sabato 31 maggio 2014

Scambio di battute con Mara Maionchi


Il FIM, la Fiera Internazionale della Musica andata in scena una paio di settimane fa, mi ha permesso di realizzare nuovi incontri legati al mondo della musica; anime agli inizi di un percorso, altre molto conosciute, ma tutte legate tra loro da un filo invisibile e allo stesso tempo tangibile,  denominato “passione”.
La giornata del Sabato, quella in cui era presente l’Associazione Muovi La Musica, ho passato un paio d’ore con alcuni attori importanti della scena musicale italiana, che hanno interagito sotto la Direzione Artistica di SimonLuca. Tra i tanti, il volto più famoso era quello di Mara Maionchi, molto gettonata da chi passava nei pressi del gruppone.
Superconosciuta, inutile sottolinearlo, ma ascoltarla nel corso del workshop mi ha permesso di creare un’immagine più… ravvicinata seppur limitata, essendo legata all’impatto; ma lontano dai riflettori non ci sono condizionamenti di alcun genere.
Esposizione sintetica la sua, condita di ovvio know how e ironia. Realistica, cruda, senza particolare cura per gli aspetti formali, ma focalizzata piuttosto sulla sostanza, Mara concludeva con parole che, a mio giudizio mal celavano una punta di amarezza legata al tempo passato.
Pure impressioni, in qualche modo confermate dallo scambio di battute a seguire, asciutto ed essenziale, come mi pare sia tipico del personaggio.
Dopo l’intervista realizzata col marito, Alberto Salerno - presto su MAT2020 - ecco il pensiero di Mara.

L'INTERVISTA

Vorrei partire da una domanda fatta anche ad Alberto, riferita alla situazione musicale italiana: siamo in presenza di mancanza di talenti o di opportunità? O cos’altro?

La mancanza di talenti in generale, e l’inadeguatezza del mood mondiale.

Nel corso della conferenza del FIM hai sottolineato come la situazione americana sia un po’ diversa, migliore rispetto alla nostra: quali sono le maggiori differenze? Cosa si potrebbe fare per colmare il gap?

Il bacino artistico; in USA si comprano ancora molto i CD, e poi loro hanno il mondo e noi … no!

Come potresti spiegare l’evoluzione del tuo mestiere - e quindi della gestione generale della Musica - dai tuoi inizi ad oggi?

Ci vorrebbe un romanzo, è un mondo completamente diverso.

Con qualunque artista io mi intrattenga a parlare della Musica del passato, alla fine spunta sempre il tuo nome, dietro a innumerevoli progetti trasversali. Ma è con la televisione che il tuo volto è diventato famoso: ti è servito apparire o la piena visibilità ha avuto risvolti negativi?

Non ha avuto alcun risvolto negativo e non ha influito sul mio lavoro di discografica.

Nella mia lunga e allargata esperienza professionale (non musicale, purtroppo), non sono mai riuscito a vedere, se non occasionalmente, il genere femminile con ruoli di responsabilità: come hai fatto ad emergere in tempi lontani, e quindi ancor più difficili?

Allora c’erano già delle donne con delle responsabilità professionali; personalmente non ho avuto alcuna difficoltà a inserirmi nell’ambiente della Musica.

Ho visto pochi giorni fa Alessandra Drusian, che ha vinto Sanremo, non superare il test di “The Voice”: Battisti, Dylan, Young… supererebbero oggi il test dei Talent?

Io penso che con le loro caratteristiche avrebbero sicuramente superato il test.

La tua conclusione alla conferenza del FIM sembrava contenesse una sorta di  passaggio di consegne che mi sembrano premature: c’è qualcosa che vorresti realizzare, un obiettivo stimolante che non hai ancora raggiunto?

Mi piacerebbe ritrovare un artista di talento, che vendesse un po’ di dischi… sarebbe una grande soddisfazione!

Esiste qualche cosa del tuo percorso professionale che cambieresti, potendo, perché a posteriori giudichi negativo?

Mi sono accettata da tanti anni, e difficilmente rimpiango qualcosa, anche perché ho la consapevolezza dell’errore.

Mi racconti un incontro musicale emozionante, e uno che… avresti evitato volentieri?

Quello con Gianna Nannini, alla Numero Uno; lo ricordo molto emozionante perché la ragazza di allora aveva davvero qualcosa in più e di diverso. Quello da evitare… a pensarci bene non esiste.

Concludiamo con lo sguardo verso il futuro; ho visto attorno a te, al FIM, tanto entusiasmo e, probabilmente, qualche speranza più o meno fondata di farsi conoscere: esistono possibilità concrete che, chi è dotato di talento, potrà far coincidere lavoro e passione? Hai qualche consiglio da dare?


Senza la passione e l’intelligenza il talento non può crescere. Il mio consiglio è quello di lavorare tanto senza aspettarsi nulla, perché l’obiettivo richiede molti sacrifici, come in qualsiasi lavoro, se si vuole puntare in alto.



venerdì 30 maggio 2014

Talent Show, ovvero la figuraccia che avvalora la mia tesi... forse


Talent Show sono spettacoli che personalmente non amo.
Il fatto che in casa mia siano molto seguiti mi rende cauto e morbido nel giudizio.
Parlando con esperti del settore, personaggi eminenti ed autorevoli, emergono posizioni agli antipodi, che comprendono termini che vanno dal “deprecabile all’auspicabile”, con tesi al sostegno che reggono, in ogni caso.
Da un lato esiste chi disegna una macchina capace di creare false illusioni, dall’altro chi crede che comunque siano opportunità che in altro modo non arriverebbero.
C’è poi chi allarga il pensiero e, comparando la più florida situazione musicale americana (se rapportata alla nostra) sottolinea che è proprio negli USA che i Talent sono nati - e quindi sono compatibili con lo sviluppo del mercato - e che sono altri i meccanismi deleteri che incatenano il movimento musicale italiano.
Uno di questi - Senardi docet - è rappresentato dall’incapacità tutta italiana (parlo degli addetti ai lavori) di capire per tempo - e quindi imparare a gestire - lo sconvolgimento che era in atto, legato alla progressione delle nuove tecnologie, cercando di rincorrere le adeguate protezioni senza comprendere a fondo le opportunità e la giusta e possibile convivenza.

Nel settembre 2010 chiesi un parere ad uno che se ne intende, Lucio “Violino” Fabbri.
Questa la domanda con conseguente risposta…

“Vista la tua collaborazione con XFactor, in qualità di esperto, mi dai un giudizio sui Talent Show? Sono utili, servono davvero?

Il giudizio di un esterno come posso essere io è condizionato da molti fattori ed è poco professionale. Ti faccio una breve analisi, anche un po’ fantascientifica. Esiste “Amici” ed esiste “X-Factor”. Non voglio evidenziare le differenze, anche se posso dirti che ne esistono e sono profonde. I ragazzi che partecipano a questi talent show (che è bene dirlo, esistono in tutto il mondo), sono bravi (perché se non sei bravo non ti prendono), vanno ai provini e si mettono in gioco. Punto. Immaginiamo ora che questi due programmi non siano mai esistiti. Questi ragazzi, bravi, a volte bravissimi, dove vanno? Come fanno a farsi conoscere dal grande pubblico? Possono non piacere o essere antipatici o suscitare invidie, ma vale lo stesso discorso fatto per i Jalisse: se non sei bravo non ci arrivi. Certo, si possono anche criticare con affermazioni tipo: ”..eh, ma non sono bravi come quelli degli anni 70…”, ma intanto sono quelli che abbiamo oggi, e la TV offre, credo, solo queste due possibilità per farsi ascoltare. Se invece non ci fossero, che altre possibilità avrebbero questi giovani? Piano bar? Orchestre da ballo? Di sicuro non potrebbero fare il percorso di Finardi, visto che abbiamo parlato di lui, perché quelle strade non esistono più. Non c’è un tessuto politico che ti sostiene, che magari un tempo strumentalizzava l’artista, sfruttando il messaggio proveniente dai testi, ma dava comunque la possibilità di “camminare”. Oggi allestisci il tuo studio casalingo, sfruttando le nuove tecnologie, registri dei demo e inizi a mandarli in giro, ma forse neanche più quello, perché la musica finisce direttamente su internet, ottima – sebbene molto dispersiva - alternativa ai Talent. Quindi, se levassimo i Talent, otterremmo una maggior ricerca sulla rete, che è comunque un labirinto, non sempre chiaro e agevole, soprattutto se ricerchi musica nuova. Come alternativa, dal punto di vista del “live”, nei locali trovi solo cover band, formate magari da ottimi musicisti e pensi: ” … bravo quel ragazzo! Chissà perché’ non ha successo ?!”. E come ci potrà mai arrivare senza vere opportunità? E allora torniamo ai Talent, che sono una benedizione, perché se per sbaglio nasce da qualche parte un Peter Gabriel o un Paul McCartney, quello va per forza dritto ad X-Factor; quindi ben vengano le critiche, ma la realtà è che siamo tutti in attesa di un nuovo Phil Collins, o un nuovo Peter Gabriel, e nel bene o nel male è solo lì che possiamo andare a cercarlo. Non esistono altre opportunità di scoprire e far scoprire al pubblico nuovi talenti. Possiamo quindi giudicarli negativamente e dire che non sono abbastanza bravi, meno bravi di altri in altri tempi, e un dubbio potrebbe andare anche a chi li seleziona … può anche essere che i “giudici” mandino via prematuramente qualcuno che ha qualità … che osannino uno che ne ha di meno … tutto può essere, ma credo che se ti si presenta davanti un Peter Gabriel te ne accorgi subito, sia che vada ad Amici o a X-Factor o al Telegiornale...”.

Temo che alla fine non esista una verità assoluta.
Ma io cammino sempre con la mia certezza che, se per qualche volere divino, Bob Dylan, Neil Young, Vasco Rossi e Lucio Battisti - tanto per citare qualche voce piena di personalità, riconoscibile in due secondi, ma non certo caratterizzata dalla tecnica o dall'estensione - fossero ventenni e si presentassero al cospetto di giudicanti influenti - ma che non credo  poi così esperti - come la Ferilli o la Ventura, vedrebbero stroncata sul nascere la loro carriera.

E’ avvenuta pochi giorni fa una cosa che mi pare rilevante e significativa di certe storture televisive.

Ad una trasmissione della RAI, denominata “The Voice”, dove la giuria è composta dalla quaterna Carrà-Pelù-DJ Ax-Noemi, si è presentata, in pieno anonimato, Alessandra Drusian, la cantante dei Jalisse.
I Jalisse sono stati molto discussi - a torto o a ragione, non lo so - ma hanno vinto il Festival di Sanremo, e la voce di Alessandra è indiscutibilmente bella.

Nella stessa intervista a cui facevo riferimento, Lucio Fabbri raccontava…

“…posso dirti che “Fiumi di Parole” (Jalisse) è una canzone di grandissimo valore. E’ stato buttato tanto fango attorno al concetto di Jalisse come figura artistica, e a mio avviso sono stati rovinati da un accanimento inutile dei media, inspiegabile perché … non davano fastidio a nessuno …

Ma dovuto a cosa, secondo te?
Non lo so … si è detto che il pezzo fosse copiato (ma io non ho mai avuto la riprova), ma ti voglio dire qualcosa di più di questa canzone: avendo vinto Sanremo, abbiamo partecipato dopo qualche mese all’Eurofestival a Dublino, ovviamente con lo stesso brano e in un ovvio contesto di musica leggera. Pensa che, appena arrivati, i Jalisse erano dati per secondi dai bookmakers locali. Poi, per una serie di vicissitudini che non ti sto a raccontare, non hanno vinto, ma sono arrivati comunque quarti, davanti a tutta l’Europa. Evidentemente quella canzone, quell’arrangiamento, quel modo di proporsi, non era nell’insieme trascurabile”.

Torno a The Voice.
Alessandra non è stata riconosciuta da nessuno della giuria - che ha ammesso pubblicamente la brutta figura chiedendo scusa con tutti i componenti - ed stata scartata.
Inutile “l’aggrapparsi agli specchi” successivo, nel tentativo di rimediare.
Almeno non abbiamo dovuto sentire la solita lagna… “… non mi hai trasmesso nessuna emozione!”.
Guardiamo quanto accaduto, con la soddisfazione di sentire Piero Pelù che ammette la figuraccia della giuria.




giovedì 29 maggio 2014

Samuele Puppo-Road to Mountains


Sono circondato da adolescenti che, dopo aver incontrato la Musica ed essersene innamorati, decidono di assumere un ruolo attivo, applicandosi nello studio o semplicemente scegliendo di esprimersi attraverso uno strumento o con ciò che la natura ha loro regalato, la voce. Anche a me capito così, con scarsa fortuna, attorno ai sedici anni.
Tutti sono autorizzati a trovare soddisfazione nel creare o nel proporre qualcosa che obbligatoriamente andrà poi condiviso, ma tutto questo niente ha a che vedere con il talento, con la capacità di applicazione e la giusta attitudine, tutte qualità che a volte esistono, ma la maggior parte delle volte latitano.
Ho conosciuto casualmente Samuele Puppo, musicista di sedici anni, presentatomi da una fonte autorevole che ne esaltava le qualità. Ho però voluto andare più a fondo, attraverso l’ascolto in rete di Road to Mountains - il suo primo EP appena uscito - e la visione di alcuni filmati.
Tanto mi è bastato per rispolverare il vecchio luogo comune che abbina il successo personale all’occasione, l’essere “al posto giusto nel momento giusto”.
Immaginando un libero effetto di traslazione, nel tempo - tornando agli anni ’70 - e nello spazio - la West Coast - si potrebbe ipotizzare per Samuele un futuro luminoso, ciò che in Italia, nel duemila inoltrato, appare invece complicato, per lui e per chiunque voglia uscire dal modello di riferimento, comunque  difficile da proporre e valorizzare.
Gli amori sono il blues, il country, il folk, elementi sintetizzati nel suo disco, ma ciò che emerge, quello che appare evidente guardando oltre, è la sua straordinaria maturità musicale che, a quell’età, sa tanto di dono piovuto dal cielo, e colto immediatamente, con rigore e passione.
La famiglia alle spalle conta, e il passaggio di intenti da padre a figlio è un veicolo che spesso funziona, ma difficilmente porta a simili risultati. E la coesione del nucleo trasforma il team in situazione manageriale, laddove il termine “manager”, spesso abbinato ad esempi negativi, diventa solo sinonimo di organizzazione, pianificazione e protezione verso chi, seppur talentuoso, necessita di guide autorevoli.
Samuele Puppo suona la chitarra e canta, un abbinamento abbastanza usuale nella sua forma, ma il melange che ne deriva è sorprendente.
I maestri sono di alto rango - vedere intervista a seguire - ma occorre sottolineare che il repertorio proposto è frutto di creazione personale, con l’aggiunta di una difficoltà supplementare, la scrittura delle liriche in lingua inglese.
Road to Mountains è composto da cinque brani - circa diciassette minuti di suoni e parole - sufficienti per inquadrare gli intenti e per esaltare le peculiarità di un nuovo cantautore in erba, dalle potenzialità non comuni e dalle caratteristiche uniche, una sorta di cosmopolita musicale dalle belle speranze.
L’augurio è quello che i piedi rimangano ben saldi per terra, che lo studio e l’applicazione proseguano ininterrotti e che la passione resti la molla che determina ogni azione.
Se così sarà, Samuele Puppo potrà prendersi le soddisfazioni che merita, magari fuori dai nostri confini, come accade a tutti quelli che, in ogni settore lavorativo, percepiscono muri di impenetrabile spessore ad ogni angolo di strada.
Ma leggiamolo, ascoltiamolo e vediamolo…


L’INTERVISTA

Da dove nasce la tua passione per la musica?
La passione è nata grazie all'ascolto di tanta bella musica in casa mia. E' stato mio padre (bassista e contrabbassista) ad invogliarmi a suonare la chitarra e ad insegnarmi i primi accordi. La mia prima passione è stato il blues.

Abbastanza anomalo che un ragazzo della tua età si proponga con blues, country e folk: che cosa ti ha fatto scattare la molla?
A otto anni avevo, appunto deciso di studiare blues. Ho ascoltato Eric Clapton, John Lee Hooker, BB King, Jimi Hendrix e molti altri. I primi passi sono stati in quella direzione. Suonavo soprattutto la chitarra elettrica. Crescendo e studiando mi sono avvicinato al pop e a molti altri generi musicali, fino a quando ho scoperto John Mayer, prima in versione elettrica, poi acustica. Da lì ho iniziato ad amare l'acustica e il folk, dal più tradizionale al contemporaneo.

Che tipo di studi musicali hai fatto e continui a fare?
Ho sempre studiato privatamente o in seminari estivi con ottimi chitarristi. Il primo in assoluto è stato Paolo Bonfanti, a seguire Matteo Cerboncini, Daniele Franchi, Marco Cravero. Per quanto riguarda il canto (studio solo da un anno, prima mi rifiutavo di cantare) Emanuele Dabbono. Ho frequentato seminari con Beppe Gambetta, Mike Dowling, Chris Newman.

Il connubio voce e chitarra nel tuo caso mi sembra inscindibile: hai una preferenza espressiva tra le due che ho evidenziato?
Nasco come chitarrista, successivamente ho scoperto il canto e mi sono messo a scrivere brani miei. Proponendo un mio repertorio sento di esprimermi meglio con chitarra e voce.

Che importanza hanno per te le liriche?
Scrivo testi in inglese e per riuscire ad essere credibile studio tantissimo e cerco di scrivere liriche non banali, utilizzando il più possibile modi di dire e un linguaggio attuale. Mi ispiro a Mayer, Passenger, Sheeran, Mumford & Sons, autori che apprezzo molto e sono in linea col mio gusto, anche musicale.

Il tuo EP è stato autoprodotto, ma osservando alcuni filmati mi pare di vedere un’ottima cura dei particolari: chi ti aiuta nella gestione globale della tua passione?
Per ora la produzione è totalmente Home-Made. Ognuno in famiglia è bravo in qualche cosa, ci aiutiamo e collaboriamo. In “Road to Mountains” ho curato personalmente arrangiamenti e cori, mio padre Luciano, oltre ad aver suonato il basso, ha mixato il disco con me, mio zio Fulvio Zacco è esperto in airbrush e ha realizzato la copertina, mia sorella Valeria ha fatto le foto, mia mamma Alessandra si occupa della comunicazione. Io... “me la canto e me la suono”.

Mi racconti il contenuto di  Road to Mountains? Che cosa lega i vari episodi?
Road to Mountains” è nato come progetto del trio acustico con Gianka Gilardi alle percussioni. Nelle mie intenzioni voleva essere ed è un percorso nel mondo musicale a me più vicino, una sorta di omaggio agli autori e ai generi che ho ascoltato nell'ultimo anno. Il primo brano “Paper Heart” è in stile vagamente Irish; “Sixty Miles Away” è più sul Pop; “Mary” (al violino Fabio Biale) è d'ispirazione country-folk; “Bottle of wine” è un mio omaggio al blues; “Road to Mountains” conclude il percorso nelle atmosfere country americane.

Come ti trovi on stage, a contatto diretto con il pubblico? Ti riesce facile interagire?
Ho talmente desiderio ed urgenza di suonare che sin dalle prime esperienze sul palco - a dieci anni i miei mi portavano alle jam di blues - non ho mai avuto imbarazzi. Offrire la propria musica ad un pubblico in ascolto è un privilegio ed una magia, che funziona solo se si è veramente se stessi e a proprio agio, cercando di coinvolgere, anche emotivamente, chi ascolta.

Banalità, ma alla tua età è lecito sognare: rimanendo con i piedi ben saldi a terra, che ruolo vorresti ritagliarti nel panorama musicale?
Nel mondo dei sogni mi piacerebbe avere successo ed essere apprezzato per le mie canzoni. So che in Italia  è praticamente impossibile riuscire ad essere ascoltati da un vasto pubblico se si canta e si scrive in inglese, ma io che compirò 16 anni tra poche settimane voglio ancora credere di poterlo fare. Se non qui, all'estero dove spero di andare a vivere e studiare una volta terminato il liceo. 


Biografia

Samuele Puppo nasce a Pietra Ligure il 5 giugno 1998. Vive a Celle Ligure. Frequenta il secondo anno del Liceo Classico-Linguistico G.Chiabrera di Savona.
Inizia a suonare la chitarra all'età di 8 anni manifestando da subito interesse per il blues. Le prime  tablature le studia sotto la guida del maestro Paolo Bonfanti (2008).
A seguire: Matteo Cerboncini e Daniele Franchi, suoi insegnanti dal 2009.
Nel 2010 e 2011 partecipa ai campus estivi dell'Accademia Lizard di Brescia dove vince, all'età di 12 anni, il 1° premio del “Contest di Improvvisazione”.
Nel 2011 partecipa alla prima edizione del “Sestri Guitar Festival”, dedicato ai nuovi talenti chitarristici, classificandosi al 2° posto. Dal 2012 studia canto e songwriting con Emanuele Dabbono, iniziando a comporre propri brani musicali. Nell'estate 2013 partecipa al “Beppe Gambetta 21st International Acoustic Guitar Workshop (Slovenia)”, studiando con Beppe Gambetta, Mike Dowling e Chris Newman. A fine corso si aggiudica, con un suo brano, il premio per il miglior arrangiamento.
Dal 2013 studia chitarra con Marco Cravero.
Nell'autunno 2013, selezionato tra centinaia di concorrenti italiani e stranieri, arriva tra i tre finalisti della categoria “Junior” nel concorso “Tour Music Fest – Festival Internazionale della musica emergente”, portando sul palco del Piper Club di Roma un suo brano originale.
Samuele, oltre ad esibirsi come solista, ha recentemente formato con Gianka Gilardi alla batteria e Luciano Puppo al basso, un trio acustico con il quale propone  brani inediti.
Periodicamente conduce, al “Count Basie Jazz Club” di Genova, session blues suonando con importanti professionisti della scena ligure.
Pur mantenendo solide radici nel mondo del blues, Samuele ha esteso la sua ricerca e produzione artistica verso un genere con forti influenze country e folk.
Paper Heart, Bottle of Wine, Road to Mountains, brani che fanno parte del suo primo EP, si posso ascoltare su soundcloud al link:  https://soundcloud.com/samuelofficialmusic

Marcello Milanese, tra i migliori bluesman presenti sul territorio nazionale, ha detto di lui:  “Samuele Puppo è forse l’unico talento (sotto i 20 anni) che ci tengo a segnalare; davvero da tenere d’occhio” (http://blog.bb-blues.com/2013/12/marcello-milanese-still-alive-intervista.html)


Contatti: 3400847953
Facebook: facebook.com/samuelofficialmusic
mail:samuelepuppo@gmail.com


mercoledì 28 maggio 2014

SONG OF THE KNIGHT, il concorso per autori ideato dai Jalisse


Incontrare casualmente i Jalisse mi ha riportato indietro nel tempo, a giorni di traguardi inaspettati, a sterili polemiche, a streotipi e luoghi comuni, a ragionamenti successivi fatti con cognizione di causa da esperti del settore.
Ma forse è più utile guardare al futuro, e il concorso documentato a fine post, ideato da Fabio Ricci e Alessandra Drusian - SONG OF THE NIGHT - è una buona opportunità per chi volesse cimentarsi con la scrittura di un testo, ed è proprio dietro l’angolo.
Lo scambio di battute a seguire permette di ripercorrere un tratto di storia recente, con qualche sottolineatura legata al panorama musicale odierno e un approfondimento legato al concorso per autori, la “Journèe Mondiale des Chevaliersin Francia.


L’INTERVISTA

Un po’ di storia sintetizzata: che cosa vi è accaduto, musicalmente parlando, dalla vittoria di Sanremo sino ad oggi?
Tanti brani provinati e proposti ai Festival di Sanremo dal 1998 al 2014, tra i quali “Tra Rose e Cielo” (terzo su una radio francese EFR12 e arrivato fino in Iraq) “Linguaggio Universale” (tratto da un saggio della Prof.ssa Montalcini) “E se torna la voce” (realizzato durante laboratori creativi con i detenuti del carcere San Vittore con la Fondazione  Mike Bongiorno ) e mai nessuno accettato dalla commissione del Festival sanremese in 15 anni!!!!! Diversi viaggi all'estero e concerti grazie ai nostri amici dell'Eurovision Song Contest e nelle piazze italiane, tanta musica passata nelle radio locali, perché in alcuni network i Jalisse non passano. Insomma, con un nome popolare, gli spazi promozionali li otteniamo come se fossimo esordienti.

In una lunga intervista che ho realizzato qualche anno fa con Lucio Fabbri, lui vi descriveva molto positivamente, denunciando nei vostri confronti un accanimento ingiustificato: che giudizio potete dare di quel periodo e degli strascichi successivi?
Siamo felici che il grande Lucio parli bene di noi e anche lui denunci la cattiveria che media e addetti ai lavori hanno voluto scatenare sui Jalisse. Abbiamo vinto un Festival grazie ai voti del pubblico e questo forse ha creato una rottura del sistema, gettando  ombre anche sulla nostra partecipazione all' Eurovision Song Contest 1997. Noi l'abbiamo sempre intuito, ma poi il libro di Gigi Vesigna e Antonio Ricci, l'intervista di Ettore Andenna, le confessioni di tanti produttori, la chiusura a riccio del potere di chi gestisce la discografia imponendo prodotti o facendo cartello, hanno confermato i nostri dubbi. Ora la maggior parte delle produzioni sono indipendenti, anche se rimane una gestione musicale fatta di amicizie e scambi, ma nel 1997 era un sacrilegio. Un paradosso? All'estero la gente ci ha votato quest'anno dandoci un web Award come la Best Band 2014 su Eurosong On Top.com sopra gruppi fantastici come i Lordi ed i Blue che hanno venduto 17 milioni di dischi, mentre in  Italia non siamo in “linea editoriale”!? Questo potere è assurdo e noi artisti e piccoli produttori dobbiamo aprire gli occhi e muoverci, scardinando il sistema di chi impone la musica attraverso decisioni a tavolino, oltre la buona musica.

Quanto vi aiuta, nel vostro mestiere, essere anche una coppia nella vita?
Noi siamo una famiglia e questo aiuta ad essere forti e a non mollare. E' una scelta di vita, e sicuramente ci ha protetti da attacchi e menzogne. Abbiamo sempre risposto con la musica e la difesa delle nostre mura. Oggi guardiamo in faccia le persone con il sorriso, con la  passione per la musica ed il rispetto per chi ci ascolta, ma con la consapevolezza che qualcuno ci ha tolto qualcosa.

Le vostre iniziative sono molteplici e abbastanza trasversali: mi raccontate qualcosa, anche nei dettagli, del concorso per parolieri legato alla “Prima Giornata Mondiale dei Cavalieri”,  che si svolgerà in Francia?
Siamo artisti, produttori, creativi e ideatori di diversi progetti legati al percorso dei cantautori, tra gli ultimi nati c'è proprio “Song of the Knight”. Un giorno vedo su FB un comunicato dell'Organizzazione “Journèe Mondiale des Chevaliers” e, affascinato, gli scrivo lanciandogli l'idea di realizzare una canzone con un testo scritto da autori sconosciuti in tutta l'Europa, con la musica scritta e cantata dai Jalisse. Mi hanno risposto personalmente il Barone Kleiner de Grasse e la sua gentilissima consorte la Baronessa di Montecrestese lasciandomi di stucco, per l'umiltà e la disponibilità e offrendoci questa entusiasmante occasione. Quindi abbiamo lanciato il bando che prevede la scrittura di un testo musicale sui valori dei Cavalieri (nobiltà d'animo, amicizia, gentilezza) da scrivere in una delle cinque lingue principali; il testo sarà valutato dai Jalisse tecnicamente e dalla Organizzazione per il valore etico, sarà musicato, arrangiato da Valter Vincenti e presentato il 20 settembre alla Journèe Mondiale des Chevaliers a Fort Rousses in Francia, diventando il prossimo singolo dei Jalisse e offrendo quindi un contratto editoriale all'autore vincitore. Il termine per iscriversi ed inviare gratuitamente il testo è il 1 luglio 2014 ed il bando ed il regolamento sono scaricabili su http://songoftheknight.wordpress.com e www.crescerecreativi.net. Stiamo ricevendo già i primi testi e stiamo lanciando il bando in Europa attraverso i club OGAE dell'Eurovision Song Contest.

Vorrei un vostro giudizio sullo stato della Musica, tra arte e businnes.
Con tutta la positività e l'amore possibile, i segnali della condizione musicale sono pessimi, sotto tutti i profili. Artisticamente è sempre meno rispettata, a partire da chi scrive, a chi interpreta, a chi produce fino ai live manager che la distribuiscono; c'è sempre meno coesione per organizzare e salvaguardare i diritti delle categorie. Il business ormai è agli sgoccioli, i cd ormai sono biglietti da visita, i concerti sono quasi gratis e tra poco bisognerà pagare per suonare; gli investimenti sono ormai nulli da parte di chi produce. Credo che chi sta nella musica solo per fare soldi, tra poco dovrà cambiare ordine e dedicarsi a giochi online o cose del genere, lasciando a chi ha la passione vera per la musica, a chi si accontenta di portare a casa, quel poco che basta, per vivere e produrre.

Ho visto quanto accaduto ad Alessandra a “The Voice”. Questo conferma la mia tesi che se Battisti, Dylan o Young nascessero oggi non avrebbero nessuna chance di affermarsi, se … dipendesse dai giudici dei Talents: qual è il motivo per cui è nata questa “sfida”? Non credo che chi ha vinto il Festival di Sanremo abbia bisogno di dimostrare nulla!
Alessandra è una fuoriclasse, ma è stanca di sentirsi dire in Italia: ”Ma canti ancora?”, oppure non ti vediamo più, ma come mai, ecc. Abbiamo ragionato molto, poi Ale ha detto: “Io sono una cantante italiana, voglio che gli italiani possano giudicarmi ancora come hanno fatto a Sanremo nel 1997. Voglio che gli addetti ai lavori capiscano che ho ancora tanto da dire. Mi preparo, mi presento e vada come deve andare”. Questo carattere di artista forte, sicura, umile e pronta al giudizio, ha acceso il pubblico e fatto crescere ancora di più Alessandra.

Che cosa c’è nell’immediato futuro dei Jalisse?
Tanta roba. Il progetto ARTISTI NELLE SCUOLE che vogliamo lanciare in Italia e oltre sulla scrittura di inediti, le collaborazioni con artisti stranieri e italiani, la realizzazione di live e di nuovi brani, progetti creativi sempre. E aspettiamo gli autori a SONG OF THE NIGHT!

SONG OF THE KNIGHT

I Jalisse cercano parolieri europei per l'inno della

“Journèe Mondiale des Chevaliers” in Francia


Un concorso aperto a tutti i maggiori di anni 18, senza esclusione alcuna di etnia, religione e credo, rivolto ad autori e poeti, per realizzare un testo che sarà musicato e cantato dai Jalisse. Il tema dovrà riguardare l’amicizia, la solidarietà, la galanteria, la cavalleria, il sogno, l'aspirazione, la gentilezza d'animo, il rispetto, la cortesia. Lo spirito è quello di valorizzare nuovi talenti ed il testo che sarà scelto da Alessandra e Fabio (Jalisse) e dall'Organizzazione J.M.D.C. otterrà un contratto editoriale per essere lanciato come singolo del duo all'evento eccezionale che si svolgerà nella magnifica cornice di Fort Rousses in Francia, il 20 settembre 2014.
Alcuni numeri della Giornata Mondiale del Cavaliere 1a edizione:
1500 Cavalieri di Ordini Cavallereschi da tutti i continenti, presenza di diverse case reali,
più di 800 artisti provenienti da tutto il mondo, presenza di numerosi canali televisivi,
40.000 spettatori, più di 30 ettari di superficie per i festeggiamenti, 16 ore di spettacoli e di pure emozioni. Fino al 20 Settembre 2014, più di 350 milioni di persone avranno visto, letto e sentito della prima Giornata Mondiale dei Cavalieri (tratto da sito uff J.M.D.C.:
http://www.journee-mondiale-des-chevaliers.ch)
Il bando e l'iscrizione gratuita sono scaricabili dal sito www.crescerecreativi.net
I testi (in lingua italiana, inglese, francese, spagnolo o tedesco) dovranno rientrare nelle specifiche tecniche riportate sul sito stesso (quartine, ecc.) e dovranno essere inviati entro le ore 24:00 del 01 Luglio 2014 all'indirizzo email info@crescerecreativi.net
“SONG OF THE KNIGHT” è uno dei progetti che i Jalisse promuovono per evidenziare la creatività attraverso la musica, come Artisti nelle Scuole ideato per alunni ed artisti e che ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti da radio, stampa e associazioni musicali di categoria, oltre alla collaborazione di famosi artisti dello spettacolo e della musica.


Contatti:

Associazione Crescere Creativi: www.crescerecreativi.net
Artisti nelle Scuole: www.artistinellescuole.it
Tregatti Produzioni ed Edizioni Musicali

Facebook: Jalisse Official – Song of the Knight




martedì 27 maggio 2014

Alessandro Monti-spiritDzoe


Alessandro Monti, titolare del progetto unfolk, realizza un sogno, il suo primo CD “solo” che, anziché rappresentare un punto di arrivo, ha più le sembianze di un ritorno alle origini, un minimalismo espressivo voluto, alla ricerca dell'essenza del suono, della sperimentazione, del recupero etnico.
Titolo misterioso - ma spiegato dall'autore nell'intervista a seguire -  spiritDzoe nasce in studio - luogo in cui l'ispirazione di Monti arriva all'apice - e si ripropone di mantenere una collocazione intimistica, senza la ricerca del live, situazione in cui la riproposizione richiederebbe un contesto dedicato e non certo facile da individuare.
Spirito e Vita, questa la risultante di un lavoro la cui valenza si è rivelata solo alla conclusione del percorso, dopo una creazione quasi casuale, che ha preso forma e sostanza momento dopo momento.
Il sottotitolo del disco, “8 rituali in forma di suite”, introduce la sacralità dell'opera, laddove la concatenazione dei vari episodi passa attraverso un cerimoniale che profuma di misticismo e di arte superiore.
A giudicare dall'esterno, sembrerebbe che il musicista veneziano, dopo un lungo percorso in senso circolare, abbia fatto ritorno alla sua “Itaca”, arricchito dai viaggi attorno al globo, carico di esperienze che come lui stesso racconta hanno toccato altri continenti (l'Africa), differenti culture musicali (Don Cherry) e nuovi amici/collaboratori/musicisti (un gruppo di ragazzi disabili).
Il tutto ha portato alla voglia/necessità di tornare all'essenza dello strumento, al bisogno della sperimentazione contemporanea, in un contenitore dove anche un solo accordo può diventare materia d'ascolto corposa, e dove la semplice differente angolazione, rispetto all'amplificazione, provoca sorprese e diversità, non tutte gestibili all'impatto.
L'improvvisazione è un pilastro dell'opera, che solo nella parte finale presenta composizioni precostituite. E la spontaneità vince, così come la riscoperta della bellezza della rottura degli schemi, dell'abbattimento di ogni orpello e confezione floreale, a vantaggio dell'espressività.
Un album che richiede la corretta concentrazione d'ascolto e una buona conoscenza degli intenti e della filosofia costruttiva; un concentrato musicale che ha il sapore della rivelazione improvvisa, del creare innanzitutto per se stessi - fatto non sempre scontato - dello spogliarsi del superfluo a vantaggio dell'essenzialità.
Le parole di Monti apriranno varchi in un mondo carico di importanti risvolti...


L'INTERVISTA

Ti ritrovo dopo oltre un anno dal tuo ultimo lavoro con questo spiritDzoe: mi spieghi il titolo e sinteticamente il contenuto?
spiritDzoe” é una parola misteriosa creata da un carissimo amico, dotato di una surreale creatività linguistica davvero speciale. Finito di registrare il lavoro mi sono reso conto che aveva spiazzato anche il suo stesso autore e, nonostante alcune parti fossero state influenzate dal paesaggio e dal clima i quei giorni (nebbia, pioggia ecc), non era possibile trovare un titolo esatto che descrivesse adeguatamente la musica e le sensazioni che avevo provato suonando. La suite si è formata da sola e in modo organico, partendo da piccoli frammenti e idee che ho sviluppato direttamente in studio, improvvisando tutto al momento... semplicemente tenevo le idee buone e scartavo quelle che non mi convincevano; va sottolineato che l'unica parte realmente "composta" è l'ultima (8), quella di percussioni che era stata originariamente scritta per essere eseguita da un gruppo. In realtà incidere questo disco è stata per me una sorta di autoterapia in un momento difficile della mia vita, una specie di sfida, ma sentivo che, dopo un periodo di inattività musicale, dovevo avere un nuovo approccio con gli strumenti, quasi fossero presi in mano da zero. Da qui il carattere molto sperimentale e quasi primitivo del disco. Per tornare al significato del titolo: solo a posteriori ci siamo resi conto che alcuni termini sono casualmente legati ala musica: "spirit" ovviamente e "zoe" che, come ha sottolineato la carissima amica e cantante dei Quanah Parker, Betty Montino, in greco significa "vita". Quella "D" al centro fa inciampare la pronuncia e ha uno strano effetto recitato! Insomma una parola casuale, ma magica, che a mio parere descrive la musica altrimenti di difficile classificazione. Tra parentesi credo sia una delle poche suite che possano essere ascoltate random!

L’album è strumentale e appare come sperimentale, pur utilizzando “mezzi” legati all’etnia e alla tradizione: che tipo di ricerca hai effettuato? Quanto incarna il tuo spirito di uomo e musicista?
Essendo un musicista autodidatta ho sempre avuto un'idea del suono come ricerca di nuove soluzioni e possibilità, forse perché non mi ha mai interessato essere padrone di una "tecnica" vera e propria: il feedback di mandolino all'inizio (forse uno dei rarissimi esempi del genere) lo dimostra. L'uso di quello strumento in questo lavoro non ha nulla a che vedere con quello che avevo fatto nei precedenti dischi (Unfolk o Venetian Book Of The Dead), ma sentivo che potevo trarne dei suoni ancora diversi. Ho sempre amato il feedback controllato, metodo non facile da usare; alla fine mi ha colpito soprattutto il fatto che il mandolino non crea solo frequenze acute o medie, com'era lecito aspettarsi, ma anche basse! Una gamma davvero molto ricca che permette, con il solo orientamento della posizione di fronte all'amplificatore, di creare melodie senza addirittura premere alcun tasto: una sorta di danza, che mi ha fatto pensare ad un rituale (da cui il sottotitolo "8 rituali in forma di suite"). Comunque quasi tutto il lavoro nasce dalla mia voglia di avere un approccio non convenzionale con gli strumenti, una specie di riscoperta del suono dopo un periodo di silenzio; ad esempio nella parte 2 suono la chitarra 12 corde con il palmo della mano, percuotendo le corde invece che pizzicarle, eccetera. Inoltre amo la cultura africana e quell'uso rudimentale ma sapiente del suono. Se si ascolta molta musica etnica ci si accorge di quanto sperimentale sia l'approccio agli strumenti a causa di un'educazione musicale libera e non proprio ortodossa: proprio quella magia della tradizione è uno degli elementi base della musica: molti musicisti "colti" sono tornati alle radici del suono e hanno capito l'importanza dello stile minimalista. L'espressività spesso è molto più importante di tutti i fraseggi o le costruzioni. Con la scrittura fissiamo spesso degli schemi affascinanti e codificati, ma perdiamo quell'idea spontanea della musica.

La cosa che mi affascina da sempre è il cercare di passare messaggi attraverso trame prive di liriche: come riesci a sottolineare gli aspetti sociali o comunque del quotidiano - che so ti appartengono - senza un testo esplicativo?
"Il Libro Veneziano dei Morti" era pieno di messaggi sociali e politici rivolti all'esterno, ma che partivano dalla sofferenza interiore dell'operaio nelle fabbriche, un grido di dolore umano; questo è un lavoro più intimista che parte da un'espressività interiore ma che, come ho accennato in precedenza, nasce comunque dalle difficoltà quotidiane (problemi familiari, di salute, di lavoro ecc.). Talvolta le sensazioni che la musica trasmette parlano da sole e non hanno bisogno di testi; ho sempre amato l'immaginazione, preferisco la radio alle immagini televisive e credo che ognuno possa fare sue le note e adattarle alle proprie emozioni: quante volte succede di associare i suoni a particolari stati d'animo, luoghi, odori o situazioni! Questa sinestesia per l'autore è molto importante, più di ogni concetto programmatico: è il rituale dell'ascolto ed è puramente soggettivo.

Dato le modalità creative, è possibile una coerente riproposizione live di spiritDzoe?
 “spiritDzoe” è un lavoro nato in studio e concepito unicamente per essere documentato da un supporto fonografico. All'inizio ero entrato in studio per registrare il mio piccolo contributo a "Diplocomp" (a Diplodisc sampler), una compilaton di musica indipendente internazionale di prossima uscita che ho curato personalmente. Ma, più passavano i giorni più mi rendevo conto che avevo materiale sufficiente per realizzare un mio cd solo, il mio primo disco "solo" in 54 anni... un'occasione imprevista! E' stato tutto casuale ma è tutto nato in studio, un habitat in cui amo lavorare e dove trovo spesso una giusta concentrazione. Riccardo De Zorzi (studio Pro Arte, Mestre VE) è stato ancora una volta un grande collaboratore, in grande sintonia. In sintesi non credo sia possibile riproporre questo disco live, e poi ho sempre trovato la pratica dei concerti una fatica immensa... ma è solo un'opinione personale. "Unfolk + Live Book" (il doppio remaster) documenta in modo esauriente l'aspetto live del progetto unfolk, ma è un Collettivo mentre qui sono in solitudine e ho sovrainciso traccia dopo traccia: due modi diversi di lavorare.

Nelle note del comunicato stampa si fa accenno allo studio della musica di Don Cherry, alle esperienze Africane e a quelle con i ragazzi disabili: puoi spiegare meglio cosa intendi?
Don Cherry é stato uno dei musicisti fondamentali della mia formazione musicale e avevo iniziato a realizzare una sorta di tributo; alcuni dischi straordinari come la "Relativity Suite" non solo sono basilari per lo sviluppo della word music, ma devono ancora essere ristampati in compact disc! Il progetto non si è realizzato, ma avevo cercato di contattare i suoi figli tramite alcuni social networks per sapere chi aveva i diritti per ristampare personalmente quel lavoro; purtroppo non ho ricevuto alcuna risposta, ma ho continuato a studiare la costruzione dei suoi pezzi e il meraviglioso uso di strumenti inconsueti. Ho lavorato per due anni con i ragazzi disabili (sono Operatore Socio Sanitario) e ho capito come la musica, e soprattutto il ritmo, possano arrivare in aree spirituali ed emotive impossibili da toccare in altro modo. E' stata un'esperienza straordinaria e incoraggio chiunque a lavorare in questo settore. Anni fa ho parlato con David Jackson (dei Vdgg) che mi ha descritto quanto importante sia stata nella sua vita l'esperienza terapeutica con i ragazzi. Come certamente saprai lui suona il "soundbeam", un dispositivo collegato ad un computer attraverso il quale i ragazzi possono creare suoni nello spazio e migliorare le proprie capacità motorie.

Come pubblicizzerai il tuo nuovo album?
Sto cercando di arrivare a tutti i canali possibili attraverso la stampa e la rete; per l'occasione ho creato un mio personale blog dove tutti sono benvenuti: www.unfolkam.wordpress.com. Sarei felice di ricevere feedbacks sul nuovo lavoro e ho intenzione di aggiornarlo nel corso dei mesi. I miei distributori G.T. Music distribution stanno facendo un ottimo lavoro ed il cd è già in vendita su Burning Shed, il prestigioso catalogo inglese che ha conservato una nicchia per unfolk.





L'autore racconta la sua creazione...

parte 1. Un feedback controllato di mandolino sorretto da un "drone" immobile… forse è il primo feedback di mandolino registrato su disco? Non è stato lasciato al caso ma è stato provato meticolosamente per trovare le giuste note e le soluzioni più interessanti al massimo del volume.
Parte 2. Pezzo in cui le note di basso, una volta decise, vengono suonate con una sequenza improvvisata; ispirato dalla silenziosa nebbia di gennaio in campagna e sulla laguna.
parte 3. Per 2 chitarre che creano un'impercettibile armonia nascosta e descrivono l'imprevista uscita del sole dopo una lunga stagione piovosa.
Parte 4. Pezzo minimalista in cui la seconda parte è improvvisata rallentando progressivamente la successione delle note di basso, ma mantenendo inalterata la velocità della base: l'effetto è quello di un suono che gradualmente si stempera nello spazio, perdendo i riferimenti ritmici. 
Parte 5. Interludio "non cameristico", chiamato anche "unchamber interlude" in cui i fiati vengono suonati in modo virtuale.
Parte 6. Pezzo elettronico dalle forme diverse, ora in una versione definitiva elettroacustica.
Parti 7 & 8. Pezzi sopravvissuti dall'originario progetto di Musica Rituale che traeva ispirazione da un viaggio in Africa, dallo studio approfondito della musica di Don Cherry e dall'esperienza musicale assieme ai ragazzi disabili che mi ha dimostrato le potenzialità umane, psicologiche e fisiche della ricerca ritmica.