mercoledì 31 agosto 2011

Fabrizio Poggi and Chicken Mambo-"Live in Texas"



Ci sono momenti comuni di vita in cui si ha la sensazione di aver vissuto al meglio un’esperienza che, seppur positiva, avrebbe potuto avere minor ricchezza di dettagli, se le cose fossero andare diversamente. Non necessariamente occorre trovarsi di fronte a macro eventi perché, fortunatamente, si vive anche di routine, di quotidianità, di noia e di piccoli rimedi per vincerla.
Ho la fortuna di avere tra le mani un cofanetto che mi pare non sia ancora in distribuzione, ma che ho potuto avere nel corso di un concerto, fresco di stampa quindi. La confezione si intitola “Live in Texas” e i protagonisti si chiamano Fabrizio Poggi & Chicken Mambo (più una serie preziosa di ospiti, artisti blues dal curriculum impressionante).
All’interno del contenitore, oltre al CD è presente un DVD,Columblues Days”, integrato da un prezioso e completo book .
E ritorno all’affermazione iniziale: perché accenno ad “un’esperienza vissuta al meglio”?
Due giorni prima di ascoltare e vedere “Live in Texas” ho partecipato ad un concerto di Fabrizio Poggi & CM, in un contesto “vacanziero”, diventato col passare dei minuti “corretto”, trasformato grazie alla magia che si è mano mano venuta a creare. In molti suonano il blues in Italia e molti lo fanno anche bene, ma le performance di Poggi vanno sempre oltre la musica e diventano un ‘esperienza di vita, possibilmente da raccontare, se si crede nella condivisione.
Un amico che di musica blues non sa assolutamente niente, il giorno dopo mi diceva: “… vedere quell’uomo seduto davanti al suo pubblico, mentre parlava e raccontava la sua musica…”.
Non tutti sono in possesso della giusta sensibilità e non tutti possono essere “presi” dal mondo dei suoni, ma sentire che dietro alla parole e alla musica esistono delle storie, nuove e antiche, vere o leggende… beh, è forse questo il passpartout che può aprire ogni cuore.
“Live in Texas” rappresenta per me un ideale congiunzione tra il concerto visto e quanto mi sto accingendo a fare battendo i tasti sul computer. Di acqua ne è passata sotto i ponti in dieci giorni!
Fabrizio, Poggi (voce, armonica e organetto), Gianfranco Scala (chitarre), Roberto Re ( basso e voce) e Stefano Bertolotti ( batteria) sono grandi musicisti e nell’aggettivo “grandi” l’abilità tecnica è solo una delle tante componenti distinguibili. Il resto è gusto, misura, amore e l’assordante e silenzioso… soffio dell’anima.
I compagni di viaggio sono tanti, da Flaco Jimenez a Floyd Domino, da Ponty Bone a Donnie Price, solo per citarne alcuni. Rolling Stones, Ry Cooder, om Petty, Dylan… queste le collaborazioni da prima pagina.
Tutto ciò è ascoltabile nel CD.
Tutto ciò, e molto altro, è visibile nel DVD, realizzato da Francesco Paolo Paladino, autore, dal mio modesto punto di vista, di un capolavoro.
E’ bene chiarire che i DVD di supporto sono spesso un accompagnamento al “lavoro principale”, un mezzo per rafforzare con una sorta di “raddoppio”( non si tratta di diversificazione) il messaggio.
In “Columblues Days” c’è tutto il mio mondo, tutto il mio amore per l’America e tutti i miei racconti più cari. Ma se io ritrovo tutto ciò che conosco, chi non ha mai avuto l’opportunità di avvicinarsi fisicamente al Texas, al Mississippi, alla terra americana… chi non ha mai provato a capire qualcosa di più di questa musica del popolo, potrà godere appieno questo movie, tra musica e didattica, tra viaggio e continue scoperte.
Nel mio ultimo scambio di battute con Fabrizio abbiamo disquisito, trovandoci d’accordo, su quanto la musica ci migliori e migliori chi ci vive attorno. Questo concerto itinerante realizzato da Paladino, questo incrocio di vite che dimostrano stima reciproca, è forse la sintesi di mille discorsi, a volti scambiati per utopie.
Ho “sentito” per 85 minuti( la durata del film) la presenza costante di Angelina, compagna di Fabrizio, sostegno di una vita. Eppure non suona e non canta.
Ogni volta che ho partecipato ad un concerto di Fabrizio mi è capitato di rivolgere lo sguardo verso di lei, per testare le sue emozioni , e quando è arrivato il momento di “Song for Angelina”, accompagnata da relativa spiegazione, ho provato a scrutare quell’impalpabile filo di connessione che li unisce, per immedesimarmi, per capire qualcosa di più…
“Live in Texas” e “ Columblues Days” sono pieni di tutto questo, e sono pieni della fatica, del sudore, del dolore e della gioia che un lungo viaggio possono dare, lontani da casa, ma con la sensazione, alcune volte, di “essere a casa propria”, accendendo un conflitto interno che non può trovare sbocco.
Ci vuole coraggio per suonare il blues in Texas? E’ questa la risposta adeguata ad un ragionevole quesito:
Quattro musicisti italiani che amano il blues come fosse sangue di Gesù, sbarcano ad Austin, Texas, per suonare il blues al popolo del blues… pazzia? No, amore “.
I musicisti italiani resteranno in Texas bruciando il loro biglietto aereo? O partiranno nascondendo nelle custodie dei loro strumenti quanti più ponies potranno?
E Cristoforo Colombo amava il blues? Probabilmente sì se no, non avrebbe scoperto … l’America”.



Fabrizio Poggi risponde ad alcune domande

Come è nata l’idea di abbinare un album live ad un film musicale?
L’idea è nata quasi per caso chiacchierando con il regista Francesco Paladino che era venuto ad un mio concerto perché interessato a parlarmi circa la storia degli italiani emigrati in Mississippi dopo la guerra civile a lavorare nelle piantagioni di cotone al posto dei neri (la tragedia dei Delta Italians si può leggere sul sito dei Chicken Mambo). Gli confidai la mia intenzione di andare a registrare un disco live in Texas e lui si propose di venire a riprendere la nostra avventura. Tutto qui. Ho raccontato e scritto spesso delle mie avventure musicali, in Texas, Mississippi e Louisiana ma non mi sono reso realmente conto della forza esplicativa delle immagini (che valgono più di mille parole, davvero!) fino a che non ho visto il suo film. Sono convinto che abbia fatto un ottimo lavoro ma di tutto ciò che riguarda il film Francesco parla in maniera maggiormente esaustiva nelle ultime pagine del booklet allegato al cd.

Che tipo di difficoltà pratiche possono esistere quando ci si trova davanti ad un impegno del genere, tra concerti, vita comune e la consapevolezza che tutto ciò verrà fissato per sempre da una registrazione?
Le difficoltà sono state enormi. Ma nulla al confronto di cosa avremmo dovuto affrontare per realizzare lo stesso progetto nel nostro paese. I costi sarebbero stati proibitivi e le difficoltà logistiche insormontabili. In Texas le abbiamo superate grazie all’esperienza maturata in anni di concerti proprio da quella parte degli States (il mio primo vero e proprio tour in America risale al 1998 anche se sono in pochi ahimè a saperlo) e ai grandi professionisti di cui mi sono circondato, sia italiani che americani. Lì, almeno per quanto riguarda la musica, tutto è molto più semplice. Tutti conoscono molto bene il loro mestiere e lo fanno con scrupolo e semplicità d’animo. Se il celebre film con la Roberts “Mangia prega ama” si fosse chiamato “Mangia prega ama e ascolta” beh, l’ultima parte l’avrebbero dovuta girare in America. dove per la maggior parte dei suoi abitanti la musica è come il pane. Lo dico spesso: loro hanno la stessa cultura che noi abbiamo per il cibo. Con tutto ciò che ne consegue. Per un musicista è come per un bimbo andare Disneyland. I giorni che passo negli States tra concerti interviste, interventi alla radio e alla televisione, incontri con grandi musicisti sono talmente convulsi che spesso non mi rendo nemmeno conto di tutto ciò che sto invece vivendo in prima persona. La registrazione del cd live è stata un miracolo. E’ la ripresa di un unico concerto. Senza possibilità di ripetere i brani o di aggiustare eventuali imperfezioni. Certo per me l’11 settembre 2010 è stato un giorno difficilissimo: gestire la band, gli ospiti, l’equipe tecnica, assicurarmi che tutti conoscessero bene i brani e concentrarmi sulle parti da eseguire io stesso è stata un’impresa titanica. Faticosissima ma estremamente appagante alla fine. Certo anche in questo caso l’apporto della mia compagna Angelina, la sua complicità e il suo impagabile impegno sono stati a dir poco superlativi. Senza di lei non so come avrei fatto. Ma finché non riascolti il cd o rivedi il film non riesci a godere fino in fondo di tutte quelle emozioni. Mentre sei là è come se stessi rotolando giù da una montagna a fortissima velocità. Non c’è tempo di riflettere. Quello che conta è restare lucidi e “inspirare” fino in fondo quelle bellissime esperienze. Perché poi lo sappiamo che quando si ritorna alla “normalità” tutto ciò che si è “inspirato” ti potrà essere utile in un paese, il nostro, che dal punto di vista musicale è davvero “un altro mondo”. Almeno per me, anche se come ho già scritto riesco per fortuna a trovare spesso e volentieri motivi di felicità e appagamento anche qui.

So che sei innamorato delle storie di vita, ti piace ascoltarle e condividerle. Se dovessi tracciare un sunto, o delineare un racconto che possa condensare quei giorni americani che vi hanno portato a “Live in Texas”, quale quadro dipingeresti?
E’ stato un lungo percorso. Come ho già scritto non v’è nulla d’improvvisato. Ho cominciato a suonare nei primi anni novanta a New Orleans entrando con la mia armonica in “casa d’altri” con molta umiltà, bussando e chiedendo sempre permesso. Piano piano mi sono costruito una reputazione che mi ha permesso di arrivare ben oltre le mie più rosee aspettative. Ho realizzato tanti sogni. E quest’ultimo tour che abbiamo voluto anche registrare questa volta non è che uno di quelli. Per il quadro non saprei… Si possono dipingere i sogni?... Sarebbe un quadro pieno di rosso e di azzurro. Un quadro pieno di fatica e serenità. Due parole che insieme litigano, ma che potrebbero convivere nei colori di un dipinto. Le storie sono così tante, così belle che anche in quel caso è difficile sceglierne una in particolare. Flaco Jimenez era arrivato per suonare come da contratto con il suo manager quattro canzoni. E noi andava bene così. D’altronde è anziano ed è una star. Alla fine si è divertito così tanto che suonato praticamente tutta la sera riempiendomi di lodi e di sorrisi. E io pensavo al ragazzo che ero e a quando mi sono innamorato della sua fisarmonica sui dischi di Ry Cooder. Riesci a immaginare cosa succedeva dentro di me mentre suonavo il mio piccolo organetto di fronte a uno dei più grandi fisarmonicisti del mondo? O a calcare il palco di Antone’s dove è passata davvero la storia del blues da Muddy Waters ai Fabulous Thunderbirds a Stevie Ray Vaughan a B.B. King e a ricevere i complimenti di un pianista come Pinetop Perkins?

Ogni volta che ho occasione di parlarti o leggerti, trovo estremo entusiasmo verso l’America, soprattutto nei confronti di certe situazioni, incontri con uomini e donne che suonano “la tua” musica. Esperienze come queste quanto influiscono sulla qualità del rapporto col resto della band? Ci sono momenti di “fatica mentale” che mettono a dura prova persone che, pur avendo lo stesso obiettivo (e passione) sono per natura differenti tra loro?
A questa domanda credo di aver risposto più o meno indirettamente nelle altre risposte. Nulla ti è regalato in America. Tutto deve essere guadagnato sul campo. Come scrivevo poc’anzi è faticoso riuscire a contagiare gli altri con la tua stessa passione. E’ un lavoro estremamente complicato dove gli equilibri sono sempre precari e dove ogni corda sensibile sai che può spezzarsi da un momento all’altro. La vita “on the road” ha tutte le problematiche che ha un lavoro in cui le persone sono insieme per tanto tempo. E i rapporti all’interno della band qualche volta risentono delle dinamiche e del gioco di ruoli che una band nel bene o nel male è costretta a vivere. Ma la musica per fortuna poi ha sempre il sopravvento su tutto. E vince sempre. Insomma, quando la fatica è ben ripagata si “soffre” volentieri.

Nelle note allegate al cofanetto ho letto di come il Texas sia per te una sorta di rifugio, quando le cose non vanno per il verso giusto. Ma l’America non è dietro l’angolo e allora ti chiedo… esiste per te un piccolo Texas anche in Italia?
Cerco di crearmelo, come penso faccia tu e altre persone che faticano a vivere in un paese in cui l’arte anche minima è considerata un bene di lusso. Anch’io come voi mi rifugio nei libri e nelle canzoni. M’infilo nei cinema e cerco di incontrare solo persone che mi somiglino con le quali condividere “pensieri e parole”. E tu sei uno di loro.

martedì 30 agosto 2011

Stevie Ray Vaughan


La notte del 27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric Clapton, Robert Cray, Buddy Guy e il fratello Jimmie, Stephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.

Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.

Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.


« Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare. »

(Eric Clapton)

Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.

Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicita’ di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.

Dicono di lui:
È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere
.”

Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva.

La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale.Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, Let's Dance. I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, Texas Flood.Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di Texas Flood. Il terzo album, Soul to Soul, vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio Live Alive. L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con In Step, raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica.Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.


Curiosità

Lo stile


Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione.Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel,per i brani dalle atmosfere jazz.
Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990.
Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati
americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).

Per chi volesse approfondire ecco il sito ufficiale:
http://www.legacyrecordings.com/Stevie-Ray-Vaughan.aspx

Ascoltiamolo.

Texas Flood

video




lunedì 29 agosto 2011

Le origini di "Quadrophenia"

Nell’inverno del 1960, Jack Lyons, il più noto fan degli Who e colui che è considerato il primo mod londinese, entrato definitivamente nel mito per aver ispirato in larga parte il personaggio di Jimmy inQuadrophenia, e familiare ai più col nome di Irish Jack, abbandona Cork e si trasferisce a Londra. E’ un giovane alto, snello e timidissimo, ma si trova subito bene come cittadino della capitale britannica, dove frequenta una scuola nel quartiere di Shepherd’s Bush. Nonostante la pronuncia di Jack somigli più a quella inglese, ormai senza alcuna inflessione irlandese, e il suo look sia naturalmente “cool”, i suoi coetanei “rocker” (quelli vestiti col giubbotto di pelle alla Elvis Presley) non lo sopportano e gliene combinano di tutti i colori. Dopo una zuffa, Jack sanguina. Ciò nonostante, o forse per questo motivo, quella sera si ripulisce e decide, con rabbia, di varcare la soglia di un locale denominato Goldhawk Club. E’ il 1964.

Tutto quello che volevo”, racconta Irish Jack ripensando al suo primo incontro con gli Who, “era sentirmi ripulito ed entrare in quel locale per vincere la timidezza e sentirmi bene. Lo feci e mi accorsi che tutti osservavano la mia giacca. In effetti era scura e aveva un taglio impeccabile. Non ricordo dove l’avevo comprata, so solo che mi piacque appena la vidi esposta in una vetrina di un piccolo negozio sconosciuto. Sul palcoscenico quella sera si esibiva una band chiamata The Detours (primo nome degli Who). Avevano sì e no la mia età e il cantante si muoveva alla maniera si Cliff Richard. Colui che mi colpì maggiormente fu il chitarrista, Pete Townshend: aveva un’energia incredibile su un corpo affilato e un viso molto triste e sofferto, e allo stesso tempo arrabbiato. Divenni amico dei Detours e fui il loro primo fan. Ricordo con affetto le bevuto con John Entwistle e gli scherzi di Keith Moon.”

In sintesi, gli ingredienti per trasformare un Irish Jack Lyons o un giovane “qualsiasi” in un “mod”consistevano nella disponibilità di guadagnare una somma, anche minima, da poter investire in abiti e in oggetti di grido: da un punto di vista materiale, era riconosciuta l’assoluta importanza di possedere una Lambretta. Il primo modello di Vespa diventa infatti il distintivo più alto di appartenenza al “genere”, così come indossare un parka di colore verde e ambiti impeccabili, almeno di sabato sera o quando ci si trovava a ballare nei locali-culto, ovviamente coi capelli tagliati in modo geometricamente ineccepibile.

A distanza di tempo verrà concepita l’opera rock Quadrophenia, proprio come omaggio al popolo mod e ai tanti Irish Jack dell’epoca.

Gli Who, trasformati in bandiere del “modernism” per “cavalcare l’onda”, non furono dei mod e non perseguirono con convinzione il reale stile di vita modernista, ma Pete Townshend al proposito ha dichiarato: “ Non sono mai stato un mod e non ho mai finto di esserlo, però i mod mi hanno dato quella carica che ha reso possibile suonare, all’inizio, in quel modo. Come ogni esperienza, specialmente se si tratta di una prima esperienza, quegli anni sono entrati a far parte di me e degli Who. Imprescindibilmente. Credo di essermene reso conto nel preciso momento in cui scrissi le prime note di Quadrophenia: molto prima di sapere cosa avrei realizzato, se una rock opera, un album o anche solo un paio di canzoni e nient’altro, sentivo nascere in me il desideri odi scrivere quella musica per il popolo mod. E così è stato”.

Tratto da: “La Storia del Rock”, volume 3



venerdì 26 agosto 2011

Araba Fenice-"Lune a Mezzanotte"


“Lune a Mezzanotte” è l’album di esordio di “Araba Fenice”, una giovane band romagnola.
Il mio “ incontro” casuale con questo gruppo parte da molto lontano, quando non avevo la minima idea di quale fosse il loro progetto musicale.
Fu un’amica, Debora, conosciuta attraverso il “mondo Jethro Tull”, che mi raccontò di un giornata di agosto di 3-4 anni fa, quando da una tenda di un campeggio della Valle d’Aosta in cui lei si trovava, sentì il suono di uno strumento conosciuto … anche il brano era noto, “Bourèe”. Lei rimase ammaliata da tanta bravura e approfondì l’amicizia, tenendomi sommariamente informato sull’evoluzione artistica della band. Quel flauto traverso apparteneva ad Ermes Maffi, uno dei musicisti dell'Araba Fenice.
Probabilmente “Lune a Mezzanotte” è figlio di quei momenti lontani, o almeno è quella la sua collocazione temporale, ed è ipotizzabile che gli effetti della ovvia maturazione artistica porteranno a nuove proposte, ma, nel frattempo, scopriamo un album che, come tutte le opere prime rappresenta già un sunto del lavoro di una parte di vita.
Dieci brani cantati in italiano, dieci storie di vita comune “trattate “ con l’estrema cura dei particolari.
Se dovessi dare qualche indicazione sul genere musicale presentato, potrei utilizzare la denominazione " folck-rock", con una forte predisposizione ad attingere al patrimonio culturale da cui Araba Fenice proviene.
È sufficiente dare una lettura alla strumentazione utilizzata per farsi un’idea corretta: accanto alla tradizione del rock, più elettrica, troviamo infatti la tendenza all’acustico, con mandolino, bouzouki, flauto traverso, banjo, cembalo e altro ancora, strumenti presi in prestito da differenti culture ed etnie.
E’ una musica che colpisce, che immediatamente riporta alla vita di provincia a cui non si vuole rinunciare nemmeno un minuto, lasciandosi contaminare da quel minimo di tecnologia cittadina che deve solo essere funzionale al progetto.
Le liriche raccontano temi sociali e problemi quotidiani, cantate col piglio dei cantastorie consumati, che sanno “dominare” le tranquille feste di paese, ma che al momento opportuno sanno sfoderare estrema grinta, in altri contesti.
A fine aprile Debora mi ha mandato il CD, con la certezza che avrei gradito.
Lo ascoltato tutto di un fiato e dopo due giorni le ho raccontato di come non riuscissi più a levarmi dalla testa “Il rifugio che sai”, che ho “trattenuto” in me, involontariamente, per un lungo momento. E questo vale forse più di mille commenti…
“… Lasciati guidar da una musica che si accende dentro… ti raggiungerà…. ti racconterà…”

E ora … sono davvero curioso di vedere ciò che Araba Fenice riesce a creare on stage!


Le pagine dell'Araba Fenice:




L’INTERVISTA

Ho sentito parlare di voi, per la prima volta, qualche anno fa, almeno quattro, quando un’amica comune, Debora, mi descrisse un incontro casuale avvenuto in Valle d’Aosta, in un campeggio. Che cosa vi è accaduto di significativo in questi quattro anni, dal punto di vista musicale?
Be, diciamo che le cose sono tante, molte bellissime, quasi indimenticabili! Ad esempio la vincita di un concorso per band emergenti che ci ha portato in Polonia a suonare davanti a migliaia di persone (ed eravamo ancora quasi senza un repertorio completo), le numerose partecipazioni ad altre bellissime manifestazioni, rassegne e contest, l’uscita di un disco tutto nostro (prodotto veramente con il sudore e del quale andiamo molto fieri), ma soprattutto i tanti live che facciamo durante l’anno e che ci hanno fatto conoscere il calore e l’affetto di molte persone che ci seguono, anche percorrendo parecchi chilometri per farlo! Forse per i “grandi gruppi” questo è normale, ma per noi è una cosa impagabile vedere e rivedere gente ogni sera che balla, canta e suda con noi! Di brutte esperienze fortunatamente ne abbiamo vissute poche, diciamo che abbiamo imparato sulla nostra pelle che nessuno ti da niente per niente e che diffidare di chi usa belle parole e ti promette belle cose non è poi cosi sbagliato!

E’ sufficiente leggere la lista degli strumenti utilizzati per capire il vostro orientamento stilistico. Da dove nasce questa voglia comune di utilizzare atmosfere acustiche e folk per raccontare e raccontarsi?
La voglia nasce dal semplice desiderio di suonare e raccontare le nostre storie e le nostre idee anche in luoghi dove volumi e potenti strumenti elettrici non possono entrare, nonché dalla passione per il legno, materiale vivo e caldo come le atmosfere che cerchiamo di creare nei nostri concerti. L’aspetto positivo è che questo modo di suonare (e questo genere in particolare) appassiona molto persone di tutte le età! Il folk fa parte delle nostre radici e del nostro dna quindi diciamo che non è stata propriamente un’idea nostra, è il folk che ha scelto noi!

Scrivere canzoni significa anche inviare dei messaggi, denunciare, o semplicemente descrivere dei sentimenti. Ma la musica ha grande efficacia indipendentemente dalle parole ( pensiamo a quanto ci si legava a brani di cui non si capiva una parola, cosa ancora in atto nonostante la conoscenza delle lingue).Qual è il vostro punto di vista sul rapporto liriche/suoni/arrangiamenti?
Di sicuro non abbiamo la pretesa di lanciare messaggi tanto meno di insegnare qualcosa a qualcuno … ci piace parlare e raccontare di sentimenti, tematiche sociali, stati d’animo, storie di persone del passato, del presente e forse anche del futuro. Detto ciò pensiamo che i testi dei nostri pezzi e delle canzoni in genere siano davvero molto importanti. Fingendo di dover dare una percentuale potremmo dire 70% testo e 30% musica! Ovviamente se un bel testo è accompagnato da una bella melodia e un buon arrangiamento riesce a trasmettere il suo significato più facilmente e a più persone raggiungendo anche quelle che ascoltano musica in maniera più leggera.

Utilizzare strumenti “antichi” non significa rinunciare alla ricerca e all’innovazione. Dedicate del tempo a sperimentare percorsi per voi nuovi? Che cosa pensate della tecnologia applicata alla musica?
Innovazione non significa utilizzare suoni spaziali, voci e strumenti campionati, e soprattutto farlo per seguire l’andamento delle mode. Non siamo tanto amanti della musica posticcia, o perlomeno non estrema come quella che si sente oggi ovunque … amiamo il suono vero dello strumento accettando i suoi pregi e difetti. In ogni caso la tecnologia applicata per migliorare la qualità del suono e più in generale per aiutare a rendere accessibile a tutti la musica, ha fatto passi da gigante e questo è un ottimo aspetto! Diciamo che innovare significa riuscire a dire le cose per raggiungere il maggior numero di persone possibile senza cadere nella retorica e nelle banalità. Come disse un famoso cantante: ”l’impresa eccezionale è essere normale!”

Vivere di sola musica(di qualità) è di questi tempi pressoché impossibile. Che tipo di obiettivi vi ponete se pensate al vostro sviluppo e soddisfazione personale?
Il nostro obbiettivo principale è quello di fare più concerti possibili, produrre dischi di buona qualità e vivere facendo quello che ci piace! Non abbiamo grosse pretese, la cosa più fantastica sarebbe poter lasciare il nostro lavoro a chi ne ha bisogno, in cambio di un pari sostentamento derivante dalla nostra attività musicale! Ad oggi è una visione senza dubbio un po’ utopica, ma noi ci crediamo e andiamo avanti!

Le influenze che subiscono i musicisti (e meri appassionati di musica) sono di solito molto variegate. Esiste all’interno del gruppo un nome su cui tutti siete d’accordo?
Come tutti i gruppi abbiamo gusti e modi di ascoltare musica diversi, ma sono parecchie le influenze che ci accomunano. Si va dai cantautori italiani alla scena prog rock anni 70, passando per folk ed hard rock... un nome su tutti? BANDABARDO’!

Quanto è importante per voi il vincolo dell’amicizia nella realizzazione del vostro progetto? Un gruppo di lavoro può funzionare solo con la professionalità ed il talento?
Quando si crea un progetto bisogna scegliere le persone giuste se si vuole cercare di avere vita lunga. Un gruppo come il nostro richiede molti sacrifici e se lo facessimo solamente per popolarità o denaro, ci saremmo con ogni probabilità già sciolti. Bisogna riconoscere che siamo molto fortunati per questo aspetto. Stiamo bene insieme e quando siamo sul palco succede qualcosa che è difficile da spiegare… è come se ciascuno si affidasse all’altro completamente, proprio come in un rapporto di coppia! Ma l’amore è un’altra cosa, questo è affiatamento, e non si impara con la tecnica, ma vivendo e suonando con passione sera dopo sera condividendo successi e fischi. Quando nasce questa alchimia nel 99% dei casi c’è anche dietro un vero rapporto di amicizia, fondamentale nella vita di ognuno di noi, e nella vita della band!

Esistono teorie che legano scuole di pensiero e generi musicali a particolari parti della nostra penisola (scuola genovese, milanese, torinese ecc…), ognuna con caratteristiche ben delineate. Pensate che la vostra terra di origine abbia influenzato il vostro modo di comporre e suonare? Esiste un “filone” geografico in cui vi sentite inseriti?
Siamo molto legati alla nostra terra anche se non tanto per la musica, ma per le tradizioni e tutta la storia che porta con se e che ci regala. Noi cerchiamo, a nostro modo, di raccontare la nostra terra perché la amiamo. Non crediamo di appartenere ad una scuola di pensiero, ma forse è un aspetto più facilmente giudicabile dall’esterno, non dovremmo essere noi a dirlo.

Che tipo di rapporto riuscite a creare col pubblico quando siete su un palco? Vi gratifica l’interazione?
Il rapporto con il pubblico e’ fondamentale, e’ la base di tutti i nostri concerti. Purtroppo è capitato di non riuscire a interagire con chi avevamo davanti, a coinvolgerli, nonostante i nostri tentativi. Forse semplicemente i presenti non gradivano il nostro genere o magari ne preferivano altri. Per noi emergenti purtroppo non sempre il pubblico presente ha consapevolmente scelto di venirci ad ascoltare … fortunatamente invece molto più spesso c’è grande partecipazione da parte del pubblico: canti, cori e tutto quello che di più bello ci si può aspettare! Questa è la cosa più bella e quello che ci spinge ad andare avanti e fare sempre meglio! Non finiremo mai di ringraziare ogni singola persona che ci segua, da quello che salta sbraita e canta a squarcia gola a quello che canta sotto voce stando bene attento a non farsi vedere!

Cosa ci può essere dietro a “Lune a Mezzanotte?
Tanti chilometri, lunghe strade interminabili, per non parlare del “monta-smonta” di ogni concerto … grandi soddisfazioni e qualche delusione, ma soprattutto tanto impegno, ma anche tante risate!




Note:

"Lune a Mezzanotte” è disponibile anche su “Itunes

http://itunes.apple.com/us/artist/araba-fenice/id456556261?ign-mpt=uo%3D4


… ma è disponibile anche in tutti gli altri digital music store mondiali oltre che su www.loserscompany.net



Sul sito ufficiale dell'etichetta www.loserscompany.net si possono trovare tutti i contatti, le informazioni e i contenuti extra relativi a “Araba Fenice”.

giovedì 25 agosto 2011

Luigi Mariano-"Asincrono"


Asincrono” è il primo album ufficiale di Luigi Mariano, cantautore salentino che può vantare un percorso carico di riconoscimenti incondizionati.

Ho utilizzato come sempre la “formula intervista” per conoscere il pensiero del musicista, e la completezza e l’accuratezza delle risposte non avrebbero bisogno di ulteriore commento, perché il quadro che emerge è davvero esaustivo. Per ulteriori notizie cliccare sul seguente link:

http://luigimariano.splinder.com/

Tredici brani completamente composti da Mariano, tredici situazioni di vita comune trattate con grande sensibilità, mascherate dall’ironia propria di certi personaggi del passato, artisti che probabilmente avevano meno “esigenze musicali”, essendo privilegiata “l’asciutta parola”.

Ma un cantautore, seppur moderno, si porta dietro un obbligo che è quello del messaggio da diffondere. Mariano dichiara di sapersi emozionare anche per musiche senza testo, quelle liriche che però sa creare sin dall’infanzia, come fossero l’esigenza (prematura) di dare sfogo ai disagi che tutti, indistintamente, provano prima o poi. “Asincrono”… parola (titolo di un brano, oltre che dell’album) che svela una situazione conosciuta, ma che non sempre si riesce a tradurre nitidamente. Mi riferisco al “fuori tempo” esistente al nostro interno, quando la carne, lo spirito e la mente non trovano la giusta connessione; ma penso anche a tutto ciò che è più “pubblico”, noi e gli altri, noi e il nostro destino, noi e le miriadi di situazioni che ci capitano nel quotidiano … quanta fatica per trovare l’equilibrio! E quanta delusione quando l’insuccesso non dipende da noi!

Luigi Mariano, attraverso il suo disco, “mi ha raccontato” tutto questo, con la forza del suo mito, Springsteen, con l’ironia del compianto Gaber e con il coraggio di svelare i sentimenti più reconditi.

Ma non è usuale, non è facile, utilizzare “gli altri per raccontare noi stessi”. E’ quanto accade, ad esempio, in “Edoardo”, canzone che, attraverso il dramma degli Agnelli, ci propone il rapporto spigoloso tra Mariano e il padre.

Storie di incomprensioni, del tutto normali; conflitti generazionali e di pensiero. Facile “parlarne con … se stessi”, un impresa raccontarlo al mondo col piglio usato da Mariano.

Un album pieno di episodi, uniti tra loro, ma dal grande significato singolo.

Un album che induce a riflessioni, dolci e amare.

Un album di vita vissuta le cui storie potrebbero provocare un po’ di dolore, ma il grande merito di questo cantastorie moderno è proprio quello di presentare un pensiero profondo confezionandolo col sorriso sulle labbra.

E ora sono molto curioso di sapere cosa può accadere sul palco…



L’INTERVISTA

Dove e come nasce, musicalmente parlando, Luigi Mariano? Che tipo di percorso ti ha condotto ad “Asincrono”?

La prima risposta sarà un po’ lunga per la necessità di raccontare le mie origini.
Nasco in Salento un ambiente familiare (fin troppo) tradizionale e classico-popolare, riguardo agli ascolti musicali. Fino a qualche anno fa la consapevolezza di questo mi pesava, mi dava fastidio, lo ritenevo causa di un eccessivo “allungamento temporale” del mio (infatti lento) crescere e nutrirmi di “cibo musicale” negli anni. Avrei voluto fare meno fatica. In fondo c’è gente che in fasce, o addirittura in grembo materno, assorbe musica grandiosa, dal jazz al blues ai cantautori al rock, o comunque musica dei suoi tempi, quella che poi lo condiziona per il resto della sua vita. Invece mio padre era (ed è) molto anacronistico, nei suoi ascolti. Nel ’68 aveva 30 anni, eppure (per quanto riguarda la musica leggera) non ascoltava altro che (stupide) canzonette d’amore anni ‘30-‘40-’50. Ogni tanto andava in giro a cantare le serenate a pagamento sotto i balconi, accompagnato da qualche amico che sapeva suonare la chitarra. Il rock, il progressive, per non parlare dei grandi cantautori che hanno fatto la storia…. no, non l’hanno mai sfiorato. Amava (e ama) opera e melodramma. Mia madre per fortuna era ed è un po’ più moderna, più sul filone cantautorale, anche se sempre di estrazione decisamente popolare e da radio. Da piccolo ricordo per casa la voce di Battisti, Baglioni, Cocciante, Dalla, i brani dei quali lei canticchiava mentre rassettava. E ha sempre avuto un minimo d’attenzione per il testo.
Il germe che dunque m’ha fatto dar vita al mio percorso personale è più materno e a lei ho dedicato “Asincrono”. Del resto quando ero adolescente fu mia madre (contro il volere di mio padre) a regalarmi una tastiera, su cui appresi i primi accordi e su cui iniziai a suonare le prime canzoni, quelle dei cantautori (Venditti, De Gregori, Bennato, Guccini, Vasco, Zucchero, De André, Vecchioni, Dalla, Bertoli, Zero). Ascoltando poi gli arpeggi di Bruce Springsteen in “Nebraska”, imparai a strimpellare la chitarra acustica e a soffiare dentro un’armonica. Entrai subito a 18 anni, come tastierista-cantante, in un gruppo del mio paese in Salento, gli “Heaven’s Door”, chiamati altresì “Proxima”: ci divertivamo con le cover italiane e straniere, restando sul filone comunque popolare. Ma già iniziavo a scrivere le mie cose e a cercare la mia strada intima, in modo molto forte. A 19 anni, col trasferimento dal Salento a Roma, le mie canzoni presero sempre più forma, cominciarono ad accumularsi a decine e decine. Erano un misto: alcune molto intimiste, poi sono arrivate quelle più polemiche e d’impegno civile. Infine quelle ironiche e autoironiche. Per anni le ho registrate di notte, fino all’alba, in provini molto articolati e anche arrangiati, anche se annaspanti nei suoni orrendi di una GEM ws2. C’era una passione infinita e certosina, al di là della qualità audio molto scarsa dei provini.
Ho prima timidamente portato in qualche locale romano le mie canzoni e poi, dal 2006-2007, ormai consapevole di sapere bene quello che volevo e quali fossero i brani più efficaci anche dal vivo, ho seriamente iniziato a progettare nei dettagli sia il mio percorso artistico (come muovermi, come farmi conoscere, dove suonare) sia soprattutto il mio primo disco autoprodotto “Asincrono”, scegliendo 13 canzoni che mi rappresentassero a 360 gradi (tra oltre 70 papabili) e registrandole nel 2010 nello studio di Alberto Lombardi ad Albano Laziale. Il riscontro di critica e di pubblico avuto col primo disco è stato a dir poco sensazionale ed entusiastico, molto al di là di ogni più rosea aspettativa. Non me l’aspettavo. Beh, se penso a tutta la strada fatta da solo, sono onestamente orgoglioso di me.

Il concetto di base che esprimi attraverso “Asincrono”, credo sia l’impossibilità di cogliere le occasioni nel momento in cui capitano, arrivando sempre un attimo prima o un attimo dopo all’appuntamento che potrebbe risultare decisivo . Nel tuo caso, è l’esperienza personale che ti spinge a dipingere un simile “affresco di vita” o è l’osservazione di ciò che ti circonda che è condizionante?

Entrambe le cose, in maniera molto forte. Con “Asincrono” volevo rappresentare il disagio, un tema per la verità piuttosto comune agli artisti e a tutte le persone sensibili (non solo a me). In particolare mi riferisco al disagio di sentirsi fuori posto e fuori tempo, sia rispetto al mondo esterno-circostante (l’andazzo odierno della musica e della cultura, le persone, la politica, il proprio partner, un genitore e via andando) e sia rispetto a sé stessi, a ciò che da un lato siamo diventati e dall’altro non riusciamo a cambiare di noi: una scissione che crea uno sfasamento intimo davvero spiazzante e dilaniante. Io per esempio vivo quest’asincronia in particolare nelle differenze di velocità tra mente e corpo. La mente va a mille, è un vero vulcano anche di energia, ma il corpo non riesce a riprodurre e a reggere assolutamente i ritmi della mia mente, è un vero pachiderma, una tartaruga, lo trascino a forza, lui è recalcitrante, fa l’offeso, a volte mi tradisce, altre si ammala per un nonnulla rischiando di farmi fare figuracce sul palco, reclama troppo sonno rispetto a ciò che io posso dargli. Un freno, un vero disastro. Ma imparerò a gestirlo. Sento di avere il motore di una Ferrari montato su una Fiat 500.

Mi ha colpito la tua osservazione del fragile rapporto tra Edoardo Agnelli e il padre, uomini “geograficamente lontani da te”. Che cosa ti ha indotto ad affrontare quella relazione così spinosa?

Torino è lontana da Roma e a maggior ragione dal mio Salento (anche se finalmente suonerò all’ombra della Mole il prossimo 12 novembre, al “Folk Club”), ma la geografia è sempre quella dell’anima, mai dell’atlante. Certe cose arrivano chiare e nitide, anche da lontano.
I pesi emotivi, l’incomunicabilità: io li conosco molto bene. Il linguaggio delle ferite, del non detto, o dei pesi da sostenere spesso è universale, non ha barriere né d’età, né di tempo, né di geografia, né di status sociale. Questa è una risposta indiretta anche a coloro (non come te, che invece hai curiosità e apertura) che si sono stupiti in negativo della mia scelta di parlare di un Agnelli e in particolare di Edoardo, un uomo che qualcuno ha anche definito “pessimo soggetto”.
A me è parso naturale parlarne: i pessimi soggetti hanno ispirato generazioni di artisti di ogni livello. Io amo scavare dietro le loro paure e malesseri, stanare il nocciolo profondo del loro dolore. Mi serve per capire anche parti di me. E’ poi fin troppo evidente che, attraverso la voce di Edoardo, io volessi parlare a mio padre
.

Ho letto del tuo amore per Springsteen. Cosa ti ha dato, in termini di insegnamento espressivo, la conoscenza musicale del Boss?

Bruce è un mio punto di riferimento assoluto, più di quello che si immagina, perché non c’entra solo la musica. Per capire di che genere di uomo si parli e quanto possa trasmettere come valori e come persona a chiunque, basti leggere “Real World” di Ermanno Labianca: forse si resterà stupefatti. Altro che bicipiti e bandane anni ‘80.
L’insegnamento costante che ricevo da un simile artista, che è stato compagno costante e involontario di tutto il mio ventennale percorso artistico, è variegato e multiforme.
Innanzitutto Bruce mi ha insegnato la forza e il coraggio di salire su un palco. Sì, si parte proprio dall’abc. Tuttora, quando può capitare di farmela sotto, penso a come lui (anche da solo e senza mai l’uso di alcool o droghe) affronta il pubblico o un palco e mi do una sonora svegliata. Bruce mi ha insegnato la dignità, il rispetto per i miei sogni, l’attenzione costante agli ultimi, la determinazione a perseguire il proprio obiettivo visto come una missione. In lui ho rivisto la semplicità, l’umanità, l’umiltà di chi è al contempo molto consapevole della propria autorevolezza e carisma, senza mai utilizzarli per schiacciare o prevaricare, ma lasciandoli liberi di “contaminare di forza” tutti coloro che si hanno attorno. Riservato e al contempo accessibile: lui è così. Quindi si può esserlo, se si vuole. Entrambe le cose.

Riesci a concepire la musica priva di messaggio chiaro… senza liriche … solo suoni?

Ovviamente sì, arrivo alle lacrime in alcune composizioni di Morricone, che per me funzionano alla stragrande anche senza immagini o parole. La musica è un linguaggio universale, emotivo, e lo so bene anche io, che pure sono un dannato parolaio, uno che scrive parole e parole da quando aveva 5 anni. La musica è davvero una faccenda “di pancia”, inspiegabile, arriva prima di qualsiasi parola, anche la più diretta. Ho persino scritto anch’io qualche brano solo strumentale, forse uno lo inserirò in coda al mio prossimo CD, si chiama “Nella penombra dopo le parole”.

La tua attività appare intensa e gratificante, ma… cosa occorre fare, oggigiorno in Italia, per vivere di sola musica?

Farsi il mazzo, sicuramente. Io me lo faccio da molti anni (attualmente, e per pura necessità, mi occupo di ogni aspetto del mio progetto, e solo con piccoli aiuti esterni): le soddisfazioni stanno finalmente arrivando a catena, specie dopo questo fortunato CD, ma per riuscire a vivere in modo dignitoso di musica ancora ce ne corre. Avrei ormai necessità impellenti di un vero staff attorno, di un’agenzia di booking, di un promoter, perché le cose stanno diventando più grandi e gestirle da solo sta diventando impossibile.
Io credo che se, umiliando ciò che si è veramente, si volesse seguire con furbizia solo ciò che vuole il mercato o la moda, beh campare di musica in fondo sarebbe piuttosto facile, per chi abbia un “minimo sindacale” di attitudine musicale o di fiuto: basta mettere su una cover band (oggi vanno molto quelle di Liga, Vasco e Rino Gaetano oppure agghindare i soliti classici standard evergreen jazz-blues-country) e si lavora a rotta di collo, ovunque.
Anche i pianobar estivi non scherzano.
Fare musica propria è l’atto più coraggioso e rivoluzionario che esista, certo il più ambizioso e vero. I cantautori emergenti poi, al giorno d’oggi, sono per me delle figure quasi eroiche, leggendarie, dei don Chisciotte che non si arrendono. Forse alla fine qualcuno ce la fa. Uno su mille. E’ un’epoca televisiva, che spero passerà, di massacro generale della cultura. Ma per me la musica è altro, è un veicolo per dire delle cose, come per la letteratura o la poesia o la pittura.
Diceva Victor Jara: “Io non canto per cantare, né per avere una bella voce: canto per la chitarra, che ha ragione e sentimento”. Ragione (testa, pensiero, inventiva, idee, creatività, personalità, originalità, spinta sociale, desiderio di cambiare le cose) e sentimento (emozione, commozione, ribellione, rabbia, dolcezza, amore, amicizia, legame con le radici, senso o meno d’appartenenza a qualcosa).
Per questo canto anch’io. Il karaoke lo lasciamo ad altri.

Qual è la tua idea dell’attuale business che regola il circuito musicale?

E’ devastante e deprimente. Questo business, un po’ affossato dalla crisi discografica, in parte (bisogna ammetterlo) derivata da internet, segue lo scempio e l’immondezzaio TV, caratterizzato da omicidi volontari e quotidiani della musica e da un’umiliazione quasi costante dei cantautori a favore degli “interpreti dal bel canto”, che poi a catena dovrebbero dar lavoro a squadre di autori. Questi interpreti sono tutti uguali, cantano tutti nello stesso modo. E’ un business del tutto prono alla TV, perché paradossalmente appare ora l’unica ancora di salvezza agli occhi di questi discografici in crisi perenne, presenti come giurati a disquisire, in modo alquanto imbarazzato e imbarazzante, di questo o di quel “partecipante al talent”, quando negli anni precedenti (in cui la TV dettava meno legge e la crisi era meno forte) maneggiavano ben altra qualità artistica tra le mani, nei loro uffici. Vedere anche fior di giornalisti costretti (dalle circostanze oggettive imperanti) a disquisire intorno ai talent-show è lo specchio dei tempi. Sono d’accordo che non bisogna snobbare e che occorre vivere il proprio presente con estrema consapevolezza, entrarci a fondo e avere una visione matura dei fenomeni del proprio “oggi”, ma qua il ragionamento regge fino a un certo punto: il dato evidente, che nessuno può negare, è che la TV ha trasformato (a pioggia) l’odierna musica popolare in un contenitore senza contenuto, spolpandola del suo valore culturale. E’ un dato di fatto o no? Invece per me la musica popolare deve sempre tendere verso la cultura e deve ribellarsi a quest’andazzo voluto dal piccolo schermo, che costruisce spettacoli televisivi e non musica.

Che cosa toglie e che cosa dà internet a un musicista?

A me ha dato tantissimo. Bisogna però saperlo usare, per i propri scopi. Può servire a bypassare, almeno all’inizio, tanti aspetti del “lavoro sporco”, dalla promozione ai contatti con l’ambiente. Ci si fa conoscere perché si arriva prima, in modo diretto e immediato (mail, social network, siti personali) sia agli addetti ai lavori che addirittura a buona parte del potenziale pubblico. Per partire, può ormai essere una straordinaria opportunità. Poi ovviamente serve altro.
L’aspetto negativo riguarda il non saper gestire il mezzo, il farsene risucchiare, il perdere tempo inutile o l’illusione di essere arrivati da qualche parte per il solo fatto di essere molto presenti sul web. Bisogna muoversi con intelligenza e aprire gli occhi.

Un cantautore che scrive testi d’amore è spesso collegato a “musica facile”. Un cantautore che denuncia i problemi sociali è spesso considerato “troppo negativo”. Qual è secondo te la giusta dimensione del “cantastorie”? Quali le differenze da Guccini ad oggi?

Sono visioni credo soggettive, che hanno a che fare coi gusti personali. Spesso in musica si azzardano di continuo discussioni apparentemente oggettive (l’ho fatto anch’io, prima), ma di fatto resta poi una questione di gusti.
C’è ad esempio chi pensa che si possa riprodurre pedissequamente quel tipo di modello-cantastorie alla Guccini anche oggi, come c’è chi (e io sono più per questa seconda ipotesi) pensa alla necessità del cantautorato di
svecchiarsi e di fare cose molto più moderne, come poi tentano di fare da anni Silvestri o Gazzè o Caparezza.
La mia idea, che rispecchia tra l’altro il mio desiderio di vedere fuse la musica più popolare con la cultura, è appunto quella di tentare di scrivere testi interessanti o intelligenti o di sostanza o con messaggi precisi e importanti, inseriti in un humus musicale poco stantio, possibilmente vivace, fresco, accattivante, di sicuro variegato, e quando possibile (perché no) anche popolare. Non ho mai amato la nicchia come vanto, come fenomeno da perpetuare o come stile di vita, della serie “sono orgoglioso di essere e restare nella nicchia”: no, non sopporto l’autoreferenzialità di certi ambienti di nicchia, le loro chiusure a riccio, il loro sentirsi “superiori” a prescindere, la loro paura di contaminarsi, il loro cantarsela e suonarsela da soli. Io vorrei portare le mie canzoni a più gente possibile in grado di apprezzarla. Detesto gli snobismi esattamente nello stesso modo in cui detesto il massacro culturale della musica che va in onda in TV. Non c’è contraddizione, nel mio pensiero: sono due eccessi che non fanno bene alla musica. O la ammazzano o la mandano in cancrena.

Quale sarà l’evoluzione di “Asincrono” e quali i tuoi progetti per l’immediato futuro?

Ho tantissime canzoni già pronte per il prossimo disco e credo altre ne scriverò a riguardo. Ma ora non ci penso affatto. So che alcuni miei amici cantautori non gestiscono bene l’insofferenza (capita anche a me, sia chiaro) verso il “già suonato” e pensano di continuo a cose nuove da scrivere o da pubblicare, per portarle in giro e rinfrescare il repertorio e gli entusiasmi. Io so tenere a freno queste smanie, quando le giudico eccessive, premature e impulsive. Pianifico con calma, pensando a ciò che ancora non ho fatto. Per un altro paio d’anni, almeno fino al 2013, credo che mi dedicherò ancora a portare in giro “Asincrono” il più possibile, specie in luoghi in cui non sono mai stato (e sono tanti). Ogni volta è una scoperta. E per quelle persone io sono ogni volta una novità, quindi come posso annoiarmi a farlo? Per me è vita ogni sera. A Torino ci andrò in autunno, ma mi aspettano ancora a Napoli, a Milano, in Friuli, nelle Marche, in Trentino, in Calabria, nelle isole. Le lancette dell’orologio di “Asincrono” hanno ancora un bel po’ da girare prima di fermarsi.


mercoledì 24 agosto 2011

Fabrizio Poggi and Chicken Mambo a Frabosa Soprana


Fotografia di Marcello De Gregorio

L’ultimo evento della mia estate frabosana è stato di altissimo livello.

Il 19 agosto, sulla piazzetta centrale, era di scena Fabrizio Poggi & Chicken Mambo, gruppo blues di caratura internazionale.

I concerti di Fabrizio non sono per me una novità, ma la sfida era quella di portare il “suo” blues in un luogo vacanziero, dove il pubblico è li quasi per obbligo, e non è detto che la concentrazione necessaria, per musicisti e pubblico, arrivi in automatico.

Occorre spiegare che partecipare ad un concerto di Fabrizio Poggi significa essere presenti in modo attivo ed aprirsi incondizionatamente per lasciarsi toccare in profondità. Lui canta, suona e racconta storie di vita, oltre la vita, e riesce sempre ad entrare in sintonia con chi si trova davanti anche i più … refrattari.

Dopo alcuni minuti la rumorosità della piazza affollata dai bambini è sparita dalle orecchie e dagli “occhi” di chi aveva trovato la giusta sintonia, e si era ritrovato a battere le mani, come Fabrizio suggeriva.

Eppure alle 21.15, quindici minuti prima dell’inizio della serata blues, la gente latitava, complice un evento sportivo a pochi metri di distanza.

E poi, magicamente, dopo l’entrata in scena delle transenne poste per rendere la piazza dedicata ai soli pedoni, e dopo aver sistemato le sedie davanti agli strumenti, la piazza si è riempita. Persone di età molto diversa tra loro hanno pian piano metabolizzato il messaggio di Fabrizio e un’atmosfera magica si è venuta a creare in pochi istanti.

E così, anche chi mai aveva avuto modo di sentire la band ha ascoltato nuove storie: l’amico musicista che suona ormai in Paradiso, in un’orchestra da sogno… la vecchina nera che viene “scossa”, a casa sua, l’America, dal blues di Poggi… la donna della vita, Angelina, che esiste nel percorso di ogni essere umano.

Sono messaggi semplici, ma profondi, e non sempre si è predisposti a recepirli.

Fabrizio come sempre ci è riuscito, raccontando la vita sulle rive del Mississippi, così come sulle sponde del Po.

Musicisti incredibili i Chicken Mambo, con uno stratosferico Gianfranco Scala alla chitarra, ed una straordinaria sezione ritmica formata da Roberto Re al basso e Stefano Bertolotti alla batteria.

Fabrizio canta, ovviamente, e suona l’armonica e l’organetto.

Spirit & Freedom” è l’ultimo album in studio, proposto nel corso della serata, ma i più “attenti” non si sono lasciati sfuggire il cofanetto appena uscito, relativo al viaggio dello scorso anno in America, contenente l’album live e un DVD.

A me resteranno due immagini come simbolo della serata: il pubblico che segna il tempo con le mani, cantando “batti le mani e salva la tua anima”, e Fabrizio che, alla fine del bis, si allontana dal microfono suonando l’armonica ormai inascoltabile per il basso volume, dirigendosi verso la sua Angelina, pronto a sedersi e “ricevere” il suo pubblico nel modo migliore.

Come sempre perfetto il service “Audio-Video” di Millesimo, ed è stato piacevole ascoltare i ringraziamenti fatti ai tecnici, nome per nome, da Fabrizio Poggi.

Serata indimenticabile.