

La notte del 27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric Clapton, Robert Cray, Buddy Guy e il fratello Jimmie, Stephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.
Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.
« Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare. »
(Eric Clapton)
Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.
Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicita’ di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.
Dicono di lui:
“È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere.”
Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva.
La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale.Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, Let's Dance. I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, Texas Flood.Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di Texas Flood. Il terzo album, Soul to Soul, vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio Live Alive. L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con In Step, raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica.Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.
Lo stile
Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione.Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel,per i brani dalle atmosfere jazz.
Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990.
Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).
Per chi volesse approfondire ecco il sito ufficiale:
http://www.legacyrecordings.com/Stevie-Ray-Vaughan.aspx
Ascoltiamolo.
Texas Flood

Nell’inverno del 1960, Jack Lyons, il più noto fan degli Who e colui che è considerato il primo mod londinese, entrato definitivamente nel mito per aver ispirato in larga parte il personaggio di Jimmy inQuadrophenia, e familiare ai più col nome di Irish Jack, abbandona Cork e si trasferisce a Londra. E’ un giovane alto, snello e timidissimo, ma si trova subito bene come cittadino della capitale britannica, dove frequenta una scuola nel quartiere di Shepherd’s Bush. Nonostante la pronuncia di Jack somigli più a quella inglese, ormai senza alcuna inflessione irlandese, e il suo look sia naturalmente “cool”, i suoi coetanei “rocker” (quelli vestiti col giubbotto di pelle alla Elvis Presley) non lo sopportano e gliene combinano di tutti i colori. Dopo una zuffa, Jack sanguina. Ciò nonostante, o forse per questo motivo, quella sera si ripulisce e decide, con rabbia, di varcare la soglia di un locale denominato Goldhawk Club. E’ il 1964.
“Tutto quello che volevo”, racconta Irish Jack ripensando al suo primo incontro con gli Who, “era sentirmi ripulito ed entrare in quel locale per vincere la timidezza e sentirmi bene. Lo feci e mi accorsi che tutti osservavano la mia giacca. In effetti era scura e aveva un taglio impeccabile. Non ricordo dove l’avevo comprata, so solo che mi piacque appena la vidi esposta in una vetrina di un piccolo negozio sconosciuto. Sul palcoscenico quella sera si esibiva una band chiamata The Detours (primo nome degli Who). Avevano sì e no la mia età e il cantante si muoveva alla maniera si Cliff Richard. Colui che mi colpì maggiormente fu il chitarrista, Pete Townshend: aveva un’energia incredibile su un corpo affilato e un viso molto triste e sofferto, e allo stesso tempo arrabbiato. Divenni amico dei Detours e fui il loro primo fan. Ricordo con affetto le bevuto con John Entwistle e gli scherzi di Keith Moon.”
In sintesi, gli ingredienti per trasformare un Irish Jack Lyons o un giovane “qualsiasi” in un “mod”consistevano nella disponibilità di guadagnare una somma, anche minima, da poter investire in abiti e in oggetti di grido: da un punto di vista materiale, era riconosciuta l’assoluta importanza di possedere una Lambretta. Il primo modello di Vespa diventa infatti il distintivo più alto di appartenenza al “genere”, così come indossare un parka di colore verde e ambiti impeccabili, almeno di sabato sera o quando ci si trovava a ballare nei locali-culto, ovviamente coi capelli tagliati in modo geometricamente ineccepibile.
A distanza di tempo verrà concepita l’opera rock Quadrophenia, proprio come omaggio al popolo mod e ai tanti Irish Jack dell’epoca.
Gli Who, trasformati in bandiere del “modernism” per “cavalcare l’onda”, non furono dei mod e non perseguirono con convinzione il reale stile di vita modernista, ma Pete Townshend al proposito ha dichiarato: “ Non sono mai stato un mod e non ho mai finto di esserlo, però i mod mi hanno dato quella carica che ha reso possibile suonare, all’inizio, in quel modo. Come ogni esperienza, specialmente se si tratta di una prima esperienza, quegli anni sono entrati a far parte di me e degli Who. Imprescindibilmente. Credo di essermene reso conto nel preciso momento in cui scrissi le prime note di Quadrophenia: molto prima di sapere cosa avrei realizzato, se una rock opera, un album o anche solo un paio di canzoni e nient’altro, sentivo nascere in me il desideri odi scrivere quella musica per il popolo mod. E così è stato”.
Tratto da: “La Storia del Rock”, volume 3
“Asincrono” è il primo album ufficiale di Luigi Mariano, cantautore salentino che può vantare un percorso carico di riconoscimenti incondizionati.
Ho utilizzato come sempre la “formula intervista” per conoscere il pensiero del musicista, e la completezza e l’accuratezza delle risposte non avrebbero bisogno di ulteriore commento, perché il quadro che emerge è davvero esaustivo. Per ulteriori notizie cliccare sul seguente link:
http://luigimariano.splinder.com/
Tredici brani completamente composti da Mariano, tredici situazioni di vita comune trattate con grande sensibilità, mascherate dall’ironia propria di certi personaggi del passato, artisti che probabilmente avevano meno “esigenze musicali”, essendo privilegiata “l’asciutta parola”.
Ma un cantautore, seppur moderno, si porta dietro un obbligo che è quello del messaggio da diffondere. Mariano dichiara di sapersi emozionare anche per musiche senza testo, quelle liriche che però sa creare sin dall’infanzia, come fossero l’esigenza (prematura) di dare sfogo ai disagi che tutti, indistintamente, provano prima o poi. “Asincrono”… parola (titolo di un brano, oltre che dell’album) che svela una situazione conosciuta, ma che non sempre si riesce a tradurre nitidamente. Mi riferisco al “fuori tempo” esistente al nostro interno, quando la carne, lo spirito e la mente non trovano la giusta connessione; ma penso anche a tutto ciò che è più “pubblico”, noi e gli altri, noi e il nostro destino, noi e le miriadi di situazioni che ci capitano nel quotidiano … quanta fatica per trovare l’equilibrio! E quanta delusione quando l’insuccesso non dipende da noi!
Luigi Mariano, attraverso il suo disco, “mi ha raccontato” tutto questo, con la forza del suo mito, Springsteen, con l’ironia del compianto Gaber e con il coraggio di svelare i sentimenti più reconditi.
Ma non è usuale, non è facile, utilizzare “gli altri per raccontare noi stessi”. E’ quanto accade, ad esempio, in “Edoardo”, canzone che, attraverso il dramma degli Agnelli, ci propone il rapporto spigoloso tra Mariano e il padre.
Storie di incomprensioni, del tutto normali; conflitti generazionali e di pensiero. Facile “parlarne con … se stessi”, un impresa raccontarlo al mondo col piglio usato da Mariano.
Un album pieno di episodi, uniti tra loro, ma dal grande significato singolo.
Un album che induce a riflessioni, dolci e amare.
Un album di vita vissuta le cui storie potrebbero provocare un po’ di dolore, ma il grande merito di questo cantastorie moderno è proprio quello di presentare un pensiero profondo confezionandolo col sorriso sulle labbra.
E ora sono molto curioso di sapere cosa può accadere sul palco…
L’INTERVISTA
Dove e come nasce, musicalmente parlando, Luigi Mariano? Che tipo di percorso ti ha condotto ad “Asincrono”?
La prima risposta sarà un po’ lunga per la necessità di raccontare le mie origini.
Nasco in Salento un ambiente familiare (fin troppo) tradizionale e classico-popolare, riguardo agli ascolti musicali. Fino a qualche anno fa la consapevolezza di questo mi pesava, mi dava fastidio, lo ritenevo causa di un eccessivo “allungamento temporale” del mio (infatti lento) crescere e nutrirmi di “cibo musicale” negli anni. Avrei voluto fare meno fatica. In fondo c’è gente che in fasce, o addirittura in grembo materno, assorbe musica grandiosa, dal jazz al blues ai cantautori al rock, o comunque musica dei suoi tempi, quella che poi lo condiziona per il resto della sua vita. Invece mio padre era (ed è) molto anacronistico, nei suoi ascolti. Nel ’68 aveva 30 anni, eppure (per quanto riguarda la musica leggera) non ascoltava altro che (stupide) canzonette d’amore anni ‘30-‘40-’50. Ogni tanto andava in giro a cantare le serenate a pagamento sotto i balconi, accompagnato da qualche amico che sapeva suonare la chitarra. Il rock, il progressive, per non parlare dei grandi cantautori che hanno fatto la storia…. no, non l’hanno mai sfiorato. Amava (e ama) opera e melodramma. Mia madre per fortuna era ed è un po’ più moderna, più sul filone cantautorale, anche se sempre di estrazione decisamente popolare e da radio. Da piccolo ricordo per casa la voce di Battisti, Baglioni, Cocciante, Dalla, i brani dei quali lei canticchiava mentre rassettava. E ha sempre avuto un minimo d’attenzione per il testo.
Il germe che dunque m’ha fatto dar vita al mio percorso personale è più materno e a lei ho dedicato “Asincrono”. Del resto quando ero adolescente fu mia madre (contro il volere di mio padre) a regalarmi una tastiera, su cui appresi i primi accordi e su cui iniziai a suonare le prime canzoni, quelle dei cantautori (Venditti, De Gregori, Bennato, Guccini, Vasco, Zucchero, De André, Vecchioni, Dalla, Bertoli, Zero). Ascoltando poi gli arpeggi di Bruce Springsteen in “Nebraska”, imparai a strimpellare la chitarra acustica e a soffiare dentro un’armonica. Entrai subito a 18 anni, come tastierista-cantante, in un gruppo del mio paese in Salento, gli “Heaven’s Door”, chiamati altresì “Proxima”: ci divertivamo con le cover italiane e straniere, restando sul filone comunque popolare. Ma già iniziavo a scrivere le mie cose e a cercare la mia strada intima, in modo molto forte. A 19 anni, col trasferimento dal Salento a Roma, le mie canzoni presero sempre più forma, cominciarono ad accumularsi a decine e decine. Erano un misto: alcune molto intimiste, poi sono arrivate quelle più polemiche e d’impegno civile. Infine quelle ironiche e autoironiche. Per anni le ho registrate di notte, fino all’alba, in provini molto articolati e anche arrangiati, anche se annaspanti nei suoni orrendi di una GEM ws2. C’era una passione infinita e certosina, al di là della qualità audio molto scarsa dei provini.
Ho prima timidamente portato in qualche locale romano le mie canzoni e poi, dal 2006-2007, ormai consapevole di sapere bene quello che volevo e quali fossero i brani più efficaci anche dal vivo, ho seriamente iniziato a progettare nei dettagli sia il mio percorso artistico (come muovermi, come farmi conoscere, dove suonare) sia soprattutto il mio primo disco autoprodotto “Asincrono”, scegliendo 13 canzoni che mi rappresentassero a 360 gradi (tra oltre 70 papabili) e registrandole nel 2010 nello studio di Alberto Lombardi ad Albano Laziale. Il riscontro di critica e di pubblico avuto col primo disco è stato a dir poco sensazionale ed entusiastico, molto al di là di ogni più rosea aspettativa. Non me l’aspettavo. Beh, se penso a tutta la strada fatta da solo, sono onestamente orgoglioso di me.
Il concetto di base che esprimi attraverso “Asincrono”, credo sia l’impossibilità di cogliere le occasioni nel momento in cui capitano, arrivando sempre un attimo prima o un attimo dopo all’appuntamento che potrebbe risultare decisivo . Nel tuo caso, è l’esperienza personale che ti spinge a dipingere un simile “affresco di vita” o è l’osservazione di ciò che ti circonda che è condizionante?
Entrambe le cose, in maniera molto forte. Con “Asincrono” volevo rappresentare il disagio, un tema per la verità piuttosto comune agli artisti e a tutte le persone sensibili (non solo a me). In particolare mi riferisco al disagio di sentirsi fuori posto e fuori tempo, sia rispetto al mondo esterno-circostante (l’andazzo odierno della musica e della cultura, le persone, la politica, il proprio partner, un genitore e via andando) e sia rispetto a sé stessi, a ciò che da un lato siamo diventati e dall’altro non riusciamo a cambiare di noi: una scissione che crea uno sfasamento intimo davvero spiazzante e dilaniante. Io per esempio vivo quest’asincronia in particolare nelle differenze di velocità tra mente e corpo. La mente va a mille, è un vero vulcano anche di energia, ma il corpo non riesce a riprodurre e a reggere assolutamente i ritmi della mia mente, è un vero pachiderma, una tartaruga, lo trascino a forza, lui è recalcitrante, fa l’offeso, a volte mi tradisce, altre si ammala per un nonnulla rischiando di farmi fare figuracce sul palco, reclama troppo sonno rispetto a ciò che io posso dargli. Un freno, un vero disastro. Ma imparerò a gestirlo. Sento di avere il motore di una Ferrari montato su una Fiat 500.
Mi ha colpito la tua osservazione del fragile rapporto tra Edoardo Agnelli e il padre, uomini “geograficamente lontani da te”. Che cosa ti ha indotto ad affrontare quella relazione così spinosa?
Torino è lontana da Roma e a maggior ragione dal mio Salento (anche se finalmente suonerò all’ombra della Mole il prossimo 12 novembre, al “Folk Club”), ma la geografia è sempre quella dell’anima, mai dell’atlante. Certe cose arrivano chiare e nitide, anche da lontano.
I pesi emotivi, l’incomunicabilità: io li conosco molto bene. Il linguaggio delle ferite, del non detto, o dei pesi da sostenere spesso è universale, non ha barriere né d’età, né di tempo, né di geografia, né di status sociale. Questa è una risposta indiretta anche a coloro (non come te, che invece hai curiosità e apertura) che si sono stupiti in negativo della mia scelta di parlare di un Agnelli e in particolare di Edoardo, un uomo che qualcuno ha anche definito “pessimo soggetto”.
A me è parso naturale parlarne: i pessimi soggetti hanno ispirato generazioni di artisti di ogni livello. Io amo scavare dietro le loro paure e malesseri, stanare il nocciolo profondo del loro dolore. Mi serve per capire anche parti di me. E’ poi fin troppo evidente che, attraverso la voce di Edoardo, io volessi parlare a mio padre.
Ho letto del tuo amore per Springsteen. Cosa ti ha dato, in termini di insegnamento espressivo, la conoscenza musicale del Boss?
Bruce è un mio punto di riferimento assoluto, più di quello che si immagina, perché non c’entra solo la musica. Per capire di che genere di uomo si parli e quanto possa trasmettere come valori e come persona a chiunque, basti leggere “Real World” di Ermanno Labianca: forse si resterà stupefatti. Altro che bicipiti e bandane anni ‘80.
L’insegnamento costante che ricevo da un simile artista, che è stato compagno costante e involontario di tutto il mio ventennale percorso artistico, è variegato e multiforme.
Innanzitutto Bruce mi ha insegnato la forza e il coraggio di salire su un palco. Sì, si parte proprio dall’abc. Tuttora, quando può capitare di farmela sotto, penso a come lui (anche da solo e senza mai l’uso di alcool o droghe) affronta il pubblico o un palco e mi do una sonora svegliata. Bruce mi ha insegnato la dignità, il rispetto per i miei sogni, l’attenzione costante agli ultimi, la determinazione a perseguire il proprio obiettivo visto come una missione. In lui ho rivisto la semplicità, l’umanità, l’umiltà di chi è al contempo molto consapevole della propria autorevolezza e carisma, senza mai utilizzarli per schiacciare o prevaricare, ma lasciandoli liberi di “contaminare di forza” tutti coloro che si hanno attorno. Riservato e al contempo accessibile: lui è così. Quindi si può esserlo, se si vuole. Entrambe le cose.
Riesci a concepire la musica priva di messaggio chiaro… senza liriche … solo suoni?
Ovviamente sì, arrivo alle lacrime in alcune composizioni di Morricone, che per me funzionano alla stragrande anche senza immagini o parole. La musica è un linguaggio universale, emotivo, e lo so bene anche io, che pure sono un dannato parolaio, uno che scrive parole e parole da quando aveva 5 anni. La musica è davvero una faccenda “di pancia”, inspiegabile, arriva prima di qualsiasi parola, anche la più diretta. Ho persino scritto anch’io qualche brano solo strumentale, forse uno lo inserirò in coda al mio prossimo CD, si chiama “Nella penombra dopo le parole”.
La tua attività appare intensa e gratificante, ma… cosa occorre fare, oggigiorno in Italia, per vivere di sola musica?
Farsi il mazzo, sicuramente. Io me lo faccio da molti anni (attualmente, e per pura necessità, mi occupo di ogni aspetto del mio progetto, e solo con piccoli aiuti esterni): le soddisfazioni stanno finalmente arrivando a catena, specie dopo questo fortunato CD, ma per riuscire a vivere in modo dignitoso di musica ancora ce ne corre. Avrei ormai necessità impellenti di un vero staff attorno, di un’agenzia di booking, di un promoter, perché le cose stanno diventando più grandi e gestirle da solo sta diventando impossibile.
Io credo che se, umiliando ciò che si è veramente, si volesse seguire con furbizia solo ciò che vuole il mercato o la moda, beh campare di musica in fondo sarebbe piuttosto facile, per chi abbia un “minimo sindacale” di attitudine musicale o di fiuto: basta mettere su una cover band (oggi vanno molto quelle di Liga, Vasco e Rino Gaetano oppure agghindare i soliti classici standard evergreen jazz-blues-country) e si lavora a rotta di collo, ovunque.
Anche i pianobar estivi non scherzano.
Fare musica propria è l’atto più coraggioso e rivoluzionario che esista, certo il più ambizioso e vero. I cantautori emergenti poi, al giorno d’oggi, sono per me delle figure quasi eroiche, leggendarie, dei don Chisciotte che non si arrendono. Forse alla fine qualcuno ce la fa. Uno su mille. E’ un’epoca televisiva, che spero passerà, di massacro generale della cultura. Ma per me la musica è altro, è un veicolo per dire delle cose, come per la letteratura o la poesia o la pittura.
Diceva Victor Jara: “Io non canto per cantare, né per avere una bella voce: canto per la chitarra, che ha ragione e sentimento”. Ragione (testa, pensiero, inventiva, idee, creatività, personalità, originalità, spinta sociale, desiderio di cambiare le cose) e sentimento (emozione, commozione, ribellione, rabbia, dolcezza, amore, amicizia, legame con le radici, senso o meno d’appartenenza a qualcosa).
Per questo canto anch’io. Il karaoke lo lasciamo ad altri.
Qual è la tua idea dell’attuale business che regola il circuito musicale?
E’ devastante e deprimente. Questo business, un po’ affossato dalla crisi discografica, in parte (bisogna ammetterlo) derivata da internet, segue lo scempio e l’immondezzaio TV, caratterizzato da omicidi volontari e quotidiani della musica e da un’umiliazione quasi costante dei cantautori a favore degli “interpreti dal bel canto”, che poi a catena dovrebbero dar lavoro a squadre di autori. Questi interpreti sono tutti uguali, cantano tutti nello stesso modo. E’ un business del tutto prono alla TV, perché paradossalmente appare ora l’unica ancora di salvezza agli occhi di questi discografici in crisi perenne, presenti come giurati a disquisire, in modo alquanto imbarazzato e imbarazzante, di questo o di quel “partecipante al talent”, quando negli anni precedenti (in cui la TV dettava meno legge e la crisi era meno forte) maneggiavano ben altra qualità artistica tra le mani, nei loro uffici. Vedere anche fior di giornalisti costretti (dalle circostanze oggettive imperanti) a disquisire intorno ai talent-show è lo specchio dei tempi. Sono d’accordo che non bisogna snobbare e che occorre vivere il proprio presente con estrema consapevolezza, entrarci a fondo e avere una visione matura dei fenomeni del proprio “oggi”, ma qua il ragionamento regge fino a un certo punto: il dato evidente, che nessuno può negare, è che la TV ha trasformato (a pioggia) l’odierna musica popolare in un contenitore senza contenuto, spolpandola del suo valore culturale. E’ un dato di fatto o no? Invece per me la musica popolare deve sempre tendere verso la cultura e deve ribellarsi a quest’andazzo voluto dal piccolo schermo, che costruisce spettacoli televisivi e non musica.
Che cosa toglie e che cosa dà internet a un musicista?
A me ha dato tantissimo. Bisogna però saperlo usare, per i propri scopi. Può servire a bypassare, almeno all’inizio, tanti aspetti del “lavoro sporco”, dalla promozione ai contatti con l’ambiente. Ci si fa conoscere perché si arriva prima, in modo diretto e immediato (mail, social network, siti personali) sia agli addetti ai lavori che addirittura a buona parte del potenziale pubblico. Per partire, può ormai essere una straordinaria opportunità. Poi ovviamente serve altro.
L’aspetto negativo riguarda il non saper gestire il mezzo, il farsene risucchiare, il perdere tempo inutile o l’illusione di essere arrivati da qualche parte per il solo fatto di essere molto presenti sul web. Bisogna muoversi con intelligenza e aprire gli occhi.
Un cantautore che scrive testi d’amore è spesso collegato a “musica facile”. Un cantautore che denuncia i problemi sociali è spesso considerato “troppo negativo”. Qual è secondo te la giusta dimensione del “cantastorie”? Quali le differenze da Guccini ad oggi?
Sono visioni credo soggettive, che hanno a che fare coi gusti personali. Spesso in musica si azzardano di continuo discussioni apparentemente oggettive (l’ho fatto anch’io, prima), ma di fatto resta poi una questione di gusti.
C’è ad esempio chi pensa che si possa riprodurre pedissequamente quel tipo di modello-cantastorie alla Guccini anche oggi, come c’è chi (e io sono più per questa seconda ipotesi) pensa alla necessità del cantautorato di svecchiarsi e di fare cose molto più moderne, come poi tentano di fare da anni Silvestri o Gazzè o Caparezza.
La mia idea, che rispecchia tra l’altro il mio desiderio di vedere fuse la musica più popolare con la cultura, è appunto quella di tentare di scrivere testi interessanti o intelligenti o di sostanza o con messaggi precisi e importanti, inseriti in un humus musicale poco stantio, possibilmente vivace, fresco, accattivante, di sicuro variegato, e quando possibile (perché no) anche popolare. Non ho mai amato la nicchia come vanto, come fenomeno da perpetuare o come stile di vita, della serie “sono orgoglioso di essere e restare nella nicchia”: no, non sopporto l’autoreferenzialità di certi ambienti di nicchia, le loro chiusure a riccio, il loro sentirsi “superiori” a prescindere, la loro paura di contaminarsi, il loro cantarsela e suonarsela da soli. Io vorrei portare le mie canzoni a più gente possibile in grado di apprezzarla. Detesto gli snobismi esattamente nello stesso modo in cui detesto il massacro culturale della musica che va in onda in TV. Non c’è contraddizione, nel mio pensiero: sono due eccessi che non fanno bene alla musica. O la ammazzano o la mandano in cancrena.
Quale sarà l’evoluzione di “Asincrono” e quali i tuoi progetti per l’immediato futuro?
Ho tantissime canzoni già pronte per il prossimo disco e credo altre ne scriverò a riguardo. Ma ora non ci penso affatto. So che alcuni miei amici cantautori non gestiscono bene l’insofferenza (capita anche a me, sia chiaro) verso il “già suonato” e pensano di continuo a cose nuove da scrivere o da pubblicare, per portarle in giro e rinfrescare il repertorio e gli entusiasmi. Io so tenere a freno queste smanie, quando le giudico eccessive, premature e impulsive. Pianifico con calma, pensando a ciò che ancora non ho fatto. Per un altro paio d’anni, almeno fino al 2013, credo che mi dedicherò ancora a portare in giro “Asincrono” il più possibile, specie in luoghi in cui non sono mai stato (e sono tanti). Ogni volta è una scoperta. E per quelle persone io sono ogni volta una novità, quindi come posso annoiarmi a farlo? Per me è vita ogni sera. A Torino ci andrò in autunno, ma mi aspettano ancora a Napoli, a Milano, in Friuli, nelle Marche, in Trentino, in Calabria, nelle isole. Le lancette dell’orologio di “Asincrono” hanno ancora un bel po’ da girare prima di fermarsi.
L’ultimo evento della mia estate frabosana è stato di altissimo livello.
Il 19 agosto, sulla piazzetta centrale, era di scena Fabrizio Poggi & Chicken Mambo, gruppo blues di caratura internazionale.
I concerti di Fabrizio non sono per me una novità, ma la sfida era quella di portare il “suo” blues in un luogo vacanziero, dove il pubblico è li quasi per obbligo, e non è detto che la concentrazione necessaria, per musicisti e pubblico, arrivi in automatico.
Occorre spiegare che partecipare ad un concerto di Fabrizio Poggi significa essere presenti in modo attivo ed aprirsi incondizionatamente per lasciarsi toccare in profondità. Lui canta, suona e racconta storie di vita, oltre la vita, e riesce sempre ad entrare in sintonia con chi si trova davanti anche i più … refrattari.
Dopo alcuni minuti la rumorosità della piazza affollata dai bambini è sparita dalle orecchie e dagli “occhi” di chi aveva trovato la giusta sintonia, e si era ritrovato a battere le mani, come Fabrizio suggeriva.
Eppure alle 21.15, quindici minuti prima dell’inizio della serata blues, la gente latitava, complice un evento sportivo a pochi metri di distanza.
E poi, magicamente, dopo l’entrata in scena delle transenne poste per rendere la piazza dedicata ai soli pedoni, e dopo aver sistemato le sedie davanti agli strumenti, la piazza si è riempita. Persone di età molto diversa tra loro hanno pian piano metabolizzato il messaggio di Fabrizio e un’atmosfera magica si è venuta a creare in pochi istanti.
E così, anche chi mai aveva avuto modo di sentire la band ha ascoltato nuove storie: l’amico musicista che suona ormai in Paradiso, in un’orchestra da sogno… la vecchina nera che viene “scossa”, a casa sua, l’America, dal blues di Poggi… la donna della vita, Angelina, che esiste nel percorso di ogni essere umano.
Sono messaggi semplici, ma profondi, e non sempre si è predisposti a recepirli.
Fabrizio come sempre ci è riuscito, raccontando la vita sulle rive del Mississippi, così come sulle sponde del Po.
Musicisti incredibili i Chicken Mambo, con uno stratosferico Gianfranco Scala alla chitarra, ed una straordinaria sezione ritmica formata da Roberto Re al basso e Stefano Bertolotti alla batteria.
Fabrizio canta, ovviamente, e suona l’armonica e l’organetto.
“Spirit & Freedom” è l’ultimo album in studio, proposto nel corso della serata, ma i più “attenti” non si sono lasciati sfuggire il cofanetto appena uscito, relativo al viaggio dello scorso anno in America, contenente l’album live e un DVD.
A me resteranno due immagini come simbolo della serata: il pubblico che segna il tempo con le mani, cantando “batti le mani e salva la tua anima”, e Fabrizio che, alla fine del bis, si allontana dal microfono suonando l’armonica ormai inascoltabile per il basso volume, dirigendosi verso la sua Angelina, pronto a sedersi e “ricevere” il suo pubblico nel modo migliore.
Come sempre perfetto il service “Audio-Video” di Millesimo, ed è stato piacevole ascoltare i ringraziamenti fatti ai tecnici, nome per nome, da Fabrizio Poggi.
Serata indimenticabile.