domenica 31 ottobre 2010

"La Locanda del Vento"- Lingalad




La Locanda del Vento “ è il nuovo album dei Lingalad.
La sintesi del disco è riassunta nelle note interne di copertina con poche parole, da cui estrapolo le righe iniziali: “La Locanda del Vento è un luogo dove puoi udire storie”.
Sto scoprendo, giorno dopo giorno, nuovi gruppi che stanno cambiando il mio modo di vivere la musica.
Nel personale “pacchetto emozionale” fornito da un brano o da un pugno di melodie, non ha mai trovato posto il messaggio, il testo che deve portare alla riflessione e magari a un conseguente cambiamento. Anche la voce, preferibilmente in inglese, è spesso stata uno strumento tra i tanti. E questa è l’ammissione dei miei limiti.
Ultimamente, come dicevo, i giovani mi conducono verso nuove strade, sentieri affascinanti come un giro di blues con una Stratocaster che svisa. Questa è la peculiarità della musica e di tutti quegli esseri umani che hanno la sensibilità giusta per lasciarsi modellare, dondolando tra diverse situazioni, in funzione del momento e dello stato d’animo: non ci sono regole ferree, e con poche note, così come con sequenze fiume, si possono raggiungere gli stessi fantastici risultati. Non me ne vogliano i Lingalad, ma la musica che ho sentito ne ”La Locanda del Vento”, non prevale, ma è totalmente al servizio della storia che si vuole raccontare. Di per se sembrerebbe una banalità, una frase costruita apposta per sottolineare l’ovvio, ma in questo preciso caso occorre invece evidenziare che l’album mi ha.. fatto riflettere e ricordare, e in un caso particolare mi ha aperto una piccola finestra che ha lasciato passare un po’ di luce chiarificatrice. E non mi sembra cosa da poco. Ma ne farò accenno dopo.
Quindici brani, quindici storie musicate utilizzando i ricordi, la nostra tradizione, le leggende e le mezze verità che ci appartengono, che arrivano dai nostri ”vecchi” o da uomini e donne che troviamo nel nostro percorso quotidiano.
Magia, tristezza, amore, dolore e felicità, ingredienti comuni a tutti, ma riuniti in un inusuale libro delle fiabe. Ed è proprio questa l’ immagine che ho afferrato al primo ascolto. Un libro musicato, capace di sostituire quello con cui ci addormentavamo e con cui abbiamo fatto addormentare i nostri figli, con suoni soft a completare il momento più bello della giornata.

Questo concetto è rafforzato dai disegni di Alessandra Simonini, che non si limitano al “commento” del testo, ma da soli, presi singolarmente o uniti in sequenza, diventano un altro modo efficace per raccontare vicende del passato, ed è questo uno di quei casi in cui il “vecchio” vinile, con le ampie copertine e la possibilità di inserti, riceverebbe grande valore aggiunto da tutto ciò che è visivo.



Ma bambini e adulti hanno bisogno di eroi positivi, di racconti a lieto fine, e la vita non va quasi mai in quella direzione. “La Locanda del Vento” racconta tutto questo, perché nelle quindici storie proposte ognuno di noi potrà ritrovare un pezzo di se.
Per ogni racconto antico occorre trovare lo strumento musicale adatto, e quelli etnici utilizzati dal chitarrista Claudio Morlotti, unitamente ai flauti di Giuseppe Festa, garantiscono le atmosfere d’altri tempi, fornendo quadretti che mi hanno portato su un lungo sentiero di emozioni.
Per ognuno dei brani potrei scrivere paginate di commento, perché mi inducono a scavare nella mente, riportando alla superficie frammenti di ricordi.
Ne scelgo uno come simbolo, perché ciò che ne ho tratto sarà da ora in poi regolarmente utilizzato come esempio.
Mi capita spesso di ricavare grandi verità da piccole frasi, che mi arrivano nei modi più disparati. Sentenze che riconosco valide e che mi forniscono la spiegazione di qualcosa che avevo dentro, ma non sapevo come esprimere a parole.
Nel brano “I Boschi della Luna”, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Festa, è presente il dialogo tra un saggio e un uomo giovane, dubbioso davanti al mistero, come spesso i giovani sono, incapace di credere a ciò che non si può toccare con mano. Ma è vero che esistono i sentimenti? Non è forse vero che ci lasciamo spesso condizionare dalle emozioni? Ma allora i sentimenti e le emozioni esistono!? Eppure non possiamo toccarli e vederli! Da rifletterci su, giovani e meno giovani.

Forse i Langalad volevano solo raccontare alcune storie, utilizzando la musica che amano, facendo forse tesoro dei loro viaggi e magari fornendo un primo bilancio della loro vita.
Io non posso far altro che raccontare cosa mi hanno regalato.

Comunicato ufficiale:




L'INTERVISTA

Mi capita sempre più spesso di ascoltare gruppi che propongono album che sono una sintesi di differenti discipline. Oltre alla musica e alle storie da raccontare, trovano spazio il teatro, la pittura, e anche gli argomenti tradizionali, solitamente trattati in modo semplice( prendo l’amore come unico e sfruttato esempio) diventano l’occasione per creare qualcosa di più complesso di un semplice album musicale, cosa che non accadeva nemmeno negli anni 70, con i concept album caratteristici del prog. Siamo davanti ad un nuovo corso? Sono mutate le esigenze di chi propone le proprie idee musicali?

Forse qualcuno potrebbe ridurre questa nuova tendenza ad uno dei tanti corsi e ricorsi ai quali assistiamo da decenni nell’universo della musica. In realtà, io credo che nei momenti in cui si avverte maggiormente una certa uniformità e omologazione nel panorama musicale, emerga la voglia di creare qualcosa di più strutturato, armonico e, se vogliamo, complesso. Per quanto riguarda i Lingalad, abbiamo sempre preferito sviluppare in ogni cd un tema principale, del quale le diverse canzoni potevano rappresentare sfumature e declinazioni.

Sono convinto che i lavori a cui accennavo nella domanda precedente sarebbero un importante “aiuto didascalico” se proposti in determinati contesti. Penso ad esempio a scuole di tipo artistico o umanistico, ma è probabile che ogni ragazzo sensibile, indipendentemente dall’indirizzo scolastico, possa trarre giovamento e stimolo dal vostro lavoro. E’ utopistico il mio ragionamento? Sarebbe un’esperienza interessante( e utile) dal vostro punto di vista?

In verità abbiamo avuto più volte l’occasione di confrontarci col mondo della scuola e ogni volta è stata un’esperienza ricca di fascino. Per esempio, l’anno scorso le classi terze della scuola media di Chiuduno, vicino a Bergamo, hanno portato i Lingalad all’esame di maturità. Il professore di musica Pasquale Scarpato ha invitato me e Donato Zoppo, il curatore della nostra biografia, ad un incontro durante il quale ci siamo confrontati con le domande dei ragazzi e abbiamo suonato dei brani dal vivo. Mi ha sorpreso il loro livello di coinvolgimento e la capacità di emozionarsi, anche di fronte ad un’esibizione unplugged, senza troppi fronzoli o effetti speciali, ai quali la tv li ha purtroppo abituati. Molti di quei ragazzini ci scrivono ancora email e vengono ai nostri concerti.

Mi rifaccio spesso ad un libro di Riccardo Storti, “Rock Map” che stabilisce le differenti scuole musicali del passato in funzione della regione/città di appartenenza. E’ ancora valido secondo voi un concetto simile? Esistono “filoni” omogenei collegati al luogo in cui si vive?

Credo che la propria terra consegni ad ognuno un bagaglio di emozioni e sonorità unico, che si trasforma naturalmente in musica. E meno male, altrimenti che piattezza!

Nei miei scambi con Loris Furlan mi sono fatto l’idea che alla Lizard ci sia spazio solo per la qualità e l’impegno, senza concessioni alle ferree esigenze di mercato. Ma un artista, una band, possono di questi tempi vivere di musica facendo solo ciò che sentono nelle proprie corde?

Difficilissimo. Per quanto ci riguarda, abbiamo avuto la fortuna di godere del sostegno di molti canali alternativi, soprattutto nel web, e la stima di radio e giornali stranieri. Un esempio di come sia difficile emergere in Italia? Il brano Toni il Matto è stato trasmesso a Radio Live, un’importante radio neozelandese. Il conduttore del programma ci ha telefonato in diretta e ci ha fatto una lunga intervista radiofonica affinché spiegassimo in inglese il nostro progetto. Per rendere l’idea di quanto sia difficile esprimersi nel nostro paese, basti pensare che Radio Life Gate, al cui concorso Talenti per Natura siamo arrivati primi (!!!), non si è degnata nemmeno di annunciare l’uscita del nuovo album, né di trasmettere mezzo pezzo, nonostante le nostre ripetute richieste. E Radio LifeGate è conosciuta come una radio libera e vicina a certe tematiche. Figuratevi le altre!

Raccogliere e raccontare differenti storie, come nell’album “La Locanda del Vento”, può rappresentare il sunto di un viaggio che, in questo modo diventerà immortale, e non solo per chi lo ha intrapreso. Escludendo l’ovvia soddisfazione derivante dall’eventuale gradimento del pubblico, che cosa si prova alla fine di “quel viaggio”, quando si passa da un rilassamento generico alla consapevolezza dell’arricchimento personale?

E’ davvero arduo spiegarlo. La cosa più bella è vedere che i personaggi delle storie che hai raccontato prendono vita nelle menti di chi ascolta i brani.

Le storie che raccontate, per vostra stessa ammissione sono quelle che chiunque può afferrare, di passaggio, in qualche piccolo villaggio disseminato per l’Italia. Leggende, mezze verità, certezze verificabili. Solitamente sopravvivono ai lustri che passano e si tramandano di generazione in generazione. Esiste secondo voi un denominatore comune che le lega? Riesce la musica ad aumentare la loro efficacia?

La musica agisce in sinergia con le parole, anche se, a mio parere, il modello espressivo dei versi e delle prosa, non possono essere paragonati. Il significato che lega queste storie? Il viaggio dell’eroe, direi. Un insieme di archetipi umani che da sempre affascina e incanta, e nel quale ognuno può riconoscere la propria storia personale.

Mi sono segnato la vostra affermazione “… ci siamo accorti che nel mondo reale esistono personaggi altrettanto magici e affascinanti di quelli descritti nei libri di Tolkien…” . I libri di Tolkien, a oltre 30 anni dalla sua morte, sono sempre campioni di vendite. La mia idea è che spesso l’essere umano abbia bisogno dell’elemento magico per illudersi di trasformare, o almeno migliorare la realtà, spesso poco soddisfacente. E la musica.. quale alchimia può concretamente compiere?

Per me è stato un veicolo espressivo fondamentale. Raggiunge tutti, ovunque. Supera ogni barriera culturale, ogni dogana. Quando ho iniziato a cantare i brani di Voci della Terra di Mezzo, come solista (prima che nascessero ufficialmente i Lingalad) li suonavo con gli amici, davanti ad un fuoco, sul limitare di una radura. Dopo qualche anno, gli stessi pezzi li suonavamo in Canada, negli Stati Uniti, in tutta Europa. Questa è l’alchimia della musica. Parole sconosciute che si trasformano in emozioni e trasmettono significati comuni, trasversali.

Se doveste scegliere un solo strumento come simbolo della vostra filosofia musicale, capace di mettere d’accordo tutti i componenti la band, riuscireste a trovare il compromesso?

Sicuramente la chitarra. Lo strumento irrinunciabile di un cantastorie.

… ma nei momenti di libertà assoluta… esce fuori qualche giro di blues, senza pensieri nella testa?


Assolutamente sì! Devo confessare che, a parte i brevi periodi di pura composizione, i Lingalad sono e rimarranno costantemente incorreggibili Hobbit, molto poco elfici.







sabato 30 ottobre 2010

Prossimo concerto di The Rose e The Big Brother and The Holding Company


Ripropongo un post di inizio mese, per ricordare un concerto di Tara Degl'Innocenti "The Rose". A fine post tutti i dettagli per l'acquisto dei biglietti.

Tara consiglia...." di affrettarsi dato che manca poco, e quelli che non riuscissero a sapere fino all'ultimo momento se partecipano, possono acquistare il biglietto direttamente in loco il giorno dello show, però devono prima chiamare il direttore artistico del Druso Circus al numero a fondo post, per la disponibilità di biglietti."


Un paio di mesi fa avevo a lungo parlato di Tara Degl’Innocenti:
http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Tara%20Degl%E2%80%99%20Innocenti
Siamo rimasti in contatto e sono lieto di riproporre commenti di grande valore.

Tara e il suo gruppo, The Rose, sono stati i promotori della calata in Italia dei Big Brother and The Holding Company, band primitiva di Janis Joplin.

Ecco un po’ di storia in pillole riguardante i due gruppi e i loro progetti.
Dopo essere diventati il “Tributo Internazionale” di Janis Joplin con una media di 80/90 show all'anno, in Italia e in Europa, dopo aver suonato in Festival e manifestazioni importanti fra cui quello di Osoppo, Udine, dove si sono esibiti con la parte restante dei mitici Creedence, e dopo aver ricevuto dalla stampa il titolo di miglior “tribute band” italiana a Janis Joplin e al suo gruppo, I The Rose contattano la band originale di Janis con la quale la vocalist dei The Rose, Tara Degl'Innocenti, è in stretto contatto (e ottimi rapporti).
I Big Brother fanno pubblicamente i complimenti ai The Rose, visibili sul loro sito, www.myspace.com/therosetribute

.

The Rose “portano” i Big Brother and the Holding company nel prestigioso locale “Druso Circus” di Bergamo.

In data 1° Novembre 2010 si terrà il concerto della storica band di Janis Joplin, e ad aprire lo show ci saranno appunto i The Rose, Tributo Internazionale di Janis Joplin, che inizieranno la serata e per l'occasione presenteranno cover miste, Rock/Blues anni 60/70, e presenteranno il singolo inedito scritto da Tara Degl'Innocenti.
Durante lo show Tara canterà il brano “Piece of my Heart” insieme al gruppo originale.
Possibilità di acquistare i biglietti fino al 20 ottobre in prevendita senza sovrapprezzo tramite bonifico bancario presso:

Credito Bergamasco
IBAN IT55 L033 3611 1020 0000 0020 738
Intestato a Druso Circus
Causale: Versamento contributo istituzionale concerto Big Brother and The Holding Company, Janis Joplin’s Original Band del 01/11/2010 per numero X persone a nome specificare nome e cognome del richiedente
Confermate il versamento attraverso i contatti sottostanti:
ufficiostampa@drusocircus.it
tel. 3939677093




venerdì 29 ottobre 2010

My Generation-The Who-45 anni ben portati




I hope I die before I get old ... spero di morire prima di diventare vecchio".
Era il 1965 quando The Who scrissero un inno generazionale, “My Generation”.
Per l’esattezza era il 28 ottobre, ben 45 anni fa, quando terminarono le registrazioni del terzo singolo del gruppo.
Non voglio ripercorrere la storia della band, più volte presente nei mie spazi in rete, ma evidenziare che Pete TownshendRoger DaltreyKeith Moon John Entwistle, hanno percorso un lungo cammino, a dispetto del loro dichiarato, indecente e provocatorio proposito iniziale.
Keith e John si sono fermati a precedenti tappe temporali, ma continuano a vivere con noi che li abbiamo sempre e incondizionatamente amati. Di certo non avrebbero mai potuto pensare che ciò che stavano per far nascere avrebbe di fatto negato quel pensiero primitivo, perché attraverso la musica, e che musica, hanno trovato il modo per diventare immortali.
Esagerazioni? Luoghi comuni?
Ho iniziato ad ascoltare “Substitute” a otto anni, e ancora lo ascolto. Corro con le cuffiette dell’Ipod e “Who’s Next” non mi abbandona mai e ogni volta che sento il bisogno di energia pura cerco sul tubo “Magic Bus”, versione Royal Albert Hall, anno 2000.
Anche io mi sento parte di quella “Generation”, anche se non ho mai conosciuto quel tipo di trasgressione, e sono felice di ricordare questa sorta di anniversario.
Chissà se Pete e Roger hanno avuto lo stesso pensiero!


My Generation

People try to put us d-down
Just because we get around
Things they do look awful c-c-cold
I hope I die before I get old

This is my generation
This is my generation, baby

Why don't you all f-fade away
And don't try to dig what we all s-s-say
I'm not trying to cause a big s-s-sensation
I'm just talkin' 'bout my g-g-g-generation

This is my generation
This is my generation, baby
Why don't you all f-fade away

And don't try to d-dig what we all s-s-say
I'm not trying to cause a b-big s-s-sensation
I'm just talkin' 'bout my g-g-generation

This is my generation
This is my generation, baby

People try to put us d-down
Just because we g-g-get around
Things they do look awful c-c-cold

Yeah, I hope I die before I get old

This is my generation
This is my generation, baby






giovedì 28 ottobre 2010

Steve Hillage-Palm Trees


Mi piacerebbe sapere che legame esiste tra la musica, una certa musica, e le reazioni che provoca in noi.
Ci sarà pure una motivazione scientifica che dia una spiegazione del flusso delle emozioni che a volte vengono sconvolte da alcune note, dopo trenta secondi di ascolto.
Non c’è niente di razionale nell’ elevare la musica di un gruppo a “colonna sonora della nostra vita”, senza soffermarsi su abilità tecniche, compositive ed espressive.
Accadono magie che a volte ci condizionano per sempre e noi siamo ben lieti di farci cullare dalle solite voci, dai soliti strumenti, dalle solite armonie riconoscibile nello spazio di pochi secondi.
Ma di solito si è estremamente ricettivi, pronti a rinnovare un certo spirito adolescenziale, e quando qualche nuovo brivido corre sul filo della schiena, senza preventivarlo e provocarlo volutamente, allora … si rinnova l’alchimia. E ben venga.
Ieri sera, non so per quale strano motivo, mi è nata la necessità di ricercare una particolare versione di “Hurdy Gurdy Man”, canzone di Donovan, su cui potrei scrivere un libro, ricordando i miei tredici anni.
Ma la mia ricerca era tesa ad un rifacimento più rockeggiante, che ben conosco, quello di Steve Hillage, il “signor chitarra dei Gong”.
Il suono di Hillage si riconosce in un nanosecondo, come quello di Carlos Santana, Jan Akkerman, Eric Clapton, Jimmy Page, Steve Hackett, Steve Howe, Alvin Lee, Brian May, Mark Knopfler, Jimi Hendrix, David Gilmour…. e potrei continuare. Non ho iniziato un elenco di divinità dello strumento, ma di suoni che ad occhi chiusi si abbinano all’esecutore, perché Carlos Santana, ad esempio, che piaccia o no, ha inventato un suono che prima non esisteva.
Ieri sera ho trovato ciò che cercavo, ma il solito effetto domino indotto da youtube mi ha fatto soffermare su qualcosa che non conoscevo. Sono bastati i mitici trenta secondi per assimilare Palm Trees( Love Guitar), un brano incredibilmente bello, e se poi mi si vuole spiegare che oggettivamente non lo è, posso anche accettarlo, ma mi piace ugualmente, e anche tanto, ed è capace di darmi emozioni che raramente provo. Il motivo non lo conosco, come dicevo inizialmente, ma quando si riceve un regalo inaspettato ma gradito, possiamo anche evitare di indagare sui particolari che lo hanno fatto arrivare a noi.
Le immagini della natura che animano il video aiutano a creare un quadro decisamente unico, ma penso che sentirlo ad occhi chiusi non possa cambiare di molto il mio giudizio.
Lo propongo nella speranza che possa essere una piacevole sorpresa per eventuali lettori.


mercoledì 27 ottobre 2010

Euthymia-"L'ultima illusione"


Gli Euthymia nascono a Torino nel luglio 2008 e mirano alla realizzazione di "Opere rock" basate sulla forte compenetrazione di letteratura, teatro e musica”.

Questa la frase iniziale che ho trovato entrando nel sito di Euthymia, prima di intraprendere l’ascolto de L’ultima illusione”, loro album d’esordio

La presentazione ufficiale e le note relative al gruppo:
Proseguendo all’interno del loro spazio mi sono soffermato sui tre protagonisti e sui loro collaboratori, e ho scoperto che parliamo di giovani al di sotto dei trent’anni, e il gruppo è neonato, essendosi costituito nel 2008. Questa dichiarazione di intenti potrebbe passare per incoscienza, presunzione o per grande consapevolezza delle proprie qualità e possibilità. Da scoprire.
L’album uscirà a novembre per cui mi prefiggo lo scopo di dare qualche indicazione a chi, non conoscendo il gruppo, si troverà davanti un nome curioso e una copertina che da sola… emoziona.
Una delle domande dell’intervista a seguire (preparata prima dell’ascolto dell’album e quindi basata sulle letture relative alla band) era tesa a indagare se c’è spazio, nell’attuale panorama musicale, per “inventare” qualcosa di nuovo.
L’ultima illusione” risulterà alla fine un lavoro di nicchia, ma mi sono trovato davanti a un prodotto che non avevo mai ascoltato, e la prima cosa a cui ho pensato è che sarebbe un ottimo “caso” di multidisciplina, di esempio di come elementi diversi tra loro possano fondersi e dare un risultato globale di valenza didascalica. Ecco, i tour andrebbero fatti anche nelle scuole (non è poi così utopistico pensare di organizzare qualche concerto in contesti inusuali, ma appropriati) e questa proposta di Euthymia stimolerebbe la fantasia dei più sensibili.
Ho ascoltato tutto di un fiato, e mi sono reso conto che non potevo interrompere la storia che mi veniva raccontata. E così che lo si deve assimilare ed è così che lo si può descrivere, senza frazionare i singoli “atti”.
“L’ultima illusione” presenta un iter originale nella costruzione e nella proposizione, ma il tema trattato è quello che ci angustia dall’inizio del mondo.

Mi verrebbe invece da ricercare il motivo per cui sia stato scelto come primo da rappresentare, da musicisti molto giovani, che per ovvi motivi anagrafici dovrebbero avere un limitato bagaglio negativo di esperienze.
L’amore tra una coppia, il tradimento, il dolore conseguente e la morte finale, rappresentano la tragedia che più volte abbiamo visto sul palco e nella vita, situazioni che mai ci abbandoneranno.

La variante in questo caso è il patto col diavolo, elemento sempre presente nella letteratura musicale e non.

Ma una storia di vita comune (anche il patto col diavolo lo è diventato nel pensiero quotidiano) è quasi sempre la nostra storia e mentre ascoltavo i differenti passaggi, da ”L’illusione” a “La morte”, non ho potuto fare ameno di ritornare a momenti dolorosi della mia vita di adolescente.
Il nuovo” a cui accennavo si riferisce al proporre un soggetto teatrale (di vita) fondendo la musica e la poesia e utilizzando “un narratore” che agisce da trait d’union, e fornendo un lavoro globale di grande qualità.

La narrazione, i testi, la musica, starebbero singolarmente in piedi senza compagni di viaggio, ma realizzare un prodotto omogeneo poteva essere impresa oggettivamente ardua, e rappresenta, forse, la vera sfida.
Il risultato in studio mi sembra ottimo, ma mi piacerebbe essere presente ad una performance dal vivo, importante prova del fuoco.

Lascio per ultima la musica, cosa per me inusuale, ma nel caso specifico trovo difficoltà a decidere una priorità tra le varie arti messe su disco.

I suoni sono dichiaratamente prog (così come gli esempi da seguire) e forniscono la base su cui scivola questo concept album. Suoni prog significa, tra le tante cose, utilizzo di strumenti e tecnologie particolari, tempi dispari, armonie ad ampio respiro, sperimentazione, contaminazione classica.
Ho trovato tutto questo nell’album, con variazioni “di umore” in perfetta sintonia con le differenti fasi della “tragedia”. Ambizioso musicare la paura, il tradimento, la morte, e soprattutto il loro progredire.
Euthymia, a mio giudizio ha centrato l’obiettivo e come spesso dico e scrivo in questi casi, nascere in altri periodi storici avrebbe loro garantito uno spazio adeguato e visibilità certa, che in tempi di Talk Show risulta di norma esser problematica.
Per completare la contemporaneità delle arti de “L’ultima illusione”, doveroso citare la copertina, riflesso del lavoro della torinese Fernanda Tartaglino, impegnata nel riprodurre su tela i cambiamenti di stato dell’album.


Ciò che mi ha colpito, ciò che collego immediatamente all’immagine di copertina, è la rappresentazione della disperazione. E ciò che percepisco è un forte dolore che prescinde dall’età, immaginando che il “vecchio calvo” abbia “mani giovani” e forza fisica da vendere. Ma il malessere interiore non ha un legame con l’età e raccontare la sua evoluzione (ma non sempre finisce in tragedia) lo si può fare in modi antitetici, al Festival di Sanremo o attraverso l’immane impegno profuso in album come “L’ultima illusione”… ai lettori/musicofili la scelta.


L'INTERVISTA

Un amante della musica progressive, fortuitamente di passaggio nel vostro sito, dovrebbe rimanere colpito nel leggere i contenuti del vostro progetto:” se quelle sono le intenzioni occorre approfondire!” Come arrivano giovani musicisti come voi ai mostri sacri del prog degli anni 70?

La scoperta del progressive e dei mostri sacri di questo genere è la diretta conseguenza di un amore a 360° per la musica, musica vera, ovviamente, musica d’autore. Io, Umberto e Dario abbiamo sempre ascoltato di tutto… blues, rock, funky, soul, hard rock, metal. Il progressive ci ha sempre affascinato da ogni punto di vista: artistico, compositivo, culturale. E non vi è dubbio che tra le grandi band dei seventies, per degli appassionati come noi, oltre ai vari Deep Purple, Led Zeppelin e Rolling Stones vi fossero nomi imprescindibili come Emerson, Lake & Palmer, King Crimson e Pink Floyd!

Mi ha colpito la frase:” Opere rock basate sulla forte compenetrazione di letteratura, teatro e musica”, relativa ai vostri intenti. Alcuni giorni fa ho scritto del lavoro dei Nichelodeon, che non conoscevo, e la visione del loro DVD, aggiunto al CD, mi ha dato l’impressione di un lavoro globale, di qualità, di grande soddisfazione per l’ascoltatore( d’elite) esigente. Trovo che questo tipo di impegno sia addirittura superiore a ciò che vedevo, in certe occasioni, negli anni 70. Da dove nasce la vostra esigenza di aggregare arti diverse per poi fornire una miscela unica?

Nasce dalla passione per l’arte in genere, si tratti di pittura, cinema, letteratura o musica. Nel dar vita ad un’opera rock il nostro scopo è quello di non darci limiti, comporre senza restrizioni e creare qualcosa che risulti, di volta in volta, sempre più innovativo e originale.

Leggendo le vostre note biografiche emergono culture “antiche”, classiche, legate alla tradizione. Quanto sono importanti per voi le nuove tecnologie applicate al vostro lavoro di artisti?

Le nuove tecnologie sono importantissime. Il binomio classico-moderno sta alla base della filosofia del nostro progetto ed è un tratto che ci caratterizza fortemente. Da qui, l’esigenza di accostare strumenti vintage come Hammond, Mini Moog, pianoforte, batteria, basso ad apparecchiature avanguardistiche e sonorità elettroniche.

Perché è diventato così complicato vivere( e sostenersi) di sola musica? Le occasioni offerte dal web sono davvero le uniche possibili?

E’ complicato vivere di musica per il semplice fatto che nel nostro Paese non si dà il giusto peso alla figura del musicista e anzi è diffusa la concezione che la musica sia un hobby più che una professione. Il web è utile strumento per far conoscere i nostri intenti, le nostre idee, le nostre produzioni, non solo in Italia ma nel mondo.

Ci sono momenti particolari in cui sentite la necessità di cambiare registro, magari di navigare tra blues e rock, in piena libertà?

Come ti dicevo, il nostro modus operandi consiste proprio nel superare ogni limite: oltrepassare la norma standard, scavalcare la consuetudine. Spesso mi capita, in fase compositiva, di abbassare le luci del mio studio e lasciarmi trasportare dalle emozioni, dagli stati d’animo del momento. Nel caso de L’Ultima illusione, la storia e i testi di Umberto mi hanno guidato nell’ideazione di temi, suoni, musiche. Una volta pronte le parti strumentali, poi, Dario è intervenuto ad arrangiare tutto il materiale.

Quando penso ai gruppi più famosi del prog anni 70 (ne conto otto) rifletto sempre sul fatto che ognuno di loro ha inventato qualcosa che, seppur contaminato, prima non esisteva. Esiste lo spazio per proporre qualcosa di assolutamente diverso? Può essere anche questo l’obiettivo di una band dal programma ambizioso come il vostro?

La musica è infinita e, al contrario di quello che spesso si dice, è ancora tutta da scoprire. Noi miriamo costantemente alla creazione di qualcosa di diverso.

Nel corso delle vostre performance dal vivo( che spero di vedere quanto prima) tendete a far uscire fuori l’amalgama del gruppo o c’è anche spazio per il singolo, per l’assolo, per il virtuosismo d’effetto, che on stage credo possa essere sempre giustificato?

Direi che ad emergere è, quasi sempre, la band, non il singolo. I momenti di “assolo” sono presenti e importanti, ma in generale non è nostra abitudine quella di prevalere sugli altri. Tutto è sempre ben amalgamato e inserito nel contesto di base. Quando poi si parla di “opere rock”, va tenuto in considerazione che la musica è al servizio della storia, e viceversa.

Ho letto dei vostri gruppi di riferimento del passato. Esiste qualche gruppo italiano, “giovane” come voi, che giudicate di livello superiore alla media o che comunque gradite particolarmente?

Per ora, eccetto i torinesi Ainur, gli Ossi Duri ( band di tradizione Zappiana ) e i Vurtula, non conosciamo altri gruppi progressive della nostra età.

Quali sono le linee guida che consentono a un gruppo di lavoro musicale di raggiungere i propri obiettivi?

Fare tanti sacrifici, raccogliere le idee giuste e trovare i soldi per finanziare i propri progetti. Gli Euthymia, ad esempio, sono prodotti dalle associazioni culturali “altreArti” di Torino (http://www.altrearti.org/) e “Arno Klein” di Mondovì(http://www.arnoklein.org/).

E’ necessario il coinvolgimento personale, l’amicizia, l’affetto, o è sufficiente essere professionisti?

È necessario essere professionali, oltre che professionisti! Il coinvolgimento personale, così come la correttezza e l’impegno sul lavoro, sono fondamentali.

Dove vorreste trovarvi, musicalmente parlando, tra dieci anni?

Ovunque ci sia la possibilità di esprimersi al meglio artisticamente, magari avendo accumulato nel frattempo un ricco bagaglio di esperienze, dischi e spettacoli!



martedì 26 ottobre 2010

Concerto di Flavio Emilio Scogna a Cairo Montenotte(Savona), con la presenza di Ugo Pagliai

Non è usuale per me parlare di eventi come quello a cui si potrà assistere il 6 novembre a Cairo Montenotte, in provincia di Savona. Non è usuale perché preferisco esprimermi su cose che ritengo di conoscere, e la musica classica, con tutte le sue ramificazioni, ha per me molti lati oscuri, pur subendo l’enorme fascino dell’elemento “immortalità”.
Ma dietro a questo concerto c’è molto di più, per me ovviamente, e ho il desiderio di rendere pubblico qualche piccolo retroscena, qualche storia antica, sperando che il Maestro Flavio Scogna accetti il mio sentimentalismo, stato d’animo che si è accentuato con la raggiunta maturità, e di cui non mi vergogno.
Ho ritrovato Flavio Scogna qualche mese fa, per una serie di coincidenze, e nell’occasione ho scoperto che Flavio non era più quel musicista prog che guardavo con ammirazione negli anni 70( componente del gruppo “La Corte dei Miracoli”), a Savona, sua città d’origine, ma era diventato un Compositore e Direttore d’Orchestra di fama internazionale.
Il termine “ritrovato” vale solo per me, perché la conoscenza era solo unilaterale e visiva. Ma questo non ci ha impedito di entrare in immediata sintonia.
In maniera più o meno evidente è emersa la sua amarezza per non aver mai potuto portare “la sua musica” nella sua città. Quali i motivi? Apparentemente un alto cachet, motivazione che poco si concilia con la futura esibizione a Cairo M., piccolo paese della Val Bormida, che nell’occasione può “permettersi il lusso” di presentare, oltre a Flavio Scogna, l’attore Ugo Pagliai, considerato l’erede di Vittorio Gassman.
Io ho provato a tastare il terreno, nella speranza di abbattere, almeno nell’occasione, l’antica affermazione “Nemo propheta in Patria”, ma evidentemente non è solo un problema economico e dopo qualche tiepido tentativo mi sono fermato.
Ma qualcosa è accaduto, un piccolo miracolo frutto della casualità e di una conoscenza comune, Guillermo Fierens, chitarrista argentino, ex allievo di Segovia, e abitante di Cairo Montenotte, a 25 chilometri da Savona. Da molti anni non si sentivano e fungendo da mediatore ho favorito il contatto e, involontariamente, l’evento che presento nelle prossime righe.
Cairo non è Savona, ma poco importa, l’aria di casa è assicurata, e sono certo che lo spostamento degli amanti delle buona musica e dei curiosi, dalla città all’entroterra, è garantita.
Ironia della sorte, io mancherò perché sarò proprio nel luogo in cui Flavio Scogna vive, Roma, città da cui manco da molti anni e dove si celebreranno i 40 anni del “prog italico”, quello da cui Flavio è partito.
Sarà per entrambi un ritorno alle radici, anche se in direzioni opposte, ma sono certo che un momento di incontro lo troveremo. Accade sempre di incontrarsi quando lo si ritiene un bene reciproco.


Concerto del 6 novembre al Teatro di Cairo Montenotte (h. 20,30)

NOVA AMADEUS CHAMBER ORCHESTRA

Ugo Pagliai

voce recitante

Flavio Emilio Scogna

direttore


Programma


J. SIBELIUS

(1865-1957)

Andante festivo

E. GRIEG

(1843-1907)

Due melodie elegiache op. 34

C. CARRARA

(1977-viv.) la esecuzione assoluta

Mater (per voce recitante e archi) su "Il Risorgimento" di Giacomo Leopardi

A. PIAZZOLLA

(1921-1992)

Five tango sensations (per bandoneon e orchestra d'archi)

Mario Muccitto: bandoneon


Flavio Emilio Scogna

Si è formato culturalmente e musicalmente nelle città di Genova, Bologna e Roma compiendo gli studi di composizione, direzione d’orchestra e conseguendo la laurea in Discipline della Musica (Università di Bologna). Nel 1982/83 è stato allievo per la direzione d’orchestra di Franco Ferrara e, tra il 1984 e il 1988 ha collaborato con Luciano Berio.

Le opere di Scogna vengono eseguite nelle sedi più prestigiose, tra cui, l’Accademia Nazionale di S.Cecilia, Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Comunale di Firenze, Biennale di Venezia, Centre Pompidou di Parigi, Konzerthaus di Vienna, Auditorium Nacional di Madrid, , incise dalla RCA, BMG Ariola e diffuse dalle maggiori emittenti europee, tra cui RAI, BBC, RNE, BRT e RadioFrance. Nel 1998, con l’opera radiofonica “L’Arpa Magica” su testo di E. Sanguineti ha rappresentato la RAI al Prix Italia. Ha tenuto conferenze e seminari sulla propria musica in Europa e in diverse università degli Stati Uniti.

Nell’Ottobre 2002 è stata rappresentata con enorme successo La memoria perduta con la regia di Pier’Alli, opera commissionatagli dal Teatro dell’Opera di Roma.

Parallelamente alla composizione, dal 1990 conduce una carriera internazionale di Direttore d’Orchestra sia nel repertorio tradizionale e operistico (con la riscoperta di importanti lavori del passato: Pergolesi, Boccherini, Rossini), sia nel repertorio della musica del Novecento e Contemporanea con un numero impressionante di prime esecuzioni (viene considerato oggi uno dei direttori di riferimento dei maggiori compositori viventi) e del Novecento storico (Satie, Rota, di cui ha inciso la prima registrazione mondiale dell’opera I due timidi).

Ha diretto importanti orchestre sinfoniche internazionali tra cui, l’Orchestra Sinfonica della RAI, l’Orchestra Sinfonica della Radiotelevisione Spagnola RTVE, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di S. Cecilia, l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, l’Orchestra Sinfonica di Stato Ungherese, Raanana Sinfonietta di Israele, l’Orchestra Filarmonica di Kiev, L’Orchestra Sinfonica di Islanda, L’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, l’Orchestra Sinfonica Siciliana, l’Orchestra A.Toscanini, unitamente a prestigiosi ensembles quali Alternance di Parigi, l’Accademia Bizantina e L’Ensemble Scaligero. Nel 1995 ha diretto il concerto inaugurale delle celebrazioni per il centenario del Festival Internazionale di Musica della Biennale di Venezia.

Il suo catalogo discografico è molto ricco e comprende incisioni per BMG (RCA Red Seal), Curci, RicordiMediastore, FonitCetra, Dynamic, Tactus e Bongiovanni. Il suo Cd con opere di Schnittke (Dymanic S 2030) ha ottenuto nel 2000 la classificazione 10 dalla prestigiosa rivista Répertoire.

Ha ricoperto il ruolo di Direttore Ospite principale presso alcune orchestre, tra cui la Icelandic Symphony Orchestra e la Fondazione Cantelli.

Nel 2006 è stato nominato Direttore dell'Ensemble Contemporaneo dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia .

Dal 2009 è Direttore Principale dell’Orchestra Sinfonica di Bari e Direttore Artistico dell’Orchestra Rossini di Pesaro.

(Per gentile concessione di CASA RICORDI-Universal Music Publishing Ricordi Srl)



lunedì 25 ottobre 2010

Leone, Cattaneo e...


Gianni Leone racconta un suo recente incontro.


Roma, domenica 15 maggio 2010, ore 18.00

Poiché era non lontano da casa e avevo un paio di orette disponibili, sono andato incuriosito allo showcase di Ivan Cattaneo alla Fnac. Dopo aver attraversato con insofferenza la folla brulicante, inutile e fastidiosissima tipica delle domeniche pomeriggio al centro commerciale, giungo finalmente alla sala conferenze. Mi siedo e seguo prima l'intervista e poi l'esibizione dal vivo di una decina di brani. Alla fine, ci siamo istintivamente avvicinati l'uno all'altro quasi nello stesso momento. Con una spontaneità oramai rarissima - e per questo ancor più amabile - Ivan si è dichiarato un grande ammiratore del Balletto. Mi ha subito detto che ci vide dal vivo nei primi Anni '70, che rimase folgorato dalla mia immagine e che ricordava ancora i miei lunghissimi capelli tinti di biondo e l'abbigliamento glamour. Consultando il giorno successivo le mie leggendarie agendine (che partono dal 1971, arrivano fino ad oggi e continueranno...) e basandoci sui suoi ricordi, abbiamo poi dedotto che fu un concerto a Borno in provincia di Brescia il 22 luglio del '73 (il Balletto si sarebbe sciolto nel settembre successivo). Poi ha aggiunto di aver letto in rete il mio articolo sulla deludentissima esibizione di Patty Pravo al festival di Sanremo 2009 con ospite nientemeno che il genio Todd Rundgren, per niente valorizzato. Abbiamo scambiato opinioni sulla musica e soprattutto sulla squallida e triste realtà di questi ultimi anni, rigurgitanti di immondi neo-moralismi (neo?..) e censure che fin dagli Anni '70 e per il resto della nostra vita abbiamo tanto combattuto stando sempre in prima linea. Mi ha presentato ai suoi amici e musicisti del gruppo come "un pezzo di storia del rock italiano, il primo a fare quello che tutti gli altri hanno fatto anni dopo in materia di musica, provocazioni e immagine, uno dei miei maestri...". L'ho molto apprezzato, considerando che anche lui è stato proprio fra i primissimi a fare certe ardite sperimentazioni artistiche, certe scelte di "rottura" con onestà e coraggio, e per questo l'ho sempre rispettato e stimato senza remore. A differenza di tanti vili e meschini personaggi che vivono una vita intera di menzogne e coperture o -forse ancor peggio!- si adeguano a testa china all'attuale rivoltante e ipocrita corsa alla "moralizzazione", alla "normalizzazione", rinnegando il loro passato e se stessi senza batter ciglio, senza vergogna, solo perché oggi gli... "conviene" così, Renato Zero in testa, specie dopo le ultime deliranti ed esilaranti dichiarazioni ("Io amo le donne, ho sempre amato solo donne..."). Sì, sì, certo, come no! Il raccapricciante quanto innocuo ibrido fra Raffaella Carrà e la Sora Lella oramai ha irrecuperabilmente... "sbroccato", per usare un termine che userebbe lui.

Ma torniamo a Ivan. E' un artista davvero poliedrico. Simpatico all'ennesima potenza, dotato di un brillantissimo senso dell'umorismo, un vulcano di creatività. Certo, musicalmente abbiamo stili e linguaggi diversi, ma non per questo antitetici. Lui, infatti, agli inizi della sua carriera fece dei brani di pura ispirazione rock, new wave, perfino punk. D'altra parte, anch'io prefigurai e anticipai un ritorno agli Anni '60 quando registrai, già nel '79, una mia versione di Piangi con me dei Rokes, pubblicata nell'80 come retro del 45 gg. Strada e inserita nell'album Monitor dell'81.

A fine intervista, ha cantato alcune cover, fra le quali Amore disperato di Nada (per me una delle canzonette più sciocche e insulse dell'intera discografia italiana di tutti i tempi - sorry, Ivan!), Una zebra a pois di Mina (davvero una canzone folle e surreale per l'epoca!), Geghegé di Rita Pavone, Kobra di Rettore, oltre al suo Polisex. Ci siamo scambiati i rispettivi recapiti. Abbiamo fatto foto insieme. Mi ha proposto una "collaborazione" non meglio approfondita. Una curiosità: non molti ricordano che la PFM partecipò alla realizzazione del suo album Superivan del '79. A tal proposito mi ha rivelato che durante le registrazioni dovette faticare non poco per tenere a freno gli slanci prolissi e ampollosi - tipici di un certo progressive - a cui talvolta Di Cioccio, Pagani & Co. istintivamente tendevano. In quell'album appare il sublimemente perverso Male Bello, brano poi ben reinterpretato da una "cattaneeggiante" Patty Pravo e inserito nel suo Munich Album, anch'esso pubblicato nel '79 (quanti ricordi!...). Poi mi ha regalato il suo ultimo Cd di cover di brani Anni '80. Io, a mia volta, il Dvd del Balletto, di cui subito ha apprezzato la maschera riprodotta in copertina, una mia opera. Be', non per niente entrambi siamo diplomati al Liceo Artistico...

Non ci perderemo di vista.