lunedì 31 maggio 2010

Biografia Conqueror


CONQUEROR
biografia
I Conqueror nascono nel novembre 1994. Immediatamente si rivolgono a composizioni originali che si discostano dalla forma canzone, combinando insieme variazioni armoniche e cambi di tempo che manifestano grande originalità. Dal ’94 al ’99 diversi musicisti si incaricano del ruolo di vocalist: proprio da questa necessità si prende spunto per rendere le composizioni più elaborate. Il gruppo siciliano rimane in piena attività fino al ’99, riscuotendo grandi apprezzamenti e riconoscimenti.
Dopo un periodo di riassestamento, nel 2002 Natale Russo (batteria) con l’aiuto di Simona Rigano (tastiere e canto) pongono basi più solide per la ripresa del percorso musicale Conqueror. Agli inizi del 2003 la band lavora alla prima incisione ufficiale con brani composti in entrambi i periodi di attività: il primo cd dei Conqueror si chiama Istinto e, nonostante sia autoprodotto, riscuote notevoli apprezzamenti anche all’estero (è al 17mo posto nella classifica annuale della testata belga Prog-Resiste). Un lungo tour estivo ha, ancora una volta, fatto capire che la band si trova sulla strada giusta. Un ultimo assetto di line-up (con l’ingresso del flauto e del sax) regala alla band una consistenza più ragionata.
Nel 2004 il gruppo mette in piedi uno show multimediale, con il quale riesce a catturare grandi consensi. Terminato il tour estivo la band viene chiamata a partecipare ad Higher And Higher (Mellow Records), una compilation di tributo dedicata ai leggendari Moody Blues: i ragazzi partecipano con Question. In Ottobre 2005 esce il secondo disco Storie fuori dal tempo, che solidifica maggiormente le già ottime critiche del precedente, ottenendo una distribuzione internazionale. Nel 2006 i Conqueror vengono selezionati per partecipare all’Andria Prog Fest in compagnia di grandi nomi del Prog Italiano come Banco, Osanna e Balletto di Bronzo.
Nel 2007 esce il terzo album 74 giorni, un concept che subito ottiene grandi consensi da parte di critica e di pubblico internazionali, che premiano con grandi lodi il nuovo album della band. Il disco entra in nomination ai ProgAwards (con nomi quali PFM, New Trolls) come miglior disco di musica Prog Italiana del 2007. In Ottobre la band partecipa al Mantova Prog Festival insieme ai Delirium. Nel 2008 suonano con i Pendragon in una data della loro tournèe. Infine, dopo essere stati inseriti con il brano Nebbia ad occhi chiusi in una compilation Belga, i Conqueror parteciperanno alla serata conclusiva del festival internazionale PROG-Resiste di Verviers. Nel 2009 la band pubblica un mini cd contenente due brani inediti, dal profilo più “easy”, una cover ed una traccia live tratta da un concerto del tour 2006.
Agli inizi del 2010 escono due compilation tributo della Mellow Records che interessano direttamente il gruppo: la prima è Guitars Dancing In The Light, dedicata al chitarrista Carlos Santana, dal cui repertorio i Conqueror incidono Love Devotion & Surrender; la seconda è Recital For a Season’s End, dedicata al gruppo dei Marillion, ed in questo caso i Conqueror si cimentano con una intensa versione di The Great Escape. Subito dopo entrano in studio per registrare un’altra cover per la Mellow Records: stavolta si tratta di Shadow of Hierophant di Steve Hackett. Le session di registrazione continuano con la realizzazione del quarto disco dal titolo Madame Zelle, che esce nella tarda estate del 2010.
Per promuover il nuovo album la band affronta un mini tour al nord Italia. Infatti i Conqueror suonano con gli Arti & Mestieri e David Jackson al Verona Prog Fest. Il 1° giugno a Parma hanno come ospite Bernardo Lanzetti, ex PFM – Acqua Fragile. Tornati in Sicilia sono di nuovo sul palco per una fitta serie di concerti per presentare il disco appena uscito. In Settembre 2010 la band è nuovamente in studio per la realizzazione di altre due cover, per la Mellow, gli artisti tributati sono i Pink Floyd e gli Yes.
Discografia:
Istinto (Conqueror 2003)
Storie fuori dal tempo (Maracash 2005)
74 giorni (Maracash 2007)
Madame Zelle (Maracash 2010)
Conqueror web info:

domenica 30 maggio 2010

FASANO JAZZ '10


La storia del progressive italiano e internazionale insieme a grandi ospiti come Gianni Leone e Sophya Baccini: dopo Patrizio Fariselli un altro imperdibile appuntamento della rassegna pugliese.
Osanna e David Jackson: seconda serata del Fasano Jazz 2010

Comunicato stampa:
Il Comune di Fasano (BR) - Assessorato alla Cultura
è orgoglioso di presentare:
FASANO JAZZ '10
XIII EDIZIONE
OSANNA & DAVID JACKSON
Feat. Gianni Leone e Sophya Baccini
Venerdì 4 giugno 2010
ore 21.00

Teatro Kennedy
Via Pepe, 23
Fasano (BR)
Biglietto: 10 euro

Presenta il giornalista Donato Zoppo, con Gianmaria Consiglio, autore del libro "Il Balletto di Bronzo e l'idea del delirio organizzato".
Venerdì 4 giugno 2010: seconda serata del Fasano Jazz - XIII Edizione, appuntamento alle ore 21.00 al Teatro Kennedy con il concerto degli Osanna & David Jackson, insieme a Gianni Leone (Balletto di Bronzo) e Sophya Baccini. Era dagli anni '70 che la leggendaria band capitanata da Lino Vairetti mancava dalla Puglia e dopo il recente e trionfale tour in Giappone approda a Fasano con entusiasmo e grinta. Dopo Patrizio Fariselli al pianoforte con le rivisitazioni dei brani degli Area, la direzione artistica guidata da Domenico De Mola si apre alla storia italiana del progressive-rock, a dimostrazione che lo spirito della rassegna è sempre aperto alla sperimentazione.
Nel 2008 quando Lino Vairetti compie un'operazione storica: apre le porte degli Osanna ad una leggenda del rock internazionale, il sassofonista David Jackson. Subito dopo l’uscita dai riuniti Van Der Graaf Generator di Peter Hammill, il pittoresco fiatista – noto anche come “il Van Gogh del sassofono” - ricopre il ruolo che fu di Elio D’Anna: con Jackson in formazione, gli Osanna nel 2009 pubblicano il vivace album Prog Family.
Ospiti e amici completano e arricchiscono di effervescenza e compattezza il live: Gianni Leone e Sophya Baccini, autorevoli esponenti del prog italiano di ieri e di oggi. Gianni Leone è uno dei più apprezzati interpreti, tastieristi e vocalist progressive internazionali, fondatore del Balletto Di Bronzo, il gruppo che con il celebre Ys (1972) è tuttora all'apice preferenze di critica specializzata e amanti prog. Da Napoli con i Città Frontale, embrione degli Osanna, che lasciò per dare vita al suo progetto, è tornato in azione negli anni ’90 per la gioia dei prog-aficionados di tutto il mondo. Sophya Baccini è la “female-voice” per eccellenza del prog italiano contemporaneo: fondatrice dei Presence, “inventori” della formula noir-prog degli anni ’90, ha collaborato con Osanna e Delirium e nel 2009 ha pubblicato il fortunato album Aradia.

Segnaliamo le serate successive:
5 giugno (Teatro Kennedy) Ballamy-Morena Duo, Richard Sinclair's Birthday Band - The Canterbury Executive Trio (con Jimmy Hastings, David Rees-Williams e Cristiano Calcagnile);
8 giugno (Teatro Kennedy) Rita Marcotulli, Palle Danielsson e Roberto Gatto.

Osanna & David Jackson
Formazione:
Lino Vairetti: voce & chitarra acustica
David Jackson: flauti e sassofoni
Sasà Priore: tastiere, piano & voce
Nello D’Anna: basso
Fabrizio Fedele: chitarra elettrica & voce
Irvin Luca Vairetti: voce & sequencer
Gennaro Barba: batteria
ospiti:
GIANNI LEONE (Balletto di Bronzo)
SOPHYA BACCINI (Presence)

Mediapartners:
JAM: http://www.jamonline.it
Batteria & Percussioni: http://www.myspace.com/batteriaepercussioni
MovimentiProg: http://www.movimentiprog.net
Jazzitalia: http://www.jazzitalia.net
Radio Città BN: http://www.radiocitta.net
Controradio Bari: http://www.controweb.it
Informazioni:
cultura@comune. fasano.br. it
info@fasanojazz. it
Tel. 080-4394123
Fax: 080-4394199
N. Verde: 800274850
Fasano Jazz:
http://www.fasanojazz.it
Comune di Fasano (BR):
http://www.comune.fasano.br.it
Synpress44 - Ufficio Stampa:
http://www.synpress44.com
E-mail: synpress44@yahoo.it
Tel. 349/4352719 – 328/8665671



sabato 29 maggio 2010

Dennis Hopper RIP


Appena "catturato" da un articolo sul Corriere Sera online:

Addio a Dennis «Easy Rider» Hopper

Simbolo della generazione hippy americana

L'attore regista, 74 anni, aveva un tumore alla prostata

Addio a Dennis «Easy Rider» Hopper

Simbolo della generazione hippy americana

NEW YORK - Aveva compiuto da poco 74 anni Dennis Hopper, l'attore e regista simbolo della generazione hippy americana, deceduto sabato nella sua casa di Venice, in California. Hopper era da tempo ammalato di tumore alla prostata. «È morto circondato dai suoi cari», ha detto l'amico Alex Hitz. I suoi ultimi giorni sono stati particolarmente duri: pesava appena 45 chili e non era in grado di sottoporsi a chemioterapia. Per questo motivo non si era presentato al tribunale di Los Angeles per essere ascoltato nell'ambito della causa per il divorzio dalla moglie Victoria che, a suo dire, gli impediva di vedere la figlia Galen di 6 anni.

Il suo nome resterà per sempre legato a Easy Rider (1969), film simbolo della ribellione giovanile degli anni Sessanta di cui era sia attore (insieme a Peter Fonda e Jack Nicholson) che regista, ma la sua carriera era inziata molto prima, addirittura nel 1955 con una parte in altri due film-mito: Gioventù bruciata e Il Gigante, entrambi con James Dean. Indimenticabile poi il suo personaggio del fotografo pazzo alla corte di Marlon Brando-Colonnello Kurtz in Apocalypse Now

Easy Rider

Easy Rider è un film del 1969, diretto da Dennis Hopper.

Interpretato dallo stesso Hopper e da Peter Fonda, nonché da uno straordinario Jack Nickolson, narra il viaggio attraverso l'America di due motociclisti, in totale libertà. Il film esprime una apologia della cultura e del mondo Hippy. Alcune sequenze sono girate in 16 mm e poi ingrandite e sgranate.

È considerato da molti critici il film simbolo della New Hollywood. Ha vinto il premio per la miglior opera prima a 22° Festival di Cannes e ha guadagnato due nomination all' Oscar come Miglior Sceneggiatura e Miglior Attore non Protagonista.

Film importante perché si inserisce nel contesto culturale di quegli anni, cultura di controtendenza e voglia di evasione - libertà da una società medio borghese. Il tema del viaggio percorre e traccia le linee generali del film.

Celebre la colonna sonora, composta da canzoni rock del periodo fine anni sessanta, e diventata un disco di grande successo che si tramanda tra le generazioni. Molti dei brani della colonna sonora sono stati raccolti nell'album dei Byrds “Ballad of Easy Rider”.

Nel 1969 è stato insignito del premio Camera d’or al Festival di Cannes. Nel 1988 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti..



venerdì 28 maggio 2010

Guy Davis, Prof Louie e Chicken Mambo al Raindogs


Qualche settimana fa, salutando Fabrizio Poggi e la moglie Angelina, dopo un concerto al Raindogs di Savona, assieme ai “suoi” Chicken Mambo, lui mi disse più o meno le seguenti parole: ” Vieni il 22 a vedere Guy Davis, sarà un grande concerto e spero di vedere la coda fuori dal locale … l’evento lo merita”.
Non conoscevo Guy Davis e non conoscevo la sua fantastica “spalla”, Professor Louie.
Il pienone non c’è stato, almeno non come sarebbe stato giusto attenderci, ma qui si apre un intero capitolo da affrontare, relativo alla fame di musica che si sente nell’aria, a cui non fanno seguito presenze effettive. Sino a quando durerà la voglia di organizzare e portare sotto casa mostri musicali mondiali?
Argomento ostico, da tenere in serbo per altri momenti.
Anche in questa occasione, nel momento del commiato, Fabrizio mi ha dato un consiglio :” Scrivi di Guy, lui è un grande!”
Ok, Fabrizio, questa volta ti trascuro, ma a breve ti racconterò le mie impressioni sul tuo nuovo fantastico disco, Spirit & Freedom”.
http://www.chickenmambo.com/
Musica incredibile quella di Davis, un blues sanguigno che riporta alle radici, con passaggi coinvolgenti che hanno scaldato il pubblico.
A seguire un brano da me filmato quando sul palco Guy era accompagnato dal solo Professor Louie, un tastierista di immenso gusto musicale e di straordinaria abilità tecnica, nonché fornito di una voce particolarissima, che sfoggia in un’unica occasione, verso fine performance.
Quando i Chicken Mambo si uniscono a Davis e Louie, il gruppo si compatta e le emozioni aumentano.
Ma la coesione di questi artisti lascia comunque spazio all’individualità, e a turno emergono le peculiarità dei singoli, con le sottolineature di Fabrizio all’armonica(può esserci vero blues senza questo strumento?), con l’apparente semplicità di esecuzione( grande qualità quella di far sembrare semplici cose che non lo sono!) dell’efficacissima sezione ritmica formata da Stefano Bertolotti alla batteria e Roberto Re al basso, e con la “sofferente “ chitarra di Gianfranco Scala.
Ho adottato la parola “sofferenza” perché il blues nasce come risposta naturale alla fatica e al dolore di povera gente che ha trovato sollievo in questa sorta di “pacifica ribellione”. Per questo motivo, gli italiani che si cimentano in questo genere sono guardati con un po’ di diffidenza laddove questa musica è nata, negli Stati Uniti.
La chitarra di Scala, a tratti “piangeva”, e gli sguardi di approvazione di Davis, da me captati, avevano qualcosa che si traduceva come “piena soddisfazione”.
Grande concerto quindi, e grazie anche a Raindogs.
Ma vediamo qualche nota biografica su Guy Davis e Prof Louie.

Guy Davis- chitarra, voce

Nasce nel 1952, suona chitarra e banjo.
Attore in Beat Street, debutta a Broadway nel 1991 con Zora Neale Hurston & Langston Hughes (due autori neri degli anni 30 e 40) su musiche di Taj Mahal.
Nel 1993 scrive Robert Johnson Trick The Devil,in scena all' Off Broadway, grande successo pluripremiato.
Nel 1994 scrive In Bed With The Blues:The Adventures of Fishy Waters, in scena sempre all'Off Broadway con successo di pubblico e di critica.
Nel 1995 le sue musiche vengono utilizzate nella serie The American Promises, e nello stesso anno incide Stomp Down Rider, con il quale ritorna al blues.
L'anno dopo un tributo ai grandi del blues con Call Down The Thunder,e poi da segnalare You Don't Know My Mind del 1998, But Naked Free del 2000 e Chocolate To The Bone del 2003.
Artista sempre acclamato dalla critica, con un buon successo commerciale, artista poliedrico si divide fra musica, teatro e cinema.
La sua musica è un Modern Acoustic Blues molto raffinato, con testi molto belli e particolari.
Non molto conosciuto in Italia, non ha mai suonato fuori degli USA.


Professor "LOUIE"- fisarmonica e pianoforte
Aaron Hurwitz, detto Professor "LOUIE" è un polistrumentista che viene direttamente da Woodstock, storico centro nevralgico del rock. Il sopranome "accademico" gli viene affibbiato niente meno che da Rick Danko, voce e basso della mitica The Band con il quale ha collaborato a lungo. Il Professore è leader del gruppo Crowmatix Description con i quali si fa portatore di una sorta di "mentalità alla Woodstock" proponendo una musica che si muove tra la Big Pink della The Band e Bob Dylan, con il quale hanno anche collaborato. Ma le eccelse capacità strumentali di PROFESSOR "LOUIE" sono talmente eterogenee da esser stato apprezzato anche dai Mercury Rev, tra le migliori band psichedeliche dei nostri giorni che hanno voluto collaborare con lui.

giovedì 27 maggio 2010

Alessandria Benefit Concert


La serata musicale del 23 maggio, realizzata nella città di Alessandria, nella centrale Piazza della Libertà, che sia piaciuta o meno, ha fissato qualcosa che resterà nella storia, non solo di questa parte del Piemonte.

L’evento, ennesimo di una serie fortunata, nasce da un idea di Franco Taulino, leader della Beggar’s Farm, che in collaborazione con le autorità locali (Sindaco e Prefetto di Alessandria),con i vertici di Itullians, l’associazione culturale g- Company, l'aiuto di Provincia e Comune, e con il finanziamento della Fondazione della Cassa di Risparmio di Alessandria è riuscito a creare un evento gratuito con uno scopo benefico, la raccolta di fondi per la Fondazione Uspidalet Onlus.

Quali sono gli obiettivi di Uspidalet?

L'attività della Fondazione è mirata alla raccolta fondi per lo sviluppo di progetti legati prioritariamente all’ospedale Infantile e agli altri presidi Civile e Borsalino, sia per favorire l’assistenza e la prestazione dei servizi sanitari, dignitosa anche a chi non ne ha i mezzi, attraverso l’acquisto di macchinari e attrezzature, sia per contribuire al finanziamento della ricerca scientifica. Speciale attenzione è inoltre posta alla ricerca sulla tematica del bambino ospedalizzato con particolare riferimento alle tematiche psico-pedagogiche.

Verso fine serata è stato annunciato il raggiungimento di 1400 €, probabilmente ancora evoluto a fine concerto. L’imponente Piazza della Libertà presenta un cospicuo numero di anime musicali, ridimensionate dall’enorme spazio disponibile.

Wazza e Gemma fanno buona guardia dalla loro postazione centrale, divisi tra vendita di materiale tullico (non solo quello), e ascolto … in fondo avere di fronte certi amori antichi può far dimenticare qualche dovere, a scapito del cuore.

Ma perché parlo di concerto storico?

Se qualche anno fa mi avessero detto che un giorno avrei visto sullo stesso palco, a pochi metri di distanza, tre componenti dell’attuale Jethro Tull’s Band ( Barre, Perry e H’oara), più due grandi ex (Bunker e Noice), più Dave Jackson( Van der Graaf), più Bernardo Lanzetti… beh, avrei sorriso, pensando a qualcosa impossibile da realizzare.


Non conoscevo Dan Crisp, mentre so molto della Beggar’s Farm, la band che tramuta in realtà i desideri di ogni artista dal passato glorioso, che si presenta sul palco con il proprio repertorio.

Oltre ai Jethro Tull, li ho visti cimentarsi con materiale Genesis, BANCO, PFM, De Andrè e stasera Van Der Graaf Generator.

Devo onestamente dire che non sono riuscito a rimanere concentrato sulla musica. La peculiarità di queste manifestazioni, positiva o negativa, a seconda dei punti di vista, è che si rimane influenzati dalla presenza di chi ha fatto la storia della musica, e spesso l’atmosfera supera il concerto.

Rispetto agli eventi simili, realizzati lo scorso anno, ho trovato un po’ di fastidiosa rigidità, tipica delle manifestazioni in cui è presente Ian Anderson. In questo caso LUI non c’era, ma siccome sono passati solo nove giorni dal suo passaggio a Genova, qualche strascico è di certo rimasto ( vedi affermazione finale).

Prima parte di serata dedicata a brani dei Jethro, con la Beggar’s in evidenza. A seguire gli interventi musicali delle autorità, con Il Prefetto in veste di drummer( devo dire migliorato rispetto a Oviglio, un anno fa) e il Sindaco che si propone alle tastiere con “Donna Felicità”, brano antico dei Nuovi Angeli, ricordando così uno sfortunato componente del gruppo, nato ad Alessandria.

La seconda parte della serata prevede la presenza contemporanea di Lanzetti e Jackson che, coadiuvati dalla Taulino’s band, ripropongono due brani da brivido dei VDGG, “Refugees” e “Killer”. E poi “Theme One” e un brano targato PFM, “Traveller”.

Mentre entrano in scena Martin Barre e Perry( Noice e Bunker hanno già calcato il palco con la Beggar’s), partono le mie (e di altri amici) distrazioni.

Cerco Lanzetti, a cui avevo già accennato la possibilità di un progetto su Savona, e come al solito si dimostra disponibilissimo, regalandoci in un ristretto lasso di tempo tanti episodi che sarebbero da raccontare (ma non da rendere pubblici). Foto, presentazioni e la promessa di ritrovarci per il concerto del 5 giugno.

Chiedo poi di Dave Jackson, con cui ho passato alcune ore a Savona, nel mese di ottobre.“Magari non si ricorda più del nostro gruppo, del Van der Graaf Pub, delle cene assieme …”. Il mio nome ben identificabile mi salva. Arriva e appare contento di vederci. Mi chiede se sono in scooter (come uso a Savona) e si scusa per non aver risposto alle mie ultime mail.

Queste divagazioni “hors” musica mi fanno perdere un po’ di performance, ma credo che ne valesse la pena.

Riprendo la giusta rotta e mi accorgo che alcuni brani sono per me nuovi e faccio fatica a seguire l’evoluzione e i cambiamenti sul palco.

Due cose mi rimangono impresse: l’assolo di batteria doppio, con Bunker e Perry (dopo che l’anno scorso avevo visto Bunker e Paice), una vera chicca difficilmente fruibile in situazioni “normali”; e… la voce di Martin Barre, si’, non avevo mai ascoltato dal vivo la voce di Barre, intrappolata da sempre nel gabbia di Anderson.

Taulino anticipa Aqualung, sfidando il pubblico al riconoscimento dopo le prime note.

Emozionate, come sempre.

Emozionante non è per me il bis, Locomotive Breath, diventato un’ ossessione, sempre presente , che si tratti di Jethro o di loro emuli. Ma è solo un punto di vista personale e il brano si presta per l’atto finale.

Un ragazzo del fan club, che conoscevo solo a seguito scambi epistolari, mi si avvicina e mi chiede:” Ma tu sei Athos?”, e prosegue” Certo che quando manca lo scozzese esce fuori di questa roba!!”

Sempre Lui, sempre Ian, la sua figura sovrasta la piazza, anche se "il magico pifferaio " è a migliaia di chilometri di distanza!


mercoledì 26 maggio 2010

Aliante - CLF



Non conoscevo “Come le foglie”, gruppo dall’autorevole passato.
Il motivo principale è che di loro non c’è traccia tangibile, nel senso che tutto il lavoro della giovinezza non è mai diventato un album, e le registrazioni sono rimaste in qualche cassetto, chiuso a doppia mandata.
Delle innumerevoli performance dal vivo neanche a parlarne … altri tempi e altre tecnologie disponibili.
E’ con la mia consueta curiosità musicale, quindi, che mi sono avvicinato ad “Aliante”, vera opera prima, visibile, di una band di lungo corso.
Per notizie inerenti la biografia e la line up del gruppo, si può fare riferimento a quanto riportato su questo blog, pochi giorni fa:

http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Come%20Le%20Foglie

L’intervista a fine post, fornisce altre interessanti informazioni.
Ascoltando i brani in successione, cercando di captare gli elementi descrittivi a mio giudizio utili, ho riflettuto sul fatto di come questo CD, come molti altri che mi è capitato di ascoltare recentemente, possa essere considerato un “concept album”, non nel termine ben conosciuto, legato prevalentemente alla musica prog, ma il filo conduttore esiste, chiaro e forte.
Siamo in presenza di brani, molti, sedici, che brillerebbero di luce propria, e singolarmente forniscono un‘ immagine precisa di un momento che si decide di raccontare.
Ma l’unione delle composizioni appare come il racconto di una vita, con le amarezze legate a ciò che si è perso, con i viaggi ed i ritorni, con la necessità di riscoprire le radici, con la voglia di dimostrare qualcosa a se stessi, con il bisogno di affetti e la necessità di felicità.
Felicità è anche il titolo di un brano. E’ un termine di cui abusiamo, sin da bambini, ma in età matura si sente il bisogno di capire cosa sia davvero la felicità e se realmente l’abbiamo posseduta o la possediamo ancora, sporadicamente.
La felicità può anche essere ritrovarsi dopo una vita su un palco e scoprire che la magia è rimasta intatta, che esiste ancora la capacità di creare insieme, senza difficoltà, senza i “paletti” tipici della rigorosità giovanile.
E’ quanto viene dichiarato in Come le foglie, pezzo di apertura.
Nella cronologia scorrono i nomi e le immagini, e ad ogni punto si ha l’impressione di soffermarsi su un ricordo o su un momento toccante.
Uno sguardo alle esperienze giovanili (Incoscienza, Gli ombrelloni di Volterra, Via Ludovico il Moro), a luoghi visitati o sognati (Amalfi, Isola di Hydra) al sociale(L’emigrante), alle proprie radici (Cara Milano), alla guerra (Gloria e il pilota), all’amore (Mia principessa), avendo ben presente che la Realtà attuale non è più quella di un tempo.
Il tutto visto attraverso il volo di un Aliante, un mezzo di trasporto privilegiato, che permettere di percorrere spazi e tempi (Mago del tempo) lasciandosi cullare dal vento, senza fragore, con delicatezza, per non portar scompiglio nelle proprie vite e in quelle altrui.
Un brano strumentale (Gli ombrelloni di Volterra) e due cantati in inglese (T.J. e Birds) completano il tutto.
Ma qual è la colonna sonora di questo viaggio caratterizzato da coordinate spaziali imposte dalla memoria?
“Raccontare” un album è cosa complicata e non può prescindere dall’utilizzo di termini e categorie musicali note.
La biografia di “Come le foglie” indica alle origini un orientamento musicale “americano”, acustico, influenzato dalla West Coast, abbastanza in controtendenza rispetto al modello in voga a fine anni 60, più teso alla musica d’oltremanica.
Ma ritrovarsi, ricercarsi dopo una vita, non può essere il frutto della voglia di riprodurre altri o se stessi, ricalcando qualcosa di già intensamente vissuto, e forse archiviato. Le esperienze ci modificano profondamente e chi è artista ha modo di dare visibilità alle proprie evoluzioni … peccato che in questo caso non possa essere offerta la possibilità di comparare espressioni molto lontane tra loro, temporalmente parlando.
E’ musica gradevole quella che ho ascoltato, miscela di rock e pop, con pillole di tradizione italica e contaminazione etnica.
I testi sono fondamentali per “passare” i messaggi che ho ricordato, ma nei momenti strumentali (“Gli Ombrelli di Volterra”, buona parte di ”Realtà” e finale di " Isola di Hydra”) si capta una certa originalità e anche il mero piacere di mettere in mostra abilità tecniche e gusto musicale.
C’è traccia di amori antichi, fortunatamente, e ascoltando “Mago del tempo” è possibile ritrovare arie da Simon and Garfunkel, così come ” T.J” riporta ai Beatles, O “Birds” a James Taylor.
Ma sono quegli accostamenti che vengono d’istinto, non dimenticando mai che ciò che abbiamo accumulato nel tempo, a piccole dosi riemerge … deve riemergere!
Reunion di qualità questa di “Come le foglie”.


GIANCARLO GALLI: voce, chitarre, strumenti vari, autore.
ATTILIO ZANCHI: voce, contrabbasso, basso elettrico, autore.
CLAUDIO LUGLI: voce, chitarre, autore.






Intervista ad Attilio Zanchi

La prima cosa che mi ha colpito leggendo la vostra biografia è legata al fatto che, pur essendo “nati” come gruppo a fine anni 60, periodo in cui tutti erano affascinati dal modello inglese, importato e non, il vostro gusto musicale era più rivolto a sonorità americane, a CSN&Y e Joni Mitchell. Da dove nasceva questa differenza rispetto alla tendenza comune? Credo di ricordare che la passione e l’interesse per i gruppi inglesi fosse precedente, mentre a partire dalla fine degli anni 60 si creò un certo interesse anche per i gruppi acustici e quindi lo sguardo si risolve anche verso i gruppi e gli artisti americani.

Ammetto che, nonostante io abbia iniziato ad ascoltare musica proprio in quegli anni, non sapevo dell’esistenza di “Come le Foglie”. Uno dei motivi, forse, è che non esistono vostri album dell’epoca, e forse la rigorosità e l’intransigenza tipica della giovinezza, vi impedì di avere una buona visibilità. Si infatti non essendo uscito nessun nostro album in quel periodo, pur suonando spesso in appuntamenti importanti, non avemmo quella visibilità che ci avrebbe consentito di essere più conosciuti.

Se tornaste indietro, godendo dell’esperienza di adesso, cedereste a qualche piccolo compromesso, in funzione del raggiungimento di un obiettivo? Insomma, avete qualche rimpianto per un treno passato e mai preso? Non credo di avere rimpianti per non essere diventati famosi allora, piuttosto ho nostalgia di un periodo molto fertile e creativo in cui vi erano dei movimenti giovanili spontanei e molto creativi basati su dei giusti ideali.

Qual è l’alchimia musicale e umana che è risultata il vostro collante, allora come oggi? Il fatto di divertirci e di non prenderci troppo sul serio, oggi come allora.

Ho letto di vostre frequentazioni gratificanti, di nomi di spicco e miti per noi tutti appassionati di musica.
Esiste un aneddoto curioso di quei tempi, di quelli di cui si parla volentieri quando si è tra amici e si ha voglia di lasciarsi andare? Beh uno dei ricordi più belli è quello legato ad un nostro viaggio insieme a Londra. Ci mettemmo a suonare su una panchina davanti all’entrata di un concerto di Sandy Danny in un parco e l’organizzatore ci senti e ci invitò a suonare la settimana dopo su quel palco alla presenza anche di una televisione locale
.

Le reunion sono all’ordine del giorno, sia quando si parla di gruppi che hanno fatto la storia del rock, sia di artisti “indigeni”. Guardando ciò che questi musicisti riescono a dare sul palco, tutto si può pensare tranne che a un’operazione nostalgia. Nel vostro caso specifico, cosa vi ha spinto a… ricercarvi, e cosa trovate di nuovo oggi nel vostro “rapporto musicale”? La voglia di rivederci e di condividere di nuovo i momenti belli che avevamo passato.

Esistono dei riferimenti/modelli italiani, da cui siete stati influenzati? Non mi sembra, anche perché quando abbiamo iniziato non era ancora iniziata la diffusione della musica italiana. Esisteva solo la scuola genovese dei cantautori (Tenco, Paoli, De Andrè) dai quali non potevamo essere influenzati.

Se si potesse far ritornare in vita tre musicisti rock del passato, solo per un ultimo grande concerto, chi scegliereste? Senz’altro Jimy Hendrix, i Beatles e per quanto mi riguarda anche Charlie Parker (visto che ora suono musica Jazz).

Quanto pesano i testi nelle vostre composizioni attuali e come pesavano in passato? Diciamo che forse ora stiamo più attenti di allora alla scrittura dei testi rispetto al passato.

Vedo nel mondo della musica due situazioni contrapposte: da un lato la voglia di esprimersi, a tutti i livelli, professionisti e semplici amanti dei suoni, e dall’altra l’impossibilità di trovare sbocchi concreti e incoraggianti, non dimenticando mai che occorre comunque avere di che vivere. Come si è evoluta negli ultimi quarant’anni la “gestione della musica”, e cosa pensate delle nuove tecnologie applicate? La gestione della musica è diventata molto più professionale ed organizzata rispetto ai nostri esordi e questo permette la possibilità di suonare in situazioni logistiche molto migliori. Questa professionalità ha fatto si che però ci sia un controllo ed una selezione più stretta in senso commercilae che non permette a tante giovani promesse di poter sperimentare cose nuove.

Cosa accadrà dopo… Aliante? Aspettiamo di vedere che tipo di risposta ci sarà da parte degli ascoltatori, senz’altro continueremo ad incontrarci ed a suonare insieme per divertirci.



martedì 25 maggio 2010

E cosa si vuole di più!

Esiste un luogo a Savona di cui ho scritto più volte su questo blog.

E’ il Circolo Artisi, un posto situato nella “città alta”, dominante il porto e i suoi movimenti. Ma non voglio parlare di geografia, ne di bellezze naturali. Questo circolo antico, è spazioso e dotato di un ampio cortile e innumerevoli sale, e per quanto io possa ricordare veniva spesso impegnato per compleanni e occasioni che accomunavano i più giovani .

La musica ha sempre avuto grande ruolo, ma credo che un tempo esistesse una sorta di autogestione dei presenti.

Da qualche mese, credo da settembre scorso, è avvenuta una trasformazione dovuta alla buona volontà e all’amore per la musica, e non solo quella, di Fulvio e Maddalena ( per quanto riguarda la sezione musica) e di Ornella ( sezione cucina e gestione generale).

Fulvio e Madda, musicisti e tecnici, hanno trasformato una delle sale in una vera “Sala Prove”, fornita di tutto il necessario e a disposizione di chiunque lo richieda:

http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Sala%20Prove%20Artisi

Per pura passione, sono stati fatti investimenti notevoli, che permettono ai musicisti, giovani e meno giovani, di arrivare con le sole chitarre e microfoni, di attaccare il jack e partire, eventualmente registrare.

E Fulvio non molla quasi mai; ha imposto delle regole e si cura da vicino la sua creatura, mettendo a disposizione, gratuitamente, le sue competenze come tecnico del suono.

E cosa si vuole di più!

In questa sala, il 20 ottobre sono stati ospitati gli Osanna, con tutta la Prog Family (oltre al gruppo di Vairetti, Sophya Baccini e Gianni Leone) e David Jackson, mitico fiatista dei Van Der Graaf Generator.

In due ore hanno anticipato tutto il concerto che sarebbe poi stato riproposto il giorno successivo, e anche loro…. sono arrivati, hanno attaccato i jack e hanno suonato, visibilmente soddisfatti.

Prima, durante e dopo le performance, ci si può riempire lo stomaco e … mi sbilancio … lo si fa con quattro soldi.

E cosa si vuole di più!

A partire dal 25 aprile, è nato un progetto che prevede un concerto ogni venerdì, sino a fine estate.

L’obiettivo è anche quello di trovare un punto di aggregazione per musicisti, navigati e in erba, che dia spazio a chi insistentemente chiede la musica e poi, giustamente, si lamenta perchè non ne viene mai proposta, e in ogni caso è costosa.

Bella cosa, quindi, avere gente come questa dell’Artisi, che va incontro alla domanda, accontentandosi di soddisfazioni che hanno poco di materiale.

E cosa si vuole di più!

Mi pare che dopo il 25 aprile, giorno di apertura di questo nuovo corso estivo, ci siano stati quattro venerdì disponibili.

Io ho presenziato a tre di questi, tutti spettacoli di qualità, e quello che sembrava un modesto pubblico(numericamente parlando), il primo giorno, si è invece dimostrato uno standard.

Venerdì scorso è stato per me imbarazzante.

Imbarazzante pensare alla delusione di chi organizza. Imbarazzante pensare a chi deve suonare.

Di scena un gruppo molto conosciuto in zona, dedito a un ottimo rock blues: Les Trois Tetons (http://www.3tetons.it/index.php/home), il cui leader Zac, cantante/armonicista/chitarrista era stato buon protagonista, giusto un anno fa, in uno stralcio di esibizione estemporanea con i Nine Below Zero, suonando un pezzo degli Stones.

Quattro gatti presenti, per una serata di musica all’aperto (in estate viene usato l’ampio cortile circolare).

Forse c’era un menù particolarmente caro? Forse un gruppo mai ascoltato?

Vediamo… del gruppo ho già detto, e la cena… il forno nel cortile era acceso e ho sentito la band decantare la grigliata di carne. Io non avevo appetito e ho preso una bella pizza con le verdure, un acqua minerale e un caffè. Cavolo, ho speso ben sei euro!!!

E cosa si vuole di più!

Qualcosa non torna.

Si chiede la buona musica e la musica arriva, gratis, come e da chi non ha importanza. Si chiede un punto di aggregazione, dove poter bere una birretta, lontano dal caos cittadino, ma raggiungibile a piedi, e anche questo arriva. Si chiede di spendere poco e anche questo arriva.

E allora dove sta l’inghippo?

I sogni e i piaceri vanno sempre alimentati e per ottenere occorre anche dare. La voglia di musica e di aggregazione è un fatto reale e non credo che le serate dell’Artisi siano minate da eventi in contemporanea (Raindogs e Beer Room), perché la richiesta resta sempre superiore all’offerta.

E allora cosa succede? Pigrizia?

Musicisti, musicofili, musicanti… spargete la voce e diffondete il verbo.

Io ho implorato il mitico Fulvio di tenere duro, di perseverare, perché alla fine l’impegno da sempre risultati.

La sua risposta è stata:” Finchè chi paga gli artisti (Ornella)ha voglia di continuare….”.

Diamole una mano… diamoci una mano!


lunedì 24 maggio 2010

La composizione nella musica rock: una questione aperta, di Innocenzo Alfano


Propongo oggi un altro autorevole articolo di Innocenzo Alfano

Chi compone le musiche nei gruppi rock? La risposta sembra più che scontata: basta leggere il nome della persona, o delle persone, scritto sotto i titoli dei brani sulla copertina dei dischi; quello è il soggetto che ha composto la musica. Ovvio, verrebbe da dire. Il guaio, tuttavia, è che nel rock le domande apparentemente più banali nascondono spesso risvolti inaspettati. In alcune parti di “Effetto Pop”, libro pubblicato alla fine del 2008, mi ero sforzato di spiegare, facendo degli esempi, che la composizione di un brano di musica rock, escluse le liriche, è quasi sempre di natura collettiva. Detto in altri termini, i versi sono scritti (di solito) da una persona sola, generalmente dal cantante, la musica da tutto il gruppo. Eppure, nella stragrande maggioranza dei casi autore e titolare di interi brani risulta, contro ogni logica, uno solo dei componenti di una band composta da almeno tre individui, che così, oltre a veder crescere il proprio prestigio artistico, si accaparra pure tutti i diritti economici legati alla commercializzazione e diffusione radiofonica di quegli stessi brani. Cerchiamo ora di svolgere qualche ulteriore riflessione, sia pure sintetica, sull’argomento.
Partirei dal mio amico Marco Masoni, cantante e bassista dei Germinale, un ottimo gruppo di rock progressivo costituitosi a Pisa all’inizio degli anni ’90, il quale, nel corso di un incontro pubblico in cui veniva presentato “Effetto Pop”, sostenne che la composizione di un brano di musica rock possa essere circoscritta alla linea melodica principale e agli accordi che la sostengono, e che tutto il resto non sia altro che “arrangiamento”. Quello di Masoni, a ben vedere, è un punto di vista assai diffuso tra chi si occupa di musica rock, ma a mio avviso sbagliato. Infatti è un po’ come dire che la Quinta Sinfonia di Beethoven, o perlomeno il suo movimento iniziale (“Allegro con brio”), coinciderebbe con le sue prime due battute  quelle, per intenderci, che contengono il memorabile inciso di tre crome e una minima –, mentre tutto il resto, visto che è costruito attorno a quelle due battute, non sarebbe altro che “arrangiamento”. Una teoria un po’ troppo semplicistica, devo dire. A mio giudizio il cosiddetto arrangiamento è al contrario parte integrante, cioè strutturale, di un brano pop o rock che dir si voglia, e anzi è quasi sempre la parte più complessa da immaginare, definire in tutti i suoi dettagli ed infine suonare: tutti aspetti che hanno a che fare, volenti o nolenti, con ciò che chiamiamo composizione, e a cui tutti i componenti di un gruppo prendono parte.
La prassi di attribuire la titolarità di un brano rock ad uno solo dei membri di un ensemble era particolarmente comune negli anni ’60. In certi casi, però, i musicisti erano più solidali tra loro e soprattutto rispettosi del lavoro altrui. Sul retro di copertina del 33 giri “Arthur or the Decline and Fall of the British Empire”, pubblicato nel 1969, gli inglesi The Kinks, un quartetto all’epoca molto noto, inserirono due piccole avvertenze per informare gli acquirenti del disco circa il metodo usato per la composizione dei 13 brani inclusi nell’album. La prima diceva All songs written by Ray Davies, la seconda Tracks arranged by The Kinks. Il che è corretto, perché se è vero che i testi delle canzoni furono scritti dal solo Ray Davies, è anche vero che gli stessi vennero poi musicati da tutto il gruppo. La collegialità del lavoro di composizione veniva in questo modo per così dire certificata.
I Beatles, come si sa, avevano invece l’abitudine di indicare come autori dei loro brani, tranne rarissime eccezioni, la coppia Lennon-McCartney, escludendo sia Harrison che Starr e sia, soprattutto, il loro produttore e supervisore musicale George Martin, che con i suoi consigli ed i suoi numerosi arrangiamenti contribuì a rendere indimenticabili molte delle canzoni del più famoso gruppo rock degli anni ’60. Giusto per avere un’idea dell’importanza avuta da un personaggio come George Martin nell’evoluzione artistica dei Beatles, e, per quel che ci riguarda più da vicino, nel processo compositivo del quartetto inglese, una volta di lui John Lennon disse: «Aveva davvero una grande conoscenza della musica e un’eccellente preparazione, perciò ha saputo tradurre in pratica le nostre idee e suggerire tutta una serie di soluzioni tecniche… Quando gli dicevamo che volevamo fare ‘Ooh-ooh’ e ‘Ee-ee’!, lui ci diceva, ‘Oh, fantastico! Grande! Mettiamolo qui!’. È difficile dire chi fece cosa… Ci ha insegnato molto e sono sicuro che noi abbiamo insegnato a lui altrettanto, con le nostre conoscenze musicali così primitive» (cfr. La teoria del Sale e Pepe, di George Martin, in «Alias», Supplemento settimanale de “il Manifesto”, n. 48, 6 dicembre 2008, p. 13).
In quel mare di anomalie e contraddizioni che è il rock esistono persino album intestati ad un musicista che però non figura come autore di nessuno dei brani, o temi, inclusi nel long playing. Un caso paradigmatico in tal senso è quello del 33 giri “Wired” di Jeff Beck (1976), dove neppure una delle otto composizioni del disco risulta “scritta” dall’eccellente chitarrista inglese. Metà dell’album è infatti attribuita al batterista Narada Michael Walden, mentre i restanti quattro brani portano la firma di quattro autori diversi, e cioè Max Middleton, Jan Hammer, Charlie Mingus (suo è il memorabile tema di Goodbye Pork Pie Hat, l’unica cover presente nell’lp) e Wilbur Bascomb/Andi Clark. Per di più Jeff Beck, oltre a figurare come solitario titolare dell’album, è anche l’unico dei musicisti coinvolti nell’ottimo progetto discografico – uno dei migliori in ambito jazz-rock di quegli anni – a comparire sulla copertina del 33 giri, sia sul fronte che (quattro volte) sul retro.
All’estremo opposto troviamo il caso assurdo di un pezzo per chitarra acustica intitolato Horizons incluso dai Genesis nell’album “Foxtrot” (1972) ma attribuito a tutta la formazione e non al solo Steve Hackett, che lo compose – ispirandosi a J. S. Bach – e lo eseguì nel 33 giri in perfetta solitudine. A proposito di Hackett vorrei sottolineare la risposta che l’ex chitarrista dei Genesis ha dato nel corso di un’intervista a chi gli chiedeva del suo passato con la celebre formazione inglese di rock progressivo: «Sono molto orgoglioso del mio contributo alla musica dei Genesis. Eravamo una grande band» (Cfr. Hackett dai Genesis in poi: «Io come Frankenstein», in “La Nazione”, 12 marzo 2009, p. 31). La cosa più interessante in questa dichiarazione è il fatto che Hackett usi il termine “contributo”, una parola che, a mio parere, è proprio quella più adatta, forse più di composizione, per comprendere il problema del “chi ha composto cosa” nei brani di musica rock.
L’articolo è stato pubblicato su “Apollinea”, Rivista bimestrale del territorio del Parco Nazionale del Pollino, Anno XIV – n. 3 – maggio-giugno 2010, pag. 34.




domenica 23 maggio 2010

PROGRESSIVE TALES


In Biblioteca un appuntamento speciale sulla leggendaria esperienza del progressive: a raccontarlo il leggendario Lino Vairetti degli Osanna e Massimiliano Monopoli dei Plurima Mundi, con il giornalista Donato Zoppo

Progressive Tales: a Taranto un incontro sul rock progressivo
PROGRESSIVE TALES:
OSANNA E PLURIMA MUNDI
L'esperienza del prog rock, raccontato da due protagonisti

Martedì 25 maggio 2010 Biblioteca Civica Pietro Acclavio
Piazza Dante
Taranto

ore 18.00, ingresso gratuito
A 40 anni di distanza dalla sua nascita, il rock progressivo riscuote ancora interesse e curiosità da parte di critica e pubblico: il grande laboratorio di un rock fuso con la musica classica, il jazz, il folk e l'elettronica conquistò tutto il mondo, in particolare l'Italia. A gruppi leggendari come King Crimson, Yes, Genesis e Emerson Lake & Palmer, il nostro paese rispose con Banco, PFM, Area, Orme e centinaia di altre band. Una delle prime e più importanti espressioni del rock progressivo italiano fu quella degli Osanna: la celebre formazione napoletana pubblicò cinque album di successo durante gli anni '70 ed è tornata in auge negli ultimi tempi, anche grazie ad un trionfale tour giapponese in aprile.

A raccontare il valore di questa straordinaria esperienza due musicisti simbolo degli anni '70 e del presente.
Lino Vairetti, vocalist e leader degli Osanna, e Massimiliano Monopoli, violinista e fondatore dei Plurima Mundi. Questi ultimi sono tra i più validi rappresentanti del nuovo progressive italiano: nati e operanti a Taranto, hanno da poco pubblicato il loro album d'esordio Atto I (Maracash), che vede come ospite in Aria proprio Vairetti. I due musicisti, con la presentazione del giornalista Donato Zoppo, racconteranno il loro percorso e l'incontro con il pubblico sarà l'occasione per ripercorrere mezzo secolo di grande musica, anche grazie alla proiezione di video e all'esposizione di dischi e giornali d'epoca.


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