martedì 17 maggio 2016

"Bill Bruford, autobiografia alla batteria"


Oggi è il compleanno di Bill Bruford, un po’ di tempo fa lo ricordavo così, raccontando qualcosa del suo fantastico book, che consiglio a tutti gli appassionati di musica…
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Questo libro non avrà raggiunto il suo scopo se non sarà stato capace di attirare l’attenzione sul lavoro, a tratti brillante, del variegato gruppo di personaggi del quale racconta”.
Queste le parole conclusive del libro “Bill Bruford, autobiografia alla batteria” (Aereostella).
Ne ho sentito parlare la prima volta a Roma, a inizio novembre scorso, quando dal palco della “Prog Exibition” veniva pubblicizzato.
Un libro come tanti, una biografia comune, dove si ripercorre una vita di musica, con vicissitudini familiari, soddisfazioni e incidenti di percorso? Niente di tutto questo.
Eppure ogni autobiografia che si rispetti, da Clapton a Emerson, ha caratteristiche ben precise e nessuno si aspetta qualcosa di diverso!
E poi, cosa potrebbe mai dire un batterista?
Nell’immaginario comune il drummer ha un ruolo secondario perché lo si idealizza sempre come un ottimo esecutore, magari stratosferico, ma che "non ha dovuto studiare perché aveva il ritmo nel sangue", e Keith Moon è solo un esempio. Non è pensabile che chi picchia sui tamburi sappia comporre, o possa essere un leader, o ancora sia in grado di essere immediatamente accostato al nome della sua band.
Phil Collins e Franz Di Cioccio sono eccezioni, come capita in ogni rappresentazione del quotidiano, ma non ci sono molti altri esempi.
Questa che potrebbe essere una mia valutazione personale, e quindi criticabile, è avvalorata dal racconto di Bruford, che rende noto che le barzellette sui batteristi non passano mai di moda: “Com’è che chiami un tizio che va in giro con i musicisti?”.
Il book in questione mi è stato regalato a fine anno (ho forzato la mano scrivendo direttamente a Babbo Natale), ma l’ho terminato da poco. In questi mesi di andamento lento non ho perso occasione per pubblicizzarlo, con tutti e in ogni occasione, per la mia solita voglia di condivisione.
Credo sia in assoluto il miglior libro che abbia mai letto, rimanendo in ambito musicale.
Dopo quarant’anni di onorato servizio Bill Bruford appende le bacchette al chiodo e sente l’esigenza di fare un bilancio, come accade sempre quando si ritiene che sia arrivato il momento di mettere un punto e voltare pagina. Vedremo come.
Nelle mie considerazioni di uomo maturo ho costruito un assioma che può essere accostato alla parola “soddisfazione”, stato d’animo che si realizza e diventa duraturo nel tempo se si riesce a far coincidere lavoro e passione. I miei "amori" sono due, uno di tipo sportivo e l'altro “musicale”, ma nei miei lunghi sogni ad occhi aperti ho sempre scelto il palco, perché on stage ci si può “vivere” per molto più tempo, obliando i limiti fisici che molto presto arriveranno se si decide (e si ha occasione) di vivere facendo attività sportiva. Dopo aver afferrato la crudezza di pensiero di Bruford sul cosa significhi fare il musicista, i miei convincimenti sono crollati.
Una piccola immagine di Bill Bruford.
Esistono otto gruppi britannici, universalmente riconosciuti (a torto o a ragione) come i massimi esponenti della rivoluzione prog di inizio anni ’70 (in ordine sparso): ELP, Gentle Giant, Van der Graaf, Pink Floyd, Jethro Tull, Genesis, YES, King Crimson. Bruford è l’unico ad aver fatto parte di tre di loro, YES, Crimson e Genesis (anche se è stata una breve apparizione), seguito da Greg Lake (Crimson e ELP). E poi Gong, UK e Eartworks.
Eartworks significa jazz, il vero amore di Bruford, il gruppo da lui costituito dopo vent’anni di rock e a cui ha dedicato altri vent’anni, nonostante sia musica da “fare la fame”.
Improponibile il paragone tra due mondi, rock e jazz, tra due stili di vita, tra due tipi di compensi, tra differenti attenzioni da parte di pubblico e ambiente, tra opposti luoghi di esibizione, tra tipologie di tournée.
Tutto questo è ben sviscerato in un libro dal tratto colto e a sprazzi difficile da interpretare.
Un plauso va alla traduttrice, Barbara Bonadeo, che ho cercato invano sul web, sentendo l'obbligo di complimentarmi con lei. Da rimarcare la consulenza per il lessico musicale da parte di Riccardo Storti.
Ma perché mai un uomo “retto” come Bill Bruford decide di smettere?
Relativamente giovane, in buona salute, mai vittima di eccessi, con una famiglia regolare, con la stessa moglie di un tempo lontano, con buone amicizie… perché decidere di dedicarsi solo al riordino degli immensi archivi personali, fatti di migliaia di registrazioni sparse e accantonate nei cassetti più disparati?
Ecco una traccia interessante.

Un’altra città si risveglia. Vancouver? Taipei? Chicago? Persino prima di colazione ho troppo tempo per ruminare su questo rapporto che si sta guastando. Ultimamente litighiamo io e la mia batteria. Lei è troppo esigente. Credevo fosse inerte, se non ci suonavo sopra. Credevo fossi io a insufflarci dentro la vita e poi a tirargliela fuori, mentre lei se ne stava li immutabile, riconoscente. Lei che è il mio riflesso, e che era stata giovane, vivace, bella, e soprattutto sicura di sé, ora sembra un’ombra di ciò che è stata. Oh, certo, quando usciamo insieme, in mezzo alla gente, tutto sembra andare per il meglio. Siamo la coppia perfetta, io e la mia elegante Starclassic Bubinga. Lei è così affascinate nel suo nero totale con intarsi dorati, tutta in ghingheri. Danziamo per le telecamere con grazia infinita, sotto sguardi ammirati. Ava Gardner e il suo Frank Sinatra. Io suono, e la mia batteria canta dolcemente. Ma sotto le apparenze il nostro rapporto è corrotto fino al midollo. I millecinquecento montrealiani non sospettano niente, insieme abbiamo appena regalato loro uno spettacolo fantastico: rimarrebbero sconvolti nel sapere che, in realtà, la nostra storia d’amore mi sta indebolendo, che non reggo più le sue continue richieste. Qualcuno dovrà cedere”.

Milioni di chilometri percorsi, migliaia di performance di ogni genere, infinite interviste, enormi discussioni, compromessi ad ogni angolo, obblighi superiori ai piaceri, indigestioni di jet lag e tanto altro che nella vita di un comune mortale significano semplicemente stanchezza e voglia di serenità, fattori meno importanti in molti dei periodi della nostra vita, ma determinanti nel momento della saggezza.
Ma il book è molto più completo (e nemmeno troppo sentimentale) di come lo potrei descrivere io.
La struttura è davvero inusuale e Bruford suddivide i vari capitoli partendo da domande che pone a se stesso, del tipo… “Com’è lavorare con Robert Fripp?”, “Perché hai lasciato gli YES?”, “Vedi ancora gli altri”, “Dove prendi il tuo fantastico sound”.
Bruford risponde a delle semplici, disarmanti, domande (con risposte tutt’altro che semplici), evitate con cura per tutta la vita, forse per mancanza di adeguate risposte.
Alla domanda casuale: “Ma tu che lavoro fai?”, e alla ovvia risposta “sono un musicista”, di solito segue: “Sì, ma di giorno cosa fai?
Dice Bill:” Il music businnes sembra conoscere solo due stereotipi, e cioè il Dio del rock e quello che -una- volta: per un sacco di eccellenti musicisti il limbo è assicurato. Io ho trovato una via di mezzo. Ho lavorato duro in prima linea nell’Industria Dell’Umana Felicità per quarantuno lunghi e più che altro piacevoli anni, e vi assicuro che gran parte del lavoro l’ho fatto di giorno”.
Quattrocento pagine per raccontare la storia della musica secondo un uomo che l’ha vissuta in modo completo, contribuendo a innovarla, soprattutto nella sua principale specialità, quella delle percussioni.
Un musicista rock e jazz, di estrazione borghese, che non ha avuto bisogno di una fase di autodistruzione per trovare un ruolo all’interno del circo della musica, con una vita tutto sommato semplice, ma piena di significati e soddisfazioni. Sarebbe un vero peccato non divulgare al massimo il verbo di Bill Bruford!
Io l’ho fatto, lo sto facendo e lo farò, consigliando il libro a molti musicisti e appassionati di musica, ma anche a genitori “in possesso” di figli aspiranti musicisti.
Il mio collega Alberto, papà di Nicolas, un bravo batterista prossimo alla maturità scientifica, mi ha confidato che, vista la crisi in ogni tipo di settore lavorativo, non disdegnerebbe una carriera musicale per il proprio pargolo. Mentalità molto aperta.
In linea di principio mi sembra una buona cosa quella di perseguire (e lasciar perseguire) un sogno, anche se difficile (ma non impossibile) da realizzare. Però… gli ho consigliato vivamente: ”Bill Bruford, autobiografia alla batteria”, e so che è andato alla sua ricerca nella biblioteca più vicina a casa.
La lettura potrebbe sortire due effetti, uno opposto all’altro, ma penso valga sempre la pensa avere le idee chiare, e poi magari decidere di rischiare. Non sarà certo un libro scritto da un “antico” musicista inglese, che tutto ha visto e tutto ha avuto, ma lontano mille miglia dalla "normalità", a influenzare il giovane Nicolas, ma qualche riflessione sui differenti aspetti della vita del musicista la porterà sicuramente, e in questo senso il book di Bruford ha davvero una marcia in più, quella dell'insegnamento, da accompagnare alla altrettanto importante oggettività degli avvenimenti raccontati.
Alcuni amici romani, hanno intervistato telefonicamente Burford e mi hanno concesso l’utilizzo di uno stralcio della chiacchierata, quello relativo al libro autobiografico.

Intervista per il terzo degli speciali sulla carriera di Bill Bruford andati in onda nel programma radiofonico "Il Sabato di Punto d'Incontro" di TRS Radio.
Giampiero Frattali pone a Bruford domande di Glauco Cartocci e Donald McHeyre.


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