mercoledì 15 febbraio 2012

Ma chi era quel promoter?




Nel mio quotidiano esercizio di scrittura inciampo spesso nei ricordi del mio  passato musicale.
Essere adolescente ad inizio anni ’70 ha significato vivere situazioni live irrepetibili, anche se l’età anagrafica, se da un lato mi ha aiutato nell’alimentare le mie passioni, dall’altro ha rappresentato un limite, perché a sedici anni non si può girare il mondo a piacimento!
Ma non mi lamento, e ogni volta ricordo a me stesso e a molti altri - sicuramente stanchi di sentirmelo dire - che tutto iniziò quel 30 maggio del 1972, quando vidi il mio primo concerto, al Teatro Alcione di Genova.
Di scena i Van der Graaf Generator, preceduti dai Latte e Miele.
Sono appena entrato in possesso del registrazione di quel giorno, grazie a Claudio Milano che mi ha inviato la parte relativa ai VDGG.
In quei giorni a nessuno veniva in mente di andare ad un concerto con una macchina fotografica o un registratore, e le videocamere non esistevano ancora.
Ma qualcuno, utilizzando forse un “Geloso” a bobine, ha fatto quel passo in più che ci consente oggi di avere documenti di estremo valore, almeno affettivo, visto che la qualità audio è spesso pessima.
Propongo oggi un documento audio interessante, che testimonia i minuti che precedono l’inizio del concerto, quando un promoter, dal palco – ma io  non lo ricordo - illustra ciò che sarebbe accaduto nei mesi a seguire ed elenca una serie di band che dopo essere state evocate suscitano applausi spontanei, come avviene oggi negli stadi quando i giocatori vengono presentati ad uno ad uno.
Ma la curiosità di sapere chi fosse quel manager è tanta e allora chiedo ai miei conoscenti, “musicisti antichi”, se quella voce ricorda loro qualcuno.
Insomma… ma chi è quel promoter?

Nota dolorosa.

Pochi giorni fa mi sono recato allo Studio Maia, dove era in corso la registrazione di un brano il cui ricavato sarà destinato agli alluvionati genovesi del novembre scorso.
Il nome del progetto è “Ora Che”.
Sono stato molte volte in quel locale, e sempre di sera, ma mai avevo realizzato di essere “attaccato” all’ex Teatro Alcione. Mi sono affacciato, dall’alto della mia posizione privilegiata, e al posto del Teatro ho trovato un immenso scavo, probabilmente destinato a contenere un palazzo. Ancora intatto il corridoio che portava alla biglietteria, quel cunicolo che riempivamo in attesa del concerto pomeridiano, con i capelli sulle spalle, un cafetano ed una tunica indiana  addosso, e l’illusione di essere veri hippies, come quelli visti nel film “Woodstock”.
E mentre scrivo mi chiedo come l’osservazione di uno spazio vuoto possa stimolare un film che, seppur lungo  quarant’anni, scorre davanti agli  occhi - e al cuore- in pochi minuti, lasciando un segno indelebile…