venerdì 28 novembre 2014

Ciao Joe...




Questa mattina ho ricevuto la triste notizia che aspettavo da giorni, e ad essere cinici, ragionando in termini puramente giornalistici, era il classico esempio in cui, svolgendo la professione, sarebbe stata buona cosa avere il “coccodrillo” nel cassetto.
Ma l’affetto che mi legava al mio concittadino Joe Vescovi, sentimento che vorrei emergesse, non ha niente a che vedere con la voglia di condivisione delle informazioni musicali.
Lo conoscevo da sempre, ma solo negli ultimi anni avevamo stretto un solido rapporto che era nato e si era sviluppato in modo totalmente spontaneo.
Nell’ultimo anno avevo perso il contatto diretto, ma Pino Tuccimei, amico comune che ringrazio infinitamente, mi aveva tenuto al corrente costantemente, con la discrezione del caso.
Ora mi piace immaginare che a qualcuno verrà la voglia di organizzare in grande “Festa per Joe”, magari trovando il modo di aiutare una famiglia che, immagino, sarà disorientata.
A seguire poche righe che mi sono state richieste dal Secolo XIX, con la necessità di fare opera di sintesi e quindi sono speranzoso che verranno lette, come sincera testimonianza di un amico.



Joe Vescovi ci ha lasciato.
Era nell’aria, chi gli era vicino, col cuore e con la mente, sapeva che il momento era quasi arrivato.
Eravamo amici, non nel senso più banale della parola, spesso utilizzata per indicare una frequentazione episodica associata al “tu”, ma qualcosa di più solido. Era un mito, in Italia e all’estero, e per gli adolescenti come me, ad inizio anni ’70, aveva rappresentato  qualcosa di inavvicinabile. La sua proposta innovativa, la sua tecnica tastieristica, la sua fantasia e la capacità di creare perle musicali di rara bellezza lo avevano ormai consacrato come icona musicale senza tempo. Era di Savona, e proprio nel centro città lo incontrai per la prima volta, io adolescente e lui un po’ più grandicello: mi pare fosse il ’73. Capelli biondi, lisci, lunghissimi; barba curata e occhi di un azzurro intenso, passeggiava in via Pia con una coda di discepoli, e lui, tunica bianca e lunga, sembrava camminasse sulle acque. Così poteva apparire allora al cospetto di un giovincello come me, imbevuto di musica sino al midollo. A distanza di quarant’anni l’ho ritrovato, e a quel punto il gap generazionale aveva ormai perso ogni significato, e così abbiamo passato assieme lunghi e significativi momenti, attimi in cui ha utilizzato la sua vividissima memoria per raccontarmi alcuni dettagli inediti della sua vita, come il momento esatto in cui conobbe e si innamorò di Mia Martini, al Piper di Viareggio. Non solo dettagli musicali quindi, ma anche la voglia di lasciarsi andare al racconto intimo, come si conviene  tra persone che si stimano e rispettano i rispettivi ruoli. Abitava nelle Marche ma ci eravamo incontrati a Roma, nel 2010, e negli ultimi periodi era riuscito a riproporre i ricostruiti TRIP ad Alassio, per il quarantennale, e nel 2013 ad Albenga, alla Fiera Internazionale della Musica, raccogliendo attorno a sé gli amici di sempre. Da almeno un anno il suo stato di salute si era aggravato, ma nulla traspariva, se non un certo suo ottimismo, ingiustificato per chi era a conoscenza della gravità della situazione. Nel Giugno scorso, a Cisano sul Neva, luogo in cui la band crebbe, si è organizzata una grande festa nel ricordo dei TRIP, e in quell’occasione è venuto purtroppo spontaneo e facile fare la conta dei musicisti, suoi compagni di viaggio, ormai diretti verso altri lidi: Billy Gray e Wegg Andersen. Ora anche Joe li ha raggiunti e sono certo che, già da stasera, quei tre pazzi scatenati suoneranno assieme, riproponendo “Caronte” dal vivo, magari in una nuova versione unplugged.
Ciao Joe, sono contento di averti conosciuto.




giovedì 27 novembre 2014

Il Concerto per Demetrio Stratos



Il Concerto per Demetrio

Arena Civica, Milano, 14 giugno 1979

Non fu solo la fame si esibizioni live (una fame da lupi, in quegli ultimi ’70) a spingere 40.000 persone e forse più all’Arena di Milano, alle soglie dell’estate 1979. Furono piuttosto la commozione, il trasporto, l’ammirazione per un grande artista come Demetrio Stratos, morto da poche ore dopo una fulminante e crudele malattia. Demetrio era stato in gioventù il “soulman” bianco di “Pugni chiusi”, dei Ribelli, e più da grande l’intransigente imperioso leader degli Area, il più coraggioso gruppo italiano di nuovo rock degli anni ’70. A un certo punto si era staccato anche da loro e come solista aveva intrapreso una più impervia strada, “cantando la voce”, come voleva un suo disco famoso, sperimentando diplofonie, triplofonie, flautofonie e straordinari intrecci di etnica e avanguardia. Il suo lavoro era stato interrotto, all’inizio di quella primavera, dalla scoperta di un’aplasia midollare che lo aveva portato, dopo rapidi e drammatici consulti di specialisti, al Memorial Hospital di New York, una delle poche cliniche in grado di assicurare adeguata assistenza.
Demetrio non era ricco e le cure di cui abbisognava erano molto costose (circa 5 milioni di lire alla settimana, per 8/10 settimane, minimo di degenza). Così Gianni Sassi, suo discografico e mentore, pensò di raccogliere fondi chiedendoli “a quel pubblico a cui Demetrio, in questi anni di attività musicale, ha fornito spunto di notevole crescita culturale, di confronto e ricerca nel campo di nuovo utilizzo dei mezzi vocali quale strumento sonoro”. Non era un’elemosina, sottolineava fieramente il comunicato ufficiale della Cramps: “… non si chiede pietismo ma partecipazione corretta e leale”. Si costituì un comitato di garanti, di cui facevano parte ex compagni di gruppo come Patrizio Fariselli e Paolo Tofani, più responsabili delle radio libere, e si organizzò un primo show a Milano, non escludendone altri se la situazione lo avesse richiesto.


Il destino fu crudele: il giorno prima della data fissata, il 13 giugno 1979, Demetrio Stratos moriva a New York. Lo show di solidarietà si trasformò così in una dolorosa celebrazione, un’elegia funebre sospesa tra amarezza, rimpianto e orgoglio per il prezioso messaggio di musica consegnato dall’artista nel corso degli anni. Fu una festa comunque, e una fotografia della ribollente scena italiana di quella stagione. I “vecchi” Area salirono sul palco accanto ai “nuovi” Kaos Rock e Skiantos, il Prog della PFM e del Banco del Mutuo Soccorso affiancò la canzone di autore di Francesco Guccini, di Antonello Venditti, fino al blues di Roberto Ciotti e Fabio Treves, al jazz tarantato di Gaetano Liguori e Tullio de Piscopo, alla colta avanguardia di Giancarlo Cardini. Mancava Demetrio, ma il suo spirito originale e curioso era rimasto: e ce n’è traccia ancora in un doppio album in vinile, diventato con gli anni doppio CD, “1979- Il concerto”, dove si possono recuperare i momenti salienti di quel lungo pomeriggio di dolore e passione, di “gioia e rivoluzione”.

Mark Paytress( “Io c’ero”)




mercoledì 26 novembre 2014

Il "Cantagiro" della mia adolescenza


Nei miei ricordi antichi il "Cantagiro" era qualcosa di interessante e allo stesso tempo da tenere a debita distanza.
Provai esattamente questo feeling quando attorno al 1972 vidi dalla finestra di casa mia la carovana di auto piene degli artisti più in voga, salutata dal pubblico ai bordi della strada, esattamente come al passaggio della Milano-Sanremo.
Perché provavo sentimenti contrastanti?
Nella mia intransigenza e rigorosità dell'epoca era quasi una sacrilegio vedere Jimmy Fontana, Nicola di Bari, Massimo Ranieri, Rita Pavone, accanto a nuovi gruppi beat come Dik Dik, Nomadi, Equipe 84; per non parlare poi degli stranieri che ci facevano respirare odore d'oltremanica, come Mal e i Primitives, Motowns, Sorrows.
Tempi lontani, tanto lontani, ma anche adesso, nonostante mi senta ormai scevro da ogni pregiudizio musicale, quel pomeriggio estivo di tanti anni fa mi procura un senso di disagio, forse solo legato al fatto che per qualche motivo "disciplinare", non ottenni il permesso per partecipare alla festa serale.
Ed ecco una piccola "definizione" del Cantagiro del primo periodo, quello a cui ho appena fatto riferimento.


La prima edizione della manifestazione si è svolta nel 1962.
La formula era presa a modello del Giro d'Italia di ciclismo, e consisteva in una carovana canora in giro per l'Italia con diversi cantanti che gareggiavano tra loro, giudicati da giurie popolari scelte tra il pubblico delle varie città.
Ogni sera veniva proclamato il vincitore di tappa, e nella tappa finale (a Fiuggi) veniva annunciato il vincitore assoluto. Per 5 edizioni consecutive (dal 1968 al 1972) la finale fu disputata a Recoaro Terme, nello scenario delle Fonti Centrali. La finale era articolata in tre serate, con la diretta tv su RaiUno della serata conclusiva.
Gli interpreti ed i relativi brani erano divisi in sezioni: il Girone A comprendeva artisti di fama, il Girone B le "nuove proposte canore", il Girone C i gruppi musicali.
Con l'avvento del nuovo decennio ed il declino del successo, l'organizzazione si fermò con l'edizione del 1974. Le ultime due edizioni, chiamate Cantagiro show, ebbero meno riscontro rispetto al passato.

lunedì 24 novembre 2014

Pink Floyd-All Saints Church Hall, Powis Gardens, Londra, 1966


All Saints Church Hall, Powis Gardens, Notting Hill, Londra, 1966

I concerti a Powis Gardens segnarono l’inizio della nostra popolarità”, dice il bassista dei Pink Floyd, Roger Waters.

Fu un periodo esaltante. La testa di Sid Barret funzionava ancora ed eravamo tutti pieni di entusiasmo. Era molto prima che diventassimo professionisti e cominciassimo a incidere.”

Nel gergo del tempo tutto era molto “fuori”.
Le follie psichedeliche britanniche erano certo influenzate dalla West Coast americana, ma quei primi concerti in una modesta chiesa di Notting Hill confermarono che non si trattava di imitazione.

Le nostre luci usavano molto meno l’intermittenza ed erano più legate alle immagini. Questo anche se alla chiesa di All Saints se ne occupava un americano” dice Peter Jenner, uno dei due primi manager dei Pink Floyd. “I nostri spettacoli erano più cupi e allucinati, pieni di grandi ombre espressioniste. Molto Nosferatu”.

Verso l’autunno del 1966 i media britannici cominciarono a interessarsi alla psichedelica, considerata la nuova moda destinata a sostituire beat, mod e minigonne .
Noi non sapevamo cosa fosse la psichedelica” ammette il batterista dei Pink Floyd, Nick Mason.

C’erano le droghe, certo, ma era una filosofia raffazzonata, fatta con le idee in voga all’epoca”. In sostanza cercavamo di allargare i confini”.

Autodefinitisi “un laboratorio suono/luce “ e con il celebre mantra del guru dell’LSD Timothy Leary -“Accenditi, sintonizzati, vai fuori”- citato sui manifesti dei loro concerti, i Pink Floyd rappresentavano al meglio lo spirito onnivoro del periodo. Recensendo una delle performance a Powis Gardens, la rivista alternativa International Times sentenziò soddisfatta che “il loro lavoro è in gran parte basato sull’improvvisazione”.
“Dovevamo far capire che le nostre non erano canzoni pop, erano cose più importanti, erano cultura, cultura rivoluzionaria”, dice Jenner.
L’impresa riuscì. Durante la breve esperienza di concerti a sostegno della London Free School, il progetto di educazione comunitaria condotto da John “Hoppy” Hopkins, il quartetto venne intervistato dal Times e i loro concerti a Notting Hill attirarono l’attenzione di un eterogeneo insieme di studenti, intellettuali e anticonformisti.
Molti arrivarono con l’esplicita intenzione di fornire ai propri viaggi in acido un adeguato sottofondo di suoni e luci.

Non fu una scelta consapevole quella di suonare musica da trip”, insiste Nick Mason. “Semplicemente reagivamo a uno stimolo visuale che non era troppo adatto a ritornelli e incisi.”

Fu così che nacque la versione britannica della psichedelica.

(dalle note di Mark Paytress)

venerdì 21 novembre 2014

Glass Hammer


La solita curiosità musicale mi ha portato alla scoperta di una band che mi ha… profondamento colpito, i Glass Hammer.
Partendo da un filmato recente degli YES con Jon Davison alla voce, sostituto di Jon Anderson, sono arrivato a questa band americana, precisamente del Tennessee, uno stato famoso per la musica, ma non certo per quella progressiva. E così, brano dopo brano, ho scoperto una storia pregressa di almeno quattro lustri, periodo durante il quale sono usciti numerosi album e un paio di DVD. Per effetto domino sono poi andato alla ricerca dei dettagli del prog americano, che non è fatto solo di Kansas, ma c’è molto, molto di più.
Dei Glass Hammer amo molte cose, che alla fine si sintetizzano in un piacere di ascolto che non può essere certamente spiegato.
G.H. recupera l’anima e l’impronta delle “mie” band del passato e le ripropone amalgamate, riuscendo poi ad aggiungere un marchio di fabbrica che diventa timbro indelebile e che contraddistingue la loro musica.
Come dare un idea della loro proposta? Apro il contenitore e inserisco YES, ELP e Gentle Giant, unisco una punta di Genesis e miscelo le idee e i talenti dei Glass Hammer: ciò che ne deriva è una musica che mi da piena soddisfazione … cosa chiedere di più?
Ho chiesto a Steve Babb, bassista e cofondatore della band, di rispondere a qualche domanda… interessante il suo punto di vista.




Intervista a Steve Babb…

Savona, Italy, October 6, 2014
  
Sono stato in Tennessee, ho girato Beal Street e ho visitato la casa di Elvis, ma in nessun luogo ho trovato profumo di Prog: come è nata la vostra passione per questo tipo di musica?

Il Tennessee è famoso per il Blues, il Rock, il Country e il Bluegrass, ma la cosa più importante è che il Tennessee è ben noto per la musica, al di là delle etichette! Il Prog rock potrebbe non essere così evidente qui, ma i Salem Hill sono del Tennessee, così come Neal Morse e i Glass Hammer. Adrian Belew vive a Nashville. Ci sono più artisti prog qui di quanto si possa immaginare, sebbene il pubblico dedito a questo genere musicale si trovi di solito nel resto del paese. Sono stato contagiato dal progressive rock dopo aver scoperto i Rush, alla fine degli anni settanta, e attraverso alcuni amici sono arrivato agli album di ELP e Kansas. E poi sono arrivati i Camel, i Genesis e gli UK. Ho sempre amato questo genere!

 Sono arrivato alla vostra musica per pura combinazione, guardando un video degli YES con Jon Davison, e attraverso la sua storia ho trovato i Glass Hammer: come si è evoluta nel corso degli anni la line up, sino ai giorni nostri?

Tutto è iniziato come progetto “studio”, basato su Fred Schendel e me, e dopo poco tempo abbiamo capito che avevamo bisogno di altri musicisti per trasformarci in una live band. Noi lavoriamo in uno studio di registrazione a tempo pieno, e quindi c'era sempre gente intorno che era interessata ad unirsi a noi, per un anno, a volte di più. Non appena quei musicisti passavano ad altri progetti, o lasciavano per impegni familiari, noi ci adattavamo ad una nuova situazione con altri artisti. In questo momento abbiamo un gruppo molto solido, con Aaron Raulston alla batteria, Alan Kamran Shikoh alla chitarra, e Carl Groves e Susie Bogdanowicz come vocalist.

I Glass Hammer sono nati oltre 20 anni fa, e in questo lungo periodo hanno registrato un gran numero di album: che tipo di legame esiste tra il primo, " Journey of the Dunadan " e l'ultimo, " Ode to Echo "?

Fred Schendel ed io abbiamo sempre fatto parte del progetto, e il nostro modo di “scrivere” è il filo conduttore che unisce i nostri album. Inoltre, ci è sempre piaciuto raccontare delle storie attraverso la nostra musica, che è poi il caso che riguarda la maggior parte dei nostri album o dei singoli brani. Sicuramente abbiamo imparato molto rispetto a quel primo album, ed è auspicabile aver migliorato il nostro “mestiere” nel corso degli ultimi 20 anni.

Che cosa succede quando I Glass Hammer si trovano su di un palco?

Siamo davvero un altro gruppo quando suoniamo dal vivo! Non facciamo molti concerti, ma ci piace farlo il più possibile. La nostra musica eseguita dal vivo ha una energia completamente diversa, che raramente riusciamo a trasportare nei nostri album. Chi ci sente dal vivo dopo aver ascoltato le registrazioni, nota un’aggressività musicale ed un’energia che non si aspettava. I fans ci dicono sempre che hanno la percezione che ci divertiamo molto on stage, con un comportamento scanzonato, un pò come accade ai Rush attualmente. Sul palco esplodiamo e amiamo interagire con il pubblico.

Ascoltando la vostra musica, ho avuto l'impressione di ritrovarmi improvvisamente adolescente, trovando i segni indelebili di alcuni dei miei gruppi preferiti (YES, ELP, Gentle Giant) combinato con qualcosa di originale, che io chiamo il marchio di Glass Hammer: come e quanto siete stati influenzati dai musicisti del passato, alcuni ancora al lavoro?

Quando scriviamo musica abbiamo come riferimento alcune band in auge 35/40 anni fa che hanno da tempo visto scemare il loro impegno per il rock progressivo. Noi non abbiamo mai provato ad essere veramente progressivi, poiché il nostro amore per la musica affonda le sue radici negli anni ’70, e alla fine siamo una band più retrò che prog. Detto questo, siamo riusciti a sviluppare un suono molto particolare che identifica i Glass Hammer, e che penso che i fan del prog di tutto il mondo riconoscono all'istante. Non vorremmo mai essere scambiati per un altro gruppo! Sono molto contento che anche tu hai notato il nostro "marchio di fabbrica”!

Cosa ne pensi dello stato della musica - tra talento e businnes - nel vostro paese?

Nel quotidiano siamo immersi nel lavoro musicale, e produciamo artisti e cantautori. Stando così le cose raramente ho il tempo di ascoltare molto al di là dei progetti su cui siamo impegnati. Credo che, nella maggior parte dei casi, il mondo della musica viva in una situazione precaria e triste, un pò ovunque nel mondo. Vedo un sacco di grande talento, in qualsiasi direzione io mi volti, ma la maggior parte degli artisti non ha alcuna idea sul come promuovere la musica, e alla fine il prodotto di qualità si confonde con quello mediocre. Se i musicisti che hanno la capacità e la possibilità di scrivere e registrare un album potenzialmente importante non riescono poi a promuoverlo adeguatamente, beh, non andranno da nessuna parte e tutti gli sforzi saranno vanificati. E immagino che questo pensiero vada bene in qualsiasi paese e situazione.

Da dove prendi ispirazione per i testi dei tuoi album? Possono essere considerati concettuali?

A volte esiste un’idea base precisa, così sviluppo una trama o un tema per alcune canzoni di un album, a volte per l'intero disco. In "Culture Of Ascent ", ad esempio, ho usato la metafora dell’ alpinismo per rappresentare l'ascensione spirituale e la ricerca del Paradiso sulla Terra, con la conclusione e accettazione che se esiste risiede in un altro “luogo”, e non può essere trovato qui. Con "IF" è stato più o meno lo stesso, in particolare per la canzone " If The Sun ". In questo caso molti dei testi e temi musicali sono stati suggeriti da un "cantante” d’eccezione, capace di guidarci da lassù… Dio. "Perilous " è stato scritto durante e dopo la mia tragica esperienza a contatto con un amico che è poi morto di cancro. Abbiamo affrontato le sue paure e, infine, il raggiungimento della pace con Dio. Tutto questo, i sentimenti di tristezza e di gioia, sono finiti nei testi di "Perilous". "Ode To Echo" è stato creato con la mente rivolta al pericolo del narcisismo ed è al contempo un avvertimento sulla pericolosità degli psicopatici, album scritto dopo che la mia famiglia era stata vittima di uno di questi mostri. Il nuovo album, quello a cui stiamo attualmente lavorando, presenta un sacco di idee diverse, e ogni canzone ha la sua propria fonte di ispirazione. Sono certo che i fans ameranno questo album, la cui uscita è prevista per la primavera del 2015.

So della tua collaborazione con Jon Anderson: che tipo di contatto esiste tra voi e il "mondo YES"?

I fans degli YES sono sempre stati molto favorevoli ai Glass Hammer e ce lo hanno fatto capire da sempre. Gli YES vendono i nostri CD ai loro concerti. Ho trascorso un pò di tempo con Roger Dean la primavera scorsa e lui è davvero un gentiluomo. Oltre a ciò non vi è alcun contatto tra Glass Hammer e YES, a parte il rapporto di amicizia che abbiamo con Jon Davison.

Esiste una piccola possibilità di vedervi in Italia in futuro?

Se si realizzasse un Festival prog con un budget capace di supportare i costi e il cachet di una band che viene da Oltreoceano… beh, in quel caso arriviamo di corsa! Ho ricevuto un invito da un promoter quest'anno, ma il budget disponibile non ci ha consentito di… volare in Italia. Quindi, se sei a conoscenza di un Festival con le caratteristiche che ti ho descritto, fa sapere loro che ti piacerebbe vedere i Glass Hammer in Italia! Ho sempre sostenuto che se devo venire in Europa pagando tutto io, beh, allora la prenderò come una vacanza! Un giorno porteremo il progetto Glass Hammer in Europa, ma solo quando i fans lo richiederanno ed i promoter saranno disposti a pagare per tutto questo. Potremmo essere richiamo per un pubblico enorme, di questo sono certo.

E' possibile rivelare qualcosa sui vostri progetti futuri?

Come ho detto prima, siamo al lavoro su un nuovo progetto discografico. Alcuni album che abbiamo fatto in passato si sono rivelati punti di svolta. "Chronometree", "Lex Rex", "The Inconsolable Secret" e "IF", potrebbero essere degli esempi. Prevedo che il nuovo disco diventerà ancora più popolare. E’ successo qualcosa  - che non riesco ancora a spiegarmi - con il songwriting e il livello di musicalità, e questo mi basta per pensare che diventerà il favorito dei nostri fans. Speriamo di arrivare rapidamente alla definizione di un titolo, in modo da poterne parlare sempre di più!


"Crowbone", da “Ode To Echo”, ultimo album dei Glass Hammer, uscito nel 2014. Le musiche sono di Fred Schendel e i testi di autore Robert Low.
Muisicsti ... Babb, Schendel, Raulston, Shikoh e Davison. David Ragsdale dei Kansas al violino. Randy Jackson di Zebra ai cori e chitarra solista. Susie Bogdanowicz ai cori.
Artwork dell'album di Michael Xaay Loranc.
Fotografie della band di Julie Babb.


giovedì 20 novembre 2014

Diplocomp e Diplodisc: un’intervista ad Alessandro Monti, di Mirco Delfino


Articolo di Mirco Delfino apparso sul numero di Ottobre di MAT 2020

La lunga intervista a seguire, oltre ad entrare in profondità nel pianeta “Alessandro Monti”, scatta un’amarissima fotografia di un mondo musicale dove gli artisti non appaiono privi di pecche. Tutta da leggere.


Appunti per una ridefinizione culturale del disco
Diplocomp e Diplodisc: un’intervista ad Alessandro Monti

Alessandro Monti è il nome dell’artista veneziano che sta dietro al progetto Unfolk ed all’etichetta Diplodisc. Compositore e multistrumentista poliedrico e colto, Alessandro è arrivato a creare la sua label nel 2006, dopo aver maturato una solida esperienza come musicista e produttore,  per pubblicare i suoi lavori sotto lo pseudonimo di Unfolk:  tre album di nitida bellezza nel corso di otto anni, lavori affatto diversi l’uno dall’altro, il cui art work è raffinato e di buon gusto quanto la musica. Il disco omonimo del 2006, rimasterizzato e ristampato due anni fa in versione doppia, con un generoso bonus di inediti incisi sia dal vivo che in studio, è una raccolta di alchimie elettroacustiche, realizzate con un manipolo di amici, in cui il fascino arcano della matrice folk si coniuga spregiudicatamente e felicemente con l’avanguardia, l’improvvisazione di stampo jazzistico, spezie rock psichedeliche ed aromi esotici. The Venetian Book Of The Dead, del 2009, è uno struggente concept dedicato alle vittime dell’inquinamento del petrolchimico di Marghera, frutto della collaborazione col cantante britannico Kevin Hewick. Infine il recente spiritDzoe è una raccolta di otto movimenti strumentali realizzati in solitudine da Alessandro, concepiti durante una delicata fase di transizione esistenziale. E’ un lavoro introspettivo, scarno eppure sempre ricco di intuizioni sorprendenti, malinconico ma attraversato da una sottile vena d’inquietudine. Il disco è stato prontamente commentato da Athos Enrile nel suo blog, alla cui ottima recensione, abbinata ad un’illuminante intervista con Alessandro, vi rimando:


Col tempo la Diplodisc ha pubblicato anche lavori di altri artisti vicini a Monti: il suo vecchio gruppo prog  Quanah Parker ed il trombettista Massimo Berizzi. In contemporanea con spiritDzoe  viene inoltre licenziata la compilation Diplocomp. Sbaglia chi pensa sia il classico sampler promozionale, contenente materiale già edito e magari qualche anteprima.  Si tratta di un’antologia che comprende ben 17 brani nuovi, per un totale di quasi 80 minuti di musica, con contributi di band ed artisti non solo italiani ma anche inglesi, statunitensi e canadesi. Il lungo elenco di stili riportato in copertina spiega bene l’ecletticità della proposta. Si va, per esempio, dal noise industriale dei “Rumore Austero (KAR)” al suono ancestrale del duduk, strumento a fiato tradizionale armeno suonato da Mauro Martello. Pure la raccolta ha una sua omogeneità, oltre che nell’elevato livello qualitativo, nell’umore un po’ crepuscolare e nella tendenza generale a non volersi  limitare nei confini canonici dei singoli generi musicali, ma ad esplorare affascinanti territori di frontiera, a dimostrare che, se è vero che in musica molto è già stato detto, ancora è possibile contaminare e fare della ricerca senza rinunciare al calore espressivo ed alla comunicatività. Troviamo ad esempio che l’elettronica va a screziare la pregevole canzone folk di Adam Jansch e Nick Dawe, oppure il solenne post-rock chitarristico dei Daidono; il già citato Massimo Berizzi adagia il suono aereo della sua tromba, memore di Don Cherry e Jon Hassell, su di un ruvido tappeto ritmico techno, o ancora Storm di Daniel Brio, una suite di oltre 13 minuti, suona come un brano minimalista in cui irrompono  delle movimentate dissonanze che sanno di free jazz. Citare solo alcuni artisti è fare torto a tutti gli altri, io esprimo la mia preferenza per il songwriting di Kevin Hewick e il magico suono del dulcimer di David Rankine, con il contributo di Alessandro al mandolino ed al basso. Monti è presente anche con due brani registrati dal vivo con Gigi Masin, avanguardia elettronica rarefatta fino ad assumere sembianze ambient, come già nel loro album The Wind Collector del ’91, divenuto con gli anni un disco di culto. A chiudere appropriatamente Diplocomp l’impeccabile trascrizione chitarristica del tradizionale veneziano Peregrinazione Lagunaria da parte dello scomparso Dale Miller.

“Appunti per una ridefinizione culturale del disco” è quanto recita un’ambiziosa ed emblematica nota sul retro copertina. A partire da questa mi sono rivolto ad Alessandro Monti nella sua veste di discografico, per chiedergli anche una riflessione sul senso del produrre e consumare musica ai tempi del digitale e di internet. Con grande disponibilità ha condiviso con noi le sue opinioni molto precise, e non sempre ottimistiche.



L’INTERVISTA

Diplocomp  è una raccolta corposa con pezzi quasi esclusivamente inediti. Sono tutti artisti che hai conosciuto o coi quali hai collaborato?

Tutti gli artisti che hanno spontaneamente collaborato a Diplocomp sono amici musicisti o persone con cui negli anni ho avuto un rapporto artistico continuativo e che, naturalmente, stimo in modo particolare. Alcuni sono amici stretti con cui collaboro da anni: Gigi Masin, Bebo Baldan, Adriano Clera, Riccardo Scivales, Mauro Martello, Massimo Berizzi e il più famoso in assoluto: Gianni Visnadi, uno dei maestri della house/techno/trance internazionale. Altri sono musicisti che ho conosciuto attraverso il web come Daniel Biro titolare del bellissimo catalogo Sargasso, Kevin Hewick già collaboratore dei Sound e New Order che ha partecipato alla creazione di "The Venetian Book Of The Dead", Adam Jansch (figlio di Bert) o Judy Dyble la storica cantante dei Fairport Convention che ha sempre avuto parole bellissime per il progetto Unfolk e che all'ultimo momento non è stata soddisfatta del suo contributo, pregandomi di non includere il suo brano; una menzione particolare merita il grande chitarrista acustico Dale Miller purtroppo scomparso. Le strane circostanze che mi hanno onorato della presenza di un suo pezzo sono spiegate sul mio blog (www.unfolkam.wordpress.com). Sono felice di aver potuto selezionare personalmente i brani da includere. Talvolta ho avuto addirittura l'imbarazzo della scelta, segno della stima che godono Diplodisc e il progetto Unfolk.

Ci sono delle anteprime di album in uscita per l’etichetta? “acoustic, world music, post-rock, prog, electronic, ethno-jazz, minimal, ambient, songwriting, chamber folk, improvisation, experimental” mi sembra uno spettro di stili a dir poco ampio, quali requisiti deve avere la musica per essere pubblicata su Diplodisc?

Quando ho scritto tutti gli stili presenti nel cd sul fronte della copertina non volevo peccare di presunzione, ma desideravo fosse un'indicazione utile per il contenuto e una specie di manifesto di quello che la musica significa per me: un territorio aperto senza barriere stilistiche. Francamente non so quanti siano in sintonia con me, credo sia stato un po' un azzardo ma tutte le persone che hanno ascoltato il cd lo hanno apprezzato per l'omogeneità e la qualità, qualcuno ha anche intravisto la presenza di una "scena", un gran bel complimento. Quello che ho cercato di fare con Diplocomp è stato di mediare le mie conoscenze e amicizie strette con quelle virtuali della rete, creando una sorta di percorso sonoro che passasse dalla musica elettronica all'acustica e che alla fine potesse avere una coerenza all'ascolto. Spesso il mondo della musica alternativa è molto settario perdendo di vista il significato più importante e cioè che la musica è originale, indipendente, autoprodotta ai margini dell'industria e dei media, lavorata e sudata con grandi dispendi economici.  Nel 2014 nonostante lo spazio e le sovvenzioni sempre minori riservate all'arte, la musica resta una delle pochissime speranze dell'umanità per risollevarsi dallo stato di decadenza, disperazione e mediocrità in cui versa... quindi il mio lavoro che non è mai stato di tipo professionistico o lucrativo, va situato in questa dimensione utopistica e spirituale. Tieni presente che l'obiettivo è sempre e solo quello di ripagarsi le spese! Quindi non ci sono particolari requisiti ma solo la sincerità dei musicisti... e soprattutto non è un'etichetta vera e propria dal momento che il marchio Diplodisc non è registrato. Diplocomp è stato un tentativo disperato di aggirare i molti ostacoli delle produzioni indipendenti e di creare un'occasione per i musicisti di unirsi; ho pensato che nel nostro piccolo avevamo ottenuto degli ottimi risultati con il progetto Unfolk ecc. riuscendo ad entrare in prestigiosi cataloghi internazionali come Burning Shed, ma purtroppo non posso dire che l'operazione sia completamente riuscita...

A quando risalgono i due pezzi dal vivo con Gigi Masin?

Non ricordo la data esatta, circa 5 anni fa, e provengono dalla nostra unica performance in duo su invito di Scatole Sonore, Roma: nel cd li ho uniti come fossero un unico pezzo. Dopo il successo postumo del nostro album The Wind Collector (Divergo, 1991), i vari remix, l'inclusione di un brano in un paio di compilation e la recente doppia retrospettiva olandese dedicata a Gigi: Talk To The Sea (Music From Memory, 2014), abbiamo deciso di provare a fare qualcosa di nuovo assieme. E' ancora solo una vaga idea, ma non sarebbe male constatare lo stato delle nostre teste oggi, dopo tutto questo tempo. Gigi aveva partecipato comunque anche ad un paio di pezzi nel mio progetto Unfolk.

Non trovi sia anacronistico stampare cd in un periodo in cui, soprattutto ai giovani, sono estranei non solo i dischi come oggetti fisici, ma forse anche il concetto stesso di album?

Nonostante il momento difficile credo che l'oggetto disco non se ne andrà facilmente dalle nostre vite: una volta al mese, per integrare il mio stipendio part-time, partecipo ad un mercatino e vendo un po' di tutto a prezzi ragionevoli, album, cd, dvd; i giovani sono molto curiosi degli oggetti originali e stanno recuperando un certo interesse soprattutto per i vecchi vinili che considerano qualcosa per cui vale la pena spendere... un bell'oggetto con grafica e contenuto, differente dalla musica liquida (o liquefatta) cui sono abituati. Anche se la maggior parte di loro scarica tutto gratis ovunque, l'altro giorno in autobus ho sentito uno studente dire questa frase rivolto all'amico "sai, ho deciso che inizierò a comprare la musica perchè la qualità é migliore...". Forse è di buon auspicio, e magari un giorno questo stesso ragazzo andrà ad ascoltarsi un intero album, stufo delle solite playlist.

So della tua avversione per i formati digitali e di un certo scetticismo nei confronti dell’utilizzo di internet. I cd Diplodisc sono disponibili anche in formato digitale? Vorrei che parlassi delle difficoltà e del significato del gestire un’etichetta nell’era di internet e del free download. Molti musicisti si pongono il giusto problema del veder retribuito il proprio lavoro...

Amo l'Audio e non la musica compressa, ma non sono mai stato contrario ad internet in senso generale, solo all'idea della musica gratuita, il cosiddetto "free download" che trovo una grande mancanza di rispetto nei confronti del lavoro dei musicisti. Per me ha senso solo il download legale, ma conosco persone che vivono su Soulseek o i siti di file sharing, e solo una minima parte compra poi quello che ascolta. Da un certo punto di vista internet è un altro esempio di oppressione capitalistica che, in nome di una falsa libertà, obbliga la gente ad agire come robot facendo dimenticare letteralmente le più elementari norme di correttezza e rispetto... tutto è dovuto. Anche i Creative Commons sono un'offesa per il compositore: un artista non può accettare di lavorare per niente, tutto ha un prezzo, anche il computer che tutti usano! Ma d'altro canto non posso nemmeno trascurare il fatto che tutti i contatti che abbiamo avuto negli ultimi anni sono avvenuti tramite internet e che le occasioni di distribuzione oggi sono infinitamente superiori; talvolta con il semplice passaparola del web si ottengono risultati sorprendenti come è avvenuto recentemente per i miei lavori con Gigi Masin. Dopo 20 anni che i vinili giacevano in soffitta, sono andati venduti bruciati... il che insegna che nulla va perduto. In ogni caso, tutti i nostri cd, ad eccezione della nuova compilation, sono sempre stati disponibili ovunque anche in versione digitale grazie all'ottimo servizio fornito da Cd Baby che, con una minima iscrizione, rende disponibile il materiale su tutti i maggiori siti da iTunes ad Amazon ed ora anche su Spotify.

In Italia SIAE e ministero della cultura provano a risolvere il problema imponendo addirittura una tassa sull’acquisto di smartphone e tablet che sa di sanzione preventiva, mentre Spotify e servizi affini vengono definiti per lo più dagli artisti come prese per i fondelli, dal punto di vista della retribuzione…

Siamo tutti d'accordo che la SIAE ha assoluto bisogno di una riorganizzazione totale perché gli artisti siano più tutelati, non a caso sono sorte recentemente organizzazioni che cercano di mettere ordine in questo settore, ma le cause della crisi musicale sono molteplici: gli interessi che sono dietro ad internet sono enormi, pensa solo al traffico telefonico e alla pubblicità... e non c'è motivo di preoccuparsi per il free download da parte delle majors: ad esempio ho letto che la Sony ha solo il 4 o 5 per cento investito in musica, il resto del business è nella tecnologia, dai televisori alle apparecchiature elettroniche di tutti i tipi. E' deprimente pensare che siamo ormai in un far west dove è a portata di mano qualsiasi file: scopro ogni giorno siti da cui puoi scaricare ogni video/audio di YouTube o Soundcloud. Non credo più sia un fenomeno controllabile ed è un risultato di quella che doveva essere la nuova rivoluzione, il digitale; quindi bisogna cercare di capire in che modo positivo tutto ciò può essere sfruttato. Non credo assolutamente che mettere un disco intero in free download sia per un musicista una soluzione giusta né conveniente... certamente è la musica a perderne di più. Spotify paga anche gli ascolti ma ti assicuro che alla fine arrivano solo centesimi, mentre si dovrebbe cercare di spingere di più i download legali e le programmazioni radio: la RAI ad esempio ha sempre fatto un ottimo lavoro e colgo l'occasione per ringraziare lo staff di "Battiti" (Rai Radio 3) e Demo (Rai Radio 1), che purtroppo è stata tolta dal palinsesto.

Io trovo obiettivamente comodo sentire musica gratuitamente e liberamente su Spotify o YouTube e magari poi compro i cd che mi piacciono in particolare, ma mi rendo conto di rischiare spesso una bulimia musicale in cui la quantità va a discapito dell’attenzione. Mi chiedo quindi che problemi si pongano per un adolescente che non abbia il mio retroterra di ascolti...

Ripeto spesso che ci vorrebbe una nuova educazione musicale, ascoltare meno e bene: la frammentazione dell'ascolto in rete e la massa di materiale a disposizione sono un grosso problema, ti perdi facilmente nel mare di informazioni. Quando ero ragazzo, non potendo acquistare molti album, ascoltavo un "microsolco" per mesi penetrando ogni singola nota: ricordo ancora la scoperta della musica come una sensazione sconvolgente da cui non mi sono mai ripreso! La cassetta audio di Atom Heart Mother era una specie di porta verso un mondo nuovo e sconosciuto... un pezzo da 23' con un gruppo rock, un coro e un'orchestra, era tutto quello che desideravo.

Ho inoltre l’impressione che oggi la musica nell’immaginario giovanile occupi un posto molto più marginale rispetto a ad un tempo...

Sono d'accordo. Anche se mi ritengo un incurabile ottimista e cerco di vedere sempre il positivo delle cose, la musica oggi ha perso purtroppo il significato sociopolitico che aveva un tempo, ma è solo lo specchio della stessa società che sta attraversando un periodo di drammatica transizione i tutti i sensi.

Il problema della qualità audio c’è che prova ad affrontarlo, il buon vecchio Neil Young ha lanciato il lettore Pono...

Ho seguito molto il vecchio Neil, sono cresciuto con la musica di CSNY, ma temo che negli ultimi anni abbia perso l'ispirazione arrivando a dire che "solo cantando una canzone, non si cambia il mondo...", bella scoperta. Ma un tempo i suoi pezzi avevano un altro spessore. L'uomo sta invecchiando ma non in modo dignitoso come Dylan; credo che semplicemente abbia cercato una nuova area di interesse oltre agli amati trenini! La qualità della musica è importantissima e nel mio piccolo ho sempre cercato di realizzare prodotti nel modo più professionale possibile, ma non basta per ridare significato alla musica. Ci vuole una rivoluzione... come dice un altro grande, Robert Wyatt: "non una rivoluzione violenta, ma una rivoluzione culturale". Parole sante.

Credo anch’io si tratti innanzitutto di un problema culturale, l’idea di rivolgerti qualche domanda è nata dalla nota scritta sul retro copertina di Diplocomp:  “Appunti per una ridefinizione culturale del disco”...

Infatti, io puntavo essenzialmente sull'idea del disco che, come il libro, non può essere sostituito o ignorato; anche nell'epoca dei nuovi formati e delle nuove tecnologie dovrebbe restare alla base della nostra cultura. Così avevo deciso di non mettere l'intera compilation in download ma pensavo che sarebbe rimasto un oggetto esclusivo. Prima delle distribuzioni ufficiali (le ottime G.T. Music qui da noi e Burning Shed in UK) avevo offerto a ciascun musicista di acquistare copie del cd da me al minimo prezzo di fabbrica (€ 4), per poterle vendere in rete o ai concerti. Pensavo fosse bello per un musicista indipendente sapere che qualcuno ha stampato un disco con un tuo inedito accollandosi tutte le spese di produzione e non pensando solo al guadagno. Ma il risultato è stato disastroso; stentavo a crederlo ma ormai posso dirlo con esattezza: ad eccezione di 3 amici musicisti che ne hanno acquistato delle copie, NESSUN musicista ha chiesto nel corso dei primi mesi alcuna copia... alcuni hanno addirittura inviato delle scuse del tipo "te ne ordinerò un tot...", "ci risentiamo presto...", alcuni non hanno nemmeno risposto all'arrivo della mia copia omaggio per paura di dover essere obbligati ad acquistarne! Così ho capito che non succederà mai e nessuno si farà mai vivo. Questo ha dimostrato una cosa allarmante, e cioè che i più confusi oggi sono proprio i musicisti: non hanno compreso il significato dietro all'operazione Diplocomp e soprattutto non credono più ai dischi e alle possibilità di vendere/distribuire la propria musica in un formato fisico, un errore grossolano... in questo caso la mancanza di iniziativa degli artisti è stata a mio parere gravissima e peggiora ulteriormente la situazione musicale. Qui non si tratta di prendersela con la crisi, l'industria, la rete o gli mp3, ma di non voler acquistare nemmeno una copia di un disco che contiene anche la tua musica! Ognuno può inventare scuse o sparare cazzate, ma constatare tutto ciò è stato talmente sconcertante e deludente che, nonostante Diplocomp contenga musica davvero straordinaria e di altissimo livello, ho deciso che non avrà un seguito... non ci sarà mai il volume 2. La compilation è targata Diplodisc dpl 10, un decimo disco che doveva essere un traguardo importante ottenuto con le nostre forze e una sorta di celebrazione del catalogo, invece sarà probabilmente l'ultimo disco che produrrò. Sono certo che i nostri distributori faranno un ottimo lavoro e mi auguro che ci sarà un minimo di rientro economico, ma lascerò che altri facciano questo genere di cose; anche se continuerò a promuovere tutte le nostre uscite, l'entusiasmo per ulteriori produzioni se n'è andato per sempre... e oggi considero spiritDzoe, il mio cd solista, la perfetta chiusura di un ciclo.



Conclusione... 

Non ci si aspettava che quest’intervista venisse a coincidere con un momento così tristemente significativo, che pare sancire di fatto la fine delle esperienze Unfolk e Diplodisc. Da parte mia possiamo solo invitare a prestare attenzione all’attività passata e futura di Alessandro, per l’intrinseco valore artistico e per le genuine ed appassionate motivazioni che lo muovono, e che lo hanno purtroppo portato ad una comprensibile disillusione. Ci sono concrete speranze di tornare quanto meno a sentirlo suonare; in previsione c’è infatti un ritorno con i Quanah Parker, oltre alla  possibile ed auspicabile nuova collaborazione con Gigi Masin.
Questi i link per acquistare la compilation Diplocomp:






mercoledì 19 novembre 2014

June 1974-"Atlantide"


Ho incontrato la musica di Federico Romano un paio di anni fa, in occasione dell’uscita dell’album “Soundscapes Of The Muse”, all’interno del suo progetto June 1974 - la sua data di nascita, il tutto a simboleggiare che la musica è una caratteristica fondamentale del suo DNA.
Lo spazio temporale a cui ho accennato è spesso quello che separa un album da quello seguente, ma la prolificità di Romano è inusuale, tanto che la sua discografia può annoverare oltre 230 canzoni realizzate in un breve lasso di tempo, cinque anni.
Prima del 2009 i modi espressivi di June 1974 erano concentrati in ambito letterario, essendo lui noto come scrittore di poesie, racconti e romanzi.
E in questa nuova pelle il verbo non serve, perché il passaggio delle emozioni è delegato al mondo dei suoni, alla sua reinterpretazione e “manipolazione”, e le liriche sarebbero una forzatura che, forse, leverebbero l’autenticità di base e, probabilmente, non riproporrebbero esattamente lo stato d’animo che ha portato alla creazione di attimi così esclusivi, e che attraverso la musica si può tentare di far rivivere ad altri.
E’ quanto accade in “Atlantide”, EP che uscirà tra pochi giorni e che ho avuto il piacere di ascoltare in anteprima.
Due brani - “Follia” e “ Atlantide” - che in oltre 22 minuti di musica sintetizzano un mondo difficilmente descrivibile a parole, dove i termini didascalici canonici possono risultare riduttivi - o ridondanti - senza avere la certezza di aver centrato l’obiettivo.
Nel contenitore creato da Romano possiamo inserire le esperienze di una vita, che all’improvviso diventano utili per modellare la genesi di un brano subito dopo che la scintilla è scoccata, e a quel punto per arrivare alla fine del percorso la libertà diventa una necessità, e la separazione tra i differenti mood, ritmici e di atmosfera, diventa una barriera facilmente rimovibile, perché mano a mano che le trame si sviluppano risulta facile entrare in sintonia con l’artista e comprendere che quei paletti non esistono, e che la musica di Romano va vissuta con buona dose di immedesimazione.
E chiunque riuscisse nell’intento troverebbe una facile via per tradurre in immagini e pensieri ciò che “Follia e Atlantide” suggerisce.
Un gruppo di anime, una ascolto in piena comunione, un pò di concentrazione e poi l’atto finale, la trasposizione dei sentimenti su di una tela, un pezzo di carta o una tastiera per calcolatore: ecco come mi immagino il proseguimento del lavoro di June 1974 e del suo “Atlantide”.

Atlantide” uscirà a fine Novembre (su tutti i digital music stores) per Visionaire Records ed è stato masterizzato in Islanda, nei Sundlaugin Studio da Birgir Jon Birgisson (Sigur Ros/Mum/Alcest).
La copertina dell’ep invece è opera dell’ artista Soey Milk.


June 1974 official site:

contact:

Credits
June 1974 is:
Federico Romano:all instruments
June 1974 "Atlantide" album by Visionaire Records.
Music and songtitles by Federico Romano (June 1974).
Mastered at Sundlaugin Studios (Sigur Ros/Mum/Alcest) in Iceland by Birgir Jon Birgisson.

Cover painting by Soey Milk




martedì 18 novembre 2014

Andrea Gianessi-L'Alternativa



Andrea Gianessi, a distanza di tre anni, propone un nuovo appuntamento discografico, e dopo La Via della Seta rilascia in questi giorni L'Alternativa.
In una mia precedente intervista, in occasione dell’uscita del primo album, nasceva spontanea la curiosità di chiedere all’autore una sorta di comparazione rispetto al ruolo tradizionale del cantautore e la sintesi della sua risposta è la seguente: “Il mio lavoro è cominciato con la destrutturazione della canzone stessa, intesa nel senso pop. Poi ho ricostruito una forma cercando di utilizzare altri mezzi espressivi, partendo da una nuova funzione strutturale degli strumenti, in primo luogo le percussioni, che qui non sono più meri colori timbrici ma elementi portanti. Riassumendo direi che mi sono imposto dei limiti per provare a superare le convenzioni, pur riconoscendo la funzione dei mastri, pilastri della nostra musica”.
Sono passati tre anni, un’eternità per chi cerca l’evoluzione musicale e personale, e Gianessi presenta una nuova immagine, quella che in questo momento, probabilmente, lo identifica e soddisfa maggiormente. Si tratta una brusca sterzata che provoca una deviazione rispetto alla sperimentazione di un tempo, a favore della ricerca di una possibile alternativa al pop tradizionale, tanto che il manifesto del disco diventa … “Un'alternativa pop!”.
Undici tracce, per oltre 40 minuti di suoni e parole, utilizzate per descrivere situazioni personali e atmosfere captate dal quotidiano, che un musicista ha la fortuna di poter descrivere in modo esclusivo. E’ una ricerca della libertà espressiva, dell’allontanamento della rigidità degli schemi, ma ogni singolo episodio è cesellato con classe e maestria.
Qualche esempio dei pensieri di Andrea?
Esistono momenti che arrivano improvvisi, squarci di luce che rompono il buio, e illuminano il grigio che ci assilla nella quotidianità, e ci regalano attimi di vita serena (Giornate di sole); ma qual è il significato del vuoto? Perché ci appare come anomalo e passiamo il tempo nell’affannosa ricerca della fermatura degli spazi? Perché non siamo in grado di apprezzare la bellezza delle linee essenziali? (Il significato del vuoto). E perché la crisi che attanaglia la nostra società è diventata fatto ineluttabile, accettata ormai come i movimenti astrali che accompagnano la nostra storia da migliaia da anni? Forse basta l’alibi che ogni crisi reca con sé un’opportunità di miglioramento? (La recessione).
Dal punto di vista meramente musicale, è sufficiente porre l’occhio sulla sezione “musicisti e strumenti correlati”, per capire come l’album sia tutt’altro che minimalista (cosa di questi tempi possibile nonostante la ridondanza che la tecnologia è in grado di fornire).
Gli elementi acustici si uniscono a quelli classici e a quelli etnici, regalando all’ascoltatore una miscela sonora che non lascia indifferenti.
Il punto che apprezzo particolarmente de L'Alternativa è la capacità di fornire elementi di riflessione, spunti a tratti filosofici mischiati alla dura realtà - e tutto sommato semplicità - del quotidiano, che non appaiono poi molto diversi se vissuti a Milano piuttosto che a Messina; e per raccontare un mondo così complicato da vivere, dove la stagione che è in noi è quasi sempre l’inverno, Gianessi trova un modo, il suo modo, davvero efficace, per ritornare al vecchio ruolo del cantastorie, e se il vestito che riesce a confezionare vuole essere catalogato in una sorta di “pop diverso”, beh… ben venga il pop, anche alternativo.




CREDITS:

testi e musiche:
Andrea Gianessi

arrangiamenti:
Francesco Giorgi,
Andrea Gianessi

produzione artistica:
Andrea Gianessi

Artwork e fotografie:
Federica Amatuccio

musicisti:
Andrea Gianessi
voce, chitarre, ukulele, synth
Francesco Giorgi
violino, tastiere, cori
Francesco Viani
basso, cori
Marco Emilio Metti
batteria, percussioni, vibrafono
Maja Petrusevska
violoncello
Pedro Judkowski
contrabbasso
Luca Troiani
sax tenore, sax alto, clarinetto
Claudio Nanni
sax baritono
Marco Bertacci
tromba
Silvio Ripamonti
tromba, flicorno
Sara D'Angelo
cori
Rosalba Iacoviello
cori
Alessia Gardini
Cori

Scheda riepilogativa
titolo: L'Alternativa
artista: Andrea Gianessi
etichetta: Reincanto Dischi - CDREI005
release: 11/11/2014
durata: 41':53”



Bio…
Andrea Gianessi è un musicista, autore, compositore e sound designer. Laureato con lode al Dams Musica di Bologna, è co-fondatore di molti progetti musicali tra cui il collettivo neo-psichedelico Nihil Project, con cui pubblica quattro album, collaborando con musicisti come Embryo, Arturo Stalteri, Claudio Rocchi, Mino di Martino, Brian Godding, Steve Sylvester, Arlo Bigazzi e Andrea Chimenti. Milita negli anni in numerose altre band underground, tra cui Frankspara e PsychOut Department, e opera inoltre come compositore e sound designer nell'ambito del teatro, del video e della multimedialità. Nel 2011 pubblica il suo primo disco solista, intitolato “La Via della Seta” (Reincanto Dischi/New Model Label), dedicato alla contaminazione con la world music e molto apprezzato dalla critica specializzata. Il singolo “Precari a Primavera” estratto dall'album entra in rotazione su Isoradio e viene programmato su molte radio nazionali. Nel 2013 Andrea Gianessi fonda con la regista e scenografa Federica Amatuccio la compagnia Teatro dei Servi Disobbedienti, per la quale scrive le musiche di scena dello spettacolo “Gocce di Splendore” e dello spettacolo di teatro-danza “Fimmina Morta”. Sempre nel 2013 comincia a lavorare ad un nuovo album di canzoni, “L'Alternativa”, che verrà pubblicato l'11 novemrbre del 2014. L'uscita del nuovo disco è anticipata dal singolo “il sOle”, che da giugno è in rotazione in oltre 500 radio su tutto il territorio nazionale. Nell'estate 2014 Andrea Gianessi con i nuovi brani tratti da “L'Alternativa” viene selezionato per il premio “L'Artista che non c'era”, menzionato per il “Premio Bruno Lauzi”, ed è tra i semifinalisti del “Premio Fabrizio De André”.