martedì 31 maggio 2011

Pupi Bracali-Lizard



L’angolo di Pupi Bracali


Lizard – King Crimson (Polydor 1970)

Presi l’autobus per Loano verso la metà del pomeriggio.

Dopo essere partito con un piccolo scossone l’automezzo percorse un breve tratto della Statale Aurelia prima di transitare davanti al negozio di ferramenta del paese.

Proprio in quel momento un uomo entrava nel negozio ma io seduto dietro al finestrino non ci feci caso perso nei miei sogni musicali uno dei quali avrei presto realizzato.

Avevo letto meraviglie su quell’album che mi stavo accingendo ad acquistare e dopo aver racimolato la somma necessaria era arrivato il momento di comprarlo.

Nel negozio di ferramenta di Ceriale si stava svolgendo un altro acquisto: l’uomo entrato poco prima stava comprando un grosso coltello da cucina dalla lama lunga e larga e col manico di legno.

Sceso dall’autobus a Loano m’inoltrai nel centro storico per raggiungere il negozio di dischi proprio a metà del carruggio principale. Rovistai un po’ tra gli ellepi in ordine alfabetico e quando trovai quello che stavo cercando lo presi e mi avvicinai alla cassa.

Non so se l’uomo, che nello stesso istante usciva dal ferramenta di Ceriale, teneva già il coltello tra le mani o se quell’oggetto tagliente fosse rinchiuso in una scatola o avvolto in un vecchio giornale e poi buttato in un sacchetto. Quello che so è che l’uomo col coltello, mentre io tutto soddisfatto del mio acquisto mostravo Lizard dei King Crimson alla cassiera del negozio dicendo: “prendo questo”, attraversava la via Aurelia penetrando nei carruggi di Ceriale dirigendosi verso la piazza principale del paese.

Ora, sull’autobus del ritorno, rimiravo quel disco che rigiravo tra le mani osservandone la copertina apribile, lucida e ricca di colori, che riportava visivamente nello stile delle antiche miniature le immagini riferite alle canzoni contenute.

Proprio mentre pregustavo i fasti musicali che tra breve avrei ascoltato, l’uomo col coltello entrava nella panetteria della piazza centrale di Ceriale.

In quel momento, dondolando su quell’autobus, ancora non sapevo che presto avrei ascoltato la voce esile di Jon Anderson degli Yes cantare la prima parte della storia del Principe Ruperto fondendosi con quella cavernosa di Gordon Haskell (anche bassista come i dettami di Mr. Fripp imponevano) proseguendo nella lunga suite della seconda facciata dove un bolero Raveliano, sottolineato dal drumming rotolante e incisivo di Andy McCulloch, terminava mirabilmente in una caotica esplosione di free jazz tanto magnifica quanto inaspettata.

Le “menti migliori della mia generazione” del jazz inglese si ritrovavano in quei lunghi minuti a intersecare i loro strumenti gemendo e accavallandosi in un crescendo funambolico sottolineato dal pianismo lirico e liquido di Keith Tippett che veniva sovrastato dalla cornetta di Marc Charig, dal trombone reboante di Nick Evans, dall’oboe classicheggiante di Robin Miller e dai sax laceranti di Mel Collins per poi terminare, come la calma dopo la tempesta, in un quasi recitativo di Haskell lento e suggestivo il cui finale sottovoce esplodeva nuovamente con la batteria furiosa e fumosa di McCulloch che sottolineava la spiritata danza mellotroniana di un Robert Fripp sabbatico che svolgeva le spire di una serpe sonora fino a distendersi negli acuti finali di una chitarra elettrica solitaria, lancinante e distorta che si spegneva poco a poco allontanandosi dalle nostre orecchie sfumando nei pochi secondi di un valzerone sgangherato prima del silenzio finale dell’opera.

Cirkus, che invece apriva la prima facciata, rinverdiva i fasti di brani quali Schizoid Man o Pictures of a City che suggellavano gli album precedenti, con un Mel Collins indiavolato al possente sax baritono, così come sobrio e misurato al soprano nei momenti più suadenti che si alternavano ai crescendi più fast and furious dell’ensemble, con Fripp che svisava sull’acustica scalando le montagne e il manico della chitarra, e ancora unTippett liquidissimo e nostalgico, un McCulloch rulleggiante e incessante, e un Gordon Haskell che baritonalmente gigioneggiava vocalmente ironico e filtrato sui testi di Pete Sinflield, poeta delicato e onirico come dimostrava la conclusiva, acustica e dolcissima Lady of a dancing water con Collins protagonista al flauto.

Tra le due canzoni, ancora Happy family splendido brano with humour dedicato ai Beatles ed esperimento pop/free jazz, per come pop può essere un brano di Robert Fripp, con Keith Tippett ancora una volta al proscenio tra fiati rutilanti e Indoor Games punteggiata da un bassismo preciso e pulsante, da melodiche ondate di mellotron, da schitarrate frippiane e saxes singhiozzanti...

Quando scesi dall’autobus con Lizard tra le mani divorato dalla voglia di ascoltarlo attraversai l’Aurelia per raggiungere il vicolo dove abitavo allora.

Dovevo percorrere una breve strada in leggera discesa che passando sotto il ponte della ferrovia e poi davanti alla chiesa conduceva alla piazza del paese.

Cominciava ad imbrunire e appena imboccata la strada vidi la gente lontana.

Tanta, tantissima gente gremiva l’angolo di piazza che la visuale mi consentiva di vedere; decine, centinaia di persone assiepate, addossate une alle altre e più mi avvicinavo più ne vedevo ancora fino a scoprire la piazza incredibilmente gremita di persone. Nemmeno alla festa del paese avevo visto così tanta gente; poi nell’angolo più lontano della piazza dove c’era il negozio di panetteria vidi le ambulanze e i lampeggianti delle macchine dei carabinieri.

L’uomo col coltello era entrato nella panetteria aveva visto la giovane commessa di cui era perdutamente innamorato ma non corrisposto, parlare, ridere e scherzare col rappresentante delle Patatine Pai e aveva messo in atto quanto la sua morbosa gelosia aveva già premeditato: le violente coltellate colsero inaspettate la ragazza e l’uomo che le stava parlando conducendoli alla morte in pochi minuti.

Solo Giorgina si salvò.

Giorgina era dentro quel negozio; la giovane commessa era sua zia e la piccola Giorgina era passata a salutarla. Alla vista della strage la bambina si nascose, chi dice sotto il banco, chi dietro una porta, scampando alla cieca furia dell’assassino che forse non la vide neppure e che fu subito arrestato dopo una breve fuga a piedi attraverso le campagne di Ceriale.

Giorgina era una mia amica, abitava al piano di sotto nel mio stesso condominio e conoscevo benissimo anche la zia uccisa.

Ora Giorgina è una donna di oltre cinquant’anni, non vive più a Ceriale, ci incontriamo raramente, ma quando capita ci rivediamo sempre volentieri. Di questa storia drammatica che la vide coinvolta da bambina non abbiamo mai parlato.

Lizard dei King Crimson è un grande album, ottimo esempio di certo rock progressivo degli anni settanta; a differenza di altri dischi che ho scioccamente venduto nel corso degli anni lo possiedo ancora. In questo momento ce l’ho qui davanti e lo sto ascoltando; ma ogni volta che lo faccio non posso fare a meno di rivedermi in quella piazza, incredulo, in mezzo a tutta quella folla, col disco tra le mani e la morte nel cuore.


lunedì 30 maggio 2011

Intervista ... anomala a Vittorio Nocenzi


Foto di Augusto Croce

Da poche ore è terminato l’evento di Valenza… memorabile. Ne perlerò nei dettagli nei prossimi giorni.

Nell’occasione, tra le tante soddisfazioni che normalmente questi concerti mi regalano, una è da evidenziare immediatamente, e ne racconto il motivo.
Un anno fa, era l’inizio di giugno, il mago Franco Taulino realizzava una delle sue alchimie in quel di Volpedo, dove gli appassionati del prog di casa nostra potevano gustare, tra le tante cose, il ritorno sul palco del binomio “Nocenzi”. Storie da BANCO!!
Nei giorni a seguire l’amico Wazza Kanazza favoriva un mio contatto con Vittorio Nocenzi, a cui spedii le mie solite domande. Non accadde niente, così come sei mesi dopo, quando rinviai le stesse domande ad indirizzo diverso. In un anno di "tribolazioni epistolari" mi ero quindi fatto l’idea di un'inaccessibilità di Vittorio, un filtro “spesso”, una marea di impegni e… mi ero rassegnato. Mi sbagliavo. Forse il solito problema di comunicazione…
A Valenza incontro Vittorio e gli ricordo l’iter della nostra mai avvenuta intervista. Lui cade dalle nuvole e appare realmente dispiaciuto dell’incomprensione. Mi ripassa un altro indirizzo mail e appena arrivato a casa riprovo, lasciando esattamente le stesse domande di dodici mesi prima.
Passano poche ore e mi arriva la seguente mail di Vittorio Nocenzi:
Quello che non è accaduto in un anno è accaduto in un giorno: sono appena tornato e sto ancora con la valigia davanti al computer: però ho risposto a tutte le tue 10 domande.
Scusa del ritardo!!!"
Questa è dunque un’intervista anomala, con risposte che corrispondono a domande vecchie di un anno, eppure, a mio parere, non c’è niente di stonato o fuori dal tempo.

L'INTERVISTA

Non posso che partire da Volpedo, ricordando un concerto emozionante, in un contesto che, come anche tu sottolineasti, è risultato affascinante, oltre le più rosee aspettative. Pensavo che la forte emozione provata fosse riservata soprattutto a noi spettatori, ma parlando con Bernardo Lanzetti, pochi giorni dopo, ho capito che il momento magico aveva coinvolto anche gli artisti. Che cosa ha contato di più per te … la festa in onore di Rodolfo Maltese … la reunion on stage con tuo fratello Gianni, dopo molti anni … il luogo, l’amicizia, il pubblico?
Le componenti di un concerto sono scritte con un linguaggio diverso da quello verbale, è un linguaggio subliminale fatto di percezioni mentali, fisiche,spesso irrazionali, attinenti ad una sfera “parallela” a quella conscia, reale e concreta. Per cui c'era sicuramente tutto quello che hai indicato ed altro ancora, ma strutturato “dentro” secondo parametri diversi da quelli usuali.

Ho commentato con un amico presente “750.000 anni fa, l’amore” e concordavamo sul fatto che le prime note di piano provocano intensi brividi che percorrono la spina dorsale. Tipico della musica … di certa musica. Il potere gratifica molti, anche nelle situazioni più aberranti, ma avere la capacità (e quindi il potere) di creare qualcosa che provoca sensazioni positive negli esseri umani deve essere una delle maggiori soddisfazioni che si possano provare. Sei conscio di questo tuo “ dono del Signore” e sei d’accordo sul fatto che possa essere considerato come una terapia per alleviare dolori dell’anima, spesso più forti di quelli fisici?
Più che “potere” io definirei quello di cui parli “privilegio”, un privilegio di cui non bisogna mai dimenticarsi. Di sicuro la musica è qualcosa che sta contemporaneamente dentro e fuori la realtà, che coinvolge matericamente e spiritualmente, che racconta storie già note eppure ogni volta può alludere a storie nuove, inaspettate. In genere tutta l'arte ha questa capacità di essere alchemicamente costituita da ragione e istinto, da tecnica e pulsione inconscia, ma forse la musica ha il vantaggio di essere al primo impatto più coinvolgente, come se consentisse un accesso più immediato, forse più “facile”, almeno in molti dei suoi generi e stili (per la musica dodecafonica, ad es., dovremmo parlare ovviamente di altri processi). Letteratura, scultura, architettura, ad es. hanno bisogno subito dell'intervento del pensiero per essere recepite, coinvolgono in maniera più ampia la nostra parte razionale, richiedono per essere “SENTITE” emotivamente la conoscenza di linguaggi e tecniche più complesse. Con questo non intendo affatto dire che la musica sia più semplice, dico solo che al primo impatto risuona in modo più immediato, mettendo subito in moto una possibile percezione emotiva, lasciando poi agli ascolti successivi il piacere di approfondirne la conoscenza per scendere più in profondità. Credo che questa sua prerogativa la renda più incisiva degli altri linguaggi artistici e quindi ad esempio anche come terapia abbia una maggiore incisività di altre tecniche.

Vedendovi a Volpedo mi è venuto da pensare che avete moltissimo da dare … insieme. Vi avevo ascoltato un paio di anni fa, a Savona e, al di là della buona performance da professionisti, la sensazione che avevo provato era di un concerto un po’ “forzato”, come se ci fosse un contratto da rispettare, ma con una gran voglia di finire presto. L’atteggiamento di Francesco Di Giacomo , apparentemente svogliato (ma credo faccia parte del personaggio) aveva accentuato questa sensazione. Forse mi sono sbagliato, ma la mia curiosità resta: è davvero difficile suonare assieme dopo tanti anni? Si possono trovare nuovi stimoli e fresche motivazioni per continuare a far felici i sostenitori?
Un concerto non è in nessun caso fatto solo da quello che accade sul palco, anzi è molto più importante quello che accade fuori del palco, parlo della qualità del “pubblico”. Soprattutto dopo tanti anni, è l'attenzione, la qualità di chi si mette in ascolto di un concerto che lo rende interessante, emozionante, travolgente, perché è questo che ispira maggiormente un artista: chi c'è ad ascoltare la tua performance, perché questo apparente “destinatario” è invece non solo “committente” del concerto ma ne è assolutamente “cointerprete”. Ogni volta il gioco è soprattutto questo: se l'esecuzione di chi ascolta è forte, quella di chi suona non può essere mai inferiore: è un boomerang, è un rimbalzo incredibile che non potrà mai accadere in modo scontato e uguale ad un altro, almeno questo è quello che mi capita sempre con il Banco.

Cosa ha significato per te ritrovarti sul palco con Gianni, sia dal punto di vista tecnico (lo hai presentato come uno dei più grandi in Italia) che da quelloaffettivo?
Quando Gianni lasciò la formazione, fu un momento molto particolare, e oggi a distanza di tanto tempo possono dire che per me fu sicuramente doloroso, fui subito consapevole delle occasioni preziose che avremmo sottratto a noi stessi e agli altri... ma le scelte vanno ovviamente sempre rispettate. Il potenziale delnostro binomio, provando a parlarne in maniera onestamente distaccata ed obiettiva, credo che si sia espresso direi al massimo al 30 - 40 % di quello che avrebbe potuto dare, e bada bene questa è la prima ed ultima volta che lo dico pubblicamente (le autocelebrazioni, anche se mi ci tiri per i capelli, sono sempre imbarazzanti e di poco gusto!). Sul livello tecnico-artistico di Gianni credo che la mia affermazione sia assolutamente oggettiva, distante anni luce dal fatto di essere fratelli: è una mia convinzione ed in quanto tale certamente condivisibile oppure no.

Dando una lettura ai tuoi moltissimi impegni ufficiali, emerge la tua attenzione verso i giovani talenti e verso la cultura in generale, non solo musicale quindi. So che è facile cadere nella retorica, ma esiste tutto un mondo di “ultimi”, cronologicamente parlando, che rischia di restare pericolosamente senza obiettivi, o comunque senza comprendere quale tipo di impegno serva per raggiungerli. E non credo che “Amici” sia un buon esempio. Che cosa, concretamente, può fare un artista per far capire a un giovane che l’oasi si raggiunge dopo chilometri di deserto?
Non c'è niente che un artista possa fare per indicare le scorciatoie verso l'oasi... perché se sei un vero artista, hai già sofferto tu quell'inferno, le illusioni, le delusioni, le ipocrisie, l'ignoranza crassa e arrogante... per cui puoi solo essere dalla parte dei giovani e dire loro di resistere e di credere a sé stessi fin dove possono e oltre.

”Estremo occidente” è una questione tra te e il tuo piano. Potresti scegliere tra la bellezza di una lirica musicata e le immagini fornite dalla sola musica? Cosa prevale, se prevale, tra testo e suoni?
Ancora una volta è un fatto di linguaggi: il suono non ricorre ai concetti logici del pensiero e delle parole, quindi ha il vantaggio di raccontate tante storie parallele quanti sono gli ascoltatori. Nel momento in cui metti insieme parole e musica, sicuramente in qualche modo restringi un po' l'immaginario evocato dalla sola musica, come se le immagini suggerite dalle parole possano imbrigliare quelle più ampie della musica strumentale. Però, come spesso accade, in qualche modo c'è una specie di compensazione: il testo da una forza più penetrante, da ulteriore efficacia alla musica e quindi le consente di arrivare prima agli altri, le suggestioni sono già in parte decodificate. Inoltre se è vero che suggerisce delle immagini obbligate (cioè quelle legate alle parole) è altrettanto vero che, come accade per un libro, io posso comunque dare, in modo personale e diverso da quello degli altri, fisionomia ad un viso, emozioni ad un racconto, insomma fare di una lettura una specie di film individuale. “Movimenti” proponeva le poesie che Alda Merini aveva scritto per i miei brani come lettura parallela all'ascolto, proprio per scardinare l'obbligarietà delle parole della canzone fissate e “inchiavate” sulle note della melodia: proponevo di leggere le poesie di Alda Merini contemporaneamente all'ascolto dei brani, liberamente... con una scansione temporale più larga di quella delle canzoni, che consentisse di gustare le immagini evocate dalle parole in modo ampio, amplificandole con l'ascolto della musica. I versi della Merini potevano essere letti più volte, durante l'ascolto della mia musica, con una scansione ampia e reiterata, come sorseggiare un grande bicchiere d'acqua e scoprirne la bontà mentre ti leva la sete.

Credo di avere grossi esempi di “classico “ che soccorre il rock. Ma c’è qualcosa di rock nella musica classica?
Posso rispondere meglio se mi consenti di rifarmi all'ABC della musica: i tre elementi fondamentali che la costituiscono sono melodia, armonia e ritmo (oltre naturalmente al suono, al timbro). Quando la pulsazione ritmica viene esaltata dalla scrittura e dall'esecuzione, allora la musica classica è più vicina al rock. La “Sacre du printemps” di Stravinskji, con i suoi accentati insistenti ed esplosivi, può essere un buon esempio di quello che intendo. Ho sentito eseguire, ad es., da Nigel Kennedy “Le quattro stagioni “di Vivaldi con una forza ritmica così prorompente da far diventare l'intera composizione assolutamente rock!! Eppure la partitura non aveva subito nessuna variazione, anzi era stata eseguita in modo filologico e assolutamente rigoroso. Nello stesso concerto ho sentito eseguire anche Hendrix dallo stesso ensamble di archi di Kennedy: era un regalo del rock al mondo sinfonico.

Mi ha affascinato il concetto di “mutamento” alla base dell ‘ “I CHING “, filosofia che hai applicato nella realizzazione del tuo disco. Quando riproponi i vecchi brani del BMS li “senti” differenti , per significato o presentazione, rispetto al passato?
E' sempre la stessa storia: la musica è un miracoloso paradosso, è matematica eppure allo stesso tempo esprime irrazionalità, è tecnica, è precisione ed allo stesso tempo è istinto, è realtà concreta che si porge all'ascolto per spostarti in altre parallele dimensioni, è il contatto con il trascendente, il divino... come la follia che veniva rispettata dalle culture popolari proprio per la sua illogicità come interfaccia metafisico. Il tempo, il passato, il presente, sono categorie mentali così relative!

Mi porto dietro sin dall’adolescenza un concetto di Voltaire che definiva l’amicizia “… un tacito accordo tra persone sensibili e virtuose … “. Quanto erano “sensibili e virtuosi “ gli uomini on stage a Volpedo.
Sono convinto che sul palco c'era molto di quel tacito accordo volteriano.

Sei felice, musicalmente parlando?
No, mi manca il tempo necessario per scrivere di più, mi manca l'opportunità di poter credere ancora alla forza della cultura e dell'emozione... vedo invece intorno un cinismo stupido e miope che non ha nulla a che fare con quella dimensione spirituale di cui la musica e le altre arti dell'uomo hanno sempre bisogno per potersi trasformare in idee nuove, emozioni, visioni future, sentimenti condivisi e privati allo stesso tempo, insomma nel miracolo di poter sognare ad occhi aperti.


venerdì 27 maggio 2011

Love


Love furono un gruppo di Psychedelic Rock statunitense formato nel 1965 a Los Angeles, sulla scia del fenomeno musicale del momento, i Byrds.
Si possono considerare una delle più importanti formazioni della scena californiana degli anni 60 e rappresentano forse i precursori dell’acid rock.
Il loro leader era Arthur Lee, uno dei più abili ed originali chitarristi dell’epoca.

Componenti del gruppo:

Arthur Lee (chitarra e voci), Michael Stuart (batteria, percussioni), Ken Forssi (basso), Bryan MacLean (chitarra ritmica e voce) e Johnny Echols (chitarra solista e voci).
Alla batteria Stuart si alternò con Alban “Snoopy” Pfisterer nei dischi Love, Da Capo e Forever Changes; Pfisterer suonò anche l’organo e il clavicembalo ma lasciò il gruppo dopo le registrazioni di Forever Changes.
Nel disco Da Capo si aggiunse Tjay Cantrelli al sassofono e flauto.
L’album d’esordio dei Love è, Love (Elektra, 1966), il quale contiene la canzone Hey Joe (scritta da Dino Valenti, futuro Quicksilver).
Nell’album successivo il sound dei Love abbraccia decisamente la psichedelica, non trascurando innesti jazzistici: l’album è Da Capo (Elektra, february 1967).
Tra le altre canzoni questo album contiene Seven And Seven Is, divenuto un classico del garage-rock.




Nel Dicembre del 1967 esce Forever Changes (Elektra), compromesso tra il sound psichedelico del momento e qualcosa di più commerciale. L'album sicuramente viene ricordato per le originali orchestrazioni utilizzate.
I Love escono dagli anni 60 con Four Sail (Elektra, 1969) e Out Here (Blue Thumb, 1969) che continuano a mescolare un sound più tranquillo e rassicurante a momenti più duri e decisamente psichedelici.
False Start (One Way, 1970) aggiunge solo momenti di chitarra epica alla storia del gruppo.
La storia dei Love finisce qui.
Quella di Lee continua con Vindicator (A&M, 1972).
Arthur Lee incise un album con Jimi Hendrix che non venne mai pubblicato.
I Love si riuniscono poi per l’inutile Reel To Real (RSO, 1974).
Con il nome Love escono anche Love Revisited (Elektra, 1972), un’antologia del periodo 1965-68, e Love Story (Rhino, 1995).
Da segnalare anche Love Live - 1978 Reunion (Rhino 1982) e Love - The Forever Changes Concert (Snapper Music 2003).

Arthur Lee rispolverò la sigla Love per l’album Arthur Lee And Love (New Rose, 1992). Bryan Maclean esce con Ifyoubelievein (Rhino 1997).
MacLean è morto nel 1998. Arthur Lee è morto nell’estate del 2006.

Seven and Seven Is



giovedì 26 maggio 2011

Les Trois Tetons-"Dangereyes




E’ appena uscito Dangereyes, il terzo album studio de Les Trois Tetons, gruppo savonese che spazia dal Rock al Blues al R&B.
Conosco il valore assoluto della band, per averla ascoltata più volte dal vivo, l’ultima delle quali il febbraio scorso, come opening act dei Nine Belowe Zero… mica roba da ridere!
Ogni volta che esprimo un giudizio su questo gruppo, alla fine cado sempre su un concetto, tra il doloroso e il gratificante, che potrei semplificare dicendo che, nascere nel posto giusto al momento giusto può determinare il corso della nostra storia. Concetto scontato, lo so, ma mi immagino Zac e soci a Londra, fine anni ’60… tutta un’altra storia!
Nelle domande a seguire ho cercato di scavare un po’ per carpire e capire un po’ di filosofia musicale e di vita del gruppo, e dall’unione delle risposte si delinea una picture che aiuta a comprendere qualcosa in più della band.
Ma alla fine è la musica che deve parlare.
Credo che chi ha visto almeno una volta una performance live della band, se ama il genere, possa comprare un loro album a colpo sicuro. Ho visto con i miei occhi i musicisti dei NBZ, in attesa della propria esibizione, assistere ammirati L3T, e due anni prima, a Varazze, avevo assistito ad un esempio di interazione entusiasmante tra gli stessi NBZ e il frontman Zac, pronto a “rubare “ il palco per un bis a più voci. Indimenticabile.

Si formano nel 1992 come rhythm and blues band, per esordire nello stesso anno dal vivo a Genova. Dal 2000 la line up è immutata: il gruppo è composto da Zac (voce, chitarra e armonica), Icarus (basso), Guido (batteria), Barbon (chitarra e slide)…. questo l’inizio di biografia rintracciabile sul sito :


spazio in cui si possono trovare testi e sample di Dangereyes, e molto di più ancora.

Undici brani composti ed eseguiti nella migliore tradizione R&B, dove il virtuosismo del singolo elemento assume minore importanza rispetto al mix globale, omogeneo e di grande qualità.
L’ascolto di un gruppo “nuovo” (anche se in questo caso sarebbe meglio dire “meno visibile” rispetto ai mostri sacri conosciuti) conduce sempre a paragoni importanti, ed è forse questa una necessità del recensore, che in questo modo fornisce indicazioni e induce a scoprire qualcosa di più. Nel caso de L3T (Dangereyes è il primo loro album che ascolto, e ne ho avuto immediata conferma) credo si possa parlare di “maturità” musicale, quel sottile status che si ottiene in modo spontaneo quando il proprio ”lavoro” viene preso in considerazione non in relazione ad altri, ma semmai ai propri precedenti.
Una delle mie domande verteva sulle liriche perché ho trovato estrema cura nella loro applicazione alla musica. Non credo esistano regole rigide sulla priorità di inserimento, tra musica e testo, ma il partire dalla storia, dalla parola è più iter da cantautori… i rockettari, imbracciata una chitarra, trovano subito il blues o il riff ritmato. Ma un testo appropriato e “sentito” da enorme valore aggiunto, non dimenticando mai che certi modelli musicali d’oltreoceano nascono e si alimentano attraverso “il sociale”, attraverso il dolore e la condizione umana. Ne ho scelto uno che ho apprezzato particolarmente:


The Ghost of my Mother

Una sera nella mia cucina
Bevevo in bicchiere di vino
Ho sentito bussare alla finestra
Non mi sentivo molto bene
Poteva essere stato il vento
A ricordarmi di una vecchia storia:
Quando stai per morire
I tuoi genitori vengono a portarti via
In un’altra terra
In un’altra vita
Ti portano via dai tuoi problemi e dalla tua sofferenza
Nessuna preoccupazione al mondo
Vorrei andarci e restare
Ma forse non farebbe differenza
Mi sentirei allo stesso modo
Una sera dopo cena
Sentire bussare mi fece rabbrividire
Ma quando aprii la porta
Non c’era nessuno
Scesi in strada e vidi
Mia madre, ero perduto
Dato che era morta molto tempo prima
Era uno spirito o un fantasma?
Una promessa mi ha fatto tornare, figlio mio
Non avere paura – disse – dormi tranquillo
Se sei solo starò con te
La tua ora deve ancora venire

Un bel disco, un ascolto sciolto e gradevole. Il mio primo "passaggio" è avvenuto durante un viaggio in auto … abbinamento perfetto!

BRANI


Berlin 1987
The Ghost of my Mother
Waiting
No Scars
Beaujolais and Sufferings
Cats and Rags
Dangereyes
Nightlife (Followed by Shadows)
The Invisible Third Man (North by Northwest)
Don’t Trust the Mirror
A shot of air




L’INTERVISTA

Siete arrivati al terzo disco in studio e gli anni di gavetta sono ormai cospicui. Che cosa secondo voi occorre fare nel momento attuale, nel nostro paese, per poter vivere di sola musica?
Ah, se lo sapessimo lo faremmo! Comunque non abbiamo vissuto questi anni come… gavetta, cioè in attesa di un eventuale successo, ma giorno pergiorno, cercando semplicemente di fare quello che ci sentivamo. Vivere suonando questo tipo di musica in questo paese è una battaglia ardua, anche semagari a vent’anni, con tanta determinazione e una dose di coraggio, magari con qualche compromesso, ci si potrebbe provare. Passati i quaranta meglioavere uno straccio di lavoro e suonare cosa e quando ti pare.
L’ultima volta che vi ho visto suonare era febbraio, prima dei NBZ. Ricordo ancora il labiale deluso quando vi comunicarono che eravate giunti all’ultimo brano. La cosa che mi ha sempre colpito di voi è la capacità di stare sul palco e di coinvolgere l’audience. Che cosa rappresenta per L3T la performance live? Meglio lo studio di registrazione o il palco?
Bellissima serata quella, per cui dispiaceva davvero lasciare il palco, anche se doveroso, ma comunque piacevole, visto che anche noi attendevamo con piacere il gruppo a seguire. Il live è tutto, è la celebrazione della musica, che per come la vedo io è fatta di un’intesa tra esecutori e ascoltatori. Naturalmente anche le prove sono importanti, come del resto le registrazioni, perché rappresentano il momento in cui dai una forma aquello che stai cercando di creare. Poi però suonandolo dal vivo gli dai veramente un senso.
Domanda per Zac: qual è per te il modo più gratificante di esprimersi on stage … voce, armonica o chitarra?

Musicalmente nasco come cantante, ma l’armonica è lo strumento che mi ha dato più gratificazioni, quello con cui mi esprimo nel modo più naturale. Allo stesso tempo la chitarra mi è indispensabile nel comunicare con gli altri musicisti del gruppo. Insomma potrei anche fare soltanto il cantante puro ma mi mancherebbe qualcosa.

Il vostro tipo di musica non può prescindere dalla lingua inglese, ma ho visto che avete avuto cura di tradurre i testi, segno che le liriche non sono solo un complemento alla musica e tenete al fatto che il vostro pensiero sia ben compreso. Come nasce una vostra canzone? Prima testo o musica o… non c’è regola?
Soprattutto in questo disco i testi sono stati curati nel miglior modo possibile, tenendo conto del fatto che comunque nessuno di noi è madrelingua. Però l’inglese è particolarmente adatto al nostro genere, è la sonorità con cui esso è nato e che inevitabilmente hai nelle orecchiequando ti approcci a Blues e Rock, d’oltre manica e d’oltre oceano (anche se per la prima volta ho azzardato un ritornello in tedesco, lingua che secondo me si presta bene e alla quale sono molto legato ). Bisogna dire, rispondendo alla tua domanda, che nel nostro caso nasce sempre prima la musica, poi ci si abbina il testo; a volte una storia, a volte solo frasi che suonano particolarmente bene, dipende anche da chi propone la canzone.

In un gruppo le influenze dei singoli musicisti sono sempre varie. Qual è l’artista o la band che, nel vostro caso, mette tutti d’accordo?

Anche se nasciamo sotto l’egida della passione per gli Stones, è molto difficile mettere d’accordo tutti, avendo gusti che pur intersecandosi, ovviamente, sono anche spesso diversi fra loro. Forse uno dei grandi nomi indiscutibili come Hendrix, o i Led Zeppelin, può servire allo scopo.

Esiste un aneddoto, un ricordo, legato a qualche esperienza importante, che vi ha lasciato qualcosa in più rispetto ad altri?

Gli aneddoti sono tanti, ma probabilmente poco interessanti per chi non li ha vissuti all’interno del gruppo. Non viviamo molto di ricordi, le esperienze più belle che mi vengono in mente sono quelle più recenti,ovvero i concerti in Germania e Svizzera dell’anno scorso e la serata con i Nine Below Zero, che ha chiuso un po’ un cerchio, dato che vent’anni fa io imparavo a suonare l’armonica proprio sul loro primo disco. Vederli poi osservarci interessati e sentirci fare i complimenti per la nostra musica è stata una grande soddisfazione.

Sento spesso dire che in Italia mancano i talenti. Io penso piuttosto che manchino le opportunità. Qual è il vostro pensiero?

Credo che in Italia ci siano opportunità solo per certi tipi di musica,c’è una visione già un po’ restrittiva, peggiorata poi ulteriormente dal basso livello – odierno - della cultura musicale e dall’appiattimento dei gusti, fattori che hanno più di una causa. Potremmo parlarne una serata intera, ma non so se giungeremmo a delle conclusioni costruttive. È un discorso anche legittimo, ma che poi sfocia spesso nel solito mugugno.

Mi dite i nomi di tre album da portare in viaggio per sempre?

Pochi! allora due doppi: Exile on Main Street dei Rolling Stones, London Calling dei Clash, Rain Dogs di Tom Waits.

C’è spazio nel vostro progetto per la sperimentazione, per l’utilizzo di nuova tecnologia?

Dipende che cosa intendi per nuova tecnologia, a volte già un pedalino/effetto è un’avventura. Siamo molto legati a sonorità datate, amplificatori valvolari e pochi fronzoli. Certo che poi registrando al giorno d’oggi vieni inevitabilmente a contatto con quella che ora è la realtà della tecnologia musicale: il digitale impera e offre possibilitàuna volta impensabili, anche scorciatoie molto pratiche, di cui però un gruppo come noi è meglio non abusi.

Che cosa vorreste accadesse a Les Trois Tetons nei prossimi tre anni?

Intanto continuare a suonare insieme. Poi ancora qualche soddisfazione, qualche bel festival e altri concerti all’estero, magari ancora un disco.Se poi vogliamo proprio sognare, allora mettici pure un bel contratto e qualche milione di dischi venduti.



mercoledì 25 maggio 2011

Plagi e curiosità...



Leggendo il libro di Michele Bovi, “Anche Mozart copiava” (edizioni Auditorium, 2004) si scoprono cose interessanti. Ne riporto una che mi ha colpito particolarmente perché anche io credevo che… Phil Collins avesse scopiazzato Ivan Graziani!
Scrive Bovi: “… qualcosa del genere è accaduto con un rondò da una delle “Sonatine Progressive” dell’ OP. 36 del pianista-compositore romano Muzio Clementi che risale al 1797.
Diventa nel 1965 un successo internazionale con il titolo “A groovy kind of love” firmata da Carol Bayer Sager e Tony Wine per le voci del gruppo Mindbenders. Un anno dopo viene rilanciata con un’altra etichetta: Wayne Fontana and the Mindbenders, stesso titolo, stesse firme di autori. Anche i Camaleonti la incidono nel 1966 : il titolo è “Non c’è più nessuno”, e alle firme Wine- Bayer si aggiunge quella del paroliere italiano Serengay, ma sullo spartito è dichiarato il riferimento al lavoro di Muzio Clementi.
Ivan Graziani nel 1979 trasforma lo studio del compositore settecentesco in “Agnese”, firmandolo inizialmente soltanto con il proprio nome e successivamente con la dicitura “ rielaborazione di Ivan Graziani”.
Le firme di Wine e Bayer torna in etichetta nel 1991 quando Phil Collins incide una nuova versione di “A groovy kind of love” e molti italiani -persino qualche giornalista ci casca- gridano al plagio: Collins ha copiato Graziani!
Ma non finisce qui lo sfruttamento della fortunata Sonatina: nel 2000 conosce una versione dance che partecipa al Festivalbar col titolo “Look at us”, cantata da Sarina Paris e firmata Marchino-Parisi.”
Ascoltiamo le quattro versioni differenti:






martedì 24 maggio 2011

Terry Kath e i “100 migliori chitarristi rock”


Innocenzo Alfano mi ha inviato un altro interessante articolo.

Chi non ha mai letto, almeno una volta, una bella classifica dei “migliori 100” chitarristi rock? Credo che sia capitato a tutti di leggerle. Beh, il problema di quelle classifiche è che, purtroppo, sono spesso compilate da persone che non hanno molto chiara la differenza tra chi la chitarra sa suonarla bene e tra chi, invece, la suona in maniera approssimativa o tutt’al più in modo elementare. Ma il guaio ancora più grosso è che, in molti casi, le persone – o gruppi di persone – che compilano quelle classifiche sono considerate "autorevoli". Per parlare (in breve) di questo argomento, sul bimestrale “Apollinea”, ho preso spunto dalle vicende artistiche e umane di Terry Kath, bravissimo chitarrista dei Chicago per dieci anni consecutivi, ma il cui nome, in quelle classifiche, non è mai comparso, e continua a non comparire, troppo di frequente...

Terry Kath e i “100 migliori chitarristi rock”

di Innocenzo Alfano

Come mi piace ripetere ogni volta che ne ho l’occasione, e come ho anche scritto sulla quarta di copertina di Effetto Pop (Aracne, Roma, 2008 e 2010), nel rock i musicisti bravi vengono spesso definiti pretenziosi, quelli mediocri dei geni. Esiste però anche una terza possibilità, ed è quella che consiste, per quanto riguarda però solo i musicisti bravi, nell’ignorarli. È ciò che è successo allo statunitense Terry Kath (nella foto), estroso chitarrista dei Chicago nel corso di due lustri esatti, dal 1968 al 1977, l’anno che precedette quello della sua prematura ed improvvisa scomparsa causata da uno stupido quanto incredibile incidente, avvenuto un pomeriggio in cui Kath, un po’ brillo dopo aver partecipato ad una festicciola, decise, sotto lo sguardo preoccupato della moglie e di un amico, di mettersi a giocare con delle pistole. Vere, purtroppo.

Kath era un chitarrista completo, un musicista in grado di muoversi con disinvoltura in ambiti come il rock, il blues ed il jazz, come pure in territori più sperimentali ed avanguardistici (si ascolti a tal proposito Free Form Guitar, un brano tratto dal primo storico, oltre che doppio, album dei Chicago, pubblicato nella primavera del 1969). Tra i suoi estimatori vi era anche, giusto per dare un’idea del personaggio e delle sue qualità, nientemeno che il grande Jimi Hendrix. Eppure, incredibilmente, il nome di Terry Kath è stato sempre trascurato dalla storiografia rock “ufficiale”, a vantaggio di musicisti spesso nettamente inferiori a lui sia da un punto di vista tecnico che della fantasia. Ed infatti, se diamo un’occhiata alla lista dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi stilata dal mensile Rolling Stone, si noterà come il nome di Terry Kath non ci sia. Ci sono invece George Harrison (21), Keith Richards (10, uno dei chitarristi meno dotati di tutta la storia del rock e nonostante ciò qui addirittura nella top ten, e, come se non bastasse, quattro gradini sopra Jeff Beck!) e Lou Reed, il quale, grazie alla 52ª posizione, è ritenuto persino più bravo del celebre “southern rocker” Dickey Betts, soltanto 58esimo. E pensare che Rolling Stone è stata considerata per lunghi anni la “Bibbia” della musica pop/rock. Ma forse, a ben vedere, il problema è proprio questo.

Il sito internet DigitalDreamDoor.com, che contiene a sua volta una classifica simile ma divisa giustamente per generi, ha invece incluso l’ex chitarrista dei Chicago fra i 100 migliori chitarristi rock, sebbene solamente al 55º posto, dietro ai soliti Keith Richards (30), George Harrison (31) e finanche Curtis Mayfield (51), uno che nella sua lunga carriera ha fatto più che altro il cantante. Questo sito internet – cioè i suoi curatori – ha comunque avuto il merito, rispetto all’“autorevole” Rolling Stone, di inserire il nome di Terry Kath escludendo nel contempo Keith Richards dalle prime posizioni. A proposito di nomi, quello di Ollie Halsall, straordinario chitarrista prima con i Patto, poi con i Tempest e in seguito per diversi anni collaboratore nei dischi di Kevin Ayers, non c’è in nessuna delle due classifiche, perlomeno tra i primi cento posti. Forse, mi viene da pensare, perché era troppo bravo, e magari pure un po’ pretenzioso… (digitaldreamdoor “piazza” Ollie Halsall al 160º posto, e al 193º e 194º inserisce Ted Turner ed Andy Powell dei Wishbone Ash, due spettacolari chitarristi che Rolling Stone, naturalmente, ignora del tutto).

A scanso di equivoci va detto che tutte le classifiche dei “migliori 100” (musicisti, scrittori, pittori, poeti, calciatori, ecc.) lasciano sempre il tempo che trovano, in quanto fenomeni di carattere prevalentemente soggettivo. È tuttavia possibile dire con una certa precisione quali furono i più preparati, brillanti e creativi chitarristi rock anche da un punto di vista meramente oggettivo, senza peraltro azzardare “posizioni in lista” ma specificando il periodo storico e il genere di riferimento. Per quanto riguarda gli anni Sessanta, cioè il decennio nel quale è emerso Terry Kath, i migliori – una cinquantina in tutto e quasi tutti attivi in ambito rock-blues – sono stati i seguenti: Jimi Hendrix (of course!), Peter Green, Eric Clapton, Jeff Beck, Alvin Lee, Dave Clempson, Paul Kossoff, Stan Webb, Miller Anderson, Dave Edmunds, Mick Hutchinson, Tony McPhee, Kim Simmonds, Luther Grosvenor, Chris Spedding, Mick Clarke, Rory Gallagher, Mick Taylor, Martin Pugh, John Moorshead, Adrian Curtis, Mick Abrahams, Martin Barre, Jimmy Page, Peter Banks, Dave Mason, Randy Holden, Mike Bloomfield, Duane Allman, Dickey Betts, Jorma Kaukonen, John Cipollina, Gary Duncan, John Fogerty, David Lindley, Jerry Garcia, Terry Haggerty, Jim McCarty, Randy California, Mike Pinera, Harvey Mandel, Jerry Miller, Leslie West, Billy Gibbons, Steve Miller, Boz Scaggs, Elvin Bishop, Johnny Winter e, naturalmente, lo stesso Terry Kath. Ai lettori più curiosi ora il compito di scoprire in quali gruppi suonavano tutti questi musicisti, la maggior parte dei quali risulteranno, credo, poco noti ai più. A proposito: nelle liste dei “migliori 100”, di questi nomi e cognomi ce ne sono davvero pochi.

P.S. Una versione più ampia di questo articolo comparirà nel mio prossimo libro dedicato alla musica rock, che spero di pubblicare entro il 2011.

N.B. Articolo pubblicato su “Apollinea”, Rivista bimestrale del territorio del Parco Nazionale del Pollino, Anno XV – n. 3 – maggio-giugno 2011, pag. 33.



lunedì 23 maggio 2011

Mezzafemmina-“Storie a Bassa Audience"


Mezzafemmina” è il nome scelto da Gianluca Conte per raccontare le sue storie e la sua musica. Non è casuale, è appellativo che ha un suo iter che parte da terre lontane, da momenti antichi, da situazioni che lasciano il segno. Il tutto si potrebbe tradurre in una sensibilità particolare che si tramanda nel tempo e che consente a Mezzafemmina di raccontare delle … “Storie a Bassa Audience”.

Il titolo dell’album non lascia spazio all’immaginazione. Trattasi di racconti di vita quotidiana, molti dei quali aventi come oggetto il disagio, ma poco spendibili nei contenitori pubblici, luoghi in cui la notizia non è mera informazione, ma fa da traino ad un impressionante mondo indotto.

Otto brani, otto episodi di vita che presi singolarmente potrebbero essere lo spunto per discutere dall’alba al tramonto. Ma la musica non è solo discussione, non è solo poesia, non è solo denuncia, ma deve/può essere l’insieme di queste cose più altre ancora, soprattutto se uno sceglie il mestiere del cantautore, del cantastorie.

Cantautore è di fatto colui che scrive ed esegue le proprie canzoni e in questo contenitore può trovare spazio qualsiasi cosa.

Cantastorie è colui che crea pensando a chi riceverà il messaggio, che denuncia e si pone la piccola grande missione di scalfire la montagna del disinteresse verso ciò che purtroppo è divenuto la regola e non l’eccezione.

In questa mia personalissima lettura, Mezzafemmina fa sicuramente parte della seconda, nobile famiglia, e le canzoni che compongono l’album hanno il pregio di “dire con crudezza “, senza dimenticare il lato musicale. Perché è di musica che stiamo parlando.

Esistono album che necessitano di molteplici ascolti prima di essere metabolizzati. “Storie a Bassa Audience” mi ha lasciato immediatamente (al primo colpo) qualche traccia in testa, tra giri di chitarra, pensieri e parole, e anche un “tormentone” (il ritornello di “Insanity Show” mi ha riportato a Rino Gaetano).

Attraverso il sito http://www.mezzafemmina.com/ è possibile arrivare a tutte le notizie utili sul musicista e sull’album, testi e brani compresi.

Nell’intervista a seguire Mezzafemmina/Gianluca Conte soddisfa qualche mia curiosità e … si scopre un po’.



L’intervista…

Ho letto delle tue origini e dalla motivazione del tuo “scangianome”, in cui risiedono radici profonde. Esistono teorie (e libri) che teorizzano e uniscono un particolare tipo di musica alla terra in cui operano i musicisti che la compongono. Quanto influenza ha avuto sulla tua musica la storia della regione da cui tu (o i tuoi genitori) sei partito?

La terra di cui parli mi ha influenzato in maniera diretta proprio nel cominciare a pensarmi come cantante e autore, negli infiniti pomeriggi passati a suonare e cantare con tanti altri ragazzi della mia età. Oggi da un punto di vista strettamente musicale l’influenza della mia terra sulle mie canzoni è soltanto accennata in alcune parti, mentre è molto più forte il riferimento ai cantori pugliesi nel mio modo di raccontare problemi sociali attraverso la storia individuale di una persona.

Per un cantautore, per chi racconta il quotidiano, le parole sono il pane di ogni giorno e il mezzo per “passare” i propri messaggi. La scorsa settimana, leggendo l’autobiografia di un famoso cantautore italiano, ho appreso di un suo momento “da lacrime” legato all’ascolto di una musica priva di liriche. Qual è il tuo rapporto con il mondo dei suoni, al di la delle parole?

Il suono è assolutamente importante. Per quanto il testo sia fondamentale nel mio progetto e nella mia idea di canzone, la musica è ciò che da respiro e che rende più (o meno) piacevole qualsiasi cosa si scriva. Non a caso in questo album c’è stato un lavoro molto attento di arrangiamento e l’uso di moltissimi suoni anche molto particolari: dal piano giocattolo al metallofono, dai clap clap al semplice mantice della fisarmonica, dal sax distorto al basso cotonato. Tutto questo perché anche se, ribadisco, ho sempre dato un ruolo di primissimo piano nelle mie canzoni al testo adoro ascoltare gruppi e artisti che al contrario mettono il suono in primo piano, ed è quindi molto facile trovarmi, come dicevi nella domanda, assorto ed emozionato nell’ascoltare Beethoven e i Sigur Ros, o caricato dall’ascolto dei 65days of Static o dei Mogwai o dei Prodigy.

Esiste un artista più di altri, che con il suo esempio ti spinto sulla strada della musica?

In età adolescenziale sono stati fondamentali Nirvana e Litfiba prima, e Sonic Youth e Marlene Kuntz poi nell’offrirmi un certo tipo di visione della musica, sotto tutti i punti di vista. Forse non avessi incontrato questi gruppi nel momento in cui cominciavo timidamente a cimentarmi nella musica oggi non farei quel che faccio o comunque lo farei in maniera diversa. Per questo reputo questi gruppi fondamentali per la mia formazione musicale. Ovviamente ce ne son stati e ce ne sono sicuramente tutt’oggi altri che in qualche modo, magari anche inconsapevolmente, mi ispirano, ma quelli rimangono i “pro-genitori” imprescindibili.

Forse raccontare il disagio in cui viviamo è più semplice che non descrivere i momenti sereni, per il solo fatto che il materiale a disposizione è di maggiore quantità. E’ possibile però avere la predisposizione a cantare il dolore piuttosto che la gioia?

Non credo che si possa parlare di una predisposizione a cantare il dolore. Certamente ci vuole probabilmente una sensibilità particolare per immedesimarsi in storie che non ci sono nemmeno così vicine, in alcuni casi, ma non opererei questa distinzione netta tra gioia e dolore. In fondo in questo cd ci sono parecchie storie raccontate in prima persona da alcuni personaggi che cantano la loro situazione di disagio. Ma già il fatto di cantarla, e quindi riconoscerla, e renderla pubblica, è un grosso passo avanti per cambiare la situazione stessa e, in un certo senso, passare dal dolore alla gioia. Vorrei anche sottolineare che è senza dubbio vero che raccontare il disagio è più semplice, per certi aspetti, ma è molto difficile e pericoloso sotto molto altri, perché è davvero molto semplice cadere nella retorica, nel pietismo, oppure nell’errore di raccontare male alcune cose che non si son vissute sulla propria pelle.

Seguendo sempre il filo delle mie letture, sono in questo momento impegnato su un libro relativo a Lucio Battisti (di Donato Zoppo), che racconta la svolta “prog” (un episodio) avvenuta nel 1971 con “Amore e non Amore”. Non avevo ben chiaro quel periodo (in cui Battisti era per me “leggero”) ma ricordare la voglia di novità di un musicista affermato mi ha fatto riflettere. Ti capita di aver voglia di muoverti su piani musicali differenti, magari molto diversi tra loro?

Assolutamente si, anzi da questo punto di vista uno dei miei più grandi diktat che mi pongo è quello di non correre il rischio di fossilizzarmi su un solo tipo di sonorità, ma cercare di giocare e in un certo senso anche rischiare con varie soluzioni. Per il primo disco avevo in mente un certo tipo di sonorità e così è stato, ma per il secondo, per esempio, ho già in mente un suono diverso, come già sta uscendo in sala, e non escludo che man mano nel tempo ci possano essere molte altre novità. D’altronde io sono apertissimo dal punto di vista musicale, ascolto molta musica molto differente da ciò che faccio e mi intriga molto collaborare con musicisti con gusti e sonorità anche molto diverse dalle mie. Per esempio da qualche mese si è aperta una collaborazione con un duo di miei concittadini, i Nonlinear, gruppo elettronico fenomenale e dalla creatività veramente trascinante, e nonostante, apparentemente, da un punto di vista musicale siamo agli antipodi c’è un grosso apprezzamento reciproco e stiamo cominciando a valutare molto più concretamente una collaborazione futura.

Quanta importanza dai alla sperimentazione, all’evoluzione tecnologica?

Ho un rapporto un po’ particolare con l’evoluzione tecnologica. Personalmente faccio una certa difficoltà a stare al passo con i tempi e difatti arrivo sempre molto in ritardo su qualsiasi novità. Questo però non vuol dire che sono un nostalgico del passato o che demonizzi la tecnologia. Ritengo che, nella musica come in qualsiasi altro aspetto della nostra vita, la tecnologia sia importante, ma solo quando è funzionale e davvero utile a migliorare qualche aspetto, altrimenti diventa soltanto fine a se stessa.

Che tipo di rapporto riesci a stabilire col tuo pubblico in fase live? Cosa rappresenta per te il concerto?

Il concerto è l’elemento che più adoro. Inoltre ho l’abitudine di suonare in contesti anche molto diversi tra loro e con formazioni diverse: spesso da solo, a volte in duo, altre con il gruppo al completo composto da ben 5 o 6 membri. A prescindere dai contesti e dalla formazione cerco di avere un rapporto sempre molto paritario e interattivo con il pubblico. Voglio che si percepisca che anche se in quel momento sono io il soggetto e l’oggetto della scena rimango comunque prima di tutto un loro amico, un loro coetaneo o comunque una persona con cui dialogare, a prescindere dal ruolo che in quel momento assumo. Non a caso c’è una canzone in cui è richiesta una partecipazione attiva del pubblico, “Insanity Show”, e devo dire che ho sempre avuto un ottimo feedback.

Come giudicheresti l’attuale stato del businnes attorno alla musica? Cosa bisogna fare per vivere di suoni e parole… solo di quelli?

Questa è una domanda da un milione di dollari, a cui tutti noi cerchiamo di risponderci ogni giorno. Sappiamo benissimo che siamo in una fase culturale in cui la vita artistica del paese è stata pressoché azzerata. Io penso semplicemente che nel mondo della musica siano ancor di più enfatizzate le difficoltà che i giovani oggi stanno incontrando in pratica in tutti i contesti lavorativi, per cui è davvero complicato per tutti riuscire a trovare una certa stabilità a livello di identità lavorativa e personale oltre che economica. E’ sempre difficile riuscire a capire dove può finire la passione e può iniziare la professione e quanto sia realisticamente fattibile buttarsi con un minimo di tranquillità nella musica. Qual è la soluzione io non saprei dirlo, è una questione che riguarda tutto il clima artistico-culturale che deve tornare a dare il giusto valore all’arte e più fiducia ai giovani.

Mi dici il nome di tre canzoni del passato che avresti voluto scrivere tu?

Senza dubbio “L’avvelenata” di Guccini, “Paranoid android” dei Radiohead e “Youth against fascism” dei Sonic Youth

Cosa potrebbe esserci dopo “Storie a bassa audience” ?

Ammetto che proprio in questi ultimi giorni sto cominciando a pensare al secondo cd, di cui ho già molti pezzi pronti. Nonostante sia molto soddisfatto del risultato di “Storie a bassa audience” vorrei lavorare al prossimo cd in maniera diversa, avendo anche la possibilità, attualmente, di suonare con dei musicisti “fissi” (Andra Ghiotti, Emanuele Pavone, Rocco Panetta e Silvia Crovesio), con i quali sicuramente arrangerò i nuovi pezzi con delle nuove sonorità. A questo vorremmo cercare parallelamente di abbinare una intensa attività live.






Il “segreto” del nome

I miei nonni materni vivono in un paese ai confini tra Campania e Puglia, Rocchetta Sant’Antonio, paese a cui sono molto legato, e che insieme a Torino mi ha allattato e con i suoi personaggi mi ha spinto a fare musica. In questo affascinante paese ancora oggi è abitudine chiamare le persone non tanto con il nome o con il cognome ma con lo “scangianome”, un soprannome di famiglia usato per tutti i membri della famiglia.
Lo scangianome della famiglia di mio nonno è Mezzafemmina. Quando da bambino mi chiamavano così io ci rimanevo male, perché non capivo cosa volessero intendere, se volesse essere una presa in giro, se volesse essere una battuta per i miei lunghi capelli biondi, o cos’altro. Crescendo ho voluto sapere sempre di più sulla storia della mia famiglia e mio nonno mi ha spiegato il significato di questo soprannome, di cui vado fiero.
Il mio bisnonno, ai tempi del fascismo, se ne fregava del modo di pensare vigente e delle opinioni della gente ed aiutava molto nei lavori di casa. Tutto ciò non era ovviamente ben visto all’epoca, per cui qualcuno cominciò a provocarlo, affibiandogli questo soprannome di Mezzafemmina, che lui invece accettò, senza vergogna.
Sono rimasto colpito dal fatto che alcune persone in quel paese ancora oggi mi chiamino Mezzafemmina, per la evidente somiglianza fisiognomica con mio nonno e la sua famiglia. Ma forse non solo per quello. E riflettendo un po’ sul significato di questo “scangianome” ho scoperto che è un nome che racconta tante cose di me, più di tutti gli altri soprannomi che mi sono stati dati in vita. A partire dai lati femminili che non nego di avere e di cui, così come il mio bisnonno, non mi vergogno affatto; la testardaggine di proseguire con le proprie convinzioni, fregandosene del giudizio degli altri; l’autoironia, che a quanto pare non è mai mancata alla mia famiglia, sintomo di una forte conoscenza di sé; e quel sapore di Sud e di strada e di storie da raccontare.
A posteriori mi son trovato a notare che anche il gruppo nel quale ho militato per anni, e a cui devo la mia crescita musicale ed umana, i Melanie Efrem, era caratterizzato in molti aspetti da questa coesistenza di elementi femminili e maschili: nel nome stesso, costituito da un nome di donna e uno di uomo, nella musica, che miscelava momenti di rudezza tutta maschile e momenti di intensa dolcezza femminile, per finire nel logo, costituito da una figura umana sostanzialmente ermafrodita.
E allora nel momento in cui mi son trovato a dover scegliere un nome d’arte per questo mio nuovo progetto solista mi è venuto a chiedermi. Quale miglior nome se non quello che è già inscritto nelle mie radici?

Link: www.mezzafemmina.it

http://controrecords.wordpress.com

http://nmlrecords.wordpress.com

Contatto per promozione: New Model Label - Govind Khurana - govindnml@gmail.com