mercoledì 30 novembre 2011
martedì 29 novembre 2011
LA MONCADA-"TORINO SOMMERSA"
Sono solito unire ai miei commenti su un nuovo album
un’intervista ai musicisti, che possa rappresentare il lato oggettivo e il vero
pensiero di chi ha sudato e pianto dietro qualcosa che poi sarà commentato con
qualche riga “obbligata”. Il limite e il pregio di questo gioco al rimbalzo è
che i quesiti via mail (molto più comodi rispetto ad altre soluzioni), magari
posti in maniera criptica (mea culpa), possono portare a interpretazioni
alternative, con risposte che alla fine risulteranno utili- forse anche di più-
alla causa, anche se deviate rispetto al punto di partenza.
La situazione “cromatica” a cui faccio accenno nello
scambio a seguire è tesa ad evidenziare uno stato d’animo generale, il vero
mood dell’intero album, che ho percepito immediatamente sfogliando il booklet
interno, quindi prima dell’ascolto. La risposta permette di conoscere qualche
interessante risvolto dell’argomento Art-Work, e questo contribuisce a creare
un quadro più completo del mondo di “LA MONCADA”.
Il loro album, “Torino Sommersa”, autoprodotto, è
il primo lavoro in studio, e come ogni atto iniziale è il bilancio di un
percorso di vita, il primo “punto a capo” che permette di fotografare una
situazione personale e renderla pubblica. Non è importante l’esperienza dei
musicisti, magari artisti navigati, ma in un esordio si rovescia generalmente
la parte più istintiva- e magari repressa- che
si attendeva di fare “esplodere”. Da quel momento in poi si può pensare
al futuro.
Da anni non visito Torino, forse 20, forse 30, ricordo
solo che ero molto giovane. E le rimembranze giovanili sono pesanti mattoni che
non cadranno mai più. La Torino che ricordo è quella che ho visto nelle pagine
dell’inserto allegato al CD. Solo bianco e solo nero, colori che in realtà
appartenevano a qualsiasi luogo, e che dipingevano stati d’animo angosciosi.
Basta guadarsi attorno e valutare le “situazioni attuali” per capire che ogni
assioma tendente ad unire i malesseri dell’uomo ai meri colori è del tutto
errato.
Ma, chissà perché, ho inserito il CD nel lettore e già
avevo le idee chiare.
Sette tracce di… rock cantautorale. Cosa significa?
Riflessioni, messaggi, denuncia sociale e poesia con un
abito che definirei folk/ rock, anche se le etichette e la suddivisione in
generi servono solo per dare indicazioni e informazioni a chi fa opera di
avvicinamento, ma non rendono mai completa giustizia ai veri protagonisti, i
musicisti.
Un album come questo non può prescindere dal pieno
godimento dei testi in lingua italiana (che fatica sarebbe decodificare liriche
piene di metafore e sensi nascosti se ci fosse anche il problema della
comprensione immediata!).
Un album come questo avrebbe altra valenza se non ci
fosse la necessità/genialità di escursioni ritmiche e trame a tratti prog.
E ancora… un album come questo ha il pregio di scuoterti
nell’intimo, farti riflettere e contare le volte in cui hai pensato le stesse
cose ma… non ti venivano fuori e in “Torino Sommersa” le vedi scritte da altri.
Sarebbe facile fare esercizio di “citazione” ed elencare
esempi d’oltreoceano, ma nessuna comparazione potrebbe dare valore aggiunto,
che al contrario si percepisce godendo in ogni sua parte “Torino Sommersa”,
musica, testi e “confezione”.
Nient’altro da commentare, certe cose vanno scoperte in
piena solitudine. Il passo successivo è la condivisione che, sono certo, sarà
azione spontanea e diffusa.
L’INTERVISTA
Partiamo dal nome della band. Spesso è casuale, ma molte volte
ha un significato, magari inconscio, che si lega alla filosofia musicale del
gruppo. Perchè “LA MONCADA”?
La Moncada è il nome
della caserma che venne assaltata il 26 luglio del '53 da Fidel Castro e i suoi
ribelli. Questo episodio diede il via alla rivoluzione cubana e al movimento
stesso (il" Movimento 26 luglio"). Il nome è stato proposto da Frank
e ci è subito piaciuto perché condividiamo i valori che portarono a quegli
eventi .Tra l'altro Fidel ritorna in uno dei pezzi più rappresentativi del
disco(Revolucion).E per concludere La Moncada mi sembra molto meglio di
"Mattia Calvo band", che è il nome con il quale abbiamo iniziato.
Il luogo in cui si vive ha risvolti importanti che incidono
sulle nostre attività, qualunque esse siano. Avreste potuto scrivere “Torino
Sommersa”- e mi riferisco a spirito e contenuti- se vi foste “formati” in altre
parti d’Italia? Ha ancora senso parlare di “scuola genovese, napoletana” and so
on?
In realtà solo tre di noi (io, Gian e Carlo) vivono a Torino e
tutti e tre siamo "torinesi d'adozione", ma la nostra provenienza
rimane la provincia. Personalmente adoro Torino per molti aspetti… penso di averne tratto ispirazione in qualche
modo, e non credo che tornerei mai a fare il percorso inverso. Detto ciò non
credo che La Moncada appartenga alla scena torinese, che a quanto mi risulta
attualmente spicca soprattutto per i suoi cantautori e in generale più che alla
scuola genovese o napoletana o torinese io guardo alla musica che mi piace
senza distinzioni di sorta.
Nel vostro album le liriche sono fondamentali, ma esiste un
equilibrio con la parte musicale (istintivamente si può arrivare invece a
privilegiare un aspetto piuttosto che un altro). In fase di composizione,
esiste per voi una priorità che, almeno inizialmente, vi sbilancia verso uno
dei due aspetti citati?
Generalmente io arrivo in sala prove portando uno spunto del
pezzo chitarra e voce che sottopongo alle orecchie dei ragazzi. Da qui ciascuno
contribuisce con le proprie idee per arrangiarlo nella sua forma definitiva. Il
concetto base con il quale ci siamo mossi fin dall'inizio infatti è quello di
svestire le mie canzoni della tradizionale forma cantautorale.
Cosa significa per voi la parola “sperimentazione”?
La sperimentazione è alla base di tutta la musica passata e
presente che abbiamo sempre ammirato. Bisogna però, dal mio punto di vista,
fare attenzione a non cadere nella tentazione di esagerare per colpire chi
ascolta con delle stranezze fini a se stesse. Quella più che sperimentazione è
onaninsmo intellettuale.
Esistono linee guida musicali, esempi del passato, su cui tutti
vi trovate d’accordo?
Ne esistono moltissime, ma senza il bisogno di guardare al
passato sicuramente siamo tutti accomunati dalla grande ammirazione per i Wilco
e i Radiohead.
Cosa è più gratificante per voi, il lavoro in studio o le performance live?
Sono due momenti molto diversi tra di loro, ma in entrambi i
casi si vivono emozioni molto forti. In studio si può dare sfogo alla parte
creativa ed è veramente indescrivibile la gioia che si prova a vedere
"nascere" un pezzo. D'altra parte sul palco ci si sfoga a tutto tondo
e poi non bisogna nascondere che se si fa musica, in qualche modo è per
arrivare alla gente, e ricevere un applauso o un consenso è sicuramente
gratificante.
C’è mai stato un momento in cui avete pensato che i vostri
sforzi dovevano essere indirizzati verso
qualcosa di più easy, rinunciando magari all’estrema qualità e all’impegno a favore di una
visibilità più facile?
Assolutamente no, anche perché non ne saremmo in grado. Quando
abbiamo iniziato a suonare insieme non ci siamo mai posti altri obiettivi se
non quello di arrivare ad un risultato che in primo luogo ci rappresentasse e
ci gratificasse, senza l'ossessione di essere più o meno mainstream.
Qual è l’essenza di “Torino Sommersa”?
Torino Sommersa è il nostro disco d'esordio, quindi racchiude
canzoni che sono state concepite in momenti differenti. Non credo che ci sia un
filo conduttore particolare che le leghi una all'altra se non l'urgenza che ha
mosso la loro composizione. Alcune di queste nascono da esperienze personali e
altre da riflessioni più generali, compagne di un unico giro dove le istantanee
del mio immaginario si trasformano in parole alle quali la musica della band da
voce.
L’art work in bianco e
nero del vostro album colpisce e… da suggerimenti all’acquirente. Nella vostra
musica c’è spazio per altre situazioni cromatiche?
Per l'art work ci siamo affidati alle cure di Elisa Quaglia,
fotografa torinese dotata di una grande sensibilità artistica che, conoscendo
molto bene la nostra musica, ha saputo cogliere lo spirito
"desaturato" di questo disco. Nei prossimi lavori non escludiamo di
esplorare altre giustapposizioni cromatiche. Visto che parliamo di art work
dobbiamo ringraziare anche Edoardo
Vogrig e Jon Lacaronia per l'ottimo lavoro di impostazione e rifinitura.
Provate a sognare e ad
immaginare il vostro futuro da qui al 2015… cosa vorreste che accadesse?
Dato il gran numero di musicisti che a vario titolo hanno fatto
parte di questo gruppo sarebbe già più che sufficiente se nel 2015 fossimo
ancora tutti e cinque insieme appassionatamente.
Note
LA MONCADA è il progetto 5 musicisti cuneesi in cui
Mattia Calvo, cantautore fossanese, presenta i suoi pezzi contaminati da nuove
influenze musicali portate dai musicisti che lo accompagnano, tutti provenienti
da differenti esperienze.
Infatti LA MONCADA possiede membri di Mr. Steady Dudes, Treehorn e Fuh. Realtà
contrapposte che si miscelano in un percorso di ricerca musicale che va a
scavare negli ambienti folk-rock di Chicago, nell’indie di Boston e nel
post-rock di Louisville, passando da Wilco a Califone, da Karate a Slint.
Freddi venti d’oltreoceano che vengono a condensarsi con l’aria calda e
tradizionale del cantautorato italiano, dal sapore dei campi di grano secchi
sotto il sole li brucia, del bar di provincia dove regnano vecchi e ubriaconi,
delle otto ore di fabbrica e domenica al mare.
Il risultato è un temporale di atmosfere instabili e avvolgenti, correnti
ascensionali inarrestabili e turbolenze d’umore, città sommerse.
Members:
Mattia :
voce, chitarra acustica.
Audrey : chitarra elettrica, elettronica
Johnny : chitarra elettrica.
Juda : basso.
Frank: batteria.
lunedì 28 novembre 2011
Blue Dawn
Blue Dawn è il nome di un “quartetto rock” che, dopo un
primo CD promo, ha esordito con l’ album
omonimo.
Il termine “esordio” in
realtà poco si addice a chi calca le scene da diverso tempo, ma è calzante se
si pensa alla novità del progetto.
Nell’intervista a seguire
e nella piccola bio successiva, è possibile delineare un quadro completo della band e della sua
filosofia musicale.
E’ rock duro quello che i
B.D. propongono, con un tono dark
che permea l’intero album.
I dieci episodi vedono in
evidenza i riff di chitarra tipici di un certo modello hard, ma il sottofondo è
costellato da atmosfere sognanti, eteree, a volte inquietanti.
La bellissima voce di Monica Santo (non tutte le belle voci
sono adatte ad un determinato tipo di musica) aiuta nella costruzione di un particolare
mood che nasce con il primo brano, Crossing
the Acheron, e termina solo con
la conclusiva A Strange Night.
Ma è impossibile separare
ciò che si ascolta-musica e testi- da ciò che si vede.
La prima cosa con cui
normalmente si viene in contatto, in fase di nuovo avvicinamento, è
ovviamente la “forma”, il contenitore, il CD pieno di notizie.
Il booklet di “Blue Dawn”
è l’anticipazione del contenuto, una serie di fantastiche immagini in bianco e
nero-tranne il blu scuro di Shattered Illusions- che sono in stretto contatto
con il messaggio e sono il preludio di ciò che di li a poco arriverà assieme
alla musica.
Testi -in lingua inglese-
introspettivi, carichi di significati esistenziali, realisti e poetici al
contempo.
Per realizzare il sound
voluto, i quattro musicisti si sono avvalsi della collaborazione in studio di
alcuni ospiti che hanno dato un importante contributo a livello di tastiere,
sintetizzatori e sax, ma l’impronta metal rock è un marchio indelebile dei B.D. che riporta ai modelli conosciuti
degli anni ’70, ma con un’attenzione ai dettagli che un tempo era improponibile.
Forse la vera evoluzione
di quella musica, rock, prog, o qualsiasi altra, sta proprio in un nuovo
bisogno che musicista e ascoltatore dimostrano di avere, la necessità di
rendere completa ed espressivamente variegata la proposta, un contenitore dove
un accattivante svisata di chitarra o un virtuosismo ritmico fine a se stesso
non sono più comprensibili, se non costituiscono una parte di una struttura
organizzata. E poi dal vivo tutto è concesso!
Ma questo i Blue Dawn lo sanno bene…
Un album da non perdere,
se si ama l’energia… controllata.
L’INTERVISTA
Risponde Enrico Lanciaprima
Chiedo spesso ai nuovi gruppi se esistono
motivazioni particolari che hanno condotto alla scelta del nome, convinto che,
seppur a livello inconscio, un link possa esistere. Perché Blue Dawn?
L' alba è un simbolo di
(ri)nascita, adatto ad un progetto completamente nuovo per noi che comunque non
siamo musicisti di primo pelo, in più ha un sapore esoterico, il che su di noi
esercita un certo fascino.
Ciò che proponete ha solide radici che partono da
periodi molto lontani. Su che tipo di formazione personale potete contare… che
cosa vi ha realmente influenzato in campo musicale?
Per quanto mi riguarda, sicuramente
l' hard rock degli anni 70, Black Sabbath e Led Zeppelin su tutti, ma anche
gruppi sperimentali come King Crimson, Magma, Roxy Music, fino a bands più
moderne come Celtic Frost, Voivod, Tool; per gli altri componenti, sono stati
importanti anche Deep Purple, Rainbow, My Dying Bride, Jeff Buckley.
La vostra musica mi pare particolarmente adatta
alla performance live. Che tipo di interazione riuscite a stabilire con
l’audience nel corso dei vostri concerti?
Il pubblico risponde con
entusiasmo, soprattutto sui brani più energici, ma dimostra attenzione anche in
quelli più da “ascolto”, diciamo, dove le strutture sono più complesse e
dilatate, ci danno anche input, commentando con noi i brani a fine concerto.
Se è vero che Monica Santo è la lead vocalist, si
può comunque notare una certa suddivisione delle parti, con raddoppi e scambi
vocali. Questo gioco di squadra è qualcosa di studiato a tavolino, in funzione
del vostro progetto e delle vostre caratteristiche personali o è il frutto di
ciò che è nato spontaneamente nel corso delle prove?
Un po' d' entrambe le cose...
conoscendo le caratteristiche vocali molto diverse che abbiamo io e Monica,
sapevamo che alternandole avremmo potuto ottenere risultati interessanti, poi
in sala proviamo ad improvvisare e vediamo cosa può funzionare oppure no;
continueremo a sperimentare anche in futuro, e nel secondo disco ci sarà anche
un duetto con un cantante ospite di un certo rilievo, ma non posso ancora
svelare il nome.
Pur conoscendola maggior adattabilità della
lingua inglese alla musica rock, è imperativo chiedervi: ” Perché testi in lingua inglese?
Come dici tu l' inglese è molto più
adatto dell' italiano alla musica rock, perché ha parole brevi e dal suono duro
e a noi piace il risultato, pensiamo che funzioni così, ciò non toglie che si
possa provare anche un brano in italiano, in futuro.
Ho notato una particolare cura dell’art work, con
precisa scelta di immagini e colori. Quanto realmente conta per voi tutto ciò
che non è musica ma fa parte di essa?
Ha la sua importanza, l' artwork e
l' immagine della band servono ad indentificarci e, quindi, a promuoverci nella
maniera giusta, è un aspetto fondamentale per un artista, soprattutto in quest'
epoca.
Come è avvenuto l’incontro con la BWR e che cosa
vi ha portato di concreto?
Conosco Massimo Gasperini da circa 25 anni, avevo già lavorato
con BWR negli anni 90 con la band che avevo allora, quindi è stato naturale
entrare in contatto con loro per questo nuovo progetto. BWR ci sta promuovendo
e distribuendo e, grazie alla loro grande professionalità, ci stanno facendo
conoscere al mondo musicale attuale.
Torno un attimo ai testi. I vostri mi sembrano
molto intimistici, legati ad aspetti interiori. Quanto è importante per voi il
messaggio contenuto in una lirica?
I testi sono importanti, perché
aiutano a comprendere ed assimilare ciò che la musica sta trasmettendo, sono
introspettivi, ma contengono anche metafore riferite al mondo esterno.
Che idea avete dell’attuale businnes musicale e
cosa pensate delle potenzialità di internet in relazione alla possibilità di…
vivere di sola musica?
L' industria musicale per come la
conosciamo, sta morendo, si trasformerà, esattamente come è difficile dirlo,
probabilmente si comprerà e venderà tutto online; vivere di sola musica sarà
sempre più difficile, a parte per i grandi colossi, ma penso che il segreto sia
diversificare le proprie attività, i propri progetti, essere versatili e darsi
molto da fare, promuoversi in ogni modo. In questo la rete ti dà molte
possibilità, anche gratis, bisogna saperla usare.
Provate a esprime un desiderio musicale, lungo da
qui al 2015.
Vorremmo incidere altri 2 album e
andare in tournee in Italia ed in Europa.
BIOGRAFIA
BLUEDAWN nascono
nel corso del 2009 da un'intuizione di Enrico
(basso) e Andrea (batteria). A loro
si aggiungono nel corso del 2009 Monica alla
voce e Paolo alla chitarra. Quattro
personalità diverse, con gusti musicali diversi cercano di fondare un percorso
musicale organico che parta dalle radici dell'hard-rock anni 70 fino ad
arrivare a sonorità moderne. Dopo un breve periodo di rodaggio, i BLUDAWN
decidono di raccogliere in un album le canzoni che hanno composto. L'album
registrato ai nadir-studios cattura l'attenzione dell'etichetta BLACKWIDOW RECORDS che si offre di distribuirlo…
Distribuzione: Black Widow Records
Track List:
CROSSING THE ACHERON
THE HELL I AM
INNER WOUNDS
HYPNOTIZED BY FIRE
SHATTERED ILLUSIONS
IN MY ROOM
A STRANGE NIGHT
DEAD ZONE
THAT PAIN
DECONSTRUCTING PEOPLE
BLUE DAWN is:
Monica
Santo - vocals
Paolo Cruschelli - guitars
Enrico Lanciaprima - bass and vocals
Andrea
Di Martino - drums
special guests:
James M. Jason - keyboards on Crossing the acheron,
Shattered illusions and In my room, sinthesizers on A strange night
Tommy Talamanca - keyboards on Inner wounds, Dead zone
and Deconstructing people
Roberto Nunzio Trabona - saxophone on Deconstructing
people
Laca
- accordion on Deconstructing people
domenica 27 novembre 2011
Garybaldi e Wicked Minds al Teatro Verdi
A poco più
di un mese di distanza, il Teatro Verdi
di Sestri Ponente(Ge) è nuovamente testimone di un evento musicale dallo
stampo prog, che riporta alle radici profonde del rock cittadino, dopo che il
15 ottobre Paoli Siani e i suoi Friends
–con Marco Zoccheddu presente in
entrambe le occasioni-aveva riportato indietro le lancette del tempo,
proponendo però visioni per il futuro.
Tra i due
spettacoli, Genova è stata protagonista negativa di episodi drammatici che non
hanno bisogno di evidenziazione. Incancellabili le immagini dell’alluvione, ma
occorre guardare avanti e magari utilizzare la musica per dare un po’ di
sollievo, possibilmente anche materiale, a chi ne ha estremo bisogno. Qualcosa
accadrà in questo senso e da queste pagine verrà dato il massimo rilievo
possibile.
Il menù
della serata, organizzato dalla Black
Widow Records, prevedeva due band e alcuni ospiti: Garybaldi, Wicked Minds e … amici.
Aprono i Wicked
Minds, da poco in distribuzione con il nuovo album, tributo al prog italiano.
Propongono
alcuni brani vecchi e nuovi, con la presenza della “new vocalist” Monica Sardella, davvero convincente.
Prog rock
solido, per una formazione di larga esperienza che nell’occasione dimostra
anche di sapersi divertire (la musica dovrebbe sempre portare a questo stato,
ma non è fatto scontato).
Gli ospiti
dovevano essere due, ma Martin Grice
dei Delirium è risultato assente…
giustificato, impegnato in RAI per una trasmissione in diretta.
Era invece
presente Stefano “Lupo” Galifi, ex Museo Rosembach e ora ne Il Tempio delle Clessidre.
Bell’ intermezzo
fruibile al seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=2x__5P1Rz1Y
Un’ora di
musica e un ‘occasione per ripercorrere sentieri indelebili:
Pochi minuti
di intervallo e si ritorna sul palco con un trio Hendrixiano, formato da due Gleemen/ Garybaldi , Maurizio Cassinelli alla batteria e Angelo Traverso al basso, e Marco
Zoccheddu che dopo un inizio anch’esso nei Gleemen percorse altre strade
note.
Ma “Garybaldi”
significa soprattutto Bambi Fossati, ,
da un po’ di tempo lontano dalle scene,
e il mix targato “Jimi Hendrix” è tutto in suo onore:
A seguire
gli attuali Garybaldi che “raccontano” la loro storia con brani estratti da “NUDA”
e “Astrolabio”.
Cinque
musicisti in continua rotazione di ruoli e strumenti e tanta voglia di
ritrovare il sound di un tempo. I meccanismi sono ancora da oliare e qualche
indecisione, alla voce ad esempio, appare evidente, ma in fase live è il sound
generale che deve uscire e Garybaldi sembra formazione capace di essere ancora un punto di
riferimento nel proprio genere. E il proseguimento dell’attività non potrà che
migliorare le cose.
Nell’ultima
parte rientra “Zoc” e si inserisce nel gruppo, presentando il suo brano targato
“Nuova Idea”, “La mia scelta”.
Un’altra serata
di musica all’insegna del rock proposto dalla BWR, e un’altra serata in cui si
può obiettivamente dire che la risposta di pubblico non è stata adeguata all’evento:
Wicked Minds, i Garybaldi, Marco
Zoccheddu, Lupo Galifi , il Teatro Verdi e… Bambi Fossati, avrebbero meritato
il sold out.
sabato 26 novembre 2011
Ricordando Freddie Mercury a 20 anni dalla morte...

La mia amica Scilla
Prog, mi ha ricordato con un suo articolo che un paio di giorni fa, il 24
novembre, ricorreva l’anniversario della morte di Freddy Mercury. Sono già passati 20 anni e mi sembra ieri
quando, nel corso di un volo Madrid-Milano, leggevo la drammatica notizia.
Utilizzo un vecchio post per ripercorrere la strada di
Freddy.
Freddie Mercury (Stone Town, Zanzibar, Tanzania, 5 settembre 1946 - Londra, Inghilterra, 24 novembre 1991), pseudonimo di Farrokh Bulsara, è stato uno dei più grandi cantanti rock di tutti i tempi.
Britannico
di origine indiana, raggiunse una fama internazionale incredibile come leader
del celebre e ormai mitico gruppo britannico Queen.
Figlio
di Jer e Bomi Bulsara, il padre era un funzionario inglese di origine Parsi
(una comunità di antica stirpe persiana residente in alcune zone dell’India e
praticante un derivato dell’antica religione Zoroastriana).
Freddie, nato a Stone Town, Zanzibar, si ritrovò a
svolgere gli studi a Panchagani (Bombay), presso la Saint Peter’s Boarding
School.
Ottimo studente dotato di un notevole talento
artistico (era un ottimo disegnatore), Freddie eccelse anche nello sport: fu
infatti un abile velocista e un discreto pugile, raggiungendo buoni risultati
anche in altre discipline sportive come l’hockey su ghiaccio, il cricket e il
tennis da tavolo. Questo comunque non gli impedì di farsi notare per la
passione musicale che già nutriva; infatti dopo che il preside ne parlò con i
genitori, Freddie prese parte alla classe di musica, entrando nel coro della
scuola e imparando a suonare il pianoforte.
Fu nella scuola che frequentava che, nel 1958,
nacquero gli Hectics, dei quali Freddie era il pianista.
Nel 1962, finalmente il futuro capo carismatico dei
Queen termina gli studi e riabbraccia la famiglia a Zanzibar.
Soltanto due anni più tardi dovranno abbandonare
l’isola, a causa dell’instabilità politica per trasferirsi in Inghilterra.
L’Inghilterra poteva soddisfare la sua passione per
l’arte, così mentre occupava le vacanze con dei lavoretti all’aeroporto di
Londra Heathrow, concentrava la sua attenzione sulla pittura e sul design.
Nel 1966 si iscrive alla scuola d’arte di Ealing e i
suoi studi in illustrazione, grafica e design sono accompagnati dalla passione
per Jimi Hendrix e per il suo idolo: John Lennon.
Il suo gruppo preferito sono The Jacksons.
Suo compagno di scuola in quel periodo fu Tim
Staffell, bassista e cantante degli Smile, completati da Roger Taylor alla
batteria e Brian May alla chitarra. Conobbe anche Cris Smith con il quale
incominciò a scrivere canzoni.
Terminò gli studi accademici nel giugno del 1969.
Nello stesso anno si unirà agli Ibex di Liverpool,
mentre lavora presso alcuni periodici di Kensington; gli Ibex cambieranno nome
in Wreckage, ma si scioglieranno con l’arrivo degli anni settanta, che vedranno
Freddie raccogliere un annuncio dei Sour Milk Sea che cercavano il cantante.
In sala prove restano impressionati dalla voce di
Freddie Bulsara, e partono per Oxford dove ci sono alcuni concerti ad
attenderli. Dopo questa esperienza deciderà di seguire la band dell’amico Tim
Staffell, dando alcuni consigli su come fare i concerti; dopo non molto Tim
Staffell accetterà un’ottima proposta in un altro gruppo lasciando così gli
Smile.
Freddie - che condivideva una bancarella di abiti
usati con Roger Taylor - accoglie l’invito dell’amico e sostituisce Tim
Staffell negli Smile, ai quali cambierà nome in Queen; cambierà anche il suo in
Freddie Mercury, in onore di Mercurio, il messaggero degli dei.
Durante questo periodo conosce e si innamora di Mary
Austin (con la quale convivrà per sei anni).

Nel 1971, Freddie opta per John Deacon come bassista;
la scelta si rivelerà favorevole per il successo del gruppo.
Sul palco, Mercury si esibiva con gestualità teatrale
incantando il pubblico, trascinato da un personaggio tanto carismatico.
La sua carriera musicale lo vede al centro
dell’attenzione di tutto e tutti, media compresi. Sebbene sul palco Freddie si
mostrasse come una persona spregiudicata e energica, lontano dalla luci dei
riflettori era una persona timida e riservata.
Nel 1980, un’altra importante svolta nella sua
carriera musicale e nella sua vita privata. Freddie, probabilmente conscio di
non essere totalmente eterosessuale, trasforma il suo rapporto di amore e
passione con Mary Austin in un rapporto di amore fraterno.
Si mostrerà al pubblico con un look vistosamente
differente, capelli corti e baffi secondo il look detto “clone”, come a segnare
una rottura con il passato.
Il 1981, sarà un anno di transizione, la vita pazza e
sregolata di Monaco mette a dura prova la sua persona e alcune sue amicizie.
Il 29 aprile 1985 esce il primo album solista di
Freddie, Mr. Bad Guy (titolo in riferimento a se stesso).
L’opera lasciò dubbiosa la stampa, anche per il fatto
che si trattava di un mix di elementi musicali eterogenei.
Il disco si ricorda per canzoni comunque belle e
importanti quali Made in Heaven (che ritroveremo nell’omonimo disco del 1995
dei Queen, in versione diversa) e la title-track.
Dopo questa parentesi solistica, tornò a lavorare sul
progetto Queen, vivendo liberamente la propria omosessualità, spesso schernendo
gli intervistatori che gli chiedevano se fosse gay, a volte negando e altre
volte ammiccando e dicendo frasi come “sono gay
come una giunchiglia”; insomma non ammise mai apertamente di essere
omosessuale, ma non fece nulla per smentirlo. Arrivò addirittura a girare un
videoclip in cui lui e tutti i componenti dei Queen apparivano provocatoriamente
travestiti da donne (sebbene la proposta originale fu di Roger Taylor, il
batterista, da un’idea della sua ragazza, cfr. Gunn-Jenkins 1992 “Queen la
biografia ufficiale” pg.188), smentendo però la connotazione omosessuale del
video con questa frase: “Ma il travestimento
del video di “I Want to Break Free” non è affatto una dichiarazione di
appartenenza gay. Se avessi fatto una cosa del genere, la gente si sarebbe
messa a sbadigliare. Mio Dio, guarda Freddie che dice di essere gay perché è
una cosa di moda.”
Tuttavia il Freddie Mercury vero era quello del
palcoscenico, autore di successi musicali che superano tempo e culture
differenti, quello che accolse la sfida di produrre la colonna sonora di
Highlander (oltre che di Flash Gordon di Dino De Laurentiis), e che cantò con
Montserrat Caballé.
Nel 1987, appunto, esce "Barcelona",
famosissimo duetto con la soprano Montserrat Caballé, un disco per molti versi
innovativo che per la prima volta unisce il rock all’opera (strada che verrà
seguita da Luciano Pavarotti e altri in seguito). La title-track diventa inno
ufficiale dei giochi olimpici di Barcellona 1992 .
Freddie aveva ormai abbandonato la sua vita ricca di
eccessi. Difatti non partecipò più a concerti live, dicendo che un uomo di 40
anni non poteva saltare con una calzamaglia indosso, non volendo dichiarare
pubblicamente di avere l’AIDS; alcune testate scandalistiche cominciavano a
sospettare che qualcosa non andasse.
Si fecero sempre più rare le apparizioni pubbliche,
quasi nulle, ed egli visse sempre più nella sua villa a Kensington. Freddie
nascose il terribile segreto della sua malattia anche agli altri membri dei
Queen, per evitare che si potessero preoccupare per lui, impedendogli di
cantare.
Il canto, infatti, era la cosa che più gli dava
sollievo, e così dall’Inghilterra si trasferì in Svizzera a Montreux, dove
acquistò un’appartamento, e dove incise alcune tra le più intense canzoni dei
Queen.
Cantò quasi fino alla fine, fece l’impossibile per i
suoi fan, spesso, facendosi pregare di smettere dagli altri componenti del
gruppo, ma la musica e l’amore della gente erano le cose più importanti per
lui. Memorabile la sua ultima apparizione in pubblico nel video della canzone
“These are the days of our lives” del suo ultimo album Innuendo: Freddie appare
in uno stato a dir poco pietoso: è molto dimagrito, ha le occhiaie, veste
elegante e non porta più i suoi celebri baffi.
Rientrò in Inghilterra pochi mesi prima della fine,
per stare vicino ai suoi cari. Solo 24 ore prima dell’annuncio della sua morte
era stato diffuso un comunicato stampa con l’ammissione di avere l’AIDS.
Il sipario cala alle 18:48 di domenica 24 novembre
1991.
Muore nella sua casa ed il suo corpo, cremato, è
conservato dalla famiglia (un’altra tesi ritiene le ceneri disperse nel lago di
Ginevra, davanti alla “sua” Montreux).
Il suo funerale ebbe luogo in forma privata secondo le
usanze zoroastriane.
Il 20 aprile 1992 a Londra si tiene il Freddie Mercury
Tribute Concert.
Freddie Mercury è ricordato a Montreux con una statua
in bronzo che si affaccia sul lago.
Ogni anno, dal 2003, in settembre, nella cittadina
svizzera ha luogo il Freddie Mercury Memorial Day: centinaia di fan possono
prendere diretto contatto con gli ambienti che furono di Mercury e compagni
durante il lungo soggiorno svizzero, dalla famosissima “Duckhouse” (la casetta
sul lago della copertina di Made In Heaven), ai Mountain Studios dove i Queen
diedero vita a diversi progetti.
Il 16 novembre 1992 esce a quasi un anno dalla sua
morte il The Freddie Mercury Album,
una raccolta delle sue canzoni più famose da singolo, come Living On My Own,
Barcelona e The Great Pretender.
Nel 2000 esce il Freddie Mercury Solo Collection, un
box-set contenente 10 CD (Mr. Bad Guy, Barcelona, The Great Pretender più altri
CD con sessioni di canzoni mai rilasciate ufficialmente) e 2 DVD: The Untold
Story e The Video Collection; il primo è un documentario sulla vita di Freddie;
il secondo è una raccolta dei suoi video.
Il 4 settembre 2006 viene rilasciata la più grande
raccolta mai fatta in sua memoria: Lover of Life, Singer of Songs - The Very
Best of Freddie Mercury Solo, 2 CD e 2 DVD per onorare quello che sarebbe stato
il 60° compleanno dell’indimenticato frontman dei Queen.
venerdì 25 novembre 2011
Al Stewart

Una volta esistevano i juke box che, con i loro brani
estivi, riuscivano a caratterizzare gli eventi di luglio e agosto.
Si mettevano poche lire e tre brani erano
assicurati... ed erano sempre gli stessi, per svariati giorni.
Forse qualcuno li usa ancora, e sono comunque certo
che ritorneranno di moda, quando la nostalgia comune supererà le ferree regole
da un po’ di tempo vigenti.
La musica da fastidio ai bagnanti?
E perché tutti hanno le cuffiette in testa?
Certe canzoni sono legate indissolubilmente ai nostri
amori giovanili, alla ovvia spensieratezza, al divertimento... puro e sano
divertimento.
Ne potrei citare diverse,ma oggi ho rispolverato un brano
dell'estate 76... avevo vent'anni.
Non mi dilungherò nel raccontare i particolari ed i
numerosi ricordi, perché potrei andare avanti tutta la notte.
Posso solo dire che quei tre mesi furono
caratterizzati da un cantante che non conoscevo, Al Stewart, e da una fantastica
canzone ,"The
Year of the Cat".
Non so che fine abbia fatto Al, ma il suo brano più famoso
resiste al passare dei lustri ... e mi riempie di
incancellabile tristezza.
Vediamo qualche nota
biografica.
Nato il 5 settembre 1945 a Greenock, Scozia, Al Stewart
è uno dei più acclamati artisti folk rock e cantautori degli anni 70, la cui
fama è diventata internazionale dopo la hit single "Year of the Cat",
nel 1976, e "Time
Passages", nel 1977, entrambi prodotti da Alan Parsons.
Al Stewart cresce vicino a Bournemouth.
Inizia a suonare la chitarra da adolescente, con
diverse band locali che si esibiscono soprattutto nelle balere .
Nel 1965 si trasferisce a Londra dove propone
soprattutto il repertorio di Bob Dylan.
Al Stewart diventa un personaggio molto popolare nella
scena di Soho alla fine degli anni 60, rendendo poi omaggio a quell'ambiente,
scrivendo canzoni su diversi suoi amici, divenuti tali in quei giorni ed in
quei luoghi.
Al Stewart è anche l’artista folk rock che si è
esibito più volte al Marquee Club, con 30
spettacoli.
E' durante il suo primo periodo che escono gli album
"Love Chronicles"
(1969), "She Flies Zero"
(1970) e "Orange"
(1972).
Al si trasferisce negli Stati Uniti nel 1976, dove
realizza il suo brano più classico, "The Year of the Cat", con Alan
Parsons.
Stewart ha pubblicato più di 20 album negli ultimi 30
anni e vive ancora in California.
giovedì 24 novembre 2011
Sandro Oliva
Uno dei grossi meriti di facebook
è il dare la possibilità di fare incontri in altro modo impensabili. E’ definito
social network, ma io non voglio socializzare con chiunque, non ho interesse a
interagire con qualsiasi faccia mi si presenti davanti; basta però a volte un commento relativo ad un filmato
postato che si intuisce immediatamente che esiste qualcosa di importante in comune,
anche tra sconosciuti, e … si diventa immediatamente intraprendenti, senza avere il minimo pudore nel rubare un frammento di vita di cui un minuto prima non si sapeva
assolutamente niente.
E’ accaduto così con Sandro Oliva…
un commento e via, verso la scoperta di un personaggio notevole, la cui storia
va evidenziata, perché non è il mero racconto di una vita musicale, ma anche
quello di una progressione temporale costellata di avvenimenti sociali,
culturali e musicali.
Ecco la testimonianza del contatto:
…la mia band si chiamava
"FUNGO!(Insieme Musicale Abnorme)", e aveva una discreta popolarità
nella Capitale (1973/79). Da lì sono usciti molti musicisti, uno per tutti il
sassofonista jazz Sandro Satta. Il mio batterista Piero Avallone invece entrò
nel Canzoniere del Lazio (sostituito in seguito da Marcello Vento quando Piero
si diede al Teatro), e l'altro drummer Luciano "Watson" Nevi
collaborò a lungo con Carlo SIliotto. Sempre quando partii per il militare
(1974) attorno alla mia sezione fiati si formò la FOLK MAGIC BAND del compianto
Corrado Onofri (provavano a casa del mio trombonista). Infine diversi ex della
band sono diventati docenti di conservatorio o professori d'orchestra. Il
pianista Federico Capranica è arrangiatore in RAI è ha diretto in parecchie
edizioni di Sanremo. In quanto a me, a Roma ancora adesso mi fermano per strada
o mi scrivono ricordando quella band. Peccato solo che i discografici non
furono all'altezza, quasi sempre terrorizzati dalla novità della proposta
musicale e dal linguaggio usato nei testi. Salvo poi spingerne anni dopo la
versione goliardica e depotenziata in Elio E Le Storie Tese!
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Non ho registrazioni decenti
dell'epoca, persi tutto il mio archivio sino all'80 in un disastro magnetico
(ho cassette smagnetizzate e copie nastro troppo fruscianti). C'è una foto del
1974 (Festival di Avanguardia e Nuove Tendenze, Roma - 20.000 spettatori) sul
mio sito http://www.sandroliva.com/Bands/Fungo74VBsmll.JPG, ma è piccola e confusa
(avevo anche l'audio, ma è inutilizzabile!).
Però ho una perfetta replica di
quello che facevamo all'epoca, riregistrato anni dopo. C'è il video su youTube
del pezzo (rifatto) con cui iniziammo il breve intervento di quel Festival
http://www.youtube.com/watch?v=Vr8LMtO0Hj8
Ti assicuro che era ESATTAMENTE così!
http://www.youtube.com/watch?v=Vr8LMtO0Hj8
Ti assicuro che era ESATTAMENTE così!
Mi pare di capire che “Fungo”, negli anni ’70, non ebbe uno sviluppo
discografico importante per… la novità della vostra proposta, giudicata
probabilmente poco”spendibile”. Che ricordi hai di quei giorni di fermenti
musicali, in realazione alla tua band e a tutto ciò che vi circondava?
Ricordo bene che Il Fermento si fermò nel 1974 con la
prima crisi petrolifera, quindi dopo un solo anno di attività della band. In Agosto partii per il militare, per cui al
mio ritorno mi fu ben evidente la differenza tra il “prima” e il “dopo”.
Nel 1975 trovai un vero cambio di epoca, più che la musica contava ora sfoggiare il testo “impegnato”, secondo canoni abbastanza poco flessibili. Nel rock, a parte pochi esempi a livello nazionale (Area, Stormy Six), la musica era passata in secondo piano. Anche nel jazz iniziò allora un riflusso, poi culminato nel neotradizionalismo degli anni ’80. Anche per questi motivi non avemmo riscontri discografici (nonostante il contratto con la IT ed altre richieste): brani strumentali con lunghi assoli e ritmi sempre diversi, testi bizzarri (ma non goliardico-popolari come un celebrato cantautore lanciato dalla nostra stessa etichetta) e soprattutto nessuna possibilità di essere incasellati in una formula. Non sapevano proprio COSA fossimo, e quindi come venderci, nonostante l’evidente crescita del seguito locale. Inoltre per motivi anagrafici siamo arrivati circa due anni troppo tardi, quando era stata fatta già la scelta imprenditoriale di puntare sui cantautori. E infine e soprattutto, vivevamo a Roma (a Milano c’era ancora una scena più vivace, ma non lo sapevamo).
Nel 1975 trovai un vero cambio di epoca, più che la musica contava ora sfoggiare il testo “impegnato”, secondo canoni abbastanza poco flessibili. Nel rock, a parte pochi esempi a livello nazionale (Area, Stormy Six), la musica era passata in secondo piano. Anche nel jazz iniziò allora un riflusso, poi culminato nel neotradizionalismo degli anni ’80. Anche per questi motivi non avemmo riscontri discografici (nonostante il contratto con la IT ed altre richieste): brani strumentali con lunghi assoli e ritmi sempre diversi, testi bizzarri (ma non goliardico-popolari come un celebrato cantautore lanciato dalla nostra stessa etichetta) e soprattutto nessuna possibilità di essere incasellati in una formula. Non sapevano proprio COSA fossimo, e quindi come venderci, nonostante l’evidente crescita del seguito locale. Inoltre per motivi anagrafici siamo arrivati circa due anni troppo tardi, quando era stata fatta già la scelta imprenditoriale di puntare sui cantautori. E infine e soprattutto, vivevamo a Roma (a Milano c’era ancora una scena più vivace, ma non lo sapevamo).
La tua “carriera” ha avuto successivamente sviluppi decisamente
importanti. Mi racconti cosa ti è accaduto negli anni 90, dal punto di vista
professionale?
Semplicemente ho conosciuto Jimmy Carl Black dei Mothers
e sono entrato nei GRANDMOTHERS, con cui ho girato il mondo per diversi anni (suonando
anche diverso materiale mio). Ho partecipato a sette tour europei e uno negli
USA di 3 mesi, in cui abbiamo coperto TUTTO il territorio (Alaska e Hawai
escluse). Ho anche coprodotto con Don
Preston il CD “Who Could Imagine” e prodotto da solo il live “Eating The Astoria”,
tratto dal concerto del 1998 all’Astoria di Londra (ma ho ancora altro
materiale inedito di quel tour, e mi piacerebbe trarne un doppio). Nel frattempo era anche uscito in Germania il mio “WHO THE FUCK IS SANDRO OLIVA?!?”. Negli
USA la distributrice americana lo rifiutò per via del titolo e dei testi
alquanto espliciti: avevano paura di perdere il pubblico delle band di Cristian
Rock che avevano in catalogo!! Era inoltre
in programma il successivo (HEAVY LIGHTNING) che sarebbe dovuto uscire in
occasione del tour dei Grandmothers 2001 (poi spostato al 2002). La chiusura
dell’etichetta prima e l’annullamento definitivo del tour (con conseguente
scioglimento della band) portarono all’annullamento del progetto. Nel 2005 ho stampato il CD in edizione
privata, vendendolo on line o ai concerti.
Hai qualche rammarico per un treno che non hai voluto prendere per
eccesso di cautela?
A fine anni ’70 ricevetti una proposta di produzione da
parte di Franco Mamone (manager PFM) e Franz Di Cioccio. Il progetto era molto
ambizioso ed articolato, però riguardava me solo, per ricostruire un gruppo con
altri musicisti. Franz
voleva, oltre che produrmi, essere membro aggiunto della band, un po’ come Phil
Collins coi BRAND X. Però avrei dovuto
trasferirmi (a spese mie) a Milano. Non
me la sentii ne’ di lasciare i miei compagni di avventure, ne’ Roma. E comunque
eravamo ancora sotto contratto con la IT, che avevamo già capito non avrebbe
mai realizzato il nostro disco, ma che non voleva neanche lasciarci liberi.
Anni dopo ebbi di nuovo una proposta di produzione che coinvolgeva sempre
Franz, ma a causa dell’intromissione di un celebre cantautore (iniziali R.C.) che
intorbidò le acque per poi sparire nel nulla, tutto finì di nuovo con un nulla
di fatto.
Non mi ricordavo di te nel film “Ecce Bombo”, ma ti ho rivisto
volentieri. Come arrivasti a quell’esperienza? Mi pare di capire che “l’umore “
del film era totalmente in tema con la tua musica!
Un regista teatrale amico di Nanni Moretti ascoltò
(1976) una cassetta di miei brani a casa di comuni conoscenti. Moretti cercava
un gruppo “particolare” per quella scena, e su suggerimento dell’amico ci fece
chiamare. Moretti e io siamo praticamente coetanei, per cui è evidente che
eravamo entrambi immersi nella cultura del tempo, con diverse somiglianze ma
anche parecchie divergenze. Io guardavo più a modelli esteri.
Se dovessi condensare in poche righe i tuoi anni passati in tour, cosa
evidenzieresti?
Molta esperienza (musicale e di vita), il definitivo
abbattimento dei miti della mia adolescenza (e quindi un riposizionamento del
mio ruolo come musicista), qualche soldo (subito reinvestito nel mio studio) e
diversi bei momenti live (in particolare quelli in cui abbiamo avuto altri
grossi musicisti come ospiti). Ma,
soprattutto (ahimè) la presa di coscienza della limitatezza del panorama
italiano, musicale e non.
Quale è sta la tua più grande soddisfazione professionale e quale il
momento più doloroso?
Più grande soddisfazione professionale: ogni volta che completo
brani musicali che riescano a superare i miei puntigliosi criteri di selezione.
Momento più doloroso: la morte del mio amico Jimmy Carl Black.
Esiste un filo conduttore che lega l’archetipo “Fungo” a “Elio e le Storie
Tese”?
Sono due cose completamente diverse. Il “FUNGO! (Insieme
Musicale Abnorme)” era un progetto anni ’70 (con basi negli anni ’60) e quasi
esclusivamente musicale (inizialmente molto free-jazz). Gli Elii nascono nei
Cabaret milanese anni ’80, e inizialmente di musica (e di intonazione) ce n’era
proprio pochina. Ma ALLORA mi piacevano
proprio per quello. Inoltre anche agli inizi ho sempre cercato di bandire la
goliardia. Il linguaggio a volte pesante mutuava solo quello corrente
dell’epoca. Oggi il divario nei rispettivi
progetti si è ancora di più accresciuto (anche lì lo SPREAD è del 500 %!!). Loro fanno proprio UN MESTIERE DIVERSO (pur se
con accompagnamento di musica ottimamente arrangiata ed eseguita). Semmai allora (come adesso) sento più
affinità concettuale (pur nella ESTREMA differenza stilistica) con Roberto
“Freak” Antoni degli Skiantos.
Qual è stato l’amore musicale della tua vita, un artista o band a cui
ti sei sempre ispirato?
John Lennon e i Beatles, la voglia di far musica nasce
tutta da lì (periodo 1967/68). Frank
Zappa è arrivato dopo, anche se già lo conoscevo. Ma senza I’M THE WALRUS e REVOLUTION #9 non
avrei nemmeno intravisto l’impervio percorso che ho poi imboccato.
Come collochi Frank Zappa nel panorama dei chitarristi e dei
compositori rock di tutti i tempi? Era davvero un genio o attorno a lui si sono
create favole ad hoc?
Grande autore “rock” ed eccellente chitarrista (come
stile, non come tecnica).Compositore per orchestra a tratti godibile (se piace
il genere), molto spesso DI MANIERA (si sente che aveva cominciato con musica
da film!). Negli ultimi anni aveva finalmente raggiunto una maggiore maturità e
indipendenza stilistica, ma la fine prematura ha impedito di ascoltarne gli sviluppi.
Non credo occuperà un posto preminente
nella storia della Musica Classica. E tutto sommato (una volta scomparsa la
generazione attuale) neanche nel Rock, visto che non fa parte di nessuno dei
filoni più “mainstream” che oramai da 3 decenni formano l’ossatura del genere. Credo verrà ricordato (ma solo nei testi
specializzati) come un bizzarro e isolato esempio di creatività “diversa” della
fine del ‘900, a cavallo tra arte colta e popolare. Ma la sua vera peculiarità era di essere un ENORME
genio del Marketing. Senza questa dote (e una notevole dose di egocentrismo)
non sarebbe andato da nessuna parte. Comunque SI’, nella sua leggenda ci sono
molte storie di fantasia o esagerate. Spesso
alimentate o tollerate da lui stesso per motivi promozionali (è stato molto
abile a creare e accrescere il proprio MITO). Altrettanto spesso dalla stampa che lo
fraintendeva (per ignoranza, ma anche volontariamente perché la dimensione
mitica piace e fa vendere).
Cosa fa oggi e cosa farà da grande Sandro Oliva?
Oggi conduco una vita quotidiana abbastanza normale (per
quanto normale possa essere la vita di un musicista). Alle incombenze
quotidiane e familiari (sono un padre-pendolare) alterno ampi periodi dedicati
alla Musica (ho in mente un nuovo progetto elettronico) e alle attrezzature
tecniche ad essa legate. Purtroppo gli
spazi per le attività artistiche oggi sono praticamente inesistenti, per cui la
dimensione Live è molto ridotta. Da grande credo riposerò in un’urna (ma finora non ne
ho ancora scelta una).
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