venerdì 28 febbraio 2014

LA GRANDE MUSICA CLASSICA E JAZZ ALLA FIERA DI GENOVA


LA GRANDE MUSICA CLASSICA E JAZZ ALLA FIERA DI GENOVA
Il Conservatorio Niccolò Paganini presenza eccellente al FIM

Dopo la splendida esibizione dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo al FIM dello scorso anno, anche questa nuova edizione si conferma all’insegna della musica classica di qualità e delle eccellenze liguri: una delle presenze di grande prestigio è quella del Conservatorio di Musica Niccolò Paganini, una vera istituzione a Genova.
Nato nel 1829 come Scuola gratuita di Canto e successivamente diventato Civico Istituto Musicale, è stato intitolato al celebre violinista e compositore genovese nel 1904 ed è definitivamente diventato Conservatorio nel 1967.
Gli insegnamenti prevedono corsi di primo e secondo livello che riguardano strumenti ad arco e a corde (violino, viola, violoncello, contrabbasso, arpa, chitarra), strumenti a tastiera e a percussione (pianoforte, clavicembalo e tastiere antiche, organo), strumenti a fiato (flauto, oboe, clarinetto, fagotto, tromba, trombone, corno, sassofono); e poi ancora corsi di nuove tecnologie e linguaggi musicali (jazz e musica elettronica), di composizione, di didattica della musica, di canto e teatro musicale, e infine di maestro collaboratore di sala.
Insieme all’alta formazione musicale, il Conservatorio – presieduto da Davide Viziano e diretto da Claudio Proietti – possiede anche una vasta biblioteca che comprende una moderna collezione di volumi e un fondo antico in via di digitalizzazione che custodisce preziosissime rarità.
Sabato 17 maggio alle ore 15,30 è prevista l’esibizione dell'Orchestra Sinfonica degli allievi del Conservatorio, circa 80 elementi diretti dal maestro Antonio Tappero Mello: verranno eseguiti celebri brani romantici, come Una Notte sul Monte Calvo di Modest Petrovič Musorgskij, il Concerto per pianoforte n. 2 di Franz Liszt (solista Simone Sammicheli) e la Sinfonia n. 8 in Sol maggiore di Antonín Dvořák.
Dal Conservatorio Paganini arriveranno anche altri due gruppi, previsti sul palco blu venerdì 16 pomeriggio: l’Ensemble di percussioni, curato del maestroMaurizio Ben Omar, e un Ensemble jazz formatosi nelle classi dei professori Pietro Leveratto e Andrea Pozza.
Fim - Fiera Internazionale della Musica si terrà dal 16 al 18 Maggio 2014 presso la Fiera del Mare di Genova: una tre giorni di musica per tutti i gusti.


Per informazioni: www.fimfiera.it 
Info Line: +39 010 86 06 461 
mail: press@fimfiera.it



giovedì 27 febbraio 2014

Luci spente a Sanremo, di Claudio Milano


Ospito con molto piacere il pensiero di Claudio Milano, relativo all'appena terminato Festival di Sanremo. Si può essere d'accordo oppure no, ma la disamina è lucida e dettagliata e merita spazio adeguato.
Claudio Milano, oltre ad essere un incredibile artista e  vocalist di raro talento, è anche insegnante di musica e fine scrittore e sono certo che gradirà le normali critiche e risponderà punto per punto.

Luci spente a Sanremo
ovvero,
la farsa di chi vuole raccontarci che la bellezza non è un martello ma uno specchio.

C'è passato chiunque. Direttamente da altri lidi e con esibizioni non meno che memorabili, tanto in positivo che in negativo: Louis Armstrong, Ray Charles, Madonna, Peter Gabriel, David Bowie, Antony, Kula Shaker, Skunk Anansie, Rufus Wanwright, Dee Dee Bridgewater, Whitney Houston, Cat Stevens, Placebo, Elton John con Ru Paul (!), Phil Collins, Jamiroquai, Rod Stewart, Bruce Springsteen, i Blur, Jimmy Page & Robert Plant, i R.E.M.. Ma ancora Dire Straits, Queen, Kiss, Van Halen, Depeche Mode, Paul McCartney, Def Leppard, George Harrison, INXS, Joe Cocker, Paul Simon, The Smiths, Barry White, Grace Jones, Asaf Avidan, Caetano Veloso, Marianne Faithfull, Shirley Bassey, Dionne Warwick e qualcuno di loro si è persino prestato al gioco della “gara” (Graham Nash in gara con gli Hollies...).  Contrariamente a quanto si è sempre raccontato, i cantautori, non ne sono stati poi così distanti: Dalla, Battisti, Battiato, Modugno, Paoli, Tenco, Gazzè, Samuele Bersani, Finardi, Avion Travel, Roberto Murolo, Cocciante, Jannacci, Rino Gaetano e laddove non sono arrivati i piedi è arrivato l'inchiostro: De Gregori, Fossati, Conte, solo per fare qualche esempio, oppure la più serena possibilità d'essere ospiti: Bennato, Baglioni, Venditti, Luciano Ligabue.
Ennio Morricone c'è transitato trasversalmente come arrangiatore.
Si sa, ci sono state le grandi voci, soprattutto: Mina, Milva, Mia Martini, Alice, Giuni Russo, Elisa, Petra Magoni, Antonella Ruggiero, Giorgia ma anche i timbri “di carattere”: Carmen Consoli, Patty Pravo, Mannoia, Vanoni, Amalia Grè, Malika Ayane, Loredana Bertè, Rossana Casale.
Platea per il beat nostrano (Ribelli, Equipe 84, Rokes, Giganti), è stato campo di battaglia per urlatori: Al Bano, Claudio Villa, Renga, Anna Oxa, Fausto Leali, ma anche per l'art rock: Elio e le Storie Tese, Quintorigo, Le Orme, Delirium e per il post punk dei Decibel e Denovo.
Certo poi ci sono stati i “fenomeni di massa”: Celentano, Zucchero, Vasco Rossi, Ramazzotti, Pausini (e tra gli ospiti Duran Duran Vs Spandau Ballet, Thake That Vs Spice Girls) ma per arrivare a un pubblico più esteso hanno avvicinato quel palco anche Afterhours, Marlene Kuntz, Bluvertigo (assieme a tutta la scena electro pop dei '90, dai Soerba a La Sintesi ai Subsonica) e poi il jazz con Stefano Di Battista, ma se includiamo anche gli ospiti, Bollani, Danilo Rea...
Cos'è oggi questa mostruosità nei riguardi della quale Enzo Biagi e Pier Paolo Pasolini hanno lanciato anatemi? Cos'è questa cosa attorno a cui girano milioni di euro in tempi in cui “un giorno dopo l'altro” arrivano notizie di suicidi per crolli economici? Questa cosa dove ci si gioca la carriera, dove si va per dimostrare che si sopravvive, in politica, in spettacolo, in qualche modo... Una cosa assai seria. E seriamente ne tratterò.
Sanremo è l'ultimo, disperato avamposto S.I.A.E., una delle poche possibilità per il monopolio di alcune label di tirare i remi in barca in piena crisi, ma anche e proprio per questo, in una nazione così pigra come la nostra e disposta esclusivamente a lasciarsi indottrinare da un suono che attraversa senza (apparentemente) lasciar traccia, un ritrovo voyeurista attorno ai pochi pregi e ai tanti difetti del nostro nevrotico e scoraggiante “essere/apparire/sperare d'essere riconosciuti a guisa di una proiezione ideale di sè”.
Si, perché nulla di nuovo al di fuori di piccoli ricamini attorno ad una forma canzone secolarizzata è stato fin qui possibile, se non, grazie anche ad un signore di nome Fabio Fazio che importanti cortocircuiti rese possibili nelle prime edizioni da lui condotte, portando sul palco gente come i già citati Avion Travel, Quintorigo e il contestatissimo Fabrizio Moro di “La Croce”.
A Sanremo, come nel paese del “che rimanga tra noi”, piccoli cambiamenti sono possibili, purché piccoli siano, ma capaci di sedimentarsi nelle coscienze (ma quel cortocircuito dell'apparizione dell'allora band di John De Leo fu grande e pari la vittoria degli Avion Travel quanto quella “Croce” che si, era out of contest, ma davvero “contro”). Nell'Accademia di canto dove il sottoscritto ha insegnato a Monza negli scorsi anni, Antony e Asaf Avidan erano improvvisamente diventate “le” Voci da seguire e il cui carattere imitare e non certo per via di quello che noi insegnanti “passavamo” come messaggio ai ragazzi, ma come quello che loro portavano a noi. Un miracolo di “mamma TV”, ma di quelli benvenuti.
Mi chiedo dunque, quale peso possa avere un'edizione penosa come quella appena passata.
Per carità, Fazio ha centrato l'obiettivo appieno portando sul palco dell'Ariston un grandissimo Rufus Wainwright, con un'esecuzione da brivido di “Cigarettes and chocolate milk”, ma il pubblico (ridicole contestazioni a parte) non se l'è rifilato di striscio preferendo alla sua classe e a quella della direzione d'orchestra agilissima di Diego Matheuz con la Filarmonica della Fenice, un Renzo Arbore da siparietto, incapace di far ridere, banale, volgare. Ma non era questo Festival un omaggio alla bellezza?
Il monologo della Littizzetto, quanto quello di Crozza han fatto luce sulla questione, facendo sorridere, ridere, riflettere, ma si sa, la commedia imperversa e domina solo laddove gli imperi si sfaldano e non è certo bastato un Cat Stevens, duro e puro, maudit illuminato e commovente a riparare l'imbarazzo, trasformato in autentico terrore, davanti alla performance di una Franca Valeri che grande è stata, un tempo, ma... tant'è e non ci si può far più niente, duole dirlo.
La bellezza può trasformarsi in cenere, che onesta è, ma anche in uno specchio impietoso e vedere la Carrà che balla cantando delle idiozie mai udite prima non è neanche divertente, è terrorismo puro. Saperla a cavallo di una motocicletta a ricevere il testimone da Piero Pelù mi toglie il sonno, per favore fermatela! La RAI chiude (apparentemente) le porte a Mediaset e niente giovani da Amici, per fortuna, ma di fatto X Factor con la presenza del “giudice” Arisa e Noemi a rappresentare “il testimone” passatole a sua volta da donna Raffaella (anche l'appello per i Marò?... E poi?) per The Voice, ha portato un adeguato tasso di autoreferenzialità e di musica davvero vecchia e brutta. Non solo, questo come nessuno, è stato il Festival delle voci che si cantano addosso, imbevute di raucedine come se un cattivo orco fosse passato a seminar polipi sulle corde vocali vere e a lasciar vive solo le false, spinte all'inverosimile nel tentativo di imitare, ad esempio, Mia Martini, mentre le dita si rifiutano di suonare le note giuste di un piano, almeno loro, a dire “Noemi, per carità fermati anche tu, che non basta un viaggio a Londra a farti interprete”. Ma mica solo lei, ah no!  Si è dovuto aspettare Gino Paoli per ascoltare un interprete non vero, di più, con un impagabile Danilo Rea al piano. Per commuoversi, senza urla e merletti appresso ad una secchissima versione di “Vedrai, vedrai” e una ancora più bella di Umberto Bindi, “Il nostro Concerto”. Questa è classe che vive ancora, è bellezza, ma c'è bisogno anche di nuovo, c'è urgenza di nuovo per non affondare nella difesa della memoria anche quando è diventata stantia, maleodorante. E'invecchiata anche la grande Ruggiero (Battiato scriverà mai qualcosa per lei? Una vacanza dalla penna ingiallita di Colombo non potrebbe che giovarle regalando classe su classe). L'ex Matia Bazar, dopo un'esibizione davvero scadente nella prima serata, terribilmente legata, attenta all'impostazione, si è saputa ricollegare all'anima e regalare una versione incantevole di “Una Miniera” dei New Trolls (come dire, tutto in famiglia, appunto...) assieme ai tablet dei Digiensemble Berlin. Il pezzo che ha portato in finale è cresciuto di sera in sera, ma l'arrangiamento... Tutto in famiglia ancora con Ron e la sua versione superba (davvero uno dei picchi dell'edizione) di “Cara” di Lucio Dalla e ancora tutto in famiglia con Cristiano De Andrè. Nella sua idea di bellezza sempre più chiara in quanto a “specchio”, Fazio, non ha mai negato la sua preferenza per un brano del Festival, quell' ”Invisibili” di De Andrè Jr, a cui è andato, com'era ovvio, il Premio Sergio Bardotti come miglior testo e anche il Premio Mia Martini, ma che in quanto a musica … (un caso che la sigla del Festival fosse un brano di mamma Dori Ghezzi, con Wess? Tutto in famiglia, appunto). Il meglio che Cristiano ha fatto al Festival è stato cantare, alla stessa maniera del padre, “Verranno a chiederci del nostro Amore”, commovente, certo, ma davvero poco, anche se nessuno credo gli porterà via un Premio Tenco quest'anno, al quale, s'è detto, verranno dati più soldi dopo il rischio chiusura e che ormai dubito questo benedetto specchio di cui continuo a parlare potrà infrangere. Si, perché non basta “fare” i cantautori per esserlo, non basta “fare” i cantanti per esserlo, bisogna prima “essere” e il fare arriva naturalmente e nessuno ci ridarà De Andrè padre, nessuno ci ridarà Tenco, anche se il Premio a lui dedicato viene dato a “Baccini canta Tenco” (bah...), che monumento a quello specchio di cui sopra è e rimane. Ma il nuovo, accidenti, dov'è? Ad ascoltare i cantanti in rassegna sembra di essere ad un programma di Carlo Conti dove ognuno imita qualcuno e Conti imita sé stesso, ebbene, qui i cantanti recitano ciascuno il proprio ruolo senza lasciare trasparire un minimo di emozione vera, questa è imitazione di bellezza, ma la bellezza ha bisogno solo di manifestarsi, anche quando è buio profondo ed è sgradevole a guardarsi come un danzatore (Dergin Tokmak) che sfida il suo handicap volando sulle stampelle, punto. Ma non bastasse, ebbene si, ci sono anche gli imitatori di altri! Raphael Gualazzi che a sentirlo sembra Pino Daniele ad esempio, nonostante il brano portato in finale, sia a mio avviso il più centrato della rassegna (dopo “1969” di The Niro, comunque superiore) grazie all'accoppiata con un divertente e capace The Bloody Beetroots a cui molto auguro in termini di fortuna. Dovendo votare il brano opterei per un sufficienza piena, notevole arrangiamento e gran coro gospel, bel ritornello, quasi un Battisti americano in salsa techno. Curiosa la rilettura di “Nel blù dipinto di Blù” con Betroots, ohps, “Sir Bob Cornelius Rifo”, questo il suo “non pseudonimo”, (qualcosa mi dice che il ragazzo, di solida formazione classica, possa conoscere Sir Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno ed è un bene), felicemente anche alla voce e un Tommy Lee (!! Da non crederci, ma è Sanremo...) davvero impacciato nel dover tenere uno swing senza dover sfasciare i piatti (e conseguente occhiataccia di Gualazzi ad un bel solo di piano). Ma in quanto ad imitatori, non scherza la band di Rossano Lo Mele, il neo-direttore di Rumore, gloriosa rivista rock (fondata dall'altrettanto glorioso Vittore Baroni), i navigati Perturbazione che in questa chiave, sinceramente inedita, sembra emulare alla perfezione (e non è un merito) l'ironia colta quanto leggera di Max Gazzè, con una voce meno interessante e un violoncello solo a far scena/specchio. Ovviamente, Premio/specchio della Sala Stampa... che dire? Che quantomeno la band poteva fare a meno d'ammazzare De Gregori assieme a Violante Placido. Le band si sciolgono e ci lasciano in eredità i cantanti, perché così, in tempi di crisi si risparmia a fare un tour ed eccoci qui, dopo il crollo di Giovanardi dei La Crus nel 2011, eccoci ancora con l'ex Timoria Renga e il suo birignao (lontani i tempi di “Sangue impazzito” eh?) a massacrare Bennato con Kekko (si, proprio così) dei Modà a colpi di urla, mentre Francesco Sarcina (ex le Vibrazioni) non resiste alla tentazione del “selfie” durante tutte le sue esibizioni... una pippa no? (No non mi riferisco ad Arisa, per carità!) Sarebbe stato più istruttivo. C'è spazio anche per Riccardo Sinigallia, in passato strettamente legato ai Tiromancino che viene eliminato per aver cantato il suo brano in una sagra (ma cos'è? Dietro Sanremo ci sono anche i Servizi Segreti?). Dolcissimo come sempre, l'autore porta brani assai intimi, quasi respingenti, che sarebbe il caso di tornare ad ascoltare anche in merito ad un coraggiosa rielaborazione di “Ho visto anche Zingari Felici” del grande Claudio Lolli, con al seguito Marina Rei e Paola Turci. Ma comunque vi prego, qualcosa di nuovo... E questo qualcosa non è la pur piacevole leggerezza di Giuliano Palma, nè tantomeno il celebrato Renzo Rubino. Un mix tra l'ironia svenevole di Denovo (che probabilmente non sa neanche chi siano), con un cantato nazional popolare desunto dal maestro elettivo Modugno. Comico il modo di aggredire pianoforte, corde vocali e brani quasi a voler superare l'inconsistenza dei pezzi. Ecco lui, pur nella mancanza di riferimenti culturali che non siano istituzionali e nell'essere così “povero”, sembra abbastanza vero da poter durare e diventare una star italiota, ma non chiedetemi di riascoltarlo, per favore. Centra appieno e con eleganza assieme a Simona Molinari “Non arrossire” di Gaber. I giovani? Rocco Hunt e “a Gennar cc' avut 'o criaturo” e pescivendoli assortiti, mamme e papà in lacrime? Ma vaff... Il premio della critica a Zibba, in virtù di che non s'è capito? C'era, l'ho anticipato prima, un pezzo  che ad ascoltarlo davvero, lontano dal carrozzone avrebbe ben figurato, ma che nessuno ha neanche avvicinato. Quel “1969” di The Niro, che ha portato una coraggiosa ventata baroque pop, con arrangiamento di gran classe, per niente scontato (la cosa migliore ascoltata in assoluto e un bel 7'5 pieno), testo d'interesse e bella voce da controtenore appena offuscata da una presenza scenica non felicissima in un mondo dove l'immagine è tutto. Per lui dov'erano la “Giuria di qualità” e la “Sala Stampa”? La struttura davvero semplice dei pezzi di questa edizione, la mancanza di sostanza che li ha accompagnati, l'ossessiva ricerca del “ritornello felice e della personalità rimarcata a pieni sottotitoli” (Stromae incluso), pur con confezioni sonore spesso di gran prestigio ha rimandato agli anni '60, ma in un periodo storico in cui l'intrattenimento leggero sembra un paradosso.
In qualche caso l'arrangiamento diventa così “nobile” da far sorridere, c'era proprio bisogno di cercare eleganza con un clarinetto ad anticipare le strofe del brano di Arisa?
C'è da dire che quando non sostenuti da ritmi incalzanti non si è distinto un pezzo dall'altro, ma tanto poi saranno le tante radio figlie delle lobby (ormai in misura più o meno maggiore, TUTTE, radiozine a parte) a martellarci per un anno con queste miserie fino a renderle “classici”. Si, perché defunto il Festivalbar, non rimane altro specchio su cui arrampicarsi e le label con denaro da investire ben lo sanno, per la gioia della S.I.A.E., dei suoi massimi contribuenti ed eredi. Si, perché molti lettori non sanno che per ogni disco venduto, per ogni passaggio televisivo e radiofonico, solo una minima percentuale entra nelle tasche di autori e arrangiatori, il resto viene diviso tra quelle dei massimi contribuenti, intesi come “fidelitari” e dunque Celentano, Mina, Ramazzotti, Pausini, Zucchero, Bocelli, gli eredi di Modugno. Ogni volta che acquistate un disco dei Deadburger, dei Massimo Volume, di Kurai, Butcher Mind Collapse, ma anche degli Ulver, di Scott Walker, dei Current 93, i  vostri soldi finiscono nelle tasche dei signori prima nominati e così è SEMPRE Sanremo, nei vostri cd dei Metallica c'è un fantasmino della “Signora di Lugano”, sappiatelo!.
Gentile Fazio, perché tale sei, tu che ti lamenti del sentirti dare del “buonista” e reagisci dicendo che ti sei “rotto le palle”, sapessi noi! Vuoi fare un Sanremo che attragga? Fa qualcosa di nuovo e accetta che partecipino al TUO Festival anche (non dico “solo”) il fenomeno napoletano strappalacrime, la canzone per le casalinghe e quella per i bimbiminchia te li lasciamo) i musicisti che non hanno alle spalle etichette con migliaia di euro a disposizione e che la giuria di “qualità” non sia composta al 50% da starlette e nella sala stampa figurino webzine e radiozine attente alla musica a 360 gradi. Su 20-30 canzoni non potremmo sentirne una di indie non renziano? Una metal (ho detto una bestemmia)? Una avantgarde (solo una, su! Anche tuoi amati Beatles, hanno scritto “Tomorrow Never Knows”)? Una di hip hop non contaminato da populismo da seconda elementare? Una dark, psichedelica, progressive, punk, elettronica, folk, grunge, post rock, di jazz vero, baroque pop (grazie ancora The Niro), dubstep, impro... guarda i generi te li trovi in rete e se hai bisogno di qualcuno che ti passi dei nomi scrivi al caporedattore di una webzine a caso, ti farà uscire dal tuo mondo dorato per farti capire che la bellezza da te tanto decantata è viva e vegeta in Italia quanto nel mondo e può far veramente male.
Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno in questa nazione in quanto a creatività, ma quelli come te sono un'offesa a chi ogni giorno fa fatiche indicibili in ambito musicale per pagare l'affitto, perché quello che manca è visibilità e tu hai il POTERE (dichiarato da te stesso a “Che Tempo che fa”) di darla. Perché tu, ne sei consapevole, in tempi come questi, non c'è più spazio per chi fa ricerca vera, quella gente di giorno fa il cameriere e di notte scrive ed è un delitto. Perché anche l'indie è ormai un “vorrei ma non posso” e un faretto puntato addosso alle microlabel e le piattaforme di crowdfunding, certo mostrerebbe che la maggioranza di loro sono associazioni culturali nate per spillar soldi, che aggirano come possono la S.I.A.E., ma che almeno un po' di freschezza la porterebbero. Perché dunque, è tristissimo dirlo, ma più passa il tempo più si assottiglia il margine tra mainstream e musica “alternativa” in ossequio al Dio Denaro e non si può più relegare il “caso” Sanremo in un angolino, visto che fra un po' non ci resterà null'altro che omologazione sonica in questo Paese.
Perché a Sanremo c'è scappato il morto e un altro stava per arrivarne nel '63, lo stesso che tu hai invitato quest'anno a celebrare i trappassati per stento, quel Paoli che scrisse “Ogni suicidio è diverso, e privato. È l'unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l'amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero.” Beh, quell'uomo poi di scelte ne ha fatte, dimostra tu di poter decidere di far meglio, piantandola di fare il verso a Baudo, dal quale tanto diverso non dimostri di essere. Si può ridere con l'Aria di Leporello cantata (bene, quasi benissimo) da Crozza, ma qui c'è gente che del “Voi/Germania prendete la Maestosa/Italia, a noi rimane la Mafiosa/Italia”, non riesce a ridere con compiacimento e darebbe volentieri indietro l'intero lotto dei presenti all'Ariston, ricchi spettatori/presenzialisti, giuria “di qualità” e “sala stampa” inclusi.
Non basta raccontare la storia dell' “omosessuale” Michelangelo per parlare di bellezza, vogliamo vederla sui palchi, perché la bellezza in arte è una luce che sposta quello che gli altri hanno tracciato, un passo più in là e può dare anche fastidio, ma se non le si dà spazio, muore, punto.
Chi come voi Fazio e Littizzetto, ha lo scettro per decidere a chi dar spazio o no e mostra il vecchio, senza saperlo è complice diretto di un continuo e vergognoso assassinio del quale volente o no DEVE rendere atto.
Così come la bellezza, “l'arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo” affermò con convinzione Majakovskij e ci ricordarono gli Henry Cow di “In Praise of Learning”.
In attesa che si faccia davvero luce su chi ha passato un lettino di denaro salvagente a proteggere un volo di due operai, che non ci sarebbe mai stato, ogni risposta è gradita, anche quella di una Luciana Littizzetto, che, si, dice cose intelligenti e tiene in piedi da sola baracche, ma ancora non s'è capito da che parte stia.
Ossequi.
Qui la mia e-mail: nichelodeon@gmail.com
Attendo.

Lunedì 24 Febbraio 2014


Claudio Milano

mercoledì 26 febbraio 2014

STARCASTLE


Ho scoperto un modo nuovo di … “scoprire”. La musica, anche quella “antica”.
Ho la quasi certezza che il tuttologo in campo musicale non esista, e ai tanti che ritengono di non aver più niente da imparare suggerisco di mettersi alla prova, senza quiz e ricchi premi, ma solo per… trovare perle nascoste.
La modalità è la seguente… scaricare la versione gratuita di spotify (se poi si vuole escludere completamente la pubblicità occorre spendere qualcosa), cercare un artista che si ama e ascoltare un suo brano; subito dopo cliccare su“avvia radio”, che si creerà in modo autonomo sulla base dell’affinità alla prima scelta e poi… a decine nasceranno band e artisti mai sentiti!
Dopo aver sentito un brano degli YES ho avviato la radio e sono usciti, anche, loro, gli STARCASTLE: possibile non aver mai sentito una tale band, per di più legata alla mia gioventù, quando vivevo a pane e musica?
Proviamo a conoscerli con l’aiuto delle informazioni trovate in rete e un brano fantastico.

Gli STARCASTLE furono una delle band più popolari e rispettate del prog americano degli anni '70, molto conosciuti per la loro affinità agli YES. La band univa una rigida strumentazione caratterizzante del prog alle sognanti e fantasiose liriche cantate da Terry Luttrell, una voce molto simile a quella di Jon Anderson,  basata su di una perfezione vocale  molto “americana” , raffinata, così come lo è la parte strumentale.
Una musica la loro che si può considerare a posteriori come molto originale, in termini di testi, composizione e performance.
Hanno pubblicato quattro album in studio tra il 1976 e il 1978.
I loro primi due album per la Epic, Starcastle e Fountains of Light, sono archetipi del suono sinfonico, utopico, grande, travolgente, intricato, complesso e melodico che avremmo imparato a conoscere nel corso degli anni’70.
In Real e Fontains, il gruppo cambia il suo orientamento e va verso un soft rock che continua a presentare similitudini vocali alla “YES”. 
Chronos I è invece una grande opera di “archivio”
Nel 2007 gli Starcastle hanno inaspettatamente pubblicato un nuovo album, Song of Times, graditissimo in Giappone, ma di scarso impatto nel resto del mondo.


Formazione finale

·         Al Lewis - voce
·         Gary Strater - basso
·         Herbert Schildt - tastiere
·         Matt Stewart - chitarra
·         Bruce Botts - chitarra
·         Jeff Koehnke - batteria

 

Membri passati

·         Terry Luttrel - voce
·         George Harp - voce
·         Ralph Goldhiem - voce
·         Steve Hagler - chitarra
·         Mark McGee - chitarra
·         Steve Tassler - batteria



martedì 25 febbraio 2014

Marco Machera-Dime Novels


Dime Novels è il secondo album di Marco Machera, donato al pubblico da pochi giorni, dopo un primo atto,  One Time, Somewhere,  realizzato nel 2012.
E’ per me un primo ascolto… non conoscevo Marco, e come sempre sono partito dalla lettura delle informazioni disponibili, e sul sito di riferimento regna una certa chiarezza, mascherata dall’arte dell’ironia.
Tutto contribuisce a creare un’immagine, un preconcetto che anticipa il contenuto, che in alcuni casi - e questo è uno di quelli - da indicazioni di genere e di qualità.
Era la primavera del 2011, Genova, e dal palco della Sala Maestrale del Porto Antico introducevo il Tony Levin Stickmen Trio, ma, cosa più importante, mi gustavo la performance incredibile a pochi metri dai tre mostri sacri: indimenticabile, così come non posso dimenticare il concerto dei King Crimson, del novembre ’73, a Torino, presentazione di Larks' Tongues in Aspic.
Non è di altri artisti che devo parlare, ma…quanti ricorda mi ha sollevato Marco Machera!
Intendiamoci, affermare che una persona assomiglia ad un’altra significa solo evidenziare una certa associazione - di idee, comportamenti, modi di porsi, in questo caso di tipologia musicale - e così mi ritrovo tra le mani un contenitore sonoro che mi fa pensare ad un certo concetto di musica, molto raro da trovare al giorno d’oggi.
Marco mi appare come un talento naturale che, almeno giudicando a pelle, utilizza il proprio patrimonio, carico di talenti, con una buona dose di semplicità e umiltà, magari senza avere piena coscienza del potenziale personale.
Le nove tracce che propone sono di una varietà assoluta, che è un enorme pregio se si riesce a mantenere il copione; si osservano gli ospiti, la strumentazione non certo usuale - Banjolin, Ukulele, Dobro, Autoharp, Lap Steel, Bouzouki, Cello, tanto per citare qualche esempio - unita alla tradizione prog e ai “mezzi marziani” di Levin e Reuter (inventori e innovatori) e si rimane incerti sul cosa potrà accadere: sfoggio di mera bravura e versatilità o ricerca di una filosofia musicale?
Machera compone seguendo ispirazioni non codificate, con l’occhio vintage filtrato dalla tecnologia avanzata, dando l’impressione di divertirsi, nel tentativo di proporre schemi innovativi; non credo sia la ricerca ossessiva dell’originalità, ma il suo lasciarsi andare, unitamente all’utilizzo di tutto quanto assorbito sin dall’adolescenza, ha portato verso uno stile unico, che fonde i saldi principi della musica progressiva con il pop di qualità degli anni ’80, e il risultato è sorprendente.
Liriche in lingua inglese, proposte con una voce che riesce a caratterizzare tutto il percorso, in modo piacevole. Il basso è il suo strumento principe.
Le indicazioni a fine post mettono in evidenza una squadra importante, mentre vale la pena sottolineare le registrazioni trasversali, tra Italia, USA, UK e Austria: ogni aspetto è stato curato nel dettaglio.
A seguire una sostanziosa intervista e stralci musicali dell’album, elementi che chiariranno le idee e permetteranno di disegnare il “personaggio Machera”.
Un sorpresa inaspettata, difficile chiedere di più di questi tempi!


L’INTERVISTA

Potresti sintetizzare la tua storia e l’evolversi della tua passione musicale?

Ho ascoltato tanto rock fin da piccolissimo, grazie ai miei due fratelli più grandi, musicisti a loro volta. Dopo un breve periodo passato a suonare la batteria, ho scelto di continuare con il basso. I miei punti di riferimento erano Steve Harris e Geddy Lee. Furono proprio i Rush a stimolare la mia curiosità, a farmi desiderare di essere un musicista migliore. Dai 13 anni in poi cominciai a interessarmi al jazz, al progressive rock, al funk; ascoltavo e cercavo di suonare tanti stili diversi, tirando giù le mie parti di basso preferite a orecchio. In quel periodo mi feci le ossa suonando i primi concerti dal vivo. La scoperta dei King Crimson e di tutto l’universo musicale a loro correlato fu un altro momento cruciale. Arrivai a David Sylvian e tornai indietro alla new wave degli anni ‘80. Gli XTC furono una rivelazione: erano pop, ma allo stesso tempo intriganti, profondi. Mi appassionai alla composizione e scrissi le mie prime canzoni. Nel tempo ho accumulato diverse esperienze, sia in studio che dal vivo, e la mia evoluzione come musicista va di pari passo con quella di ascoltatore. Ho sempre avuto un approccio molto istintivo alla musica, sia nel suonarla che nell’ascoltarla.

Leggendo la tua biografia emerge una certa trasversalità di azione, ma… come definiresti la tua proposta musicale?

La mia casa discografica ha utilizzato la definizione ‘art-rock’, che non mi dispiace. Personalmente, non riesco mai a dare una risposta precisa a questa domanda. Non mi piace categorizzare troppo la musica, e questo atteggiamento si riflette pienamente in quello che scrivo e suono. Non è qualcosa che faccio di proposito, è un processo assolutamente spontaneo. Di solito le mie canzoni nascono dal pop, o meglio da un certo ‘suono pop’, e sono arricchite di volta in volta da una moltitudine di elementi e riferimenti. Qualcuno mi definisce ‘progressive’, ma onestamente non penso di poter essere inserito in quel filone. Bill Bruford diceva di essere troppo rock per il pubblico jazz, e troppo jazz per il pubblico rock. Io potrei dire di essere troppo poco rock e troppo poco prog, sempre rimanendo dell’opinione che definire un genere, o stabilirne i confini, sia davvero molto difficile. Il termine ‘pop’ dopotutto ha un campo semantico piuttosto ampio, penso che possa calzarmi bene.

Uno dei tuoi obiettivi è quello di rompere un po’ gli schemi, e trovare un modo nuovo, o quantomeno originale, di fare musica: a che punto sei nel tuo percorso? Ti puoi ritenere soddisfatto di quanto hai realizzato sino ad oggi?

Sì, sono contento di quanto prodotto finora, anche se non mi ritengo mai soddisfatto al 100%: sono un perfezionista, un irrequieto! Quello che posso dire è che ogni volta affronto la produzione di un album come se fosse l’ultimo, cerco di dare veramente il meglio. Al tempo della realizzazione di “One Time, Somewhere” non ero sicuro che ci sarebbe stato un seguito. Penso che il percorso continuerà ancora a lungo, ma non riesco a prevederne gli sviluppi. Idealmente, mi piacerebbe scrivere un nuovo album e mettere un punto a questa personale ‘rivisitazione del pop’, formare una trilogia con i due dischi che finora sono riuscito a pubblicare. Dopodiché mi piacerebbe cominciare una nuova fase.
Mi parli del tuo nuovo album, “Dime Novels”?

Dime Novels” è un album eterogeneo, molto ricco, variegato, in alcuni punti anche ironico. Considero queste canzoni alla stregua di mini-colonne sonore: a volte sono partito da un’immagine, altre volte da un testo, altre volte ancora da un sogno (o da un incubo). Si tratta di trasferire delle sensazioni in musica, e spesso la composizione prende una rotta inaspettata. Non pongo limiti di nessun tipo alla creatività. Il disco è stato prodotto in collaborazione con Francesco Zampi, che mi aiuta a concretizzare le idee e a metterle su disco. E spesso mi riporta con i piedi per terra!

Il disco vede la partecipazione del Tony Levin Trio (Levin, Mastelotto e Reuter): come nasce la collaborazione? Quanto ti senti vicino alla musica dei King Crimson?

Sono un grande appassionato dei King Crimson. Sono sempre stato attratto dalle loro luci e dalle loro ombre, specialmente da quest’ultime. Come altri artisti che ammiro, sono riusciti a reinventarsi di volta in volta in maniera creativa e intelligente. Hanno saputo attualizzarsi quando ce n’era bisogno, senza compromettere la qualità della propria musica. Hanno sempre esplorato nuovi territori. In questo senso, mi sento molto vicino alla filosofia dei King Crimson: Robert Fripp li ha definiti “un modo di fare le cose”. Mi rispecchio in quell’affermazione.

Che importanza hanno per te le liriche? Nel tuo senso estetico e armonizzante entrano anche le parole, o sono solo un veicolo per i tuoi messaggi?

Anni fa non davo troppo peso alle parole: le consideravo come un ornamento alla musica. Le cose sono cambiate gradualmente, con il tempo ho cominciato a pretendere di più dal processo di ascolto; cercavo qualcosa di più profondo. Un po’ alla volta mi sono reso conto di quanto fosse importante il testo, di quanto possano essere forti le parole, specialmente se combinate a una grande partitura. Penso per esempio a “Wish You Were Here” dei Pink Floyd; a qualsiasi cosa scritta da Peter Gabriel o David Sylvian, giusto per citare qualcuno. Paul Buchanan dei The Blue Nile ha sempre scritto versi semplici ma evocativi, estremamente poetici, miscelati magnificamente con la musica. Per quanto mi riguarda penso di aver fatto progressi in questo senso, sono soddisfatto dei testi di “Dime Novels”. Non mi sento un grande paroliere, e nemmeno un grande cantante, ma sento il bisogno di scrivere i testi di mio pugno e di cantarli in prima persona.

Che cosa accade nei live di Marco Machera?

Sento di dover ancora trovare una giusta dimensione per i miei live. L’anno scorso ho portato in giro la musica di “One Time, Somewhere” senza troppi fronzoli. L’esperienza è stata positiva, ma sono convinto che questo materiale abbia bisogno di una controparte visiva, teatrale, per poter esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Al momento non ci sono date in programma per promuovere “Dime Novels”, principalmente perché diventa sempre più difficile trovare spazi e contesti adeguati dove potersi esibire. Detto questo, se arriveranno proposte le valuterò volentieri; nel frattempo ragionerò su come rendere più interessanti i miei concerti dal vivo: pensavo al contributo di un performer, a proiezioni video, oppure illustrazioni create da un artista in tempo reale. Vedremo.

Che cosa lega One Time, Somewhere al nuovo lavoro?

I due lavori sono stati composti e registrati in maniera simile. Nonostante ciò, penso che “Dime Novels” sia molto differente da “One Time, Somewhere”: è più corposo, a tratti più cervellotico, meno rassicurante. Però esiste indubbiamente un filo conduttore. Ci sono delle caratteristiche nella composizione che accomunano i due dischi. Credo di aver trovato un mio suono e una mia personalità, che affiorano in entrambi gli album.

Tecnologia, sperimentazione e web: che cosa ti ispirano questi tre “enormi” sostantivi?

Hai detto bene, sono sostantivi enormi. E sono fortemente in relazione tra loro. Il musicista di oggi non può permettersi di suonare e basta. Ormai siamo gli imprenditori di noi stessi, e questo ha dei vantaggi, ma porta via tanto tempo. Il web in questo senso è fondamentale. Si ha la possibilità di raggiungere nuovo pubblico e di percorrere strade che altrimenti sarebbero precluse, ma tutto ciò dovrebbe rappresentare un aspetto complementare della nostra attività. Dobbiamo ancora essere capaci di attaccare un jack all’amplificatore e suonare bene il nostro strumento. Se siamo bravi nel nostro lavoro, allora il web e la tecnologia saranno sicuramente d’aiuto. Altrimenti si tratta di aria fritta. Per quanto riguarda la tecnologia in senso strettamente musicale, direi che mi piace da matti torturare il mio computer quando si tratta di comporre e registrare del nuovo materiale. Adoro l’aspetto creativo del lavoro in studio, creare musica attraverso la tecnologia. Mi piace sperimentare, appunto. Dal vivo invece ho un approccio più tradizionale, preferisco il suono naturale dello strumento, senza farlo passare per troppi effetti.

Come immagini – o come vorresti che fosse – il tuo futuro prossimo?

Non riesco davvero a immaginarlo. Però sono certo che suonerò e registrerò musica per molto tempo ancora. Tanto mi basta. 


Dime Novels

Data di pubblicazione: 28 Gennaio 2014
Casa discografica: Innsbruck Records
Sito ufficiale: www.marcomachera.com
Produced by Marco Machera & Martina Sacchetti
Co-produced, tweaked, mixed and mastered by Francesco Zampi
Recorded between April 2012 and September 2013 in studios across Italy, USA, UK, Austria.
All songs written by Marco Machera, except “John Porno” written by Marco Machera and Markus Reuter. Marco Machera © 2014 all rights reserved.
Arrangements by Marco Machera and Francesco Zampi
Cover and artwork design by Marco Lafirenza

Personnel:
Marco Machera: Vocals, Bass (2, 3, 4, 6, 7, 8, 9), Guitars (1, 2, 3, 5, 6, 7, 8), Harmonium (1), Banjolin (4), Ukulele (4), Samples, Drum Programming (3, 6, 7, 9), Percussion (1, 4, 8)
Francesco Zampi: Sound Design, Treatments, Cello (1), Piano (1, 5) Hammond (2), Dobro (4), Samples, Drum Programming (7, 8)
Pat Mastelotto: Drums & Percussion (1, 2, 3, 5, 6)
Tony Levin: NS Upright Bass (5) Markus Reuter: U8 Touch Guitar (3, 8)
Andrea Faccioli: Guitars (1), Autoharp (1), Lap Steel (4), Bouzouki (5)
Jennifer Maidman: Cuatro (4)

Pete Donovan: Double Bass (1) Kevin Andrews: Additional Bass (1)

lunedì 24 febbraio 2014

Al Jam Burrasca di Marzo in scena Beatles e Rolling Stones


Nuovo appuntamento per la Jam Burrasca, il 7 Marzo, alle ore 21, al LEGENDCLUB di Milano
La musica che verrà proposta nell’occasione sarà quella di Beatle e Rolling Stones.

Qualche notizia sulla famiglia Jam Burrasca

FORMAZIONI JAM BURRASCA DEDICATE A BEATLES E ROLLING STONES

1)FABRIZIO MALGIOGLIO-PEPPE MEGNA-GIORGIO DARMANIN-PINO MONTALBANO-FRANCO MALGIOGLIO (Brown sugar-Jumping jack flash)
2)MARTINA MALGIOGLIO-JOHNNY POZZI-PINO MONTALBANO-CATERINA CRUCITTI-GIORGIO BELLIA ( Somethings-)
3)SIMON LUCA-TIZIANO FAVATA-GABRIEL FAVATA-PINO MONTALBANO-LUCA LOPPO TONANI-GILBERTO ZIGLIOLI–JOHNNY POZZI(Come togheter-Love invain)
4)RONNIE JONES-LAUREN LUCILLE – EMILIO FOGLIO-GIANNI PENATTI-MARCO MANGELLI –PAOLO COSTA (Satisfaction-Ebony  and ivory- Imagine )
5)DEBORAH FALANGA-ENRICO SANTANGELO-LORENZO POLI-ROBERTO CAIRO-PINO MONTALBANO-PAOLO COSTA   (brani da scegliere)
6)ANGELA VARANI-RINO DI PACE-ROSELLA CARZANIGA-PINO BIFANO-JOHNNY POZZI  (brani da scegliere)
7)  BARBARA COSSU-GIORGIO BELLIA-FRANCESCO BELLIA-JOHNNY POZZI-PINO BIFANO  (brani da scegliere)
8)GIANNI MINUTI-VALERIO VERONESE-VANNI COMOTTI-LUCA COTTONE (hard days night-meddley )
9) MASSIMO LUCA-JOHNNY POZZI- FRANCO MALGIOGLIO-GIORGIO DI TULLIO-ROBERTO CAIRO- (  Here come the sun-  if i ’fell  Do)
10) ACKI-VANNI COMOTTI- GIORGIO FICO PIAZZA-GILBERTO ZIGLIOLI (hey jude –and i love  her -Yesterday)
11) SALVO CORRERI-LIANO CHIAPPA- EZIO ROSSI-ROBERTO PIROLA ( Get into My Life -Live And Let Die )
12)ANN HARPER-GIGI COLOMBO-ROBERTO COLOMBO- MASSIMO NOTARNICOLA- FABIO GIANVECCHIO-PEPPE PERNA (Drive My Car -  I've Got A Feeling)
13)DANIELA RANDO-FRANCO MALGIOGLIO-PINO MONTALBANO-GIORGIO DARMANIN -JACOPO SANTINI-( Whith a little help from my friends-Honky tonk woman)
14)ALEX PROCACCI-MAX FERRI-ENRICO FERRARESI-JOHNNY POZZI –TONINO DE SENSI  (Cant’ buy me love – I Saw her standing there )
15)STH  - TIZIANO FAVATA - DANILO CARNEVALI - IVAN PADUL- ALESSANDRO CECCONI -JOSHUA TANCREDI ( Don’t let me down- paint black)
 16)FRANCESCO PATELLA-ATTILIO ZERI –ALBERTO BIROLI-STEFANO VACCHETTA-PATRIZIO GEDDA-ALBERTO FATUCELLI-ANTONINO FLAVIA  (Sympaty for devil)
17) FRANCESCO PATELLA –FABRIZIO FRATUCELLI-ALBERTO FRATUCELLI-RICCARDO ROSA-LUCA RE  ( Day Tripper )
18) ANTONIO GALBIATI-EUGENIO MORI-MASSIMO SCOCCA –PAOLO COSTA-ROBERTO CAIRO  ( The  foul on the hill- She came in trough the bathroom window)
19) VANESSA CHIAPPA-SAVERIO CACCOPARDI-LUCA LOPPO TONANI-JOHNNY POZZI-PINO BIFANO (Leti t be- doom and gloom)
20) SANDRO D’ANGELO-CARLO  BALZANO-FRANK DI TULLIO-PIERO RUSSO-ELVIO CROMIDE-FULVIO CROMIDE (While my guitar gentle weeps)
21) I CAMALEONTI-VANNI COMOTTI-GILBERTO ZIGLIOLI (brani da scegliere)
22) MARCO FERRADINI-CHARLOTTE FERRADINI-(The long and widing road)
23) MARA POPPY GALIMBERTI-MASSIMO SCOCCA-MAX FERRI-LEANDRO BARTORELLI- JOHNNY POZZI  (Help- Get back)
24) SILVIA FUSE’-LORENZO POLI –FRANCESCO CORVINO-EMILIO FOGLIO-PAOLO COSTA   (brani da scegliere)
25)DAGMAR SEGBERS—EMILIO FOGLIO-GIORGIO BELLIA-FRANCO MALGIOGLIO-PAOLO COSTA  (Under my thumb -Here, there and everywhere)

MUSICISTI JAM BURRASCA

BATTERISTI:
ENRICO SANTANGELO
RINO DI PACE
JACOPO SANTINI
PEPPE MEGNA
VANNI COMOTTI
PIETRO PIZZI
SAVERIO CACCOPARDI
LEANDRO BARTORELLI
EUGENIO MORI
ENRICO FERRARESI
GIORGIO DI TULLIO
GIORGIO BELLIA
MASSIMO NOTARNICOLA
CARLO BALZANO
LIANO CHIAPPA
ALBERTO FATUCELLI
JOSHUA TANCREDI

BASSISTI
LUCA LOPPO TONANI
CATERINA CRUCITTI
FRANCO MALGIOGLIO
LORENZO POLI
LIVIO MACCHIA  DEI CAMALEONTI
FABIO GIANVECCHIO
ELVIO CROMIDE
LUCA COTTONE
MASSIMO SCOCCA
TONINO DE SENSI
ROSELLA CAZZANIGA
EZIO ROSSI
PATRIZIO GEDDA
RICCARDO ROSA
DANILO CARNEVALI
GIORGIO FICO PIAZZA

CHITARRISTI
PINO MONTALBANO
GIGI COLOMBO
MAX FERRI
EMILIO FOGLIO
ROBERTO CAIRO
DAMIANO MARINO
PINO BIFANO
SALVO CORRERI
VALERIO VERONESE DEI CAMALEONTI
ROBERTO COLOMBO
FULVIO CROMIDE
FRANCK DI TULLIO
GILBERTO ZIGLIOLI  EX NEW DADA
ALBERTO BIROLI
FABRIZIO FRATUCELLI
IVAN PADUL
ALESSANDRO CECCONI

TASIERISTI
GIORGIO DARMANIN
JOHNNY POZZI
PIERO RUSSO
PAOLO COSTA
ROBERTO PIROLA
STEFANO VACCHETTA
GIUSEPPE PERNA

CANTANTI
RONNIE JONES E LAUREN
ALEX PROCACCI
ANTONIO GALBIATI
DEBORAH FALANGA
ANGELA VARANI
BARBARA COSSU
MARTINA MALGIOGLIO
PAKI
MASSIMO LUCA
FABRIZIO MALGIOGLIO
ANN HARPER
SIMON LUCA
MARCO FERRADINI-CHARLOTTE FERRADINI
BARBARA COSSU
MARA POPPY GALIMBERTI
FRANCESCO PATELLA
DANIELA RANDO
TONINO CRIPEZZI DEI CAMALEONTI
SANDRO D’ANGELO
SALVO
LAUREN LUCILLE
ATTILIO ZERI
ANTONINO FLAVIA
LUCA RE
SILVIA FUSE’
TIZIANO FAVATA
VANESSA CHIAPPA
PERCUSSIONI : LUCIANO PIGA
ARMONICA  GABRIEL FAVATA

Che cos’è Soleterre?

Soleterre – Strategie di Pace ONLUS  è un’organizzazione umanitaria laica e indipendente che opera per garantire i diritti inviolabili degli individui nelle “terre sole”. Realizza progetti e attività a favore di soggetti in condizione di vulnerabilità in ambito sanitario, psico-sociale, educativo e del lavoro.  Interviene con strategie di pace per favorire la risoluzione non violenta delle conflittualità e per l’affermazione di una cultura di solidarietà. Adotta metodologie di partenariato e di co-sviluppo per promuovere la partecipazione attiva dei beneficiari degli interventi nei Paesi di origine e in terra di migrazione e garantire la loro efficacia e sostenibilità nel tempo.