martedì 29 giugno 2010

Fabrizio Poggi-Spirit and Freedom


Considero il mio rapporto con Fabrizio Poggi e la moglie Angelina uno “spontaneo stato di empatia”.
Molte cose mi colpiscono di loro, e la filosofia di vita, trasmessa anche dal palco, si fonde con la musica, e probabilmente i differenti ingredienti sono interdipendenti.
Mi avevano chiesto di dare loro un giudizio su “Spirit and Freedom”, non perché la mia ”critica” possa rappresentare un eventuale valore aggiunto, ma perché noi che amiamo la musica incondizionatamente abbiamo bisogno di condividerla, che sia nostra o fatta da altri.
Da maggio posseggo il CD, cioè da quando ho visto i Chicken Mambo al Raindogs di Savona.
L’ho ascoltato più volte e ho sempre rimandato il momento del mio commento, perché mi sono reso conto che il percorso rappresentato da questi diciotto brani, che non possono prescindere dalla lettura del piccolo book allegato, mi coinvolge troppo, facendomi ritornare al mio vissuto, e a tanti frammenti “afferrati”, rubati a Fabrizio e Angelina.
Per fare del blues occorre nascere nel posto giusto.
Per farsi accettare là, dove il blues è nato, occorre acquistare autorevolezza verso occhi altrui, sebbene tra le piantagioni di cotone ci fossero molti nostri emigrati.
Fabrizio è riuscito ad acquisire i meriti necessari per essere considerato un bluesman, anche in Mississippi. Lui dice di essere soltanto nato nel luogo sbagliato.

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Quando racconta i suoi aneddoti e suona la sua musica, io mischio tutto alla mia vita perché, ad esempio, ogni volta che imbraccio una chitarra il blues parte in automatico; perché, ad esempio, ho avuto la fortuna di sentire il vero feeling di Beale Street, nella downtown di Menphis, con musicisti ad ogni angolo di strada; perché, ad esempio, anche io ho raccontato qualcosa a Fabrizio, e cioè di come sia entrato in possesso di un testo blues, scritto da un uomo appena licenziato, che sfogava il suo rancore, dall’Ohio alla Florida, “scrivendo” la sua protesta. Cosa c’entra tutto questo con “Spirit and Freedom”?
Le vite e i ricordi "terreni" si mischiano e mi piace pensare che un giorno, “noi uomini di musica”, ci ritroveremo tutti assieme, con qualche tensione in meno, e qualche libertà in più, a ridere delle nostre sofferenze passate e a gioire per la serenità raggiunta.
Questo è parte del pensiero derivante dall’ascolto di questo incredibile lavoro musicale.
Le note scritte sono essenziali, perché accompagnano e completano il percorso.
Colpiscono le collaborazioni o meglio, il numero e la qualità degli ospiti.
E ritorno all’autorevolezza del bluesman Fabrizio Poggi, la cui musica e la cui sensibilità sembra riescano ad aprire qualunque cuore “virtuoso”.
Tra tutte le presenze ne prendo una che mi ha particolarmente colpito, quella di Nora Guthrie, figlia di Woody, che affronta il tema della pace, perché:” ... non ci può essere Pace senza libertà e non ci può essere libertà senza pace..”
Queste le parole di Woody, lette da Nora:
La mia pace, la mia pace è tutto quello che ho e che ti posso dare.
La mia pace è tutto ciò che ho sempre avuto e tutto ciò che conosco da sempre.
E do la mia pace al verde e al nero, al rosso, al bianco e al blu.
La mia pace vale mille volte di più di qualsiasi cosa io possegga.
E voglio passare la mia pace tutto intorno stringendo mani di ogni colore.
Credo che la mia pace sia tutto quello che ho e che ti posso dare.

Fabrizio prende in prestito brani appartenenti alla tradizione popolare, a Dylan, a Cohen, a Gram Parsons, Kristofferson, Gary Davis, Josh Haden, Guthrie, Jeff Walker, Willy De Wille, Billy Joe Shaver, sino all’ultima traccia, dove l’armonica di Fabrizio diventa il sottofondo per le parole di Martin Luther King :” We want to be free”.
E con questo, si conclude, momentaneamente, il viaggio verso la strada della libertà e della spiritualità, intrapresa da Fabrizio e Angelina, che sono certo, non ci molleranno mai!
Ho lasciato alla fine un commento su un brano scritto da Fabrizio, “Jesus called me in Heaven”, dedicato ad Alessandro Rava, grande bluesman scomparso prematuramente.
Si incontrarono, Alessandro e Fabrizio, il giorno in cui avvenne quel terribile incidente, e ora è bello immaginare, almeno in musica, che la prematura dipartita sia stata comunicata per tempo, e giustificata da una chiamata dall’alto, per la creazione di una fantastica band, in Paradiso.
Ritorno sulle immagini della mia vita evocate da questo album dei ricordi.
Ho raccontato a Fabrizio e Angelina, di come lo scorso anno io abbia incominciato a scrivere una storiella che idealizza il nostro mondo futuro, nella nostra prossima dimensione, tempestato di uomini e donne capaci di creare un’orchestra in grado di disegnare la colonna sonora delle nostre vite, presenti e da venire.
Ho immaginato spiritualità, libertà assoluta, ricongiungimento degli affetti, serenità, pace, musica, amore, uguaglianza, attenzione per il prossimo.
Tutte cose facili da realizzare, a parole.
Fabrizio e Angelina, anche con questo ultimo lavoro, ci hanno indicato la loro strada, e non sarebbe male lascarsi condurre senza resistenza verso una vita piena di “Spirit and Freedom”.


I'm on my way(to freedom land) (Traditional)

lunedì 28 giugno 2010

"ArtemisiA-Gocce d'Assenzio



Quando mi appresto a fornire il mio pensiero su un lavoro per me nuovo, sia esso appena pubblicato o di molto tempo fa, ho in mente un unico concetto che è quello della condivisione. La mia soddisfazione è basata sul fatto che qualcuno, grazie ai miei scritti, potrà avvicinarsi alla musica che io propongo, diventando a sua volta un elemento di diffusione: ovviamente bisogna amare la musica!
Per far si che i miei potenziali lettori si incuriosiscano, cerco di fornire loro alcune immagini, magari una o due, ritenute rappresentative dell’intera proposta.
Gocce di Assenzio”, il nome dell’album degli Artemisia, di cui ho già pubblicato il comunicato stampa ufficiale, dove si trovano le notizie dettagliate: http://athosenrile.blogspot.com/search/label/ArtemisiA
mi ha indotto a una breve indagine sul significato etimologico che non conoscevo, e già questo è un piccolo arricchimento personale,.
Nella mia ricerca di link, tra immagini, parole e musica, non ho potuto fare a meno di notare come questo “distillato di erbe” sia presentato, nella sua definizione, con “… un sapore complesso dovuto a un perfetto bilanciamento degli aromi delle varie erbe..”, e come tale immagine si sposi perfettamente col feeling del primo ascolto. Sto parlando della sensazione di essere davanti a una fine ed equilibrata miscela di rock, melodia, proposta vocale e ricercatezza nei testi.
Occorre rilevare l’importanza delle liriche, essendo l’intero lavoro privo di pezzi strumentali, e l’utilizzo della lingua italiana( cosa non scontata parlando di rock) è il segnale che la voce non ha il ruolo di mero strumento (come spesso accade), ma le parole devono essere capite, senza sforzi di comprensione linguistica.
Tutte le liriche sono della cantante, Anna Ballarin.
Ho scelto il testo de “Il Tempo” per fornire un esempio del suo pensiero in musica:

Passa, senza indugio, lento il tempo
scorre attorno a me.
Allungami la mano, ancora più piano,
questo sarà il segreto per il tempo.
Senza accorgermi sto guardando indietro
d’un tratto immobile.
Allungami la mano, seguo il richiamo,
avanti andrà lo sguardo con il tempo.
Ma che ironico cliché, corre al passo del tempo.
Ma che ironico cliché, nella mi a testa, nella mia testa non c’è.”

Difficile per me incollare una delle solite etichette alla musica di Artemisia.
La base è molto “metallica”, molto dura, e in alcuni casi ho ritrovato conosciuti passaggi dei gruppi rock anni 70, anche se mischiati ai tempi dispari tipici del prog.
L’elemento di maggior distinzione, come emerso in una domanda nell’intervista a seguire, è a mio giudizio l’utilizzo di una voce particolare, adatta alla proposta musicale scelta, ma al contempo capace di avere un effetto “addolcente”, che aiuta a realizzare un contrasto caratteristico che potrebbe far riconoscere il sound Artemisia al primo impatto.
Ed ecco quindi semplificata la miscela vincente:
rock, prog, liriche e voce usata come link tra melodia e power chords.
Questo è il “..perfetto bilanciamento degli aromi …” a cui accennavo.
Tutte le musiche sono di Vito Flebus.

Un piccola pista di miglioramento, che non riguarda Artemisia, ma è legata a un problema comune a quasi tutti i lavori che mi ritrovo nelle mani, è la seguente:
la confezione, l’hardware dei CD, non ha solo funzione estetica (anche se la bellezza esteriore si giustifica col fatto che “il piccolo disco” diventerà probabilmente un pezzo da collezione), ma il contenuto deve essere chiaro.
Personalmente, tendo a leggere le note mentre scorre il primo brano, e difficilmente ci riesco con facilità.
Non è questione di vista, ma se si unisce la scelta della tipologia carattere(non solo la dimensione) alla poca incisività della stampa, sino ad arrivare a sfondi fantastici, colorati ma con poco contrasto..beh, le difficoltà non mancano.

E passiamo all’intervista.

Leggendo le vostre note biografiche ho avuto immediato impatto con il nome di Beppe Aleo, il batterista che guardavo suonare per pomeriggi interi, a Savona, quando avevo 16 anni. Non sapevo di questa sua evoluzione professionale. Dal vostro punto di vista è essenziale che, in ambito musicale, chi ha compiti manageriali abbia anche competenze specifiche e un passato da strumentista? Crediamo sia fondamentale, questo fa si che il prodotto non sia unicamente a scopo di business, ma abbia una sua identità ed un suo perché d’esistere.

Ascoltando “Gocce d’Assenzio”, la prima cosa che ho colto è il contrasto tra il rock, a volte duro, e la voce di Anna Ballarin. Immagino voi siate molto giovani, ma con la memoria sono tornato a Silvana Aliotta, mitica cantante del gruppo prog Circus 2000, negli anni 70. Esistono dei modelli di musicista a cui vi siete rifatti, esempi che più o meno inconsciamente hanno determinato la vostra attuale consistenza professionale? Intanto grazie per i giovani ma purtroppo, a parte Matteo, siamo tutti over 35 e passa. No, la cosa è nata così in modo del tutto spontaneo, senza avere in mente dei modelli precisi ma facendo quello che sentivamo dentro, poi il background di ognuno di noi a fatto da collante per le varie emozioni.

Mi riesce difficile capire “dove sta andando la musica”, dal punto di vista del businnes. Scaricabile, vendibile online, autoprodotta. Qual è la vostra visione, proiettata verso il futuro? Ma, crediamo che la musica abbia perso molto del suo fascino del passato, è stato tolto quell’alone di magia che la circondava, è stata resa più terrena, la puoi quasi toccare, ora la musica è “dovuta”. Quindi crediamo che la rete sia l’unica forma di divulgazione musicale di musicisti che ormai si autoproducono totalmente, visto gli scarsi o nulli investimenti che fanno le varie etichette. La musica ci sarà sempre, ma sarà sempre più dura riuscire a “magnà”.

Siete arrivati al secondo “lavoro”. Qual è la magia che tiene unite più persone impegnate in un progetto, magari di difficile realizzazione? Quanto incide sul risultato finale l’amicizia o comunque il buon rapporto tra di voi ? Sicuramente l’amicizia che si è venuta a creare tra di noi e una parte fondamentale, ma soprattutto crediamo sia la voglia di raggiungere la notorietà, passaggio obbligatorio per poter partecipare all’Isola dei famosi (eh eh eh) che rimane il nostro traguardo.

Quale importanza attribuite ai testi? Sono essenziali per il vostro tipo di espressione? Sicuramente hanno una parte fondamentale sono un po’ lo specchio del anima di una band, anche la scelta di cantare in italiano e stata determinata dal esigenza di comunicare in modo diretto con il nostro pubblico.

Qual è il processo che porta alla creazione del vostro prodotto finale? Tutti contribuiscono in egual misura ? Diciamo che parte tutto da Vito poi ne discutiamo e vagliamo le soluzioni più consone per il nostro sound, ma il tutto è decisamente molto spontaneo senza grosse tare mentali senza limitazioni di sorta, sempre molto aperti a tutte le soluzioni.

Come immaginate la vostra evoluzione musicale: nuove melodie? Ricerca strumentale? Nuove contaminazioni? Sicuramente con una ancora più accurata ricerca dei suoni, liberi di esprimersi senza vincoli di sorta, sempre con la voglia di abbracciare nuove sonorità o soluzioni insomma senza chiusure mentali, ovvero come intendiamo noi la musica, libera!

venerdì 25 giugno 2010

Monterey Pop


Da Rock e Martello, di Gianni Lucini
"Il 16 giugno 1967 con il brano Enter the young gli Association aprono il Monterey Pop Festival, destinato a restare nella storia, oltre che come l'antesignano dei grandi raduni di massa della generazione hippy, come un primo segnale evidente di un'epoca di grandi cambiamenti. Organizzato da un singolare trio composto da John Philips dei Mamas & Papas, Paul Simon e Lou Adler per un pubblico stimato, alla vigilia, intorno alle settemila persone, attirerà, invece, oltre cinquantamila giovani e con la sua svolta musicale progressista contribuirà, nonostante i dubbi degli esperti di mercato, a far uscire il rock dai ristretti recinti delle musiche di culto. Farà conoscere al mondo, anche grazie al film realizzato nei tre giorni della manifestazione dal regista D.A. Pennebaker, la chitarra lancinante di Jimi Hendrix, la carica devastante degli Who e gli innovativi suoni delle band nate nel movimento hippy di San Francisco, prima fra tutte Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company. Segnerà anche la consacrazione di Otis Redding, profeta di un soul che, senza rompere con le sue radici nere, abbatte le barriere razziali per parlare ai giovani di tutti i colori. A Monterey la generazione hippy sceglie poi i suoi nuovi eroi e li acclama sul campo, come accade ai Buffalo Springfield, a Simon & Garfunkel e alla Paul Butterfield Band, arrivati in punta di piedi e ripartiti con l'investitura ufficiale. La kermesse inizia nel primo pomeriggio del 16 giugno. Dopo gli Association salgono sul palco Lou Rawls e Johnny Rivers, cui seguono gli Animals di Eric Burdon riformatisi quasi per l'occasione. La chiusura della giornata celebra la santificazione di Simon & Garfunkel. Tra le curiosità del secondo giorno di Festival, dedicata al blues, ci sarà l'improvvisa defezione di vari artisti neri, sostituiti in tutta fretta dai bianchissimi Canned Heat e Janis Joplin, ma a rimettere la cose a posto ci penserà, a notte inoltrata, l'esplosivo Otis Redding. Nel terzo e ultimo giorno le note di Jimi Hendrix infiammeranno la platea a tal punto che i Buffalo Springfield, incaricati della chiusura, faticheranno non poco a convincere tutti della necessità di sgombrare l'area prima dell'alba. Alla fine, tirate le somme, gli organizzatori potranno contare su un utile di duecentomila dollari che verranno immediatamente devolute in beneficenza, come annunciato da tempo. Agli artisti, invece, non toccherà un soldo, perché i patti erano chiari fin dall'inizio: « A Monterey si suona gratis».



Performances from the Monterey Pop Festival not released on the original documentary by D.A. Pennebaker. Nearly two hours of bonus footage from the Criterion Collection release of Monterey. The Festival that marked the beginning of the summer of love and spurred one of musics most creative and influential era's. This includes performances by:

The Association- "Along Comes Mary"
Simon and Garfunkel- "Homeward Bound" 3:55 "Sound of Silence" 6:46
Country Joe and the Fish- "Not So Sweet Martha Lorraine" 10:00
Al Kooper- "Wake Me, Shake Me" 15:20
The Butterfield Blues Band- "Driftin' Blues" 22:50
Quicksilver Messenger Service- "Dino's Song" 27:34
The Electric Flag- "Wine" 30:51"
The Byrds- "Chimes of Freedom" 33:40 "He Was A Friend of Mine" 37:36 "Hey Joe" 40:30
Laura Nyro- "Poverty Train" 42:55
Jefferson Airplane- "Somebody To Love" 48:24
The Blues Project- "Flute Thing" 52:29
Big Brother and the Holding Co. w/ Janis Joplin "Combination of the Two" 1:03:07
The Buffalo Springfield- "For What It's Worth" 1:08:57
The Who- "Substitute" 1:12:30 "Summertime Blues" 1:16:19 "A Quick One" 1:19:57
The Mamas and The Papas- "Straight Shooter" 1:28:14 "Somebody Groovy" 1:32:00 "I Call Your Name" 1:34:53
(Hilarious antics of Mama Cass) 1:38:46 "Monday, Monday" 1:40:36
Scott McKenzie- "San Francisco" 1:44:30

The Mamas and The Papas and Scott McKenzie- "Dancin' in the Street" 1:48:05


giovedì 24 giugno 2010

Colster



Colster sono un gruppo piemontese proveniente da Bra in provincia di Cuneo.
Il nucleo compositivo della band è formata da Livio Cravero (chitarra, basso, sintetizzatori) e Francesco Previotto (batteria e percussioni).
Il progetto Colster nasce dalla necessità dei due componenti di dare libero sfogo alla propria creatività a 360 gradi, senza vincoli o inibizioni miscelando diversi generi musicali, esperienze di vita negative e positive e i viaggi intrapresi dal duo attraverso Europa, America e Asia. Questo primo Album omonimo, composto ed inciso tra il 2008 ed il 2009, è completamente strumentale, ed è il risultato delle influenze musicali legate al passato ma soprattutto alle nuove tendenze prog. Gli accostamenti più classici possono essere King Crimson, Anglagard e Porcupine Tree, prima maniera, miscelate con il romanticismo e la sinfonia del miglior Hackett. I Colster, inoltre, credono molto nell’accostamento musica-immagini, infatti ogni singola immagine legata alla realizzazione del disco è stata fotografata e rielaborata dai membri stessi del gruppo. Il cd esce in serie limitata in confezione extra lusso Digipack limited con la bonus Video track (Colster video trailer) composta da una sequenza di immagini scattate dai due componenti del gruppo e da un mix delle tracce dell'album. La band sarà in tour nell’ estate dove si esibirà nelle maggiori città ed è prevista la loro partecipazione per il 31 Luglio 2010 al Gong Festival di Parma.
(Camelot Club)




INTERVISTA

Quando mi viene proposto il nome di un gruppo/artista che non conosco, come nel caso di Colster, la prima azione che compio è quella di ricercare un brano e “vedere di che si tratta”, è l’impatto risulta sempre determinante. Qual è il vostro giudizio sulle attuali tecnologie a disposizione? E’ davvero tutto positivoNoi siamo molto grati alla tecnologia, senza di essa non avremmo potuto realizzare un album in studio essendo solamente due musicisti e con un budget ristretto, grazie a un PC e a un software multi traccia invece è stato possibile. Poi La tecnologia da la possibilità ai musicisti di sperimentare nuove sonorità. D’altro canto però oggi è possibile scaricare tonnellate di musica da internet che viene ascoltata distrattamente rischiando di non darle il giusto valore , una volta per ascoltare musica bisognava comprare il vinile…. decisamente più affascinante e appagante!

Il Prog resta un prodotto di nicchia, nonostante certi successi di pubblico e vendite in Oriente e nel  Nord Europa. C’è spazio per un ritorno agli antichi fasti, o l’easylistening resterà la necessità primaria della massa degli utenti musicali? Fino a quando i principali mezzi di comunicazione di massa si rifiuteranno di promulgare questo genere musicale sicuramente il Prog rimarrà di nicchia. I tempi radiofonici e televisivi sono troppo brevi per un genere articolato come il Prog, la maggior parte degli utenti musicali è abituata ad ascoltare brani poco articolati e di breve durata. Ma la speranza è l’ultima a morire!

Qual è stata, sino ad oggi, la colonna sonora della vostra vita? Quali gli artisti di riferimento? Elencare tutti gli artisti che ci hanno influenzato è per noi impossibile,sicuramente ne dimenticheremmo troppi e troppo importanti, possiamo indicare i generi: che spaziano dal blues al classic rock al jazz al progressive rock alla musica elettronica contemporanea al post rock e al rock psichedelico. Se dovessimo scegliere una colonna sonora della nostra vita sarebbe sicuramente un brano dei Pink Floyd.

Avete viaggiato molto. Qual è stato l’incontro o la situazione musicale più gratificante e quella più deludente? La più gratificante è stata assistere ad una funzione religiosa sull’isola di Miyashima in Giappone, i suoni dei loro strumenti musicali sono stati fonte di ispirazione per “Searching absolution Fase2”. La meno appagante è successa in Italia: durante un nostro concerto con un trio blues, una ragazza sale sul palco e ci chiede:”potete suonare un pezzo di Tiziano Ferro?”

L’accostamento musica/immagine che proponente mi riporta alle vecchie copertine dei vinili, piccoli capolavori descrittivi, curati nei dettagli, e alla fine caratteristici di una band( Dean/Yes).Da dove arriva, nel vostro caso, la necessità di esprimersi parallelamente con suoni e “pictures”? Abbiamo sempre avuto la passione quasi maniacale per le copertine caratteristiche dei gruppi prog anni 60/70, inoltre ci tenevamo a raccogliere alcuni nostri scatti effettuati durante momenti importanti della nostra vita che di conseguenza hanno influenzato la nostra musica. Inoltre riteniamo che le nostre fotografie possano aiutare a comprendere meglio la musica dei Colster.

Cito sempre una frase del mio amico Fabrizio Poggi che afferma che durante i concerti non esiste differenza tra pubblico e artista, slavo la posizione, uno di fronte all’altro. Qual è il vostro rapporto con chi sta “in front of you”, durante le vostre performance? Cerchiamo sempre di emozionarci suonando per poter a sua volta emozionare il pubblico attraverso la nostra musica.

Su “Rock Map”, di Riccardo Storti, si accentua la differenzazione della proposta italiana passata, in funzione della regione di provenienza, una sorta di influenza indotta dalla cultura del luogo in cui si è vissuti. Quanto c’è in voi, musicalmente parlando, della provincia piemontese? Abitiamo immersi nelle Langhe e abbiamo lo studio in un piccolo paesino di costruzione Romana! Questo meraviglioso posto in cui si intrecciano storia e paesaggi collinari sicuramente è stato fonte di grande ispirazione. La nostra vena emozionale è tipicamente italiana ma musicalmente siamo più legati alla cultura anglosassone.


mercoledì 23 giugno 2010

Guillermo Fierens e i suoi allievi


Quando un lustro fa mia figlia si iscrisse alla prima media, fui molto felice di sapere che l’istituto a pochi passa da casa mia aveva una peculiarità, quella di essere dotato di una sezione di studio musicale, con orari supplementari e quattro strumenti possibili: chitarra, violino, pianoforte e flauto traverso. Per accedere ai corsi era obbligatorio un test attitudinale da sostenere mesi prima, necessario in funzione della logica del “numero chiuso”. Il motivo per cui ero soddisfatto è facile da intuire.
Mia figlia iniziò a suonare la chitarra. Il professore, insegnante di chitarra classica alle Scuole medie Guidobono, era Guillermo Fierens. Un insegnante come tanti? In rete ho trovato e “rubato” la seguente biografia:

Guillermo Fierens, considerato e celebrato come uno dei principali chitarristi al mondo, è nato in Argentina a Lomas de Zamora, ma dagli anni Ottanta è cittadino italiano.
Ha iniziato gli studi musicali in Argentina e si è diplomato al conservatorio “M. de Falla” di Buenos Aires. Ottenuta una borsa di studio, si è recato a Santiago de Compostela per seguire i corsi di perfezionamento del Maestro Andrès Segovia, proseguiti poi presso la sede di Berkeley dell’Università della California.
Questa sua associazione con il leggendario Maestro fu di grande importanza negli anni che lo portarono al suo debutto professionale in Spagna.
Il Maestro Segovia ha detto di lui:”La sua tecnica è meravigliosa. Esegue i più intricati passaggi senza sciupare una nota, ma possiede qualcosa di assai più importante della sola tecnica: suona con l’anima”.
Ha ottenuto tre Primi Premi Internazionali: al Concorso Internazionale di Caracas nel 1967, nel 1971 al Concorso Internazionale “Città di Alessandria” e al concorso dedicato al Compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos a Rio de Janero, dove la vedova del Compositore gli ha consegnato la medaglia d’oro, diventando in quel momento l’unico chitarrista ad aver vinto tre Concorsi Internazionali.
Da allora la sua attività concertistica ha toccato tutto il mondo.
Ha suonato nella Tonhalle di Zurigo, nel Palais de Beaux Arts di Bruxelles e a Londra, Rotterdam, Milano, Barcellona, Amburgo, Oslo, Helsinki, ecc.
Ha realizzato tournées di concerti negli Stati Uniti, Canada e Australia.
Guillermo Fierens è molto conosciuto in Inghilterra dove è stato invitato dai principali festivals e ha suonato come solista con la “London Symphony”, la “Royal Philarmonic”, la “Hallè” e la “English Chamber Orchestra”.
E’ stato inviato dall’Orchestra Nazionale Spagnola per eseguire il “Concerto de Aranjuez” in una tournée in Spagna sotto la guida del direttore Garcia Asensio.
Per diversi anni presso la Grand Valley State University in Michigan è stato “Artist in residence”, cioè un ricercatore in campo musicale, a cui veniva concessa la libertà di continuare la carriera di concertista. Ha inciso per la casa discografica ASV di Londra.
Negli U.S.A. è rimasto fino al 1981.
Dopo un suo concerto a Milano nel 1989 il Corriere della Sera lo ha salutato come “erede del grande Segovia”.
Oggi risiede a Cairo Montenotte con la famiglia ed è insegnante di chitarra.

Dopo queste note, è intuibile come non possa esistere miglior insegnante per un alunno in erba, o già collaudato. Aggiungerei alcune caratteristiche non proprio trascurabili.
Chiunque avesse tali competenze e tali "mostrine sulle spalle", si sentirebbe autorizzato a salire su un gradino più alto, portato a evidenziare i propri meriti e il proprio valore.
Per quello che ho visto da spettatore in questi anni, e per come mi viene descritto, Guillermo Fierens è un campione di umiltà e preferisce il backstage alle luci del palco, proponendosi sempre in punta di piedi.
Questione di carattere.
Ora che mia figlia non è più alle medie, e che Fierens non è più alle Guidobono, le occasioni per gli incontri musicali non sono terminate.
Per tutto l'anno in corso, i chitarristi ex alunni, con l'aggiunta di una violinista, si sono "allenati" col loro professore, trovando una diversa collocazione logistica(grazie a Don Camillo, parroco della chiesa S. Paolo)."
Alcuni giorni fa si sono esibiti in un saggio conclusivo che oltre a mettere in evidenza ragazzi volenterosi di rimanere aggrappati al loro strumento e al miglior insegnante possibile, ha permesso di vedere all'opera il grande Guillermo.







Che fortuna per i nostri ragazzi!







martedì 22 giugno 2010

Paolo Toso al Circolo Artisi di Savona



La serata di ieri al Circolo Artisi di Savona non è nata sotto i migliori auspici, almeno secondo i segni premonitori che osservo prima di ogni evento musicale.
Il tempo è stato infame, insolito per una Liguria abituata a ben altro clima, a giugno inoltrato. Questo ha portato a una modifica logistica, e il concerto non è avvenuto nello splendido cortile all’aperto, ma all’interno, nella sala prove di Fulvio e Maddalena, altrettanto splendida, ma … la musica estiva richiede un cielo stellato.
Altro aspetto negativo, le poche persone con mascelle occupate, ai tavoli di Ornella, sintomo di scarsa partecipazione anche durante la presentazione del CD di Paolo Toso, “Poche Parole di Conforto”.
La colpa non é di Paolo, poco conosciuto da queste parti (ed è questo uno dei motivi della sua calata dall’alessandrino), e non è nemmeno di tutti noi che abbiamo fatto larga pubblicità con tutti i mezzi a nostri disposizione( e ne conosciamo tanti!).
Da queste parti, attualmente gira così, chiunque sia l’artista, ed è un vero peccato… ma noi non molliamo!
Mi trovo spesso in imbarazzo quando mi immedesimo nel musicista che sta per presentare il suo lavoro, magari con mille sfumature da raccontare, e davanti non trova adeguata audience, ma forse chi esercita questo tipo di mestiere è abituato a metter in conto inconvenienti di questo tipo. Io non faccio questo mestiere e ho il diritto di essere deluso e di … stare male al posto di altri.
Per fortuna la location ha entusiasmato tutti, e sono certo che Paolo Toso, Gabriele Lunati (il suo produttore) e gli amici al seguito, ritorneranno da queste parti, non necessariamente per suonare.
La saletta ha dato la possibilità di creare una certa intimità. In spazi ridotti una trentina di persone coinvolte, possono aiutare a creare la situazione di perfetta armonia, e alla fine credo che si sia realizzato ciò di cui Paolo mi parlava nel pomeriggio, “una serata tra amici”.
Sul palco un uomo, una chitarra acustica(con una piccola concessione a una Telecaster) e un’armonica.
I testi sono ovviamente asse portante per un cantautore, e quelli di Toso spaziano dal rapporto uomo/donna, all’amicizia, dai malesseri interiori sino alla perlustrazione di mondi e di uomini meno fortunati, almeno apparentemente.
Ma è impossibile scindere la musica dalle parole, perché l’unione chitarra/armonica/voce, riporta a qualche menestrello d’oltreoceano, e il risultato globale è risultato davvero affascinante.
Audience molto attenta, nonostante le preoccupazioni di Toso che si è più volte affrettato nel rassicurarci che stava per finire, sottovalutando il fatto che era lui che ci stava regalando qualcosa e non il contrario.
Pubblico fatto anche di musicisti, di base dediti al rock, ma proprio perché musicisti, capaci di apprezzare anche proposte diverse, riconoscendone la validità.
Ho captato una frase del brano “L’uomo a una dimensione” che mi ha chiarito un concetto che provavo, ma su cui non avevo mai riflettuto. Alla fine l’ho confessato a Paolo, e lui mi ha risposto:”..ma non sempre è così!”. Non importa Paolo, il rapporto tra due persone, soprattutto quello uomo /donna, in caso di deterioramento , segue un iter ben preciso, e quando ho sentito cantare: “… nausea, l’ultima sensazione prima dell’indifferenza..” , non ho più pensato al significato della canzone e nemmeno a una visone negativa della vita, ma soltanto che quel tipo di sentimento è l’ultimo, “attivo”, prima che un rapporto diventi amorfo.
Sono molto attento alle rivelazioni elementari che mi arrivano dalle frasi quotidiane e considero “nausea……” (parola in sé terribile) un regalo supplementare che Toso mi ha fatto.
Atmosfera magica per una serata forse nata male, ma di cui tutti ci ricorderemo.
La mia famiglia non era presente, assente giustificata, ma all’una del mattino mia moglie ha ascoltato con me due brani di “Poche Parole di Conforto”.
E ha gradito.




Paolo Toso

Poche Parole Di Conforto

Neogrigio Records - maggio 2010

Dopo il singolo “Il principe dei matti” e l'EP “L'uomo ad una dimensione”, il cantautore piemontese Paolo Toso debutta sulla lunga distanza con l'album “Poche parole di conforto”. Nato nel 1968, l'artista ha militato negli anni Ottanta e Novanta in diverse formazioni rock e new-wave, su tutti i Neogrigio con i quali Paolo si tolse diverse soddisfazioni.
Ecco ora il suo primo disco solista, prodotto con la collaborazione di Gabriele Lunati, quindici brani intimi ed acustici, ispirati alla tradizione cantautorale italiana e francese.

TRACKLIST:

“Il principe dei matti”
“Inverno al mio risveglio”
“Cosmica”
“A parte te”
“Lieve e silenziosa”
“L'equivoco”
“Nero fragile”
“Ghiaccio”
“I monti”
“Le forme del passato”
“Sintesi”
“Canzone del rimpianto insopportabile”
“Il volto che mi illumina”
“L'uomo a una dimensione”
“Ungaretti”

lunedì 21 giugno 2010

Please Please Me




Era il 1963, una serata invernale tiepida, forse le 22… di sicuro era ormai buio.

Avevo sette anni ed ero con un amico di famiglia all’uscita dello stadio Valerio Bacigalupo dove il Savona aveva appena incontrato in amichevole la Sampdoria.

Erano i tempi in cui la squadra della mia città aveva una certa importanza e bazzicava in serie C (non esisteva la suddivisione in C1 e C2). L’affluenza era notevole e quando il Savona giocava in casa si arrivava a piedi allo stadio percorrendo alcuni chilometri, seguendo un enorme corteo di cui si sono perse le tracce da anni.

Alla domenica mio nonno era solito portarmi nei distinti a vedere quei giocatori di livello, e dall’alto degli spalti la visione era magnifica. Quanta gente in quegli anni!.

Ma quella sera del 1963 c’era la Sampdoria e quindi … amichevole di lusso.

Non ricordo il risultato, scontato peraltro, ma ho in mente, come fosse adesso, il fiume umano che spingeva per uscire dal portone delle gradinate (non c’era mio nonno e i distinti erano una chimera).

Si andava a passo d’uomo e le macchine dei più temerari ed evoluti facevano fatica a passare, e al tempo stesso intralciavano il traffico.

Il mio tutor mi teneva per mano, caricato della responsabilità di sorvegliare un figlio di altri, ed era preoccupato, ovviamente.

Ricordo bene di aver avuto addosso un paio di pantaloni corti, grigi.

Non ero ancora stato toccato da nessuna passione reale. Al calcio giocato (in strada) mi sarei avvicinato l’anno dopo. Stessa cosa per la musica.

Ma forse grazie al registratore “Geloso” di mio padre, vero esempio di evoluzione tecnologica del tempo, avevo già in testa alcuni motivi e alcuni gruppi che da li a poco sarebbero diventati il mio pane quotidiano.

In quel registratore a bobina avrebbero poi trovato posto alcuni brani che ancora posseggo …. sì, ho ancora il vecchio “Geloso”!

Ricordo ad esempio “Substitute” dei Who, “Yeahhh” dei Primitives, “C’era un ragazzo…” di Morandi (o forse era la versione di Lusini), “Noi non ci saremo” dei Nomadi, “Ragazzo Triste” di Patty Pravo.

Ma torniamo a quella sera del 1963.

Guglielmo mi teneva per mano, dunque, e si procedeva a piccoli passi, ammassati, con le auto che cercavano di farsi strada tra la folla.

Non c’erano sistemi di condizionamento e le auto erano piene di fumo e di fumatori. Anche i polmoni erano pieni di fumo.

Forse per questo, nonostante fosse inverno, i finestrini erano tirati giù.

Ricordo solo delle FIAT, millecento e seicento … avercene adesso!

Era proprio una seicento color cappuccino quella che mi passò vicino e “camminò con me per alcuni minuti, con i finestrini completamente abbassati.

Quegli attimi bastarono per ascoltare per la prima volta i Beatles, e per aggrapparmi ai primi momenti di ribellione. La musica dei Beatles aveva quel tipo di forza, in quel preciso momento storico.

Avevo già sentito quel nome e non so come ma mi era già chiaro che cosa rappresentassero per i giovani dell’epoca, non certo per me che ero un nanerottolo ancora incosciente. Mi intrigava anche la falsa traduzione : “scarafaggi”.

La canzone era “Please Please Me”, e ancora oggi, riascoltandola, mi viene in mente quella sera, e riprovo la stessa tristezza che accompagnava le mie serate invernali di allora.  Difficile da spiegare, ma riesco anche a sentire lo stesso feeling del momento con quel disagio e quella frustrazione che accompagna chi vorrebbe già camminare da solo e non gli è concesso. Riprovo un misto di amarezza e speranza, forse prematuro per quell’età, ma significativo per me, e l’armonica iniziale mi appare ancora come un lamento che arriva dal profondo del cuore.

In poche settimane il singolo “Please Please Me” raggiunse il primo posto nelle classifiche discografiche britanniche e a marzo Lennon e compagni si classificarono al primo posto nel referendum di popolarità tra i lettori della prestigiosa rivista musicale “New Musical Express

Non c’è più la ressa davanti allo stadio Bacigalupo, anche se io continuo a frequentarlo seguendo mio figlio.

Non ci sono più seicento e millecento e in ogni caso non avrebbero difficoltà a passare tra i pochi pedoni, nonostante la squadra cittadina sia nuovamente in … semi auge.

Nemmeno i Beatles ci sono più, ma “Please Plesae Me” non morirà mai e nemmeno il ricordo di quella sera invernale del 1963.

venerdì 18 giugno 2010

Guitars Dancing In The Light



INTERVISTA A DONATO ZOPPO
Produttore con Mauro Moroni di Guitars Dancing In The Light

Come è nato il progetto del tributo a Santana? perché è stato scelto proprio lui? 
Premessa: già da tempo la Mellow Records curava operazioni di tributo a grandi nomi del rock, in particolare progressivo. In tempi non sospetti, quando ancora non c’era la “cover syndrome” di oggi, la Mellow aveva messo insieme fior di gruppi per omaggiare Camel, Genesis, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, ELP, la scena di Canterbury e i grandi del prog italiano e finlandese. Qualche anno fa il titolare Mauro Moronimi coinvolse nella ricerca di possibili partecipanti ad un tributo ai Moody Blues, molto bello tra l’altro: da quell’incontro scaturì l’idea di mettere in piedi un progetto di tributo per un musicista estraneo al linguaggio del progressive-rock, e il mio amore per la musica dei Santana fece il resto. Il motivo scatenante è legato ad una contraddizione tipica della storia diCarlos Santana: è un musicista leggendario, il suo successo dai tempi di Woodstock al ritorno con Supernatural è stato pressoché costante, tutti conoscono pezzi come Samba Pa Ti, Europa e Corazon Espinadoma pochi sanno che ci sono periodi (ad es. quello che va dal 1972 al 1975)e album (penso ai primi solisti di Carlos o al progetto con Alice Coltrane o John McLaughlin) completamente diversi dal classico sound latin-rock e più spostati sul versante jazz-fusion. Ecco, ci piaceva pensare ad una duplice interpretazione: da un lato i classici rivisitati da artisti di estrazione diversa da Carlos, dall’altra la riproposizione di pezzi meno noti e più elaborati, da parte di gruppi all’altezza.

E' stato difficile mettere insieme 30 gruppi che compongono il doppio album? Per niente, anzi è stato piuttosto immediato e facile. Più complicata e lunga è stata tutta la trafila del lavoro fino alla pubblicazione, ma all’inizio quando contattai i gruppi che, a mio modesto avviso, potevano essere piùadatti al progetto, la risposta fu rapida e piena di entusiasmo. Tutta l’operazione di ricerca è partita tra 2006 e 2007, poi alcuni problemi hanno rallentato la chiusura dell’opera, che vede la luce solo oggi a metà 2010.

Come hai scelto i gruppi o gli artisti che compongono Guitars Dancing In The Light? 
Avendo individuato come bussola l’appartenenza ad ambiti diversi dal latin-rock (quindi no Santana tribute band, nè band di salsa/samba/merengue etc.) e una certa predisposizione all’interpretazione di materiale altrui, ho individuato un po’ di nomiitaliani e stranieri avendo già in mente un’idea di psichedelico viaggio sonoro. Pensavo, tanto per fare qualche nome, al rock-jazz pittorico dellaFonderia per qualche brano minore di metà anni ’70, allo space-rock degli storici Spirits Burning per qualche classicone tipo Soul Sacrifice, a Lucio Lazzaruolo del Notturno Concertante per qualcosa di provocatorio (tant’è vero che lui, chitarrista classico con lungo pedigree accademico, ha rifatto Oye Como Va ma al pianoforte…), ai finlandesi Mist Season come perfetti interpreti di qualche episodio fusion.

Quali artisti ti hanno davvero stupito per la rivisitazione del Santana Sound? 
Non voglio fare l’ipocrita, davvero tutti i partecipanti hanno dato il meglio per esprimersi nel in modo convincente e dignitoso per questo esperimento. Mi è piaciuta la performance concettuale di quei mascalzoni dei S.A.D.O., che hanno rivoltato Jingo e Moonflower come un calzino, oppure Maury e i Pronomi (oggi Aquael) che mi hanno spiazzato con un inatteso funk-rock,Gio Gentile che ha messo tutto il suo universo emotivo per creare in Europa lo stesso pathos dell’originale, Fabrizio Fedele degli Osanna, al quale ho assegnato la struggente Bella (che non conosceva) ottenendo un risultato strepitoso, gli americani Madmen & Dreamers che hanno trasmesso la loro abilità da gruppo di opera rock nella grandiosa The Nile. Avendo composto la tracklist in due cd alla stregua di un viaggio lisergico nel mondo sensuale e mistico di Santana, ogni brano è stato collocato al giusto posto e con un ottimo risultato. Devo ringraziare davvero tutti gli artisti.

Il prossimo disco tributo a quale artista lo rivolgeresti?
In tutta onestà oggi lo strumento del tribute-album è piuttostoinflazionato, se ne sta parlando moltissimo dopo l’ultimo di Peter Gabriele uscire oggigiorno con un progetto del genere non credo sia consigliabile. Verrebbero fraintesi gli obiettivi e lo spirito del disco. Anche con questo dedicato a Santana usciamo in un periodo pieno di progetti simili, ma ci difende il fatto che si tratta di un’operazione concepita tra 2006 e 2007, uscita solo oggi per ritardi e difficoltà varie. Fare un disco di tributo è un atto d’amore, e se oggi dovessi tributarequalcuno, continuerei a seguire la scia di quelle anime sante e celesti che hanno influenzato Santana o suonato con lui. Ad es. sarebbe bello mettere in piedi una squadra di giovani rock e jazz band per omaggiare il meglio diAlice Coltrane, Leon Thomas e Pharoah Sanders. Forse sarebbe banale omaggiare John Coltrane, ma uno come lui deve sempre essere ricordato, e sarebbe davvero bello ascoltare Naima, Afro Blue, My Favourite Things a A Love Supreme con lo stesso fervore elettrico di Carlos e McLaughlin. È lacerante pensare che oggi la dimensione spirituale della musica è del tutto scomparsa: con questo tributo abbiamo recuperato un po’ di buone vibrazioni ed energia pulita. È la cosa che ci dà maggior soddisfazione.

A chi consiglieresti l'ascolto di questo disco?
Lo consiglierei a tre tipi di ascoltatori. In primis ai conoscitori di Santana, perché possano scoprire un mondo magico in cui non c’è solo Black Magic Woman ma anche Mirage e Eternal Caravan Of Reincarnation. Poi agli amanti del Santana “esoterico” perché troverebbero delle ottime interpretazioni di gioielli come Love Devotion & Surrender o la stessa, più recente, El Farol. Infine ai cultori del progressive-rock affinchè scoprano con quanto trasporto nomi come Goad, Nemo, Conqueror, Violeta De Outono e TenMidnight abbiano rivisitato pezzi di area latin-rock.

Qual' è il tuo disco preferito di Santana e perché? Il mio disco preferito è Welcome: un capolavoro di grazia, carne, luce e ritmo. È un disco del 1973 che comprai da piccolo, negli anni ’80: trovai questo vinile bianco con una scritta dorata che mi chiamava da lontano, lo acquistai (insieme ad Ummagumma dei Pink Floyd…) e mi cambiò la vita. Non è il migliore dei Santana ma lo amo profondamente, trovai lì quello che cercavo e cerco tuttora nella musica: quello che Carlos chiama “il matrimonio tra melodia e ritmo, tra spirito e sensualità”.
Cd1
Rhythm And Spirit: The Light
CARL HUPP PROJECT (USA) - Touissant l'Overture
NEMO (FRANCE) - Incident at Neshabur
SPIRITS BURNING (USA)- Soul Sacrifice
GOAD (ITALY) - Black Magic Woman
MAURY E I PRONOMI (ITALY) - Flor d'Luna (Moonflower)
CANVAS (USA) - Brightest Star
VIIMA (FINLAND) - Taboo
PROJECTO HELEDA (ITALY) - El Farol
JEFF BRAGG BAND (USA) - Hope You're Feeling Better
SONIC PULSAR (PORTUGAL) - Mirage
INDIVIDUAL CHOICE (ITALY) - Life Is Just A Passing Parade
VIOLETA DE OUTONO (BRAZIL) - Let The Children Play
GIO GENTILE (ITALY) - Europa (Earth's Cry, Heaven's Smile)
MADMEN AND DREAMERS (USA) - The Nile
FONDERIA (ITALY) - Eternal Caravan Of Reincarnation/Jim Jeannie Medley
CD 2
Body And Soul: The Dance
CENTRAL UNIT (ITALY) - Eternal Caravan Of Reincarnation
THE ROB SBAR NOESIS (USA) - Open Invitation
TEN MIDNIGHT (ITALY) - Just In Time To See The Sun
ELICOTREMA (ITALY) - You Just Don't Care
WILLIAM RED ROSSI (SWITZERLAND) - Samba Pa Ti
S.A.D.O. (ITALY) - Jingo/Tales Of Kilimanjaro Medley
CONQUEROR (ITALY) - Love Devotion & Surrender
GIOBIA (ITALY) - No One To Depend On
KEPHAS (USA) - Smooth /Guajira Medley
FABRIZIO FEDELE (ITALY) - Bella
PLEASURE (ITALY) - Persuasion
LUCIO LAZZARUOLO (ITALY) - Oyo Como Va
MIST SEASON (FINLAND) - Aqua Marine
BERNA PARK HOTEL (ITALY) - Days Of Celebration
QUIET CELEBRATION (USA) - El Morocco
Informazioni:
Mellow Records:
Synpress44 Ufficio stampa: