lunedì 31 marzo 2014

ClayToRide-For His Wine & Chamber


For His Wine & Chamber è l’album di esordio dei ClayToRide, giovanissima band veneta che, dopo un primo EP di avvicinamento, esordisce con un full lenght che presenta caratteristiche ben precise che superano il valore intrinseco del contenuto stesso. Mi riferisco in particolare alla metodologia di registrazione utilizzata e al fatto che il disco appaia come il prolungamento naturale di un’intensa stagione live, che li ha visti protagonisti in un numero di eventi decisamente fuori standard, se rapportato alla data dell’inizio attività, circa tre anni fa.
L’approccio verso una musica che non si conosce può anche prescindere dalla parola e dall’approfondimento, stati che, eventualmente, possono arrivare in un secondo tempo: l’apprezzamento o l’indifferenza colpiscono in un attimo, e la razionalità c’entra davvero poco, ma il sapere qualcosa in più e preparare in qualche modo l’ascolto, contribuisce a fornire un’immagine decisamente completa, magari non sempre centrata, ma attraverso il dettaglio si arriva sovente al quadro finale.
Certe frasi estrapolate dall’intervista “ufficiale” vanno riportate, e ne spalmerò alcune nel corso di questo commento. Parto dalla prima: ”Non pensiamo che ci sia tanta differenza a fare rock nel 2014, nel ‘68 piuttosto che nel 2024: suonare è una necessità, è esprimere il proprio essere in una delle maniere più significative che l’uomo stesso abbia”.
Sì, i ClayToRide fanno rock, senza averlo pianificato a tavolino, perché è frutto del DNA: uno imbraccia una chitarra e nasce, ad esempio, un giro di blues, … non è mai stato in Tennessee, non ha mai visto Clapton dal vivo, eppure… quello esce!
La proposta dei CTR è originale, anche se non penso che l’obiettivo sia l’unicità di espressione.
Mi è sembrato a tratti di rivedere il passaggio epocale di fine anni ’70, quando un rock libero e “distruttivo” - nel senso del “fuori dagli schemi” - decretava di fatto la fine di una certa musica totale a vantaggio della spontaneità ad ogni costo. Ho ritrovato anche il profumo di Seattle e di certa musica tipica degli anni ’90. Forse hanno ragione in pieno loro? Non c’è differenza tra le epoche? Suonare - il rock - è un’esigenza basica?
“La simbiosi che nasce con i propri amici/fratelli è la soddisfazione più grande che il rock, come tutta la musica, può darti”.
Amicizia, fratellanza, soddisfazione comune, tutti termini che potrebbero apparire come frutto di illusione giovanile, o come speranza rivolta ad un mondo ideale, eppure… solo un lavoro di squadra, convinto ed applicato con una certa rigorosità, permette di centrare tutti gli obiettivi: che siano così saggi questi giovani uomini? Parrebbe di sì!
E arriviamo alla realizzazione pratica del disco.
L’incontro con Mike 3rd non può che condurre verso la strada della costruzione analogica, con una sorta di prolungamento del live in fase di registrazione: “Mike ci ha dato la possibilità di constatare che registrare in analogico è veramente come fare “all’amore senza preservativo…”: ecco una chiosa che dovrebbe entrare nel vocabolario della musica, una frase davvero efficace, capace di giudicare e comparare tecnologie ed epoche differenti, con il metro oggettivo di chi parte dal “nuovo” e, nella ricerca della qualità sonora, approda al “vecchio”. E lì si ferma. E in questo passaggio avviene un incontro significativo, quello con il mitico produttore californiano  Ronan Chris Murphy, che modella l’album a modo suo, proseguendo in modo indotto la collaborazione con gli studi Prosdocimi Recordings. Una partenza col piede giusto. Ma senza qualità di base, gli incontri fortunati si dissolvono con la stessa rapidità della loro nascita.
La proposta dei ClayToRide è in lingua inglese, perché è inutile girarci attorno, solo l’idioma di albione regala emozioni, anche quando non si capiscono i significati.
“I nostri testi sono influenzati da momenti o situazioni particolari; possiamo dire che la musica che facciamo, a distanza di tempo, ci suona come un caro vecchio ricordo del passato e ci aiuta a rimembrare dei momenti significativi della nostra vita”.  Appunti, post it musicali che col passare del tempo ritornano utili, per se stessi, per rimembrare, e per condividere con chi si ha l’occasione di incrociare, una sera, su di un palco ben attrezzato.
Sette brani, un pugno di episodi di vita vissuta, idee chiare e un po’ di sfrontatezza, ma solidi principi che sanno di corretto carburante per la vita.
Chiedo spesso a nuovi musicisti quanto abbia influito il luogo di nascita nella formazione personale musicale, ricevendo risposte antitetiche, ma il profumo che ho sentito in questa occasione, quello della laboriosa provincia veneta, mi porta alla creazione di una picture positiva di questi rockettari dei giorni nostri, sufficientemente coraggiosi e sicuri nelle affermazioni, ma vestiti con gli abiti dell’umiltà.
Ma… cosa significa ClayToRide?
Loro sono per la libera interpretazione e non danno una risposta chiara, e così io disegno la mia idea.
Clay, è anche il termine utilizzato per identificare il caolino, elemento fondamentale per la creazione della struttura cristallina che caratterizza lo stato vetroso, un’immagine che sa di ordine superiore, ma soprattutto di legami solidi e interazione. Ma il “raffreddamento” porta alla perdita della perfezione, e nessuna azione contrapposta potrà ricondurre allo stato iniziale; non so se tutto questo sia applicabile alla musica in senso generale, ma un piccolo significato lo si può trovare se si accenna alle relazioni umane e al percorso che questi giovani e talentuosi hanno intrapreso: il successo e la visibilità, qual’ora arrivassero, sono gratificanti, ma il mio augurio è che i ClayToRide perseguano i loro obiettivi con l’intelligenza e la semplicità che dimostrano di possedere, la loro musica non potrà che essere la risultante di svariati componenti, attitudini che, nella sostanza, dimostrano di possedere in pieno.
E intanto ascoltiamo un bel disco di sano rock!




ClayToRide:

Andrea Pasquetto: voice, mouth organ
Gregorio La Salvia: guitar, voice
Stefano Sartori: guitar, voice
Matteo Tretti: drums
Michele Thiella: bass guitar




Biografia

“ClayToRide try to create spontaneous music sponsored by their mental disorders, their emotional changes and their Dionysian passion”.

Con soli tre anni di attività, ma con ben oltre 100 live act alle spalle, i ClayToRide presentano  il loro primo lp For His Wine & Chamber, dopo l’ep Age of Innocence autoprodotto nel 2012. Durante il periodo promozionale del primo ep, i ClayToRide sono tanto ispirati da dare forma in poco tempo a For His Wine & Chamber, cominciando fin da subito a proporre le prime tracce inedite durante i concerti, così da valutare in tempo reale la risposta del pubblico. È proprio in questo periodo che la band comincia ad aprire live con sempre maggior visibilità e affluenza: i ClayToRide dividono il palco con nomi del calibro di Actionmen, La crisi, 3 allegri ragazzi morti, Airway, ExKgb, Dumbo Gets Mad, Il buio, Speed Jackers e TonyLaMuerte, convincendosi sempre di più che i tempi per incidere il primo album sono decisamente maturi. È così che la band trova nel produttore Mike 3rd e nel suo Prosdocimi Recording Studio l’isola felice e la sua guida perfetta dove registrare e produrre le 7 tracce di For His Wine & Chamber. Le registrazioni – come di consueto per le produzioni “analog style” Prosdocimi – avvengono in presa diretta nella live room dello studio, utilizzando microfoni a testa carbone per ricavare le sonorità e gli echi tipici della location storica. Tutte le strumentazioni e le apparecchiature utilizzate durante le incisioni e sovraincisioni sono state scelte da Mike 3rd e dai membri per garantire la spontaneità e la naturalezza tipica della band durante i live act, senza tralasciare il calore e la precisione della filosofia analogica. Il mastering è stato affidato a Ronan Chris Murphy, diretto collaboratore della Prosdocimi Records, e ai suoi tecnici presso i Veneto West Studios di Santa Monica, L.A. Ancora una volta i ClayToRide si ritrovano a promuovere un disco senza interrompere la composizione di nuovi pezzi. For His Wine & Chamber è in promozione dal vivo e proprio durante i concerti i ragazzi testano il nuovo materiale.

ClayToRide: www.facebook.com/pages/ClayToRide/151805998200931?fref=ts
Prosdocimi Recording Studios: www.prosdocimirecording.com


venerdì 28 marzo 2014

BACKING BAND PROJECT-DRASS‘N’BUM



Band: BACKING BAND PROJECT
EP: DRASS‘N’BUM
Line up:
Elia: bass
Dork: drums

Ho conosciuto Dork lo scorso maggio in occasione della Fiera Internazionale della Musica (FIM) che ha visto la sua prima edizione a Villanova d’Albenga.
In quell’occasione era nel ruolo di fonico, nel team di Yastaradio.
Ragazzo efficiente e preparato - così me lo hanno descritto - mi è sembrato molto riservato, e mai sarei potuto arrivare ai BBP se qualcuno non  mi avesse raccontato della loro esistenza. Mi ha incuriosito da subito l’anomalia della line up e nei giorni a seguire ho cercato di soddisfare la mia curiosità musicale. Per un problema di comunicazione solo ieri sono arrivate le risposte ai miei quesiti e quindi, potenzialmente, il duo potrebbe aver cambiato rotta, ma provo a fornire un’immagine legata alla musica che ho ascoltato e all’idea generale che mi sono fatto.
Credo di aver sentito di abbinamenti di ogni tipo, e non é raro imbattersi in chi è alla ricerca di particolari assiemi, intrecci di strumenti inusuali, che poi verranno utilizzati in situazioni ambient. E così si può arrivare all’arpa con l’hang, il violino con il vibrafono e chi più ne ha più ne metta, anche se sottolineo che sono matrimoni da realizzarsi in studio.
Elia e Dork propongono al contrario un “basso e batteria” che spezza ogni tipo di schema. Non esiste infatti nessun driver di melodia, perché una sezione ritmica ha altri compiti, insostituibili, ma a lei non possono essere chieste armonie tradizionali. Eppure esiste una sorta di conduzione, un percorso guidato che, con l’aiuto della lettura dei titoli, porta verso trame già conosciute, con la grande differenza che, in questo caso, gli strumenti in gioco sono solo due.
Cinque brani brevi, con l’eccezione di “West”, nominalmente da oltre otto minuti, ma con un “buco” silenzioso di cinque nel centro, che fa da bridge tra due stacchi di forte impatto.



Ascoltare i BBP fa venire in mente il passaggio tra anni ’70 e ’80, quando dal dosaggio di tutti gli ingredienti della musica progressiva si arrivò di colpo alla forza dirompente del punk.
Qualcuno - forse loro? -  ha etichettato il genere come “Alternative Combat Rock Instrumental”. Francamente non so cosa voglia dire, ma l’amore per certo grunge e per le atmosfere di Seattle sono palesi e credo che ascoltarli dal vivo, in determinati contesti, sia come ricevere un pugno nello stomaco, qualcosa capace di risvegliare, con impeto positivo, tutti i sentimenti repressi nell’arco della giornata.
Ecco… musica capace di dar massimo sfogo, liberando energia di cui forse non si conosce l’esistenza.
Aspettiamoli al varco e vediamo che accade, e intanto ascoltiamo una sintesi della loro proposta:


L’INTERVISTA

Non mi era mai capitato di ascoltare composizioni che propongono l’abbinamento unico di basso e batteria. Come nasce il progetto?

Il progetto nasce con la formazione basso e batteria giusto per gioco, non c’era un motivo, ma dopo dieci mesi di prove abbiamo iniziato a credere in questo formazione potente e diretta.

Come è avvenuto il vostro incontro con la musica?

Il nostro incontro con la musica è avvenuto per l’interesse di entrambi verso il sound di Seattle degli anni 80-90, e anche perché apprezzavo molto la prima e unica band di Elia.

Che tipo di cultura musicale avete alle spalle?

Noi in realtà siamo stati influenzati per molto tempo Dalla scena grunge fine anni ‘80, poi io (batteria) ho iniziato ad interessarmi alle band underground italiane, spaziando dal noise al math rock, come Zeus, Fuzz Orchestra, Mombu e molti altri. Elia invece si è indirizzato più verso gruppi come Wolfmother e White Stripes.

Basso e batteria sono la spina dorsale di ogni band, la sezione ritmica che fornisce modi e tempi di intervento, ma sono di solito accompagnati da chi propone un passaggio solistico, strumentale o lirico: a chi è indirizzato il vostro messaggio così inusuale e di forte impatto?

Ovviamente, essendo solo basso e batteria, molte volte il pubblico a fine concerto ci dice: “Ma una voce? Un sax? Una chitarra?”. Noi però vogliamo rimanere fedeli a questa formazione, prima per un motivo di organizzazione e secondo perché siamo nati così e non sentiamo il bisogno di un altro strumento, ma solo quello di crescere musicalmente.

Che cosa mostrano i Backing Band Project in fase live?

I Backing Band Project propongono un live da trenta minuti, dove cercano di dare il massimo della botta fin da subito, e senza troppe pause, facendo in modo di fare un unico pezzo che abbia un impatto sonoro diretto.

Che tipo di fervore musicale si registra nella vostra regione, il Veneto? Ci sono tentativi di proporre novità, come peraltro fate voi?

Nel Veneto ci sono molte band interessanti, e piano piano noto che si sta muovendo qualcosa, anche se ancora adesso noi Backing Band Project preferiamo suonare fuori dal Veneto dove abbiamo più riscontro.

Come pensate possa evolvere, in futuro, la vostra musica?

Ora stiamo provando a sperimentare nuovi suoni, soprattutto con l’utilizzo della Loop Station, per riuscire a proporre pezzi con più variazioni e avere una linea di basso d’accompagnamento e un altra da solista. Per il futuro abbiamo in mente di fare un EP dove metteremo 4-5 pezzi su internet da scaricare per tutti i musicisti che vogliano mettere il loro nei nostri pezzi e poi registrare tutti insieme.



mercoledì 26 marzo 2014

Il Cerchio d'Oro a Il Cancello del Cinabro





Il Cancello del Cinabro, a Genova, è un must per quanto riguarda la musica e per la cultura in genere. Da lì sono passati artisti che hanno lasciato il segno, e la proposta artistica è trasversale, tra generi di nicchia e più moderati.
La serata del 24 Marzo ha visto di scena il prog, sull’asse Savona-Genova.
On stage Il Cerchio d’Oro, che dal momento della rinascita ha realizzato due album, distribuiti dalla label Black Widow Records.
Il secondo, Deadalo e Icaro, è stato rilasciato lo scorso maggio, e ha visto la presenza di ospiti di rilievo: Ettore Vigo e Martin Grice dei Delirium, Giorgio “Fico” Piazza (primo bassista della PFM) e Pino Sinnone, ex batterista dei Trip.


Da evidenziare che queste partecipazioni, capaci ovviamente di fornire un’immagine forte, poco hanno a che vedere con l’effetto “luce indotta”, perché le scelte effettuate si basano su fondamenta solidissime: amicizia, adattabilità al genere e stima professionale.
Ciò che è accaduto sul palco de Il Cinabro potrebbe essere un evento unico, o almeno raro, perché tutti i collaboratori esterni erano presenti, e all’occorrenza si sono miscelati alla attuale line up, formata dai gemelli Terribile (Gino alla batteria e Giuseppe al basso e voce), Franco Piccolini alle tastiere, Piuccio Pradal alla chitarra e voce, Diego Bertone alle tastiere e da Daniele Ferro alla chitarra.
Quando un po’ prima delle 22 il concerto inizia, il locale è pieno.
Dalla mia posizione da palco, defilata, non ho potuto apprezzare la sintesi dei suoni, più facile da afferrare quando ci si trova di fronte alla band, ma seppur in stato precario ho assistito a una performance piacevole, in un ambiente familiare, con una buona fusione tra audience e artisti. Da sottolineare le difficoltà legate alla scarsità di prove, superate con il mestiere e il cuore, e non bisogna mai dimenticare che un concerto non è una gara di abilità, ne dimostrazione di perizia tecnica.
Il focus era naturalmente la proposizione del nuovo disco, Dedalo e Icaro, ma c’è stato spazio per molto altro: alcuni brani del precedente lavoro, Il Viaggio di Colombo, e pillole storiche legate all’antico repertorio dei quattro guests.
Seguendo la logica della scaletta impostata, ogni musicista è intervenuto in concomitanza col brano di riferimento, a cui è stata affiancata una canzone storica che lo aveva visto tra i protagonisti; e così Sinnnone ha riproposto “Two Brothers” (dall’album Caronte),  Grice e Vigo “Dolce Acqua” (dall’album omonimo) e Piazza La Carrozza di Hans” (da Storia di un minuto).
Un buon amalgama, derivante dalla stretta conoscenza tra tutti  i protagonisti, ha permesso di garantire una performance che ha toccato il caloroso pubblico, capace di rispondere in modo adeguato.
Non è mancato il momento dedicato a chi è recentemente scomparso, quel Francesco Di Giacomo che ha lasciato un vuoto incolmabile, e che è stato ricordato con una rivisitazione di Non mi Rompete.
La musica de Il Cerchio d’Oro, un pieno progressive carico di melodia e caratterizzato dal gioco vocale, ha assunto ormai un’immagine ben precisa ed un sound che è diventato marchio di fabbrica. Gruppo di musicisti che hanno fatto una sostanziosa gavetta, dopo alcuni cambi obbligati di line up legati al ruolo di secondo tastierista e di chitarrista, hanno probabilmente trovato un soddisfacente equilibrio con l’aggiunta dell’esperienza (Bertone) e il tocco della gioventù (Ferro), elementi che completano la solidità del nucleo storico.
Un serata che rimarrà tra i ricordi più cari, in un ambiente caldo e gestito da veri appassionati.
Un fatto poco musicale, precedente al concerto, avrebbe potuto causare qualche problema spiacevole, ma alla fine tutto si è ricomposto e l’ordine pubblico non è venuto meno.
Che cosa è accaduto? Beh, per i più curiosi non resterà che fare un salto al Cancello del Cinabro, in occasione di una nuova serata musicale, e… chiedere.


Tutto bene per Il Cerchio, nella speranza che le serata live, anche senza i graditi ospiti, possano arrivare con buona frequenza: anche il palco è una palestra!





martedì 25 marzo 2014

Roberta Alloisio, tra parole e musica...


Il 24 maggio, giorno in cui è andata in scena “La Musica di Genova Vol.1”, iniziativa musical-benefica di Aldo De Scalzi, sono entrato in contatto col mondo “Alloisio”, quello di Roberta e Giampiero, nell’occasione in trio con Gianni Martini. Musicisti genovesi di fama e valore assoluto, non rappresentano certo una novità, ma non avevo mai avuto occasione di ascoltarli dal vivo.
In un ristretto spazio temporale - i molti artisti sul palco hanno determinato un rapido turn over - ho afferrato una non comune originalità, mista al messaggio tipico del ruolo e a una buone dose di ironia, peculiarità non sempre diffusa tra gli artisti da palco.
Genova, i cantautori, la musica… legami d’acciaio e sentenze che spesso rendono luogo comune la realtà, fatta di artisti incredibili di cui si parla meno del dovuto, mentre si rincorrono i tributi a chi è arrivato sul gradino più alto.
Sono rimasto davvero colpito dal trio citato, e a seguire propongo un piccolo estratto della serata, un incredibile blues che profuma di pesto e di entroterra ligure.
Nei giorni successivi al concerto ho chiesto a Roberta Alloisio di soddisfare qualche mia curiosità, e l’intervista che ne è scaturita rappresenta, a mio giudizio, un documento davvero interessante.
In attesa dell’imminente uscita del nuovo album, che presenterò quanto prima, ecco lo scambio di battute..

L’INTERVISTA

Partiamo dall’ultimo evento, e dal successo di pubblico di cui è stato testimone il Teatro Verdi: come ti spieghi una tale partecipazione, che a mio avviso non è giustificata da tutto ciò che sembrerebbe ovvio (reunion genovese, fine benefico ecc ecc)?

Credo che nel nostro lavoro ci sia una parte di solitudine, di isolamento, soprattutto qui a Genova. Non è che noi ci si frequenti molto, ma credo che invece la curiosità e l’attenzione per il lavoro dell’altro siano forti. La cosa più bella di questa serata per me è stato vedere le facce (invecchiate bene!) di tanti colleghi con cui in epoche diverse ho collaborato. E di conoscerne di nuovi, di cui magari avevo soltanto sentito parlare. Certo la concentrazione dei talenti era impressionante! Girarsi mentre cantavamo Baxaicò e vedere ai cori Roberto Tiranti, Aldo De Scalzi, Carlo Parola… insomma è stato davvero esaltante e commovente. Credo che poi il pubblico, allo stesso modo, abbia fame di questi suoi artisti, di vederli riuniti. Genova è una città di musica, di musicisti e la gente lo sa bene.

Sono rimasto molto colpito dal “blues al basilico” che hai proposto con tuo fratello Gian Piero e Gianni Martini: creazione nata per l’occasione o progetto più solido?

Canzone nata nei meravigliosi anni ’90 al Teatro della Tosse, dove ogni sera eravamo costretti ad inventarci qualcosa per il ‘dopoteatro’. Intriganti appuntamenti che si tenevano a notte fonda nella sala conosciuta adesso come La Claque. Lì, grazie a Tonino Conte, io e Giampiero abbiamo cominciato ad affrontare il dialetto genovese, io a cantarlo e lui a comporre.

Sei un’artista eclettica, tra musica e teatro, ma… qual è il ruolo che prediligi e in cui riesci anche a divertirti?

E’ il mio lavoro, quello che so fare. Ormai è anche quello che mi costa meno fatica. Perché il nostro lavoro si è complicato molto, siamo dovuti diventare quasi tutti dei piccoli imprenditori, con tutto quel che comporta, per nature come le nostre ovviamente, non sempre particolarmente portate all’intraprendenza e alla strategia. Se dovessi risponderti a pelle direi: scelgo la musica per il cuore, il teatro per la disciplina a cui mi costringe.

In ogni contesto sento citare Genova come la capitale della musica, ma so che ogni angolo della nostra regione nasconde meraviglie musicali che restano nel quasi anonimato. E alla fine si cade sempre su De Andrè: non credi che siano molti altri gli artisti di cui bisognerebbe rispolverare l’arte, con maggior frequenza?

Ci sono successi che ovviamente parlano a tutti. Questo è innegabile, ci sono poi carriere meno ‘blasonate’ ma di tutto rispetto. Certo che se per la città e le istituzioni questo fosse un valore da conservare e promuovere saremmo tutti migliori, i talenti più visibili e quelli più nascosti.

Cosa significa potersi esibire su di un palco assieme ad un affetto solido?

In questo mestiere ci sono incontri. Che poi siano fratelli o amici non è che cambi molto. Conta l’incontro, la capacità che l’altro ha di respirare insieme a te.

TARGA TENCO 2011 come miglior interprete, miglior album del 2011 - “Janua” - per la musica tradizionale italiana: punti di arrivo o normali successi di un percorso di vita?

Per me che mi sono svegliata solista molto tardi (a 43 anni il primo disco) dopo anni di meraviglioso gregariato, si tratta di un percorso fortunato. Però va detto che lavoro da quando ne ho 17. Su tutto credo che abbia reso una buona progettualità. Ogni disco è una puntata di un lavoro lungo e articolato, credo che questo sia stato premiato.

Al di fuor di retorica, che giudizio daresti dell’attuale stato della cultura nel nostro paese? Vedi nascere una controtendenza, dopo aver toccato il fondo?

Vedo un sacco di localini che fanno concerti interessanti pieni, vedo colleghi che si inventano formule nuove, intelligenti, vedo artisti che riescono ancora e nonostante tutto ad avere ‘successo’… vero è che non siamo sostenuti in nessun modo. Che l’Italia non ha nessun senso della tutela dell’arte e dei suoi artisti. In Francia, banalmente, credo che avremmo tutti una vita più dignitosa.

Ripensa alla tua storia… esistono attimi in cui hai lasciato partire un treno che, col senno di poi, ti avrebbe portato verso terre piacevoli?

Forse quando Don Gallo mi ha chiamato a cantare al Carlo Felice per Faber-amico fragile, il grande evento dedicato a De André, avrei dovuto avere il coraggio di andare sola…ma ero incinta di otto mesi, mi sentivo vagamente fuori luogo e in generale io non sono artista da ‘spaccotutto’ quindi, a proposito di affetti solidi, sono andata accompagnata da mio fratello Giampiero e abbiamo cantato insieme. Noi eravamo in scaletta prima di Celentano… quando dietro le quinte ho sentito lui cominciare a sbagliare le parole e poi ho visto la rabbia del pubblico che montava ho pensato che l’avevo scampata. Ho visto in lui quello che pensavo sarebbe successo a me. E sono stata felice di essermi concessa la mia fragilità.

Che cosa c’è nel presente e nel futuro musicale di Roberta Alloisio?

Ricerche. Progetti. Ho appena finito il terzo disco. Uno sforzo meravigliosamente sovrumano che mi ha portato davvero lontano, geograficamente e nella qualità delle collaborazioni. Mi auguro di avere ancora parecchie sorprese. Voglio potermi immaginare tra molti anni, vecchia e scalza, ancora a lì a cantare… 




lunedì 24 marzo 2014

Phoenix Again-Look Out


Meno di un anno fa ho scoperto la musica dei Phoenix Again, band bresciana di assoluto spessore. Nell’occasione entrai in contatto con un mondo carico di significati, non solo musicali: sentimenti di dolore legati ad una dipartita prematura, il senso della famiglia, l’amicizia, tutte cose di valore assoluto che l’obiettivo comune, in questo caso la musica, cementifica. In quei giorni descrissi l’album ThreeFour, che trova buona continuità in questa nuovissima uscita, Look Out, che ha ai miei occhi un  compito preciso, quello di chiudere un cerchio, ricordando il passato, ma al contempo volgere decisamente lo sguardo al futuro: questo è un po’ il ruolo delle situazioni vissute e assimilate, quello di agevolare il percorso a venire, equilibrando sentimenti e razionalità.
La storia dei Phoenix Again ha una sorta di spartiacque che è rappresentato dalla tragica scomparsa di Claudio Lorandi, uno dei fondatori del gruppo, bridge tra i due dischi e costante presenza sul palco, attraverso la chitarra - e la voce registrata - che è possibile vedere nelle immagini di repertorio a fine post.
Se ThreeFour era una sorta di commemorazione di Claudio, nel momento del ritorno alla musica dopo lo shock, Look Out, nonostante recuperi anch’esso tracce del passato, fornisce un’immagine decisa del presente e del suo potenziale, quello di un ensemble anagraficamente in piena compensazione tra anni ’80 e giorni nostri, che da l’impressione di etre en train di preparare con chiarezza il futuro. E ancora una volta mi viene da chiedere: “… ma dove vi eravate nascosti!?”.
Otto sezioni che presentano differenti aspetti dei P.A., e nel corso dell’intervista a seguire emerge come nell’album si attivino predisposizioni e angolazioni diverse, con la convivenza tra improvvisazione e precisione compositiva.
Il disco è prettamente strumentale, perché … la musica parla più di un universo di parole, ma è presente un unico e significativo brano cantato, Invisible Shame, ultimo reperto non ancora mostrato rappresentante la voce di Claudio, e basta un solo ascolto per comprendere come anche dal punto di vista vocale la perdita sia stata significativa: il mondo della musica è saturo di voci inappuntabili dal punto di vista tecnico estensivo, ma è caso raro trovare il timbro caratterizzante di Caludio Lorandi: ascoltare per credere.
La musica dei Phoenix Again è “totale”, qualunque sia il sentiero espressivo intrapreso, che come ho già sottolineato oscilla tra la libertà e la precisione da “studio”, e così Look Out propone alcune lunghe composizioni - secondo la tradizione progressiva - che non profumano dell’autoreferenzialità tipica di chi sa di essere capace e abusa nel mostrarlo, situazione frequente quando si crede di poter dare continuità a certa perfezione creativa tipica degli anni’70 mettendo in campo la sola tecnica, seppur a volte sia questa considerevole. Le atmosfere e i tappeti armonici che sembrano il DNA dei P.A. permettono di creare un sound che si è in difficoltà nel comparare - cosa che tutti amiamo fare - e credo che l’originalità sia un vero valore in un campo dove da secoli si gira attorno ad un pugno di note, spesso faticando.
Un piccolo gioiello atemporale è rappresentato dalla chiusura dell’album, Dance Of Three Clowns, dove emerge il lato più “classico” di una band che, me lo sento nell’intimo, darà grosse soddisfazioni agli appassionati del genere.
Presto dal vivo, per mostrare a tutti Look Out e chi l’ha generato!


L’INTERVISTA

Partiamo dalla fine, ovvero dall’ultima domanda che vi posi un anno fa riguardante i programmi futuri, quesito a cui rispondeste ipotizzando l’uscita di un nuovo album e sperando nel moltiplicarsi degli eventi live: come sono andati gli ultimi mesi di lavoro musicale?

Ci siamo concentrati innanzitutto sulla realizzazione del nuovo album “Look out”; per quanto riguarda i concerti, ne abbiamo fatti alcuni in versione acustica e uno a Cusano Milanino in elettrico. Siamo stati ospiti in diretta online di alcune radio estere (Grecia e Francia)dove mentre trasmettevano l’album “Threefour”, commentavamo e rispondevamo alle domande degli ascoltatori.

Look Out” nasce a quattro anni dal precedente “ThreeFour”: esiste continuità tra i due album?

 

Diciamo che la continuità c’è, i brani presenti nei due album sono stati scritti dal 1982 al 1990; bisogna specificare che “Threefour”è nato per commemorare Claudio, usando delle parti registrate, suonate da lui, quindi i brani erano una scelta obbligata (le uniche tracce negli archivi Phoenix di Claudio), mentre per “Look out” i brani sono stati scelti da noi ritenendoli adatti a formare un album completo che facesse sentire un po’ tutte le nostre varie sonorità; in “Invisible shame” abbiamo recuperato la voce di Claudio e volevamo far sentire anche le sue qualità vocali… era l’ultimo reperto rimastoci.

 

Come raccontereste Look Out”? Qual è la sua anima?

 

Look out” è un lavoro che nasce da varie idee dei componenti e da varie improvvisazioni poi strutturate, due anime nello stesso disco, l’anima libera nell’improvvisazione (“Look out” e “Winter”) e una più studiata nel componimento (“Adso da Melk” e “Oigres”).

 

L’album precedente si può considerare realizzato nel ricordo di Claudio e conteneva idee e creazioni che risalivano alle origini: si può dire che “Look Out” sia il primo step di un nuovo percorso, che non dimentica, ma è rivolto al futuro?

 

Sicuramente sì, anche se viene dal passato è indirizzato al futuro, e noi stiamo già pensando al prossimo album.

 

Continua a funzionare bene la dinamica di squadra basata sull’interazione tra elementi della stessa famiglia?

 

Direi che l’ingresso nel gruppo dei tre giovani ha portato nuove energie ed entusiasmo, l’affiatamento tra di noi è sempre più intenso e positivo.

 

Come pubblicizzerete questo nuovo lavoro?

 

Sarà in vendita online, in alcuni siti che ci hanno già supportato in passato, e saremo ospiti in alcune radio italiane e straniere. Il 23 maggio iniziamo con il “Look out tour”, suoneremo all’Auditorium G. Gaber di Castelmella (BS) ore 21,00 con la partecipazione di Aldo Tagliapietra (ex Le Orme) che accompagneremo anche in alcuni successi de “Le Orme”; siamo poi in contatto per prossimi concerti e ovviamente attendiamo inviti da organizzatori di festival e eventi. 


Immagini di repertorio...




Track Llist

Also da Melk
Oigres
Look Out
Summer
The Endless Battle
Invisible Shame
Winter
Dance Of Three Clowns

INFO

LINE UP

Antonio Lorandi: basso elettrico e acustico
Sergio Lorandi: chitarre elettriche e acustiche
Silvano Silva: batteria e percussioni
Andrea Piccinelli: tastiere e violoncello
Marco Lorandi: chitarre elettriche e acustiche
Giorgio Lorandi: percussioni