendente dalla ma volontà (videocamera scarica!).

E’ questa l’occasione per presentare il nuovo album, intitolato “La notte anche di giorno”, ed è proprio di Agnini il compito di introdurre la band, con la collaborazione di Carlo Barbero, che ho lasciato per ultimo nel mio racconto a puntate della serata, ma la sua presenza si è fatta sentire - come sempre - come uomo di punta della diretta streaming di Ma1tv, contenitore in cui Carlo si propone attraverso il suo Rock Up.


La CDZ ha un compito difficile, quello di suonare a fine serata e, soprattutto, dopo la sostanziosa esibizione dei Delirium. I brani, molto lunghi e nuovi - le suite a cui fa riferimento Agnini - necessitano di buona concentrazione, ma se un neofito curioso si ponesse la domanda… “… che cosa è la musica progressiva? Quali sono le linee guida?”, beh, vedere la CDZ on stage, almeno nell’occasione, ha rappresentato la perfetta sintesi della filosofia prog. E in tutto questo evidenzio il bisogno di un ascolto attento e ripetuto, teso ad apprezzare il virtuosismo degli attori messo a disposizione di una “trama” ben definita, con continui cambi ritmici e modifiche di atmosfera e melodia.
L’integrazione funziona, così come la “convinzione da palco”, che permette di proporre un copione, strumentale e lirico, a mio giudizio complicatissimo.
Ma forse una ventina di minuti di testimonianza può essere più utile delle mie parole. 


Aspettiamo quindi con impazienza il nuovo disco, il terzo, il cui rilascio è previsto a Gennaio per  AltrOck/Fading Records.