lunedì 30 giugno 2014

Yossi Sassi-"Desert Butterflies"



L’album di cui parlo oggi è Desert Butterflies, di Yossi Sassi, uno dei fondatori del gruppo metal, israeliano,  Orphaned Land, in questo caso pieno “titolare” del progetto.
Non ho mai effettuato ricerche sulla musica di quel paese, e non so che tipo di fervore sonoro sia in atto, nascosto - o esaltato - da problemi di natura sociale e politica, ovviamente importanti e tali da poter condizionare aspetti artistici e culturali che sono spesso la via di fuga verso la serenità e la rivalsa personale e di gruppo.
E’ stato quindi con curiosità - e successiva sorpresa - che mi sono avvicinato ad un mondo sconosciuto, che vede un protagonista assoluto - Yossi Sassi - virtuoso dello strumento, capace di inventare quello che per me è il primo esempio di chitarra/bouzouky, fusi in un unico “body”, ma abbastanza attento nel privilegiare la coralità espressiva a discapito dell’intraprendenza personale.
Undici tracce per realizzare un disco concettuale, incentrato sulle nuove sfide quotidiane che sfuggono dalla routine, nel tentativo di creare le condizioni per un futuro basato su una migliore qualità della vita, e sono questi concetti che accomunano le anime di ogni paese, anche quelli in apparente stato di pace.
La musica proposta è qualcosa di sorprendente, sicuramente una novità per il pubblico italiano. L’unione del rock e delle linee prog alla cultura specifica del luogo di provenienza creano un sound inusuale, dove l’etnia acustica e il folk si sommano al lato elettrico, realizzando un prodotto non comune, vario e raffinato.
Yossi utilizza 19 tipi di chitarre differenti, con lo scopo di esaltare i dettagli della sua musica, curando ogni sfaccettatura che accompagna i tratti melodici, quelli orientaleggianti e la “durezza” che solo un power group riesce a realizzare e a condividere con successo.
E in questa musica che arriva da Israele c’è anche un tocco italiano, per la partecipazione della “nostra” Mariangela Demurtas, di cui parla Yossi nell’intervista a seguire.
Difficile fornire una collocazione, un genere, un’etichetta alla proposta di Sassi, e forse l’esempio video a seguire potrà chiarire meglio le idee, ma al di là delle caselle facilitatrici mi preme sottolineare come quello che spesso andiamo a ricercare - un nuovo sound - potrebbe essere contenuto in Desert Butterflies, un album in grado di aprire le porte verso un concezione parallela di Musica, un contenitore tutto da scoprire e da condividere.


L’INTERVISTA

Come definiresti  la tua musica per il pubblico italiano e per quelli che non ti conoscono?
La mia musica è una fusione tra le radici e il folklore proveniente da tutte le parti del mondo - soprattutto il lato orientale e mediterraneo - e si fonde con gli aspetti contemporanei, con particolare attenzione al rock. E 'un mix di rock orientale e world music, un viaggio è vario, intenso, sviluppato in differenti direzioni.

Come nasce la tua passione per la musica e quali sono stati i tuoi riferimenti musicali più importanti?
Sono nato in una famiglia “musicale”. Mio padre era il quarto di dieci fratelli e sorelle, e tutti sapevano suonare strumenti o cantare, o fare entrambe le cose. Mio nonno Yossef Sassi (io sono il suo omonimo) è stato un suonatore di Bouzouki e Oud, e insegnante di scale arabe e  makamat (opere rimata, a cavallo tra prosa e poesia). Le mie influenze arrivano dunque dalla mia famiglia, da mio padre in particolare, e poi dalla musica di tutto il mondo - da Dead Can Dance, Joe Satriani, Dream Theater e fino a Omar Faruk Takbilek.

Sei considerato un virtuoso della chitarra ma ciò che emerge dall'ascolto della tua musica è un sound globale, un gioco di squadra: mi sto sbagliando?
Infatti, mi pare sia chiaro il senso della band, del gruppo al lavoro. Sono abituato a lavorare con altri musicisti, suonare e cooperare in gruppo. Nel mio progetto solista è privilegiato il “suono di squadra”, e sebbene sia io a comporre e arrangiare le canzoni, ogni musicista contribuisce con il proprio talento, colore e stile.

Mi racconti qualcosa di questo tuo nuovo album, "Desert Butterflies"?
Il nuovo album, “'Desert Butterflies”, è stato registrato in quattro paesi e tre continenti, e  include un cantante italiana che arriva dalla Sardegna, Mariangela Demurtas (Moonspell, Tristania). Comprende tanti musicisti e buoni amici, come Marty Friedman, Ron 'Bumblefoot' Thal (Guns'n'Roses) e molti altri. Io suono 19 (!) diverse chitarre, e le canzoni costituiscono un concept album che parla della routine, del perseguire i sogni personali, lasciando ciò che è familiare e usuale, alla ricerca di  nuove e grandi sfide.

In un brano è presente una vocalist italiana, Mariangela Demurtas: come nasce la vostra collaborazione?
Mariangela è un grande cantante e una persona straordinaria. Ci siamo incontrati qualche anno fa in alcuni festival, e sono rimasto colpito dalla sua voce e dalla sua capacità di stare sul palco. Ho anche un po’ di sangue italiano in me (sono un quarto italiano, da parte di mio padre), e forse questo è il motivo per cui abbiamo legato bene. Dopo la nostra conoscenza siamo rimasti in contatto, e mentre stavo lavorando sulla canzone “Believe”,  ed ero alla ricerca di un cantante capace di esprimersi in spagnolo o italiano, lei è stata la prima che mi è venuta in mente. Mariangela è protagonista di una straordinaria performance nel disco, così come accade negli spettacoli dal vivo, dove abbiamo l’opportunità di  esprimerci assieme.

Sono rimasto incuriosito dalla Bouzouki-Guitar di tua invenzione: me ne parli?
E 'un unico corpo, due manici, tre anime elettrificate - chitarre acustiche e bouzouki in un unico strumento. Nel 2011, decisi di progettare uno strumento che sarebbe poi diventato l'incarnazione del mio percorso musicale. Ho avuto un chiaro bisogno di trovare un modo efficace per passare dalla acustico Greek Bouzouki alla mia chitarra elettrica, e dopo molti tentativi e duro lavoro è nato il "Bouzoukitara", uno strumento unico che combina un mandolino tradizionale greco (Bouzouki) ad una chitarra solid-body elettrica. Insieme al Liutaio Bejamin Millar  sono stato in grado di trasformare questo progetto in realtà.

Potresti raccontarmi qualcosa sullo stato della musica nel tuo paese?
Purtroppo, la musica e la cultura in generale, non sono così importanti come io vorrei che fossero in Israele. Provenendo da una regione in fase di lotte e conflitti, vedo che a volte la musica è superata da questioni più urgenti. Ma questo è anche il motivo per cui è così importante per me fare musica nel mio paese, e in tutti i paesi limitrofi - la musica è il vero linguaggio universale capace di fare da tramite tra le persone. Essa ha il potere di unire la gente, riuscendo  laddove la politica fallisce. Ed è questa la ragione per cui a quel punto prendo in mano la chitarra e cerco di fare al meglio ciò che… so fare meglio!

C'e qualche possibilità di vederti prossimamente in Italia, per qualche concerto di presentazione dell'album?
Certo! Stiamo lavorando su alcune date relative all’Europa, e l'Italia dovrebbero essere inclusa. Sono già stato in tour in Italia  in occasione dell’uscita del mio disco precedente, i “Melting Clocks", a Prato e a Milano, e spero  di tornare!





domenica 29 giugno 2014

"Desert Butterflies"-Yossi Sassi



The album I'm talking about today is Desert Butterflies, from Yossi Sassi, a founder of the metal band Orphaned Land, in this case full "owner" of the project.
I've never done research on the music of Israel, and I do not know what kind of fervor sound is in place, hidden - or enhanced - by problems of social and political nature, so important to be able to influence artistic and cultural aspects that are often the way escape to the serenity and personal revenge.
It 'was then with curiosity - and the next surprise - that I approached an unknown world, which sees an absolute star - Yossi Sassi - genius of the instrument, capable of inventing what for me is the first example of guitar / bouzouky, time into a single "body", but careful enough in promoting the choral expression at the expense enterprising staff.
Eleven tracks to make a disc conceptual, focusing on the new challenges that escape from the daily routine in an effort to create the conditions for a future based on a better quality of life, and it is these concepts that unite the souls of every country, even those in apparent state of peace.
The music offered is something amazing, definitely a novelty for the Italian public. The combination of rock and prog lines to the specific culture of the place of origin create an unusual sound, where ethnic acoustic and electric folk are added to the side, creating a product is not common, varied and refined.
Yossi uses 19 different types of guitars, with the aim to enhance the details of his music, taking care of every facet that accompanies the melodic verse, those oriental and the "hardness" that only a power group manages to achieve success and to share with.
And in this music that comes from Israel, there is also an Italian presence, for the participation of "our" Mariangela Demurtas, Yossi mentioned in the interview below.
Difficult to provide a traditional location for the proposal of Sassi, and maybe the follow video will clarify the ideas, but I want to emphasize how what we often go to look for - a new sound - is that contained in Desert Butterflies, an album that could open the door to a parallel conception of Music, a container waiting to be discovered and shared.
http://www.yossisassi.com/



The Interview

How would you describe your music for the Italian public and for those who do not know you?
The music is a merger between roots and folklore from around the world, especially oriental and Mediterranean roots, fused with contemporary music, with emphasis on rock. It’s a mix of oriental rock with world music, and the journey you go through is diverse and intense.

How was borne your passion for music and what were your most important musical references?
I was born into a family of music. My father was 4th child out of 10 brothers and sisters, all of them play musical instruments or sing, or doing both. My grandfather Yossef Sassi (I am his namesake) was a Bouzouki and Oud player, and teacher of Arabic scales - makamat. My influences were my family, my father especially, and music from all around the world - from Dead can Dance, to Joe Satriani, through Dream Theater and up to Omar Faruk Takbilek.

You are considered a guitar hero, but what emerges from listening to your music is a sound overall, as a team: am I wrong?
Indeed, there is a clear sense of a band. I am used to work with other musicians, perform and cooperate in groups. In my solo group it is a team sound, although I compose and arrange the songs, still each and every talented musician brings his color and style.

Can you tell me something about this new album, "Desert Butterflies"?
The new album 'Desert Butterflies' was recorded in 4 countries and 3 continents, actually including a singer from Sardinia, Mariangela Demurtas (Moonspell, Tristania). It features musicians and good friends such as Marty Friedman, Ron 'Bumblefoot' Thal (Guns'n'Roses) and many more. I play 19(!) different guitars there, and all songs are part of a concept album, about the routine, following your dreams, and leaving the familiar to new big challenges.

In one song there is an Italian singer, Mariangela Demurtas: how started your collaboration?
Mariangela is a great singer and amazing person. We met few years ago in some festivals, and I was impressed by her voice and stage performance. I also have some Italian blood in me (quarter Italian, from my father's side), maybe that's the reason we connected well. Ever since we kept in touch, and when I was working on the song 'Believe', I was looking for a singer to sing in Spanish or Italian, and she was the first to come in mind. She gave an amazing performance on the album, as well as in live shows, when we play together.

I was intrigued by the Bouzouki-Guitar, your invention: can you tell me about it?
It's one body, 2 necks, 3 souls / instruments - Electric, acoustic and bouzouki guitars in one instrument. In 2011, I decided to plan an instrument that would later become an embodiment of my musical journey. I had a clear need for an efficient way to switch between the acoustic Greek Bouzouki to my electric guitar, and after many tries and hard work, it gave birth to the "Bouzoukitara" - a unique instrument that combines a traditional Greek mandolin (Bouzouki) with an electric solid-body guitar. Together with Luthier Bejamin Millar, I was able to transform this design into reality.

Could you tell me something about the state of music in your country?
Sadly, music and culture in general are not as big as I would hope them to be in Israel. Coming from a region undergoing struggles and disputes, sometimes music steps aside to more urgent issues. But that's also the reason why it's so important for me to do music in my country, and for ALL the neighboring countries - music is the true universal language that bridges between people. It has the power to unite people where politicians fail. And that's where I pick up the guitar and do what I love to do best!

Is there any chance to see you soon in Italy, for a presentation of your album?

Sure! We’re working on some dates for Europe, and Italy should be included. I've already toured in Italy with my previous release 'Melting Clocks', in Prato and Milano, and hopefully will be back soon. Grazie! 




venerdì 27 giugno 2014

Nel ricordo di John Entwistle


Il 27 giugno del 2002  moriva, a soli 57 anni, John Entwistle, bassista storico degli Who; il suo corpo viene ritrovato nella stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas, le cause del decesso, attacco cardiaco, aggravato da uso di cocaina.

Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002, dove viene ricordata la figura di John Entwistle.

Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un “prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge, crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.
Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo stabilirà un'autopsia).
Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who. Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”, insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante, c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano, velocissime, sulla tastiera del basso. Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile, sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo, voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni (probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai rockers), poi cercando di allargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”. Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande ( a tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who: epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati, così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997). Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick, sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese, esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates, dove invitò a suonare il suo compagno di scuola Pete Townshend. Poi, sempre insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del gruppo. Ma tutto questo, ormai, è solo ricordo.




giovedì 26 giugno 2014

Le origini di "Quadrophenia"


Nell’inverno del 1960, Jack Lyons, il più noto fan degli Who e colui che è considerato il primo mod londinese, entrato definitivamente nel mito per aver ispirato in larga parte il personaggio di Jimmy in Quadrophenia, e familiare ai più col nome di Irish Jack, abbandona Cork e si trasferisce a Londra. E’ un giovane alto, snello e timidissimo, ma si trova subito bene come cittadino della capitale britannica, dove frequenta una scuola nel quartiere di Shepherd’s Bush. Nonostante la pronuncia di Jack somigli più a quella inglese, ormai senza alcuna inflessione irlandese, e il suo look sia naturalmente “cool”, i suoi coetanei “rocker” (quelli vestiti col giubbotto di pelle alla Elvis Presley) non lo sopportano e gliene combinano di tutti i colori. Dopo una zuffa, Jack sanguina. Ciò nonostante, o forse per questo motivo, quella sera si ripulisce e decide, con rabbia, di varcare la soglia di un locale denominato Goldhawk Club. E’ il 1964.
Tutto quello che volevo”, racconta Irish Jack ripensando al suo primo incontro con gli Who, “era sentirmi ripulito ed entrare in quel locale per vincere la timidezza e sentirmi bene. Lo feci e mi accorsi che tutti osservavano la mia giacca. In effetti era scura e aveva un taglio impeccabile. Non ricordo dove l’avevo comprata, so solo che mi piacque appena la vidi esposta in una vetrina di un piccolo negozio sconosciuto. Sul palcoscenico quella sera si esibiva una band chiamata The Detours (primo nome degli Who). Avevano sì e no la mia età e il cantante si muoveva alla maniera si Cliff Richard. Colui che mi colpì maggiormente fu il chitarrista, Pete Townshend: aveva un’energia incredibile su un corpo affilato e un viso molto triste e sofferto, e allo stesso tempo arrabbiato. Divenni amico dei Detours e fui il loro primo fan. Ricordo con affetto le bevuto con John Entwistle e gli scherzi di Keith Moon.”
In sintesi, gli ingredienti per trasformare un Irish Jack Lyons o un giovane “qualsiasi” in un “mod”consistevano nella disponibilità di guadagnare una somma, anche minima, da poter investire in abiti e in oggetti di grido: da un punto di vista materiale, era riconosciuta l’assoluta importanza di possedere una Lambretta. Il primo modello di Vespa diventa infatti il distintivo più alto di appartenenza al “genere”, così come indossare un parka di colore verde e ambiti impeccabili, almeno di sabato sera o quando ci si trovava a ballare nei locali-culto, ovviamente coi capelli tagliati in modo geometricamente ineccepibile.
A distanza di tempo verrà concepita l’opera rock Quadrophenia, proprio come omaggio al popolo mod e ai tanti Irish Jack dell’epoca.
Gli Who, trasformati in bandiere del “modernism” per “cavalcare l’onda”, non furono dei mod e non perseguirono con convinzione il reale stile di vita modernista, ma Pete Townshend al proposito ha dichiarato: “ Non sono mai stato un mod e non ho mai finto di esserlo, però i mod mi hanno dato quella carica che ha reso possibile suonare, all’inizio, in quel modo. Come ogni esperienza, specialmente se si tratta di una prima esperienza, quegli anni sono entrati a far parte di me e degli Who. Imprescindibilmente. Credo di essermene reso conto nel preciso momento in cui scrissi le prime note di Quadrophenia: molto prima di sapere cosa avrei realizzato, se una rock opera, un album o anche solo un paio di canzoni e nient’altro, sentivo nascere in me il desideri odi scrivere quella musica per il popolo mod. E così è stato”.
Tratto da: “La Storia del Rock”, volume 3

mercoledì 25 giugno 2014

Andrea Celeste-"Se Stasera Sono Qui”


Andrea Celeste, cambia registro, e dopo una intensa discografia caratterizzata dal cantato inglese ritorna alle origini, e forse a qualcosa in più, perché l’innamoramento musicale riporta alle radici, essendo il frutto dell’incontro con la classica scuola genovese. Toscana, ma ormai adottata dal capoluogo ligure, la giovane cantautrice presenta il sunto della sua ricerca in un album che le permette di rivisitare perle universali della nostra musica, non limitandosi ad una ovvia personalizzazione espressiva, ma fornendo coraggiosamente un nuovo volto a costruzioni consolidate nel tempo. Il nome dell’album è una dichiarazione di intenti: “Se Stasera Sono Qui”.
Lauzi, Paoli, Bindi, Tenco, Fossati, De Andrè, De Scalzi, Mannerini
Tra i tanti brani conosciuti, è presente anche un’inedito - “Mentre cadiamo giù” - scritto appositamente per Andrea Celeste da Vittorio De Scalzi, che con lei duetta nell’occasione.
Un disco vario nella sua composizione, contraddistinto da una voce capace di accarezzare la storia, senza peraltro provocare comparazioni e gradi di merito; una prova che fa trasparire enorme rispetto verso un repertorio da brividi, proposto con la consapevolezza che la bellezza va esaltata con tutti i mezzi possibili, e non mantenuta in un’unica e rigida forma, spesso nostalgica e iperprotettiva.
Poesia, grazia, delicatezza interpretativa e capacità di cambiare volto e umore a disegni armonici scolpiti nella roccia, con una voglia di jazz e di variazioni sul tema che marchiano a fuoco il brand della cantautrice ormai “genovese”; un esempio su tutti, “Se stasera sono qui”, in coppia con Zibba, un’unione di voci e stili che proiettano verso il futuro, facendo sognare un’evoluzione musicale di cui si sente il bisogno.
Da brivido “Sera sul mare”, la canzone conclusiva, che vede Andrea Celeste, al piano e voce, omaggiare la lirica di Riccardo Mannerini, poeta capace di influenzare e indirizzare verso momenti di elevato intimismo.
Nell’intervista a seguire emerge con chiarezza l’anima e il progetto di un’artista dalle significative potenzialità e dalle idee molto chiare, che, ne sono certo, proseguirà spedita un cammino carico di soddisfazioni musicali.
Il brano che propongo a fine articolo, “Un giorno dopo l’altro”, mi ha toccato nella sezione “ricordi indelebili”, e la condivisione è d’obbligo.
Un gran bel disco…


L’INTERVISTA

Partiamo dalla tua storia, i fatti salienti, la tua passione per la musica e i tuoi studi.
Sono nata e cresciuta in un piccolo paese sulle colline toscane da genitori operai. All'età di 11 anni, casualmente, mi sono ritrovata a cantare davanti ad un microfono per poi non smettere più. Poco tempo dopo ha avuto la fortuna di conoscere quello che poi è stato il mio insegnate di canto lirico per più di quattro anni, nonché padre spirituale, Vittorio Scali. Negli stessi anni ho frequentato molti cori Gospel e moltissimi studi di registrazione nel nord Italia dove ho imparato a confrontarmi con stili musicali di svariato tipo. Durante la gavetta in studio di registrazione ho imparato a scrivere canzoni, semplicemente osservando gli altri e assorbendone le tecniche. 

Quali sono stai i tuoi punti di riferimento, artisti che hanno profondamente inciso sulle tue scelte musicali?
Possiamo dire che ho vissuto tre grandi periodi importanti e di diversa natura musicale nei primi (quasi) tre decenni della mia vita. Il primo decennio di totale inconsapevolezza nel quale ho avuto la fortuna di ascoltare passivamente, grazie alle mie sorelle maggiori, le canzoni dei Beatles, dei Pink Floyd e dei Queen che andavano per la maggiore. Il secondo decennio dedicato soprattutto al Gospel, al Jazz e all'R&B; ho consumato tutti i cd di Billie Holiday di cui ero in possesso! Il terzo decennio, che sto, vivendo dedicato ai cantautori (americani/inglesi e italiani) e alla ricerca. Sono un individuo di natura onnivora, ultimamente sto ascoltando anche musica tradizionale cinese oltre ad aver ripreso lo studio del pianoforte classico, penso che la creatività debba essere stimolata senza limite di genere. Fondamentalmente, ascolto tutto ciò che sia bello e che possa ispirarmi.

Sei toscana, ma da alcuni anni vivi a Genova: quanto è positiva l’atmosfera di questa città per chi desidera vivere di Musica?
Sicuramente Genova è una delle città con la più alta densità di artisti in Italia. Purtroppo mancano gli spazi per far esprimere tutti, ma il fermento è notevole. Per me è stata una benedizione trasferirmi a Genova. Prima di tutto perché sono entrata in contatto con la tradizione della canzone d'autore e in secondo luogo perché ho trovato dei musicisti davvero straordinari con i quali collaboro da ormai sette anni.

Ascoltando i tuoi due ultimi album “Something Amazing” e “Se Stasera Sono Qui”, emerge una grande duttilità, una capacità di cavalcare ampi spazi espressivi, tra lingua inglese e italiana, tra cantautorato e pop internazionale, anche se appare un DNA di nome jazz: che cosa ti dà veramente soddisfazione?
Scrivere canzoni, cantare, suonare, reinventare, creare senza pormi limiti, tentare, fallire, riuscire, sudare tanto. Fare musica in tutto e per tutto mi rende felice al di là del genere stesso e probabilmente ottengo più soddisfazione quando mi allontano dalle mie radici e mi avventuro in generi che non conosco. Il divertimento sta nell'esplorazione, non nella contemplazione del linguaggio stesso e della personale bravura nel suo utilizzo.

Veniamo all’album del 2013, quello dedicato ai cantautori genovesi: come nasce l’idea e come hai operato la scelta all’interno di un contenitore vastissimo?
Dopo un lungo viaggio a New York ho sentito il bisogno di recuperare il contatto con la mia "italianità", le mie radici. Essere Italiani all'estero è un vanto, noi non ci rendiamo conto del valore della nostra cultura purtroppo. Tornata in Italia ho ricevuto in maniera del tutto inattesa il "Premio Via del Campo" e ho preso questo evento come un segnale. La strada che stavo per intraprendere era quella giusta. Così ho ricominciato studiando i cantautori genovesi e ascoltando tantissimo materiale, e ho assemblato in maniera autonoma e naturale un meraviglioso repertorio. Abbiamo messo su uno spettacolo dedicato ai cantautori genovesi con il quale siamo stati in tour per tutta la Liguria durante l'estate 2013, e poi il disco " Se stasera sono qui" è arrivato lo scorso Dicembre.

Hai inserito anche un brano inedito, “Mentre cadiamo Giù”, scritto per te da Vittorio De Scalzi: dono prezioso o tua espressa volontà?
Entrambe le cose. Avevo bisogno di un brano per Sanremo nel 2012, così ho chiesto al migliore, Vittorio De Scalzi, che conosco di persona e che ho visto lavorare in studio molto volte. Vittorio è tornato dopo due giorni con questa perla meravigliosa. A Sanremo non mi hanno voluta, ma io sono testona e ho voluto produrre il brano a dispetto di un provino fallito. Niente può fermare una canzone di una tale qualità... Vittorio è la testimonianza vivente di come ci possa evolvere come artisti in una carriera lunga più di quarant'anni, questo è stato il mio tributo.

Tra i tanti ospiti troviamo un altro ligure, ormai una certezza, Zibba: come è avvenuta l’attribuzione del brano?
Prima è arrivata l'idea di trasformare il brano in una piccola pazzia manouche. Poi è arrivata una sorta di visione e mentre la provavo ho sentito chiaramente la bellissima voce di Zibba nella mia testa. E' stato un vero piacere lavorare con lui, è davvero un bravissimo Artista e sono felice del risultato. Il brano è piaciuto molto anche alla famiglia Tenco, cosa che mi ha tranquillizzata molto dato che mi ero presa la briga di trasformare in maniera così sfacciata un capolavoro di quella portata. Osare però è divertente...

Nell’album, oltre a cantare hai suonato il pianoforte: interprete, musicista, autrice in altre occasioni… c’è qualche lacuna che ti senti di dover colmare?
L'elenco delle lacune è lunghissimo ovviamente. Non mi sento mai in pari con gli studi e sono sempre alla ricerca di stimoli. Cerco di coltivare tutte le inclinazioni creative, si ha bisogno di tanti strumenti per esprimersi bene.

Chi come te decide di dedicare un album ad un mondo che sa di poesia deve sentire forte la necessità di usare un testo, che abbinato alla melodia porterà un messaggio ben preciso: quale pensi sia il ruolo della musica, oltre al suscitare reazioni istintive, che spesso non necessitano di liriche?
In questo senso la musica è un prolungamento della parola. La musica porta in superficie la verità più intima nascosta dietro alle parole, non mente mai. Dietro a ogni parola c'è una precisa intenzione che trascende il significato della parola stessa e la musica ha il ruolo di portarla alla luce.

Esprimi un desiderio, o una speranza, che sia calata nella realtà e … a medio termine.
Spero di poter intraprendere presto un lungo tour con i miei musicisti. La musica è meravigliosa, soprattutto quando può essere condivisa. 


Se Stasera Sono Qui

1. L’ufficio in riva al mare (Bruno Lauzi) 
 2. Che cosa c’è (Gino Paoli) 
3. Noi due (Umberto Bindi) 
4. Se stasera sono qui (Mogol, Luigi Tenco) con Zibba 
5. L’angelo e la pazienza (Ivano Fossati) 
6. Un giorno dopo l’altro (Luigi Tenco) 
7. La ballata dell’amore cieco (Fabrizio De Andrè) 
8. Genova e la luna (Maurizio Fabrizio, Bruno Lauzi) 
9. Mentre cadiamo giù (Vittorio De Scalzi) inedito, con Vittorio De Scalzi 
10. Sera sul mare (Riccardo Mannerini, Vittorio De Scalzi, Marco Ongaro) 
Prodotto da Roberto Vigo – Celeste Ieffa

©Zerodieci Studio 2013

martedì 24 giugno 2014

Emian PaganFolk-Acquaterra


Acquaterra  rappresenta l’esordio discografico di Emian PaganFolk, un ensemble di recente costituzione ma carico di esercizio live, attività di cui l’album rappresenta un sunto, arrivato dopo due anni di performance a gettito continuo, espressione non sempre facile da trovare di questi tempi.
Molte le cose da scoprire di un gruppo italiano che, all’impatto, al primo ascolto, riporta a mondi lontani, a culture differenti, a suoni che per abitudine associamo ad altre terre, fuori dai nostri confini.
Parto dal nome, sezionandolo.
Emian è la fusione dei nomi di due dei protagonisti, Emilio e Anna,  ed è un “titolo” che ha superato l’esigenza del riconoscimento e dell’identità trasformandosi in vera e propria filosofia di vita, un contenitore accogliente in cui potersi ritrovare, esprimere, creare.
Pagan Folk ha ovviamente attinenza al genere proposto, ma la sottolineatura “pagan” non ha a che fare con sentimenti religiosi contrapposti alla cristianità, ma piuttosto con la riscoperta, il mantenimento e l’evidenziazione di una cultura antica, legata alle rappresentazioni della Natura  - e all'amore per essa - simboleggiata dai molteplici Dei, fonti di ispirazione e di preghiera. E’ anche l’esaltazione della periferia, rispetto al centro, che non è demonizzato, ma a cui viene data la corretta proporzione.
Gli Emian sono campano-salentini, ma il loro sguardo musicale è diretto verso la tradizione del nord Europa, un mondo che apparentemente è molto lontano dalla loro zona di provenienza; fatto abbastanza usuale… si ama la musica, si viaggia, si entra in contatto con atmosfere magiche che dal quel momento diventano il pane quotidiano, almeno negli intenti. Ma in questo caso c’è molto di più di una contaminazione e dello studio conseguente, perché l’attaccamento diventa così importante che si arriva alla ricerca delle comparazioni tra poli teoricamente molto distanti, trovando enormi punti di contatto, musicali, certo, ma anche di carattere geografico - tra scogliere, boschi e cascate - e culturale, che risiedono in entrambe le situazioni, e che sono la principale fonte di ispirazione per molti artisti.
Il mare è un altro forte punto di incontro, foriero di benessere, ma anche di situazioni negative, oggi come ieri.
L’acqua e la terra sono gli elementi che provocano la riflessione di Emian e conducono ad un album concettuale, Acquaterra appunto, che rappresenta un dono ad elementi cardine della vita, un itinerario costellato da soste significative che raccontano storie personali, tradizione ed esaltazione di valori intramontabili.
Il mezzo che unisce pensieri e intenti è fornito da una strumentazione particolare, capace al solo accenno di disegnare immagini efficaci e in grado di ricondurre alle origini, alle particolari etnie, il tutto necessario per raggiungere l’obiettivo… flauti di provenienza siberiana, il jouhikko scandinavo, il bodhràn irlandese, la pandereta Galiziana, il bouzouki Irlandese, il doppio flauto Campano e molto altro.
La cover è un altro contributo significativo alla chiarificazione del pensiero “Emian”.
Dicono i protagonisti: “La copertina rappresenta il sunto di tutto il nostro pensiero, ma racchiude in sé un elemento in più: la fusione tra la Dea e il Dio, principi femminile e maschile, che hanno creato insieme il Tutto. La Dea adagiata con le sue radici sulla roccia dura, radici che si dipartono dall’albero che, con i suoi rami, rappresenta il Dio Cernunnos.”.


La musica rapisce, ed è un album che personalmente inserisco nella categoria “da viaggio”, nel senso che se è vero che il disco stesso è il racconto di un lungo percorso andata e ritorno, in continuo loop tra paesi e città, e tra differenti modus vivendi, è altrettanto chiaro che un minimo di concentrazione permetterà all’ascoltatore di entrare in sintonia con la musica - fatto non scontato -  e ciò permetterà l’annullamento di ogni tipo di distanza, ne tempo ne spazio, potendo godere appieno di atmosfere di rara bellezza, capaci di donare serenità d’animo. E questo mi pare un privilegio che solo gli artisti, alcuni artisti, hanno.

All’interno del CD ho trovato il seguente scritto:

Possa la madre essere con te
Ampio è il suo abbraccio
Generoso è il suo grembo
Possa il padre essere con te
Portando con sé il suo arco
Di fuoco immortale
Possa la terra essere con te
Alberi, fiori e animali
Restando in pace con l'umanità

Sufficiente come immagine preascolto…


EMIAN PAGANFOLK:

Aianna Egan: irish harp, vocals and bodhràn 
Emain Druma: percussions, vocals and fiddle 
Rohan: bass, irish bouzouki and back vocals 
Máirtín Killian: drums, percussions, acoustic guitar and vocals

Info:

Emian PaganFolk

Emian Facebook: 

Synpress44 Ufficio stampa:


lunedì 23 giugno 2014

MAT2020 del mese di Giugno


E’ APPENA USCITO IL NUOVO MAT2020
Info dalla redazione

Il numero di Giugno di MAT2020 arriva dopo un grande evento musicale, la Fiera Internazionale della Musica (FIM), e gli organizzatori, Verdiano Vera e Linda Cavallero, tracciano il primo bilancio di un evento arrivato alla seconda edizione, e già proiettato nel futuro.
Rimanendo in tema “live”, MAT 2020 propone due reportage, quello di Marco Pessina, presente ad un concerto dei nuovi YES, mentre Stefano Pietrucci disegna la sua serata al cospetto di Johnny Winter.
Ma l’incontro più emozionante è quello realizzato/raccontato dal direttore Angelo De Negri - in occasione dell’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana - quello con Bob Geldof, immortalato il giorno successivo dalla “camera” di Cristina Arrigoni, nel corso di un concerto bergamasco.
Ritornano le recensioni sui libri e il focus cade in questa occasione su quello di Piersandro Pallavinici, “Una commedia italiana”.
Significativa l’intervista ad uno dei pilastri della musica italiana, Alberto Salerno.
Fabrizio Poggi rinuncia al suo solito spazio e … passa dall’altra parte, intervistato dopo il suo incredibile successo americano.
Arriva anche il contributo di Paolo “MoonHead” Zaghi, che ha esaminato il nuovo progetto (album+video) “Axiom”, degli Archive.
Sempre nella sezione “interviste”, Marco Valenti avvicina Joan’s Diary.
Proseguendo a ruota libera, segnaliamo il debutto di Gianni Novelli, che propone la sua idea di connessione tra Cinema e Musica Progressiva e la recensione di Gianni Sapia relativa all’ultimo album de Les Trois Tetons.
Fantastiche, come al solito, le rubriche ormai fisse, con Il giovane Jacopo Muneratti che ci parla di Jethro Tull, Riccardo Storti affascinato dai Roxy Music, Alberto Sgarlato che si sofferma su gli Apple Pie e Mauro Selis, sempre in doppia veste, in questo caso tra prog caraibico e analisi psicologica di casi reali, legati al mondo della Musica.
Tra i tanti programmi possibili abbiamo scelto il Trentino Jazz.
Che ne dite, può bastare per questa volta?

venerdì 20 giugno 2014

Nirvana al Reading Festival, 30 agosto 1992