sabato 30 agosto 2014

Ciao Glenn


Un'altra perdita, un'altro pezzo di cuore, di giovinezza, di musica se ne va...
ci ha lasciato GLENN CORNICK, bassista dei Jethro Tull dal 1968 al 1970, fu il primo "special guest" alle nostre convention.
Veniva spesso in Italia, grande carica umana, attaccamento alla famiglia, una persona vera.
Ho passato bellissimi giorni insieme a te, riposa in pace. 
Ciao Glenn
Wazza

P.S.
La mia prima Convention ITULLIANS risale al 2006, Novi Ligure.
Arrivato nella zona dedicata al concerto, nel primo pomeriggio, la prima persona che vidi fu proprio Glenn, seduto nel bar antistante il teatro, con il figlioletto che lo faceva ammattire.
Sorridente, disponibile, allegro… mi sembrava impossibile all’improvviso trovarmi davanti a lui, che ero abituato a vedere solo sulle cover degli album.
Quel giorno comprai il suo nuovo disco, di cui andava palesemente fiero e che ascoltammo dal vivo.
Lo conobbi in quella occasione e successivamente mi rilasciò una lunga intervista che racconta molto su di lui e su… altri.
Ci fu poi un’altra occasione di incontro, la Convention del 2008, ad Alessandria, giorno in cui si presentò con una cresta colorata molto visibile. 


Si esibì nel pomeriggio con gli OAK e alla sera, sul palco “maggiore”: grande spettcolo!
Sono sinceramente addolorato… un altro pezzo della mia adolescenza che se ne va!
Athos

Ecco come si scrive la storia....





giovedì 28 agosto 2014

Edmondo Romano-“Missive Archetipe”


Edmondo Romano propone il secondo atto della “sua” trilogia che affronta il tema fondamentale della comunicazione.
Dopo “Sonno Eliso”, dedicato alla rapporto uomo/donna, “Missive Archetipe” si occupa della parola e della sua fondamentale funzione relazionale.
Romano, nelle righe a seguire, racconta particolari e dettagli, aspetti oggettivi da cui non si può prescindere se si vuole comprendere la sostanza e la filosofia musicale che accompagnano questo geniale artista genovese, compositore, ricercatore e polistrumentista di lungo corso.
Dopo aver “assorbito” il suo nuovo disco - ascoltato, letto, osservato - ho avuto l’impressione di trovarmi tra le mani un lavoro dall’elevata dimensione qualitativa, dove l’interazione tra la musica, le immagini e la proposizione teatrale, contribuiscono a creare un momento dall’elevato valore culturale, anche se questo non è certo l’obiettivo principale.
Una Musica che disegna immagini che si susseguono, una striscia recitativa che commenta alcuni momenti salienti, un utilizzo vario della strumentazione cara a Edmondo… il tutto funzionale alla realizzazione di una suite, di un lavoro concettuale, tipico della classicità Prog.
Edmondo Romano è il regista di un film che nella sua testa scorre fluido, con la semplicità di azione che segue rapidamente il pensiero e che, da tempo, gli ha permesso di pianificare tre atti che si riassumono un unico goal, quello di raccontare un punto di vista che si trasforma in elemento didattico, che prova a spiegare qualche segreto sulle dinamiche che regolano ogni tipo di contatto umano. Sarà forse solo un’angolazione e prospettiva personale, ma ad un musicista, a maggior ragione se bravo, occorrerebbe dare il massimo degli attestati a cui un “comunicatore” può arrivare: le sue creazioni sanno e sapranno volare e trasportare silenti - o rumorosi - messaggi in ogni luogo della terra.
Ma vorrei idealizzare un ascoltatore comune, casualmente toccato da “Missive Archetipe”, senza alcuna informazione e nessun art work… solo un  mondo sonoro che improvvisamente lo avvolge; in quel caso sarà impossibile non essere toccati dalla bellezza delle melodie, dalle trame armoniose, da una Musica che, ancora una volta, aiuta a viaggiare, sognare, desiderare, e in cui non si fa nessuna fatica ad “entrare”.
E piano piano, d’istinto, senza alcuna didascalia, si entrerà in sintonia con la nostra storia, il loop che unisce la genesi con la fine, il circolo di ogni nostra singola vita, che termina sempre con un sentimento positivo, quello della speranza, dell’idea che, dopo la fine, ci sarà sempre un nuovo inizio.


L’INTERVISTA

”Missive Archetipe” è il secondo capitolo di una trilogia dedicata alla comunicazione. Perché rappresenta un’evoluzione di contenuti rispetto a “Sonno Eliso”?
Missive Archetipe” non rappresenta un’evoluzione, ma una naturale conseguenza e sviluppo del primo lavoro “Sonno Eliso”. Nella trilogia da me pensata la tematica è la comunicazione in alcune delle sue espressioni: “Sonno Eliso” è la comunicazione tra il Maschile ed il Femminile, “Missive Archetipe” tramite la parola, il Verbo parlato e scritto, il terzo capitolo, che s’intitolerà “Relìgio”, affronterà la tematica attraverso la religione nelle sue diverse forme. Considero queste espressioni di contatto tra gli esseri i tre fondamentali componenti per la crescita dell’evoluzione spirituale e culturale umana.

Dal punto di vista prettamente musicale che cosa cambia rispetto al precedente album?
Anche “Missive Archetipe” è un disco composto da ‘musica per immagini’. Come il primo lavoro molte scritture sono scaturite dallo stretto rapporto che da anni conduco con il Teatro, terreno che considero fertile per poter lavorare in grande libertà espressiva. Alcuni brani invece sono stati composti appositamente, per completarne il discorso. Le differenze tra i due lavori in realtà sono numerose: il secondo album adotta una composizione molto più orchestrale, arrangiamenti più lineari, omogeneo nei suoni e nell’utilizzo degli strumenti; in più essendo un lavoro sul “Verbo” ospita al suo interno alcune parti cantate e recitate, porzioni volutamente mancanti in “Sonno Eliso”, ma indispensabili per completare “Missive Archetipe”, poesie che amo particolarmente: “A Lesbia”, di Catullo (recitata da Lina Sastri) per me rappresenta la passione amorosa; “Morite, morite”, di Jalal al-Din Rumi (recitata da Alessandra Ravizza) l’eterno dilemma dell’essere umano; “Vestire la tua pelle”, di Charlotte Delbo (cantata da Marco Beasley) al tempo stesso denuncia una modernità violenta ed un inno alla vita che sorge dalle macerie del Male; “Ninna nanna sette e venti”, (cantata da Laura Curino e Simona Fasano) tra i canti più belli della nostra tradizione popolare, la protezione verso un figlio.

Ricordo di averti chiesto, nella precedente occasione, qualcosa a proposito del comunicare con la sola musica, e di come avresti affrontato gli atti a seguire per parlare di “verbo” e successivamente di “religione”: potresti dare un giudizio oggettivo sulla costruzione di “Missive Archetipe”?
Questo lavoro è stato concepito e scritto in un tempo relativamente breve, quindi presenta una forma più lineare sia nella composizione che nell’arrangiamento. Come per “Sonno Eliso” ne ho curato la produzione, le registrazioni, i missaggi, la grafica, il video… questa visione globale del lavoro che attuo in ogni mio CD (sin dal primo Eris Pluvia) è a mio avviso l’unico reale modo per lavorare in totale libertà creativa. Difatti la composizione è come sempre completamente indipendente da vincoli, la musica nasce in totale libertà, non si indirizza ad un pubblico specifico e non viene pensata per qualche specificità; credo che il compositore sia solo un mezzo per amplificare ad altri ciò che già esiste, solo un essere capace di cogliere e trasformare un messaggio che in qualche modo doveva comunque nascere. Questo criterio ha indirizzato anche la mia scelta per i musicisti; in questo disco ho lavorato per esempio  con tre pianisti differenti (Arturo Stalteri, Elena Carrara, Fabio Vernizzi) che hanno completato con la loro differente sensibilità la parte da me composta.

Come è avvenuta la scelta delle poesie? Sono quelle che hanno ispirato parte della Musica o, al contrario, sono state adattate a fine realizzazione?
Da diversi anni per la parte dedicata alla tematica collaboro con la mia compagna Simona Fasano, persona indispensabile per completarne l’aspetto scritturale, sia in questo lavoro da solista come nel precedente. Come per la parte creativa la scelta è avvenuta in modo naturale, devo ammettere… talmente naturale da sembrare a volte casuale. Nulla in realtà è casuale, quando esiste una reale libertà creativa accade che si approfondiscano alcuni temi, emozioni… in modo completo, profondo, questo poi si riflette quasi sempre nel lavoro che in quel momento si sta portando avanti, anche in diversi ambiti. Si segue in libertà un percorso in realtà obbligato, questa credo sia la crescita consapevole.

Quali possono essere le difficoltà tecniche e ambientali di riproporre il tutto dal vivo?
Le difficoltà sono a mio avviso solo una visione. Non esiste nessuna difficoltà nel riproporre questo lavoro dal vivo, non sarà esattamente uguale alla realizzazione discografica, ma riprodurla perfettamente identica secondo me non ha nessun senso, la stessa realtà del concerto è una dimensione totalmente differente da quella dell’ascolto solitario, silenzioso con se stessi. Da sempre ho amato le radicali differenze all’ascolto di un’esecuzione live confronto a quella discografica, prediligendo quelle dove il brano veniva completamente rivisitato.

Qualcuno ha definito il tuo precedente album “sospeso tra sogno e realtà”: ”Missive Archetipe” è più rivolto alla speranza o è frutto di un cumulo di esperienze di vita?
Missive Archetipe” vuole guidare l’ascoltatore in un viaggio dentro il proprio essere, guidarlo attraverso i suoni e le parole che esprime, le metafore che ognuno può liberamente interpretare in modo differente, un percorso che non ti lasci indifferente, perché il ricordo, la memoria, sono sicuramente i beni più preziosi che possediamo, ma anche la capacità di viaggiare dentro noi stessi è consapevolezza che mai dovremmo perdere, anzi accrescere. Quindi è crescita scaturita da esperienze di vita in vari ambiti emotivi. Missive Archetipe” rappresenta la storia immaginaria di un uomo o dell’essere umano, dalla sua creazione fino all’aberrazione dei giorni moderni (l’Olocausto del penultimo brano). Il primo brano s’intitola “Petali di carne” e vuole rappresentare la caduta sulla terra e quindi la nascita, “Parabola” la nascita della Parola e della prima consapevolezza, “Ahava” l’innamoramento tra creature, “Dato al mondo” la procreazione, “Il giardino degli animali eterni” il rapporto con la Natura, “Questa terra” il raggiungimento dell’equilibrio, “Missive archetipe” (brano conclusivo) la speranza nel tornare a vivere con ritmi più consoni all’essere umano, ritmi che potrebbero riportare l’uomo al punto di partenza, cioè creare nuovi “Petali di carne”, esseri capaci dello stesso percorso.

E’ scontato pensare che il futuro prevede il “terzo atto” o è possibile che nel mezzo ci siano altri progetti paralleli?
Sicuramente ci saranno progetti paralleli, sia nell’ambito teatrale con la Compagnia Teatro Nudo con la quale lavoro da anni nell’ambito del teatro di ricerca, che in quello discografico. Prevedo almeno la realizzazione di altri tre CD con musicisti con i quali collaboro da tempo: il nuovo lavoro con Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero, che sta ottenendo ottimi riscontri in tutto il mondo nell’ambito etno/folk; sto terminando un  nuovo lavoro che uscirà a breve con alcuni musicisti con i quali ho lavorato negli Eris Pluvia anni fa, Alessandro Serri e Mauro Montobbio, che vede la partecipazione di John Hackett; si parla di un nuovo Cd con Vittorio de Scalzi… ma quello che maggiormente sento vivo in me oggi è il percorso da solista, strada sicuramente più difficile da consolidare, ma che spero divenga unica concentrazione e guida musicale nel futuro.

All’interno del Cd  è presente il “Vestire la tua pelle”, cantato da Marco Beasley e coreografato da Giovanni Di Cicco, con il testo di Charlotte Delbo, messo in scena da Compagnia Teatro Nudo per la regia di Edmondo Romano:


I brani strumentali, orchestrali, intimisti, legati sempre ad immagini sono affiancati da poesie di Catullo “Carme - A Lesbia”, di Jalal al-Din Rumi “Morite morite”, dal canto popolare tra i più noti della nostra tradizione “Ninna nanna sette e venti”, all’esperienza diretta di Charlotte Delbo nei campi di concentramento con “Vestire la tua pelle”.

Marco Basley, Simona Fasano, Lina Sastri, Laura Curino, Alessandra Ravizza voce
Edmondo Romano soprano & alto sax, clarinet, bass clarinet, low whistle, chalumeau
Elena Carrara, Fabio Vernizzi, Arturo Stalteri piano
Kim Schiffo: violoncello
Redouane Amir: fagotto
Vittoria Palumbo: oboe
Roberto Piga, Alessandra Dalla Barba, Gabriele Imparato violin
Riccardo Barbera double bass
Marco Fadda percussions Elias Nardi oud Max Di Carlo trumpet
Gianfranco Di Franco flute, clarinet
Musica e arrangiamenti di Edmondo Romano


CD prodotto e distribuito da Felmay ed Eden Production.

Edmondo Romano
+ 39 347 9020430
Stradone Sant’Agostino 18/3
16123 – Genova - Italia



martedì 26 agosto 2014

Lorenzo Piccone


Lorenzo Piccone è un giovanissimo musicista savonese che si potrebbe considerare anomalo, un po’ controcorrente, con le idee chiare e la Musica in corpo; non un rapper o uno desideroso di un po’ di visibilità da Talent Show, come spesso accade, ma fulminato da una luce intensa e assoluta che lo ha indirizzato verso il blues e il jazz.
L’ho incontrato per caso, in un’occasione particolare: la piazza era gremita - pare fossero in 15000 quel giorno - in attesa di un significativo evento di natura politica, e sul palco si stavano esibendo tre musicisti di assoluto valore ed esperienza (Carlo Aonzo, Claudio Bellato e Loris Lombardo). La folla aspettava ben altro, ma la buona Musica ha il potere di calamitare l’attenzione, anche dei più distratti. A un certo punto si unì al trio quello che da lontano sembrava un adolescente: chitarra acustica, voce “americana” ed estrema disinvoltura nel proporsi.


Ovvia la mia curiosità nel capire chi fosse quel ragazzo col baschetto in testa e un’apparente e sorprendente maturità.
Per riuscire a combinare l’intervista a seguire ci ho messo molto tempo, più di un anno, e l’idea che mi sono fatto - ma potrei sbagliare - è quella che per Lorenzo, in questo particolare momento di piena evoluzione personale e musicale, ci sia spazio solo per l’essenza e non per il contorno, laddove col termine “contorno” intendo tutta quella serie di cose che hanno a che fare con la visibilità, le chiacchiere, le opinioni, i giudizi, e che risultano alla fine distrazioni per chi ha come unica volontà quella di creare e progredire.
Ma alla fine l’obiettivo è stato raggiunto, fortunatamente direi, dal momento che nello scambio di battute emerge l’anima di Lorenzo Piccone, nato per caso in una cittadina ligure, ma forse più in sintonia con qualche lembo di terra d’Oltreoceano.
Il suo attuale biglietto di presentazione è l’ EP Turning Back, quattro tracce che vengono disegnate a seguire dal propositore, brani che raccontano di un’incredibile anima blues che si manifesta attraverso l’omaggio ad alcuni punti di riferimento - Kirk Fletcher, Lowell Fulson e Otis Rush - e la title track che dimostra la felice vena compositiva di Lorenzo.
Un blues di qualità, un’ invidiabile padronanza dello strumento - la chitarra - e il piglio del musicista di razza, la cui necessità di crescere è facilitata dalla chiarezza degli obiettivi prefissati.
Sarà dura vivere di sola Musica, o forse sarà dura vivere di sola Musica… in Italia, ma il talento, la tenacia e l’umiltà di Lorenzo Piccone indirizzano verso il pensiero positivo, e forse il trovarsi nel posto giusto, al momento giusto, riproporzionerà tutti i valori.

Leggiamo il sentimento di Lorenzo Piccone e ascoltiamo il brano “Turnig Back”.



L’INTERVISTA

Puoi sintetizzare la tua breve ma intensa storia musicale? Come sei arrivato a sviluppare la passione per il genere che proponi?
Il primo input è arrivato da mio padre che è un grande appassionato di musica, sul suo ripiano dove tiene i suoi cd si possono trovare dischi che spaziano dall’opera lirica sino ai Led Zeppelin. Grazie a lui ho scoperto e conosciuto molta della musica che suono e che ascolto sempre; ovviamente non si finisce mai di ascoltare e imparare cose nuove, non necessariamente più difficili, anzi.

Leggendo le tue note biografiche saltano agli occhi alcuni artisti cittadini di grande spessore, Enrico Cazzante e Carlo Aonzo: che cosa hanno significato per te?
Enrico Cazzante è uno dei miei cantanti locali preferiti, ha veramente una grande voce e un gusto musicale altissimo, è stato lui ha spingermi la prima volta a suonare in pubblico a quella che era la “Taverna di Mu”, me lo ricordo bene, quella sera è stato gentilissimo e disponibile nei miei confronti, che ero molto emozionato! Con Carlo ci siamo conosciuti con gli strumenti in mano: eravamo al Babilonia & Friends, suonavo con un quintetto jazz e avevamo appena finito le nostre prove; nel mentre anche Carlo si stava preparando per fare le sue prove e accennando un pezzo di musica bluegrass non ho resistito ad andargli dietro per accompagnarlo, cosi ci siamo conosciuti. Da lì abbiamo iniziato a vederci ed è nata una vera e propria amicizia.

Abbastanza anomalo che un ragazzo sia attratto dal blues, dal jazz, dal country, generi musicali lontani dagli standard giovanili: che cosa ti ha colpito maggiormente di queste “antiche” forme espressive?
In ordine sono arrivati prima il Blues poi il country ed infine il jazz, con un ascolto quasi casuale di “Welllow weep for me” suonata da Dexter Gordon. Effettivamente per un ragazzo della mia età è un pò anomalo l’ascolto di questo tipo di musica, io però non riesco proprio a farne a meno, mi ritrovo perfettamente in certi tipi di suoni e di atmosfere e la cosa che molte volte mi ha colpito è stata la franchezza e l’essenzialità nel comunicare attraverso quel tipo di musica.

Da quanto leggo ti appassionano gli strumenti in genere, e ami cantare, ma qual è la situazione in cui raggiungi il massimo della soddisfazione?
Mi diverto moltissimo quando ho la possibilità di suonare blues in quelle situazioni che ti permettono di essere espressivo e non sempre al massimo, ma anche creando vuoti e pause. Anche quando suono acustico e magari il pubblico è silenzioso hai la possibilità di creare molte più sfumature e colori.

Difficile essere considerati come bluesman, oltreoceano, in quegli stati dove pare che l’accettazione dipenda molto dal luogo di origine, e dove difficilmente verrà rilasciata la patente musicale ad un europeo, giudicato poco esperto di dolore, quel “pain” necessario per tirare fuori la rabbia e la poesia necessaria per scrivere canzoni: come ti vedresti inserito in quel mondo?
Io sinceramente credo che il blues sia in qualsiasi posto del mondo. Penso sia in Brasile con la saudade, a Napoli, in Usa, in Francia, insomma ovunque, perché è un’espressione dell’animo umano. Il blues è una cosa semplice e complessa alo stesso tempo. Chiunque potrebbe scrivere un blues, certo ci vuole un motivo, e bisogna sentirlo dentro.

Da dove trai ispirazione per le tue canzoni?
Libri prima di tutto, articoli di giornale, film o racconti di persone che magari ho appena conosciuto. Cerco di essere una spugna sotto questo aspetto cercando di essere il più aperto possibile.

Tra i tanti tuoi ascolti, a chi daresti il primato del musicista - o della band -  più sorprendente, quella che ti ha fatto scattare la molla?
Che domanda difficile! Come posso scegliere tra i tanti che mi piacciono, è davvero quasi impossibile. Io ho iniziato con Bruce Springsteen e credo che sia quello l’artista che mi ha fatto davvero scattare la molla. Poi, dopo aver conosciuto Young, Dylan, Fogerty ecc. sono arrivati Clapton, B.B.King e tutta la vecchia scuola blues, quelli che con una nota ti arrivano in fondo al cuore.

Mi racconti qualcosa del tuo EP “Turning Back”?
Turning Back è un Ep registrato dal vivo in studio. Abbiamo lavorato sui pezzi che poi avremmo dovuto incidere e ci siamo concentrati nel cercare di creare quel “feeling” che spero sia rimasto nella registrazione. Siamo entrati in studio e abbiamo suonato. Il primo pezzo si intitola appunto Turning Back e l’ho scritto in un momento in cui dovevo prendere delle decisioni e fare delle scelte: sono un operaio. C’era la necessita quindi di dare un occhio al passato, appunto voltandosi e guardando indietro, lì sono rimaste le tue scelte positive e negative, ma penso sempre che ci sia qualcosa che sta al di sopra di questo, come una sorta di aura, e questo mi da forza specialmente in momenti più difficili. L’amore che i miei genitori e tutte le persone hanno per me è una di quelle cose che sicuramente fanno parte di quell’aura, il ricordo dei miei nonni anche.
Gli altri 3 brani sono puramente blues, Blues For Bobo, Reconsider Baby e Double Trouble. Double Trouble la considero attualissima dato il testo che parla di un uomo che non ha nemmeno un lavoro decente per vivere e si sveglia di notte già con questi problemi. Ho riarrangiato questi pezzi e ho voluto registrarli perché li sento miei e mi fanno impazzire!

Cosa ami e cosa eviteresti nella fase live?
Il live deve assolutamente divertirmi e vorrei che anche i musicisti che suonano con me si divertissero; in inglese suonare si dice come giocare! Penso anche che in fase live i pezzi possano assumere delle nuove sembianze e possano essere plasmati a seconda dello stato d’animo che uno ha, mi piacerebbe viverlo cosi, non suonando esclusivamente sempre e solo nello stesso modo e le stesse identiche cose.

Prova a sognare, in modo … realistico: cosa vorresti realizzare nel tuo futuro prossimo, musicalmente parlando?
Il mio sogno adesso è quello di fare un disco interamente di pezzi miei. Ci sto lavorando, prendendo spunto dai dischi che mi hanno segnato particolarmente, vorrei trovare una storia, un filone nel quale immergere tutto quello che ruota attorno alle canzoni. Mi piacerebbe riuscire ad avere nello stesso progetto la parte elettrica e la mia parte acustica in modo da poter creare un dialogo tra questi due lati della mia persona e del mio essere quasi un musicista.





lunedì 25 agosto 2014

Stefano Barotti-"Gli ospiti"



Con colpevole ritardo provo a fornire qualche indicazione su di un album di sette anni fa, “Gli ospiti ”, del cantautore toscano Stefano Barotti.
Ho ritrovato casualmente il CD in questi giorni, dono ricevuto un paio di anni fa, ma finito in qualche cantuccio, per errore.
Ma la Musica non ha scadenza, e la cosa peggiore che possa capitare, quando non ci sono le premesse qualitative, è che venga dimenticata, non avendo lasciato alcun segno di distinzione.
Impossibile, al contrario, non essere toccati da questo disco, molto internazionale, realizzato nel circuito Italia-Usa-New Mexico, con la produzione di Jono Manson e la partecipazione di musicisti di fama conclamata. 

Quando di questi tempi si cita il termine “cantautore”, si sfugge spesso dal significato letterale del termine, e la mente dei meno giovani - o dei giovani bene informati - sfocia sempre in quel gruppo di nomi importanti che hanno lasciato impronte indelebili, in tempi in cui il messaggio sociale e la poesia potevano convivere e  passavano, anche, attraverso l’azione della singola anima, voce e chitarra, a disposizione del mondo.
Ma spazzando via ogni tipo di preconcetto, eliminando date e contesti, occupandosi solo dei contenuti e delle emozioni provate d’istinto, un album come “Gli ospiti” può procurare un piacevole benessere, uno stato di quiete che racchiude una velata tristezza miscelata alla gioia di aver trovato ciò che mi sembra sia merce rara: cura dei dettagli al servizio di liriche importanti, melodie capaci di far cantare e riflettere, atmosfere in cui pare impossibile non immedesimarsi.
Undici tracce, suddivise su circa tre quarti d’ora di musica che, dopo il primo ascolto, trovano la spinta per arrivare a ripetute repliche.
Sono piccoli quadretti che si dipanano su di un percorso tradizionalmente conosciuto, tra ricordi e situazioni tipiche del quotidiano, ma quando si riesce nell’intento di trasportare l’intimismo personale in casa altrui, entrando quasi sottovoce, per poi non uscirne più, si realizza un’impresa che va evidenziata e a cui va dato merito.
E’ un po’ criptico Stefano Barotti, forse più degregoriano che gucciniano, tanto per fare riferimento a due pilastri del cantautorato del passato, ma non appare il suo un mero esercizio di bravura, quanto una ricerca espressiva collegata all’elemento poetico, che a conti fatti appare di grande efficacia.
La strumentazione utilizzata può dare un’idea della volontà di ampliare le atmosfere sonore messe a disposizione dei testi: archi, fiati, hammond, mandolino, banjo, dobro e slide, oltre al naturale impiego di chitarre, piano e sezione ritmica.
Il brano che presento a seguire è tratto da un live, quinta traccia dell’album - “Natale sui monti”- e fornisce a mio giudizio una buona immagine dell’efficacia di Barotti e della sua musica anche in piena solitudine, una voce, una sei corde ed un’audience catturata da qualche magia impalpabile.
Difficile sottolineare gradimenti specifici all’interno di un contenitore che si dimostra estremamente omogeneo per qualità - altissima - ma vorrei evidenziare “Il profumo dei sogni”, le cui strofe - tratte da una poesia di Carmen Gargano - una volta entrate non ti abbandonano più (… qualche volta è amore, altre volte prigione… sono rami di ulivo sui tetti che annusano il mondo…).
L’amore, i ricordi, la neve, i monti, le stagioni che passano, le situazioni che si rincorrono, un continuo flusso di figure conosciute che entrano nell’altrui dimora a pieno titolo, ma che lasciano spazio ad altre, ospiti di passaggio, capaci però di segnare, nonostante la presenza occasionale, attimi di vita che diventano significativi e incancellabili.
Un grande disco, un grande artista...
Per saperne di più su Stefano Barotti, sulla sua  produzione e molto altro, è possibile consultare il sito di riferimento: http://www.stefanobarotti.net/

venerdì 22 agosto 2014

Johnnie Ray London Palladium, Londra, Aprile 1955


Johnnie Ray
London Palladium, Londra, Aprile 1955

Quando si trattava di Johnnie Ray nomignoli e definizioni si sprecavano: “il cantante che singhiozza”, “il pianto che rende tanto”, “la lacrima da un milione di dollari”, “l’anello mancante tra Frank Sinatra ed Elvis Presley”. Apparecchio acustico bene in vista sotto capelli abbondantemente spalmati di brillantina, Ray sapeva spezzare i cuori degli ascoltatori con ballate cariche di passione, mentre la sua presenza scenica esagitata e un po’ naif scatenava negli adolescenti le prime vere urla d’entusiasmo.
Nell’aprile del 1955, proprio mentre il suo ultimo successo strappa lacrime, If You Believe, stava scalando le classifiche, il cantante volò verso la Gran Bretagna per creare pathos e turbare le folle. “Il posto acccanto al mio era vuoto perché un’amica non era potuta venire”, ricorda Erika Lewis che all’epoca era una studentessa e adorava Ray. “Così, quando attaccò Walking My Baby Back Home venne a cantare vicino a me. Ero imbarazzatissima, ma anche molto emozionata. All’epoca lui era all’apice della popolarità”.
Ma Johnnie Ray non piaceva solo alle ragazze. “Possedeva una carica che non ho più rivisto in nessun musicista”, ha ricordato Nic Cohn nella sua celebre storia del rock’ n’ roll intitolata Awopbopaloobop Alopbamboom

Tratto dal libro “IO C’ERO”, di Mark Paytress


Immagini di repertorio

giovedì 21 agosto 2014

Aretha Franklin-Los Angeles, 13-14 gennaio 1972



Aretha Franklin

New Temple Missionary Baptist Church, Los Angeles, 13-14 gennaio 1972

Farò un disco gospel per dire a Gesù che non posso portare questo fardello da sola

Qualcuno lo definì giustamente un matrimonio combinato in cielo. La regina del Soul ritornava alla sua chiesa.
Figlia di una cantante gospel e di un ministro del culto ben noto a Detroit, il reverendo CL Franklin, Aretha affondava profondamente le sue radici artistiche nel canto spiritual.
A 14 anni aveva inciso un album d’esordio intitolato The Gospel Sound Of Aretha Franklin, ma ben presto era stata tentata, complice il produttore John Hammond, dal mondo della canzone secolare.
Il successo commerciale arrivò solo alla fine degli anni ’60 con una serie di stupefacenti album R&B, dopodiché Aretha decise di ritornare alle origini per incidere quello che è stato spesso definito uno dei migliori dischi gospel mai realizzato. Accompagnata dal Southern California Community Choir, diretto dal vecchio amico di famiglia James Cleveland, la cantante registrò due concerti alla New Temple Missionary Baptiste Church di Los Angeles.
Come prevedibile, il grosso del repertorio consistette in reinterpretazioni di motivi tradizionali quali What A Friend We Have In Jesus o gli straordinari dieci minuti di Amazing Grace (che ispirarono il titolo del lavoro). Ma a rendere davvero indimenticabili quelle esibizioni fu la disinvoltura con cui vennero inserite in scaletta alcune celebri canzoni pop, in particolare You’ve Got A Friend di Carol King e Wholy Holy di Marvin Gaye, qui rivestite di una valenza tutta spirituale.

Verrà ricordato come l’apice della carriera di Aretha” dichiarò Hammond , che tuttavia non avrebbe più lavorato con lei.

Da “Io c’ero” di Mark Paytress