lunedì 29 novembre 2010

Novi Ligure-Concerto benefico



Novi Ligure, 26 novembre 2010


Concerto benefico a favore della Delegazione Novese L.I.L.T. (Lega Italiana per la lotta contro i Tumori).



A venti giorni dalla Prog Exhibition di Roma, ho ritrovato alcuni di quei protagonisti (Tagliapietra, Di Giacomo, Maltese, Calderoni, D. Jackson) sul palco del Teatro Giacometti.
Non solo loro, ovviamente, ma anche Clive Bunker, Bernardo Lanzetti e … i padroni di casa, la Beggar’s Farm.
L’elevato tasso “mitologico” (nel senso della grandezza e non della vetustà) che Franco Taulino, leader del gruppo, riesce a raccogliere ogni volta sul palco, fa spesso passare in secondo piano questa band alessandrina, che è qualcosa di più di una cover band o di un valido supporto per chi si esibisce di volta in volta, ma le qualità tecniche dei musicisti che la compongono fanno sì che si tenda a considerarla ormai un tutt'uno con il resto degli artisti più affermati.
La famiglia Beggar’s Farm è abbastanza dinamica e attorno alla base (Taulino, Garavelli,Valle, Ponti, Chiaraluce) questa volta si sono alternati sul palco Andrea Rogato, Massimo Faletti, Matteo Ferrario, Simone Taulino, Franco Castaldo e “Martina” Simona Caligiuri (il nome “Martina” è quello con cui Francesco Di Giacomo l’ha ribattezzata nel corso della serata).
Probabilmente nessuno dei presenti, sul palco o in platea, riesce bene a realizzare, sul momento, che cosa voglia dire una serata come questa, come quella di Oviglio, di Volpedo, di Acqui, di Alessandria, di Alba
Solo a distanza di tempo, solo dopo attenta riflessione, si comprende appieno che è diventata la normalità trovarsi davanti e conoscere personalmente chi è entrato nella storia della musica, italiana e internazionale.
Personalmente cerco sempre di creare stimoli e aspettative verso chi pensa di partecipare a questi eventi, perché so che non potrà rimanerne deluso e ricorderà per sempre una serata di musica: la condivisione è la mia maggior soddisfazione.
Alcuni amici, a fine concerto, mi hanno confessato di aver avuto momenti di …”sbandamento”, tanta è stata l’emozione: cosa si può chiedere di più a una performance live?
Tre ore e mezzo di musica, con una sorta di suddivisione tra i protagonisti, nel rispetto della produzione storica, con un finale da brivido, un “Non mi rompete , antico brano del BMS, proposto con tutti i musicisti on stage, visibilmente e comprensibilmente soddisfatti.
Prima parte di spettacolo con Aldo Tagliapietra che ripropone le sue ballate, la parte più soft della storia delle Orme, coadiuvato dall’istrionico David Jackson e Calderoni, oltre che dal gruppo di casa.
Le canzoni delle Orme sono nel cuore di tutti, e di quel gruppo il timbro vocale di Aldo è elemento imprescindibile; se poi si considera che l’inserimento di Jackson ha dato nuovo volto e differente dimensione a quei brani( e non poteva essere altrimenti, vista la grandezza di David, che non ha mai manie protagonistiche, ma tende a mettere a disposizione dei compagni di viaggio il proprio genio musicale)il risultato finale non poteva essere che un’ovvia conseguenza.
Mi auguro che le dimostrazioni di amore e gradimento portino Aldo Tagliapietra (e Toni Pagliuca) a continuare quel cammino, un tempo interrotto, e oggi nuovamente sul punto di decollare.
Per un cantante (e bassista ) che si allontana (momentaneamente), un altro ne arriva, con Jackson sempre attento e attivo testimone: Bernardo Lanzetti.
Nel corso della serata ci ha ricordato il nome del capostipite del branco vocalist-prog, Roger Chapman, da cui “nacque”, ad esempio, lo stile di Peter Gabriel. Credo che anche Bernardo faccia parta di quella sparuta categoria di eletti, che unisce estensione vocale a timbrica non comune e a sperimentazione, e il suo permanente “studiare” la dice lunga sulla sua grande professionalità.
Oltre al repertorio PFM (vorrei ricordare la grandezza del chitarrista Marcello Chiaraluce in “Out on the roundabout”) ho assistito all’esecuzione di due brani a cui sono molto legato, “Refugees” e “Killer”, “conditi dalla presenza di Jackson, esecutore originale dei due pezzi. Non sto citando canzoni di facile esecuzione, ma che al contrario richiedono concentrazione massima e … voce, tanta voce, e… coraggio, un po’ di coraggio, caratteristiche che di certo non mancano a Lanzetti.
Come al solito non ci sono state delusioni, ma solo conferme.
Cosa dire di Clive Bunker e della Beggar’s, uniti insieme?
Li avevo ascoltati da poco, in quel di Alba, con la rivisitazione del set dell’Isola di Wight, e ancora una volta lo zio Clivio, come viene chiamato dagli “intimi” italiani, ha fatto fermare il tempo, sbalordendo chi non lo aveva mai visto dal vivo o chi lo ricordava con i JethroTull.

Sul palco si è alternato a Calderoni (che ha eseguito Aqualung per la prima volta nella vita) e a Sergio Ponti, e la miscela dei componenti non ha in alcun modo inciso sul risultato, ma lo ha semmai incrementato con vero valore aggiunto.






L’ultima parte a tema era quella dedicata al Banco del Mutuo Soccorso.
Rodolfo Maltese si è ripreso dopo i problemi fisici dello scorso anno, e il suo essere presente, il suo suonare, non potrà che aiutarlo nella completa ripresa. Il pubblico ha gradito e ha a lungo applaudito.
La “terza grande voce” della serata è stata quella di Francesco Di Giacomo.
Non solo musica, ma considerazioni personali, spesso amare e tendenti a evidenziare una sorta di fallimento riservato a tutti quelli che come lui avevano pensato/sperato, che attraverso la musica il mondo poteva essere migliorato, se non cambiato.
A fine concerto un bambino di una decina di anni, partito da Genova col padre, con un CD del Banco in tasca, chiedeva timidamente una firma di ricordo e Francesco, con evidente soddisfazione, domandava al piccolo il nome, per una dedica personalizzata.

Cambiare il mondo era oggettivamente impresa titanica, Francesco, ma il tuo, il vostro, non è stato tempo perso!”.

Contrariamente all’esibizione di Roma, nessun problema per l’ugola e il set è stato ancora una volta emozionante.

Dopo un nuovo “riassunto” della varie band, si arriva all’atto finale, con quel “Non mi rompete” a cui accennavo inizialmente, che ha visto sul palco l’intero gruppo di amici… nostri amici.






Un pieno successo di pubblico, un vero gradimento, e un’altra impresa che viaggia sull’asse Taulino-Castaldo.
E’ vero, questi eventi, numerosi e di qualità, non sono il frutto del lavoro di uno o due persone, e senza impegno e volontà di gruppo ci si ferma alle prime difficoltà, ma senza la scintilla il fuoco non si accende, senza una guida sicura si perde la rotta.
Non possiamo che ringraziare, noi appassionati di musica, per vedere realizzate cose a cui mai avremmo pensato di assistere.
Organizzare un concerto di qualità è cosa difficilissima, e parlo per conoscenza diretta.
Realizzarli senza peso per le tasche del pubblico ( anche in questo nobile caso si trattava di un’offerta) è cosa ardua per chiunque.
Ciò che si riesce a creare in questa zona d’Italia, musicalmente parlando, ha coordinate precise e forse sarebbe bene che i vari organizzatori di eventi, quelli che non hanno in testa solo un tornaconto personale, andassero a scuola da Taulino e amici…

Noi “modesti” amanti della musica, di certa musica, in quel caso, saremmo sempre in prima fila, pronti ad applaudire e ad alimentare la voglia di stare sul placo, giovani e meno giovani, con un unico obiettivo … inutile rimarcare quale!

domenica 28 novembre 2010

Lorenzo Monni-Grey Swans of Extremistan


Il mio modo di raccontare gli album che ascolto non ha regole codificate. Le informazioni che cerco sono precise e chiare e a queste unisco il feeling post ascolto, ma gli “ingredienti” non arrivano mai con lo stesso ordine e non ho quindi un metodo univoco di elaborazione.
In questo caso, dopo un unico passaggio sul lettore CD, ho ricercato una biografia di Lorenzo Monni e ho incominciato a fare 2+2. In dieci minuti ho preparato qualche domanda, l’ho spedita, e dopo due ore avevo già le risposte.
Questa premessa, apparentemente superflua, serve per aiutarmi a fornire un immagine di questo artista.
In generale si cerca di valutare solo la musica, perché alla fine è l’essenza che tutti cerchiamo, quella capace di farci stare bene o male; ma come accade per i poeti, gli scrittori, i pittori… se si sa qualcosa di più di colui che crea ed esegue, quel prodotto, normalmente assimilato con istinto, può diventare un qualcosa su cui poter discutere, forti di un discreto valore aggiunto. E perché si dovrebbe “discutere” sulla musica?
Questo è un mio pallino. Mi piacerebbe che un album diventasse l’oggetto di approfondimenti… non sulle qualità dei musicisti o sulle comparazioni trasversali, ma vero “lavoro didattico”. Chissà se esistono insegnanti di vedute così aperte! “…ascoltate quindici minuti di questa musica e poi rovesciate su carta ciò che vi è “arrivato….”
Un album( strumentale) come questo “Grey Swans of Extremistan”, si presta a infinite interpretazioni e a diversi scopi, con un elemento basilare e imprescindibile: la libertà espressiva.
Adeguandomi a tale libertà, ritorno a bomba, a Lorenzo Monni.
Mi sono fatto l’idea di essere davanti a un giovane uomo genialoide. Questo di per sé non è sinonimo di grande musicista, ne di musica di qualità, ma mi pare di captare grandi potenzialità, unite ad un certo rigore professionale, rigore che dal punto di vista relazionale si può tradurre in avversione verso quei compromessi con cui tutti, prima o poi dobbiamo fare i conti.
Ma da quanto posso capire, i compromessi musicali non fanno parte della filosofia della Lizard, e questo ha permesso a Monni di creare un “disco” che “parla senza avere alcun testo”. Anche il silenzio parla … anche il silenzio è musica… e la musica regala ai virtuosi e sensibili molto più di una serie gradevole di note.
Una delle domande poste a Lorenzo, sembrava incomprensibile, ma poi ci siamo chiariti. Riguardava “l’esperienza musicale globalizzante”. Detesto utilizzare frasi e parole che hanno del roboante, ma utilizzate solo per creare “effetti speciali”; nel caso specifico ho metabolizzato la valanga di stimoli provenienti dall’album e li ho inseriti in un contesto più ampio, perché questa musica mi da l’idea di elemento che fa parte di un “piano superiore”, riversato in un contenitore capace di miscelare arti diverse, quella delle immagini in primis.
Un banalità, una piccola cosa che chiunque può provare.
Nel formulare le domande a Lorenzo, il CD girava nel PC (era il massimo consentito in quel momento) e il programma utilizzato era il comunissimo Windows Media Player. Le tipiche immagini “spaziali”, del lettore CD erano in sottofondo. Giochi di colori, cambi di luce, assenza di coordinate, geometrie variabili in rapida successione… un mondo visuale che mi ha suggerito la domanda numero quattro, ed è stato quindi il connubio musica/immagini che mi ha portato a un ragionamento, ad una catalogazione, ad un giudizio sulla musica di Monni, che potrebbe essere lontano anni luce dai propositi dell’autore, ma ha provocato in me una reazione… in piena libertà.
Come spesso scrivo e dico, appiccicare a un musicista una determinata categoria musicale serve solo a chi, curiosamente, a lui si avvicina, e forse qualche indicazione può avere una certa utilità. Lorenzo Monni pare sia inserito nell’area prog, e io mi inventerei una sorta di… “prog sperimentale”, pur sapendo che entrambi termini non fanno la felicità di questo artista.
Le definizioni di musica progressiva si sprecano e io ne conosco molte, oltre ad avere una mia opinione precisa. “Grey Swans of Extremistan” è “progressivo” nel senso etimologico del termine, in quanto brano dopo brano, o all’interno del brano stesso, l’aumento costante, così come la diminuzione, sono una peculiarità fondamentale. E questo senso di dinamicità a due direzioni è la caratteristica che maggiormente mi porta ad inserire la musica in un contenitore più capiente, multi spazio e multifunzione, naturalmente in assoluta libertà.
Ma a cosa assomiglia allora questa musica che viene definita prog… Gentle Giant? Van der Graaf? Oppure i Gong e la scuola di Chanterbury? Un tocco di Soft Machine?
Sono incapace di dare esatte dimensioni, ma se devo dar retta al mio feeling, posso dire di aver trovato la “lucida schizofrenia” di Robert Fripp miscelata alla “razionale pazzia “ di Frank Zappa. Troppo complicato? Provare l’ascolto please!
Non ho voluto sezionare “Grey Swans of Extremistan”, album che ci regala quarantacinque minuti di musica stimolante. L’immagine globale è quella che preferisco dare in casi come questi, certo di provocare una certa curiosità nei potenziali lettori, e un minimo di ascolto, a fine post, può alimentare la voglia di “saperne di più”.
E che i Lorenzo Monni si moltiplichino!
http://www.myspace.com/lorenzomonni



L’INTERVISTA

Ho letto la descrizione della tua storia, e mi pare di capire che dietro all’ironia del tuo “racconto” ci sia un bel po’ di amarezza, non tanto legata a chi non comprende la tua musica, fatto di per sé non condannabile, ma a chi cerca di darti una collocazione, giudicandoti in modo superficiale. Sono su una strada sbagliata?

Credo che tu dica cose giuste. Ecco, ogni musicista (e in generale, ogni essere umano) ambizioso ha dei momenti di scarsa lucidità, sono quei momenti in cui ti prende la rabbia perché ti rendi conto che gli altri non possono sempre pensarla come te, che non possono tutti apprezzare emotivamente quello che scrivi, e questo a volte è difficile da accettare, ma è una cosa naturale, e arrabbiarsi per questo denota scarsa lucidità. C’è però un’incazzatura del tutto motivata, ossia quella che mi viene quando un mio disco arriva alle orecchie di un critico e questo si obbliga a scriverci due righe senza averci capito una mazza, allora mi chiedo (ma mi piacerebbe chiederlo proprio a quel critico): ma chi te lo fa fare? Perché devi costringerti ad ascoltare e addirittura descrivere cose che non puoi capire? Questo è il paradosso che purtroppo affliggerà sempre una certa categoria di critici d’arte, quelli che non riconoscono i propri limiti (ma vorrebbero sempre fare a gara riconoscere i limiti degli artisti). Per quanto riguarda l’ironia della mia biografia: a me piace un sacco scrivere in maniera ironica, e l’ironia non può che essere amara.

Mi ha colpito la frase dove ti dichiari inserito a pieno titolo nel contesto prog, ma dici di non essere amato completamente dall’appassionato più incallito. Io sono nato col prog( ma a quei tempi non sapevamo si chiamasse così…) e ho sentito le versioni più svariate. Mi dai la tua definizione di giovane musicista? Cosa vuol dire nel 2010 fare musica progressiva?

Ecco, devo confessarti una cosa, anzi due: 1) io non ho ancora capito cosa sia il progressive 2) io ascolto pochissimo progressive. Quindi mi risulta difficile spiegarti cosa sia secondo me il progressive, però posso dirti la caratteristica fondamentale dei pochi gruppi progressive che più mi piacciono: tentano (a volte invano) di rifuggire totalmente qualsiasi standard e qualsiasi luogo comune musicale. A volte lo fanno in maniera artificiale, magari si rifiutano di arrangiare un brano in un modo convenzionale che però sarebbe più accomodante per le orecchie dell’ascoltatore, oppure evitano di mettere un pezzo di batteria che sia già stato pensato troppe volte da altri batteristi, e questo li porta ad essere considerati poco spontanei. Quindi ecco la seconda risposta: fare musica progressiva nel 2010 è un inferno, perché vuol dire pesare e calibrare con raziocinio qualsiasi intuizione musicale irrazionale, e ogni volta chiedersi: ha un senso quello che ho scritto? Qual è il suo significato? Puzza troppo di già sentito? Ho già scritto questo tipo di pezzo altre volte? Ogni volta un musicista progressive deve considerare quanto peso ha in un pezzo che sta scrivendo la sua parte irrazionale, e quanto peso ha la sua parte invece razionale. Se queste due parti hanno lo stesso identico peso allora il pezzo è perfetto. E nel 2010 questa è una sfida difficilissima.

Cosa significa per te suonare in pubblico … che tipo di interattività riesci a stabilire con chi è lì per vedere ed ascoltare?

E’ un tasto dolente per me, perché mentre nel lavoro in studio posso diluire la stesura dei pezzi in un qualsiasi numero di sessioni, nei live hai una sola possibilità, e siccome purtroppo ho grossi problemi di concentrazione raramente riesco a suonare come vorrei. Comunque il concerto ideale in cui mi piacerebbe suonare è quel concerto in cui il pubblico prende parte attiva al concerto e spontaneamente. Come se ci fosse un gigantesco incendio che si propaga per tutta la sala del concerto. Se il pubblico cominciasse spontaneamente a ballare e a battere in qualsiasi modo per essere parte attiva del ritmo allora sarei sicuramente soddisfatto, o se piangesse nei momenti più emotivi e intimi del concerto. Ma son cose che finora non mi sono mai successe, quindi penso di essere un pessimo performer live attualmente.

Come tradurresti in azioni le parole “... esperienza musicale globalizzante..”?

Mi piace concepire appunto la musica come qualcosa di globale, ossia che influisce non solo a livello puramente "musicale", ma che può essere contestualizzato ad altri campi, e può essere unita ad altre performance che ne completano il significato artistico. Il mio però attualmente è solo un desiderio, per esempio per il mio nuovo disco avevo progettato una serie di video paradossali che avrebbero arricchito il senso dei brani musicali, ma non ho potuto seguire questa parte parallela perchè non avevo abbastanza tempo e soldi. Un'altra cosa in questo senso che avevo in mente è sul piano concertistico, ossia di concepire i concerti come performance teatrali, ma non nel senso narrativo del termine, ma proprio come teatrini dell'assurdo in cui può succedere di tutto, in cui i musicisti si muovono seguendo il flusso musicale, delle installazioni video circondano il luogo della performance, dove gruppi di ballo si mischiano con il pubblico e lo coinvolgono e così via, il tutto con l'idea di uno spettacolo totalizzante in cui lo spettatore sembra proiettato in un mondo parallelo. Un'altra idea sempre "globale" che sto provando a sviluppare riguarda l'interazione tra arte web e musica, ossia dei siti che siano opere d'arte in cui la musica accompagna la "navigazione artistica" e risponde agli impulsi del visitatore. Ma sono tutte idee embrionali, e non ho attualmente le risorse finanziarie e umane per lavorarci sperimentalmente.

Cosa significa collaborare con una etichetta, la Lizard, che lascia massima libertà espressiva?

Per me significa avere altra gente oltre a me stesso che crede nel valore della mia musica e si adopera per far si che chi può potenzialmente apprezzarla la conosca e ne possa usufruire. Anche solo il fatto di ricevere periodicamente mail con scritto “Ciao, guarda che qua parlano di te”, “Hey, ho inviato il disco a Tizio e mi ha detto che se lo sta godendo un sacco” è una cosa simpatica.

No so cosa ne pensi del termine “sperimentale”, riferito alla tua musica, certo è che è “poco convenzionale”. Ho trovato altre esperienze simili e arrivano spesso dalla stessa zona geografica.
Esiste un libro di Riccardo Storti, “Rock Map”, che raggruppa in differenti regioni italiane musicista artisticamente omogenei. Credi che il luogo in cui si è vissuti possa arrivare a condizionare, magari inconsciamente, chi si occupa di musica, generando una sorta di uniformità espressiva?

Mmh, la corrispondenza è molto sfumata secondo me, credo che il fatto di essere sardo abbia sicuramente influenzato la mia musica, ma non nel senso che tutti i sardi scrivono pezzi che hanno le stesse sonorità. La mia terra mi ha influenzato forse laddove l’eterogeneità della mia proposta riflette le caratteristiche storiche e ambientali del posto in cui sono nato, l’ho sempre pensato, e le sarò sempre grato per questo, ma è un discorso talmente complesso che avrei bisogno di un libro per spiegare bene come la terra in cui sono nato ha influito sul mio modo di essere e quindi anche sulla mia musica. Comunque – Giusto per puntualizzare - io non credo di essere un compositore di musica sperimentale.

Quanto può soddisfare un musicista l’attività di “ingegnere del suono”? Non è un po’ come quando si passa dallo stato di alunno a quello di insegnante?

Considero l’ingegnere del suono a tutti gli effetti come un musicista (i più bravi almeno). Il lavoro in studio è quasi un’arte a sé stante, ed è ciò che può rendere definitiva una grande opera. Non tutte le grandi opere sono definitive, è questo il ruolo di chi lavora in studio di registrazione, scegliere la forma finale di un disco, in maniera che sia il più possibile vicina al significato del contenuto e il più possibile espressiva. L’ideale però sarebbe che i musicisti stessi che compongono il disco siano in grado di fare tale lavoro. E’ una sfida che trovo affascinante, ovviamente poi se ti tocca lavorare con gente che non scriverà mai della musica decente diventa una pratica magica, devi trasformare in oro anche la merda, e questo è parimenti interessante. Un altro motivo più personale per cui mi interessa l’attività di ingegnere del suono è costringermi a capire qualcosa anche a livello tecnico, lato sul quale sono sempre molto pigro purtroppo.

Quanto ha inciso la tua famiglia sulla tua formazione musicale? Hai avuto incoraggiamenti particolari?

Hanno inciso i dischi di musica classica di mio padre ascoltati da quando ero piccolo, che mi hanno segnato indelebilmente, ha inciso l’incoraggiamento della mia famiglia a farmi suonare uno strumento fin da quando avevo 8 anni. Purtroppo però più vado avanti con gli anni più la musica viene vista dai miei familiari con diffidenza, lo vedono un po’ come il motivo per il quale morirò di fame, ma gli ho spiegato che tenterò di guadagnarmi da vivere in altro modo. Ma è divertente, quando ho detto a mio zio che volevo specializzarmi in ingegneria del suono mi ha risposto con compassione, come se stessi per andare in guerra, probabilmente si sarà anche fatto il segno della croce dall’altro capo del telefono.

Mi indichi il musicista dei tuoi sogni… un mito a cui ti sei spesso rifatto, almeno nelle linee guida?

E’ difficile dirtene solo uno, però il primo – e quindi forse il più importante - che mi viene in mente è indubbiamente Stravinsky. Ti giuro, mi brucerebbe tantissimo non poter mai scrivere una cosa incredibile come la Sagra della Primavera, ma temo che non ci riuscirò mai. Però leggendo qualche sua biografia ho capito che mi sta sul cazzo come persona, quindi non riuscirei mai a identificarmi con la sua figura, non ho il suo carisma e la sua stronzaggine. Miles Davis invece mi affascina per il suo percorso artistico, il suo bisogno continuo di cambiare e di inseguire il tempo e avere mille volti, e questo è un po’ lo stesso motivo per cui ammiro molto anche David Bowie. Poi visto che mi hai precedentemente fatto domande riguardo all’ingegneria del suono non posso non citarti gli Steely Dan che dal punto di vista dell’uso dello studio di registrazione sono attualmente il mio punto di riferimento principale.

Cosa vorresti realizzare, musicalmente parlando, entro i prossimi cinque anni?

Vorrei poter andare in giro per il mondo suonando, non importa se la musica mia o quella di altri, a me piace l’idea di viaggiare da un posto all’altro per motivi musicali ed incontrare sempre nuova gente tramite la musica. Poi vorrei avere la possibilità di atterrare con un volo Charter in Inghilterra, ad accogliermi correndo in mezzo alla pista c’è Brian Eno, lui sorride mi stringe la mano e mi dice: “Oh Lorenzo, sei fantastico, ammiro il lavoro che stai facendo”. Io rido, lo guardo negli occhi e gli dico: “Grazie Brian, però una cosa devo dirtela e mi dispiace, negli ultimi 28 anni di carriera hai sbagliato tutto, spero che almeno con la famiglia sia tutto ok”, e poi gli regalerei la mia copia di “My life in the bush of ghosts”.

sabato 27 novembre 2010

Rubare è un reato, ma non nella musica rock. Il caso Bombay Calling


Rubare è un reato, ma non nella musica rock. Il caso Bombay Calling

di Innocenzo Alfano

Nelle sacre scritture, come si sa, c’è scritto, in varie forme, che non bisogna rubare, perché chi ruba commette un peccato, del quale dovrà poi rispondere alla propria coscienza ma soprattutto a Dio. Nei dieci comandamenti della tradizione cattolica e luterana il divieto di rubare si trova al settimo punto, subito dopo quelli di “non uccidere” e di “non commettere atti impuri”. Anche le leggi di tutti gli Stati avvertono che rubare non è permesso; chi lo fa e viene poi scoperto sarà costretto a trascorrere un periodo più o meno lungo di reclusione dentro un istituto di pena. Naturalmente pure nella musica rock un siffatto divieto ci sarebbe, in modo specifico il divieto di appropriarsi illecitamente di brani altrui, solo che farlo rispettare non è (mai stato) affatto semplice.

I furti nella musica rock, documentati e non, sono numerosissimi. Sono così tanti che ormai la prassi viene considerata “normale” – nel rock sono in effetti considerate normali cose che in tutti gli altri campi dell’agire umano sarebbero ritenute disdicevoli – e perciò molti casi di plagio non vengono neanche più notati, oppure, appunto, si fa finta di nulla. Qualche volta però i plagi fanno ancora scalpore, in particolare se coinvolgono musicisti o cantanti famosi: molti senz’altro ricorderanno la vicenda giudiziaria che vide protagonisti, nella seconda metà degli anni ’90, il nostro connazionale Albano Carrisi e il “re del pop” Michael Jackson, accusato da Carrisi di aver rubato melodia e ritmo di una sua canzone intitolata I cigni di Balaka al fine di costruirci un pezzo di successo come Will You Be There. L’episodio, visti i nomi dei personaggi coinvolti, suscitò in Italia parecchio clamore, e di conseguenza se ne parlò molto. Ma facciamo ora un salto nel tempo di ben 41 anni, e vediamo che cosa combinarono gli ormai dimenticati It’s A Beautiful Day alle prese con una melodia orientaleggiante chiamata Bombay Calling.

Bombay Calling è il titolo di un brano strumentale che gli It’s A Beautiful Day sistemarono in apertura del lato B del loro omonimo ed affascinante 33 giri d’esordio, edito dalla Columbia Records nella primavera del 1969. Gli It’s A Beautiful Day erano un sestetto misto (quattro uomini e due donne) formatosi nella città di San Francisco nel corso dell’estate del 1967. Godettero di una discreta popolarità a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, più che altro negli Stati Uniti e principalmente grazie ai brani di questo notevole disco, tra i quali figura anche, appunto, Bombay Calling. E fin qui nessun problema. Il guaio è che il tema di Bombay Calling, cioè in pratica la sua struttura portante, sia melodica che ritmica, non venne composto da nessuno dei membri del gruppo rock californiano bensì, all’inizio degli anni ’60, dal musicista jazz, anch’egli californiano, Vince Wallace. Sul retro della vecchia copertina del long playing il nome di Wallace compariva infatti accanto a quello di David LaFlamme, violinista e cantante del gruppo, precedendolo. Come mai? Beh, era semplicemente accaduto che Wallace e LaFlamme, che si conoscevano ed a volte suonavano assieme a casa dell’uno oppure dell’altro, un giorno avevano trascorso un po’ di tempo a discutere di musica e a provare delle nuove melodie nell’abitazione di LaFlamme, a San Francisco. In quella circostanza – era il 1966 – Wallace insegnò a LaFlamme il tema di Bombay Calling, che a LaFlamme piacque così tanto da trasferirlo, così com’era, nella musica degli It’s A Beautiful Day. In concerto il brano veniva di conseguenza presentato, nei primi tempi di vita della band, come una composizione del solo Wallace. Nel corso degli anni ’70, però, LaFlamme decise di registrare il brano a suo esclusivo nome presso l’ente governativo Usa preposto alla tutela del copyright, cancellando ogni riferimento a Vince Wallace (nel frattempo, in Inghilterra, i Deep Purple avevano sfruttato la composizione di Wallace per dare vita alla celebre Child In Time, anche in questo caso senza citare il musicista californiano). Da allora Vince Wallace non ha più ricevuto neppure un centesimo per i diritti d’autore di Bombay Calling, né dalle case discografiche e né tanto meno da David LaFlamme. Ricordiamo a questo proposito che le vendite del primo lp degli It’s A Beautiful Day furono più che buone, tanto che il 33 giri venne ad un certo punto proclamato disco d’oro in seguito al raggiungimento della soglia delle 500.000 copie vendute. Dunque di soldi da spartire ce n’erano parecchi…

Com’è ovvio, da tutto ciò non poteva non scaturirne una spiacevole polemica, nella quale la parte lesa, cioè Wallace, ha spesso accusato pubblicamente LaFlamme di essere una persona priva di scrupoli, riconoscendogli soltanto la sua bravura come violinista. In una simpatica “dedica” scritta col pennarello nero sul retro di copertina di una copia in vinile del primo album degli It’s A Beautiful Day (vedi foto), Wallace definisce LaFlamme, nell’ordine, «plagiarist, scoundrel, good singer, wonderful violinist, needs work on character», cioè plagiario, mascalzone, ottimo cantante, meraviglioso violinista, uno che deve ancora lavorare molto sulla propria personalità.

In una lettera aperta datata 16 ottobre 2001 Vince Wallace affronta l’argomento del furto di una sua creazione musicale con veemenza. Traduco, a seguire, la prima pagina (di 5) della missiva: «Salve, mi chiamo Vince Wallace. Sono un compositore di musica jazz, registro dischi e suono il sassofono tenore. La mia missione è quella di portare amore e buone vibrazioni in tutto il mondo, nel solco di quella grande forma d’arte tradizionale propria degli Stati Uniti d’America che è il Jazz. Io sono l’unico autore del brano intitolato Bombay Calling, che si trova sull’album “It’s A Beautiful Day” edito dalla Columbia. Io credo che la mia carriera sia stata seriamente danneggiata dalle azioni congiunte di David LaFlamme, Columbia/Sony Records, Deep Purple, Matthew Katz e da tutti quei loschi avvocati con le loro avide dita infilate nella grande torta di San Francisco». Beh, dire che Vince Wallace è molto arrabbiato per ciò che gli è successo è dire poco.

Nota Bene L’articolo è stato pubblicato su “Apollinea”, Rivista bimestrale del territorio del Parco Nazionale del Pollino, Anno XIV – n. 6 – novembre-dicembre 2010, pag. 32.




venerdì 26 novembre 2010

Intervista a Verdiano Vera dello studio Maya di Genova


Lo Studio Maya e Verdiano Vera non hanno certo bisogno della mia pubblicità, ma mi piace parlare di quelle persone, brave e intraprendenti che riescono a fare coincidere passione primaria e lavoro, e se poi questo mix ha a che fare con la musica allora… non so resistere. Io che sanamente invidio questo genere di “lavoratori”, li definisco anche fortunati.

Attraverso ciò che seguirà, sarà facile capire l’essenza dello Studio Maya e dei suoi ideatori, ma quello che tengo a sottolineare, quello che ho trovato ogni volta che sono stato in quel luogo, per motivi molto differenti tra loro, è l’atmosfera che vi regna. Forse non saprò apprezzare il lavoro minuzioso di pianificazione dei differenti spazi, essendo argomento da dettaglio tecnico, ma è chiara e immediata l’idea di spazio multifunzione, con possibilità di mutazioni rapide e passaggi dal formato “recording/editing” a quello radiofonico e ancora alla forma “meeting a tema”.

L’estrema modernità si fonde con l’efficienza e fa sentire davvero a proprio agio anche chi è di passaggio, come è capitato a me.

Ma leggiamo le parole di Verdiano.


Mi racconti qualcosa del tuo iter formativo?

Ho cominciato in modo tradizionale studiando al Conservatorio. Nonostante fosse proibito per uno studente esibirsi in contesti diversi dai saggi scolastici, contemporaneamente agli studi, suonavo nei locali della riviera ligure con un gruppo rock. Durante la settimana mi dedicavo sia allo studio della chitarra classica con Sor, Aguado, Carcassi, Giuliani, Carulli sia al rock dei Pink Floyd, Queen, Dire Straits, U2. Inoltre suonavo le percussioni in un gruppo afrocubano.

Come nasce il tuo amore per la musica e quando hai deciso di far coincidere tale passione col tuo lavoro?

Mi è sempre piaciuto occuparmi di musica a 360 gradi. Qualsiasi fosse il progetto musicale che mi si proponeva, io accettavo e lo facevo per il piacere di farlo. Per fare questo mestiere bisogna amare ciò che si fa, altrimenti non si può andare avanti. Mi sono reso conto che stavo trasformando la mia passione in un lavoro nel momento in cui ho cominciato a guadagnare insegnando agli altri ciò che settimanalmente imparavo a fare io. Tenevo lezioni di chitarra e di percussioni, ma insegnavo anche l'uso dei primi sequencer e dei primi software per la notazione musicale. Per divertirmi ho cominciato a fare piano bar utilizzando basi musicali arrangiate da me. Questo fece si che ogni sera che mi esibivo, incontravo qualcuno che mi chiedeva di arrangiare nuovi brani musicali. Mi sono iscritto alla SIAE nel 1995 e ho cominciato a comporre pezzi da far cantare agli amici che si presentavano ai concorsi canori. In poco tempo ho aperto uno studio di registrazione che mi serviva per registrare la mia musica e quando non lo sfruttavo io, lo affittavo agli amici che lo usavano per le loro prove musicali. Da lì è nata la necessità di ingrandire gli spazi a mia disposizione. Fu così che dai fondi di un palazzo di Corso Torino a Genova mi trasferii nel seminterrato di una farmacia vicino alla stazione Principe, da lì ho successivamente aperto il Mediatech Studio, ricavato in una casetta indipendente in Via Montaldo, e dopo circa undici anni ho realizzato Studio Maia.

Il tuo Studio Maia nasce come luogo dedito alle registrazioni, ma mi appare come spazio multifunzione, dove la parte “recording” è solo una tra le tante attività. E’ così che l’avevi ideato o il progetto iniziale si è modificato nel tempo?

Studio Maia è nato da un progetto mio e di mia moglie Linda per soddisfare ogni necessità riguardante il nostro lavoro. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli e tutti gli spazi sono stati concepiti per essere sfruttati in maniera polifunzionale. Al centro c'è la regia LEDE, nella quale è possibile effettuare registrazioni e mixaggi audio ma lo studio è progettato per lavorare anche su montaggi video, post-produzione e persino trasmissioni radiofoniche. Studio Maia è il nucleo intorno al quale orbitano tantissime attività riguardanti l'audio, la musica e il video. All'interno dello studio docenti professionisti svolgono corsi di musica di tutti gli strumenti, teniamo incontri didattici e serate a tema musicale, giriamo videoclip, registriamo dischi e svolgiamo attività editoriale e discografica.

Ti ho visto impegnato su più fronti, come ingegnere del suono in studio e nei concerti, come padrone di casa nel corso di meeting a tema, come conduttore radiofonico, come organizzatore di concorsi … ma qual è la dimensione che più ti soddisfa?

Come ho già detto, io vedo l'audio e la musica a 360 gradi. Non riuscirei ad occuparmi di una cosa sola. Vivo il mio lavoro sotto ogni aspetto. Sono nato come musicista, ho lavorato per molti anni come tecnico del suono e adesso faccio il produttore. Credo che sia stata un'evoluzione naturale. Mi piace occuparmi di tutto ciò che riguarda l'audio e musica. Sono sempre stato così innamorato del mio lavoro che per me non c'è mai stato nulla di meglio, è uno dei sentimenti più piacevoli che si possa provare.

A quale tipo di aggiornamento tecnico deve sottoporsi chi fa il tuo mestiere?

La cosa più importante per fare il mio lavoro è ascoltare qualsiasi genere musicale e qualsiasi artista con lo stesso interesse. Bisogna essere capaci di accettare qualsiasi novità cercandone il significato, memorizzandone le caratteristiche e studiandone le sonorità. Chi fa il mio lavoro deve mantenersi sempre aggiornato, migliorare sempre, provare nuove strade e soprattutto osare.

Nel tuo studio sono passati molti musicisti storici, italiani e stranieri. Quale il più pignolo e quale il più… facile da gestire?

Solitamente i professionisti, quelli che sanno suonare davvero, sono anche i più facili da gestire. Fortunatamente in studio lavoro spesso con musicisti professionisti e quindi il lavoro è più semplice. Il problema è che spesso il più pignolo sono proprio io, e quindi mi trovo a lavorare di notte da solo per far quadrare un mix che per gli altri andava già bene così.

Hai un desidero professionale che prima o poi cercherai di realizzare?

Certamente. Mi piacerebbe realizzare la colonna sonora di un cartone animato della Pixar e organizzare gli eventi musicali in una finale dei giochi olimpici.

www.studiomaia.it.

Un esempio...


mercoledì 24 novembre 2010

Liir Bu Fer-"3 juno"




3 juno” è il primo album di LIIR BU FER.
Contrariamente a quanto sono solito fare, parlando di nuovi album, antepongo al mio feeling post-ascolto
l’intervista che mi ha rilasciato Marco Tuppo, per scoprire qualcosa di più su questo trio distribuito da Zeit Interference/Lizard Records.


L'INTERVISTA

Ho trovato pochissimo su di voi in rete. Sono “obbligato “ a chiedervi un minimo di biografia.
I Liir Bu Fer nascono dall’incontro di Nicola De Bortoli e Andrea Tumicelli (già Vortex Meraviglia e Velcro) nel 2008. La prima fase del progetto culmina con la sonorizzazione di un’esposizione di Luca Armellini.L’attività del gruppo riprende nella seconda metà del 2009 e vede (dopo aver già militato nei NemaNiko,Raven Sad e Sciarada) il mio innesto nella formazione. In formazione trio l’ambito musicale che si viene a formare è un crocevia di elettronica dal cuore acustico (tra oggetti percossi in loop minimal e contrappunti cameristici) e ambient contemplativo (synth analogici e vecchi organetti), il tutto contaminato e imbastardito da tratteggi post e kraut. Dopo alcuni mesi di prove serrate nella ricerca di dare forma alle nostre idee abbiamo pubblicato a giugno il nostro debut album "3juno" per Zeit Interference/Lizard Records..

La musica ascoltata in “3juno” non è rivolta alla massa. La copertina in mia possesso(ho il demo, non so quella ufficiale) è da … decriptare. Notizie in rete, come dicevo, poche. Il vostro “restare sotto coperta” è una precisa scelta? Volete rivolgervi solo ad una nicchia precisa? Non pensate che, qualunque cosa realizziate debba essere il più possibile diffuso?
Come avrai avuto modo d’intuire dalla biografia il progetto Liir Bu Fer è molto recente quindi risulta fisiologico che per il primo anno di lavoro ci siano poche informazioni in giro. Dall’uscita ufficiale del disco le cose sono molto cambiate e attualmente in rete può trovare parecchio (biografia, recensione, foto, ecc). Concordo con te sull’importanza di diffondere il proprio operato,e a tal proposito diamo la possibilità tramite alcuni portali di scaricare gratuitamente alcuni brani e ci siamo fatti promotori, in collaborazione con altri gruppi, di una sorta di distribuzione dal basso, dando la possibilità al pubblico durante i nostri concerti di acquistare oltre “3juno” i lavori di gruppi a noi affini
.

Qual è il vostro iter professionale e formativo? Cosa vi ha portato a realizzare un album così poco … convenzionale?
Abbiamo fatto parte di diversi progetti alcuni più propriamente rock, altri più trasversali, ma e ovvio che quando si realizza un disco come “3 juno” è la curiosità che fa da mordente. Sono cicli che fanno parte della storia di alcuni musicisti, si tende a spostare l’arrivo sempre un pò più in la, in modo tale di mettersi sempre in gioco, miscelando stili e modi di concepire la musica.


Anche la voce è utilizzata come strumento, anche se in un caso esiste un vero testo. Che cosa è esattamente funzionale alla vostra musica, restando in tema di “cantato”?
Sostanzialmente non è che vi siano dei paletti così rigidi. Ovviamente essendo la nostra musica particolarmente “destrutturata” avevamo bisogno che i nostri collaboratori fossero in grado di interagire con quest’ultima liberi dalle strutture classiche del cantato, in una sorta di contrappunto di emozioni. Ciò non vieta che in futuro ci sia occasione di collaborare con cantautori “più classici” contaminandoci a vicenda.

Quali sono i vostri modelli principali, gli artisti che più vi hanno influenzato?
Potrei dirti
Einstürzende Neubauten, Matmos, Murcof, Orb,Orbit ma anche Sigur Ros, Tortoise ma anche Dead can Dance e le linee ritmiche dei Joy Division ma anche Stravinsky e Ravel…In verita ogni grande artista è fonte di ispirazione dipende dal tipo di ambientazione si vuole ricreare.

Cosa rappresenta per voi una performance live? Che tipo di rapporto riuscite ad instaurare col pubblico?
Nei nostri live viene data grande attenzione all’aspetto visual, in una sorta di colonna sonora reale e irreale di immagini e ambientazioni. Inoltre poiché i loop che sono alla base delle nostre composizioni vengono costruiti da noi in tempo reale e non tramite sequencer, la dimensione live ha la capacità di svelare “l’artigianato” delle nostre tessiture sonore. “Rapporto con il pubblico?” Direi molta, molta curiosità.


La musica, qualunque essa sia, si “utilizza” a seconda dello stato d’animo e il nostro “mood” del momento ci può portare a scelte agli antipodi. A quale tipo di stato d’animo potrebbe essere adatta la vostra musica?
Nella nostra musica, libera da strutture e da convenzioni, ci sono tutti i nostri stati d’animo che caratterizzano ogni singola giornata e ogni singola composizione, come tali quindi sono caratterizzati da moltitudine d’aspetti emozionali. Quindi potrei dirti che “3 juno” va bene per diversi stati d’animo, basta aver voglia di ascoltarlo e che faccia parte di un momento emozionale della tua vita e non redimerlo a puro sottofondo o intrattenimento.


Quali emozioni pensate di trasmettere?
Riuscire a trasmettere delle emozioni, qualunque esse siano, è il più grande risultato a cui possa ambire un musicista. Ciò che bisogna evitare, è il puro e sterile esercizio di stile, indipendentemente dal genere musicale che si è scelto di utilizzare.


Esistono strumenti “banditi” o ritenuti incompatibili con la vostra musica?
Come dicevo non ci poniamo molti paletti, si accinge ad uno stile o ad uno strumento per ottenere un risultato concettuale e emozionale che si focalizza volta per volta in maniera naturale.


Nei momenti ludici, di relax, c’è anche spazio per un blues o un rock di poco impegno intellettivo?
Per noi fare musica “d’avanguardia” non è una sofferenza che ci siamo inflitti perché così siamo più cool, ma perché abbiamo deciso che “destrutturando” possiamo muoverci in maniera più libera, quasi fossimo dei bambini un po’ cresciutelli. Dopo anni che suono posso garantirti che percuotere lamine d’acciaio, far fischiare synth su ritmiche ipnotiche è più divertente e meno frustrante che cercare di incastrare strofa e ritornello di un brano rock.


Cosa vi aspettate dal vostro futuro prossimo musicale?
Non è che chi propone musica come la nostra si aspetti gloria e fama, tra noi abbiamo creato una bella atmosfera nella quale ci divertiamo e ci esprimiamo, e questo per noi è già un bel successo. Se poi alla fine del concerto qualcuno viene a complimentarsi dicendo che per un ora ha staccato la spina, allora tanto meglio. Diciamo comunque che gli obbiettivi che ci siamo prefissati e continuare nella nostra ricerca timbrica creando tessiture con oggetti sempre diversi e riuscire a collaborare con qualche giovane registra per da sfogo alla propensione filmica della nostra musica
.

La settima domanda dell’intervista era relativa a uno stato d’animo corretto, adatto alla musica dei Liir Bu Fer, essendo io convinto che esista spazio per ogni tipo di musica (possibilmente di qualità), da utilizzare a seconda del nostro umore, operando a volte vero autolesionismo nell’esasperare momenti negativi.
Ciò che ho ascoltato in “3 juno” è per me qualcosa di “umorale”, e se il termine non è musicalmente corretto non è poi fondamentale… rende l’idea.
Oserei dire che potrebbe (anche) essere barattato con la classica canzoncina poco impegnata che facciamo partire (magari senza ascolto concentrato) in microscopici momenti transitori della giornata( esasperazione del concetto).
Potrei anche dire che è qualcosa di estremamente complicato da assimilare e, forse, relativamente semplice da eseguire … musica per pochi, sicuramente … musica per tutti … sicuramente.
L’album è pressoché strumentale e anche la voce è uno strumento tra i tanti campionatori, synt e probabilmente “attrezzi “ del quotidiano. Salvo in un brano, in cui ci si avvicina di più alla forma canzone, con un testo cantato da Claudio Milano (Nichelodeon), la performance vocale regala il mero senso della sperimentazione, arte in cui lo stesso Milano/Stratos è maestro.
Credo che sia una musica perfetta per essere abbinata a immagini, fisse o mobili, a una rappresentazione più ampia di quella usuale, e al primo ascolto la similitudine mi è arrivata senza sforzo, con un parallelo che mi ha portato a quella “Music For Airports” di Brian Eno, musica per ambienti, musica per “non musicisti”, capaci di manipolare gli oggetti quotidiani rendendoli funzionali alla necessità di esprimere suoni semplici e radicati in noi.
“Musica per non musicisti” potrebbe sembrare un concetto … negativo, ma il mondo dei suoni contiene la nostra essenza e ogni essere umano è in grado di dare e ricevere musica, nella forma più semplice e immediata.
Nicola De Bortoli, Andrea Tumicelli e Marco Tuppo sono tre musicisti, veri musicisti, che hanno scelto, tra le tante possibilità, l’espressione libera, senza codifica e con una larga improvvisazione, condizionata dalle sollecitazioni ambientali di quel preciso momento creativo.
Il risultato è qualcosa di estremamente piacevole, apparentemente difficile, realisticamente facile e fruibile da chiunque.
Sarei davvero curioso di assistere ad una performance dal vivo di Liir Bu Fer, probabilmente uno show, un’esperienza “avvolgente” e coinvolgente.
In any case, giudizio sintetico di “3 juno… da tenere a portata di mano… il bisogno è dietro all’angolo!

Contatti:
myspace.com/liirbufer

(2010) Zeit Interference

Tracklist:

1. Ginza
2. 1944
3. Hiver
4. Red Submarine
5. Maestrale
6. Esperanto
7. Es
8. Mikumi
9. Lay-P
10. Room /10
11. Obliquizione
12. Tre Juno


martedì 23 novembre 2010

"Il tempio delle Clessidre"- CD/vinile



E’ da alcuni giorni in distribuzione il primo album omonimo, CD e vinile, de “Il Tempio delle Clessidre”, distribuito dalla Black Widow Records.
Ho da poco pubblicato la recensione di Richard Milella, dettagliata, capillare ed esaustiva:


http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Il%20Tempio%20delle%20Clessidre-recensione

Fornirò pertanto un mio punto di vista più generale, favorito dal fatto che ho conoscenza diretta di parte del gruppo e ho qualche idea di cosa ci sia dietro a questo lavoro, dal punto di vista della sana sofferenza.
Duro impegno non vuol dire obbligatoriamente risultato di qualità, ma… vediamo con calma.
Ho conosciuto Elisa Montaldo, Fabio Gremo e, poco dopo, “Lupo” Galifi, un paio d’anni fa … non ricordo esattamente come. Avevo visto suonare “Il Tempio delle Clessidre” subito dopo i Delirium, a Genova, ed Elisa Montaldo mi era rimasta impressa. Niente da togliere al resto del gruppo, capace oltretutto di presentare un cantante storico del prog italico come Lupo, ma non posso non rilevare un paio di “gigantesche sfumature”, che prescindono dal valore tecnico/compositivo della tastierista:
-Difficile, quasi impossibile trovare una giovane donna amante della musica progressiva (anche nel periodo d’oro si vedevano col contagocce), e quasi mai tastierista(ricordo solo Virginia Scott dei Beggars Opera).
-Difficile, quasi impossibile trovare la suddetta figura con ruolo di leader o co-leader(neanche la Scott lo era).
Ricordo invece che, alla fine dell’intervista che lei e Lupo mi rilasciarono lo scorso anno, Elisa si preoccupò della dimensione dell’articolo, pensando forse che fosse un’esagerazione, uno svelare eccessivo:

Sono contento di non averlo accorciato!
Perché tanta premessa, tante parole di “cappello”?
L’idea che mi sono fatto è che questo primo album del gruppo sia molto di più di un lavoro da relegare a un determinato momento della vita.
Ci leggo dentro un percorso che vale una storia, un punto di arrivo, che mi auguro coincida con una nuova partenza… come il “camminare su di un sentiero circolare… infinito, senza tempo e dimensione”.
So delle fatiche fisiche e psicologiche di Elisa e mi immagino del resto del gruppo, perché portare avanti un progetto, ambizioso nei contenuti e nella forma, è cosa pesantissima, e il tempo limitato a disposizione gioca sempre contro. E già... sempre il tempo!
Immagino anche l’emozione, la soddisfazione e le aspettative di Lupo, rimasto nella storia musicale italiana col Museo Rosembach con l’album di culto “ Zarathustra”, e sicuramente intenzionato a chiudere il loop, quel “cerchio infinito, senza tempo e dimensione”.
Evidenzio anche un elemento che è la prova di quanto sostengo, scrivo e dico in ogni occasione possibile, e cioè che la musica uccide i gap generazionali. Inutile celare la differenza di percorso di vita tra il cantante e il resto della band, ma se il gruppo di lavoro funziona, se si riesce a miscelare esperienza, conoscenza e voglia di musica, condividendo l’obiettivo, le differenze possono trasformarsi in opportunità di miglioramento.
La conoscenza di alcuni particolari può condizionarmi nel giudizio, ma potrebbe anche essere d’aiuto nel completare un quadro che spesso è fatto di elementi immaginari conditi col feeling derivante dall’ascolto.
Ma cosa ci propone “Il Tempio…?”
Parto dai contenuti, dal messaggio generale, dal filo conduttore che rende di fatto l’album un “concept”.
E’ sempre grande lo sforzo di decodificazione dei testi, spesso uno spazio di cui solo l’autore possiede il totale dominio. Probabile che anche in questo caso non esista una chiave di accesso totale, ed è forse un pregio quello di poter creare differenti scenari sullo stesso copione, ma emergono sentimenti, emozioni e situazioni che sembrano la sintesi di una vita, di una storia di un percorso.
Elemento determinante “il tempo” della nostra vita, dimensione senza coordinate precise, spazio entro cui tutto accade, illimitato o ridotto a seconda del momento in cui ci soffermiamo a riflettere.
E in questo luogo senza dimensione conosciuta viviamo la nostra solitudine, per colpe nostre o altrui…
“… senza guardare mai inizio a raccontare
Quel che negli occhi altrui riesco a vedere.
Ma l’incomprensione si impadronisce di me, tutto svanisce in sguardi spenti e nulla più.”
(Insolita parte di me)
Esistono però luoghi e momenti che rappresentano un porto sicuro e in cui regna l’illusione della “facile soluzione”…
“… tutto ciò che ho sempre cercato giace qui nella stanza nascosta;
tutto ciò in cui ho sempre sperato è ad un passo dalla realtà.”
(La stanza nascosta)
Ma l’amarezza del ritorno alla realtà svanirà solo alla fine di quel percorso “circolare” che riporterà al punto di partenza, quando finalmente sarà chiaro che …
“… per fuggire devo credere al vento, alla musica, all’anima”.
(Antidoto mentale)
E tutto verrà vissuto in piena serenità.

La musica… anche questa mi pare il sunto di una lunga strada intrapresa “secoli” prima.
Facile trovare tracce del passato, ma non voglio ricordarle… non sono poi così importanti.
Giusto per inquadrare il curioso che non ha mai sentito “Il Tempio delle Clessidre”, trattasi di album da catalogare in area progressive, con utilizzo dei strumenti conosciuti ( sezione ritmica e chitarre), più un largo uso di tastiere, tra il classico e il rock, il tutto miscelato, da e con, una voce riconoscibile al primo attacco.
Tutti i musicisti sono tecnicamente molto preparati e le differenti culture musicali di provenienza emergono, senza isolarsi, ma fondendosi.
Credo che il risultato sia eccezionale per “l’orecchio dell’amante del prog”, genere che anche grazie a lavori come questo riesce ad occupare sempre più spazi inattaccabili, fregandosene delle mode e … dei tempi.
Eh sì, il tempo che passa, cresce, si innalza e si piega su se stesso, sino al ritorno all’origine.
Molto curati i disegni di copertina che accompagnano visivamente i differenti momenti dell’album.
D’obbligo una scelta di “pancia” tra i dieci brani.
Da brivido l’introduzione (strumentale) che non ti aspetti… “Verso l’alba” la miglior presentazione possibile a ciò che seguirà.
E poi… mi sono innamorato de “La stanza nascosta”, brano intimistico, dai profondi significati, con una trama al piano che non può lasciare indifferenti.
Mi sono perso la prima performance dal vivo, con la presentazione di parte dell’album e ora sono curioso di sapere se questa prima opera de “Il tempio delle Clessidre” potrà colpirmi allo stesso modo quando sarò seduto in platea, lontano dal mio stereo. Io ho pochi dubbi!

Il Tempio delle Clessidre e' composto da:

Elisa Montaldo: voce, tastiere, pianoforte, organo, concertina
Fabio Gremo: basso
Paolo Tixi: batteria
Stefano Lupo Galifi: Vove
Giulio Canepa: chitarre